UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII, MEDIATOR DEI (5)

Questa parte dell’enciclica è dedicata alla lode divina e agli esercizi di pietà e spirituali raccomandati ai fedeli. Tutto è spiegato con somma sapienza e dottrina, e occorre solo leggere e memorizzare. Accorato in particolare è il biasimo del Pontefice per coloro che omettono di ottemperare al sacro precetto del rispetto del giorno del Signore e delle Feste della Chiesa « …come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo? (…) L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe ». È questo un motivo per cui ci si possa rendere conto dell’apostasia attuale dalla dottrina cattolica, interamente sovvertita dal modernismo ecclesiastico riflesso su una società resa totalmente pagana ed anticristiana. Questi traditori della verità divina e della parola evangelica di Cristo, che si celano sotto la veste di agnelli, cioè con talari variopinte e abiti religiosi con jeans e t-shirt griffate, hanno il coraggio di comparire ancora in pubblico affettando pietà e religione ammantata di una misericordia ingannatrice e da un’accoglienza economicamente interessata, di popoli resi diseredati e smobilitati dalle proprie case e dalle proprie terre, pensano di poter sfuggire all’ira divina contando sulla improbabile teologia gnostica, per la quale, sentendosi essi esseri divini impunibili e protesi verso il “tutto universale”, l’« ensof cabalistico », possono commettere qualsiasi scempio morale, materiale e spirituale coinvolgendo tutto e tutti. L’enciclica è bene quindi fissarla nella mente, per mantenere l’abito cattolico della minoranza del “pusillis grex”, che seguendo il Vicario di Cristo e praticando la parola divina di Gesù che ha fondato la sua Chiesa sulla pietra di Pietro, il figlio di Barjona, cioè il figlio della Colomba (lo Spirito Santo), non deve demordere affatto, ma ricordare le parole che Gionata, figlio di Saul, diceva al suo scudiero timoroso nell’affrontare il drappello dei Filistei: « non est Domino difficile salvare, vel in multis, vel in paucis » (I Re, XIV, 6). Al Signore non servono i numeri, ma « … interficiet spiritu oris sui »,  li brucerà tutti con il soffio della sua bocca! (II Tess. II, 8). Leggiamo, impariamo, pratichiamo con fede ed amore.

ENCICLICA

”MEDIATOR DEI”

DI S. S. PIO XII

“SULLA SACRA LITURGIA” (5)

La divina Lode

L’ideale della vita cristiana consiste in ciò che ognuno si unisca intimamente a Dio. Perciò il culto che la Chiesa rende all’Eterno, e che è imperniato nel Sacrificio Eucaristico e nell’uso dei Sacramenti, è ordinato e disposto in modo che, con l’ufficio divino, si estenda a tutte le ore del giorno alle settimane, a tutto il corso dell’anno, a tutti i tempi e a tutte le condizioni della vita umana. Avendo il Divino Maestro comandato: «È necessario pregare sempre, senza stancarsi», la Chiesa, obbedendo

fedelmente a questo ammonimento, non cessa mai di pregare, e ci esorta con l’Apostolo delle Genti: «Per suo mezzo

[di Gesù]

offriamo sempre a Dio il sacrificio di lode».

Le Ore canoniche

La preghiera pubblica e collettiva, rivolta a Dio da tutti insieme, nell’antichità aveva luogo soltanto in certi giorni e in certe ore. Tuttavia, si pregava non solo nelle pubbliche riunioni, ma anche nelle case private e talvolta coi vicini e gli amici. Ben presto, però, nelle varie parti della cristianità, invalse l’uso di destinare alla preghiera particolari tempi, per esempio l’ultima ora del giorno, quando il sole tramonta e si accende la lucerna; o la prima, quando termina la notte, dopo, cioè, il canto del gallo e al sorger del sole. Altri momenti del giorno sono indicati come più adatti alla preghiera dalla Sacra Scrittura, dal costume tradizionale ebraico e dagli usi quotidiani. Secondo gli Atti degli Apostoli i discepoli di Gesù Cristo si riunivano per pregare all’ora terza, quando «furono tutti riempiti di Spirito Santo»; il Principe degli Apostoli, poi, prima di prender cibo, «salì sul tetto per pregare circa la sesta ora »; Pietro e Giovanni «salivano al Tempio per la preghiera all’ora nona»; e Paolo e Sila « lodavano Dio a mezzanotte ». Queste varie preghiere, specialmente per iniziativa ed opera dei monaci e degli asceti, si perfezionano ogni giorno più, e a poco a poco sono introdotte nell’uso della sacra Liturgia per autorità della Chiesa. L’Ufficio Divino è, dunque, la preghiera del Corpo Mistico di Cristo, rivolta a Dio a nome di tutti i cristiani e a loro beneficio, essendo fatta dai sacerdoti, dagli altri ministri della Chiesa e dai religiosi, a questo dalla Chiesa stessa delegati. Quali debbano essere il carattere e il valore di questa lode divina si ricava dalle parole che la Chiesa suggerisce di dire prima di iniziare le preghiere dell’Ufficio, prescrivendo che siano recitate « degnamente, attentamente e devotamente ». Il Verbo di Dio, assumendo l’umana natura, ha introdotto nell’esilio terreno l’inno che si canta in cielo per tutta l’eternità. Egli unisce a sé tutta la comunità umana e se la associa nel canto di questo inno di lode. Dobbiamo con umiltà riconoscere che noi «non sappiamo quel che dobbiamo convenientemente domandare, ma lo Spirito stesso prega per noi con gemiti inesprimibili». Ed anche Cristo, per mezzo del suo Spirito, prega in noi il Padre. «Dio non potrebbe fare agli uomini un dono più grande … Prega [Gesù] per noi come nostro sacerdote; prega in noi come nostro Capo; è pregato da noi come nostro Dio … Riconosciamo dunque e le nostre voci in Lui e la sua voce in noi . . . Lo si prega come Dio, prega come servo: là il Creatore, qui un essere creato in quanto assume la natura da mutare senza mutarsi, facendo di noi un sol uomo con Lui: Capo e Corpo ». Alla eccelsa dignità di questa preghiera della Chiesa deve corrispondere la intenta devozione dell’anima nostra. E poiché la voce dell’orante ripete i carmi scritti per ispirazione dello Spirito Santo, che proclamano ed esaltano la perfettissima grandezza di Dio, è anche necessario che a questa voce si accompagni il movimento interiore del nostro spirito, per fare nostri quei medesimi sentimenti con i quali ci eleviamo al cielo, adoriamo la Santa Trinità e le rendiamole lodi e i ringraziamenti dovuti: «Dobbiamo salmeggiare in modo che la nostra mente concordi con la nostra voce». Non si tratta, dunque di una recitazione soltanto, o di un canto, che, pur perfettissimo secondo le leggi dell’arte musicale e le norme dei sacri riti, arrivi soltanto all’orecchio, ma soprattutto di una elevazione della nostra mente e della nostra anima a Dio, perché ci consacriamo, noi e tutte le nostre azioni, a Lui, uniti con Gesù Cristo. – Da qui dipende certamente in non piccola parte l’efficacia delle preghiere. Le quali, se non sono rivolte allo stesso Verbo fatto Uomo, si concludono con queste parole: «per il Signor Nostro Gesù Cristo»; che, come mediatore tra noi e Dio, mostra al Padre celeste le sue stimmate gloriose, «sempre vivente per intercedere per noi». – I Salmi, come tutti sanno, costituiscono parte principale dell’Ufficio Divino. Essi abbracciano tutto il corso del giorno e gli danno un contatto e un ornamento di santità. Cassiodoro dice bellamente a proposito dei Salmi distribuiti nell’Ufficio Divino del suo tempo: «Essi … col giubilo mattutino ci rendono favorevole il giorno che sta per cominciare, ci santificano la prima ora del giorno, ci consacrano la terza ora, ci allietano la sesta nella frazione del pane, ci segnano, a nona, la fine del digiuno, concludono la fine della giornata, impediscono al nostro spirito di ottenebrarsi all’avvicinarsi della notte». Essi richiamano le verità da Dio rivelate al popolo eletto, talvolta terribili, talvolta soffuse di soavissima dolcezza; ripetono e accendono la speranza nel Liberatore promesso che un tempo veniva animata col canto intorno al focolare domestico e nella stessa maestà del Tempio; pongono in meravigliosa luce la profetizzata gloria di Gesù Cristo e la somma ed eterna sua potenza, la sua venuta e il suo annientamento in questo terreno esilio, la sua regia dignità e sacerdotale potestà, le sue benefiche fatiche e il suo sangue versato per la nostra redenzione. Esprimono egualmente la gioia delle nostre anime, la tristezza, la speranza, il timore, il ricambio d’amore e l’abbandono in Dio, come la mistica ascesa verso i divini tabernacoli. «Il Salmo … è la benedizione del popolo, la lode di Dio, l’elogio del popolo, l’applauso di tutti, il linguaggio generale, la voce della Chiesa, la canora confessione di fede, la piena devozione all’autorità, la gioia della libertà, il grido di giocondità, l’eco della letizia». Nel tempo antico l’assistenza dei fedeli a queste preghiere dell’Ufficio era maggiore; ma gradatamente diminuì, e, come ora abbiam detto, la loro recita attualmente è riservata al Clero ed ai Religiosi. A rigore di diritto, dunque, nulla è prescritto ai laici in questa materia; ma è sommamente da desiderare che essi prendano parte attiva al canto o alla recita della ufficiatura del Vespro, nei giorni festivi, nella propria parrocchia. Raccomandiamo vivamente, Venerabili Fratelli, a voi ed ai vostri fedeli, che non cessi questa pia consuetudine e che si richiami possibilmente in vigore ove fosse scomparsa. Ciò avverrà certamente con frutti salutari se il Vespro sarà cantato non solo degnamente e decorosamente, ma anche in maniera da allettare soavemente in vari modi la pietà dei fedeli. Sia inviolata l’osservanza dei giorni festivi, che devono esser dedicati e consacrati a Dio in modo particolare; e soprattutto della Domenica, che gli Apostoli, istruiti dallo Spirito Santo, sostituirono al sabato. Se fu comandato ai Giudei: «Lavorerete durante sei giorni: nel settimo giorno è Sabato, riposo santo al Signore; chiunque lavorerà in questo giorno, sarà condannato a morte»; come non temeranno la morte spirituale quei Cristiani che fanno opere servili nei giorni festivi, e per la durata del riposo festivo non si dedicano alla pietà, non alla Religione, ma si abbandonano smodatamente alle attrattive di questo secolo?. La Domenica e i giorni festivi devono essere consacrati, dunque, al culto divino con il quale si adora Dio e l’anima si nutre del cibo celeste; e sebbene la Chiesa prescriva soltanto che i fedeli si devono astenere dal lavoro servile e devono assistere al Sacrificio Eucaristico, e non dia nessun precetto per il culto vespertino, però, oltre i precetti, ci sono anche le sue insistenti raccomandazioni e desideri; ciò più ancora è richiesto dal bisogno che tutti hanno di rendersi propizio il Signore per impetrarne i benefici. – L’animo Nostro si rattrista profondamente, nel vedere come nei nostri tempi il popolo cristiano trascorre il pomeriggio del giorno festivo: i luoghi dei pubblici spettacoli e dei giochi sono pieni, mentre le chiese sono meno frequentate di quel che converrebbe. Ma è necessario, senza dubbio, che tutti si rechino nei nostri templi, per essere istruiti nella verità della fede cattolica, per cantare le lodi di Dio, per essere arricchiti dal sacerdote con la benedizione Eucaristica e muniti dell’aiuto celeste contro le avversità della vita presente. Procurino tutti di imparare le formule che vengono cantate nei Vespri, e cerchino di penetrarne l’intimo significato; sotto l’influsso di queste preghiere, difatti, sperimenteranno quel che Sant’Agostino affermava di sé: «Quanto piansi tra inni e cantici, vivamente commosso dal soave canto della tua Chiesa. Quelle voci si riversavano nelle mie orecchie, stillavano la verità nel mio cuore, e mi ardevano sentimenti di devozione e le lacrime scorrevano, e mi facevano bene».

I misteri del Signore

Durante tutto il corso dell’anno la celebrazione del Sacrificio Eucaristico e l’Ufficio Divino si svolgono soprattutto intorno alla persona di Gesù Cristo; e si organizzano in modo così consono e congruo, da farvi dominare il nostro Salvatore nei suoi misteri di umiliazione, di redenzione e di trionfo. Rievocando questi misteri di Gesù Cristo, la sacra Liturgia mira a farvi partecipare tutti i credenti in modo che il divin Capo del Corpo Mistico viva nella pienezza della sua santità nelle singole membra. Siano, le anime dei Cristiani, come altari sui quali si ripetano e si ravvivano le varie fasi del Sacrificio che immola il Sommo Sacerdote: i dolori, cioè, e le lacrime che lavano ed espiano i peccati; la preghiera a Dio rivolta che si eleva fino al cielo; la propria immolazione fatta con animo pronto, generoso e sollecito e, infine, l’intima unione con la quale abbandoniamo a Dio noi e le nostre cose e riposiamo in Lui, «essendo il succo della religione imitare colui che adori». – Conformemente a questi modi e motivi con i quali la Liturgia propone alla nostra meditazione in tempi fissi la vita di Gesù Cristo, la Chiesa ci mostra gli esempi che dobbiamo imitare, e i tesori di santità che facciamo nostri, perché è necessario credere con lo spirito a ciò che si canta con la bocca, e tradurre nella pratica dei privati e pubblici costumi ciò che si crede con lo spirito.

Avvento

Infatti, nel tempo dell’Avvento, eccita in noi la coscienza dei peccati miseramente commessi; e ci esorta affinché, frenando i desideri con la volontaria mortificazione del corpo, ci raccogliamo in pia meditazione e siamo spinti dal desiderio di tornare a Dio, che solo può liberarci con la sua grazia dalla macchia dei peccati e dai mali che ne conseguono.

Natale

Con la ricorrenza del Natale del Redentore, sembra quasi ricondurci alla grotta di Betlemme, perché vi impariamo che è assolutamente necessario nascere di nuovo e riformarci radicalmente; il che è possibile soltanto

quando ci uniamo intimamente e vitalmente al Verbo di Dio fatto uomo, e siamo partecipi della sua divina natura, alla quale veniamo elevati.

Epifania

Con la solennità della Epifania, ricordando la vocazione delle Genti alla fede cristiana, vuole che noi ringraziamo ogni giorno il Signore per così grande beneficio, desideriamo con grande fede il Dio vivo, comprendiamo con devozione e in profondità le cose soprannaturali, e prediligiamo il silenzio e la meditazione per potere facilmente capire e conseguire i doni celesti.

Settuagesima

Nei giorni della Settuagesima e della Quaresima, la Chiesa, nostra Madre, moltiplica le sue cure perché ognuno di noi si renda diligentemente conto delle sue miserie, sia attivamente incitato alla emendazione dei costumi, e detesti in modo particolare i peccati cancellandoli con la preghiera e la penitenza; giacché l’assidua preghiera e la penitenza dei peccati commessi ci ottengono l’aiuto divino, senza il quale è inutile e sterile ogni opera nostra.

Passione

Nel sacro tempo, poi, nel quale la Liturgia ci propone gli atroci dolori di Gesù Cristo, la Chiesa ci invita al Calvario, per seguire le orme sanguinose del Divin Redentore, affinché portiamo volentieri la Croce con Lui, abbiamo in noi gli stessi sentimenti di espiazione e di propiziazione, e perché insieme moriamo tutti con Lui.

Pasqua

Con la solennità Pasquale, che commemora il trionfo di Cristo, l’anima nostra è pervasa di intima gioia, e dobbiamo opportunamente pensare che anche noi dobbiamo risorgere insieme con il Redentore da una vita fredda ed inerte, a una vita più santa e fervente, offrendoci tutti e con generosità a Dio, e dimenticandoci di questa misera terra per aspirare soltanto al cielo: «Se siete risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù, . . . aspirate alle cose di lassù».

Pentecoste

Nel tempo di Pentecoste, finalmente, la Chiesa ci esorta con i suoi precetti e la sua opera, ad offrirci docilmente all’azione dello Spirito Santo, il quale vuole accendere i nostri cuori di divina carità, perché progrediamo ogni giorno nella virtù con impegno maggiore, e così ci santifichiamo, come Cristo Signore e il suo Padre celeste sono santi. – Tutto l’anno liturgico, dunque, può dirsi un magnifico inno di lode che la famiglia cristiana indirizza al Padre celeste per mezzo di Gesù eterno suo mediatore; ma richiede da noi anche uno studio diligente e bene ordinato per conoscere e lodare sempre più il nostro Redentore; uno sforzo intenso ed efficace, un indefesso addestramento per imitare i suoi misteri, per entrare volontariamente nella via dei suoi dolori, e per partecipare finalmente alla sua gloria ed alla sua eterna beatitudine. Da quanto è stato esposto appare chiaramente, Venerabili Fratelli, quanto siano lontani dal vero e genuino concetto della Liturgia quegli scrittori moderni, i quali, ingannati da una pretesa più alta disciplina mistica, osano affermare che non ci si deve concentrare sul Cristo storico, ma sul Cristo «pneumatico e glorificato»; e non dubitano di asserire che nella pietà dei fedeli si sarebbe verificato un mutamento, per cui il Cristo è stato quasi detronizzato, con l’occultamento del Cristo glorificato che vive e regna nei secoli dei secoli e siede alla destra del Padre, mentre al suo posto è subentrato il Cristo della vita terrena. Alcuni, perciò, arrivano fino al punto di voler rimuovere dalle chiese le immagini del Divin Redentore che soffre in Croce. Ma queste false opinioni sono del tutto contrarie alla sacra dottrina tradizionale. «Credi nel Cristo nato in carne – così Sant’Agostino – e arriverai al Cristo nato da Dio, Dio presso Dio». La sacra Liturgia, poi, ci propone tutto Cristo, nei vari aspetti della sua vita: il Cristo, cioè, che è Verbo dell’Eterno Padre, che nasce dalla Vergine Madre di Dio, che ci insegna la verità, che sana gli infermi, che consola gli afflitti, che soffre, che muore; che, infine, risorge trionfando sulla morte, che, regnando nella gloria del cielo, ci invia lo Spirito Paraclito, che vive sempre nella sua Chiesa: «Gesù Cristo ieri ed oggi: Egli è anche nei secoli». E inoltre non ce lo presenta soltanto come un esempio da imitare, ma anche come un Maestro da ascoltare, un Pastore da seguire, come Mediatore della nostra salvezza, principio della nostra santità, e Mistico Capo di cui siamo membra, viventi della sua stessa vita. E siccome i suoi acerbi dolori costituiscono il mistero principale da cui proviene la nostra salvezza, è secondo le esigenze della Fede cattolica porre ciò nella sua massima luce, poiché esso è come il centro del culto divino, essendone il Sacrificio Eucaristico la quotidiana rappresentazione e rinnovazione, ed essendo tutti i Sacramenti congiunti con strettissimo vincolo alla Croce. Perciò l’anno liturgico, che la pietà della Chiesa alimenta e accompagna, non è una fredda e inerte rappresentazione di fatti che appartengono al passato, o una semplice e nuda rievocazione di realtà d’altri tempi. Esso è, piuttosto, Cristo stesso, che vive sempre nella sua Chiesa e che prosegue il cammino di immensa misericordia da Lui iniziato con pietoso consiglio in questa vita mortale, quando passò beneficando allo scopo di mettere le anime umane al contatto dei suoi misteri, e farle vivere per essi; misteri che sono perennemente presenti ed operanti, non nel modo incerto e nebuloso nel quale parlano alcuni recenti scrittori, ma perché, come ci insegna la dottrina cattolica e secondo la sentenza dei Dottori della Chiesa, sono esempi illustri di perfezione cristiana, e fonte di grazia divina per i meriti e l’intercessione del Redentore, e perché perdurano in noi col loro effetto, essendo ognuno di essi, nel modo consentaneo alla propria indole, la causa della nostra salvezza. Si aggiunge che la pia Madre Chiesa, mentre propone alla nostra contemplazione i misteri di Cristo, con le sue preghiere invoca quei doni soprannaturali per i quali i suoi figli si compenetrano dello spirito di questi misteri per virtù di Cristo. Per influsso e virtù di Lui, noi possiamo, con la collaborazione della nostra volontà, assimilare la forza vitale come rami dall’albero, come membra dal capo, e ci possiamo progressivamente e laboriosamente trasformare «secondo la misura dell’età piena di Cristo».

Le feste dei Santi

Nel corso dell’anno liturgico si celebrano non soltanto i misteri di Gesù Cristo, ma anche le feste dei Santi, nelle quali, sebbene si tratti di un ordine inferiore e subordinato, la Chiesa ha sempre la preoccupazione di proporre ai fedeli esempi di santità che li spingano ad adornarsi delle stesse virtù del Divin Redentore. È necessario, difatti, che noi imitiamo le virtù dei Santi, nelle quali brilla in vario modo la virtù stessa di Cristo, come di Lui essi furono imitatori. Poiché in alcuni rifulse lo zelo dell’apostolato; in altri si dimostrò la fortezza dei nostri eroi fino all’effusione del sangue; in altri brillò la costante vigilanza nell’attesa del Redentore; in altri rifulse

il verginale candore dell’anima e la modesta dolcezza della cristiana umiltà; in tutti, poi, arse una fervidissima carità verso Dio e verso il prossimo. La Liturgia pone davanti ai nostri occhi tutti questi leggiadri ornamenti di santità perché ad essi salutarmente guardiamo, e perché «noi che godiamo dei loro meriti siamo accesi dai loro esempi». È necessario, dunque, conservare «l’innocenza nella semplicità, la concordia nella carità, la modestia nell’umiltà, la diligenza nel governo, la vigilanza nell’aiutare chi soffre, la misericordia nel curare i poveri, la costanza nel difendere la verità, la giustizia nella severità della disciplina, perché nulla in noi manchi di ogni virtù che ci è stata proposta ad esempio. Queste sono le tracce che i Santi, nel loro ritorno alla patria, ci lasciarono, perché seguendo il loro cammino, possiamo seguirli nella beatitudine». E perché anche i nostri sensi siano salutarmente impressionati, la Chiesa vuole che nei nostri templi siano esposte le immagini dei Santi, sempre, però, allo stesso fine, che cioè «imitiamo le virtù di coloro dei quali veneriamo le immagini». Ma c’è ancora un altro motivo del culto del popolo cristiano per i Santi: quello di implorare il loro aiuto, e di «esser sostenuti dal patrocinio di coloro delle lodi dei quali ci dilettiamo». Da ciò facilmente si deduce il perché delle numerose formule di preghiere che la Chiesa ci propone per invocare il patrocinio dei Santi. Tra i Santi, poi, ha un culto preminente Maria Vergine, Madre di Dio. La sua vita, per la missione affidatale da Dio, è strettamente inserita nei misteri di Gesù Cristo, e nessuno, di certo, più di lei ha calcato più da vicino e con maggiore efficacia le orme del Verbo Incarnato, nessuno gode di maggiore grazia e potenza presso il Cuore sacratissimo del Figlio di Dio, e, attraverso il Figlio, presso il Padre celeste. Essa è più santa dei Cherubini e dei Serafini, e senza alcun paragone più gloriosa di tutti gli altri Santi, essendo «piena di grazia», Madre di Dio, e avendoci dato col suo felice parto il Redentore. A Lei, che è «Madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra» ricorriamo tutti noi «gementi e piangenti in questa valle di lacrime», e affidiamo con fiducia noi e tutte le nostre cose alla sua protezione. Essa è diventata Madre nostra mentre il Divin Redentore compiva il sacrificio di Sé, e perciò, anche a questo titolo, noi siamo figli suoi. Essa ci insegna tutte le virtù; ci dà suo Figlio, e, con Lui, tutti gli aiuti che ci sono necessari, perché Dio «ha voluto che tutto noi avessimo per mezzo di Maria». Per questo cammino liturgico che ogni anno ci è aperto di nuovo, sotto l’azione santificatrice della Chiesa, confortati dagli aiuti e dagli esempi dei Santi, soprattutto della Immacolata Vergine Maria, «accostiamoci con cuore sincero, con pienezza di fede, purgati il cuore da coscienza di colpa e lavati il corpo con acqua pura», al «grande Sacerdote», per vivere e sentire con Lui, e penetrare per suo mezzo «fino al di là del velo» ed ivi onorare il Padre celeste per tutta la eternità. Tale è l’essenza e la ragione d’essere della sacra Liturgia: essa riguarda il Sacrificio, i Sacramenti e la lode di Dio; l’unione delle nostre anime con Cristo e la loro santificazione per mezzo del Divin Redentore, perché sia onorato Cristo, e per Lui ed in Lui la Santissima Trinità: Gloria al Padre, al Figliolo e allo Spirito Santo.

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA IV DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 1; 2 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.] Ps XXVI:3

Si consístant advérsum me castra: non timébit cor meum. [Se anche un esercito si schierasse contro di me: non temerà il mio cuore.]

Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timebo? Dóminus defensor vitæ meæ, a quo trepidábo? qui tríbulant me inimíci mei, ipsi infirmáti sunt, et cecidérunt. [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò? Il Signore è baluardo della mia vita, cosa temerò? Questi miei nemici che mi perséguitano, essi stessi vacillano e stramazzano.]

Oratio

Orémus.

Da nobis, quæsumus, Dómine: ut et mundi cursus pacífice nobis tuo órdine dirigátur; et Ecclésia tua tranquílla devotióne lætétur. [Concedici, Te ne preghiamo, o Signore, che le vicende del mondo, per tua disposizione, si svolgano per noi pacificamente, e la tua Chiesa possa allietarsi d’una tranquilla devozione.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII: 18-23.

“Fratres: Exístimo, quod non sunt condígnæ passiónes hujus témporis ad futúram glóriam, quæ revelábitur in nobis. Nam exspectátio creatúræ revelatiónem filiórum Dei exspéctat. Vanitáti enim creatúra subjécta est, non volens, sed propter eum, qui subjécit eam in spe: quia et ipsa creatúra liberábitur a servitúte corruptiónis, in libertátem glóriæ filiórum Dei. Scimus enim, quod omnis creatúra ingemíscit et párturit usque adhuc. Non solum autem illa, sed et nos ipsi primítias spíritus habéntes: et ipsi intra nos gémimus, adoptiónem filiórum Dei exspectántes, redemptiónem córporis nostri: in Christo Jesu, Dómino nostro”.

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA VITA FUTURA

“Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Infatti il creato attende con viva ansia la manifestazione dei figli di Dio. Poiché il creato è stato assoggettato alla vanità non di volontà sua; ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo, invero, che tutta quanta la creazione fino ad ora geme e soffre le doglie del parto. E non solo essa, ma anche noi stessi, che abbiamo le primizie dello Spirito, anche noi gemiamo in noi stessi attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio, cioè la redenzione del nostro corpo” (Rom. VIII, 18-23).

L’epistola è un brano della lettera ai Romani. San Paolo aveva affermato nei versetti precedenti che saremo glorificati con Cristo se avremo patito con Lui. Perché nessuno rimanga scoraggiato da questo condizione, fa conoscere la grandezza della gloria futura. La manifestazione della gloria dei figli di Dio è tanto grande che è aspettata ardentemente anche dal mondo sensibile, che vi prenderà parte in qualche modo con la sua rinnovazione. Assieme con la creazione è aspettata pure da noi che, possedendo già lo Spirito Santo come primizia e pegno della celeste eredità, ne sospiriamo il compimento, mediante la glorificazione del nostro essere intero, anima e corpo. Rivolgiamo oggi il pensiero a questa vita della gloria, a questa vita futura, Essa:

1. È il luogo della nostra abitazione eterna,

2. È il compimento delle nostre aspirazioni,

3. È il sommo godimento nel possesso di Dio.

1.

Fratelli: Ritengo che i patimenti del tempo presente non hanno proporzione con la gloria futura, che deve manifestarsi in noi. Innanzi tutto, la vita futura, la vita della gloria, è il luogo della nostra dimora alla quale siamo avviati, non avendo quaggiù dimora permanente. – Una delle più gravi preoccupazioni, quaggiù, è quella di cercarsi una dimora conveniente e poter dire: ho trovato il mio posto; finalmente sono tranquillo. Ma un bel giorno, o per una motivo o per un altro, viene l’ordine di sfratto, e bisogna lasciare quel luogo, a cui si era cominciato a portar affezione. È sogno di tanti procurarsi un’abitazione propria, anche modesta, per passarvi tutta la vita: ma quando si incomincia a goderla, bisogna uscire.  Se non sono i padroni che ci danno lo sfratto quando siamo ancor vivi, sono gli eredi che, volendo liberar la casa, ce ne portano fuori cadaveri. – Ma se noi arriveremo a entrare nella dimora futura, nessuna forza, nessun succedersi di eventi ce ne potrà allontanare. È un posto preparato appositamente per noi; e non da mano d’uomo, ma dalla mano del sommo Artefice, il quale unicamente ha diritto di disporre. « Demolita la casa di questa dimora terrena, si acquista nel cielo una abitazione eterna » (Prefazio dei defunti). – Una grande preoccupazione è sempre il pensiero di poter perdere i beni che si posseggono. Guardate chi vive negli affari. L’idea che una sosta nel commercio, un concorrente, un amministratore infedele, un cambiamento della situazione che possano rovinare gli affari, ora bene avviati, non lo lascia in pace. Guardate quelli che vivono col frutto dei propri beni. Vedono pericoli dappertutto, ladri dappertutto; sono sempre in attesa che la terra manchi loro sotto i piedi. Per gli uni e per gli altri, poi, c’è sempre quell’importuna che si chiama morte, che s’avanza senza sosta. Aver dei beni, e non poterli godere che per brevissimo tempo, è un tormento piuttosto che un beneficio. « O morte, quanto è amaro il tuo ricordo per un uomo che vive in pace tra le sue ricchezze » (Eccli. XLI, 1). Quando, come premio delle nostre opere buone, riceveremo la corona di gloria in paradiso, non saremo turbati dal timore che alcuno ce la possa togliere. Non lavorio nascosto o violenza aperta potrà privarcene; e il tempo non potrà far appassire uno solo dei fiori che la compongono: essa sarà «una corona immarcescibile» (1 Piet. V, 4). – Il corso dei secoli abbatte inesorabilmente tutti i regni della terra. Degli uni restano solo ruderi; degli altri non restano che ricordi. E più presto ancora dei regni, passano i regnanti. Oggi sul trono, domani in esilio; oggi la gloria del trionfo, domani l’amarezza della fuga. Ben diversa sarà la sorte dei beati quando Dio dirà loro: «Venite, possedete il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo» (Matth. XXV, 34). Quello è un regno che non avrà fine, e i beati «regneranno pei secoli dei secoli » (Apoc. XXII, 5). Nessuna congiura, nessuna rivoluzione muterà le sorti di quel regno, o detronizzerà i servi di Dio.

2.

Il creato è stato assoggettato alla vanità, non di volontà sua, ma di colui che ve l’ha assoggettato con la speranza che anch’esso creato sarà liberato dalla schiavitù della corruzione. Il creato nella speranza di essere affrancato dalla schiavitù a cui lo riduce il peccatore, che lo fa servire al male e alla corruzione, attende, con viva ansia, il giorno della glorificazione dei figli di Dio, perché quel giorno sarà pure il giorno della sua libertà gloriosa. Se tutte le creature che servono all’uomo, cielo, terra, elementi, desiderano ardentemente la gloria futura, noi non dobbiamo lasciarci indietro in questo desiderio. In fondo, la vita futura è il compimento delle nostre aspirazioni.La guerra, quando si prolunga troppo, snerva e stanca anche i più volenterosi. Viene il momento in cui anche il guerriero sente il bisogno di sospendere le armi e di godere i benefici della pace. La vita dell’uomo su questa terra è una battaglia continua. Non tutti hanno da combattere con armi materiali contro nemici forniti di armi materiali; ma tutti hanno da combattere contro nemici spirituali che cercano di sottrarci al dominio di Dio; contro difficoltà d’ogni genere che sono d’ostacolo ai nostri doveri; contro la carne che insorge a far guerra allo spirito, senza un momento di tregua, senza che possiamo esser sicuri della vittoria finale, anche dopo tante battaglie vinte, in modo che tante volte ci facciamo la domanda angosciosa: «Quando finirà questa lotta?» — Quando saremo passati da questa vita alla vita futura. «La morte dei giusti— dice S. Efrem — è fine al combattimento delle passioni carnali; dal quale gli atleti escono vincitori a ricevere la corona della vittoria» (Inno fun. 1).Lo schiavo cerca di togliersi il giogo della tirannia; nessuno vuol adattarsi a sopportare un giogo, tanto più se è pesante. Eppure la nostra vita è un continuo giogo, e giogo pesante: « Un grande travaglio è assegnato a ogni uomo; e un giogo pesante grava sui figli degli uomini dal giorno che uno esce dal seno materno, fino al giorno che è sepolto nel seno della madre comune » (Eccli XLI, 1). Quando ci sottrarremo a questo giogo? Quando passeremo da questa vita al cielo. Là «non vi sarà più morte, né lutto, né strida, né vi sarà più dolore, perché le prime cose sono passate » (Apoc. XXI, 4). Là sarà la fine delle nostre pene, delle nostre lagrime, della nostra servitù. Bello è il mare visto dalla sponda! Sia che nella sua calma ci parli della maestà di Dio; sia che nella tempesta ci parli della sua potenza e della sua giustizia. Quanti, contemplando il mare, sognano di aver la fortuna di attraversarlo un giorno. Ma, se vi riescono, si annoiano ben presto, e si ricordano del proverbio: Loda il mare e tieniti a terra. E quando il viaggio è terminato, confessano candidamente che il giorno più bello fu il giorno dell’arrivo. Così avviene del mare della vita. Negli anni della fanciullezza ci si presenta molto affascinante; ma con l’andare del tempo il fascino sparisce; e a mano a mano che si procede, crescono, ogni giorno più, la noia, le disillusioni, lo sconforto. Quando ne saremo liberi? Quando arriveremo alla vita beata. Quello sarà il più bel giorno del nostro viaggio attraverso il mar tempestoso di questa vita. – All’arrivo di un piroscafo di passeggeri è gran festa, fra chi arriva, e tra i parenti e gli amici che stanno ad aspettare. « Nell’altra vita sta ad aspettarci un gran numero di nostri cari: ci desidera una folta e numerosa turba di genitori, di fratelli, di figli, già sicuri della loro vita immortale, e ancor solleciti dalla nostra salvezza » (S. Cipriano – De Mortal. 26). Essi affrettano, coi loro voti, il nostro arrivo, la festa dell’incontro, che ci riunirà per sempre. Durante la persecuzione scatenata nel Tonchino nel 1838, un bambino si rivolge al mandarino: «Grand’uomo, dammi un colpo di sciabola, perché possa andare nella mia patria. — «Dov’è la tua patria?» — « In cielo ». — « Dove sono i tuoi genitori? » — « Sono in cielo: voglio andar da loro; dammi un colpo di sciabola per farmi partire» (A. Larniay. Mons. Pietro Retort e il Monchino Cattolico, Milano, 1927, p. 142-43). Andando in Paradiso andiamo a riunirci ai nostri cari nella nostra vera patria.

3.

S. Paolo dice che gemìamo in noi stessi, attendendo l’adozione dei figliuoli di Dio. Non siamo già figli adottivi di Dio? Qui siamo figli adottivi di Dio per mezzo della grazia. La nostra adozione piena e perfetta l’avremo nella seconda vita, ove saremo glorificati quanto all’anima e quanto al corpo. È là, dove i figli di Dio desiderano trovarsi con il loro Padre, contemplarlo nella gloria. Davide, perseguitato ingiustamente dai nemici, circondato da pericoli, prega il Signore che lo soccorra, lo protegga, affinché, dopo una vita innocente, possa al risvegliarsi dalla morte, andare a bearsi nelle sembianze di Dio. « Nella mia integrità comparirò al tuo cospetto, e mi sazierò all’apparire della tua gloria » (Ps. XVI, 15). S. Paolo sente quanto sia meglio goder la vista di Dio. e vivere con Lui nella gloria, che vivere su questa terra di miserie e di affanni. « Bramo di sciogliermi e di essere con Cristo » (Filipp. I, 23), scrive ai Filippesi. E S. Ignazio di Antiochia scrive ai Romani: « Nessuna cosa creata, visibile o invisibile, deve fare impressione su l’animo mio, affinché io possa giungere a Cristo. Fuoco, croce, branchi di fiere, lacerazioni, scorticamenti, slogamenti delle ossa, trituramento di tutto il corpo, tutti i terrori e i tormenti del demonio si rovescino sopra di me, purché possa pervenire a Gesù Cristo » (Ad Rom. 5, 3). E chi è che, pensando seriamente al godimento che ci procura la vista di Dio, non desidererebbe d’essere con Lui? – In paradiso vedremo Dio a faccia a faccia; e nella sua visione beatifica, come in un mare di luce, vedremo tutto. Vedremo il creato con tutte le sue meraviglie, con i suoi segreti, con la sua mirabile armonia. In Dio conosceremo tutte le verità di ordine naturale, senza bisogno di alcun sforzo di mente, di studi, come fanno i filosofi, i quali, dopo tanto affaticarsi, non riescono a conoscerle che in parte, e non sempre senza mescolanza di errori. Conosceremo le verità di ordine soprannaturale, che qui crediamo per la fede. Vedremo Dio com’è; vedremo le sue perfezioni, e la nostra mente, nutrendosi in questa conoscenza, troverà la sua piena felicità. « La vita eterna — dice Gesù Cristo rivolto al Padre — consiste nel conoscere Te » (Giov. XVII, 3). – Nella piena conoscenza di Dio il cuore troverà ciò che può accontentare pienamente i suoi desideri. In Dio troverà infinitamente più di ciò che può desiderare e sperare: Godimenti e delizie senza misura e senza durata. « Tu — dice il Salmista — mi darai pienezza di gioie con la tua presenza; le delizie perpetue della tua destra » (Ps. XV, 11). Se Dio, qui su la terra fa generosamente partecipi dei suoi beni gli uomini, di quanta felicità non farà partecipi i beati nel regno della patria? Possiam ben ripetere ancora col Salmista: « Saranno inebriati dall’abbondanza della tua casa, e li disseterai al torrente di tue delizie » (Ps. XXXV, 9). – Anche noi potremo un giorno godere dell’abbondanza della casa del Padre celeste. Se vogliamo arrivarvi dobbiamo pensarci spesso. Dobbiam confrontare il nulla dei beni fugaci di quaggiù coi beni imperituri e immensi del paradiso, i quali solo possono appagarci pienamente. « Adunque, fratelli carissimi — ci esorta S. Gregorio M. — se desiderate esser ricchi, amate le vere ricchezze. Se cercate la sublimità del vero onore, sforzatevi di pervenire al regno celeste. Se amate la gloria della dignità, affrettatevi a esser inscritti a quella suprema corte degli Angeli » (Hom. XV, 1) A nessuno è negato di entrarvi; anzi, la grazia di Dio porge l’aiuto a tutti.

Graduale

Ps LXXVIII: 9; 10 Propítius esto, Dómine, peccátis nostris: ne quando dicant gentes: Ubi est Deus eórum?

V. Adjuva nos, Deus, salutáris noster: et propter honórem nóminis tui, Dómine, líbera nos. [Sii indulgente, o Signore, con i nostri peccati, affinché i popoli non dicano: Dov’è il loro Dio? V. Aiutaci, o Dio, nostra salvezza, e liberaci, o Signore, per la gloria del tuo nome.]

Allelúja

Alleluja, allelúja Ps IX: 5; 10 Deus, qui sedes super thronum, et júdicas æquitátem: esto refúgium páuperum in tribulatióne. Allelúja [Dio, che siedi sul trono, e giudichi con equità: sii il rifugio dei miseri nelle tribolazioni. Allelúia.

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc. V: 1-11

In illo témpore: Cum turbæ irrúerent in Jesum, ut audírent verbum Dei, et ipse stabat secus stagnum Genésareth. Et vidit duas naves stantes secus stagnum: piscatóres autem descénderant et lavábant rétia. Ascéndens autem in unam navim, quæ erat Simónis, rogávit eum a terra redúcere pusíllum. Et sedens docébat de navícula turbas. Ut cessávit autem loqui, dixit ad Simónem: Duc in altum, et laxáte rétia vestra in captúram. Et respóndens Simon, dixit illi: Præcéptor, per totam noctem laborántes, nihil cépimus: in verbo autem tuo laxábo rete. Et cum hoc fecíssent, conclusérunt píscium multitúdinem copiósam: rumpebátur autem rete eórum. Et annuérunt sóciis, qui erant in ália navi, ut venírent et adjuvárent eos. Et venérunt, et implevérunt ambas navículas, ita ut pæne mergeréntur. Quod cum vidéret Simon Petrus, prócidit ad génua Jesu, dicens: Exi a me, quia homo peccátor sum, Dómine. Stupor enim circumdéderat eum et omnes, qui cum illo erant, in captúra píscium, quam céperant: simíliter autem Jacóbum et Joánnem, fílios Zebedaei, qui erant sócii Simónis. Et ait ad Simónem Jesus: Noli timére: ex hoc jam hómines eris cápiens. Et subdúctis ad terram návibus, relictis ómnibus, secuti sunt eum”.

OMELIA II

 [A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII

 “In quel tempo mentre intorno a Gesù si affollavano le turbe per udire la parola di Dio, Egli se ne stava presso il lago di Genesaret. E vide due barche ferme a riva del lago; e ne erano usciti i pescatori, e lavavano le reti. Ed entrato in una barca, che era quella di Simone, richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere, insegnava dalla barca alle turbe. E finito che ebbe di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto e gettate le vostre reti per la pesca. E Simone gli rispose, e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla; nondimeno sulla tua parola getterò La rete. E fatto che ebbero questo, chiusero gran quantità di pesci: e si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli E andarono, ed empirono ambedue le barchette, di modo che quasi si affondavano. Veduto ciò Simon Pietro, si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io con uomo peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con Lui, erano restati stupefatti della pesca che avevano fatto di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo: compagni di Simone. E Gesù disse a Simone: Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini. E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono”. (Luc. V, 1-11)

Prima che nostro Signor Gesù Cristo venisse sulla terra, gli uomini erano caduti nei più gravi errori, sicché avevano un bisogno immenso di essere ammaestrati intorno alla verità. E Gesù Cristo per amor degli uomini viene quaggiù, ed essendo Egli la Verità per eccellenza si fece pure ad ammaestrare gli uomini, intorno alla verità. Ma non contento di ciò, perché gli uomini, dopo la sua venuta, potessero essere ammaestrati intorno alla verità sino alla fine del mondo, chiamò a tal fine alla sua sequela gli Apostoli, dei quali fece il fondamento della sua Chiesa, ed ai quali affidò la missione di propagare nel mondo la sua dottrina per guadagnare gli uomini a Dio. Ora questo duplice fatto, d’essere venuto Gesù Cristo ad ammaestrare Egli stesso gli uomini, e d’aver chiamato gli Apostoli alla sua scuola per farne in seguito degli altri maestri di verità, è ciò, che ci pone innanzi il bel tratto di Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa domenica. Uditene adunque attentamente la spiegazione.

1. Il divin Redentore Gesù sia con la maestà e con la dolcezza della sua persona, sia con lo splendore dei suoi miracoli e con la sublimità de’ suoi esempi rapiva le menti ed incantava i cuori per modo che è facile il comprendere quel che ci racconta il Vangelo di oggi, che cioè, stando Egli un giorno presso il lago di Genezaret, le turbe gli si affollarono d’intorno quasi premendolo da ogni parte, affine di ascoltare la sua divina parola. Così che Gesù (visto il desiderio ardente e l’amoroso trasporto di queste turbe devote) scorgendo due navi vuote in riva al mare, giacché ne erano usciti i pescatori per lavare le loro reti, entrò nella barca di Simone e lo richiese di allontanarsi alquanto da terra. E stando a sedere incominciò da quella barca ad ammaestrare le turbe schierate lungo il lido. Or chi non ammira qui l’ardentissima brama che queste turbe religiose avevano di istruirsi nelle divine verità? E chi non iscorge come la loro condotta sia una severa condanna per certi giovani e per certi Cristiani, che non si danno alcun pensiero di ben conoscere quella santissima fede, in cui per grazia del Signore sono pur nati? Per certi giovani e certi Cristiani, che massime alla Domenica, in cui nella Chiesa di Dio, dai ministri suoi, si insegnano e si spiegano le divine verità, anziché recarsi a queste istruzioni se ne vanno invece a diporto, ai divertimenti ed alle feste mondane, e forse anche a certe adunanze, dove si insegnano errori e menzogne contro le verità della fede? Eppure, o miei cari, quale istruzione, quale scienza è mai più importante della scienza cristiana? Tutte quante le scienze possono avere il loro pregio, la loro utilità, ma la scienza di nostra Religione è la sola, che sia rigorosamente indispensabile. Non vi ha che una sola cosa necessaria all’uomo, diceva Gesù Cristo: e questa si è di salvare la propria anima e di ottenere la vita eterna. Ma ad essa non è possibile di giungere che per la conoscenza di Dio, e del suo divin Figliuolo, Gesù Cristo, che ha mandato sopra la terra a salvarci. Hæc est vita æterna, ut cognoscant te solum Deum verum, et quem misisti Jesum Christum (Ioan. XVII, 3). Né solamente l’istruzione religiosa è la più importante in ordine alla vita eterna, ma lo è eziandio riguardo alla felicità della vita presente. Ed in vero se vi ha un’istruzione, che fedelmente praticata possa far valere l’ordine, l’obbedienza, il rispetto, la giustizia, la carità e la pace tra gli uomini non è certamente l’istruzione letteraria o civile, e tanto meno l’istruzione al tutto laica, cioè mondana ed empia, ma l’istruzione religiosa. È seguendo gli insegnamenti di nostra fede, che il fanciullo è dolce ed obbediente, il giovane casto e laborioso, la giovinetta si serba pura e modesta, la donna merita il rispetto di coloro che l’avvicinano, l’uomo rimane grave e prudente, la sposa è fedele, affettuoso lo sposo, e il vecchio un saggio. Quando si porga ascolto agli insegnamenti religiosi il ricco è generoso, il povero rassegnato, integro il magistrato, probo il negoziante, leale il compratore, il cittadino ama la sua patria, il suddito obbedisce al suo sovrano, e la società, pacifica in tutti i gradi della scala sociale, progredisce nella via del vero progresso. Ma al contrario mancando la conoscenza e la pratica degli insegnamenti religiosi, la società, le famiglie, gli individui perdono a poco a poco ogni sentimento di ordine, di soggezione, di rispetto, di giustizia e di carità e cadono nei più spaventevoli eccessi, nei disordini più gravi, e nei più orribili delitti. Se adunque dall’istruirci convenientemente nelle verità di nostra fede proviene a noi ogni bene temporale ed eterno, mentre invece dalla trascuranza di questa istruzione deriva ogni male in questa o nell’altra vita, ricordiamo il bell’esempio, che nel Vangelo di oggi ci danno le turbe devote, ed al par di esse, ansiosi di santamente istruirci, appigliamoci a tutti i mezzi per ciò giovevoli, ma specialmente a quello di frequentare volentieri e con profitto i catechismi, le prediche e le istruzioni religiose.

2. Prosegue il Vangelo dicendo: Quando Gesù ebbe finito di parlare, disse a Simone: Avanzati in alto, e gettate le vostre reti per la pesca. Ma Simone rispose e disse: Maestro, essendoci noi affaticati per tutta la notte, non abbiamo preso nulla: nondimeno sulla tua parola getterò la rete. E fatto che ebber questo, chiusero gran quantità di pesci tanto che si rompeva la loro rete. E fecero segno ai compagni, che erano in altra barca, che andassero ad aiutarli. E poiché questi vennero, empirono ambedue le barche, di modo che quasi si affondavano. Quale stupendo miracolo è mai questo e quanto significativo! In relazione all’anima nostra esso significa che durante la notte del peccato, benché le nostre opere buone in se stesse non siano peccati, come insegnano certi eretici, non sono tuttavia tali per cui possiamo coglierne alcun merito per la nostra salute: mentre invece quando per la grazia di Dio vi è in nostra compagnia Gesù Cristo, tutto quello che noi facciamo in suo nome ci procaccia dei meriti infiniti per l’eternità. Sì, o miei cari, ponderiamolo bene.Finché in un’anima sussiste il peccato mortale, ella resta colpita di sterilità ed è impotente a far opere meritorie di vita eterna. Se parlassi, dice S. Paolo, le lingue degli nomini e degli Angeli stessi, se penetrassi anche i più profondi misteri, se avessi tanta fede da trasportare perfino le montagne, se distribuissi ai poveri ogni mia sostanza, se consegnassi anche il mio corpo alle fiamme, quando mi manchi la carità e sia privo della grazia di Dio, tutto questo niente mi giova. » Le opere buone fatte col peccato mortale sull’anima sono come tanto grano gettato in un sacco scucito e senza fondo, che va a perdersi per terra. I digiuni, le limosine, le mortificazioni, le preghiere, gli atti di virtù, che pratica il peccatore, potranno forse giovare a muovere Iddio a misericordia di lui, onde gli accordi la grazia del pentimento e della conversione, ovvero qualche grazia temporale; ma niente gli contano, niente gli giovano pel Paradiso. Sono opere morte nell’ordine soprannaturale, e quindi di nessun valore. Se a questo ben riflettessero tanti poveri peccatori, come potrebbero stare per mesi e forse anche per anni interi col peccato sull’anima, senza prendersi premura di liberarsene al più presto con la sacramental Confessione? Ma al contrario quando fortunatamente il Cristiano si trova in grazia di Dio, in compagnia di Gesù, può con gran facilità accumularsi un tesoro immenso di meriti pel Paradiso; poiché in tale stato di grazia ogni opera buona che fa, ha un valore soprannaturale, e riesce di sommo gradimento a Dio, che quindi anche la rimunera ampiamente con proporzionati gradi di gloria in cielo; poiché ci assicura Gesù Cristo, che neppure una tazza d’acqua fredda data ad un poverello resterà senza la conveniente mercede in Paradiso. Chi non vede pertanto quanto sia importante essere in compagnia di Gesù col possesso della sua grazia? Ma non dimentichiamo che anche in grazia di Dio dobbiamo far tutto nel nome di Gesù, come fecero gli Apostoli nel gettare le loro reti, cioè con rettitudine d’intenzione, cercando sempre unicamente in tutte le nostre buone opere la gloria di Dio e l’adempimento dei suoi divini voleri. Imperciocché noi apparteniamo a Dio per molti titoli; gli apparteniamo a titolo di creazione, poiché Egli ci ha fatto ciò che siamo; gli apparteniamo a titolo di acquisizione, essendoché Egli ci ha comprati col prezzo del sangue del suo proprio Figlio, secondo quella parola dell’Apostolo: Voi non appartenete più a voi, ma foste comperati a grande prezzo; gli apparteniamo per nostra libera scelta, perché noi l’abbiamo scelto per padrone il giorno del nostro Battesimo, e abbiamo giurato di servire a Lui solo. Noi siamo dunque la proprietà di Dio, sul quale Egli ha il dominio più perfetto, più assoluto, più inalienabile. E siccome il campo deve fruttificare per colui che ne ha il dominio, così noi dobbiamo fruttificare per Iddio, vale a dire noi dobbiamo fare ogni essa per Lui, offrirgli tutte quante le nostre azioni e far sì che tutti i nostri passi abbiano per fine la sua gloria e l’adempimento dei suoi santi voleri. È certamente questa rettitudine d’intenzione, che con la grazia rende le nostre opere accettevoli a Dio, meritorie e degne di ricompensa. Infatti, quanto buona, utile e lodevole sia in se stessa un’azione, se Dio, al quale dobbiamo tutto, ed al quale nulla possiamo rapire senza ingiustizia, non ne è l’oggetto, come gli sarebbe mai accettevole e a qual titolo gliene domanderemmo noi la ricompensa? Procuriamo adunque di non ricercare mai nelle nostre buone opere o la nostra compiacenza o l’ammirazione degli uomini, ma invece proponiamoci in tutto la gloria di Dio secondo quell’avviso dell’Apostolo S. Paolo: Sia che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, ricercate sempre la gloria di Dio; e per tal modo potremo ancor noi farci dei grandi meriti per la vita eterna.

3. Si chiude il Vangelo col dirci che « Simon Pietro veduto quel gran miracolo operato da Gesù Cristo (e nella sua profonda umiltà riconoscendosi indegno di stare in sua compagnia), si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: Partiti da me, Signore, perché io sono un povero peccatore. Imperocché ed egli, e quanti si trovavano con lui, erano stati stupefatti della presa che avevano fatta di pesci. E lo stesso era di Giacomo e di Giovanni, figliuoli di Zebedeo, compagni di Simone. Ma Gesù disse a Simone: «Non temere, da ora innanzi prenderai degli uomini ». E tirate a riva le barche, abbandonata ogni cosa, lo seguitarono. Ecco adunque come gli Apostoli, dopo il miracolo di quella gran pesca, invitati da Gesù Cristo a servirlo per diventare pescatori di uomini, prontamente ed assolutamente rinunziarono a tutto quel po’ che avevano e si diedero a seguirlo. Questo ammirabile esempio deve essere di grande eccitamento a tutti coloro, cui Iddio fa l’onore di chiamarli a lasciare le cose del mondo, e a darsi alla sua sequela nella vita religiosa. La grazia della vocazione allo stato religioso non è una grazia ordinaria, ma molto rara, perché Dio a pochi la concede: ma quanto è più grande questa grazia di esser chiamato alla vita perfetta e ad esser fatto domestico di Dio nella sua casa che l’esser chiamato ad esser re di ogni gran regno terreno! E che paragone mai vi è fra un regno temporale della terra ed il regno eterno nel cielo! Ma appunto perché questa grazia è tanto più grande, tanto più si sdegnerà il Signore con chi non avrà corrisposto a questa vocazione, e tanto più rigoroso sarà il suo giudizio nel giorno dei conti. Se un re chiamasse un pastorello al suo palazzo reale a servirlo tra i nobili della sua corte, quale poi sarebbe il suo sdegno, se quegli ricusasse un tal favore, per non lasciare la povera mandria e il suo piccolo gregge? Ora Dio ben conosce il pregio delle sue grazie, epperò ben castiga con rigore chi le disprezza. Egli è il Signore: quando chiama, vuol essere ubbidito ed ubbidito subito: onde quando con la sua voce chiama un’anima alla vita perfetta, se quella non corrisponde, la priva dell’abbondanza dei suoi aiuti, la lascia in preda ad una indicibile inquietudine, sicché correrà il più grave rischio della sua eterna salute. Ed oh quante povere anime vedremo noi riprovate nel giorno del giudizio per questo appunto, perché chiamate a questo stato sublime non han voluto corrispondere! Ma oltre al riprovarle nel giorno del giudizio Iddio farà poi loro soffrire un particolare tormento nell’inferno. Il rimorso d’aver perduto per colpa propria qualche gran bene o di aversi cagionato volontariamente qualche gran male è una pena così grande, che anche in questa vita dà un tormento insoffribile. Or qual tormento avrà nell’inferno un Cristiano chiamato da Dio con favor singolare allo stato religioso, allorché conoscerà che, se ubbidiva a Dio, avrebbe acquistato un gran posto in Paradiso, e si vedrà invece confinato in quel carcere di tormenti, senza speranza di rimedio alla sua eterna rovina? Questo sarà quel verme, che sempre gli roderà il cuore con un continuo rimorso. Egli dirà allora: Oh pazzo che sono stato! potevo farmi un santo e, se ubbidivo, già mi sarei fatto santo; ed ora invece son dannato senza rimedio. Quanto importa adunque quando si è chiamati da Dio a questo stato imitare l’esempio degli Apostoli! E qui osserviamo che Iddio talvolta chiama con vocazione straordinaria, vale a dire con modo meraviglioso e al tutto manifesto; ma il più delle volte con vocazione ordinaria, cioè col far nascere in cuore un’inclinazione certa alla vita religiosa e col somministrare i mezzi per abbracciarla. Così ad esempio con vocazione straordinaria fu chiamato S. Francesco d’Assisi sul principio della sua conversione. In un’estasi vide spade, lance, scuri ed altre armi tutte ricchissime e segnate con una croce. Coraggio, Francesco, gli fu detto, prendi le armi e cammina sotto il vessillo della croce. Francesco, credendo di esser chiamato alla crociata, che era in sulle mosse per la Palestina, pigliò le armi e montò a cavallo, per raggiungere il capo dei crociati. Ma ecco che di nuovo si fa udire la voce interna e gli dice: È forse meglio seguire un capitano terreno, che un Re celeste? A queste parole comprese Francesco che doveva servire più davvicino Gesù. Ma sebbene Iddio talvolta chiami in modo straordinario, non è tuttavia da pretendersi da tutti una tal vocazione. Dice perciò S. Francesco di Sales: Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non bisogna aspettare che Dio stesso gli parli o gli mandi un Angelo dal cielo a significargli la sua volontà. Il Signore ha più mezzi di chiamare i suoi servi: qualche volta si vale delle prediche, altre volte della lettura de’ buoni libri. Altri vengono chiamati dall’ascoltare le parole del Vangelo, come S. Antonio, altri son chiamati per mezzo delle afflizioni e travagli loro avvenuti nel mondo, dal quale disgustati prendono motivo di lasciarlo. Costoro, benché vengano a Dio come sdegnati col mondo, nulladimeno non lasciano di darsi a Dio con una volontà risoluta, e talvolta questi diventano più santi di coloro che sono entrati per vocazione più apparente. Ma comunque il Signore chiami, bisogna proporsi di seguire i voleri di Dio, checché ne possa avvenire, e non ostante la disapprovazione di chi giudicasse secondo le viste del secolo. Epperò quando i genitori o altre persone autorevoli volessero distogliere taluno dal cammino, a cui Dio lo invita, si ricordi che quello è il caso di mettere in pratica il grande avviso del Vangelo, di ubbidire prima a Dio che agli uomini. Non dimentichino, il rispetto dovuto agli oppositori, risponda loro e tratti sempre con essi umilmente e mansuetamente, ma senza pregiudicare al supremo interesse dell’anima sua. In questo caso chieda parere a persone sagge, massime al confessore, sul contegno da osservare e confidi in Colui che tutto può. – Quando S. Francesco di Sales ebbe palesato in casa che Iddio lo chiamava al Sacerdozio, i genitori gli osservarono che come primogenito della famiglia doveva esserne l’appoggio ed il sostegno; che l’inclinazione allo stato ecclesiastico derivava da una divozione indiscreta, e che avrebbe ben potuto santificarsi anche vivendo nel secolo; anzi per meglio impegnarlo a secondare le loro intenzioni gli proposero un matrimonio onorevole e vantaggioso. Ma nulla valse a smuovere Francesco dal suo proponimento. Antepose costantemente la volontà di Dio a quella del padre e della madre, che pur teneramente amava e profondamente rispettava, e preferì di rinunciare a tutti i vantaggi temporali, anzi che venir meno alla grazia della sua vocazione. I genitori che, non ostante qualche idea meno retta intorno alle vanità mondane, erano tuttavia persone di cristiana pietà, alfine acconsentirono alla vocazione del loro figlio, e furono ben contenti. – Oh! si degni il Signore di moltiplicare le sue vocazioni allo stato di perfezione, e non ostante la guerra accanita che il mondo fa ai religiosi, che tutti i chiamati ascoltino la voce di Dio, e fedelmente vi corrispondano!

 Credo…

 Offertorium

Orémus Ps XII: 4-5 Illúmina óculos meos, ne umquam obdórmiam in morte: ne quando dicat inimícus meus: Præválui advérsus eum. [Illumina i miei occhi, affinché non mi addormenti nella morte: e il mio nemico non dica: ho prevalso su di lui.]

Secreta

Oblatiónibus nostris, quæsumus, Dómine, placáre suscéptis: et ad te nostras étiam rebélles compélle propítius voluntátes. [Dalle nostre oblazioni, o Signore, Te ne preghiamo, sii placato: e, propizio, attira a Te le nostre ribelli volontà.]

Communio

Ps XVII: 3 Dóminus firmaméntum meum, et refúgium meum, et liberátor meus: Deus meus, adjútor meus. [Il Signore è la mia forza, il mio rifugio, il mio liberatore: mio Dio, mio aiuto.]

Postcommunio

Orémus. Mystéria nos, Dómine, quæsumus, sumpta puríficent: et suo múnere tueántur. Per … [Ci purifichino, o Signore, Te ne preghiamo, i misteri che abbiamo ricevuti e ci difendano con loro efficacia.]

LO SCUDO DELLA FEDE (67)

LO SCUDO DELLA FEDE (67)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO II.

FRODE SECONDA. BASTA LA FEDE PER SALVARSI

Somigliante a questo primo inganno è quello per cui sono tutti ad esaltare la S. Fede, e dire che basta aver Fede in Dio e che poi tutto il resto non è necessario per la salute, e sopra questa Fede fanno uno strepito che mai il maggiore. Ora sentite, miei cari: i Protestanti dicono che basta aver fede in Dio per salvarsi. Ebbene se i Cattolici dicessero tutto il contrario, cioè che non basta la sola fede, a chi si dovrebbe credere? Io penso che tutta la S. Chiesa Cattolica valga almeno quanto può valere uno di questi nuovi maestri. E però anche senza che si dovessero portare tante ragioni, la causa sarebbe bella e finita. – Ma forse che mancano ragioni a dimostrare che non basta la sola fede? Tutte le sante scritture ne sono piene di prove invitte. Non basta la sola fede, perché dice espressamente S. Paolo, che ci vuole oltre la fede anche la speranza e la carità e se noi avessimo tanta fede da trasportare le montagne e da fare anche miracoli strepitosi, tuttavia senza la carità, non saremmo nulla davanti a Dio (1 Cor. XIII). Non basta la sola fede, perché si richiedono anche le buone opere. S. Giovanni Apostolo dice chiaro che chi non eseguisce i comandamenti di Dio, non ha carità(1 Giov. II, 3-4), perché la prova della carità è appunto l’osservanza della divina legge.Non basta la fede, perché S. Paolo protestaanzi che al tribunal di Dio ognunoriporterà la pena ed il premio, secondo cheavrà operalo (2 Cor. V, 10). E Gesù Cristo Signor nostro ci assicura che nel dì finale quelli che non avranno fatte opere buone, possono dire tutto quel che vogliono, saranno condannati all’inferno senza pietà (Matt. XXV). Non basta la fede, perché se questa bastasse, il mondo intero andrebbe in rovina, mentre sul pretesto di aver la fede si disprezzerebbe l’esercizio di ogni virtù e gli uomini si abbandonerebbero, come fecero i Luterani, sfrenatamente ad ogni vizio, contro tutto quello che prescrive la dottrina di Gesù Cristo, la stessa ragione ed il buon senso. Non basta la fede finalmente, perché coloro che dicono che basta la fede, nonhanno neppure questa; non l’hanno e non possono averla, perché non sanno neppure che cosa sia questa fede.A sentirli parlare fanno tanti elogi alla S. Fede, dicono tante meraviglie della S.Fede, e poi se li interrogate che cosa essi veramente intendano per fede, s’imbrogliano e non sanno che rispondere. Io l’ho provato con parecchi ed è proprio così. Vuol dire, ripigliano altri, credere a Dio: ma certo il credere a Dio solamente non basta a salvare nessuno. Il demonio stesso crede a Dio, dice S. Giacomo, anzi crede tanto che trema di spavento (Jac. II, 19); niuno però dirà che il diavolo sia in luogo di salute. Volete voi dunque sapere che cosa sia veramente la S. Fede? Ve lo dirò io, e comprenderete che i Protestanti non hanno affatto la Fede.Fede non è credere così in confuso che vi è Iddio ed un Salvatore, ma è credere tutte le cose che questo Dio e Salvatore ha rivelato, e crederle perché Egli somma verità le ha rivelate e perché la S. Chiesa cele propone a credere. Primo, creder tutte le cose che Dio ha rivelate cioè tutto quello che si contiene nelle S. Scritture, poi tutto quello che la Tradizione contiene, in una parola tutto ciò che Egli ha affidato alla Chiesa Cattolica, e la Chiesa Cattolica propone a noi.I Protestanti non credono tutto quello che Dio ha rivelato, scelgono a capriccio, prendono una cosa, ne lasciano un’altra. Non credono per esempio che sono sette i Sacramenti, che è divino il Sacrifizio della S. Messa, che è buona l’invocazione dei Santi, che è un debito intervenire alla Messa e confessarsi e comunicarsi, e cento altre cose. Dunque non credendo tutto, non hanno la vera fede. Però è che non si può dire che credano a Dio, poiché mentre fanno essi la distinzione di quel che vogliono ammettere e di quello che vogliono rigettare, non credono veramente ad altri che a se stessi, al proprio capriccio, al proprio giudizio e nulla più.Ma soprattutto non credono sull’autorità della Chiesa che proponga. Ora dovete sapere che questo è un punto molto essenziale. Gesù Cristo ci ha dato la Chiesa per maestra e vuole che ascoltiamo Lei. Egli ha detto dei suoi ministri, che: chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me(Luc. X, 16).Ha detto che la Chiesa è la colonna ed il saldo sostegno della verità(1 Tim. III, 15), ha detto che chi non ascolta la S. Chiesa, si ha da tenere in conto di Gentile e di Pubblicano (Matt. XVIII, 17). É dunque sua volontà che noi nel credere alle verità rivelate, stiamo al Magistero cheessa ne darà. Essa custodisce tutte le verità della S. Fede, essa ci spiega le S. Scritture, Essa c’intima le vere tradizioni, e Gesùvuole che tutte le verità della Fede ci siano proposte da Essa. Ma i protestanti pieni disuperbia, rigettano il Magistero della Chiesa, vogliono fare da sé, si costituiscono da prima essi i giudici di quello che hanno da credere e poi per adulazione costituiscono anche voi.Ognuno, secondo essi, ha da leggere la Bibbia e trovare la verità, ognuno ha da fare esame sopra di essa e pretendono scioccamente ed empiamente che chi non ha fatti mai studi, che non ha né tempo, né  capacità di farli, sia il giudice di quelle profonde verità. Con che tentano l’impossibile, fanno fare un capo grosso come un cestone alla povera gente, la mettono in mezzo, sì che non sappia più né quel che credere, né quel che non credere, e tolgono loro interamente dal cuore la S. Fede: perché quando non crediamo sull’autorità della S. Chiesa, ma sul nostro giudizio, la Fedeè bell’e finita. Ecco miei cari che cosa fanno costoro col gridare fede, fede; vi levano il dono preziosissimo della Fede e vi riempiono la mente di errori, ed il cuore di superbia e vanità.

SALMI BIBLICI: “QUID MULTIPLICATI SUNT…” (III)

Salmo 3: “Quid multiplicati sunt …”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 3

Psalmus David, cum fugeret a facie Absalom filii sui.

[1] Domine, quid multiplicati sunt qui tribulant me? Multi insurgunt adversum me;

[2] multi dicunt animae meae: Non est salus ipsi in Deo ejus.

[3] Tu autem Domine, susceptor meus es, gloria mea, et exaltans caput meum.

[4] Voce mea ad Dominum clamavi; et exaudivit me de monte sancto suo.

[5] Ego dormivi, et soporatus sum; et exsurrexi, quia Dominus suscepit me.

[6] Non timebo millia populi circumdantis me. Exsurge, Domine; salvum me fac, Deus meus.

[7] Quoniam tu percussisti omnes adversantes mihi sine causa; dentes peccatorum contrivisti.

[8] Domini est salus; et super populum tuum benedictio tua.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO III

Preghiera di Davide a Dio onde essere liberato dalla persecuzione di Assalonne.

Salmo di David, quando fuggiva dal cospetto del figliuolo Assalonne.

1. Signore, come mai si sono moltiplicati quelli che mi perseguitano? molti insorgono contro di me.

2. Molti dicono all’anima, mia.-Salute, per lui non è nel suo Dio.

3. Tu però, o Signore, tu se’ mio scudo, mia gloria e tu rinnalzi il mio capo.

4. Alzai le voci mie e le grida al Signore, ed egli mi esaudì dal suo monte santo.

5. Io dormii, e assonnai, e mi svegliai, perché per man mi prese il Signore.

6. Non avrò timore del popolo innumerabile, che mi circonda; levati su, o Signore, salvami, Dio mio.

7. Perocché tu hai percosso tutti coloro, che senza ragione, mi sono avversi: hai spezzato i denti dei peccatori.

8. Del Signore ell’è la salute; e sopra il tuo popolo verrà la tua benedizione.

Sommario analitico.

Davide, agli sforzi che fanno i suoi nemici per perderlo, oppone la protezione onnipotente di Dio che lo ha protetto.

I. — Egli descrive:

1° il numero dei suoi nemici (1);

2° la loro malvagità e la loro impudenza;

essi cercano a) di affliggerlo e di abbatterlo, b) di toglierli ogni speranza in Dio (2).

II. – Si felicita di aver trovato in Dio il soccorso che attendeva:

1° nella sua fuga, Dio gli ha preparato un asilo;

2° nella guerra lo ha reso vittorioso;

3° dopo il combattimento gli ha dato la corona del vincitore (3).

III – Egli riassume queste tre differenti epoche della fuga, della guerra, della pace, per dimostrare più chiaramente come Dio, in queste tre circostanze, sia stato suo rifugio, sua gloria, sua corona.

1° Nella fuga, Dio gli ha fatto due grazie: a) ha esaudito le sue preghiere (4); b)gli ha dato una sicurezza piena in mezzo al pericolo (5);

2° in guerra gli ha dato: a) la forza ed il coraggio (6), b) la vittoria completa sui nemici (7);

3° nella pace, ha ricevuto da Dio: a) una protezione speciale contro i nuovi pericoli, b) l’abbondanza generale di tutti i beni (8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

«Salmo di Davide, quando fuggiva davanti ad Assalonne suo figlio ». I re – dice al proposito di questo titolo San Crisostomo – elevano delle statue trionfali ai loro generali vittoriosi, i magistrati erigono agli atleti dei monumenti e delle colonne che eternizzano il loro trionfo, e le iscrizioni che vi sono incise danno alla materia inanimata come una bocca eloquente per rendere pubbliche le loro vittorie … ma poi quando costoro fuggono davanti al nemico senza muovere battaglia, sono essi degni di lode? Si conoscono i nomi dei fuggiaschi, ma non vengono immortalati certo con delle iscrizioni. Riconosciamo dunque la ragione di questo titolo, comprendiamo perché Davide era perseguitato da Assalonne, e saremo edificati nel timore di Dio.

ff. 1. – Nessuno sulla terra è esente da avversità, nessuno passa un solo giorno senza provare molte contraddizioni. La storia di ogni uomo è sempre intessuta da prove, da insuccessi e disgrazie. – La nostra vita non è che tentazione, tutto il nostro esercizio è la guerra, noi siamo esposti alle cose del mondo come in un campo di battaglia per combattere mille nemici sconosciuti e mille nemici invisibili (Bossuet). Il mondo è così pericoloso sia quando lusinga che quando perseguita; la carne, i cui violenti desideri vogliono essere soddisfatti; le passioni, che ci assediano da ogni parte; il demone che come un leone ruggente gira intorno cercando chi divorare. Chi non temerebbe nulla in questo stato, non conoscerebbe il pericolo che venendo lo troverebbe senza il soccorso di Dio, non conoscendo né la sua debolezza, né la forza dei suoi nemici?

ff. 2. – Per Davide, c’erano dei soggetti ribelli, un Sémei che gli gettava le pietre e lo malediceva dicendo: “… via, via, uomo sanguinario, il Signore ha fatto ricadere su di te tutto il sangue della casa di Saul”. Per Giobbe e Tobia c’erano le loro mogli: “… resterete ancora nella vostra integrità?” (Giobbe II). – “La vostra speranza è vana; a che servono le vostre elemosine?” (Tobia II). – Per nostro Signore, c’erano i Giudei: “… egli ha confidato in Dio, che Dio lo liberi ora, se gli vuol bene” (S. Matteo XXVII, 43). – Per noi, i nostri peccati sono tante voci differenti che gridano alla nostra anima: “non c’è salvezza per essa”; ma la voce della misericordia di Dio è ancora più forte. “Voi mi farete ascoltare una parola di consolazione e di gioia” (Salmo IV, 9). – “Dite alla mia anima: Io sono la tua salvezza” (Salmo XXXIV, 3). Non c’è salvezza in Dio, finché la cercheremo in noi stessi; se la cercheremo in Lui, la troveremo infallibilmente.

II. — 3, 4.

ff. 3. “Ma Signore, voi siete il mio protettore, il mio sostegno, la mia gloria”. La fonte della nostra speranza è in effetti quella per cui Dio si è degnato di farsi sostegno della natura umana nella Persona del Cristo. “Voi siete la mia gloria”, secondo questo principio che nulla ci si debba attribuire. “E voi rialzate la mia testa”, sia il Cristo che è per tutti la nostra testa, sia lo spirito di ciascuno di noi che è la testa e l’anima del corpo.

ff.4. – Tre cose sono da notare nella preghiera di David: egli la fa con la sua voce, l’accompagna con grida, e l’indirizza al Signore. – Raddoppiare la sua preghiera ed il suo fervore nella misura che l’afflizione e la tentazione aumentano. – La voce interiore del cuore è un grido possente che giunge fino all’orecchio di Dio. Un grande grido nella preghiera è un gran desiderio (S. Agost.).

III. — 4 – 8.

ff.5. – Il giusto può comprendere questo linguaggio dall’esempio di Gesù-Cristo, che si è disteso volontariamente sulla croce come ci si stende in un letto per dormire, e che si è alzato in seguito risuscitando per la potenza del suo Padre, e per virtù propria. Dolce e gradevole sonno sotto la protezione di Dio. Sonno di morte nell’assopimento delle passioni. Pace, gioia e tranquillità dell’anima nel riposo di una buona coscienza. – Riposo funesto e pace infelice nell’indurimento del cuore.

ff.6. “Non abbiate paura, diceva Eliseo ai suoi servi, vi sono più soldati con noi che con essi, ed Egli vuole farvi vedere in modo soprannaturale che essi avevano un più gran numero di spiriti celesti che combattevano a loro difesa” (IV Re, XVIII, 16, 17). “E allora, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (Romani VIII, 31).

ff. 7. – tutte le forze riunite dell’inferno non possono rapire a Gesù-Cristo, ciò che il Padre Gli ha donato. “Io do loro la vita eterna, essi non moriranno mai, e nessuno li rapirà dalla mia mano. Il Padre mio che me li ha dati, è più grande di tutti, e nessuno può strapparli dalle mani di mio Padre” (Joan.X, 28, 29). – Non bisogna abbandonarsi ad una eccessiva paura nella tentazione. “… Colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo” (Joan.IV, 4). Gesù Cristo ha infranto i denti del demonio; di modo che può sempre abbaiare, ma non può mordere coloro che Gli vogliono bene.

ff. 8. Verità fondamentale: è solo dal Signore che viene la salvezza. – tutta la vita cristiana, tutta l’opera della nostra salvezza è una continua sequela di misericordia. – “… non c’è salvezza da nessun altro: perché nessun altro Nome nel cielo è stato dato agli uomini per il quale noi dobbiamo essere salvati” (Atti IV, 12). – La benedizione che viene da Dio sugli uomini è la grazia; la benedizione che gli uomini danno a Dio, è la lode e la gloria, la benedizione che gli uomini danno ai loro simili è la preghiera! (Nicepii Blemmida)

SACRO CUORE DI GESÙ (20): Il Cuore di Gesù e la Donna.

DISCORSO XX.

Il Sacro Cuore di Gesù e la donna.

Tutti i grandi uomini del Cristianesimo si sono sempre occupati seriamente della donna. S. Paolo, quel primo e sublime interprete del pensiero di Gesù Cristo, come S. Giovanni lo fu del suo amore, in tutte le sue lettere parla della donna con un interesse particolare, e s’incarica della sua istituzione. Egli la segue ne’ suoi diversi stati di vergine, di sposa e di vedova, e le insegna i doveri ch’ella deve adempiere, le virtù che deve praticare, gli scogli che deve evitare, i mezzi coi quali può santificare se medesima e gli altri ed edificare la Chiesa in ciascuno de’ suoi stati. L’Apostolo S. Pietro, nella sua prima lettera raccoglie anch’esso la nostra attenzione sulla donna, e in alcuni versetti ne fa apparire la dignità e ne insegna i doveri. Ad imitazione degli Apostoli, il gran Vescovo e martire S. Policarpo, nella lettera che indirizzò alla Chiesa, prima di andarsi ad immolare per Gesù Cristo, ha dato una bella e soda istruzione per le donne, ed ha fatto conoscere tutta l’importanza della loro santa condotta. Non altrimenti fecero i Padri della Chiesa, quali un Tertulliano, un San Cipriano, un S. Ambrogio, un S. Agostino, un S. Giovanni Crisostomo, e soprattutto uu S. Girolamo, il quale sull’esempio di S. Paolo ha considerato la donna nei diversi stati, in cui si può trovare, e più diffusamente ancora l’ha istruita ne’ suoi doveri come vergine colla sua famosa lettera a S. Eustochia, come vedova nella sua lettera a Furia e in quella a S. Salvina, come maritata e madre nella sua lettera a Leta. Nel medio evo poi, tutti i Sommi Pontefici, tutti i Concili, tutti i Dottori e tutti i teologi si sono occupati, direi in modo particolare, della donna. E in questi ultimi tempi, quattro grandi Santi, per tacere di cento altri, animati da un medesimo zelo e dallo stesso spirito, S. Gaetano Tiene, S. Ignazio di Loiola, S. Vincenzo de’ Paoli, e S. Francesco di Sales si sono riscontrati in un medesimo lavoro nella istruzione cristiana della donna. Che cosa vuol dire ciò, o miei cari? Non è difficile a comprendersi. Quale è la donna, tale in gran parte è l’uomo, la famiglia, la società. La donna pia e pura, la donna veramente cristiana è quella che, madre cristianizza il fanciullo, che figlia edifica il padre, che sposa santifica il marito, che sorella ammigliora il fratello, e con tutto ciò forma religiosa la famiglia, religiosa e felice la società, perché a quella guisa che non è religiosa la famiglia, che per la religione degli individui, così, non è religiosa e felice la società, che per la religione delle famiglie. Al contrario, se la donna è essa irreligiosa, scostumata, non cristiana, la è finita quasi del tutto pel bene degli individui, della famiglia e della società. Pertanto curarsi della istituzione cristiana della donna è curarsi della felicità del mondo. Ma se in vista di sì grande motivo la Chiesa, i Dottori, i Santi si sono così seriamente occupati della donna, essi non lo fecero tuttavia, che seguendo il modello di ogni particolare sollecitudine, di ogni peculiar zelo, di ogni speciale carità, nostro Signor Gesù Cristo. Ed in vero come mai il Cuore Sacratissimo di Gesù, così interessato della felicità degli individui, delle famiglie, della società, come mai non avrebbe dimostrato una grande carità per questo essere così debole, eppur così potente ad un tempo, da valere in gran parte a produrre una tale felicità! Sì, anche apro della donna questo Cuore Santissimo ebbe fiamme d’amore; ed è quello, di cui devo parlarvi oggi.

I. — Che cosa deve essere la donna secondo lo spinto del Cristianesimo? Apriamo la Bibbia: essa ce lo insegna fin dalle prime pagine. Quando Iddio ebbe creato l’uomo, dice la Sacra Scrittura, Dio guardò a lui, e tocco il cuore alla vista della sua solitudine, pronunziò queste parole, una delle più tenere, che siano uscite dal suo labbro: «Non è bene che l’uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui, che possa servirgli di aiuto: « faciamus ei adiutorium simile sibi. » Ecco quel che deve essere la donna: l’aiuto dell’uomo: l’aiuto dell’uomo non solo per quanto si riferisce ai suoi bisogni di natura, ma eziandio e principalmente per quanto si riferisce ai suoi bisogni spirituali. Contribuire pertanto all’acquisto dell’eterna salute dell’uomo è il fine principale della donna, la sua missione, il suo ministero, la sua gloria, la sua grandezza, la sua dignità. Ma osserviamo bene, o miei cari, che le parole di Dio « Non è bene che l’uomo sia solo » hanno un senso generale e indeterminato, e che per conseguenza le parole « facciamogli un aiuto che gli rassomigli » hanno lo stesso senso, e significano avere Iddio costituito la donna come l’aiuto dell’uomo in tutti gli stati, in tutte le condizioni, in cui può trovarsi; cioè la donna non è soltanto l’aiuto dell’uomo nello stato domestico, ma eziandio nello stato sociale e religioso. A tal fine, perché la donna fosse l’aiuto dell’uomo, sempre e dappertutto, Iddio doveva dargliene la capacità. È quello che fece. Egli che equilibrò mirabilmente gli esseri, che compongono l’universo, con la forza e con la bellezza, operò la stessa cosa in quei due esseri, che dovevano comporre la famiglia e la società; e all’uomo diede massimamente la forza, alla donna la bellezza. All’uomo la forza del genio, della volontà, ed anche quella dei muscoli, perché comandi comandando; alla donna la bellezza del cuore, dello spirito, del tratto, dello sguardo, delle forme esteriori, perché comandi pregando. Di fatto la donna, più debole dell’uomo quale essere fisico, è più forte dell’uomo quale essere morale. In diritto è l’uomo, che deve comandare alla donna, di cui è sovrano e signore; ma nel fatto è la donna, che riesce assai facilmente a piegare l’animo dell’uomo alla sua volontà. E sì grande è la signoria, che ella può esercitare sul cuor dell’uomo, che quando si fa a tutta impiegarla sia in bene sia in male, l’uomo fosse pure perfetto come Adamo, forte come Sansone, accorto come Sisara, pio come David, sapiente come Salomone e feroce come Oloferne, finisce quasi sempre per lasciarsi soggiogare dalla donna, per cedere a lei, per obbedirla, e lui felice se non ne diventa anche il trastullo! Lo stesso Giangiacomo Rousseau diceva argutamente che le sorti del mondo sarebbero state diverse, se Cleopatra avesse avuto un naso più piccolo. È vero che si vedono tante volte degli uomini, che tiranneggiano le loro mogli, ma questo avviene ordinariamente quando questi sciagurati sono alla lor volta tiranneggiati da altre donne, di cui sono divenuti gli ignobili schiavi. Tale è l’attitudine della donna. – Ma sventuratamente la donna fin dal principio abusando dell’attitudine da Dio ricevuta, tradì la sua missione, ed invece di essere il vero aiuto dell’uomo, ne fu la rovina. E Iddio la punì con una doppia condanna, di essere sempre soggetta all’uomo e di non generare i figli che nel dolore. Anzi, quasi che questa doppia condanna non fosse bastata, Iddio parve volerla punire anche più terribilmente col permettere che l’uomo, apostata dalla vera religione, valendosi scandalosamente della sua dignità e della sua forza, si recasse come a spaventevole dovere e ad infernale piacere di avvilirla e di trattarla come il più spregevole di tutti gli esseri. Perciocché in quei quattromila anni, che precedettero la venuta di Gesù Cristo sulla terra, ed anche oggidì presso a quei popoli, dove non è arrivato ancora il Cristianesimo o fu distrutta la sua benefica influenza, l’uomo ha accumulato contro la donna quante durezze e quanto avvilimento ha saputo immaginare. Egli ne ha fatto una cosa, una proprietà, una schiava, uno strumento di sfogo ai suoi più brutali appetiti. L’ha coperta di un velo e l’ha nascosta nel luogo più segreto della casa, come una divinità malefica o quale un essere sospetto; le ha raccorciati i piedi sin da bambina, affin di renderla inabile a camminare e a portare il suo cuore dove le piacesse; l’ha assoggettata alle fatiche più dure e più penose; le ha negato ogni istruzione e tutti i piaceri dello spirito, fino al punto, che in certe contrade il viaggiatore abbattendosi in uno di questi esseri avviliti e richiedendolo della sua via, la donna rispondeva: « Io non so nulla, perché sono una donna. » Fu condotta a marito sotto la forma di compra e di vendita; fu dichiarata incapace di succedere al padre od alla madre, di far testamento, di esercitar la tutela sui propri figliuoli e persino di conservar loro la vita dopo di averli dati alla luce, giacché questo diritto era riservato al padre soltanto. Finalmente, secondo le diverse legislazioni pagane, con una barbarie ed ignominia orribile, o fu costretta ad accompagnare il cadavere del marito, e giovane ancora e piena di vita lanciarsi sul rogo di lui, perché così la vita del marito fosse al sicuro, ben sapendo essa, la moglie, che in nessun caso avrebbe potuto al marito sopravvivere; o dovette sottostare al ripudio e dopo essere entrata in una casa adorna di gioventù e di bellezza, andarsene appassita dagli anni e dalle infermità, cacciata nella strada come un mobile logoro che si ha noia di più lungamente vedere tra i piedi, in mezzo alle insolenze e agli sghignazzi degli schiavi, che si facevano a schernire come schiava loro pari colei, che il dì innanzi era stata la loro signora; o infine venne rinchiusa siccome un gregge di bestiame fra quattro mura di un harem per essere fra la noia e il dispetto di interi anni non già l’oggetto di una vera e durevole affezione, ma per un breve istante l’ignobile strumento di una passione brutale. Ecco, o miei cari, che cosa è avvenuto della donna dopo la sua caduta. Ma sia lode a Dio! Gesù Cristo discese sulla terra per ristorare ogni cosa. E il riaffermare la grandezza della donna, il rimetterla nel suo ufficio, e l’assicurargliene tutto il potere di ben esercitarlo, non fu certamente l’ultima prova di carità del suo Cuore Santissimo verso il genere umano. Che fece adunque Gesù Cristo in pro della donna? Di qual maniera spiegò verso di essa la carità del suo cuore? Udite, che son meraviglie. Ma notate bene, o miei cari, che io qui non parlo solo di quella carità, che Gesù Cristo ebbe per le donne del suo tempo e della sua patria, di quella carità con cui accoglieva ai suoi piedi le peccatrici pentite, o le aspettava al pozzo di Sichem, o le difendeva da quei che le volevano lapidare, per donar loro il suo perdono e la sua grazia; non parlo solo di quella carità, con cui allo spettacolo di povere donne piangenti per la morte dell’unico figlio, o per quella dell’amato fratello, o per i travagli della propria figliuola si commuoveva, ponendo mano ai miracoli per sollevarle dalla loro afflizione; non parlo solo di quella carità, per cui alle donne di gran fede ridonava la salute col semplice tocco del lembo della sua veste, no, non parlo solo di questa carità particolare; io parlo propriamente di quella carità generale, immensa, con cui il Cuore di Gesù Cristo si volse a ristorare e beneficare la donna di ogni luogo, di ogni tempo e di ogni condizione. Egli adunque imprese anzitutto la ristorazione della donna col grande mistero della sua Incarnazione e con la grande opera della sua redenzione. Per questo mistero e per quest’opera, una donna, Maria, è divenuta la Madre di Dio, di Colui, come canta la Chiesa, che i cieli non possono contenere, e al quale la luna, il sole, e tutte le cose servono in ogni tempo; per questo mistero e per quest’opera una donna, Maria, ha cooperato con Gesù Cristo a redimere il genere umano dalla schiavitù di satana; per questo mistero e per quest’opera il sesso, che nella prima donna aveva concepito il peccato nel cuore e aveva cagionata la rovina del mondo, concepì nel suo seno verginale l’Autore della grazia e procacciò al mondo la salute; per questo mistero e per quest’era insomma il sesso così umiliato da Eva venne esaltato sopra ogni dire nella persona di Maria. E dopo questo mistero e quest’opera, vale a dire dopo un Dio Redentore concepito e nato da una donna, dopo una donna divenuta per grazia Corredentrice del mondo, era ancora possibile che la donna continuasse ad essere riguardata tra i popoli credenti come un essere impuro e malefico? In secondo luogo Gesù Cristo attese alla ristorazione della donna con una dottrina, la quale riprovando e condannando i disprezzi, che pel passato eransi usati verso di lei, richiamava in vigore i diritti che ella aveva alla libertà, all’eguaglianza, e alla venerazione in faccia all’uomo. Un giorno alcuni dottori della legge si presentarono a lui e gli dissero: « È egli permesso sì o no all’uomo di ripudiar sua moglie per qualsivoglia causa? » Essi certamente non facevano questa domanda per ottenere una risposta, che fossero pronti a seguire, ma come nota il Vangelo, (MAT. XIX) solamente per giovarsi di essa a calunniarlo ed accusarlo presso di coloro che ne sarebbero stati offesi : tentantes eum. Ma il divin Redentore, mostrando di non fare attenzione alla perversità delle intenzioni, con cui lo interrogavano, pigliò di lì occasione per rivelare al mondo e stabilire in esso colla sua divina sapienza e carità la sua sublime dottrina riguardo alla donna. E rispondeva: «Non avete voi letto nella Scrittura, che Colui, che fece l’uomo al principio, li fece maschio e femmina, e che per mezzo di Adamo, suo profeta, ha detto: Pertanto l’uomo abbandonerà suo padre e

sua madre e sarà unito a sua moglie, ed essi saranno due in un solo cuore? L’uomo adunque non si attenti di separare quel che Iddio ha congiunto. » Così parlava Gesù Cristo, e così parlando non riponeva la donna nei suoi primieri diritti, nella sua primiera grandezza? Ma infine Gesù Cristo compiva mirabilmente l’Opera sua di carità a pro della donna, da una parte con l’istituzione del Sacramento del Matrimonio, Sacramento grande, che raffigurando le mistiche nozze di Gesù Cristo con la Chiesa, e il vicendevole amore di cui si sarebbero ricambiati in eterno, doveva con la sua unità, indissolubilità e santità assicurare alla donna nel modo più efficace il rispetto e l’amore dell’uomo; e dall’altra disvelando il pregio della verginità e indicando l’ufficio di angelo, che deve esercitare sulla terra un’anima vergine. E per tal guisa ristabiliva pienamente la donna nella sua grande missione di essere in ogni stato e sempre l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo. E che queste siano state le mire di Gesù Cristo, lo intesero perfettamente gli Apostoli, i quali, in seguito, nelle loro lettere interpretando e commentando il Vangelo con una energia che atterrisce, condannarono tutti gli orribili delitti contro la donna e la poligamia, e la licenza, e la schiavitù, e l’avvilimento; e colle dottrine più pure, più sublimi e più sante tracciarono a lei e come vergine, e come sposa, e come figlia, e come madre, e come vedova, la via sicura per raggiungere la sua méta. E dopo di ciò, e come effetto di tutto ciò, di mano in mano che il Vangelo penetrò fra le genti, mutatesi le idee, le leggi e i costumi del paganesimo in pregiudizio della donna, vi sottentrarono costumi, leggi e idee, del tutto in suo vantaggio. E la donna, ribenedetta da Gesù Cristo, levata serenamente la fronte dall’antica abbiezione, rientrata con sicurezza nell’esercizio della sua missione, ha operato meraviglie. Ed anzi tutto fu l’aiuto dell’Uomo per eccellenza, dell’Uomo-Dio; giacché, astraendo dalla stessa Beata Vergine, furono pie e sante donne, che durante la vita pubblica di Gesù Cristo, come ci fa fede il Vangelo, lo servivano ne’ suoi bisogni temporali, alimentandolo coi loro beni ed assistendolo con le loro cure affettuose e rispettose ad un tempo. Quando gli Apostoli, ossequenti alla voce di Cristo « Prædicate Evangelium omni creaturæ, » divisosi il mondo, si sparsero dappertutto a far udire il suono della loro parola evangelica, secondo l’attestazione dei Sacri Libri e della Storia Ecclesiastica, le donne, ancora esse infiammate dall’amore di Gesù Cristo, li accompagnarono per aiutarli nella fondazione della Chiesa. Fefa, Evodia, Sintiche, come dice lo stesso Paolo Apostolo, lavorarono con lui, con Clemente e con altri uomini apostolici nell’opera del Vangelo. Tecla fu chiamata da S. Ambrogio socia Apostoli, la compagna dell’Apostolo, e per tacere d’ogni altra, Marta e Maddalena nella Gallia predicarono ancor esse il Vangelo insieme col loro fratello Lazzaro, e divennero Madri nella fede a quei popoli. Al tempo dei Martiri, furono le donne l’aiuto dell’uomo nel dispiegare uno zelo ammirevole per convertire i loro mariti, i loro padri, i loro figli, i loro parenti alla fede, per sostenerli nella costante professione della stessa, per consolarli nei loro tormenti, per dare onorata sepoltura ai loro cadaveri e per conservare gelosamente le loro preziose reliquie, ma soprattutto nell’avere contribuito col versare il loro sangue, il più puro dopo il sangue che ha inondato il Calvario, ad espiare le colpe dei nostri padri idolatri, e fecondare la Chiesa di nuovi Cristiani e a farvi regnare le virtù più sublimi, la santità più perfetta. E quando la Chiesa, uscita vittoriosa dalla ferocia dei tiranni, si apprestava a trionfare della perversità e delle bestemmie degli eretici per lo zelo e la scienza prodigiosa dei Padri, la gloria della donna cristiana perdette forse alcunché del suo splendore? Non fu mai tempo, in cui l’umanità vedesse in maggior copia geni superiori, i quali alla dottrina più profonda accoppiando la virtù più eroica, senza troppo conoscersi tra di loro si sono trovati in pieno accordo nella medesima fede e nello stesso scopo di far trionfare la verità sopra l’errore. Ma ciò, che pochi conoscono, si è che questi santi e grandi dottori furono generati e formati dall’aiuto della donna, tanto che è quasi impossibile il trovare alcuno di quei dottori, che non abbia avuto per avola, o per madre, o per sorella, una grande santa. In seguito il medio evo presenta lo spettacolo della formazione delle monarchie e delle nazionalità cristiane per l’azione della Chiesa; ma è lo zelo delle sante regine, che sostenne quest’azione, e che formò i Santi re, dei quali il medio evo, troppo codardamente dispregiato, a differenza dei tempi nostri fu così fecondo e così ricco. Così avvenne in Francia, in Spagna, in Isvezia e in Alemagna: quanto all’Italia basta ricordare accanto ad uno dei più santi e grandi Papi dopo S. Pietro, Gregorio VII, quella contessa Matilde di Canossa, che fu ben degna d’essere stata appellata dagli scrittori del suo tempo un’altra Debora. Ma accanto alle sante regine, ecco in quel tempo istesso le sante religiose, che sequestratesi dal mondo, pure raffermarono la religione popolarizzando la santità nel mondo, e cooperando alla fondazione di tutti gli istituti religiosi. Intanto simile ad una face, che in sullo spegnersi raggia di uno splendore più vivo, il medioevo prima di addormentarsi nel silenzio dell’eternità, aveva fatto manifesto la sua fine con le più grandi invenzioni del genio umano, la bussola, la polvere da fuoco e la stampa, la prima delle quali davaall’uomo l’impero dei mari, la seconda l’impero della terra, e la terza l’impero delle intelligenze. Difatti mercé la bussola e la polvere da fuoco l’antico mondo ha scoperto e conquistato il nuovo. Ma questo avvenimento, il più grande, il più fecondo, il più importante di tutti dopo lo stabilimento del Cristianesimo, Cristoforo Colombo, che è nostro, Columbus noster est, (Leone XIII) non lo ha recato ad effetto, che mediante i concorso di una donna, di una regina, la più notevole della Spagna, Isabella la Cattolica. Infine, per tralasciare questa rassegna sebben fuggitiva, che cosa non hanno fatto e che non vanno facendo tuttodì in aiuto dell’uomo gli Angeli della carità, sotto qualsiasi abito e di qualsiasi istituto e nelle scuole, e negli asili, e negli ospizi, e nei ricoveri, e negli ospedali, e nelle carceri e sui campi stessi di battaglia? Eppure, o miei cari, tutto ciò non è altro, se non ciò che apparisce in pubblico; ma io vi dico, che se si potesse vedere il bene privato, che da diciannove secoli la donna cristiana va operando nel seno della famiglia, sostenendo la fede dei mariti, dei figli, dei fratelli, stornando dal loro capo le folgori divine, convertendoli dai loro traviamenti, si resterebbe altamente meravigliati e quasi non si crederebbe. Ma il fatto è tale; perché la donna fu creata per essere l’aiuto dell’uomo; Gesù Cristo ha riaffermata la sua missione, e la donna cristiana l’ha adempiuta e l’adempirà sino alla fine del mondo.

II. — Ma a quali condizioni, come è riuscita pel passato, così riuscirà per l’avvenire a compiere la sua missione di essere l’aiuto domestico, sociale e religioso dell’uomo? A due condizioni principalmente: che la donna sia pia e casta. – La pietà quale virtù cristiana come a tutti è utile, così a tutti è necessaria, epperò non meno all’uomo che alla donna. Tuttavia, se si considera come restando pia o religiosa la donna, facilmente si serba o ritorna la Religione all’uomo, mentre al contrario irreligiosa ed empia la donna, resta o diviene irreligioso anche l’uomo, la pietà cristiana si manifesta per la donna di maggiore necessità. Ed è nella pietà cristiana, nei suoi sentimenti, nelle sue pratiche, nella frequenza della Confessione e della Comunione, nell’uso costante della preghiera ardente, nella visita dei sacri altari, nell’amore vivo di Gesù Cristo, nelle speranze immortali del cielo, che essa anzitutto attingerà la forza, di cui abbisogna per essere in qualsiasi stato l’aiuto dell’uomo. Nemo dat quod non hàbet: nessuno dà agli altri quello che esso non ha, e non potrà essere mai che una donna senza pietà religiosa ottenga di per sé, che l’uomo, sia egli sposo, sia figlio, sia fratello, s’indirizzi per la via del bene. Anzi, quando il cuor della donna fu devastato dall’irreligione, è cominciata la sua stessa degradazione, il suo turbamento, e chi sa forse? la sua dissolutezza e la sua vergogna. Il mondo lamenta oggidì la frivolezza della donna. Ma guardando da vicino, che si vede operare oggidì per formare la donna sodamente religiosa e pia? Che si vede nelle scuole, negli istituti, nel seno stesso della famiglia? Oh! si vede ben poco di ciò, che può raggiungere questo santo scopo, e si vede ben molto di ciò, che ottiene uno scopo del tutto contrario. Oggidì per francare la donna dalla soverchia pietà, dalla così detta vita devota, ancor giovinetta la si manda alle scuole ginnasiali, liceali e tecniche, dappoi a quelle universitarie, le si apprende la moda di correre sul biciclo, le si fa conoscere nei romanzi, nei teatri, nei balli la vita del mondo, le si danno lezioni di galanteria, la si conduco a conferenze in apparenza storiche o scientifiche, in realtà irreligiose e massoniche. E in quanto a Religione non si vuole permettergliene che un po’ e quel po’ al tutto superficiale. Ciechi e stolti che sono! Scalzano essi medesimi le basi dell’edificio e poi meravigliano, ch’esso crolli e vada in rovina! O donna cristiana, che mi ascolti, non curando le derisioni del mondo, le contrarietà istesse degli uomini di casa, tienti stretta a questo Crocifisso; anche Gesù Cristo sarà in fondo al tuo cuore, la corona di regina brillerà sul tuo capo. Se il marito, il figlio, il fratello ti contraria, perché religiosa e pia, è segno che li sovrasti e, senza pur parlare, aspramente li rimproveri. Ma in quel giorno, che il tuo cuore non batterà più di amore per questo Dio, che il labbro non si aprirà più alla preghiera, che nella tua anima moriranno le speranze del cielo, in quel giorno perderai la fede della tua missione, scadrai dalla tua dignità, e sarai un’altra volta un essere tanto più miserabile, quanto più perverso, o per lo meno darai ragione ad uno dei tuoi adulatori e nemici, che ebbe l’ardire di definirti « un essere che si abbiglia, ciarla e si spoglia. » Sì, tutto andrà a terminar lì, ad essere quasi una pupattola, che si adorna e nella sua conversazione ha un non so qual garrito di uccello. Religione! Religione, o donna, e conserverai tutta la dignità di vero aiuto dell’uomo, e sarai veneranda, dinnanzi a tutti, fossi pure la donna di un mandriano. Ma con la religione la castità. È un fatto, o miei cari, che la donna è tanto più affettuosa e tenera, epperò tanto più atta alla sua missione, quanto più essa è casta. Vi ha egli al mondo, per esempio, cosa più sorprendente, più incomprensibile del disinteresse, del sacrifizio di sé di quelle suore, che si prendono cura dei malati e dei figliuoli dei poveri con una costanza, che non cede che con la morte? L’amore medesimo di madre, secondo la natura il più forte, il più energico, il più impetuoso, il più intrepido di tutti gli amori, impallidisce dinnanzi all’amore di queste madri improvvisate dalla grazia e dalla carità; perché alla fine se la madre si consacra fino alla morte per i figliuoli, questi son frutti delle sue viscere, sono pari di lei stessa, sono in certa guisa lei medesima riprodotta in una vita nuova, laddove queste eroine della carità si dedicano per esseri che sono loro estranei pei legami della natura e del sangue, e persino in quanto a quelli di nazionalità e di religione. Ma questi angeli d’amore sono vergini consacrate da un voto terribile alla professione della castità più severa del corpo, dello spirito e del cuore. E se la donna nel mondo non potrà essere nella carità tutto ciò che è la suora, senza dubbio ella sarà quanto deve essere per la famiglia, per la società e per la religione se anche senza voto, ella si manterrà casta in qualsiasi stato, o di donzella, o di sposa, o di vedova. Sì, o miei cari, studiate la donna in seno alla famiglia e voi vedrete che la sposa più tenera per suo marito e più interessata pel suo bene è quella, che gli è più fedele; che la madre più affezionata a’ suoi figli è quella che è più casta; che la sorella, che ama i suoi fratelli con affetto illimitato, è quella che è più pura. Studiate la donna nella società e vedrete, che la più compassionevole verso le altrui miserie, la più pronta e la più generosa nel soccorrere è la donna più riservata; studiatela ancora nella Religione e vedrete anche lì che la più zelante nella pratica della medesima e nella sua propaganda è sempre quella, che ha il cuore libero dagli impacci del senso. Ma al contrario quando nella donna manca o vien meno la severità dei costumi, allora e religione e società e famiglia non sanno più che cosa sia la sua tenerezza ed il suo interesse. Allora la donna da angelo diventa demonio, da creatura incantevole diventa un mostro, da tutto ciò che v’ha di meglio diventa tutto ciò che v’ha di peggio. E lei, che doveva essere l’aiuto dell’uomo ne diventa, orribile a dirsi, il feroce assassino. Strana cosa, ma pur vera! Il vizio dell’impurità produce’ nei due sessi effetti diversi. L’uomo che si abbandona alla dissolutezza diventa codardo e stupido, e soffre in pace ogni cosa; la donna invece, che corre la stessa via, diventa audace, usurpatrice e feroce; e ciò che fa dell’uomo uno stolido giumento, tramuta la donna in una tigre crudele. Ricordate Erode ed Erodiade. Infiammati ambedue di turpe passione e non respiranti altro che voluttà, erano ambedue mostri di libertinaggio; ma rispetto a S. Giovanni Battista, Erode, l’uomo, non fu che un mostro di debolezza; laddove Erodiade, la donna, fu un mostro di crudeltà. Non ostante i suoi vizi Erode ebbe sempre in istima quel Santo, e gli portava benanche un rispetto riverenziale, e se lo fece incarcerare, non fu che per cagione di Erodiade. Ma la carcerazione del giusto non contentò questa donna, perché finché viveva, vi era sempre in lui un argomento di timore per i suoi amori colpevoli. Bisognava dunque farlo morire. Un giorno Erode celebrava la sua festa in mezzo alle orge, a cui si danno i santuari della dignità regia quando sono tramutati in asilo di libertinaggio. La figlia di Erodiade gli piacque con la sua danza voluttuosa, e il re le fa la profferta di tutto ciò che sarà per domandare, fosse ben anco metà del suo regno; ed obbliga con giuramento la sua parola. Salome si fa a consultare la madre, e la madre le impone di chiamare in un piatto la testa di Giovanni Battista. La domanda è fatta, Erode, cede ed Erodiade trionfa. Si vide allora una giovine donzella recar nelle sue mani un capo spiccato e grondante sangue, senza stornar il volto da tale spettacolo, capace di far ribrezzo ad un selvaggio. Ed Erodiade piglia nelle impure sue mani quella testa venerabile, e, come ci attesta S. Gerolamo, estrattane la lingua, la trafigge replicatamente con gioia feroce per punirla dello zelo con cui aveva predicato la verità. Quanti delitti in un solo! Donde mai è uscito questo mostro di donna? – Eppure, o miei cari, questa istoria evangelica è una figura od una profezia di ciò che ogni dì si adempie. La donna voluttuosa, anche madre, più non ama i suoi figliuoli, ne trascura l’educazione, ne consuma il patrimonio e fa mercato del loro avvenire e della loro felicità. Ma peggio ancora talvolta essa li odia, come impacci alla sua vita disonesta e li sacrifica al piacere di essere libera, ed ai furori della sua passione. Gli statistici dei delitti provano, che l’infanticidio non è che l’orribile pensiero che l’impurità ha fatto germogliare nel cuore della donna, e l’opera delle sue mani più assai che il pensiero e l’opera del padre. E come madre è pronta e facile a sacrificare i suoi figli, come sposa è pronta e facile altresì a sacrificare il suo marito. La storia non ha che un grido per dire, che la donna senza pudore è stata pure la donna più feroce; e bastano per tutte Elisabetta d’Inghilterra e Caterina II di Russia. E nel mentre che la donna senza castità è crudele nella famiglia, diventa insensibile verso i sofferenti della società, le cui piaghe, anche più spaventose, non la commuovono punto e la cui miseria non cagiona in lei che un senso di disprezzo. Soprattutto poi diventa cinica in fatto di Religione. Le credenze e le pratiche religioso, essa, la donna, giunge al punto da coprirle della beffa e dell’odio. Di modo che, si potrebbe dire, cheper la donna non v’ha che un vizio ed una virtù, perché se ella è casta, ella possiede tutte le virtù; se ella è impura è al colmo di tutti i vizi. O donne cristiane, pensate seriamente a ciò, e con la brama più viva di conservare la vostra dignità e di corrispondere alla grandezza della vostra missione, raffermatevi nel proposito di essere sempre pie e caste.

III. — Ma finalmente di quali mezzi la donna si varrà a compiere efficacemente la sua missione? I mezzi, di cui ella deve valersi, sono tre principalmente: l‘esempio, la parola, il sacrifizio. Anzi tutto l’esempio. È ciò che raccomandava alle donne il principe degli apostoli S. Pietro, affinché i mariti al considerare l’umiltà, la castità, la buona condotta delle mogli, nell’avere dinnanzi per loro mezzo una continua predicazione vivente del Vangelo di Gesù Cristo, a poco a poco se non sono virtuosi, vengano ancor essi guadagnati alla virtù. Epperò, prosegue il medesimo Apostolo, la vostra cura non istia già tanto nell’acconciarvi i capelli, nell’adornarvi di collane, di braccialetti, di smaniglie d’oro e nel mettervi indosso vesti sfarzose, ma istia nell’adornare l’animo vostro delle più belle virtù, le quali sole sono veramente preziose agli occhi di Dio. Questo per l’appunto era l’ornamento col quale si abbellivano quelle sante donne antiche, le quali intendevano di piacere davvero ai loro mariti. (I PETR. III) Oh! la virtù è cosa, che si impone a tutti, ma la virtù soda e vera di una donna cristiana nel seno della famiglia ha sopra il cuor dell’uomo una potenza ineffabile. – In secondo luogo la parola; parola umile, prudente, dolce, affettuosa. In certi istanti così opportuni, la parola, dalla donna rivolta all’uomo, ha un accento di persuasione e di forza indicibile. Quanti uomini in seguito ad una di queste parole lasciarono la bestemmia, l’errore, l’empietà, per gettarsi pentiti in braccio a Dio! E qual è quell’uomo, ad esempio, che a sessant’anni non si lasci conquidere dai delicati e teneri lamenti di una sua figliuola? Chi avendo gittata la fede nella pienezza della vita, ora sul declinar degli anni in udire la sua giovane figlia parlargli di Dio, della pace e della gioia che si prova nell’amarlo, con un candore ed una schiettezza che rapiscono, chi mai non si arrende in un profluvio di lagrime, e non torna, come quando era fanciullo, a gettarsi appiè di un Sacerdote per cominciare, ancora in tempo, una vita di pentimento e di espiazione? O tenerezza delle vie di Dio! Nostra madre ce ne insegnava il nome, quando eravamo bambini; la sposa lo ha ripetuto nell’intrinsichezza nuziale all’anima inebriata del giovane; la figlia lo ridice ancora al vecchio incurvato dal peso della vita, rifacendogli una rivelazione tutta giovane e tutta vergine. Un dì sapremo in cielo quante anime sieno state il frutto di quest’ultima violenza della verità e quante anime sul fluir della vita si siano riscontrate in Dio, condotte per mano dall’angelo benefico di una pia ed amata figliuola! – Finalmente sacrifizio. Dire sposa e madre e dire donna del martirio è la stessa cosa. Alle volte quali dolori per parte di un marito disamorato e crudele! Ed altre volte quali ambasce per parte di figli, che tralignano dalle speranze della verde età! È allora, o donne, che le lagrime diventano il vostro pane quotidiano! Ma deh! non lasciatele andar perdute, non lasciate inoperose queste sofferenze, di cui più d’ogni altra va ripiena la vostra vita. Offritele a Dio con animo generoso, e il martirio del vostro cuore non gli tornerà meno gradito del martirio del sangue e della penitenza. Il vostro dolore messo qui appiè dei tabernacoli, nelle mani, anzi nel cuore di Colui che disse: « Venite a me, o voi tutti, che siete afflitti, ed io vi consolerò, » o fatto salire dal secreto della vostra stanza come nuvola d’incenso odoroso al suo trono celeste, gli farà sì dolce violenza, che lo costringerà ad apprestarvi la consolazione e il gaudio. – Tali, o miei cari, tali sono i mezzi, di cui la donna deve valersi nell’adempimento di sua missione; missione ch’ella deve compiere in ogni tempo, ma allora massimamente quando per un morente sovrasta l’eternità. Sì, è allora che dessa o sposa, o madre, o parente, o conoscente, o vicina dell’infermo moribondo, con cristiano coraggio deve avvertirlo del suo stato; è allora che valendosi della specialissima assistenza che essa gli presta, di tutta la grazia dei modi e di tutta l’energia degli affetti, di cui Iddio l’ha dotata, deve invitare, pregare, scongiurare, persuadere, indurre a ricevere i Sacramenti; è allora, che anche non voluta ascoltare e forse persino disprezzata nelle sue suppliche e nelle sue lacrime, deve pur risolutamente chiamar il prete e con qualche santa industria introdurlo e farlo appressare all’infermo; è allora che arditamente deve farsi veramente donna, domina, la padrona di casa e non sottostare a quelle inique ordinazioni di medici, che vogliono togliere al morente financo la vista e il bacio d’un Crocefisso e mettere alla porta con fiera indignazione chiunque, sia pure sotto il manto della parentela o dell’amicizia, si attentasse di venire per accingersi all’opera satanica del solidario; è allora insomma che la donna facendosi un’estrema volta il vero aiuto dell’uomo deve procacciargli una morte confortata dalla Religione e soprattutto dalla visita e dalla comunione di Dio. Ben’avventurate quelle donne cristiane, che comprenderanno appieno l’importanza di questa specialissima missione e si daranno con animo volenteroso a compierla! Al tempo delle persecuzioni le donne cristiane si mescolavano spesso con le donne pagane incaricate del servizio delle prigioni, e con le loro ardenti parole aumentavano il coraggio e la fermezza dei martiri. Ciò saputosi dai tiranni, si fece il divieto a qualsivoglia donna d’entrar nelle prigioni. Ma lo zelo di quelle, altrettanto ingegnoso quanto eroico, seppe eludere questa precauzione crudele della tirannia. Nella persecuzione di Massimiano, sul cui principio fu pubblicato un tale divieto, Santa Natalia sposa del Martire S. Adriano, si tagliò i capelli, si vestì da uomo, e poté così continuare ad entrare nelle prigioni dei Confessori di Gesù Cristo ed esercitare con essi la sua missione di carità alleviandoli nei patimenti, raffermandoli nella costanza e recando loro insieme con quello del corpo il celeste alimento dell’anima. Un tale esempio seguito da altre passò in consuetudine, ed allora si videro le più illustri dame cristiane fare il sacrifizio delle loro magnifiche chiome e mutare la veste matronale nella vile tunica degli schiavi per avere la felicità di servire i confessori della fede. Miei cari! Quello che fecero le donne cristiane ai tempi delle persecuzioni, è quello pure che sapranno fare le donne cristiane ai tempi nostri. L’ingegno e l’eroismo di queste nel vincere la durezza dei loro uomini non sarà inferiore all’ingegno ed all’eroismo di quelle nel vincere la tirannia dei persecutori, e mercé tale ingegno ed eroismo noi vedremo scemate le morti anticristiane e moltiplicato invece il numero di coloro che muoiono nel bacio di Gesù. Cristo. – E così sia, o Cuore Sacratissimo di Gesù, mediante quelle grazie di benedizione e di salute, che la Chiesa vostra sposa, e figura per eccellenza della donna, vi domanda costantemente prò devoto femineo sexu, per il devoto femmineo sesso, coll’intercessione della più pura, della più grande, della più potente fra le donne, la Madre vostra, Maria Santissima. Sì mercé una tanta intercessione, concedete alla donna cristiana di essere mai sempre fedele alla sua missione, di aiutare con efficacia l’uomo suo compagno ad operare la salute, perché un giorno l’uno e l’altro di questi esseri, che voi avete creato per unirli qui in terra nella vostra fede e nel vostro amore, siano pur per sempre uniti nel vostro gaudio in cielo.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-1B-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (1B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO PRIMO

Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cœlorum

[Beati i poveri di spirito perché di essi è il Regno dei Cieli]

II

LIBERI SONO I POVERI COME GLI UCCELLI

Anche qui « poveri » sono, non quelli che si trovano sprovvisti di beni, ma tutti coloro i quali, se privi si tengono esenti da invidie, se provvisti si tengono indipendenti e sciolti da ogni oggetto terreno e sono del tutto pronti a disfarsene come la Provvidenza mostri di volere. Veramente liberi sono questi poveri. Essi non subiscono nessuna soggezione da parte di codesti averi. Non fanno loro gola. Non li attirano. Non ne sognano. Neppure allorché essi abbiano nell’animo di condurre a termine opere di utilità del prossimo e occorra il denaro. Si trovano in una condizione di piena indipendenza dalle cose esterne. Ne sanno usare e sanno farne a meno. Sciolti come uccelli, volano su cose e vicende, e nessun vischio le avvince. Neppure ne subiscono alcun fascino, poiché ne hanno visto e conoscono con l’utilità anche il peso e il disagio. Il loro cuore è esente dall’intorpidimento, che le preoccupazioni materiali inducono persino negli spiriti più agili. Certamente non gustano questa benedetta libertà quelli che, essendo privi dei mezzi di fortuna agognati, si tormentano della loro sorte. Né hanno nulla della gelosia con cui altri guardano le altrui comodità e ricchezze. Neppure assomigliano a chi, per una volontà di rinuncia orgogliosa, vede la tavola imbandita e s’allontana dichiarando la propria superiorità: subendone la cupidigia. La libertà evangelica, più che di rinuncia, sa di conquista. San Francesco non ebbe gesti di disprezzo, non tolse via lo sguardo con dispetto dal sottile fascino del possesso ma volò verso la sua indipendenza lieto, del tutto agile, di fronte ai legami di una soggezione fastidiosa e seccante. Non è questo lo stato dell’uomo comune, di certo. L’esempio di alcuni Santi non è per tutti. Esso nondimeno ha un alto valore di monito e di richiamo. Ci dice chiaro come siano saggi soltanto coloro che sanno mirare all’intimo delle cose, e a possedere questo piuttosto che l’esterno. La proprietà esterna disturba pensieri e determinazioni; l’interna, vale a dire il possesso di noi medesimi, ci porta verso il vasto cielo della libertà dello spirito.

LA LIBERTA’

Occorre fare un’osservazione. La rinuncia di San Francesco e di chiunque lo imiti, sia pure nella comune vita di famiglia, e non abbandonando nessuno dei suoi impegni, raggiunge questa interiore proprietà e libertà. Non ha il fine di arrivare ad altro possesso di maggior prezzo. Ecco un uomo, che si spoglia delle sue vesti, si getta nel fiume per trarne un oggetto prezioso. Un altro impiega in un rischio tutta la sua sostanza, nella speranza che gli serva a guadagnare assai più di quello che sacrifica rinunciandovi. Costoro non hanno rapporto con la disposizione d’animo, che intendo presentare. Questa intende semplicemente disfarsi d’un impaccio. Se mai chi vuole vivere il consiglio evangelico ha di mira la conquista della vita eterna con un passo più spedito e con un risultato più sicuro. Ma anche in tale caso intende dirigersi con assoluto distacco e per amore di esso. Egli è convinto così di provvedere al proprio interesse e consapevole del valore della conquista raggiunta con la libertà dello spirito. E lo vorrebbe altresì nella ipotesi che la sua risoluzione non gli servisse per il fine supremo, soltanto per il pregio con cui esso gli si presenta. Un padre o una madre di famiglia può apprezzare questo stato d’animo e anche viverne. Non sembri assurdo. Procuri di dare al suo lavoro, per le comuni necessità, il valore di un mezzo imprescindibile e giusto; tenga lungi dal cuore l’avida brama d’una prosperità, la quale in sé è inceppante, cagione di noie e tale da dissipare lo spirito al di là d’ogni sollecitudine sana e atta a facilitare il raggiungimento dei fini della vita. «È certo, che la sola virtù è il sommo bene, scrive sant’Ambrogio, e essa sola è bastevole al frutto della vita beata. La felicità non si consegue con i beni esteriori o del corpo, ma con la sola virtù, mediante la quale s’acquista la vita eterna. Poiché la vita beata è il frutto delle cose presenti e la vita eterna è la speranza delle future. « Nondimeno molti pensano impossibile la vita beata in questo corpo infermo e tanto fragile, nel quale bisogna affannarsi, dolersi, piangere, sopportar malattie. Ma io non dico che la vita beata consiste in una certa allegrezza del corpo e non nell’altezza della sapienza, nella soavità della coscienza e nella altezza della virtù. Infatti felicità è non star con le passioni, ma vincerle e non lasciarsi sopraffare dalla perturbazione del dolore temporale ». (De Off., II, 5). Ed ecco una bella pagina di Ozanam sul concetto di povertà nel Cristianesimo e nel paganesimo: « Nei tempi antichi i poveri erano stati cacciati sotto i piedi; il genio antico li guardava come colpiti dalla riprovazione divina. Ancora ai tempi di sant’Ambrogio i pagani e i cattivi Cristiani solevano dire: Non ci diamo pensiero di far elemosina a persone che Dio ha maledette, poiché le lascia nella penuria e nell’indigenza. Conveniva cominciare con l’onorare la povertà, il che fece dandole il primo posto in chiesa e nelle comunità dei Cristiani. Lo dice san Giovanni Crisostomo: — Come le fonti sono disposte in vicinanza dei luoghi di preghiera per l’abluzione delle mani, che dobbiamo tendere al cielo, così i poveri furono dai nostri predecessori collocati vicino alla porta delle chiese per purificare le nostre mani con la beneficenza, prima d’innalzarle al Signore. — I poveri, più che rispettati erano ritenuti necessari. Ed ecco la gran parola, spesso incompresa e più spesso bestemmiata: — Ci saranno sempre poveri. — Non fu detto che ci saranno sempre ricchi, ma che era necessario che ci fossero sempre poveri, e, in mancanza di povertà forzata, ci fosse la povertà volontaria; che ci fossero istituti nei quali ciascuno facesse volontaria abnegazione della proprietà personale. Ecco come la povertà veniva prendendo il posto che era segnato nell’economia divina; essa diventava il perno della società dei Cristiani ».

LO SBOCCO DELL’AMORE

Sicché è si lecito affermare, che la elemosina, che ora vien quasi malfamata da chi ignora i l cuore umano e gli umani bisogni, non è tanto un dovere, quanto il diritto del Cristiano. Poiché questi è ben lungi dall’umiliare i poveri con i controlli, le inchieste burocratiche, le lunghe attese ufficiali, ma dà senza orgoglio per amore di Dio ein penitenza dei propri peccati. Ci fu un tempo quando si parlava di Gesù Signore e di san Francesco come di due epigoni del comunismo. Ma l’equivoco appariva chiaro a chiunque fosse Cristiano informato. Questa dottrina era un mezzo per appropriarsi dei beni terreni, non per liberarsene. Era la risultante d’una avidità, che passava i confini del puro lamento per la ingiustizia e arrivava a odiare chi n’era esente e a tentare la strada di sostituirlo nel godimento di beni non guadagnati legittimamente. Gesù invece predicò il contrario. Disse : « Non vincolate i vostri desideri a codeste cose passeggere e ingannatrici; non permettete che un quadrato di terra o una borsa d’oro vi assorba talmente il pensiero da non concedervi pace; siate liberi da tutto ciò, conquistate la vita eterna ». – Chi ha responsabilità di famiglia o comunque è tenuto a vivere non nella solitudine, ma in società, deve curare i mezzi di sussistenza di sé edei suoi, ma nondimeno non deve tendere con ansia tutte le sue facoltà verso il possesso di ciò che non corrisponde ai profondi e veri bisogni della vita umana. Gli avidi sono degni di commiserazione e non meritevoli d’invidia. Bisogna predicare ai poveri effettivi, che spezzino anche i l vincolo spirituale verso gli averi e facciano sì, che la loro libertà sia pienamente raggiunta. Bisogna ricordare ai ricchi di diventare poveri in spirito, di acquistare lo spirito della povertà. Così una madre di famiglia è in grado di far balenare alla coscienza dei suoi figli la bellezza del consiglio evangelico, senza timore di sospingerli alla trascuratezza dei loro futuri doveri di lavoro e di responsabilità. Per soddisfare ai doveri comuni della vita, non occorre la schiavitù, né la soggezione alla materia. Tutto è possibile provvedere con piena libertà e indipendenza di spirito. È la condizione di tanta tranquillità e di tanta pace. I figli saranno ben grati per averne conosciuta la bellezza e la via d’arrivo e canteranno le lodi dei loro cari per tutta l a vita, poiché avrebbero battuto il torturante sentiero dell’avidità e invece per loro merito han potuto salire quello libero e solare che conduce alla libertà e al vero benessere.

III

LE GARANZIE DELL’INDIGENTE IL RICCO LADRO

Rifletti alle preoccupazioni del ricco del Vangelo, Egli, prevedendo un raccolto assai abbondante, s’avvide di non avere abbastanza capacità di granai e di cantine. Non soltanto non si trovava soddisfatto d’aver molta merce da gettare in mercato, ma intendeva conservarla più che gli riuscisse, per cavarne un utile più alto allorché il bisogno del pubblico fosse maggiormente cresciuto. Pensa e ripensa, decide di abbattere e ricostruire con criteri più previdenti. L’avarizia, senza che s’avverta, giunge persino a corrompere il giudizio e induce all’ingiustizia. Si ricordi Aman, che voleva impossessarsi della vigna di Nabot. Ne ha una vera passione: e alla ripulsa rispettosa del legittimo proprietario si sente venir meno dalla rabbia. Non mangia, non dorme. Finché la moglie suggerisce l’astuzia che doveva coprire il furto. Anche nelle minori vicende della giornata l’avidità tende a misconoscere la giustizia e a giustificare la frode, commettendo il male contro il diritto del prossimo. In un ufficio, maneggiando le minuscole cose che servono, l’avarizia acceca e sospinge alla sottrazione dell’altrui. L’istinto di appropriarsi della roba d’altri riesce a stimolare ad indelicatezze puerili, ma che sono sintomo di una vera corruzione del criterio del giusto e dell’ingiusto. Chi è povero in spirito sorride ad ogni forma di tentazione d’avarizia, poiché, non ha presa su lui, né può allentare il gusto della libertà di cui gode. Sente il valore della serenità che gli viene da questa indipendenza dalla concupiscenza del possesso, né intende rinunciarvi. Sa che ogni avere è dolore, che ogni possesso è decesso. San Paolo dice l’avarizia, « simulacrorum servitus — schiavitù degli idoli » (Col., III, 5). E di forma speciale. La maggiore battaglia del Signore fu contro l’avarizia dei capi del popolo; il tema principe dei sermoni popolari di San Francesco fu il distacco dalla passione della roba; i Santi senza distinzione offrono al mondo l’esempio della libertà assoluta dell’animo, pur maneggiando sovente molti beni. È proprio chiaro che la santità si tiene in una posizione opposta a quella dell’uomo preoccupato di ammassare. E poiché essi sono anche gli esemplari della letizia e dello spirito sorridente dobbiamo dedurne, che l’avarizia generalmente opprima e soffochi il cuore dell’uomo. È pertanto una passione riprovevole anche per una considerazione esclusivamente umana.

LOTTE SENZA FINE

Non è per causa degli averi, forse, che accadono i maggiori urti fra individui e fra i popoli? Quando un individuo comincia a riflettere, che il suo vicino ha questo e quest’altro e che egli ne è privo, studia il modo come entrarne in possesso lui pure; considera le diverse possibilità; pesa i vari sforzi, che offrono qualche speranza; si decide infine ad affrontare anche quelli meno leciti o del tutto ingiusti. Entra in lui come una suggestione, e vede ogni cosa sotto il prisma di quel sogno, di quello stimolo, di quella passione. Finché si persuade di poterla legittimamente soddisfare. Né è detto, che decisa la questione, tutto sia pacificato. Nell’altro permane il senso dell’umiliazione edella disdetta. Bisogna pensare alla rivincita. Per tal modo vi son famiglie che si fan divorare dalla pubblica amministrazione della giustizia ogni avere. È al contrario chiarissimo, che la intelligenza, la parsimonia, la tenacia del lavoro conducono al benessere assai meglio e con maggiore vantaggio. Soprattutto con onore e vera gloria. La Provvidenza ha distribuito i beni di natura con prodigalità, ma anche con criteri tali da indurre gli uomini a riconoscere una certa interdipendenza fra loro. Chi difetta d’un genere lo potrà trovare presso altri dietro lo scambio di ciò che possiede. Non è forse provvido anche questo bisogno, che tutti urge gli uni verso gli altri, affinché tutti sentano il dovere di ricorrere ai propri simili senza odio, senza avidità?

COMPOSTEZZA DI DESIDERI

I doni di Dio vengono per tal modo valutati secondo verità. Come non riconoscere la volontà del Signore, che vuole l’armonia fra tutti eil rispetto dei particolari diritti? Dio tutela il carattere dell’individuo edel popolo. Lo favorisce ebenedice. L’uomo che esce, per sola cupidigia, dall’ordine fissato dalla natura e che ambisce di valicare le linee di confine segnate dalle capacità congenite, sovente si trova privo delle energie, delle luci, degli accorgimenti necessari alla riuscita. È quindi la povertà in spirito la condizione più propria per arrivare alle mete naturali. Le quali tendono sempre ad elevarsi, ma nell’armonia delle circostanze e delle condizioni. Qui sta il privilegio delle coscienze ordinate e degli spiriti prudenti. E vivono « beati », vale a dire sereni e placati dentro se stessi. Le loro intraprese si svolgono senza le gravi scosse dell’ambizione, senza i contrasti della gelosia. Non turbano la boria d’alcuno. Hanno un tono così spontaneo e schietto, che — a meno di temperamenti malvagi — lavorano circondati dal riconoscimento o almeno dal rispetto. Come non assalgono alcuno, così da nessuno vengono assaliti. E filano tranquilli per la loro ascesa, guadagnando tempo e lavorando in pace, con tanto maggiore successo. – Don Bosco ebbe in alto grado la povertà in spirito eppure fu assai tormentato e turbato nello svolgimento della sua mirabile attività. Ma questo non veniva da invidia o gelosia; si temeva da spiriti miopi per i riflessi politici della sua azione popolare giovanile. Infatti non mancarono le dimostrazioni della violenza politica di chi vedeva nel santo sacerdote una minaccia contro le istituzioni. Ma la sua condizione spirituale, che lo teneva in una perfetta libertà di movimento, costituiva la sua forza; sicché o in un verso o nell’altro egli trovò modo di perseverare o di vincere.  Nessun vincolo o peso lo costrinse a tener in conto gli interessi materiali. La libertà lo fece agile e gli diede la vittoria. Ha verificato in pieno la povertà e s’è conquistato « il Regno de’ cieli » sin da quaggiù. Quale efficacia di bene nell’ambito stesso della Gerarchia ecclesiastica! La sua santità fu riconosciuta ancor vivo e la sua abilità nel condurre gli affari fu messa a profitto dalla fiducia dei Papi.

IV

I GODIMENTI DEI POVERI DI SPIRITO

BENI SCONOSCIUTI

Nella rinuncia, che è base della vita ascetica, sta un merito indubbio. È intanto una dimostrazione ben chiara dell’amore di Colui per il quale la rinuncia vien concepita e fatta. Se la morte è il medesimo segno di amore, l’accettazione d’una astinenza per amore è una prova sicura di esso. Quando si parla di rinuncia occorre tener presente che in essa vengono comprese tutte le cose le quali alla vita esteriore ci legano e ce ne fanno schiavi. Si considera « ricco » nel senso del Vangelo anche colui che ambisce gli onori, la vanità, i titoli onorifici e i primi posti. – È una umiliazione vedere gli uomini d’ogni grado e classe affannarsi per fregiarsi di segni convenzionali e di dati colori alle vesti, per cui la esistenza loro assomiglia ad una « fiera delle vanità ». È vero, che si intende onorare il grado non la persona… Ma che bella opportunità per la mamma avveduta, di far rilevare il poco conto da fare di codeste forme di angusta visione. Esse di solito nella realtà sono in proporzione inversa del merito. Sta bene: lo spirito di distacco, che agli inizi può essere frutto di superamento della naturale inclinazione alle cose di quaggiù, in seguito diventa senso di sollievo e di liberazione; sicché non pesa la rinuncia, ma soddisfa e piace la agilità e levità che rappresentano un vero godimento dell’animo. In tali condizioni non si avverte nessun sacrificio, ma si entra nel vestibolo della piena libertà dei figli di Dio. Il quale poi riconosce l’amore e premia. E il premio nella linea stessa della volontà del fedele è un accostarsi tranquillo e calmo alla realtà sostanziale della vita. Lo spirito libero di seduzioni inferiori riacquista una giovinezza nuova nella sensibilità e nel gusto. Vede la stessa natura con occhio puro e la interpreta. L’occhio che suggeriva al divino Maestro quelle similitudini pregne di bellezza e di significazione. Nella sua visione della natura era la freschezza dell’occhio vergine, che scorge l’opera del Signore, il dono all’umanità, il simbolo delle cose del Cielo. I prati ondeggianti delle colline di Galilea gli servivano come tappeti per la folla avida della sua parola; i laghi erano il quadro pieno di leggiadria delle sue ammonizioni e dei suoi significativi prodigi; i campi lavorati gli suggerivano cento brevi racconti di padroni e di servi, di coloni e di disoccupati, di fedeli agricoltori e di ignavi pronti a sfruttare chi offrisse loro il modo di provvedersi senza travaglio la vita. E le messi dicevano al suo animo tante cose dell’anima, del lavoro spirituale, del raccolto al termine della esistenza di quaggiù; suggerivano la proporzione con cui produce una volontà bene saldata al dovere e decisa di raggiungere il massimo profitto dalla fatica e dal sacrificio per Dio. Gli uccelli dell’aria gli suggerivano l’immagine del ladro dell’anima, ma anche quella della rapidità della vita presente e della cura con cui dobbiamo procurarci i beni, che hanno valore nell’altra.

CANTI DI LETIZIA

I Santi, che vissero nelle forme più prossime a quelle del Signore Gesù, ebbero essi pure questa verginità di visione e seppero esprimerla e viverla. San Francesco sta al primo posto. Ma anche l’aria della sua prima comunità dovette avere questo profumo di spontaneità e di godimento dei doni naturali di Dio. Che cosa dice l’Inno alle creature? Da quale atmosfera spirituale esso è sbocciato, se non da questa vista giusta delle semplici e caste bellezze di cui il Signore ha arricchito la sua opera fisica a servizio dell’uomo? Ciascuna di queste espressioni della sua bontà deve cantare le lodi del Creatore. E Francesco ne dice l’invito. Laudato si, mi Signore. Ogni opera di lui ha una voce, ha un profumo, un suono con cui viene esaltato l’essere da cui ebbe origine. Una simile concezione della esistenza terrena non nasce certo da una dilezione interessata e da un padrone cupido; ma soltanto dalla intuizione immediata e delicata della funzione delle cose, che Dio ci mise paternamente intorno. E sono, si noti, i beni di tutti. Quanto più un Cristiano è spoglio di beni personali, a cui dedicare le proprie attenzioni esclusive e gelose, e meglio sa penetrare il valore di esse, come offerta di Dio alla sua povertà e al suo diritto di godere. – Da questa visione della natura vengono i migliori « Fioretti ». Dove il gusto dell’uva che viene incoraggiato nel bisognoso di cura e il pasto di pane e di acqua attinta alla sorgente viva, accanto alla quale stanno seduti giocondamente Francesco e Masseo, sono i documenti d’una letizia mai gustata dagli schiavi della gola, quali sono comunemente coloro che possiedono. « E vedendo San Francesco, che li pezzi del pane di frate Masseo erano più belli e più grandi che li suoi, fece grandissima allegrezza e disse così — O frate Masseo, noi non siamo degni di così gran tesoro; e ripetendo queste parole più volte, rispose frate Masseo: — Padre come si può chiamare tesoro dove è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né tagliere, né scodelle, né mensa, né fanti, né fancelle. — Disse San Francesco — E questo è quello che io reputo grande tesoro, ove non è cosa veruna apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, si è apparecchiata dalla provvidenza divina, siccome si vede manifestamente nel pane accattato, nella mensa della pietra così bella e nella fonte così chiara; e però io voglio che preghiamo Iddio, che il tesoro della santa povertà così nobile, il quale ha per servitore Iddio, ci faccia amare con tutto il cuore ». Questa pagina dei « Fioretti » è davvero efficace. Il piacere di cui parlammo dianzi vi è espresso in forme plastiche e con parole splendenti. È come un ritornare del gusto allo stato primitivo. Èun rinverdire della sensibilità alle sue esperienze più ingenue, è superare le abitudini esigenti della saturazione e quindi arrivare alla semplicità primitiva e schietta.

ECCO IL PIACERE

La capacità d’ammirare è segno d’intelligenza e di valore morale. Più l’animo si sveglia alle scintille di bellezza e di bontà, distribuite da Dio nelle sue creature, più gli dimostra di non subire l’influsso delle gelosie e delle invidie, che fanno piccolo il cuore. Chi è del tutto sano dal lato morale ha uno spirito che possiamo dire ecumenico, universale. È degno delle compiacenze divine e segna un alto livello di nobiltà del sentimento. Questa attitudine è opposta allo stato d’animo angusto di colui che, avendo goduta la terra, è ormai nauseato e stanco e nessuna cosa piùlo allieta. Così son certi ragazzi viziati dai genitori senza criterio educativo, che tutto hanno concesso e ad ogni richiesta hanno ceduto. Per questo motivo il povero, colui che non fu secondato, ma contrariato nella sua giovinezza e lungo tutta la sua strada brutta e deserta, se mantiene la castità dei desideri, arriva a quella ingenuità e purità, che consentono le più intime gioie dello spirito. Nella famiglia cristiana il culto della semplicità dei desideri educa e prepara il tono giusto della vita. I figli imparano a dominare le voglie disordinate e ad amare i modesti piaceri della virtù. Sono questi che rendono l’esistenza amabile e serena e che mantengono all’uomo il tono consapevole dei beni di Dio. Gustano la passeggiata tra il verde, apprezzano la conversazione ilare, amano la lettura onesta, si allietano all’osservazione d’un panorama luminoso, ricercano il gioco senza complicazione e lo scherzo innocente, tributano la lode senza accentuazioni adulatorie, fanno sacrificio per il lavoro normale e per il dovere che corrisponde alla propria condizione. Tutto questo complesso di cose che respirano la pace, che danno la serenità, che incoraggiano nei giorni grigi, che rasserenano nelle ore del dolore e stimolano a perseverare fiduciosi sulla propria strada, mostra la bontà del Signore e consola delle pene inevitabili. «Beati» si dicono pertanto costoro i quali hanno scoperto, sotto la cenere delle miserie e delle deviazioni morali, il fuoco sacro, che scalda gli spiriti sacri a Dio.

V.

LO SPIRITO DI POVERTÀ COME FATTORE EDUCATIVO

VASTO RAGGIO D’AZIONE

Ad osservare queste stupende espressioni del Divino Salvatore, qualcuno può sentirsi indotto a concludere, che non vi siano lì motivi veramente utili alla formazione spirituale dei figlioli in famiglia e dei discepoli nella scuola. E per verità la forma ostentatamente paradossale le fa apparire più atte a svegliare uno stato di esaltazione mistica che non a indicare una strada piana e possibile alla totalità degli uomini. – Ma l’apparenza non corrisponde alla realtà. Tutte le difficoltà opposte all’applicazione delle « beatitudini » sono agevolmente eliminate da osservazioni perspicue e definitive. La parola del Signore non è divisibile. Ci sono i comandamenti e i consigli è vero, ma questa distinzione di graduatoria è ben lungi dal rappresentare differenza di sostanza nel suo insegnamento. Nessun esoterismo nelle sue parole. Tutti i suoi seguaci sono tenuti a conoscere tutta la sua dottrina e ad osservarla. Tutti, si deve intendere, secondo le proprie vocazioni e condizioni. Ma veniamo alle difficoltà. Si dice che lo spirito di povertà e di distacco sta bene in quegli individui, i quali, lasciato il mondo, vivono nella solitudine o sotto una regola che a tutto provvede. Ed è una obiezione, che ha un suo motivo solo apparente di giustezza. È principalmente per coloro che fuggono anche il precetto; ma, se questo è inteso nella sua compiutezza e nello splendore della sua forma a tutti viene imposto, sia pure in misura diminuita e in forme, se mai, interiori. Poiché l’attacco è schiavitù; e i seguaci di Cristo sono figli della libertà, alla quale Egli li ha generati. L’attacco è prostituzione dell’uomo alla materia, mentre Cristo ha sollevato l’uomo alle promesse eterne per una vita soprannaturale. L’attacco è sorgente di mali stimoli e incitamenti al peccato, siano essi il piacere, l’orgoglio, l’avarizia, mentre noi siamo chiamati al superamento di codeste passioni, madri di rovina e di disperazione.

MAGGIOR RENDIMENTO

Come può l’uomo, svincolato dall’amore al denaro, amare il lavoro sino a farlo oggetto di tutti i desideri e termine di ogni sforzo? Questa obiezione contiene due difficoltà, da noi considerate a parte. Che il distacco spirituale dall’oro renda indolente l’uomo e diminuisca il suo rendimento sul lavoro, non è vero. Dal lato spirituale il Cristiano — ed è in esso che noi osserviamo il fenomeno — sa di dover lavorare e produrre per la volontà di Dio. Il lavoro è dovere. Ha annesso è vero il piacere del guadagno e del benessere, che lo fa utile e immediatamente efficace sulla vita; e sta bene. Dio ci accarezza sempre così: un dovere e un piacere, perché gli è ben nota la nostra fragilità. In questo piacere, poi, non v’è nulla di riprovevole. È nella legge della vita, che noi si debba lavorare per provvederci quanto occorre alla esistenza fisica e spirituale. Un ragionamento come questo appare chiaro anche al ragazzo, al quale la madre o l’educatrice si volge. Lavora, perché Dio vuole così. Da principio il lavoro ebbe un senso di condanna e di castigo del peccato; ma quando il Verbo di Dio si fece uomo e lavorò fra noi, da allora il lavoro assunse il significato di un gradito dovere, per mezzo del quale, pur guadagnandoci la vita, secondiamo quell’esempio preclaro e stimoliamo le naturali abitudini, producendo e somministrando ai prossimi i frutti dell’ingegno e della forza ricevuti dal Creatore. Quest’altra è una soddisfazione, che sospinge la volontà e la fa alacre e preziosa a tutta la compagine umana. – Volontà di Dio e utile dell’uomo. Sono due ordini di stimoli i quali non esigono affatto l’avidità, ma piuttosto la superano. Ai giovanetti è facile inculcare il lavoro per codesti fini superiori. Ma è anche agevole mostrarlo come fonte di un guadagno ben prezioso per la vita dello spirito. Il servizio del corpo e delle necessità materiali appare chiaro. Ma quello compiuto a servizio delle necessità del cuore, che sente lo stimolo verso il soccorso del prossimo, ha alcune sue radici nella buona educazione e la favorisce. Non è forse di comune uso, la carità al povero incontrato per la strada? Non è questo un efficace modo di sviluppo del sentimento e una rappresentazione concreta delle capacità di ognuno a sovvenire l’indigente, il disgraziato, il fratello colpito da una sventura che esiga soccorso in denaro? Perché non rivelare ai piccoli le condizioni lagrimevoli e commoventi di certi compagni di scuola, che non sono circondati dalle carezze della Provvidenza e non trovano intorno a sé la solidarietà di aiuto e la simpatia, che medica le ferite e raddolcisce gli spasimi? Un cuore giovanile indirizzato su questa via non fallirà nella sua esperienza e saprà trovare dentro di sé gli efficaci sostegni concessi dalla stessa natura il di delle non desiderabili sorprese, che lo studio, il lavoro, le vicende della famiglia, i contatti con i compagni, e lo svegliarsi improvviso di sentimenti in contrasto, sono in grado di provocare.

NASCE L’UOMO D’AZIONE BENEFICA

Vi sono istituzioni da sostenere, iniziative provvide da appoggiare con l’azione e i mezzi di fortuna. Se il giovine sa di possedere secondo il principio evangelico, e di essere perciò depositario di beni, che devono essere considerati come propri del povero, non ne abuserà per il capriccio personale, ma saprà studiarne una destinazione, che apparisca degna di un depositario consapevole e sensibile alla voce dell’alto e della retta e cristiana coscienza. Nel lavoro e nel guadagno i giovani trovano uno stimolo valido, un appoggio chiaro e nobile, un incitamento diuturno ed elevante. Sanno di entrare per tal modo dentro un congegno la cui forza motrice nasce nel cuore stesso di Dio e avvertono nella fatica e nei suoi frutti un sapore divino. Strumenti di Dio Padre sentono di diventare così volontà destinate a potenziare le intenzioni di misericordia del Signore. Le madri e le educatrici non troveranno difficile indugiare dentro questo solco di bontà e scaldarvi i germi di bellezza per la vita avvenire dei loro cari. Dilatare i loro cuori nel respiro d’una generosità attiva e vasta, è creare in essi una tendenza aderente al precetto divino e spegnere i fomiti della passione. Splendono i cuori materni nella visione della generosità dei loro piccoli e sono incoraggiati dalla pronta risposta dell’istintivo entusiasmo di essi per la virtù, che apparisce frutto della diretta azione, del sacrificio pronto, della rinuncia risoluta. – « Beati i poveri in spirito ». Da codesta povertà non è a dire quanta ricchezza potrà emanare, quale generosità sgorgare. Ed esse, le buone mamme cristiane, ne saranno il primo oggetto. Beate esse, perché avranno usato della loro autorità secondo il comandamento divino; beate per avere sotto gli occhi, commosse e colme di intimo gaudio, l’espressione vivente della fatica e del sacrificio compiuto. Ma quella dei figli sarà una « beatitudine » ineffabile e perenne, poiché tutta la vita e nell’aldilà essi benediranno l’opera saggia della madre, dalla quale hanno imparato ad essere liberi e sciolti da vincoli terreni di passioni e di ansie, per raggiungere una condizione tanto sicura dal lato materiale quanto onorevole da quello dello spirito. L’agire infatti secondo la volontà di Dio è operare con vasto cuore ad attuare il comandamento della indipendenza, della libertà, della collaborazione all’azione della sua Provvidenza paterna.

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-1A-)

LE BEATITUDINI EVANGELICHE (1A)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

RICERCA DELLA FELICITÁ

Non vuoi tu essere felice e subito, oggi? Ogni uomo vive con questo miraggio. Vi dirige ogni sua energia, ogni agilità d’intelletto, vigore di cuore e di membra, se occorra. Osserva il facchino del porto, che solleva e trasporta pesi; osserva l’uomo di studio, che vigila le ore piccole della notte. E anche il malato, disteso e immobile sul suo letto d’ospedale, mentre il medico lo studia con nello sguardo la certezza della sua prossima fine, ha nell’ansia dell’occhio errante, nell’occhio affogato nelle lagrime di una affranta debolezza, la speranza della guarigione e alfine del benessere. È una dolorosa passione, che invade tutti i cuori e che può essere sanata soltanto dalla fede. Con questa impariamo ad aver fiducia in Dio e ci abbandoniamo a Lui, provvido Padre, che ci ama tanto. Allora lo stimolo della felicità, benché non abbia raggiunto la meta, si sente in parte appagato, poiché in Dio sappiamo essere ogni bene e che un giorno, non mai molto remoto, ci verrà dato in libero possesso. « Beatus vir cuius est nomen Domini spes ipsius— beato l’uomo che pone la sua speranza nel nome del Signore » (Sal. XLIX, 5). Ogni altra cosa fa fallimento. Tutto è illusione, apparenza, inganno. Ogni giorno incontriamo cuori delusi, anime sconsolate, che avevano riposto le loro speranze in oggetti incapaci di servire al fine. Eppure l’esperienza della ricerca in una nuova direzione vuol essere ogni dì ripresa. Tanto è il fascino, che, sopra noi miseri, esercita il mondo. – Ho ascoltato una giovinetta, la quale pareva abbattuta dal fulmine. Il ritratto della desolazione. Aveva amato con molta ingenuità, chi non era degno di essa. S’era lasciata godere. Un caldo sogno l’aveva accompagnata per mesi. La coscienza non la rimproverava di nulla, perché le pareva, che l’amore giustificasse tutto. Ma lui si annoiò della sua totale condiscendenza e l’abbandonò. Come avrebbe potuto medicare una così lacerante ferita? La povera giovane smaniava e diceva di non poter credere alla realtà. Così, allorché uno corre perdutamente verso la vanità. Si carica di gingilli. Ostenta ricchezze d’abiti; la pelliccia rappresenta il cielo raggiunto e la dolcezza più ambita dello spirito vano. Ma poi s’avvede come molti altri s’abbiglino con raffinatezza; e la singolarità, su cui soprattutto puntava, sfuma. Tutto diventa banale, comune, senza interesse. La figura esterna stanca, anche se graziosa. Ve n’ha molte di persone graziose e a volerle osservare tutte, si smarrisce il sapore della stessa grazia. L’insipido che cosa vale poi? Le frasi, che tu cogli sulle labbra dei gaudenti di tutte le età e d’ogni condizione, sono atte a sfiduciare uno spirito appena sensato. È scetticismo, e tu invece agogni il bene reale. La sazietà li ha delusi. Ogni esperienza ha tolto dal loro animo qualcosa e li ha abbandonati come esausti e disseccati: Che se non hanno raggiunto ancora la misura; se nutrono tuttavia qualche capacità di piacere e possibilità di godimento, tu in essi avverti la incertezza e lo sforzo per sostenersi, mentre sotto sentono il vuoto. « Et mundus transiit et concupiscentia ejus— e il mondo passa e la sua concupiscenza » (1 Joan. II, 17). Non si trovano che animi irritati, sorpresi, disperati fra coloro che hanno riposto la loro fiducia in esso. E questo veleno contamina tutta la loro esistenza; quella della famiglia, che è tradita; quella del lavoro, che non produce; quella del cuore, che ha smarrito la capacità d’amare. Lo sconforto li fascia e li soffoca. Gesù al contrario, non ci illude con attraimenti inconsulti; ci dice chiaro il nostro dovere e la nostra sorte. Non patteggia con le teorie correnti. Neppure con le nostre passioni. Ci tratta con lealtà: né freddezza o indifferenza, ma neppure illusioni o accarezzamenti. Per questo bisogna credergli; dargli affidamento; far conto delle sue parole come di quelle di uno che ci ama con totale amore. Se lo ascolti così, presto ti sarà dato di penetrare la bellezza della sua amicizia. È tal cosa che descriverla non è possibile; farne l’esperimento e gustarla, sì. Quanti intorno a noi credono in Dio, hanno fiducia nel suo Figlio Gesù e si trovano bene! La fame di conforto tanto viva nella nostra natura, in essi viene bene soddisfatta dai frutti dell’intimità con Cristo. Per citare un esempio, ecco le parole di una giovine trappista, che languì per diversi anni e poi morì, offrendo la vita fresca e olezzante per l’unità nella Chiesa di tutti i suoi figli separati: « Mi affido a lui, e basta. Il Signore sa quello che fa… Non è mai troppo quello che si fa per il Signore … Non chiedo consolazioni; non sono necessarie. Si può vivere senza consolazioni; la grazia di Dio supplisce a tutto». (Suor Maria Gabriella della Trappa di Grottaferrata).

ANELITO BENEDETTO

Ma anche fuori per il mondo, per nostra buona sorte, vi sono anime anelanti a glorificare il Signore e che in questo trovano tutta la loro felicità. Sono le colonne del Regno di Dio. Come esse si affidano a Dio, così Dio, per tutti i suoi piani di benedizione, si affida a loro e le fa suoi intermediatari, suoi messaggeri, suoi pazienti, talvolta anche suoi crocifissi. Poiché coloro che sono di Dio, imitano nella propria vocazione la missione del suo divin Figlio. Per essi è questa la maggiore beatitudine. Se non in tale grado, la nostra dedizione al Signore deve essere nondimeno piena. « Chi non ha rinunciato a se stesso, scrive il ven. Padre Antonio Chevrier, è sempre in agitazione per lagnarsi e cercare consolazioni e soddisfazioni essendo sempre nella noia, nel turbamento, nell’irrequietezza. Questi turbamenti, queste irrequietezze non sono in fondo che delle inezie presto dissipate da un solo pensiero di fede e d’amor di Dio, d’umiltà; ma poiché in quelle anime non v’è né fede, né umiltà, né amor di Dio, né forza di azione, allora esse non possono sopportar nulla, e quelle inezie sono montagne per loro; onde trovano insopportabili cose di cui altri non farebbe caso; tutto ciò deriva dall’amor di sé. Come sono infelici quelle anime, che si ricercano continuamente, che non si occupano che di se stesse! Che vita intollerabile per sé e per gli altri e per chi le dirige e governa! ». – Basterebbe prendere in considerazione con serietà quanto sino fallaci le parole degli uomini, per aderire con tutta l’anima a quelle del Signore e comporre la propria vita in serenità piena e felice. Quanto è deplorevole la condizione di chi si affida al mondo, altrettanto sicura e consolante è quella di chi si abbandona a Dio. La nostra felicità non può trovarsi che nella linea della volontà di Lui. Occorre pertanto che ci gettiamo ai suoi piedi e che gli facciamo una accorata e decisa dichiarazione di fedeltà. Sia essa come un impegno solenne nei riguardi della nostra vita avvenire, per renderla feconda e utile alla casa alla famiglia, al gruppo sociale del quale facciamo parte. « Salvaci, o Signore! L’avidità della beatitudine mondana mi ha vuotato il cuore. Voglio la tua, quella dei tuoi santi, che abbandonarono le strade dell’errore per seguirti. Da qui dove sono, dalla mia condizione comune, intendo vivere con te, per te. Le mie beatitudini siano d’ora innanzi le tue. Le mediterò con l’intento di farne il nutrimento della mia vita, per conformarvi tutto il mio giudizio, il mio pensiero, la mia attività ». – Quando un’anima è interiore, sa vivere raccolta in sé e mantenere il dominio delle sue passioni, diventa l’ammirazione degli Angeli. In tale condizione, unendo le nostre azioni a quelle di N. S. Gesù, noi le facciamo partecipi del valore loro proprio, sicché divengono come divinizzate. Non ti pare, che così valga la pena di vivere? Capovolto il giudizio del mondo circa la vita nostra, le beatitudini diventano davvero il nostro Vangelo. Non temiamo più le tribolazioni; ordiniamo le nostre aspirazioni nel senso loro; miriamo a possedere il tesoro più prezioso che mente possa mai concepire; e tutto diventa lieve e facile, tollerabile e consolante. «.Beati qui ad cænam Agni vocati sunt — beati quelli che sono invitati alla cena dell’Agnello » (Mt. XXII,3).

Beati pauperes spiritu: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

 Beati mites: quoniam ipsi possidebunt terram.

 Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

 Beati qui esuriunt et sitiunt justitiam: quoniam ipsi saturabuntur.

Beati misericordes: quoniam ipsi misericordiam consequentur.

 Beati mundo corde: quoniam ipsi Deum videbunt.

Beati pacifici: quoniam filii Dei vocabuntur.

Beati qui persecutionem patiuntur propter justitiam: quoniam ipsorum est regnum cælorum.

[Matt. V, 3-11]

CAPO PRIMO

Beati pauperes spiritu, quoniam ipsorum est regnum cœlorum

I.

LA SCHIAVITÙ DEL RICCO

Quando parliamo di ricco nel senso evangelico, si pensa a colui il quale ha lasciato penetrare nell’intimo suo l’attacco alle cose terrene di qualunque sorta: averi, ambizioni, desideri, passioni e amori illeciti. Chi guarda la terra con l’occhio avido e insistente è il ricco di cui parla il Signore. Per vero il possesso di qualunque bene legittimo, con un animo sereno e libero, così che non tema d’esserne spogliato, con quel timore che accascia e abbatte, non è ricco nel senso riprovato; è semplicemente uno al quale la Provvidenza ha affidato dei beni, di cui egli cerca di fare l’uso giusto e doveroso. Non fu rimproverato Nicodemo per la sua posizione elevata nel Sinedrio, vale a dire nel consesso sociale più alto che il popolo d’Israele avesse. Né il Centurione romano, che a Gesù ricorreva per il figlio malato, fu fatta colpa della distinzione in cui trovavasi dal lato sociale. Neppure il ricco Epulone della parabola fu redarguito perché possedeva ricchezze, ma invece per il malo uso che ne faceva, banchettando senza fine e trascurando la miseria dei bisognosi di cui aveva un esemplare tanto interessante alla porta della sua casa. Dobbiamo riconoscere piuttosto, che le ricchezze sono un dono di Dio, che consente ai ricchi di sentimento cristiano di compiere un bene notevole in questa vita e di conquistarsi dell’altro bene per sé in quella definitiva ed eterna. – Il ricco è pertanto lo spirito, che, avendo lasciato aderire la volontà ai comodi e alle avidità delle cose terrene, si trova in una vera condizione di indigenza. Difetta di ogni elevatezza morale. Eccolo: il ricco è affetto dalla miopia dell’avarizia. Non vede che il suo oro e con gli occhi e con l’animo. Le sue sollecitudini sono per l’aumento di quel possesso, che lo tiene schiavo. Crescere la quantità d’oro o di godimento o di soddisfazione è l’unico suo sogno. Aderisce alla terra con tutte le sue facoltà. Si chiude nell’angusto mondo che gli sta davanti, con le sue spregevoli preoccupazioni. Misconosce ogni funzione nobile alla propria vita. Le sue giornate vengono spese miseramente. Le stesse attitudini naturali in tal modo sono prostituite nel loro oggetto e sviate nelle loro finalità naturali. Così che l’animo dell’avaro diviene via via più chiuso e mortificato in quel suo tenebroso mondo di desideri e di appetiti, che lo fanno termine di pietà per ognuno. Pietà non scompagnata da condanna e da riprovazione.

LO SCHIAVO

Il ricco apparisce altresì schiavo dei suoi bassi istinti. È la sua una schiavitù vergognosa e infamante. Avrebbe l’ali delle naturali tendenze verso le cose elevate e sante; avrebbe, oltre a ciò, le capacità materiali per dedicarsi ad opere di bene per sé e per i suoi prossimi, forse in vaste proporzioni; avrebbe tanti doni di Dio da mettere a profitto per la società, che gli sta intorno nella esposizione dei propri bisogni, sempre grandi, delle frodi e degli inganni, ed eccolo inetto, non appena a fare, ma altresì a sentire un palpito di carità, un fremito di fraternità, che lo determini a quei gesti generosi che sono atti ad aureolare un uomo ed una intera vita. Sicché tutta la sua esistenza si rivela come un documento di povertà e di miseria. Non dunque vita deve dirsi, ma esistenza appena. E come sarà giudicato da Dio, chi, anziché vivere e produrre, si lascia condurre per le strade di questo mondo avvinto al guinzaglio dell’avarizia? Come può uno spirito siffattamente immiserito, privo di slanci, assente da ogni forma di attività produttiva e generosa, sana e efficace in favore del prossimo, sprecare le sue energie e i suoi talenti a dispetto dei forti richiami della coscienza? Indubbiamente, nel periodo di tentazione e in quello successivo di adattamento a codesto scemo disordine di esistenza morale, deve avere subito i violenti e provvidi attacchi del rimorso; avrà forse anche alquanto reagito e resistito. Ma in seguito, deposte le armi e iniziato definitivamente il suo mortifero stato di coscienza, un silenzio, appena turbato da fitte di protesta, e una sorta di sonno lo avvolse e lo tenne. Eppure fuori di lui la vita si svolge attiva e rapida, costruttiva e feconda; ma la sua sensibilità è attutita dalla consuetudine, addormentata dal sopore che viene dalla passione accontentata.

AVIDITÀ COLPEVOLE

Questa schiavitù spirituale non di rado induce anche ad appropriarsi i beni altrui. Il furto è conseguenza naturale dell’amore disordinato. La intelligenza dell’avaro, essendo tesa di continuo verso il possesso, vela come per istinto il diritto altrui per scorgere soltanto il proprio e con facilità e desidera e si appropria quanto suo non è. Se si ascolta la lezione del demonio, non sarà difficile seguirlo sulla china dell’indebito possesso, giacché egli « fur est et ladro — è essenzialmente ladro » (Joan., XI). Fra i derubati, ecco che sono in primo posto i poveri, gli operai, i dipendenti, coloro i quali meno hanno mezzi di difesa e che, perciò, diventano la preda degli avidi, la cui coscienza s’è sfibrata e fatta insensibile. Colpe sempre maggiori si accumulano sulla coscienza dell’avaro. Brutture non sospettate ed impensate entrano nell’ambito d’un’anima, che conobbe le delicatezze della carità del Signore e dei Santi. E tutto quasi nella insensibilità. La durezza di cuore si rassoda e affronta qualsiasi delitto contro il prossimo e contro se stesso. L’avaro è un cieco, un illuso, un maniaco, un folle. Giustifica le decisioni più illecite con una tranquillità che stupisce. E sa talvolta conciliare il disordine morale con le pratiche di pietà religiosa, senza grandi rimorsi. – Come è possibile vivere così col cuore in contrasto con la legge di amore? L’uomo si adatta agevolmente a tutte le condizioni. Ma non manca per buona sorte mai la voce divina della coscienza, che tien desto, sia pure in tono fievole, il senso vigile del comandamento di Dio. – Quando il Signore Gesù affermò « beati i poveri in spirito », dichiarò insieme la penosa miseria dei « ricchi »; ricchi anche se privi d’ogni bene terreno. Ma a questi prigionieri della mala tendenza affermata e secondata, che tormenta come uno stimolo acuto, che non lascia requie e sospinge alla disperazione e alla rovina morale, non va la pietà del Signore, bensì il biasimo e la condanna. Vedi la famiglia dell’avaro? I suoi beni sono come sotto sequestro. La moglie non ne può disporre che in una misura ridotta; e i figli sovente da piccoli sono educati in modo insufficiente e sproporzionato alla condizione e ai mezzi; da grandi, sono tenuti volutamente legati alla catena, senza poter disporre di quanto avrebbero diritto di avere a fine di formarsi una condizione sociale dignitosa e crescono con il rancore nell’animo; né è raro vedere delle figliole, che non sono in grado di andare a marito, perché il padre per non aprire la borsa, non lascia libero il passo. Famiglie disgraziate; ma meritevole di riprovazione senza misura colui il quale, venduta l’anima al demonio dell’avarizia, semina intorno a sé la desolazione e tante ragioni di dolore.

3 LUGLIO: SAN LEONE II PAPA

SAN LEONE II, PAPA E CONFESSORE

L’onore della Santa Sede.

Il Papa san Leone II ebbe un regno brevissimo: dal 682 al 683; tuttavia la Provvidenza gli aveva addossato la grande responsabilità di approvare gli atti del VI Concilio ecumenico che condannava la memoria di uno dei suoi predecessori, il Papa Onorio, morto da circa mezzo secolo. Si comprende come ciò sia avvenuto solo per motivi gravissimi: questi erano infatti tali che il santo Papa non indietreggiò davanti al suo penoso compito. Ne andava di mezzo l’onore stesso della Santa Sede, e su un punto al quale esso è particolarmente sensibile: la sua infallibilità dottrinale. San Leone II approvò il concilio che aveva rilevato un grande mancamento nella vigilanza di Onorio e lo aveva condannato per aver lasciato libero corso a un’eresia sottile e capziosa che era sfuggita alla sua censura.

L’Eresia monotelita.

Questa eresia era nata dal falso zelo d’un patriarca di Costantinopoli, Sergio. Egli aveva riconquistato alla vera fede i monofisiti, molto numerosi in Oriente, i quali volevano vedere una sola natura nel Verbo Incarnato, negando in tal modo che Egli fosse vero uomo e insieme vero Dio. Sergio pensò, verso il 620, di far sottoscrivere loro una formula che affermava le due nature, ma che autorizzava la fede all’unità di volontà in nostro Signore. Era questa la nuova eresia, il monotelismo o dottrina dell’unica volontà, che negando l’esistenza di una volontà umana in Cristo distruggeva l’integrità della sua natura umana e di conseguenza riportava a galla il monofisismo che si voleva combattere.

L’inavvertenza di Onorio.

Questa eresia trovò presto dei potenti avversari in due monaci: san Massimo di Costantinopoli, che subirà in martirio insieme con il Papa san Martino I per la difesa della fede; e san Sofronio, che diventerà poco dopo patriarca di Gerusalemme. Disgraziatamente, i patriarchi di Antiochia e di Alessandria sostennero Sergio; e solo l’autorità di Roma poteva arrestare il progresso dell’eresia. Ma in quella battaglia in cui il Sommo Pontefice avrebbe dovuto trovarsi in prima fila. Papa Onorio venne meno. Sergio l’aveva abilmente sedotto. Gli aveva presentato la sua formula come perfettamente conforme alla dottrina delle due nature, e d’altronde particolarmente adatta a riconciliare i monofisiti. Onorio, fino allora estraneo alle discussioni che dividevano gli Orientali, era mal preparato a trattare tale questione dal punto di vista dottrinale. Egli vide soltanto il fine da raggiungere: il ritorno dei dissidenti. Dette fiducia a Sergio, lo incoraggiò nel tuo tentativo, e gli inviò una lettera di approvazione redatta dal suo segretario Giovanni, lettera piena di equivoci. Vi si affermava che il Verbo Incarnato opera divinamente le cose divine e umanamente le cose umane; ma vi si diceva pure che non avrebbero potuto esservi in Cristo volontà di senso diverso o contrario. Il Papa senza dubbio non si poneva dal punto di vista della composizione delle due nature di Cristo, ma solo delle sue virtù morali, e intendeva così manifestare la sua perfetta obbedienza. Tuttavia, ritenendo alcune delle riprovevoli espressioni di Sergio, sembrava approvarle. Poco dopo, san Sofronio pubblicò a questo riguardo la sua prima lettera sinodale. Quel magnifico trattato di teologia illuminò Onorio il quale si affrettò a scrivere egli stesso a Sergio una seconda lettera in cui, senza ritrattare i suoi incoraggiamenti ad agire per la riconciliazione degli eretici, fissava nettamente il limite delle concessioni da farsi. Ma il male era fatto, e Sergio, appoggiato dall’Imperatore stesso, aveva già abusato della libertà concessa dalla prima lettera del Papa.

La condanna di Onorio.

Cosicché, cinquant’anni dopo, in seguito al trionfo dell’ortodossia, il VI Concilio ecumenico tenutosi a Costantinopoli nel 680-681, dopo aver condannato l’eresia monotelita, scomunicava Sergio e i suoi seguaci, fra i quali ritenne di poter annoverare anche Onorio. Era un andare troppo oltre: bisognava pur fare una distinzione. E quando il Papa san Leone II ricevette gli atti del Concilio, li sanzionò solo dopo aver specificato la colpa di Onorio, che non bisogna confondere con gli eretici. « Invece di purificare questa Chiesa apostolica – egli scrive – ha permesso che l’Immacolata fosse contaminata da un tradimento profano » (Héfèle-Leclercq, Hist. des Cons., III, 514). Questo severo giudizio non è mai stato revocato da alcun Papa. Del resto, fin dall’inizio l’errore di Onorio fu considerato come una colpa personale che non implicava affatto l’autorità della Santa Sede (L. Bréhier, in Storia della Chiesa di Pliche e Martin, V, 190). Ma un Papa, anche quando non parla ex cathedra e come dottore infallibile, reca tuttavia immense responsabilità nel suo insegnamento ordinario. Onorio non è stato eretico, anzi è stato anche tenuto in grande onore dai Papi san Martino e sant’Agatone. La Chiesa d’Occidente è stata governata da lui con saggezza. Ma il VI Concilio ecumenico ha messo in evidenza che in Oriente egli era venuto meno al suo compito. E san Leone II rese giustizia.

Vita. – San Leone II, siciliano d’origine, fu eletto papa nel 681, ma fu consacrato solo dopo l’accettazione dell’imperatore nell’agosto del 682. Il suo Pontificato ebbe termine meno d’un anno dopo, essendo morto nel luglio del 683. Era molto versato nelle lettere e amante della musica. Riedificò la chiesa di San Giorgio al Velabro e dedicò a san Paolo una chiesa che arricchì di reliquie tratte dalle Catacombe. Era dottore, predicatore, amico della povertà e dei poveri. Sostenne i diritti della Sede di Roma contro le pretese di quella di Ravenna, la città in cui risiedeva l’imperatore. Sanzionò infine gli atti del VI Concilio ecumenico. Fu sepolto in San Pietro.

Cristo, vero Dio e vero Uomo.

O glorioso Pontefice, tu hai avuto il privilegio di completare la confessione apostolica, dando il suo ultimo sviluppo alla testimonianza resa da Pietro a quel Figlio del Dio vivo che era insieme figlio dell’uomo. Tu eri degno di portare a termine l’opera dei concili di Nicea, di Efeso e di Calcedonia, che avevano rivendicato nell’Emmanuele la divinità consustanziale al Padre, l’unità di Persona che faceva di Maria la sua vera Madre, e quella dualità delle nature senza la quale Egli non sarebbe stato nostro fratello. Ora satana, che sui primi due punti si era facilmente lasciato battere, attaccava rabbiosamente il terzo: poiché nel giorno della grande battaglia che lo scacciò dal cielo, la sua ribellione era consistita nel rifiuto di adorare Dio sotto la forma umana; costretto dalla Chiesa a piegare il ginocchio, la sua rabbia avrebbe voluto almeno che quel Dio non avesse preso dall’uomo se non una natura incompleta. Che il Verbo sia carne, ma che non abbia in questa carne altro impulso, altre energie se non quelle della divinità stessa: e quella natura inerte, privata della volontà, non sarà più l’umanità, anche se dovesse conservarne tutto il resto; e lucifero, nel suo orgoglio, sarà meno umiliato. L’uomo infatti, oggetto della sua ira infernale, non avrà più in comune con il Verbo divino se non una Vana apparenza. Grazie a te, o san Leone II, grazie in nome di tutta l’umanità! Per tuo mezzo, al cospetto del cielo, della terra e dell’inferno, viene autenticamente promulgato l’incomparabile privilegio che stabilisce, senza restrizioni di sorta, la nostra natura alla destra del Padre, nel più alto dei cieli; per tuo mezzo la Vergine schiaccia il capo dell’odioso serpente.

Preghiera per i Sommi Pontefici.

Ma quale tattica in questa campagna di satana! Quale plauso nell’abisso allorché un giorno il rappresentante di Colui che è la luce apparve complice delle potenze delle tenebre per recare la notte! Previeni, o Leone, il ripetersi di situazioni così penose! Mantieni il Pastore al disopra della zona delle malefiche brume che si levano dalla terra; conserva nel gregge quella preghiera che deve salire continuamente a Dio per lui dalla Chiesa (Atti XII, 5): e Pietro, foss’anche sepolto nel profondo delle più oscure prigioni (come avviene  oggi per Papa Gregorio XVIII – ndr.-), non cesserà di contemplare il puro splendore del Sole di giustizia; e l’intero corpo della santa Chiesa si troverà nella luce. Il corpo infatti – dice Gesù – è rischiarato dall’occhio: se l’occhio è semplice, tutto il corpo risplende (Mt. VI, 22).

Il Magistero infallibile.

Ammaestrati da te sul valore del beneficio che il Signore ha elargito al mondo quando lo stabilì sull’insegnamento infallibile dei successori di Pietro, conosciamo ora la forza della roccia che sostiene la Chiesa; sappiamo che le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa (ibid. XVI, 18). Mai infatti lo sforzo di quelle potenze dell’abisso andò tanto oltre come nella funesta crisi alla quale tu ponesti termine. Del resto, il loro successo, per quanto doloroso, non andava contro le promesse divine: non già al silenzio di Pietro, ma al suo insegnamento è stata promessa l’immancabile assistenza dello Spirito di verità. O piissimo Pontefice, ottienici, insieme a quella rettitudine della fede, il celeste entusiasmo che occorre per celebrare Pietro e l’Uomo-Dio nell’unità che Gesù stesso ha stabilita fra loro. La sacra Liturgia ti fu grandemente debitrice: facci gustare sempre più la manna nascosta che essa racchiude; possano i nostri cuori e le nostre voci interpretare degnamente le sacre melodie!

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Preghiamo soprattutto oggi per la peste dei gallicani fallibilisti pseudo- tradizionalisti, che facendo di Papa Onorio una loro falsa bandiera, trovano spazio per diffondere le loro eresie ed il loro scisma formale dal Vicario di Cristo impedito ed eclissato, appoggiando materialmente gli antipapi usurpanti della kazaro-massoneria … chi vi ha convinti di impunità, razza di vipere, pensate di finire nel “pleroma-ensof” kabalistico e non temete l’inferno ove ben presto finirete … convertitevi finché siete in  tempo, tornate all’unità con il Vicario di Cristo e salverete l’anima vostra dal fuoco eterno. Et IPSA CONTERET…

SALMI BIBLICI: “QUARE FREMUERUNT GENTES …” (II)

Salmo 2: QUARE FREMUERUNT GENTES

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ouLES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS , Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE,1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878. f ODON,

Evêque de Soissons et Laon

SALMO II

[1] Quare fremuerunt gentes, et populi meditati sunt inania?

[2] Astiterunt reges terræ, et principes convenerunt in unum adversus Dominum, et adversus Christum ejus.

[3] Dirumpamus vincula eorum, et projiciamus a nobis jugum ipsorum.

[4] Qui habitat in caelis irridebit eos, et Dominus subsannabit eos.

[5] Tunc loquetur ad eos in ira sua, et in furore suo conturbabit eos.

[6] Ego autem constitutus sum rex ab eo super Sion, montem sanctum ejus, praedicans praeceptum ejus.

[7] Dominus dixit ad me: Filius meus es tu; ego hodie genui te.

[8] Postula a me, et dabo tibi gentes haereditatem tuam, et possessionem tuam terminos terræ.

[9] Reges eos in virga ferrea, et tamquam vas figuli confringes eos.

[10] Et nunc, reges, intelligite; erudimini, qui judicatis terram.

[11] Servite Domino in timore, et exsultate ei cum tremore.

[12] Apprehendite disciplinam, nequando irascatur Dominus, et pereatis de via justa.

[13] Cum exarserit in brevi ira ejus, beati omnes qui confidunt in eo.

SALMO II.

Profezia del regno di Cristo, provata dagli Apostoli, Atti c. IV e agli Ebrei c. 1.

[Vecchio Testamento – Secondo la Volgata

Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI, Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

1. Per qual ragione fremon le genti, e i popoli macchinano dei vani disegni?

2. Si sono levati su i re della terra, e i principi si son collegati insieme contro il Signore e contro il suo Cristo.

3. Rompiamo i loro lacci, e rigettiam lungi da noi il loro giogo.

4. Coìui che nei cieli risiede, si burlerà di costoro, e il Signore gli schernirà.

5. Allora egli parlerà ad essi nella sua indignazione, e nel suo furore gli atterrirà.

6. Ma io da lui sono stato costituito re sopra Sionne, (sopra) il monte santo di lui, affine di annunziare i suoi precetti.

7. Il Signore disse a me: Tu sei mio figliuolo; io oggi ti ho generato. (1)

8. Chiedimi, e io ti darò in tuo retaggio le genti, e in tuo dominio gli ultimi confini del mondo.

9. Governerai coloro con scettro di ferro, e gli stritolerai come un vaso di creta.

10. Adesso adunque voi, o regi, imparate; ravvedetevi voi che siete giudici della terra.

11. Servite a lui nel timore, e in lui con tremore esultate.

12. Abbracciate la buona dottrina, affinché non abbia il Signore a sdegnarsi, e voi vi perdiate, smarrita la via della giustizia. (2)

13. Allorché subitamente l’ira di lui divamperà, beati tutti coloro che si confidano in lui.

(1) Si tratta qui primariamente della generazione eterna del Verbo nell’eternità, che non ha né passato né futuro “aggiornata” ad oggi. Queste parole possono anche applicarsi, secondo un gran numero di Padri, a tutte le manifestazioni nel tempo di questa generazione eterna: alla nascita di Gesù-Cristo, al suo Battesimo, ma soprattutto alla sua Resurrezione ed al suo Sacerdozio (Act. XIII, 33).

(2) non possiamo passare sotto silenzio il senso che dà il testo ebraico a questo versetto: “abbracciate o adorate il Figlio per paura che non si irriti e non vi frantumi”. La parola ebraica “nascaq” significa adorare, quando si indirizza a Dio. Perché era con il baciare che in Oriente si rendeva omaggio ai re.

Sommario analitico

Il Re-profeta in questo salmo, considerando la Passione, la Resurrezione ed il trionfo di Gesù-Cristo, dipinge come un quadro (se ne veda l’applicazione fatta dagli Apostoli e dai primi Cristiani (Atti IV, 25 e 26, etc.):

I— Gli sforzi dei nemici di Gesù-Cristo.

1) Dei popoli. – (a) I fremiti delle nazioni (1); (b) i vani complotti dei Giudei (2).

2) Dei re e dei principi che si sono radunati per spezzare i legami e scrollarsi dal giogo che Dio ed il suo Cristo volevano loro imporre (3).

II- Il Padre di Gesù-Cristo che:

1° si ride dei loro vani sforzi (4);

2° parla loro nella sua collera (5).

III – Gesù-Cristo stesso:

1° Re che domina su tutta la Chiesa; 2° legislatore che sanziona le legge del Vangelo (6); 3° Figlio di Dio coronato di gloria nella sua triplice generazione (7); 4° erede e maestro del mondo intero (8); 5° pastore vigilante, dominante costantemente le proprie truppe con una verga di ferro; 6° giudice severo che schiaccia e distrugge i ribelli (9).

IV – I soggetti al Cristo, cioè i re ed i giudici che Egli esorta:

1° ad aprire la loro intelligenza a questi grandi insegnamenti che Dio da loro (10); 2° a sottomettere la loro volontà con un sentimento di timore misto a gioia (11); 3° ad aggiungere a questi sentimenti la pratica delle buone opere, per evitare la collera di Dio quando il tempo è prossimo (12, 13).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1, 3.

ff. 1, 3. – La domanda che fa il Re-Profeta, che inizia questo salmo, si è posta in tutti i tempi a tutti gli spiriti considerantesi attentamente come i destinatari della Religione di Gesù-Cristo e della sua Chiesa nella loro marcia attraverso i secoli. Il Cristianesimo portava al mondo la Religione più pura, più sublime, l’unica vera, e dal suo apparire sollevò una repulsione quasi universale, una coalizione che racchiudeva in sé interi popoli ed i cui re, alla loro testa, si proponevano nientemeno che l’annientamento del nome di Gesù-Cristo. È questo lo spettacolo che il Re-Profeta ha davanti agli occhi quando lancia questo grido di stupore: “Perché le nazioni fremono? Perché i popoli vanno meditando vani complotti? I re della terra si sono sollevati, i principi si sono coalizzati contro il Signore e contro il suo Cristo”. Egli vede le nazioni in tumulto, frementi come i flutti del mare in burrasca, i cui fremiti precorrono la tempesta; egli vede i re, i principi, i filosofi ed i governanti riuniti in una vasta cospirazione, dichiarare una guerra abilmente premeditata e furiosamente condotta contro la Chiesa Cattolica; egli intende queste negazioni audaci, queste dottrine brutalmente empie, queste grida di morte al Cristianesimo ed all’idea stessa di Dio, queste urla di bestie feroci di cui ascoltiamo l’eco sinistra, ed egli si chiede la ragione di questi fremiti e di questi complotti. – la parola “perché” vuol dire invano. In effetti essi non hanno affatto compiuto ciò che volevano, che era annientare Dio ed il suo Cristo (S. Agos.). – il Re-Profeta si serve del termine “fremere” per illustrare le loro violenze, ed è vero il dire che il mare non ha questi fremiti così terribili, i leoni dei ruggiti così formidabili, l’odio furioso e tutte le passioni scatenate contro Dio, il suo Cristo e la sua Chiesa. – Qui sono rappresentati tre tipi di nemici: i popoli, i saggi ed i falsi dotti con questa parola: “essi hanno meditato”, i re ed i principi. I popoli per i quali il Cristianesimo ha fatto tanto, si sono resi mille volte lo strumento selvaggio dell’odio e del furore dei principi e dei saggi della terra. – I saggi stessi, i sapienti, i dotti del popolo, sono spesso entrati in questa vasta cospirazione contro Dio e la Chiesa di Gesù-Cristo. Davide ci dice che essi hanno “meditato vani complotti”. Cosa pretendono in effetti? Combattere Dio, di cui Gesù-Cristo è così manifestamente l’Inviato? Progetto insensato! Non c’è, dice lo Spirito-Santo con la bocca del saggio, “né saggezza, né prudenza, né consiglio contro il Signore” (Prov. XXI, 30). – Ma sono soprattutto i re, i principi, i governanti che, nel corso dei secoli cristiani, hanno rotto con clamore i legami della rivelazione divina, e rigettato lontano da essi il giogo della fede. Ed io dicevo: “… forse sono dei poveri, degli insensati, ignoranti la via del Signore ed i giudizi del loro Dio. Io andrò dunque verso i principi dei popoli e parlerò loro, perché sono essi che devono conoscere la via del Signore e gli ordini del loro Dio. Ma io ho trovato che essi hanno cospirato tutti insieme con molto ardire per scrollarsi il giogo del Signore e rompere i loro legami. (Jerem. V, 4,5). È da li infatti che sono partiti gli attacchi più ostili ed il colpi più perseveranti”. – Colpisce l’applicazione fatta dagli Apostoli e dai Discepoli assemblati, di questo oracolo del Re-Profeta a Gesù-Cristo, quando i capi della sinagoga, che avrebbero voluto agire contro san Pietro e San Giovanni, dopo il miracolo che essi avevano operato, furono costretti a rilasciarli. “ Signore – gridarono con voce unanime – voi che avete fatto il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che esiste, e che avete detto per mezzo dello Spirito Santo, ispirando il vostro servo David: perché le nazioni fremono, ed i popoli meditano vani complotti? I re della terra si sono sollevati, ed i principi si sono radunati contro i Signore e contro il suo Cristo. E veramente Erode e Ponzio Pilato si sono assemblati in questa città, ed i gentili e i popoli d’Israele contro il vostro Santo, il vostro Figlio Gesù, consacrato dalla vostra unzione, per fare ciò che il vostro braccio ed il vostro consiglio hanno deciso di fare” (Act. IV, 24, 28). – Tre sono le cause segrete di questo odio aperto, di questa ostilità dichiarata: – 1° i misteri che Dio propone all’accettazione dell’intelligenza dell’uomo; – ° le leggi che regolano i suoi costumi e mettono un freno alle sue passioni violente, – 3° i giudizi di questo sovrano Legislatore stabiliti sul monte Sion non solo per annunziare i precetti di Dio, ma per giudicare gli uomini che Egli ha creato capaci di una buona o cattiva scelta. – Lotta contro Dio e contro il suo Cristo: qui non si tratta solo del beffardo scetticismo o del dubbio del secolo scorso, è passato il tempo in cui l’incredulità si arrestava alle timide conclusioni del deismo, della credenza in Dio; ora essa giunge in un solo tratto alle negazioni più radicali. Non si tratta più della negazione di questo o quel dogma del simbolo cristiano, ma la cospirazione odiosa di tutte le negazioni tiunite, è la negazione di Dio e di tutti i suoi divini attributi, della sua potenza, della sua santità, della sua giustizia, della sua provvidenza; è la negazione di Gesù-Cristo e di tutti i misteri che Egli ha operato come Salvatore e come Redentore del genere umano, negazioni che non sono più, come per il passato, fatte da un certo numero di individui più temerari, ma che hanno preso la proporzione di un crimine collettivo, di una iniquità che si può definire nazionale, universale. “Spezziamo i loro lacci”: ecco il vero motivo di questa congiura. Essi non vogliono né dei legami della Fede per l’intelligenza, né gioghi dei Comandamenti per la volontà. Questi legami pertanto sono quelli dei quali Dio diceva per mezzo dei profeti: “io li legherò con lacci che catturano gli uomini, con i lacci dell’amore” (Osea, XI, 4). È il giogo che Nostro Signore proclamava dolce e leggero. Questo giogo, questi legami, dice Sant’Ago-stino, non sono un peso di cui Egli ci carica, ma delle ali che ci aiutano a volare. Gli uccelli hanno pure il peso delle loro ali; essi le portano, e le ali li portano a loro volta: “Portant illas et portantur” (Serm. XXIV. Sur les par. de l’Ap.). – È così che sono giunti a bandire Dio dalla vita privata, dalla vita pubblica e sociale, ad escluderLo dal focolare domestico e dal santuario ove si fanno leggi per una specie di ateismo sociale. Essi lo hanno impietosamente cacciato dalle loro costituzioni, dal loro governo, dalle loro leggi, dalle loro istituzioni. – “E contro il suo Cristo”: il Cristo qui è posto sullo stesso rango del Signore stesso, perché Essi impongono dei legami ed un giogo comune. La rivolta dunque, che sia rivolta verso l’Uno o l’Altro, costituisce un attentato sempre uguale, perché oltraggia due Maestri uguali per la loro natura e per la loro dignità.

II. — 4, 5.

ff. 4, 5. La minaccia di castigo non è meno eclatante della constatazione dell’insuccesso. Questo ridere dell’Altissimo, questa derisione del suo disprezzo, questa parola della sua collera, questo sconcerto causato dal suo furore, non sono come i segni e come saetta di una tempesta che sta per esplodere sulla testa dei colpevoli? Dio si beffa e ride dei loro sforzi: 1° nel momento stesso in cui essi si rivoltano contro di Lui; – 2) nell’ora della loro morte: “Avete trascurato ogni mio consiglio e la mia esortazione non avete accolto; anch’io riderò delle vostre sventure, mi farò beffe quando su di voi verrà la paura” (Prov. I, 25-26). – 3° Il giorno del giudizio finale: “Vedranno e disprezzeranno, ma il Signore li deriderà. Infine diventeranno un cadavere spregevole, oggetto di scherno fra i morti per sempre” (Sap. IV, 18-19). – l’empio presagisce questo trionfo di Dio, sembra ascoltare il ghigno sinistro del ridere vendicativo di Dio nel suo ultimo giorno; da qui il raddoppiarsi del suo odio, da lì questi fremiti, queste meditazioni, queste ricerche di empietà e di scandali, questa raccapricciante idea di voler annientare questo Dio del Quale ha infinitamente timore, più di quanto egli stesso non confessi a se stesso le rappresaglie ed il trionfo (Doublet, Psaumes, Etudes). – “Colui che abita nel cielo riderà di loro, il Signore se ne farà beffe”. Cosa abbiamo visto e cosa vedremo ancora? O canzonatura della Provvidenza! O meravigliose rappresaglie di Dio sui nemici! Noi abbiamo visto le tre cose sottolineate dal salmista: i popoli fremere; dietro di loro i corruttori dei popoli meditare vani complotti; con essi ed i loro complici, i re ed i governatori legarsi insieme. La Chiesa in questo secolo, sotto i nostri occhi, ha subito questo triplice attacco. Il genio del male, l’odio contro gli insegnamenti e l’inflessibile morale della Chiesa, si è incarnato in qualche caporione astuto che ha tramato i complotti. E cosa meditano essi nelle loro logge massoniche, nelle loro riunioni segrete, nei loro oscuri meandri? La liceità universale, la spudoratezza assoluta, l’emancipazione dell’individuo, della famiglia, della società, e, sotto il nome di morale indipendente, il ribaltamento di ogni ordine, di ogni morale, di tutti i doveri, di ogni virtù. Poiché il Dogma cattolico illumina le coscienze e mette in luce le loro follie, essi hanno giurato il rovesciamento del Dogma cattolico. Poiché la morale di Gesù-Cristo è il solo rifugio della virtù contro gli abusi, ci si è ripromesso l’annientamento della morale di Gesù-Cristo. – Poiché un popolo illuminato da questo Dogma e formato a questa morale sarebbe inadatto per quest’opera di rovina, occorre corrompere il popolo ed insegnargli a fremere contro Dio e contro il suo Cristo. – Poiché sotto un governo cristiano questa corruzione del popolo è impossibile, diventa indispensabile separare violentemente i governi dalla Chiesa e rendere la legge atea. Tutto questo è fatto … Gli scaltri meditano, i re ed i principi si sollevano e fanno lega comune, il popolo freme ed urla per strada. – “Colui che abita nei cieli si riderà di essi; Dio li giudicherà” tutti, gli uni dopo gli altri. Il potere che ha avuto l’empia vigliaccheria di dirigere contro la Chiesa i furori della folla, e che ha creduto con abile diversivo di proteggere la propria esistenza, questo potere cade ben presto sotto i colpi di un popolo in delirio. Questo stesso popolo maledetto, che si irrita per il giogo di Dio e si consegna agli impostori che ne abusano, va incontro alla più dura ed avvilente schiavitù. Infine questi stessi impostori, ben presto smascherati ed esposti al disprezzo di tutti, sono cacciati ignominiosamente e subiscono ancora più ignominiosamente la dittatura del primo venuto. Tutto a terra è rovinato questo edificio di perfidia, di menzogna, di odio; solo la Chiesa regge e Dio trionfa nell’alto dei Cieli (Duoblet, Psaumes étudiés en vue de la Préd.).

ff. 6, 7. Tale è la costituzione divina ed imprescrittibile che nulla potrà ribaltare. Né contro il trono di Dio, che è stabilito nel più alto dei cieli, né contro il trono del suo Figlio che è stato posto sulla montagna di Sion, cioè al centro della Chiesa, alcun attentato prevarrà mai. Invano le nazioni sono state in fremito ed i popoli meditato complotti, invano i re della terra si sono armati ed i principi hanno fatto lega contro Dio e contro il suo Cristo, ripromettendosi di rompere i lacci e di scrollarsi dal loro giogo. Colui che domina tutte le imprese umane e dall’alto dei cieli domina la terra, Dio riderà di essi, ed il Signore, cioè il Dio fatto uomo, si farà beffe. – Intendete, dice Sant’Ilario (Tract., in Ps. II): essi hanno portato i loro sforzi audaci contro la doppia Persona del Padre celeste, e di suo Figlio incarnato, ed ecco che si sono esposti alla derisione dell’Uno e dell’Altro. Essi non avranno ragione né dell’Onnipotente assiso nella sua gloria, né del Cristo presente nella sua Chiesa; e derisi là in alto, lo saranno pure qui in basso (Mgr. Pie, T. VII, 538). – Dopo che Dio ha riso dei suoi contraddittori facendo trionfare la sua opera nonstante le loro contrapposizioni e per mezzo anche dei suoi contradditori, se la resistenza continua, se l’odio è ostinato, allora riecheggia il tuono della sua voce, la minaccia della sua vendetta, e se questo solenne avvertimento non è ascoltato, Egli passa dalle minacce ai fatti, offusca, sconcerta, rintrona, strappa, sradica questi nemici insolenti (Mgr, Pie).

III. — 6, 9.

ff 6. Ma nel pensiero di Dio, importa soprattutto che si sappia bene che il rigore annunziato dai suoi corrucci sono destinati a punire gli oltraggi fatti al Cristo, il suo Verbo, la sua immagine, il suo supremo Amore; ecco dunque il Cristo che, entrando sulla scena nella seconda parte di questo salmo, viene ad affermare da una parte i suoi titoli rispetto al mondo, e dall’altro il suo diritto a folgorare chiunque osasse misconoscerLo (Mgr. Plaintier, Enseign et consol., p. 173). – Quattro grandi questioni sono risolte da questo glorioso inno ai futuri destini del Cristo: – 1° Questo Cristo sarà il re dell’universo? – Senza alcun dubbio, poiché da se stesso dichiara che il Signore Lo stabilirà Re su Sion, la montagna santa, e questo per promulgare i precetti di Colui dal Quale deriverà la sua sovranità. – Il Nome di Gesù è un nome di Re, e questo significa una monarchia legittima ed assoluta. Monarchia universale, essa racchiude tutti gli esseri che derivano ugualmente dall’onnipotenza divina. – Due regni diversi, di cui è detto nelle sante Lettere: uno di rigore e di durata, come riportato al versetto 9 di questo salmo; l’altro di dolcezza e di gioia che lo stesso salmista descrive nel salmo XLIV (vedi Bossuet, 2° Serm. Sur la Circ. II. P). – 2° A qual titolo il Cristo è re? Per diritto di natura e di nascita, poiché il Signore che lo nomina solennemente suo Figlio, Lo genera in questo giorno che non comincia e non finisce mai, cioè nella gloria di una generazione eterna e pertanto divina. – Perché Dio non avrebbe un Figlio? Perché questa natura beata mancherebbe di questa perfetta fecondità che dà alle sue creature? “Io, che faccio partorire gli altri, non potrei partorire Io stesso? (Isaia LXVI, 9). – Un Dio può venire da un Dio? Un Dio può avere l’essere da un altro che non sia Se stesso? Si, se Dio è suo Figlio. Ripugna ad un Dio venire da un altro come Creatore che lo tira fuori dal niente, ma non ripugna ad un Dio venire da un altro come da un Padre che lo genera dalla propria sostanza (Bossuet, Elévat.). – Tre generazioni: la generazione eterna, la nascita temporale e la Resurrezione! Nella prima Egli è uguale a Dio suo Padre; nella seconda, Egli è abbassato un po’ al disotto degli Angeli; nella terza è elevato al di sopra di essi. – Gesù-Cristo vero legislatore, e non soltanto promulgatore della legge, come Re, come Giudice sovrano, come gran Sacerdote.

ff. 8. – 3° È sicuro che questo principe, Figlio eternamente generato dall’Altissimo, regnerà? Sugli individui solo o sull’insieme delle nazioni? Non soltanto le anime isolate Gli saranno date come patrimonio, ma anche i popoli, come tali, formeranno la la sua eredità e diventeranno, da un capo all’altro della terra, un possesso del quale sarà maestro nel disporli come Egli intenderà (Mgr. Plantier). Dio ha voluto che suo Figlio Gesù-Cristo Gli domandasse il possesso di questa magnifica eredità, perché entrava nel consiglio di Dio che la conversione dei Gentili non fosse dovuta che alle sue preghiere, di modo che il disegno di Dio era che Egli ci riscattasse con la sua morte, entrando così nella sua gloria (Suarez, III, p. 9; XXI, Disp. 45.). – Ed in effetti, dice San Paolo, Dio L’ha fatto erede di tutte le cose, Lui per il quale ha creato i secoli (Hebr. I,2). Colui che viene dall’alto è al disopra di tutto; a Gesù è riservato di possedere tutte le nazioni in eredità. Egli le possiede, lo vediamo. Dopo essere stato elevato sulla croce, Egli ha attirato tutto a Sé (Fénélon, Serm. Epiph.). – Tutti gli altri sovrani, benché grande sia la loro potenza, quantunque numerosi siano i loro soggetti, hanno trovato un limite al loro impero … Ma per Gesù-Cristo, il suo Nome ed il suo reame si estendono dappertutto, dappertutto si creda in Lui, Egli riceve gli omaggi di tutte le nazioni, dappertutto Egli regna, dappertutto Lo si adora; Egli è il Re sovrano, il Giudice supremo di tutti gli uomini indistintamente, Egli è il loro Signore ed il loro Dio (Tertull. Contra Jud.). Alcun tempo, alcun luogo, alcuno stato, alcuna condizione di vita non appartiene a Gesù-Cristo. – Gesù-Cristo è proclamato il Maestro universale delle anime, e perché ne sia il Maestro universale, occorre che sia il Maestro unico nel mondo. Conseguenza della verità assoluta della fede: la verità e la verità sola è la regina legittima del mondo e delle anime.- 4° Se le nazioni rifiutano di riconoscere l’autorità del Cristo, di obbedire alle sue leggi, in quale modo Egli avrà il diritto di trattarle? Il suo scettro allora si cambierà in verga di ferro, il suo corruccio, giustamente irritato dalla loro ribellione, sarà libero di trattarli come un vaso di argilla, ed è in effetti a questi eccessi lamentevoli che li ridurrà la sua vendetta. – Regalità del Cristo; diritto di esercitare, in virtù di questa sovranità divina, un’autorità pubblica e sociale tra i popoli; potenza e risoluzione di abbatterli, ed all’occorrenza di annientarli se essi osano sfuggire alla disciplina che sarà loro imposta, ecco tre cose espresse con radiosa evidenza in questo salmo e nelle profezie lontane dell’Antico Testamento (Mgr. Plantier, Ens. Et Consol.).

ff. 9. Lo scettro che è stato posto in mano a Cristo, ancorché sia principalmente lo scettro della dottrina e dell’amore, è nondimeno lo scettro della potenza e della forza. Che dico? È lo scettro della forza perché è lo scettro della dottrina. “Tu li reggerai con verga di ferro”. Ebbene sì, questa verga pastorale, che è naturalmente dolce e benigna, è portante il ferro, perché i principi che fanno la regola del governo divino sono dei princìpi inflessibili, come la Verità, immutabile come la giustizia, indistruttibile come Dio stesso. (S. Ilar.). E se succede che i princìpi siano perseverantemente misconosciuti e violati, che le direttive dottrinali, i comportamenti dell’Amore siano opinatamente e criminalmente respinti, allora la verga del Pastore diviene la verga terribile dell’abbattimento, ed in colpo solo distrugge il vaso che non ha voluto lasciarsi rifondere e riformare … Le nazioni sono come l’argilla nelle sue mani, e se ne cambia la forma primitiva, è per dargliene una migliore. Così farà a riguardo di queste nazioni che Egli ha chiesto ed ottenuto in eredità. (Mgr. Pie). Voi le governerete con una verga di ferro, cioè eliminerete in esse le cupidigie terrene, i desideri fangosi dell’uomo vecchio e tutto ciò che è improntato e sporcato dal caprone del peccato; o se essi resistono, infrangerete i loro crimini con i supplizi eterni (S. Agost.). – I re ed i grandi della terra, inorgogliti ed accecati dalla loro potenza, dimenticano facilmente che essi sono uomini. Essi immaginano che non hanno nulla da temere perché sono al di sopra di tutto. Ma al contrario è quella stessa elevazione che deve inondarli di terrore, perché infine essi saranno giudicati con maggior rigore degli altri; i potenti saranno tormentati potentemente, e Dio nella sua collera li distruggerà come un vaso d’argilla. – Quando i popoli stessi, acquistati dal suo Sangue e consegnati al suo dominio da suo Padre, dimenticano cosa sono e cosa Gli devono; quando, rifiutando di chiamarlo con il suo nome vero e divino, la loro empietà non Lo chiama più se non con un nome che L’abbassa e Lo oltraggia; quando, in luogo di onorarlo come Figlio di Dio, uguale a Colui che Lo ha generato, essi non Lo onorano se non come figlio del “nulla”, questa ingiuria è ai suoi occhi, al di là di qualche elogio di cui lo si circonda, il crimine più grave di cui essi possano macchiarsi; null’altro solleva di più l’indignazione nella sua anima; nulla sollecita di più il suo braccio ad abbattersi …. a far decidere Gesù-Cristo a farci sentire la sua verga di ferro, ed a metterci in condizione di essere come un vaso d’argilla. (Mgr. Plantier, Sur les Calam. Publiq.). – Questa verga di ferro che non piace, è la verità di Gesù-Cristo, che è la regola inflessibile sulla quale la volontà del peccatore deve riformarsi, e che non deve mai conformarsi alla volontà corrotta dell’uomo. – Gesù-Cristo associerà un giorno i suoi fedeli servitori a questa terribile potenza di cui farà sentire i temibili colpi ai suoi nemici. “Chiunque – Egli dice – avrà vinto e perseverato fino alla fine nelle opere che Io ho raccomandato, gli darò la potenza sulle nazioni; essi le governeranno con scettro di ferro, e saranno distrutti da lui come un vaso d’argilla, secondo il potere che ho ricevuto dal Padre mio (Apoc. II, 26-28).

IV. — 10-13.

“Ed ora, o re, comprendete; istruitevi, giudici della terra”. – Quanto è necessario che Dio parli Egli stesso ai re ed ai grandi con la voce degli avvenimenti e che li istruisca dunque sui loro doveri, perché spesso gli uomini non osano nemmeno parlarne. – Noi viviamo in un periodo di tempo in cui gli anni si succedono, non cessando di dare ai re ed ai capi dei popoli queste grandi e terribili lezioni, ove mai l’Altissimo, con lo strepitio dei troni abbattuti e degli imperi rovesciati, non abbia fatto intendere spesso queste parole: “ed ora, o re, comprendete; istruitevi voi che giudicate la terra.” – Pertanto questo possesso degli imperi e questa eredità di tutti i popoli che il Padre affida al Figlio, è la verità che i popoli comprendono meno, è la lezione che i governi respingono con la più stupida incredulità. Dove sono le nostre intelligenze contemporanee che ammettono il regno di Dio in mezzo ai popoli, e la sua potenza negli affari della politica umana? Forse Dio permetterà di governare la natura e gli accorderà qualche parte di autorità e di diritto nella condotta degli individui: ma i popoli, ma gli imperi, ma le rivoluzioni umane e le vaste sovversioni delle nazioni, chi diffida dal veder planare un’autorità superiore? (Doublet, Psaumes, I, 31). – “Ed ora”, come diceva il salmista: ora che Dio stesso, in una rivelazione misteriosa, vi fa apprendere che la missione del Cristo è quella di dominare e reggere tutti i popoli, ora che le tracce di questa dominazione segnano la storia intera, ora che la verga di ferro è passata per tutte le generazioni con i castighi e le stragi, che le rovine si sono aggiunte alle rovine, che le catastrofi ed i crolli delle potenze persecutrici sono senza numero …. , ora comprendete con salutare terrore che dovete ispirarvi ad una così invincibile potenza e così operare inevitabili arresti, comprendete quali doveri dovete osservare, quali peccati vi perdono, quale condotta è a voi richiesta (Doublet, III, 310). – Tre doveri verso la Chiesa: – 1° Osservare e difendere la verità. La verità sola fa vivere uno Stato. L’errore lo stravolge, ne dissecca le vive forze, ne disgrega e disunisce tutte le membra, e finalmente lo conduce a lotte intestine, a profondi turbamenti, alla perdita di sicurezza, ove si esaurisce il suo vigore, ove la salvezza stessa è messa in gioco. Nella nostra epoca di affossamento morale e di indifferentismo, questi grandi princìpi non sono più conosciuti, e tale è lo spessore del velo che copre gli occhi, che l’abbandono delle credenze che fanno la vita di un popolo è considerato oggi come la più preziosa e la più sacra delle conquiste dell’era moderna. Che i fatti fuoriescono dalle dottrine, come i frutti dal fiore proprio: ecco ciò che chiaramente hanno compreso tutti i secoli, e che rimane a noi interamente nascosto … – 2° l’emanazione di buone leggi che non siano in opposizione al dogma, la morale, la disciplina della Chiesa Cattolica, secondo il dovere racchiuso, dice san Tommaso, in queste parole: “servite il Signore”. Un re – egli dice – come pure un uomo privato, serve Dio vivendo cristianamente; come re, emanando leggi contro tutto ciò che oltraggia la giustizia di Dio. – 3° il terzo dovere dello Stato, il più essenziale ed ora il più misconosciuto, è così espresso dal salmista: “Apprehendite disciplinam”, è accettare l’autorità disciplinare della Chiesa. La Chiesa ha una disciplina da imporre: Essa è pari a Dio, si indirizza alle anime, guida le generazioni verso i loro destini eterni, insegna al mondo i suoi doveri, è incaricata di segnalare e punire le colpe, ha come speciale missione di reprimere i vizi e di contenere le passioni di tutti nel dovere: tale è questa disciplina per il re, come per i soggetti, che devono fedelmente sopportare. La Chiesa non intende assorbire lo Stato, ma lo Stato non può, al pari dell’individuo, sottrarsi ai suoi insegnamenti, alle leggi, alle reprimende, alle censure della Chiesa (Doublet, II, 344). – “Servite il Signore con il timore, e con tremore esultate”! La Religione è un sentimento composto da gioia e timore: essa ispira il terrore all’uomo, perché è peccatore; essa gli ispira la gioia, perché spera nella remissione dei peccati; essa gli ispira il terrore, perché Dio è giusto, e gioia perché è buono. Bisogna che l’uomo tremi e che sia così preso da paura quando sente in lui le cattive inclinazioni; ma occorre che si consoli quando vede venire un Salvatore, un medico per guarirlo. Ecco perché il salmista cantava: “ … con tremore esultate”. Esultate in rapporto a Lui, ma tremate in rapporto a voi, perché ancora per se stesso Egli non può portare che il bene, mentre i vostri crimini e la vostra malizia potranno forse obbligarlo a farvi del male (Bossuet, 3° Serm. Pour Noel). – Un grande Santo degli ultimi secoli diceva: “L’amore di Dio spinge a marciare, ed il timore di Dio ci spinge a guardare dove si marcia”.

ff 12. – Attaccarsi fortemente a Gesù-Cristo, alla sua dottrina, alla purezza della sua morale, ai suoi esempi è condizione essenzialmente necessaria per essere salvati. Questo termine “abbracciare”, vi mostra a sufficienza che questa disciplina è un soccorso ed una difesa contro gli ostacoli che saranno funesti, se non la si abbraccia con tanto zelo (S. Agost.). – “Abbracciate la dottrina, osservate la disciplina, la paura che il Signore si adiri e che voi non periate, perché essendo usciti dalla vera via, voi finirete per non trovare più aperta la via davanti a voi”. Vi è accaduto di intraprendere un cammino che sembrava battuto al suo punto di partenza e che, sempre più franoso, finiva per eclissarsi interamente, lasciandovi sul far della notte, in una landa sconosciuta, in una foresta oscura, senza offrirvi più una direzione o una uscita? Tale è il cammino degli empi: è una marcia che si perde, che non porta a nulla se non al deserto, all’abisso, alla morte. Piuttosto il Signore riversa il suo disprezzo sugli orgogliosi ed i temerari che hanno voluto allontanarsi da Lui, credendo di poter essere sufficienti a se stessi; Egli li parcheggia, li accoglie nei vicoli ciechi (Ps. CVI, 40)- Essi si spossano in marce e contromarce inutili, girano in cerchio da cui non riescono ad uscire …. Ecco cosa accade: la politica senza Dio e senza Gesù-Cristo è a corto di espedienti, qualunque siano dopo un tratto. Ci viene inflitta l’umiliazione nella forma predetta dal salmista: avendo lasciato la via diretta, abbiamo perso la nostra strada, non abbiamo più il cammino tracciato davanti a noi, giriamo in un cerchio e ci agitiamo in un vicolo cieco (Mgr. Pie VII, 538, 542).

ff.13. Ricordarsi che la giustizia di Dio che si crede spesso molto lontana, è invece molto vicina. – Brevità della vita: “Ciò che finisce un giorno non può mai essere lungo” (S. Agost.). – Non c’è nessuno che non possa applicare questo salmo alle proprie passioni. Queste sono propriamente i nemici di Dio e di Gesù-Cristo suo Figlio. Esse fremono incessantemente contro la legge ed il Vangelo. Ma bisogna sottometterle per i princìpi della fede, con l’idea della grandezza di Dio e di Gesù-Cristo, e con il timore del terribile giudizio di cui il peccatore è minacciato. – La via della giustizia è Gesù-Cristo, via che sola conduce alla Verità ed alla Vita.

SALMI BIBLICI: “BEATUS VIR QUI NON…” (I)

Salmo 1: “BEATUS VIR”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES 

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR

13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

TOME PREMIER.

SALMO I.

[1] Beatus vir qui non abiit in consilio impiorum, et in via peccatorum non stetit, et in cathedra pestilentiæ non sedit;

[2] sed in lege Domini voluntas ejus, et in lege ejus meditabitur die ac nocte.

[3] Et erit tamquam lignum quod plantatum est secus decursus aquarum, quod fructum suum dabit in tempore suo: et folium ejus non defluet; et omnia quæcumque faciet prosperabuntur.

[4] Non sic impii, non sic; sed tamquam pulvis quem projicit ventus a facie terrae.

[5] Ideo non resurgent impii in judicio, neque peccatores in concilio justorum,

[6] quoniam novit Dominus viam justorum; et iter impiorum peribit.

SALMO I.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da Mons. ANTONIO MARTINI, Arciv. di Firenze etc.

Vol. X

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

La beatitudine del giusto.

1. Beato l’uomo che non va dietro ai consigli degli empi e non si ferma nella via dei peccatori, né si pone a sedere sulla cattedra di pestilenza;

2. Ma suo diletto ell’è la legge del Signore e la legge di lui egli medita di giorno e di notte.

3. Ed ei sarà come arbore piantato lungo la corrente delle acque, il quale darà a suo tempo il suo frutto; E foglia di lui non cadrà: e tutto quello che egli farà, avrà prospero effetto.

4. Non cosi sarà degli empi, non cosi: ma e’ saran come loppa, cui sperge il vento dalla superficie della terra.

5. Per questo non risorgeranno gli empi in quel giudizio, né i peccatori colla congregazione dei giusti;

6. Perocché conosce il Signore la via dei giusti, e la strada degli empi finirà nella perdizione.

Sommario analitico

Il Profeta, per eccitare tutti gli uomini alla pratica della virtù, fa qui una descrizione della felicità del giusto e dell’infelicità del malvagio e del peccatore. Egli descrive:

I. — I due doveri dell’uomo giusto:

Fuggire il peccato. —

(a) Nei suoi pensieri, non prendendo parte alcuna ai consigli degli empi;

(b) nelle sue azioni, non imitando la condotta dei peccatori;

(c) nelle sue parole, non professando dottrine perverse.

Praticare la virtù con l’aiuto dei due principali mezzi:

(a) L’amore della legge di Dio;

(b) la meditazione continua di questa legge (2).

II. — La propria felicità che proviene:

1° Dall’essere fortemente radicato nella fede;

dalla molteplicità delle grazie che riceve;

dall’abbondanza dei suoi frutti; (3);

dal suo fogliame che rimane costantemente verde;

dai successi che coronano tutte le sue imprese (4).

III. — Il danno di colui che tiene una condotta contraria.

1° In questa vita: —

(a) È privato della felicità e delle grazie dell’uomo virtuoso;

(b) è disperso come la polvere lieve che il vento disperde (5).

Nell’altra vita: —

(a) Egli sarà preso dal terrore nel giorno del giudizio;

(b) sarà cacciato dall’assemblea dei santi (6).

IV. — Il soccorso potente di Dio che:

1° Ama le azioni dei giusti e le approva;

2° Distrugge ed annienta i consigli dell’empio (7).

Spiegazioni e Considerazioni

I — 1, 2.

Questo Salmo non ha un titolo, perché è come il titolo generale di tutti gli altri Salmi; ne è come il vestibolo ornato di corone e di fiori che sono destinati a quelli che perverranno alla conoscenza di questi divini cantici, poiché essa promette ed assicura la felicità a coloro che meditano la Legge di Dio e la mettono in pratica. Così San Girolamo definisce questo salmo: “la prefazione dello Spirito Santo”; San Gregorio di Nyssa: “l’introduzione alla filosofia spirituale” (Tract. II in Ps., cap. VIII); San Crisologo: “la prefazione, la lettera e la chiave dei Salmi” (Serm. XLIX). « Il Salmo che abbiamo cantato oggi – egli dice – è la prefazione a tutti gli altri Salmi, esso è il Salmo dei Salmi, il titolo per eccellenza, il soggetto che dà luogo a tutti gli altri, la causa di tutti i Salmi successivi. – Quando la chiave di un palazzo ne ha aperto le porte, se ne intravede il magnifico interno ed i ricchi e preziosi appartamenti. Così, questo Salmo ben compreso, ci spiega i misteriosi segreti rinchiusi negli altri Salmi. » San Basilio, dal suo canto, lo definisce “il fondamento e la base di tutti gli altri Salmi”. « … ciò che sono – egli dice – le fondazioni di una casa che si costruisce, ciò che è la carena per il corpo di un vascello, ciò che è il cuore nel corpo di un essere animato, questo salmo, così breve, lo è per tutti gli altri Salmi che seguono » (Homil. in Ps. I).

ff. 1. – Tutte le fibre dell’intelligenza e del cuore si sollevano a questa parola così semplice e completa nella sua espressione, che apre l’ammirevole collezione dei Cantici ispirati di Davide. « Beato, etc. ». Con questa parola, all’esiliato sembra che si parli della patria; al bambino di sentire pronunziare il nome di una famiglia teneramente amata che parrebbe aver perso. – Che cos’è allora la felicità? Nel suo significato più esteso, è il bene perfetto di tutto l’essere, è uno stato perfetto per la comunione di tutti i beni, è uno stato in cui non resta più nulla da desiderare, più niente da ottenere (S. Thom.) – Il consiglio è come la base ed il fondamento di tutte le azioni, è – dice S. Crisostomo – la luce della vita. – « Beato dunque è colui che non è entrato nel consiglio degli empi. » C’è una differenza considerevole tra l’empietà ed il peccato. Per grazia di Dio, non è empio ogni peccatore, poiché ogni peccato non è l’empietà. Al contrario, è impossibile che l’empio non sia un peccatore, atteso che l’empietà implichi di per se stessa i più grandi peccati. Un figlio può essere vizioso, sregolato, prodigo, ma può amare e rispettare suo padre: in questo egli non è esente da peccati, ma non offende la pietà filiale. Gli empi al contrario, sono coloro che pur essendo forse regolari in molti punti della loro condotta, sovrastano comunque i semplici peccatori poiché l’oltraggio è nei confronti del Padre celeste (S. Hil.) – La via dei peccatori è quella via larga della quale Gesù ha detto: « Quanto è larga la via che conduce alla perdizione ed alla morte, e quanto numerosi sono coloro che entrano per questa porta! » (Matteo VII, 13). La via di ciascuno è la propria vita: la via dei presuntuosi è l’orgoglio; la via del desiderio e del possesso, è l’avarizia; la via del voluttuoso, è la concupiscenza della carne (S. Greg.) – C’è una gradazione nel male: ci si lascia prima prendere dalla vanità, ci si sofferma poi nel piacere del peccato, infine ci si adagia per il consenso che gli si dà. Colui che fa il male costruisce la carne, colui che persevera nel male si adagia in questa carne (Hug. Di S. Victor.) – Questa carne di pestilenza sono le dottrine perniciose che San Paolo raccomandava ai suoi discepoli di fuggire; perché, diceva, « … tali insegnamenti conducono molti all’empietà, ed i discorsi che pronunciano certe persone, si propagano come la gangrena ». (I Tim., II, 10, 17). Le parole e gli esempi empi scivolano molto facilmente nella nostra anima, a causa della doppia inclinazione tanto violenta che essa prova per la sensualità e l’indipendenza. Come un cancro che divora le parti sane, e che propaga la sua corruzione a tutto il corpo, così le cattive dottrine non lasciano niente di sano nell’animo dei fedeli che esse seducono. – Il primo ed incomparabile titolo, la prima gloria del vero giusto, è l’eroismo della sua separazione. Egli si separa dalla folla, esce dai confini del male, resta puro in seno alla comune perversione. – Esistono tre gradi diversi di perversità nel mondo, tre regioni differenti dove si trovano riuniti i transfughi della verità e della virtù. La prima è quella in cui, senza essere empi in se stessi, « si va verso lo scisma degli empi ». È questa la regione delle anime molli, inconsistenti e lasse, è la patria delle leggerezze, delle ignoranze, delle false tradizioni. Questi uomini non hanno della religione, delle verità divine, dei doveri soprannaturali, se non qualche vaga ed imprecisa nozione; sono uomini il cui linguaggio lasso si presta, di volta in volta, con indifferenza sia al bene come al male, al vizio come alla virtù – La seconda regione comprende non più solamente gli uomini che si accontentano di avviarsi sui sentieri del male con un primo passo malfermo e ancora da novizio, bensì le intelligenze che hanno raggiunto il loro stato definitivo, il loro soggiorno fisso e permanente nell’incredulità dello spirito, nei vizi del cuore, nella grossolana e criminale indifferenza della vita. – La terza regione è quella in cui si trovano gli apostoli del male, quelli che lo predicano, l’impongono, si sforzano di introdurlo dappertutto e di farlo trionfare. È l’insegnamento dell’incredulità che, dall’alto delle cariche pubbliche, così come nelle riunioni delle società segrete, fa colare l’empietà ampiamente, il vizio con l’empietà, la blasfemia contro Dio, l’odio contro ogni ordine sociale, il sovvertimento di tutti i princîpi, la negazione di tutte le virtù. (Doublet, Salmi per la predicazione, III, 55).

ff. 2 – Che cos’è « avere la sua volontà nella legge »? È amare sinceramente la Verità! Ci sono molti che hanno la legge nel cuore, ma non hanno il cuore nella legge. Aver le legge nel cuore è conoscere la verità. Ma quelli che hanno la legge nel cuore senza avere il cuore nella legge, portano la legge e non sono portati dalla legge; essi sono caricati senza esserne aiutati, perché la scienza senza la carità è un fardello piuttosto che un aiuto (Hug. De S. Victor., cap. II in Psalm.). Avere la propria volontà nella legge, significa volere ed amare la legge. « La dov’è il vostro tesoro, lì è il vostro cuore ». (Matth. VI, 21) – Una cosa è « essere nella legge », altra cosa è essere “sotto” la legge. Colui che è nella legge si comporta secondo la legge; colui che è sotto la legge è condotto secondo la legge (S. Agost.) – « Ora noi non siamo sotto la legge, ma nella grazia » (Rom. VI, 15). È quanto prediceva il Profeta: « Io metterò la mia legge fin nelle loro viscere » (Gerem. XXXI, 33). È quanto pure esprimeva il Re-Profeta « … la vostra legge è nel mio cuore » (Ps. XXXIX, 9); essa non è in un angolo, ma al centro del proprio essere, come il sole, in mezzo al cielo, espande dappertutto la luce ed il calore. – « … Ed egli mediterà, etc. » Dall’amore della legge nasce la meditazione assidua e fervente di questa medesima legge. Colui che ama, medita attentamente su ciò che ama: « Io ho meditato i vostri precetti, che sono l’oggetto del mio amore ardente » (Ps. CXVIII, 47) e più avanti « … che la vostra legge sia cara al mio cuore; notte e giorno essa è l’oggetto della mia meditazione » (vv.97). Meditare la legge di Dio notte e giorno è – dice S. Ilario – conformare costantemente la propria condotta alle prescrizioni della legge. Noi preghiamo incessantemente quando, con la pratica di opere gradite a Dio e fatte per la sua gloria, ogni nostra vita diviene una vera preghiera; e vivendo così notte e giorno conformemente alla legge, noi meditiamo realmente notte e giorno su questa divina legge (S. Ilar.). « … Che il libro della legge sia sempre davanti ai tuoi occhi – diceva Dio a Giosuè (I, 7) – tu la mediterai giorno e notte, affinché la osservi e compi tutto ciò che vi è scritto, così renderai retta la tua via, e la comprenderai ». – Il giusto dunque cosa fa? Fissato l’occhio su di una stella divina, medita la legge di Dio giorno e notte, e senza mai compromettersi con l’errore, senza temerla, senza esserne vittima, prosegue tranquillamente la sua strada verso l’eternità radiosa. Se si salda in essa, non rischia di cadere nel consiglio degli empi, deboli davanti all’empietà, non lacera il suo simbolo, cede il passo al suo decalogo con deplorevoli lacerazioni. Se intorno a lui ci si rinsalda nel cammino dei peccatori, egli si salda ancora più strettamente nei sentieri di santità … se il mondo è infettato dai miasmi della carne di pestilenza, se il propagarsi del male è attivo, quello del bene non lo è da meno (Doublet, Psalmes, etc.).

ff. – 3, 4. – « Sarà come un albero, etc. » Geremia sviluppa la stessa similitudine (XVII, 7). È facile applicarne tutti i tratti all’uomo pio e fedele: quali sono questi corsi d’acqua? Le Scritture divine, i Sacramenti che sono i “canali della grazia”! Queste sono le acque correnti e di conseguenza vive, unite alle loro sorgenti, che denotano la forza della carità, che dirige e spinge il loro corso. – « … Darà il suo frutto a suo tempo », segno infallibile del suo tipo d’albero: « ogni albero buono porta dei buoni frutti; … voi li riconoscerete dai frutti, dice ancora Nostro Signore ». Così sentiremo lo Spirito Santo dirci con la voce del saggio: « Ascoltatemi germi divini, fruttificate come i rosai piantati vicino alle correnti di acqua » (ECCLI. XXXIX, 17), ed il Salvatore che dice dal suo canto « Io vi ho stabilito perché portiate frutto, e perché il vostro frutto rimanga » (Joan. XV, 16). Egli porterà il suo frutto, cioè questo frutto sarà equo, proporzionato alla grazia ricevuta, ed egli non si attribuirà nulla della fecondità o del merito degli altri. « Gli alberi che portano un frutto che non sia il loro frutto – dice San Bernardo – sono degli ipocriti; essi portano, con Simone il Cireneo, una croce che non è la loro croce e sono forzati a fare una cosa che non amano » (S. Bernardo). – Una conseguenza importante di questa verità, è che noi cooperiamo realmente alla grazia di Dio. – Il frutto viene a suo tempo, quando: – 1) non è né troppo precoce, come questa vigna di cui parla Isaia: « prima della raccolta essa si è coperta di fiori, ma fiorirà senza maturare, la roncola impietosa taglierà i pampini ed i rami, e sarà abbandonata durante l’estate agli uccelli di montagna, e durante l’inverno agli animali selvatici » (Isaia XVIII, 5, 6); -2) né troppo tardivo, perché Dio vuole che gli si offra la primizia degli alberi (Lev. XIX, 23). – « Esso darà frutto a suo tempo ». Altro è il frutto dell’infanzia, altro quello della giovinezza e dell’età più avanzata; altro è il frutto di chi comincia, altro il frutto di chi si è consumato nella pietà; una cosa è il frutto di un novizio, altro quello di un religioso; altro il frutto del clero, altro quello del sacerdozio, altro quello dell’episcopato; pensate non solo al frutto, ma anche alla maturità che esso deve avere (Bossuet, meditation dern. sett. XXIX gior.). – Pensiamo a ciascuno dei tratti di questa graziosa immagine. Dapprima produrre i frutti, e produrli a suo tempo, quando conviene, come si deve, e come Dio lo richiede e l’attende. Qual è l’albero che si carica di frutti nella sua stagione? È l’albero piantato ai bordi delle acque! Le acque sono la grazia, principio soprannaturale, linfa sovrumana che trasfigura in divino ed in eterno tutto ciò che tocca, è Dio stesso comunicato all’essere creato; Dio che versa a fiotti le ricchezze della propria natura. – « Il suo fogliame non cade mai ». Quando tutto intorno a lui sfiorisce, si secca e cade, esso solo conserva il suo vigore primaverile, il suo fogliame non ingiallisce, i suoi anni non fanno che ingrandire le sue forze e moltiplicare i suoi frutti (l’abbate Doublet, passim). – « … Le sue foglie non cadranno ». I frutti sono per l’utilità, le foglie per la piacevolezza. « Tutto ciò che fa prospererà », verità confermata da Nostro Signore: « … colui che dimora in me ed Io in lui, porterà molto frutto » (Joan, XV, 5); e dall’apostolo Paolo: « Tutte le cose cooperano al bene per coloro che amano Dio », anche le tribolazioni e le sofferenze. – La ricchezza moltiplica le sue ricompense con le sue elemosine; la povertà lo copre con la reale porpora del Dio indigente; la santità conferisce alla sua azione delle energie generose; la malattia gli porta la benedizione del Calvario; la vita accumula i suoi meriti con le sue opere sante (l’abbate Duoblet, Psalmes, etc.).

III. — 5, 6.

ff. 5 – Alla felicità e all’ammirevole fecondità del giusto che il Profeta compara ad un albero « coperto di foglie, di fiori e frutti », egli oppone come contrasto ed in tutte le sue parti, l’infelicità e la desolante sterilità dei peccatori e degli empi. « .. Gli empi sono come la polvere » -1) la polvere è la parte più vile della terra -2) mentre l’albero si stabilisce sulla sue radici che si estendono su tutti i lati, la polvere non aderisce alla terra di cui fa parte. -3) Essa è arida e sterile e rende infecondo tutto ciò che copre. Ed è così per i peccatori e gli empi: « Scrivete che quest’uomo è sterile e non prospererà nei suoi giorni » (Gerem. XXII, 39). -4) Tutti la calpestano con i piedi. « E voi calpesterete gli empi, dice il Profeta, quando essi saranno come la cenere sotto i vostri piedi » (Malach. V, 3). -5) tutte le sue parti sono disunite e disgregate, immagine degli empi che non sono uniti tra loro se non per distruggere. – – 6) Essa è trasportata dal vento, figura della leggerezza, dell’incostanza delle anime separate da Dio, morte alla fede ed alla grazia e che sono trasportate da ogni vento di dottrina. – – 7) Essa irrita e offusca gli occhi, riempie le narici e la bocca. La polvere, dice Sant’Ambrogio, è l’empietà; la potenza degli empi è simile alla polvere. Essa produce l’oscurità e non può dare la salvezza. Quando il vento comincia a soffiare, la solleva, la espande e la disperde. Essa intorbida l’aria, denuda il sole; essa è respinta come la polvere, si dissipa come il fumo, si fonde come la cera (S.Ambr. in Psalm.) – Triplo è il carattere della vita senza Religione, disunione, mobilità, sterilità. – 1° nulla è legato, unito, in questa polvere del cammino, tutto vi turbina disordinatamente, non regnerà mai alcun insieme. Tale è l’incredulo, l’uomo senza Religione. Tutto in questa triste esistenza avanza per caso, tutto è destinato all’imprevisto più spaventoso; è la polvere cacciata dal vento, senza direzione, senza una meta, un termine, senza un uso, un impiego. Lo stesso vale per le nazioni: ciò che perde le nazioni moderne, è la rovina della fede, la perdita, il sovvertimento dei princìpi, la degradazione degli spiriti e dei cuori. – 2° Mobilità, inconsistenza. Il vero Cattolico non è mai mobile né inconsistente; egli resta, in mezzo alle vicissitudini del tempo, il figlio dell’eternità; egli si ride della mobilità delle cose, la sua vita del tempo si eternizza nella speranza. L’uomo senza religione e senza Dio, privo di queste speranze eterne, senza avere l’indomani assicurato, senza rifugio, senza avvenire, è abbandonato a tutti i capricci delle cose umane e a tutte le caducità del tempo. – 3° Sterilità. Come la polvere, sua perfetta immagine, l’uomo senza Religione non è assolutamente utile a nulla di quanto sia veramente grande e serio. (DUOBLET, Psaumes, etc.).

ff. 6 – Gli empi non resusciteranno per il giudizio, – né per giudicare, perché essi non sono nel numero dei giusti che giudicheranno con Gesù-Cristo ed ai quali è detto: « Voi sarete seduti sui dodici troni per giudicare le dodici tribù di Israele » (Matteo XIX, 28); – né per essere giudicati, perché il loro giudizio è stato già pronunciato in questa vita: « Colui che non crederà è già giudicato, perché egli non crede al nome del Figlio unico di Dio » (Joan. III, 18). Quando il figlio di Dio verrà a giudicare il mondo, i riprovati, è vero, risusciteranno nello stesso tempo con i giusti, ma non con i giusti, perché al momento della resurrezione i giusti saranno separati dai riprovati (Bourd. Société des justes, etc.). – Tre sono le ragioni per le quali i peccatori e gli empi non resusciteranno nel giudizio dei giusti: – 1° perché essi sono come la polvere che il vento trasporta; – 2° perché essi vedranno l’elevazione dei santi che essi hanno disprezzato « … Dio conosce la via dei giusti »; – 3° perché in questo giorno sarà pronunciata la loro sentenza definitiva: « … e la via degli empi perirà ». – « Né i peccatori nell’assemblea dei giusti », verità che conferma il profeta Ezechiele quando dice: Essi non saranno nell’assemblea del mio popolo; « … essi non saranno scritti nel libro della casa di Israele » (Ezech, XIII,9).

IV. — 7

ff. 7. – Dio conosce la via dei giusti. Questa conoscenza non è una conoscenza sterile. « È lo stesso – dice S. Agostino – che la medicina conosca la salute e non conosca le malattie, e tuttavia le malattie sono riconosciute dall’arte della medicina, e così si può dire che Dio conosca la via dei giusti e non conosca la via degli empi, non che Dio ignori qualcosa, ma nel senso che essere ignorato da Dio, è perire, e che essere conosciuto da Dio è vivere ». (S.Agost.) – Non sapere, per Dio, è riprovare. Ecco perché Dio dirà alla fine del mondo ai peccatori: « … Io non vi conosco » (S. Greg., Moral., II, 3). – « … E la via dei peccatori perirà ». Si dice di un cammino che perisce, che è distrutto, che cessa di esistere, quando un viaggiatore, recandosi in un determinato luogo, trova la fine di questo cammino senza però arrivare al termine del suo viaggio, oppure quando davanti a lui c’è un precipizio, una palude profonda ed insuperabile. – « … Il cammino degli empi perirà ». Cosa vuol dire? Ci si è incamminati in un cammino che sembrava battuto e solido al punto di partenza, poi sempre più friabile, ed infine completamente sprofondante, lasciando così nel buio della notte in una piana sconosciuta, in una foresta oscura, senza offrire direzioni né vie d’uscita. Tale è il sentiero degli empi: è una strada che si perde, che non giunge a nulla se non al deserto, all’abisso, alla morte. « Depertita eorum via » (S. Ilar., Mgr. Pie, Discours etc. VII, 542).