SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (2)

IL PROTETTORE DEI CRISTIANI

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXIX.

Della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe qui sulla terra lungo il corso dei secoli.

Discorrendo S. Bernardo dell’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, osserva, giusta quel che ne dice la Santa Scrittura, che tali erano le sue doti e le sue qualità da tirarsi dietro come rapito da dolce incanto tutto l’Egitto: Ioseph universum Ægyptum post se currere fecit(Serm. II in Cant.). Ma ciò non è che una meschina figura di quanto si è realizzato del nostro S. Giuseppe nel corso dei secoli cristiani. Di mano in mano che si misero sempre più in chiara luce le sue eccelse virtù, i suoi preclari meriti, si videro altresì correre dietro a lui i cuori di tutti i Cristiani! Difatti la divozione verso questo Santo Patriarca, nascosta per così dire nel cuore dei primitivi Cristiani, svolta quindi dai sentimenti espressi dai Santi Padri, e resasi in seguito apertamente manifesta, si è distesa non solo in tutta Europa, centro della nostra santissima Religione, ma è passata ancora nell’Asia, nell’Africa, nell’America e nell’Oceania e nelle più remote contrade del mondo, e da per tutto coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria si ripete e si invoca ancora il nome di Giuseppe. Da per tutto col più fervido slancio di pietà si celebrano le sue feste, lo si onora nel mercoledì di ogni settimana, gli si consacra il mese di Marzo, si implora la sua possente protezione in vita e specialmente al punto di morte. Da per tutto e tutte le classi della società, tutte le età della vita a lui si rivolgono tributandogli l’omaggio dei loro ossequi e delle loro preci: i sovrani Pontefici, i re, i vescovi, i regni, le città, le ville, le famiglie, gli istituti religiosi, la Cristianità tutta quanta, per modo che si ha da dire di lui che per la sua singolare grandezza ha fatto correre dietro a sé tutto il mondo e tutto il mondo ha guadagnato alla sua glorificazione. Iosepli universum mundum post se currere fecit. Ma per farci un’ idea più ampia e più particolare di una tale verità, rifacciamoci da capo e trascorriamo oggi almeno i principali periodi della ognor crescente glorificazione di S. Giuseppe sopra di questa terra.

PRIMA PARTE.

Già fin da’ suoi primi tempi la Chiesa prese ad onorare S. Giuseppe. Poiché sebbene, come già osservammo in uno di questi primi ragionamenti, a principio ella andasse con molta cautela nel rendere a questo Santo la gloria dovuta per mettere in salvo il dogma della verginità di Maria, non lasciò tuttavia di dipingere e di scolpire nei venerandi asili delle catacombe, sui sarcofagi, nei codici, sui dittici e persino sopra le gemme insieme con l’immagine di Gesù e di Maria quella di S. Giuseppe. A Roma in un affresco del cimitero di Priscilla, che è della fine del primo secolo o del principio del secondo, S. Giuseppe è rappresentato in piedi vicino alla Beata Vergine, che tiene in seno il divin Pargoletto. Nel cimitero di S. Callisto vi ha un altro affresco del secondo secolo, dove S. Giuseppe è posto ritto tra la Vergine ed il Divino Infante. Così pure trovasi sempre effigiato in diversi sarcofagi, tutti dei primi quattro secoli, come anche nei mosaici di Santa Maria Maggiore sia quando si rappresenta il mistero della nascita di Gesù, sia quello dell’adorazione dei Magi, o della fuga in Egitto. Fuori di Roma trovansi queste simili pitture o sculture ad Ancona sopra un sarcofago del quarto o al più del quinto secolo, a Firenze nel codice siriaco della Bibbia, opera del sesto secolo, a Ravenna sulla Cattedra episcopale ancor essa del secolo sesto, a Milano sopra il dittico della Chiesa metropolitana, che pare appartenere al quinto secolo più che al sesto, sopra il sarcofago di S. Celso del secolo quarto, sopra quello assai prezioso che vi ha sotto il pulpito della basilica di S. Ambrogio, dove S. Giuseppe è rappresentato in età giovanile con bella e lunga capigliatura in atto di porgere il Bambino ai Santi Magi. E fuori della stessa Italia non mancano tali immagini e di vote memorie della primitiva devozione a S. Giuseppe, tra le quali vogliono essere segnalate un’effigie del santo scolpita nell’avorio, appartenente ad un monastero di Werden della Vestfalia, lavoro del sesto secolo, ed una gemma trovata in Oriente e che non è certamente più in là del quinto secolo, intorno alla quale si legge una epigrafe in lingua greca, che suona nella lingua nostra: « O Giuseppe assistetemi nei miei lavori e concedetemi la vostra protezione ». – Ma alla glorificazione, che di S. Giuseppe presero a fare nei primi secoli della Chiesa gli artisti, devesi aggiungere quella degli scrittori ecclesiastici e dei Santi Dottori. Il martire S. Giustino ed Origene del secondo secolo, poi i Santi Epifanio, Giovanni Crisostomo, Giovanni Damasceno nella Chiesa orientale, ed i Santi Ambrogio, Gerolamo, Agostino ed Ilario nella Chiesa occidentale rendono nelle loro opere splendida testimonianza della loro venerazione verso di S. Giuseppe. Fra di essi Origene nota come S. Giuseppe fosse onorato dal Figliuol di Dio col titolo di padre; S. Ilario (In Matt. cap. II) lo riguarda come tipo e figura degli Apostoli tanto presso degli Ebrei, come presso dei gentili, osservando che S. Giuseppe dapprima condusse Gesù a Gerusalemme nel tempio giudaico e poi nell’Egitto tra i popoli idolatri; e S. Agostino infine (Serm. LXXXI, de temp.), per non fare più altre citazioni, avverte che il nostro Giuseppe non aveva già solamente radunato del grano per i sudditi di un solo principe, come aveva fatto l’antico Giuseppe divenuto viceré dell’Egitto, ma che egli aveva dato e conservato a tutti i figli della Chiesa il vero pane vivo e vivificante che nutre le anime per renderle immortali, e che se l’antico Giuseppe era nato pel bene dell’Egitto, il nostro era venuto al mondo pel bene di tutto il genere umano. – Or dunque, da tutte queste bellissime e gravi testimonianze risulta chiaro, che S. Giuseppe fin dall’origine della Chiesa e dai suoi primi secoli venne pure, sebbene piuttosto in privato che in pubblico, assai onorato e glorificato dal popolo cristiano. Ma questo culto, che infino al secolo ottavo rimase per così dire alquanto velato, prese poscia nei secoli successivi a manifestarsi e svolgersi sempre più apertamente sia con chiese ed altari dedicati ad onore di S. Giuseppe, sia con feste speciali, sia con pratiche devote. Pare fuor di dubbio che la prima a tributare un pubblico culto a S. Giuseppe sia stata la Chiesa orientale. Nel secolo nono il beato Giuseppe, nativo di Sicilia, poi monaco e prete di Tessalonica, che scrisse molti inni sacri, per cui fu soprannominato Innografo, ne compose eziandio uno ad onore di S. Giuseppe, il quale doveva servire per la festività di questo Santo, che si celebrava nella domenica dopo la Natività di Gesù Cristo. Il che chiaramente dimostra che nel secolo nono presso la Chiesa orientale già si onorava di festa speciale epperò di pubblico culto il Custode della Divina Famiglia. Ma se la Chiesa orientale fu la prima riguardo al tempo ad onorare pubblicamente S. Giuseppe, la Chiesa occidentale, alla quale noi apparteniamo, non fu seconda riguardo allo slancio ed al fervore. Ne abbiamo una prova anzitutto del secolo decimo primo nella frequenza con cui nei loro scritti parlano di S. Giuseppe il mellifluo S. Bernardo e Ruperto abbate. Questi chiama S. Giuseppe massimo fra tutti i Santi, dopo la Beata Vergine; quegli nelle sue opere se ne dimostra devotissimo e gli tesse i più alti encomi. Altra prova ci è la certezza, che ne risulta da autentici documenti, dell’esistere fin dal secolo decimo secondo in Bologna un borgo detto di San Giuseppe, ed in esso una Chiesa parrocchiale a lui dedicata. Altra prova ancora vi ha nella sollecitudine, con cui gli Ordini religiosi presero a mettersi sotto la special protezione di questo Santo. Presso i Servi di Maria, come chiaro si legge nei loro annali, essendosi raccolti a capitolo generale in Orvieto l’anno 1324, furono rinnovati e dichiarati i decreti, i quali prescrivevano che in ciascuna Chiesa dell’ordine si celebrasse il dì 19 Marzo la festa di S. Giuseppe. Presso i Frati minori Francescani, in alcune loro generali adunanze stabilirono ripetutamente la stessa cosa. E così pure si prescrissero solenni onori al nostro Santo presso dei Domenicani e dei Carmelitani, intorno ai quali ultimi è sentenza comune degli eruditi aver essi trasportato dall’occidente in Oriente questa santa pratica del porgere culto amplissimo a S. Giuseppe. Ma le prove più belle della sua glorificazione per parte della Chiesa occidentale cominciamo ad averle dal secolo decimo quinto. In questo secolo spargeva gran fama di sé il dotto e pio Gersone, gran Cancelliere dell’Università di Parigi. Or bene fu egli che in Francia cooperò mirabilmente a dare nuovo ed imperituro splendore al culto di S. Giuseppe. Egli non omise giammai occasione alcuna per far conoscere al mondo le sublimi prerogative e i tesori di virtù racchiusi nel cuore del nostro Santo. Soprattutto si applicò ad ispirare questa divozione agli ecclesiastici ed ai principi, giovandosi di tutto l’ascendente che gli dava il suo stato e scrivendo a tal fine inni, panegirici, lettere piene di unzione e di dottrina. Nell’anno 1414 intervenuto al Sinodo di Costanza, ed adoperandosi efficacemente per la cessazione dello sciagurato scisma di Occidente, propose quale mezzo sicuro ad ottenere la pace della Chiesa l’istituzione di una speciale solennità ad onore di S. Giuseppe. Incaricato in quel sinodo di predicare il giorno della natività di Maria Santissima, impiegò la massima parte del discorso nell’encomiare le prerogative dell’augusto Sposo di lei, e seppe parlarne con tanta energia, che lasciò quella santa assemblea penetrata dalla più viva ammirazione per lui e della più tenera confidenza verso di San Giuseppe. – Ma quel che allora andava facendo Gersone in Francia è pure quel che faceva in Italia San Bernardino da Siena, l’apostolo della divozione al Santissimo nome di Gesù, ed una delle più splendide glorie dell’ordine serafico. Questo Santo in tutte le sue apostoliche escursioni non lasciava mai di raccomandare con quello zelo efficacissimo che era tutto suo, la divozione ed il culto di San Giuseppe. Egli ne aveva composto un devotissimo sermone, e lo andava recitando con gran fervore in quasi tutte le città italiane, che egli percorse predicando. Per ogni dove magnificava le sue glorie, esaltava la sua santità, e la sua dignità altissima di Sposo di Maria e di Custode di Gesù, ne asseriva la sua santificazione nel seno materno e la sua assunzione in cielo in corpo ed anima; per modo che mercé un tanto zelo la venerazione a S. Giuseppe andava mirabilmente accrescendo in tutte le nostre terre. Nel secolo seguente suscitava nuove fiamme di amore a S. Giuseppe il frate Isidoro Isolano dell’ordine di S. Domenico. Egli l’anno 1522 pubblicava in Pavia un libro intitolato: Somma dei doni di S. Giuseppe, e lo presentava al Sommo Pontefice Adriano VI, accompagnandolo con calde preghiere, perché volesse accrescere onore al gran Santo e lo dichiarasse patrono della Chiesa militante, assicurando che ne sarebbe derivato un gran bene a tutta la Chiesa. Ma intanto ecco sorgere contemporaneamente nella Spagna la stella fulgidissima del Carmelo, S. Teresa di Gesù, la quale può a tutta ragione chiamarsi l’apostola della devozione a S. Giuseppe. Fin dalla sua tenera età si sentì nel cuore una tenerezza ed una fiducia particolare per questo Santo. Lo chiamava col nome di suo padre e signore, e lo riguardava, dopo Maria, come il suo primo protettore. Cresciuta negli anni e nella perfezione, accrebbe pure l’amore per lui. Nel giorno della sua festa faceva cantare la messa e l’ufficio solenne; a capo alle sue lettere metteva sempre con quello di Gesù e di Maria anche il nome di Giuseppe. In suo onore fece innalzare delle chiese, gli dedicò dodici monasteri dei diciassette che fondò per le monache carmelitane e tutti li mise sotto la sua protezione: a tutte le suore non solo, ma a tutti i fedeli, con cui aveva occasione di parlare, raccomandava sempre la divozione a questo santo e ciò con uno zelo ed una efficacia ammirabile. Sulla fine poi dello stesso secolo XVI e sul principio del XVII facevasi fervidissimo promotore del culto a S. Giuseppe il dolcissimo S. Francesco di Sales. Il Santo Vescovo di Ginevra con uno slancio meraviglioso prese a parlare di lui presso che in tutte le sue opere. Come al suo unico e più caro protettore volle dedicato il suo sublime trattato dell’amor di Dio: lui scelse come principale patrono ed angelo tutelare dell’ordine della visitazione; e lo diede ancora quale particolar guida nella via dell’orazione mentale e della contemplazione alle novizie. Per suo zelo si eresse nella città di Annecy un bel tempio ad onore di lui; ed alla vigilia della sua morte, al rettore di quella Chiesa che era venuto a trovarlo, disse: Non sapete, padre mio, che io sono tutto di San Giuseppe? Il religioso che lo assisteva, prendendo in mano il breviario di lui, non vi trovò se non un’immagine, ed era quella di S. Giuseppe. Tale e tanta era la divozione che nutriva in cuore per lui e che desiderava accendere nel cuor degli altri. Finalmente per non essere più particolare, dirò che largamente promossero la glorificazione di S. Giuseppe in sulla terra S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Tommaso d’Aquino, S. Vincenzo de Paoli, S. Alfonso Maria de Liguori, Bernardino da Busto, Giovanni di Cartagena, il piissimo Suarez, S. Leonardo da Porto Maurizio e moltissimi altri. Quindi è che per opera di questi santi e dotti personaggi accendendosi sempre più nel cuor dei Cristiani l’amore a S. Giuseppe, i Romani Pontefici non indugiarono più a decretare al nostro Santo solenni onori. Essi fecero scrivere il suo nome nel Martirologio romano e lo inserirono nelle litanie dei santi. Stabilirono la sua festa il 19 di marzo da celebrarsi per tutta la Chiesa, prima per divozione e poscia per precetto; composero un ufficio proprio per lui, lo diedero per protettore a vari regni, arricchirono di sante indulgenze le pratiche della sua divozione, aggiunsero la festa del suo sposalizio e del suo Patrocinio, ed intromisero il suo nome in tutte le più importanti preghiere. Ed ecco l’umile granello di senapa diventato a poco a poco albero gigantesco, ecco la piccola scintilla suscitare un grande incendio, ecco con bella gara semplici fedeli e Pastori della Chiesa, santi e sante, scrittori ed oratori sacri, concorrere con zelo ognor crescente ad onorare il custode fedelissimo della divina Famiglia. Che si poteva dunque fare di più per glorificare S. Giuseppe? Non gli furono date così le più splendide testimonianze di onore a preferenza di qualsiasi altro santo dopo la Beata Vergine? Eppure in questi ultimi tempi la glorificazione di San Giuseppe raggiunse un grado di gran lunga superiore a quelli di cui ho finora parlato. Ma di esso vi dirò ancora qualche cosa dopo brevissima pausa.

SECONDA PARTE.

L’anno 1854, nel dì 8 dicembre, l’immortale Pontefice Pio IX proclamava solennemente il dogma della Immacolata Concezione di Maria SS. CoN la proclamazione di una tanta verità veniva posata sulla corona di Maria una delle più brillanti gemme e si andava mirabilmente riaccendendo nel cuor dei Cristiani l’amore e la divozione per lei. Lo stesso Pontefice nell’anno 1856, zelando altresì grandemente il culto del Sacratissimo Cuore di Gesù, estendeva a tutta la Chiesa la sua festa, che fino allora non si celebrava che in alcuni luoghi e prescriveva che da per tutto se ne recitasse l’ufficio e se ne dicesse la Messa. E nel 1864 innalzando ancora all’onor degli altari la Beata Margherita Alacoque, Apostola della divozione al Sacro Cuore, questa divozione istessa andava infiammando del pari che quella dell’Immacolata Maria. Ma il Cuore di Gesù e la Vergine Santissima sommamente teneri, l’uno del suo custode fedelissimo, l’altra del suo purissimo sposo, parvero non esser paghi di questo nuovo accrescimento del loro culto, se non si accresceva eziandio quello di S. Giuseppe. Epperò eccoli essi medesimi, senza dubbio, che sono gli ispiratori massimi dei Sommi Pontefici, venire eccitando colui, che già potevasi chiamare il Pontefice dell’Immacolata e del Sacro Cuore, a far opera tale da potersi pure meritamente chiamare il Pontefice di S. Giuseppe. – Di fatti quel grande Papa che fu Pio IX, eccolo nel 1862 in una allocuzione pronunciata il 9 di luglio all’occasione della canonizzazione dei SS. Martiri Giapponesi, alla presenza di più che duecento Vescovi, eccolo, dico, fuor della consuetudine dei suoi predecessori invocare subito il patrocinio di San Giuseppe dopo quello della Beatissima Vergine e prima di quello dei SS. Apostoli Pietro e Paolo; il qual fatto non è a dire quanto servisse a ravvivare in tutti i fedeli il desiderio di vedere anche più accresciuto il culto del gran Santo. Ma ciò non era che il faustissimo preludio di un più consolante avvenimento. Ed in vero l’anno 1870, il dì 8 dicembre e sacro perciò all’Immacolata Concezione, Pio IX assecondando i voti dei Vescovi, del clero e del popolo cristiano, dichiarava solennemente S. Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, ne faceva in quel giorno stesso pubblicare il decreto nelle tre patriarcali basiliche di Roma, Lateranense, Vaticana e Liberiana, e comandava che la festa di sì gran Santo del 19 marzo fosse celebrata col rito più solenne che si usa nella Chiesa. – Per questo fatto e dopo il medesimo incominciò il periodo della glorificazione massima per questo Santo. Furono introdotte novelle pratiche di divozione in suo onore, si composero speciali preghiere ad invocare il suo possente patrocinio, gli si eressero nuove chiese ed altari, si fecero di lui quadri, statue, immagini e medaglie, si estese larghissimamente l’uso di celebrare con devota pompa il suo mese di Marzo, e più e più si prese a fervidamente pregarlo invocando mai sempre il suo nome insieme coi nomi dolcissimi di Gesù e di Maria. – E intanto al grande Pio IX succeduto nel Sommo Pontificato il sapientissimo Leone XIII, non meno zelante e sollecito del suo antecessore nel promuovere il culto di Maria e del Sacro Cuore di Gesù, non lasciò neppure di promuovere quello di San Giuseppe. E mentre prendeva ad esaltare il Cuore SS. di Gesù coll’innalzare a più solenne rito la sua festa, mentre ripetutamente si faceva a raccomandare ai fedeli la divozione a Maria colla recita del Santo Rosario, prendeva altresì ad eccitare i fedeli a riporre una grande fiducia in S. Giuseppe. Ed oltre al farne invocare l’aiuto dopo il Santo Sacrificio della Messa, in una sua stupenda enciclica dell’anno 1889 avvisava che, per meglio rendere alle nostre preci favorevole Iddio e perché egli, da più intercessori supplicato, porga più pronto e largo soccorso alla sua Chiesa, era sommamente convenevole che il popolo cristiano si accostumasse a pregare con singolare divozione ed animo fiducioso, insieme alla Vergine Madre di Dio, il suo castissimo sposo S. Giuseppe; raccomandava che gli si consacrasse con giornaliero esercizio di pietà il mese di marzo, o si facesse almeno precedere la sua festa con un devoto triduo di preghiere, proponeva egli stesso una bellissima orazione da recitare a questo Santo dopo il Rosario di Maria specialmente nel mese di Ottobre d’ogni anno e l’arricchiva di bellissime indulgenze; e finalmente nell’anno 1891 con un breve pontificio soddisfacendo alla brama del suo cuore e assecondando i voti dei Vescovi del Piemonte, della Liguria e della Sardegna, ristabiliva di precetto la festa di S. Giuseppe anche in dette provincie e nella Lombardia. – Or dunque, vedendo i Romani Pontefici, capi della Chiesa di Gesù Cristo, così mirabilmente intenti a glorificare San Giuseppe, facciamo d’intendere sempre più l’importanza della sua divozione. Che sempre più in noi si accresca, come si andò crescendo nel corso dei secoli. Che anche noi più e piò, colle nostre preci, con la imitazione delle sue virtù, con la recita delle sue lodi, attendiamo a glorificare S. Giuseppe qui in terra onde meritarci così la grazia di poterlo poi glorificare assai meglio in cielo.

CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CONOSCERE SAN PAOLO (53)

CAPO II

I Novissimi.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

II. LA MORTE E LA RESURREZIONE.

1. LA MORTE E L’ALDILÀ . — 2. LA RISURREZIONE DEI GIUSTI. — 3. LA SORTE DEI VIVENTI.

1. La morte ha tanti significati diversi quanti ne ha la vita di cui è l’antitesi. Oltre la morte naturale o distruzione fisica del composto umano, san Paolo ricorda una morte spirituale, la morte del peccato, che si oppone alla vita della grazia e diventa, al termine della prova, la morte eterna. Gli empi sono degni di morte, il peccato opera la morte, « la morte è lo stipendio del peccato (Rom. VI, 23; VI, 21) ». Morte fisica, morte spirituale, morte eterna, tutto questo risale, direttamente o indirettamente, ad una sorgente comune, alla trasgressione dell’Eden. Ma vi è una quarta morte, rimedio delle altre tre, la morte mistica nel Cristo, la quale è per l’anima e per il corpo il preludio e il pegno dell’immortalità gloriosa: « Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta col Cristo in Dio ». — « Uno morì per tutti, dunque tutti morirono (Col. III, 1; II Cor. V, 14; Rom. VI, 2) » misticamente con lui. La morte è terribile come castigo del peccato. All’orrore istintivo della dissoluzione, si aggiunge il timore del Giudice e l’incertezza del di là. Nel linguaggio figurato di Paolo, « il peccato è lo stimolo della morte (I Cor. XV, 56) ». La morte si serve del peccato come di una freccia avvelenata per dilatare il suo impero, o meglio forse come di uno stimolo aguzzo per condurre a suo talento e per terrorizzare gli uomini. Gesù Cristo, vincitore del peccato, toglie alla morte il suo pungiglione malefico e doloroso, e un giorno la renderà impotente e inoffensiva. Se essa conserva fino alla fine un resto del suo antico potere ed è l’ultima a cedere al trionfo della croce, ha però già perduto il potere di spaventare. Nonostante le ripugnanze naturali, si fa strada, il sentimento della rassegnazione cristiana predicata ai fedeli di Tessalonica e di Corinto, e il sentimento più eroico di amoroso desiderio che Paolo, senza allontanarsi dalla conformità al volere divino, lascia spesso trapelare. D’ora innanzi la vita è un dovere che si accetta, e la morte un guadagno al quale si aspira. Che cosa diventa l’anima separata dal corpo? Quali sono le sue relazioni con Dio, con i vivi, con gli altri defunti? Sopra questi problemi san Paolo ci dà poche indicazioni e meno ancora di insegnamenti. Un numero assai notevole di teologi eterodossi pretendono che l’Apostolo si rappresenti l’anima inoperosa, intorpidita, addormentata, in attesa dell’ora della risurrezione (5). Simile alle ombre vaganti presso l’Èrebo mitologico, essa non avrebbe più né sentimento, né memoria, né coscienza, né personalità; e non ci vorrebbe meno che lo squillo dell’ultima tromba per trarla dal suo letargo. Queste supposizioni sono fondate sul nome di « dormienti (I Cor. XV, 20) » dato talora ai morti; ma questo appoggio è assai debole. In tutte le letterature, morte e sonno sono fratelli; il sonno è immagine della morte, e morire è dormire. Questa metafora conviene meglio ancora alla morte cristiana, anello di congiunzione di due vite, breve intervallo tra due atti di una medesima esistenza. Se portasse con sé la perdita del pensiero, la morte non avrebbe nulla di desiderabile. Paolo c’insegna formalmente che essa non separa i giusti dal Cristo (Fil. I, 21-23). Uscire dal corpo, per l’anima vuol dire emigrare verso il Signore, vivere in sua compagnia (II Cor. V, 6-8). La corona attende il vincitore al termine della lotta che figura evidentemente la vita presente (II Tim II, 5). Quello che in noi dorme non è dunque l’anima, ma è il corpo adagiato nella polvere del sepolcro e per il quale sarà un risveglio la risurrezione. Se i giusti entrano in possesso della beatitudine senza attendere l’ultimo giorno, è naturale che i peccatori subiscano il loro castigo appena finita la prova; tuttavia l’Apostolo non ci dice nulla a questo riguardo. Egli non ci parla neppure del giudizio particolare che fissa la sorte di ciascun uomo subito dopo la morte; ma tale giudizio è nella natura delle cose e risulta dal fatto che né la felicità degli eletti né, per analogia, il supplizio dei reprobi, viene differito fino alla parusia. Forse la maniera con cui l’Epistola agli Ebrei avvicina il giudizio alla morte, senza frapporre, a quanto pare, nessun intervallo tra i due avvenimenti, ci porta alla stessa conclusione (Ebr. IX, 27). Non troviamo neppure un insegnamento definito intorno alla sorte dei giusti che terminano la loro vita con colpe leggere o non interamente espiate. Niente di impuro entra in Paradiso, e nessuno è ricevuto nel seno di Dio senza aver pagato i l suo debito fino all’ultimo obolo: la dottrina del purgatorio si fonda sopra questi dati biblici e sopra la tradizione; ma il testo di san Paolo, citato da parecchi, ci dà piuttosto un’indicazione, che non una prova apodittica (I Cor. III, 11-15). Questa penuria di particolari intorno alle cose del di là non ci deve sorprendere, perché tutta la sollecitudine dell’Apostolo converge verso il fatto della risurrezione e verso questa verità capitale, che cioè i giusti sono uniti intimamente al Cristo così nella morte come nella vita.

2. Sappiamo dall’Epistola agli Ebrei, che la risurrezione dei morti era, col giudizio Anale, uno dei punti cardinali della catechesi apostolica (Ebr. VI, 2). Paolo non mancava mai di mettere come base del suo insegnamento la risurrezione di Gesù alla quale egli collegava, sotto forma di corollario, la nostra risurrezione (I Cor. XV, 1-13). Né le beffe degli Ateniesi (Act. XVII, 32), né i sarcasmi del procuratore Festo (Act. XXVI, 24), né lo scetticismo del re Agrippa (Act. 27-28), né l’incredulità dei Sadducei (Act. XXIII, 6-8) poterono indurlo a dissimulare una verità tanto essenziale: egli si sarebbe vergognato di comprare la sua libertà con un silenzio disonorevole e si vantava di essere perseguitato per questo articolo di fede. Sappiamo quale fu la sua sorpresa e il suo sdegno quando venne a sapere che in una chiesa fondata da lui si sollevavano dubbi intorno ad un dogma tanto fondamentale (I Cor. XV, 12). Egli aveva predicato a Cesarea la risurrezione generale dei buoni e dei cattivi (Act. XXIV, 15). Così certamente deve essere presentata ordinariamente la dottrina della risurrezione, dato il testo ben noto di Daniele e dato anche l’insegnamento formale di Gesù, d’accordo in questo con l’opinione più accreditata degli Ebrei di quell’epoca (Dan. XII, 2). Tuttavia sembra che Paolo nelle sue lettere si occupi soltanto della risurrezione dei giusti. I suoi argomenti valgono soltanto per questa; il suo contesto per lo più impone una limitazione che, per analogia, conviene estendere a due o tre espressioni dubbie. È vero che nella prima ai Corinzi egli fa menzione, senza distinzioni, della risurrezione dei morti (I Cor. XV, 42), 0ma tutto il seguito del discorso dimostra che egli intende parlare della risurrezione gloriosa; e quando, nell’Epistola ai Filippesi, esprime il voto di « arrivare alla risurrezione dei morti (Fil. III, 11) », il suo pensiero non è punto equivoco: egli aspira alla risurrezione gloriosa. – Buoni esegeti sono di parere che l’insigne vittoria riportata dal Cristo sopra la morte suppone o esige la risurrezione universale; poiché, dicono, se non tutti i morti risuscitassero, la sconfitta della morte sarebbe soltanto parziale, e san Paolo non avrebbe il diritto di dire: Novissima autem inimica destruetur mors (I Cor. XV, 26). Questo argomento ci pare poco decisivo. Anche la vittoria del Cristo sul peccato sarà completa come la sua vittoria sopra la morte; ma ciò non porta come conseguenza la conversione di tutti i peccatori: la ragione è che i frutti della redenzione, universali per principio, sono di fatto condizionati dalla cooperazione dell’uomo. La vittoria del Cristo sopra la morte sarà assoluta in coloro che si uniranno a Lui per partecipare alla sua vittoria; per gli altri essa potrebbe essere soltanto parziale, come la vittoria sul peccato. Più debole ancora ci sembra l’argomento tratto da questo testo: « Ciascuno (risusciterà) nel suo ordine. La primizia è il Cristo; poi quelli che appartengono al Cristo, al momento della sua parusia; poi la fine (I Cor. XV, 23-24) ». Si vorrebbe che questa sia la fine della risurrezione e il terzo ordine dei risuscitati, di coloro che non appartengono al Cristo; ma questo è leggere troppe cose tra le righe. Sta il fatto che la risurrezione dei peccatori, la quale poco importa all’Apostolo perché non ha connessione con la sua dottrina, rimane ordinariamente fuori dal suo campo visivo. – In quanto alta risurrezione dei giusti, è provata con una decina di argomenti: l’argomento dall’assurdo, fondato sopra le perniciose conseguenze della tesi contraria (I Cor. XV, 12-19); l’argomento di tradizione che si appoggia alla dottrina e all’insegnamento costante degli Apostoli (I Cor. XV, 30-32); l’argomento ad hominem, tratto dalla persuasione intima, spontanea, irresistibile degli stessi fedeli (I Cor. XV, 29); argomento della causa meritoria, stabilito sopra questa verità, che Gesù Cristo è venuto per restaurare le rovine del peccato e per restituirci i beni perduti dal primo Adamo (I Cor. XV, 21); l’argomento della causa esemplare, legato alla teoria del corpo mistico e alla solidarietà del Cristo con i santi (29); l’argomento del sigillo impresso in noi dallo Spirito Santo che, col farci suoi, si obbliga a conservarci, corpo e anima, eternamente (Ephes. IV, 30); l’argomento dei pegni dati dallo stesso Spirito come una caparra dell’immortalità gloriosa (II Cor. V, 5); l’argomento del tempio, dimora sacra e imperitura dello stesso Spirito, (I Cor. VI, 19); l’argomento delle primizie, o detto anche della grazia semente di gloria (Rom. VIII, 23); L’argomento del desiderio soprannaturale che lo Spirito Santo accende in noi e che ci fa sospirare la glorificazione di questo corpo associato ai combattimenti dell’anima, strumento delle sue vittorie (Rom. VIII, 15, 17, 23-26). Alcuni di questi argomenti sono così vicini, che si toccano e si compenetrano: non sono tanto prove distinte, quanto piuttosto aspetti diversi di una medesima prova. Che cosa possano avere di oratorio, non tocca a noi il cercarlo; bisogna però guardarsi bene dal considerarli come conclusioni filosofiche. Sono induzioni teologiche in tutta la forza del termine, le quali si appoggiano sopra l’insegnamento dell’Apostolo. Fatta astrazione dalle asserzioni di Paolo che ne afferma le premesse come verità di fede, alcuni sembrerebbero fondati sopra una petizione di principio o girare in un circolo vizioso. – I primi cinque argomenti sopra citati sono stati studiati a proposito della prima epistola ai Corinzi. Gli altri cinque i cui elementi sono sparsi in diverse Epistole, si fondano tutti sopra l’attività soprannaturale dello Spirito Santo. Si può dire che essi si riducono a questa formula: « Se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in noi, Colui che risuscitò Gesù Cristo da morte vivificherà anche i nostri corpi morti, per causa del suo Spirito che abita in noi (Rom. VIII, 11) ». Forse perché il corpo del giusto è il suo tempio? Può essere. Tuttavia, eccetto due testi in cui lo Spirito Santo figura come anima del corpo mistico più che come ospite di un tempio individuale (I Cor. VI, 19), il ragionamento dell’Apostolo prende un’altra forma. Lo Spirito Santo, egli dice, « vi ha segnati col suo segno per il giorno della redenzione (Ephes. IV, 30) ». Voi siete sua proprietà; un giorno vi reclamerà come suoi: in quel giorno il corpo dopo l’anima sarà vendicato degli oltraggi della morte. Il sigillo di cui parla san Paolo ci è impresso nel Battesimo. Questo rito sacramentale che ci incorpora al corpo mistico, ci conferisce anche i « pegni dello Spirito (II Cor. I, 22) », nuovi pegni dell’eternità beata. I pegni sono una caparra pagata come garanzia del pagamento totale. Essi non sono distinti dallo Spirito Santo: sono lo stesso Spirito Santo come dono delle anime, dono identico nella sua essenza ma suscettibile di progresso in intimità e in perfezione. I giusti vivificati dalla grazia hanno ricevuto fin da questo mondo, le primizie dell’immortalità gloriosa; essi sono « salvati in speranza ». e la salvezza promessa riguarda tanto il corpo quanto l’anima. Paolo non stabilisce mai una linea di divisione netta tra la grazia e la gloria che ne è lo sviluppo tardivo ma assicurato. Chiunque è innestato sul Cristo è per ciò stesso associato alla sua vita immortale e glorificata. – La prova tratta dal desiderio sembra a prima vista un sofisma, e tale sarebbe veramente, se si trattasse di un desiderio puramente naturale, poiché vi sarebbe allora sproporzione tra la tendenza e la mèta. Ma l’Apostolo suppone e afferma che tale desiderio è soprannaturale, prodotto e mantenuto in noi dallo stesso Spirito Santo. Facendo salire alle nostre labbra quel grido del cuore: Abba Pater! Lo Spirito fa testimonianza della nostra filiazione adottiva; attesta che noi siamo eredi di Dio e coeredi del Cristo. Ma la gloria del corpo risuscitato fa parte integrante di questa eredità. Allora non abbiamo più bisogno che la creazione, con le sue aspirazioni ansiose, ci predica il ritorno all’immortalità originaria: « noi stessi, avendo le primizie dello Spirito, gemiamo internamente nell’attesa della filiazione (consumata) e della redenzione (gloriosa) del nostro corpo (Rom. VIII, 24) ». Il desiderio della grazia non sarà illusorio; infatti perché mai lo Spirito Santo ci metterebbe in cuore un’aspirazione che Egli non può o non vuole soddisfare?

3. San Paolo in diverse riprese afferma che i giusti testimoni della parusia non morranno. Egli non dice mai: « Tutti i giusti risusciteranno », ma dice invece: « I morti che sono nel Cristo risusciteranno (I Tess. IV, 16) ». Talora presenta il suo pensiero in questo dilemma: « O noi risusciteremo, o non saremo trasformati (I Cor. XV, 52) ». Egli parte da questo principio, che « la carne e il sangue non possono ereditare il regno di Dio (I Cor. XV, 50) ». La carne e il sangue per lui sono sempre la natura umana in ciò che ha di debole, di mutevole, di perituro, soprattutto in opposizione alla natura divina eterna, immutabile, incorruttibile. Qui dunque il suo pensiero non è, come credettero certi Padri, che nulla d’impuro entrerà nel regno dei cieli, e neppure che la carne non avrà parte alla risurrezione gloriosa, come vogliono parecchi interpreti moderni che accoppiano così uno sbaglio di esegesi con un errore dottrinale. Egli insegna che i corpi dei giusti, per entrare nella gloria, hanno bisogno di una trasformazione. Questa trasformazione che egli ha descritta minutamente per i defunti restituiti alla vita, è pure altrettanto necessaria — e anche più misteriosa — per i vivi risparmiati dalla morte. Ecco il messaggio che egli trasmette ai Tessalonicesi, da parte del Signore: “Noi, i viventi, noi riservati per (assistere a) la parusia del Signore, non precederemo quelli che dormono (il sonno della morte). Poiché il Signore stesso, al comando, alla voce dell’Arcangelo, al suono della tromba di Dio, scenderà dal cielo ed i morti (che sono) nel Cristo risusciteranno prima; poi noi, i viventi, i superstiti, insieme con essi saremo rapiti nelle nubi dell’aria all’incontro del Signore; e così saremo sempre col Signore” (I Tess. IV, 15-17). – Da questa rivelazione che non ha nulla di oscuro, purché si legga senza pregiudizi dommatici, si ricavano tre verità: I morti in istato di grazia (οἰ νεκροὶ ἑν Χριστῷ = oi necroi ev Cristo) risusciteranno prima del trasporto aereo dei giusti allora in vita. — I morti risuscitati ed i vivi saranno rapiti insieme in aria all’incontro del Cristo. — Tutti i giusti, morti risuscitati e viventi, saranno per sempre col Signore. L’Apostolo non dice nulla dei peccatori, né vivi né morti; egli si occupa soltanto dei giusti e specialmente di quelli che vivranno al momento della parusia. Questi ultimi non avranno nessun vantaggio sopra i loro fratelli mietuti dalla morte; ma essi pure dovranno essere oggetto di una trasformazione gloriosa per godere eternamente, senza mutamento né vicissitudine, della società del Cristo glorificato. Se fosse altrimenti, la loro sorte non sarebbe da compiangere? Paolo non aveva bisogno di insistere sopra una dottrina della quale i neofiti di Tessalonica non dubitavano punto. »  Egli vi ritornerà più tardi per rispondere ai dubbi dei Corinzi: « Ecco che io vi dico un segreto. Non tutti moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono della tromba, poiché sonerà la tromba ed i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. Perché bisogna che questo (corpo) corruttibile rivesta l’incorruttibilità, e che questo (corpo) mortale rivesta l’immortalità (I Cor. XV, 51-53) ». San Paolo annunzia che vuole svelare un segreto, qualche cosa di nascosto e di misterioso. Il mistero consiste in questo, che anche i giusti risparmiati dalla morte devono essere trasformati come i giusti morti nel Cristo. — Questa trasformazione comune ai vivi ed ai morti avverrà istantaneamente e simultaneamente, al primo squillo della tromba che annunzierà la parusia. — La ragione « di questa trasformazione necessaria è che la « carne e il sangue non potrebbero ereditare il regno di Dio, né la corruzione l’incorruttibilità ». Corruzione e incorruttibilità sono due cose contraddittorie e perciò incompatibili. Dunque questo corpo corruttibile deve cessare di essere corruttibile, e questo corpo mortale deve cessare di essere mortale: in questo consiste la trasformazione. Rivestire l’immortalità senza subire gli orrori della morte è un privilegio invidiabile. I Corinzi, sapendo dall’insegnamento di Paolo nella prima Lettera, che tale privilegio toccherà effettivamente ai giusti che si troveranno in vita al momento della parusia, cominciarono a desiderarlo. L’Apostolo non li biasima, poiché tale desiderio è troppo naturale. “Noi non ci perdiamo di coraggio; ma anche quando il nostro uomo esteriore va in rovina, il nostro uomo interiore si va rinnovando di giorno in giorno Perché sappiamo che se la tenda in cui abitiamo su questa terra viene a perire, abbiamo in cielo un edificio (promesso e preparato) da Dio, una dimora eterna che non è fatta da mano d’uomo. Per questo noi gemiamo, desiderando di rivestire la nostra abitazione celeste sopra (il corpo mortale), se tuttavia siamo trovati vestiti e non nudi. Sì, noi che siamo in questa tenda, gemiamo accasciati, perché non vogliamo essere spogliati ma rivestiti (d’immortalità) sopra (questo corpo perituro), affinché ciò che vi è di mortale in noi sia assorbito dalla vita. Ora Colui che ci ha disposti a questo, è Dio stesso che ci ha dato i pegni dello Spirito”. (II Cor. IV, 16) È quasi impossibile tradurre questo passo senza commentarlo o poco o assai, tanto è denso di pensieri. La difficoltà nasce anzitutto da una mancanza di armonia nelle metafore, poiché Paolo rappresenta il nostro corpo ora sotto l’immagine di un abito, ora sotto quella di un edificio e qualche volta mescola insieme le due figure; essa dipende anche da altre cause. Qui è il caso di ricorrere a quel principio di esegesi, in virtù del quale ciò che è oscuro si spiega con ciò che è chiaro. Ora i due punti seguenti sembrano fuori di dubbio: « La tenda della nostra abitazione terrestre » indica il corpo corruttibile che è quaggiù la dimora dell’anima. — Noi non vorremmo essere spogliati di questo corpo, per quanto sia abbietto; noi temiamo per l’anima nostra una nudità contraria alla sua natura e alle sue aspirazioni; noi per conseguenza desideriamo di rivestire la nostra veste celeste senza abbandonare la veste terrestre. Tale è il valore esatto della parola greca non facilmente traducibile. A che cosa corrisponde la veste celeste? Che cosa significa la dimora eterna che è nei cieli? Qui cominciano le controversie. Anzitutto respingiamo senza esitare un’ipotesi emessa da un piccolo numero di esegeti eterodossi e anche da uno o due commentatori cattolici: i giusti riceverebbero nel Battesimo il germe di un corpo glorioso, che si svilupperebbe quaggiù con l’uso dei Sacramenti e soprattutto dell’Eucaristia; questo corpo provvisorio seguirebbe l’anima dopo la morte e sarebbe cambiato più tardi, nel momento della risurrezione generale, col corpo definitivo. In san Paolo non vi è traccia di tale concezione strana. I giusti morendo emigrano dal corpo; risuscitando riprendono il loro corpo trasfigurato; in nessun luogo si accenna ad un corpo intermedio tra il corpo perituro ed il corpo glorificato. – Respinta questa ipotesi, ci troviamo davanti a due opinioni. Secondo gli uni, la dimora spirituale indica per metafora il corpo glorioso; secondo gli altri, indica la gloria celeste. La prima interpretazione è la più comune: se « la tenda terrestre » rappresenta il corpo mortale, non è naturale che « la dimora celeste » rappresenti il corpo glorioso? Senza dubbio noi non lo possediamo di fatto subito dopo la morte; come sembra indicare la proposizione condizionale dell’Apostolo; ma lo possediamo fin d’allora idealmente, si può dire che vi abbiamo diritto; noi lo possediamo non con la certezza relativa della speranza, ma con la certezza piena e assoluta di un credito che dobbiamo esigere. Ora la Scrittura esprime ordinariamente con un verbo al tempo presente la certezza di un bene futuro. La sola difficoltà seria è che in realtà noi non rivestiamo il corpo glorioso sopra il corpo mortale: queste non sono due cose essenzialmente distinte; gli elementi materiali sono comuni a entrambe, e soltanto è differente la maniera di essere. Questa difficoltà non esiste affatto nella seconda opinione: l’anima santa riveste realmente la gloria celeste appena che il corpo mortale è separato da essa; ed i giusti testimoni della parusia rivestiranno quella stessa gloria sopra il loro vero corpo del quale non saranno stati mai spogliati. Così dunque l’allegoria si armonizza, e il linguaggio di Paolo è di una rigorosa esattezza. Se moriamo prima della parusia, abbiamo subito la nostra veste di gloria; se invece viviamo fino all’ultimo giorno, la gloria ci avvolgerà come di un manto regale, secondo il desiderio che lo Spirito Santo accende nei nostri cuori, e così ciò che vi è di mortale in noi sarà assorbito dalla pienezza della vita. Rimane ancora una proposizione incidente il cui senso preciso è molto discusso. Secondo la Volgata, il senso sarebbe: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo attuale, si tamen vestiti non nudi inveniamur; « se tuttavia (al momento della parusia) noi siamo trovati rivestiti (del corpo), e non nudi », cioè spogliati dalla morte, del nostro involucro mortale terrestre. È una spiegazione così naturale, che non fa davvero meraviglia il vederla accettata da tanti Padri e da commentatori antichi e moderni. Ma molti dotti contemporanei, in nome della filologia, insorgono contro una interpretazione così semplice. Per salvaguardare la proprietà dei termini, essi propongono questa traduzione: Noi desideriamo di rivestire la gloria sopra il corpo mortale « atteso che, una volta rivestiti (della gloria celeste) noi non saremo più trovati nudi », poiché la morte non avrà più potere sopra di noi (46). L’inciso non esprime più la condizione da compiersi per realizzare il voto espresso nel versetto precedente, ma bensì l’oggetto stesso di quel voto o la circostanza che lo rendo desiderabile. Per quanto sia grande la divergenza su questo punto particolare, l’idea complessiva del passo resta quasi immutata. Ad ogni modo, l’Apostolo ha la certezza che un corpo glorioso e immortale lo attende in cielo; e tale prospettiva gli fa affrontare con gioia le tribolazioni di questa vita e lo consola del veder cadere in rovina il suo corpo perituro. Se egli prova il desiderio naturale di vivere fino alla parusia, non è già per timore della morte, poiché sa benissimo che nulla può separarlo dal Cristo, unico oggetto del suo amore, ma è per la ripugnanza istintiva che noi tutti proviamo al pensiero di dover subire, anche solo per qualche tempo, la dissoluzione del composto umano. Come i fedeli di Tessalonica e di Corinto, dei quali approva e divide il desiderio, vorrebbe essere portato vivo incontro al Cristo trionfante ed entrare nell’immortalità gloriosa senza passare per la morte. Egli non dà come certa la sopravvivenza fino alla parusia, e neppure come probabile, ma la dà soltanto come possibile, altrimenti il suo desiderio sarebbe privo del suo oggetto. Anzi egli afferma che tale desiderio ha lo Spirito Santo come autore, e questo, una volta di più, ne indica la possibilità. La condizione posta per la realizzazione di tale desiderio è espressamente enunziata se si intende l’inciso come lo intendono la Volgata e l’esegesi comune; è almeno supposta, se s’interpreta come vorrebbe la maggior parte dei filologi moderni. Tuttavia il voto in questione non è talmente imperioso da togliere la pace e la rassegnazione. Noi sappiamo che il nostro pellegrinaggio su questa terra è un esilio lontano dal Signore, e sappiamo anche che per rassegnarci a quel passaggio, nonostante i desideri istintivi della natura e della grazia, ci vuole sempre del coraggio e dell’intrepidezza, sentimenti che la fede c’inspira. In qualunque condizione, noi cerchiamo di piacere al Signore, o vicino a Lui o lontano da Lui; questo è l’essenziale: il resto non dipende da noi.

CONOSCERE SAN PAOLO (52)

CONOSCERE SAN PAOLO (52)

CAPO II

I Novissimi.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

I. PUNTI DI CONTATTO CON L’ESCATOLOGIA EBRAICA.

1. DIFFICOLTÀ DELL’ARGOMENTO. — 2. SECOLO PRESENTE E SECOLO FUTURO. — 3. LE VERE FONTI DELL’ESCATOLOGIA DEL NUOVO TESTAMENTO.

1. Sotto il nome comprensivo di escatologia si sogliono spesso indicare la morte e lo stato intermedio, la parusia con i suoi segni precursori, la risurrezione ed il giudizio, la retribuzione ai buoni ed ai cattivi, la consumazione delle cose. Si riserva il nome speciale di apocalisse alla crisi morale e religiosa che deve precedere l’ultimo giorno con le sue fasi preliminari e con la drammatica lotta impegnata tra le potenze celesti e le potenze infernali intorno al genere umano. Questi termini sono passati nell’uso, e li adopreremo, per amore di brevità, insieme a quello di novissimi che comprende non soltanto i destini individuali, ma anche la sorte finale dell’umanità e la trasformazione definitiva dell’universo. È noto che l’insegnamento escatologico di san Paolo seguì uno sviluppo nettamente decrescente: dopo che ebbe una parte così grande nelle lettere ai Tessalonicesi e occupò ancora un posto notevole nelle Epistole maggiori, non compare più che incidentalmente ed a lunghi intervalli negli scritti della prigionia e nelle Pastorali (I principali testi escatologici sono, per ordine di data: I Tess. IV, 13; V, 5; II Tess. I, 4-12; II, 2-12; I Cor. XV; II Cor. V, 1.10; Rom. VIII, 17-23; XI, 25-29; Fil. III, 21; II Tim. IV, 1-8). Dal giorno in cui la teoria del corpo mistico è stata scolpita in alto rilievo, essa concentra tutta l’attenzione: l’escatologia d’allora in poi non è più altro che il termine normale, l’incoronamento regolare della vita morale. Ben lungi dall’essere la parte più originale della teologia di san Paolo, l’escatologia ne sarebbe appena un’appendice di poca importanza, se non si collegasse da una parte all’insegnamento primitivo degli Apostoli e per conseguenza alla prima trasfigurazione delle speranze giudaiche, e dall’altra parte, alla dottrina del corpo mistico della quale san Paolo fece una sua specialità. Ne esporremo qui i punti principali raggruppandoli sotto quattro capi:

I. Punti di contatto con l’escatologia ebraica. — II. Morte e risurrezione. — III. Parusia e giudizio. — IV. Consumazione delle cose. Se la conoscenza precisa dell’ambiente neotestamentario non è mai tanto desiderabile per lo storico delle origini del Cristianesimo, quanto nelle questioni di escatologia, essa non è mai di così difficile accesso come in tali questioni. Gli scrittori ellenisti di quell’epoca, Filone e Giuseppe, gelosi di accomodare il pensiero ebreo, l’uno al gusto dei suoi lettori pagani, l’altro ai postulati della filosofia greca, non poterono fare a meno di alterarlo, di velarlo o attenuarlo. Le produzioni del rabbinismo, di data così incerta e generalmente così tardiva, non si devono adoperare se non con somma circospezione. Ancorché fossero del primo secolo, come comunemente si crede, e non del terzo, come sostengono con forza alcuni critici recenti, i Targum di OnkeJos e di Jonathan ci darebbero poca luce intorno all’escatologia contemporanea, perché l’uno, anche parafrasando, non intende di allontanarsi dal suo compito di interprete, e l’altro è soltanto un traduttore esatto fino allo scrupolo. Le fonti meno torbide delle tradizioni ebraiche — voglio dire la Mishna, scritta apparentemente verso la fine del secondo secolo, e la Tosephta, redatta forse al principio del terzo secolo — dato il loro carattere di pandette, non toccano quasi che incidentalmente l’escatologia. Nella Ghemara dei due Talmud e nei Midrashim le idee escatologiche scorrono con maggiore abbondanza; ma se si legge la Teologia ebraica del Weber o qualunque altra opera del genere, si vedrà che cosa si possa cavare da quel guazzabuglio confuso, incoerente e contradittorio. Restano le apocalissi ebraiche, assai numerose verso l’èra cristiana; ma anche qui siamo assaliti da difficoltà di ogni specie. « È un compito delicato, si è detto giustamente, quello di mettere un po’ di ordine in quel caos, a rischio di sacrificare mille particolari alla necessità di venire a idee generali, compito tuttavia necessario per l’importanza estrema — e diciamo subito sproporzionata — che oggi si vuol dare a quei prodotti di un tempo che era agitato e sfinito per la febbre ». Non si è troppo severi nel chiamarli.« un gigantesco sforzo nel vuoto, o un sogno molesto, con qualche bagliore di buon senso nell’incubo di un ammalato, e talora con vere bellezze, con un tono religioso, e più ancora nazionalistico, sincero ed appassionato (Lagrange, Paris, 1909, p. 39) ». – Ma la difficoltà di districare questo caos non è la sola: le apocalissi ebraiche, come sono arrivate fino a noi, sono piene di interpolazioni cristiane. Come si fa a riconoscere con sicurezza la mano del falsario e l’estensione del suo lavoro? È un problema arduo, sempre complicato, per lo più insolubile. – Avvicinandosi ai tempi apostolici, l’escatologia ebraica diventava ad un tempo più universale, più individuale e più spirituale: più universale, poiché guardava anche di là dall’orizzonte nazionale per occuparsi dei destini di tutti i popoli; più individuale, perché avendo cessato di fondere nella storia d’Israele la sorte degli individui, veniva esprimendo con Intensità sempre crescente il sentimento della responsabilità personale; finalmente più spirituale, perché di quando in quando s’innalzava sopra i sogni di un patriottismo esaltato e di un grossolano realismo: se il regno terrestre ancora si trovava nelle fantasie, non formava più la somma totale delle speranze messianiche. Ecco che cosa si può dire in generale; ma questo compendio schematico ci potrebbe anche trarre in inganno: nella marcia in avanti vi sono delle fermate, delle deviazioni, dei passi indietro di cui bisogna tener conto. Ogni documento esige un trattamento particolare. Fortunatamente tale studio non tocca a noi; ci limiteremo dunque a indicare qui una concezione di considerevole importanza nell’evoluzione dell’escatologia.

2. Agli occhi dei profeti, l’apparizione del Messia inaugurava un’era nuova: era il punto di partenza della fine dei tempi, il principio del regno di santità e di giustizia che il Giorno del Signore doveva precedere o chiudere. Il compimento delle promesse messianiche ed i destini finali dei popoli si raccoglievano in un quadro senza prospettiva, dove tutti gli avvenimenti parevano confondersi. Talora si direbbe che tutto quell’avvenire dipende da un attimo indivisibile. L’esegesi rabbinica lavorò su questi dati. Di mano in mano che veniva separando il regno terrestre del Messia dal suo regno eterno e che, con calcoli fantastici, assegnava al primo una durata di quaranta, di settanta, di cento, di quattrocento, di seicento, di mille anni o più, essa veniva ad avere per la fine dei tempi un doppio punto di partenza, cioè il principio o il termine del regno terrestre. La storia dell’umanità veniva divisa in due periodi, l’età presente e l’età futura, e vi erano due mondi misurati da questi due periodi, il mondo presente e il mondo futuro. A quale età, a quale mondo apparteneva il regno temporale? Naturalmente le apocalissi senza Messia non avevano da proporsi tale questione; ma le altre la potevano risolvere in due maniere: o tutta l’escatologia veniva riportata al mondo futuro, oppure era sdoppiata, per così dire, in due giudizi, in due risurrezioni, in due regni messianici, in due rinnovamenti. Siccome ogni scrittore non rappresenta altro che la sua autorità personale, non si sa a quale sistema si deve dare la preferenza; e se si pensa ai ritocchi, ai rimaneggiamenti, alle interpolazioni che tali documenti subirono, agli agglomerati di scritti eterogenei che oggi si presentano a noi sotto un medesimo titolo, la confusione non ha più limiti. Quello che distingue essenzialmente l’escatologia cristiana dall’escatologia ebraica, è la fede nella doppia venuta del Cristo. Le speranze messianiche sono già realizzate, ma soltanto in parte; le antiche profezie si spiegano e si precisano alla luce della Storia; le prospettive si allontanano e si armonizzano; perciò tutti i punti di vista sonomutati: la risurrezione, il giudizio, la retribuzione finale sono portate nell’avvenire e collegate con la seconda venuta. L’orizzonte può sembrare più o meno lontano, la crisi suprema più o meno prossima; ma questo è un punto accessorio, e l’escatologia cristiana acquista una nettezza di contorni, una relativa stabilità di linee quale mai non ebbe l’escatologia ebraica. – Tuttavia la terminologia antica che si ereditava, non poteva adattarsi senza sforzo alle concezioni nuove: di qui le incertezze nell’espressione e le divergenze nell’uso dei termini. Così la fine dei tempi coincide, per san Matteo, con la fine del mondo; per l’Epistola agli Ebrei, conformemente al linguaggio dei profeti, con l’aurora dell’età messianica. San Paolo dà questo stesso significato alla pienezza dei tempi ed alla fine dei secoli. Non molto più fisso è il limite degli ultimi giorni: secondo i diversi punti di vista, noi vi siamo già arrivati, oppure ancora li aspettiamo. – Già abbiamo veduto quale parte eccezionale abbia nel Nuovo Testamento e particolarmente in san Paolo la concezione del mondo o del secolo presente. Ma la nozione corrispondente del mondo o del secolo futuro non ha punto la stessa importanza. San Paolo nomina una sola volta «il secolo futuro (Ephes. I, 21) », un’altra volta « i secoli futuri (Ephes. II, 7) »; d’altra parte l’Epistola agli Ebrei nomina una volta « le potenze del secolo futuro (Ebr. VI, 5) e due volte « la terra o la città futura (Ebr. II, 5; XIII, 14) », ed è tutto qui: Come spiegare la parità di questa locuzione, mentre quella che le corrisponde è tanto frequente? Questo fenomeno attribuito da Bousset ad un semplice caso, pare invece che si possa attribuire a ben altre cause. Per gli scrittori del Nuovo Testamento, il secolo presente o il mondo presente non hanno più che un valore morale; il secolo presente ha perduto la nozione della durata, e il mondo presente la nozione dello spazio; perciò il secolo presente e il secolo futuro si possono compenetrare; tra loro non vi è più nessun intervallo cronologico, ma vi è soltanto un’opposizione d’influenze contrarie. D’altra parte l’idea di una catastrofe improvvisa che inauguri il regno del Messia, e di un improvviso sconvolgimento operato da Dio solo, senza il concorso dell’uomo che ne sarebbe spettatore passivo, lascia a poco a poco il posto all’idea di un regno messianico che si va sviluppando gradatamente fino alla consumazione delle cose. In tali condizioni, il concetto ebraico del secolo o del mondo futuro diventava quasi inapplicabile, e bisognava sostituirlo con la vita eterna.

3. Insomma, gli apocrifi ed il Talmud sono di scarso aiuto per l’intelligenza dell’escatologia neotestamentaria. Tutti quelli che si mettono per questa via con la speranza di trovarvi la luce, ne ritornano delusi, e quelli che a tale via con tanta sicurezza vorrebbero mandare anche noi, ci fanno quasi supporre che essi stessi non la conoscano troppo. Un testo di Daniele illustra l’escatologia del Nuovo Testamento forse più che tutti gli scritti rabbinici presi insieme: In quel tempo si leverà Michele, il gran capo, il difensore dei figli del tuo popolo. E sarà un’epoca di tribolazioni, quale non sarà stata mai da quando esistono le nazioni. In quel tempo saranno salvati tutti quelli del tuo popolo che si troveranno scritti nel libro della vita. E molti di quelli che dormono nella polvere si desteranno, gli uni per la vita eterna, gli altri per la vergogna e l’obbrobrio eterno. Ed i saggi brilleranno come lo splendore del cielo e quelli che avranno insegnato la giustizia alla moltitudine scintilleranno come lo stelle per sempre… (Dan. XII, 1-4). – Questo passo, oggetto d’innumerevoli allusioni e reminiscenze, ci fa conoscere il compito impareggiabile dell’arcangelo Michele nell’escatologia ebreo-cristiana; i tempi di estrema tribolazione che precederanno il gran Giorno; il Libro della vita dove stanno scritti i nomi dei giusti e dove si trovano le loro credenziali d’immortalità gloriosa; la risurrezione comune ai buoni ed ai cattivi; la vita eterna dei giusti e la gloria disuguale degli eletti; l’obbrobrio e l’ignominia senza fine che toccheranno ai riprovati; la distinzione definitiva dei buoni e dei cattivi, separati per sempre da una barriera insormontabile. Sono sette verità capitali che riassumono la dottrina dei Novissimi. – Daniele, la seconda parte d’Isaia, le sezioni dei profeti relative al giudizio e alla fine dei tempi, i Libri dei Maccabei, sono le vere fonti dell’escatologia neotestamentaria. Nel pantano degli apocrifi e degli scritti rabbinici si possono talora incontrare alcune pagliuzze d’oro, ma quanto mescolate a scorie impure!

SAN GIUSEPPE PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

SAN GIUSEPPE IL PROTETTORE DEI CRISTIANI (1)

[A. CARMAGNOLA: Il Custode della Divina Famiglia S. GIUSEPPE – Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1896]

RAGIONAMENTO XXVIII.

Della glorificazione di S. Giuseppe in cielo e della mira che noi dobbiamo sempre avere alla gloria celeste.

È cosa che desta gran meraviglia il considerare la grande gloria, alla quale tutto ad un tratto Faraone sublimò Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Aveva egli, Faraone, fatto due sogni, che nessuno gli sapeva interpretare. Allora il suo coppiere maggiore, ricordandosi della spiegazione che del suo sogno aveva avuto in carcere da Giuseppe, ne parlò al re, il quale fattolo venire alla sua presenza gli raccontò i due sogni che aveva veduti. E Giuseppe, illuminato da Dio, disse: Una medesima cosa significano i due sogni del re. Iddio per essi ha significato a Faraone ciò che è presso ad avvenire. Le sette vacche belle e grasse e le sette spighe prospere e piene significano che vengono sette anni continuati di grandissima abbondanza di biade in tutto Egitto; le sette vacche magre e le sette spighe vuote preannunciano che a i sette anni di abbondanza ne seguiteranno altri sette continuati di grandissima carestia, la quale farà dimenticare l’abbondanza dei precedenti, e la fame consumerà il paese. Provvedasi adunque il re di un uomo industrioso e sapiente, e lo deputi sopra l’Egitto, acciocché in tutte le Provincie statuisca ufficiali, che negli anni dell’abbondanza radunino pel re la quinta parte di tutte le biade, ed esso le faccia riporre nei granai della città a ristoro degli sterili anni che vengono, acciocché il paese per la gran fame non rimanga disabitato. Piacque grandemente al re, ed a tutti gli altri, l’interpretazione ed il consiglio di Giuseppe, ed allora voltosi Faraone a’ suoi ministri disse: Dove mai potremmo noi trovare un uomo il quale come questo sia pieno dello spirito di Dio? Di poi, rivoltosi a Giuseppe continuò: Dappoiché Iddio ti mostra tutte queste cose, che ne hai dette, potrò io forse trovare altro uomo, che per sapienza sia maggiore di te o a te somigliante? Tu sarai sopra la mia casa e sopra il mio regno; tutto il popolo obbedirà al comandamento della tua voce; io non avrò più di te altro che il soglio. Ciò detto, Faraone ‘si tolse di mano l’anello e lo pose in mano a Giuseppe, lo fece vestire di una veste di bisso, gli mise al collo una collana d’oro, lo fece salire sul suo secondo cocchio, e lo fece condurre per tutta la città, mandandogli innanzi un banditore, il quale da parte di Faraone gridava che tutti avanti a Giuseppe si inginocchiassero, e tutti sapessero che esso era costituito dal re sopra tutto il paese d’Egitto. Tale è lo splendore di gloria, da cui venne come d’improvviso circondato l’antico Giuseppe, figliuolo di Giacobbe. Or ecco una bellissima figura di quella gloria, alla quale venne sollevato il nostro amatissimo S. Giuseppe in quel giorno faustissimo, in cui col divino Redentore Gesù entrò in corpo ed anima nel bel Paradiso. Procuriamo di farcene oggi una qualche idea, onde accrescere sempre più in noi la stima e la venerazione verso di sì gran Santo.

PRIMA PARTE.

La gloria a cui venne sollevato S. Giuseppe in Paradiso deve essere senza dubbio la più grande, dopo quella a cui venne sollevata in seguito la beatissima Vergine. E che grandissima sia una tal gloria, ben lo ritiene e dimostra la Chiesa, la quale nelle ufficiature delle due principali feste di questo Santo è tutta nell’esaltarla, servendosi a tal uopo dei passi più espressivi delle Sacre Scritture. Essa riferendosi prima alla sua dignità di Sposo di Maria ed alla fedeltà con cui adempì tale ufficio, e poi alla sua grandezza come Custode di Gesù Cristo, applica a lui quello che si legge nel libro dei Proverbi (XXVIII e XXVII), dicendo che l’uomo fedele sarà molto lodato e che il custode del suo Signore sarà glorificato: Vir fidelis multum laudàbitur. Et qui custos est Domini sui, glorificabitur. Giovandosi poscia di varie espressioni degli altri libri Sapienziali, dopo di aver detto che Iddio costituì S. Giuseppe come Signore della sua casa e principe della sua possessione, aggiunge che grande è la sua gloria, che il Signore lo ha rivestito di gloria e di splendore, che giusto qual egli è per eccellenza, germinerà e fiorirà in eterno al cospetto del Signore come giglio piantato nella sua casa, che per lui insomma sono la gloria e le ricchezze e che la sua giustizia rifulgerà per tutti i secoli. Dopo di che ha ben ragione il dotto e pio Suarez, il quale asserisce che tutt’altro che essere temerario è del tutto buono e conforme a verità il sentimento di coloro, i quali assicurano che la gloria di S. Giuseppe in cielo, dopo quella di Maria, è superiore a quella di tutti gli altri Santi. E non meno rettamente crede il celebre Gersone, ritenendo ed insegnando che S. Giuseppe in paradiso sovrasta per la gloria tutti i beati, come il mistero della incarnazione s’innalza sopra ogni altra cosa. – Ed in vero una tal gloria gli era dovuta anzitutto per ragione della sua santità. Avendo egli ricevuto da Dio una pienezza di grazie proporzionata alla sublimità della missione da Dio affidatagli, e colla perfetta corrispondenza alla medesima essendosi reso in terra il più grande di tutti i Santi, non doveva eziandio avere in paradiso una gloria che fosse a quella di tutti gli altri Santi superiore? Sì, senza dubbio! Epperò essendo stato più Santo dei Patriarchi, più santo dei Profeti, più santo degli Apostoli, degli Evangelisti, dei martiri, dei pontefici, dei dottori, degli anacoreti, dei confessori e dei vergini, più santo anzi degli Angeli e degli Arcangeli, dei Cherubini e dei Serafini, venne altresì innalzato al di sopra di tutti gli Angeli e di tutti i santi: e quindi si può cantare di lui quel chela Chiesa canta di Maria nel dì della sua assunzione: Exaltatus est beatus Ioseph super choros Angelorum ad cœlestia regna. E poiché la beatissima Vergine, dopo l’Ascensione al Cielo del suo divin figliuolo Gesù, dietro divina disposizione, restò ancora sulla terra per un bel numero di anni, affinché fosse il conforto, la consigliera e la guida degli Apostoli e dei primitivi cristiani, così in tutto quel tempo S. Giuseppe fu propriamente colui che venne da Dio maggiormente glorificato. Il che tuttavia non vuol dire che dopo l’Assunzione di Maria diminuisse la gloria di S. Giuseppe. Anzi in certa guisa si accrebbe, perché alla glorificazione, che già aveva preso a fare di lui nostro Signor Gesù Cristo, si venne ad aggiungere quella che di lui prese a fare Maria Santissima. Ed in vero potendo allora Maria nella sublimità del suo trono disfogare pienamente la gratitudine dell’animo suo verso del suo fedelissimo ed amatissimo sposo, come mai non avrà ‘ella preso a celebrare la grandezza dei suoi meriti al cospetto di tutti gli Angeli e di tutti i Santi? come non avrà cercato di esaltarli dinnanzi allo stesso Iddio? Ma la gloria a cui S. Giuseppe venne sublimato, doveva essere grandissima non solo per ragione della sua santità, ma eziandio per due altre principali ragioni. È bensì vero che S. Giuseppe non fu solamente padre di Gesù che secondo lo spirito, ma, come abbiamo avuto occasione di dire con S. Agostino, appunto perché più castamente, così tanto più fermamente fu suo padre. Or bene Gesù Cristo, quel Dio che disse « Onora il padre e la madre », avendo voluto essere figliuolo di Giuseppe secondo lo spirito, e comparire persino in faccia agli uomini quale suo figliuolo secondo la carne, come mai non avrebbe osservata la medesima legge verso di San Giuseppe lassù in paradiso, come l’aveva osservata sopra di questa terra? Per tanto la maggiore obbligazione che si trova verso degli uomini, quella cioè che contraggono i figliuoli verso dei loro genitori, oppure anche verso di coloro che ne tengono le veci, costituisce una seconda importantissima ragione, per cui S. Giuseppe doveva essere grandissimamente glorificato, essendo che l’onore e la gloria verso di lui da parte di Gesù Cristo, riguardato sia come suo figliuolo secondo lo spirito, sia come suo pupillo, doveva corrispondere alla grandezza infinita di lui. Ma ciò non è tutto. Nostro Signor Gesù Cristo, predicando la sua celeste dottrina, aveva detto che il più piccolo atto di carità fatto ad un poverello in suo nome non sarebbe stato da Lui lasciato senza mercede e in terra e in cielo, perché l’avrebbe ritenuto come fatto a se medesimo. Ora S. Giuseppe nel tempo della sua vita, passata in unione di Gesù e di Maria, aveva esercitato non solo dei piccoli, ma dei grandissimi e continui atti di carità verso lo stesso Gesù e la stessa Maria. Come sposo di Maria eletto ad essere il suo confidente, il suo aiuto, il suo sostegno, il suo difensore, con quale attenzione e con qual amore non attese Egli mai a compiere sì gravi uffici? E come custode di Gesù, avendo usato verso di Lui tutte quelle diligentissime cure, che usano verso di noi gli Angeli custodi, non fu veramente il suoangelo tutelare? Ed avendolo riscattato dalle mani dei Sacerdoti nel dì della sua presentazione al tempio, e più ancora avendolo scampato da tanti pericoli e massime da quello della persecuzione di Erode non fu per tal guisa il suo Salvatore? – Se pertanto S. Giuseppe esercitò le opere più belle di carità e le esercitò immediatamente verso la Persona adorabile di Gesù Cristo e della sua santissima Madre, non doveva egli in virtù della promessa del Divin Redentore ricevere una mercede corrispondente, cioè una gloria superiore a quella di tutti gli altri Santi? Epperò, a nostro modo di intendere, nel giorno solenne dell’Ascensione di Gesù Cristo al Cielo, giorno in cui, come dicemmo, fu pure assunto S. Giuseppe, si dovette compiere una scena somigliante a quella che si compì nella casa del santo vecchio Tobia, allora che vi tornò il suo figliuolo, scampato da vari pericoli e largamente beneficato nel suo viaggio dall’Arcangelo S. Raffaele, che credeva essere solamente un uomo. Allora Tobia chiamò a sé il suo figliuolo e gli disse: Che possiamo noi dare a questo uomo santo, che è venuto con te? E il figlio rispose e disse a suo padre: Padre, qual ricompensa gli daremo noi? O che vi sarà egli, che possa agguagliare i suoi benefizi? Egli mi ha condotto e rimenato in sanità, egli ha riscosso il denaro di Gabelo, egli mi ha fatto avere la moglie, ed ha tenuto lungi da lei il demonio, ha consolati i genitori di lei, me stesso egli salvò che non fossi divorato dal pesce; a te pure ha dato di vedere la luce del cielo, e di ogni sorta di beni siamo stati ricolmati per mezzo di lui: che potrem noi dargli che sia proporzionato a tanto bene? Quid illi ad hæc poterimus dignum dare? (Tob. XII, 1, 2, 3) Così Gesù Cristo, dopo di essere entrato glorioso e trionfante lassù in cielo, voltosi al suo divin Padre e al tempo stesso additandogli Giuseppe: Padre mio, dovette dire, ecco il vostro rappresentante sulla terra, che ha sopra di me esercitata la sua dolce paternità; ecco quegli che per tanti anni mi ha governato con tanto amore. Fu egli che mi cercò un ricovero per la mia nascita, egli che mi ricoperse con Maria dei suoi panni, egli che mi fabbricò una culla, egli che mi portò in Egitto liberandomi dalla spada omicida di Erode, egli che sofferse e lavorò per me, egli che mi nutrì del pane guadagnato con i suoi sudori, egli che mi resse, che mi guidò, che mi amò, che mi onorò, che mi servì, che mi ricolmò di ogni sorta di beni. E fu egli ancora che tanta cura si ebbe della mia amatissima Madre, egli che la difese dai falsi sospetti de’ Giudei, egli che la sostenne negli affanni, egli che la scampò nei pericoli, egli che la consolò in tante afflizioni, egli insomma che fu il suo fedelissimo sposo. Ora, o Padre amantissimo, qual mercede gli daremo noi per degnamente ricompensarlo? Di quale gloria rivolgendo verso di S. Giuseppe il suo sguardo pieno di compiacenza dirgli: Bene, servo buono e fedele, vieni, ti appressa e ricevi un’immarcescibile corona di eterna gloria, una corona del tutto rispondente agli eccelsi tuoi meriti, una corona, che ricompensi degnamente tutte le tue azioni, tutte le tue parole, tutti i tuoi pensieri, tutte le tue cure verso il mio divin Figliuolo, e la sua santissima Madre. E poscia mentre Davide, avo di S. Giuseppe, trasalisce di gioia, mentre gli Angeli e gli Arcangeli esultano, mentre le Virtù, i Principati, le Podestà, le Dominazioni sono inebriate del più santo giubilo, mentre i Cherubini ed i Serafini cantano inni giocondissimi, ecco Gesù con Dio Padre e con lo Spirito Santo, in mezzo agli applausi di tutta la corte celeste, deporre sulla fronte di Giuseppe una splendidissima corona; ecco Gesù collocare Giuseppe su di un magnifico trono alla sua sinistra non riserbando altro soglio più onorifico che quello posto alla sua destra per Maria santissima. E gli Angeli alla loro volta presero a glorificare quanto più poterono S. Giuseppe. Poiché, come allorquando il buon Giacobbe nell’estrema sua vecchiaia, recatosi in Egitto per vedere ed abbracciare il suo figlio Giuseppe, condotto alla presenza di lui e dimenticandosi in certo modo di essergli padre, nel prostendersi ossequiosamente innanzi a lui lasciò agli altri suoi figli il più forte stimolo ad offrire ancor essi l’attestato più sincero della loro pietà ed amor fraterno, così l’ammirabile esempio di Dio nel glorificare cotanto S. Giuseppe dovette senza dubbio agli Angeli, creature sì intelligenti e ragionevoli, rivelare meglio la grandezza di lui e fortemente eccitarli a rendergli i più alti ossequi della loro venerazione e del loro affetto. Eccoli pertanto inchinarsi riverenti dinnanzi a lui e cantare giubilanti le glorie di lui che per la sua purezza era stato più Angelo che uomo, che di Angelo aveva con Gesù e con Maria esercitato l’ufficio, e che sebbene non di natura angelica ma umana, pure tanto sorpassava essi medesimi; eccoli offrirsi altra volta ai suoi servizi, come già lo erano stati nel tempo della sua vita; eccoli riconoscerlo quale loro altissimo principe. Oh onore, oh gloria veramente sublime! Gloria ed onore, che furono solamente sorpassati nella Assunzione ed Incoronazione della beatissima Vergine. E così Gesù Cristo mise perfettamente in esecuzione la promessa da lui fatta, quando disse: Il mio fedel servo e ministro sarà là dove io sono: Ubi sum ego illic et minister meus erit (Gio. XII, 26). E tale, secondo che colle deboli forze della nostra intelligenza possiamo immaginare, fu la glorificazione di S. Giuseppe in cielo. Ora se Iddio medesimo volle dispiegare tanta generosità e grandezza nell’esaltare questo santo, se gli Angeli, adorni di sapienza e di intelligenza divina, giudicarono bene impiegati gli atti di venerazione, di rispetto e di amore verso questo gran personaggio, non faremo altrettanto noi miseri ed ignoranti mossi da sì sublimi esempi? temeremo di essergli troppo larghi dei nostri ossequi? crederemo di far troppo per onorarlo? No, no, o Cristiani. Anzi unitevi anche voi con Dio, con Gesù Cristo, colla Vergine e cogli Angeli e glorificate quanto più potete questo gran Santo. Cantate illi et benedicite nomini eins annuntiate inter gentes gloriam eius (Salm. XCV). Glorificatelo voi e studiatevi di farlo glorificare ancora dagli altri, epperò parlate delle sue grandezze, della efficacia e della giustezza della sua divozione, accendetene oltre i vostri cuori, anche i cuori altrui, e Dio stesso ve lo conterà a gran merito.

SECONDA PARTE.

La glorificazione di S. Giuseppe in cielo ci ricorda che abbiamo lassù un Dio giusto, che si ricorda di tutto e nulla dimentica nella rimunerazione. E se è così, che importano allora le difficoltà, le tristezze, i languori, le tribolazioni di questa breve vita? Alla fine « ci sta riserbata una corona di giustizia, che in quel giorno ci darà il giusto giudice ». Uomini insensati, che correte dietro i beni di quaggiù, potete dire altrettanto del mondo e dei potenti del mondo? Essi vi promettono ricchezze, piaceri, celebrità, amore. E voi vi umiliate, vi travagliate, vi martirizzate financo per raggiungere ciò che il mondo vi promette. Ma pur non potete mai tenervi sicuri di raggiungerlo; e tante volte la corona vi sfugge di mano nel punto istesso che credete di stringerla. E quand’anche riusciste ad ottenere dal mondo tutte in una volta le sue corone, che vi varrebbero nel comparire davanti al tribunale di Dio? Allora Egli nel furore della sua collera ve le strapperebbe di fronte e le butterebbe a marcire là ove furono raccolte. Noi invece, o Cristiani, se ad esempio di San Giuseppe lavoriamo in Dio e per Iddio, un giorno riceveremo da Lui stesso una corona, che al par di quella di S. Giuseppe brillerà eternamente sulla nostra fronte e non impallidirà giammai: Percipietis immarcescibilem aeternæ gloriæ coronam (I. Petri V, 4). Animo adunque, e tenendo fisso lo sguardo alla gloria del cielo, calpestiamo generosamente la gloria mondana. Rifuggiamo dagli onori, dalle cariche, dalle dignità, dalle preminenze; soffochiamo nel cuor nostro le brame di voler fare bella comparsa davanti agli uomini; evitiamo di mettere in mostra ciò che in noi vi ha di bene per cattivarcene la loro ammirazione e la loro lode; teniamo sempre bene impressa nella nostra mente la massima di S. Paolo: Qual cosa è in te, che non l’abbi ricevuta gratuitamente da Dio? E se il tutto hai ricevuto in dono dalle sue mani benefiche, perché te ne glori? Perché te ne vanti? Perché te ne compiaci! Perché ne cerchi lode, quasi che l’avessi da te e non da Lui, quasi che fosse cosa tua e non sua? Insomma, non temiamo di umiliarci e di essere umiliati, amiamo di esserlo, cerchiamo noi stessi le occasioni per esserlo, ed allora possiamo essere sicuri, che saremo circondati un giorno della verace ed imperitura gloria del cielo: poiché Gesù Cristo lo ha detto, e la sua parola non falla: Chi servirà a me, vale a dire chi nelle opere sue non cercherà la sua gloria, ma la mia, sarà onorato dal Padre mio: Si quis mihi ministraverit, honorificàbit eum Pater meus (Giov. XII, 26).

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (33)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXXII.

(fine del precedente.)

Il demonio si fa riabilitare — La filosofia — Le arti — Il romanzo — Il teatro — La Bellezza del diavolo — Analisi di questa commedia — Suo significato — Il demonio si fa chiamar Re.

Farsi riabilitare. La dimestichezza del tempo presente col demonio, e, per conseguenza, la generale diminuzione della paura che deve incutere, è un fatto; ma questo fatto non è altro che il primo grado della satanica invasione: havvene un altro più incomprensibile, non meno vero, la redintegrazione dell’angelo decaduto. Il vero, dice un poeta, può talora non essere verosimile; è proprio il caso d’applicar questo detto al fatto che vogliamo segnalare. Infatti, non è ella cosa incredibilissima che, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, nel bel mezzo del regno cristianissimo, si trovino uomini battezzati che si mettano da senno, e con ostinato proposito a rimettere in onore satana, il gran dragone, il grande omicida, l’impenitente autore di ogni male, giustamente fulminato dalla divina giustizia? Eppure bisogna crederla, perché vera. Dopo il Vangelo, il demonio aveva sempre ispirato alle genti cristiane un orrore ed aborrimeuto universale; e di questo duplice sentimento, erano chiaro segno le forme, gli atteggiamenti, il posto medesimo che artisti e letterati davano, nell’opere loro, all’implacabile nemico di Dio e dell’uomo. Adesso invece di metterlo alla gogna dello scherno e dell’obbrobrio come si merita, lo si lascia da parte, oppur lo si presenta sotto le forme men brutte, e si applaude agli sforzi di chi si prova a rappresentarlo quasi bello, in modo che tali sforzi hanno vanto di progresso sociale. Quella che si chiama la grande critica dà, in questo senso, certe sue sentenze regolatrici dell’opinione. Essa scrive: « Bello come tutte le creature nobili, più infelice che malvagio, il satana del sig. Scheffer [Pittore protestante, morto testé, e del quale tutta Parigi è andata ad ammirare la protestante pittura.], segna l’estremo sforzo dell’arte, per romperla una volta col dualismo, e attribuire il male alla medesima fonte che il bene, al cuore dell’uomo…. Egli ha perduto le sue corna e gli artigli; non ha conservato che le sue ali, sola giunta che ancora lo unisca al mondo sovrannaturale…. Si lasci al Medio Evo, che viveva continuamente in presenza del male, forte, armato, presidiato, di portargli quell’implacabile odio, che l’arte rappresentava con cupa energia. « Noi oggidì siamo tenuti a meno rigore.. Siam biasimati di non esser più severi col male. Ma in realtà l’è questa una delicatezza di coscienza; si è per amore del bene e del bello che noi siamo talvolta sì timidi, sì deboli nei nostri giudizi morali… Noi esitiamo a pronunziare sentenze esclusive, per tema ch’abbiamo d’avvolgere nella nostra condanna qualche atomo di beltà, » [Queste sono cose scritte da un membro dell’Istituto di Francia. Quando ci si chiama Renan, e sì è diventati l’apologista di satana, è naturale diventare ancora schernitore delle sacre scritture, e sicofante del Verbo incarnato]. – Quale si è questo nuovo obbligo imposto a chi, parla del demonio, di. doverlo trattar con riguardo? Onde viene quest’obbligo strano; e che significa egli, imperocché qualche cosa significa? queste sacrileghe moine sono il termometro del progresso. “Schiacciamo l’infame”, fu la parola d’ordine dello spirito infernale nel secolo passato: ed era nel suo periodo di distruzione. “Adoriamo satana”, è la parola d’ordine del medesimo spirito nel tempo presente: ed è nel suo periodo di ricostruzione. La medesima lega che combatteva per distruggere, combatte per edificare. Sulle rovine del Cristianesimo, che, a detta di lei, ha fatto il suo tempo, ella vuole ristabilire il regno, a suo avviso, troppo a lungo calunniato, dell’angelo decaduto. A tal uopo, mettono mano a riesaminare il processo di satana, a farlo sorgere dal suo decadimento, ed a rimetterlo in onore dinanzi al mondo. Meschinissimo ripetitore dei razionalisti tedeschi, il sig. Renan ha .dunque petto di scrivere: « Fra tutti gli esseri già maledetti, per la tolleranza del nostro secolo risorti dal loro anatema, satana è senza alcun dubbio quello che ci ha più guadagnato nel progresso dei lumi e dell’universale incivilimento. Egli s’è raddolcito a poco a poco nel suo lungo viaggio, dalla Persia a noi; egli s’è spogliato di tutta la malvagità d’Arimane. Il Medio Evo, intollerantissimo, lo fece a suo senno brutto, malvagio, torturato e, per colmo di disgrazia, ridicolo. « Milton finalmente intese il povero calunniato, e cominciò la metamorfosi che l’alta imparzialità del nostro tempo doveva compiere. Un secolo cosi fecondo come il nostro in ogni guisa di redintegrameuti, non poteva mancar di ragioni per scusare un rivoluzionario sventurato, spinto dal bisogno di metter mano ad arrischiate imprese. E si potrebbero far valere, per attenuar la sua colpa, molte altre ragioni, contro le quali noi non avremmo diritto di esser severi. » Un dei maestri del Renan, lo Schelling, va più in là; egli di satana fa addirittura un dio, attesoché  il Cristo-Dio doveva avere un antagonista degno di lui. [Moéller, De VHat de la philosophie en Allemagne, p. 211]. – Il Michelet, nel suo Corso di filosofia della storia, predice il ritorno del regno Satanico; e nella  Strega e’ si fa suo storico, narrando con amore i trionfi di satana sovra Cristo. [Introd. alla Storia univ., p. 10 e 40.] – Il Quinet, che vuole soffocare il Cristianesimo nel fango, trova in satana nientemeno che il Principe, che ha dà riunir tutti i cuori. [Deschamps, Le Christ et les Antechrists, t. II, p. 47]. – Il Proudhon desidera di sostituire satana; il diletto dell’anima sua, all’inconseguente riformatore che si fece crocifiggere. [La involuzione nel secolo XIX, p. 290, 291]. I Giornali rinomati pigliano la sua difesa e chiedono la sua completa riabilitazione.. « Noi crediamo, dice l’Opinion Nationale, [6 dicembre 1864] che questo satana, cosi violentemente assalito dagli ultramontani, questo satana, del quale portiamo in fronte il segno, valga più della reputazione che si vorrebbe fargli. Molto a torto lo si dà per fondatore e per protettore del cesarismo, questo satana cosi calunniato. satana s’incaricherà nel compiere l’opera sua, di provare ai signori Vescovi che non vi è bisogno del potere religioso per correggere il cesarismo. » E il Temps esprime il dispiacere che gli cagiona la parte monotona di satana nel teatro : « È sempre, egli dice, lo stesso mistificatore mistificato. Gli si danno sempre i primi posti per togliergli crudelmente anche gli ultimi:, e l’inevitabile voragine col suo zolfo, da lungo tempo scavata dall’industria, riceve sempre allo scioglimento, questo cornuto monarca, col mantello rosso, la cui missione, a quanto pare, è di arrabbiarsi senza riuscita, per la dannazione di alcune povere animucce di contadini e di contadine. Che un uomo di spirito voglia ben darci una rappresentanza, una incantagione nella quale il diavolo, completamente riabilitato, assisterà nella serenità della sua gloria, alle vane imprese tentate per farlo discendere; sarà lui che nello scioglimento congederà gli angeli e ritirerà loro la direzione delle anime, per affidare ad essi quella dei palloni. Liberato dalle maledizioni secolari, non maledirà nessuno; riconcilierà pure il Dio nero col Dio bianco, e proclamerà come coronamento della piramide luminosa, la libertà. » [L. Ubach, 1864.]. – Se questi ed altri non meno empi scrittori avessero, con queste loro enormità, destata una generale riprovazione, potrebbe dirsi che e’ son pazzi ed empi, senz’altro. Ma l’accoglienza fatta a tali inaudite bestemmie; ma il numero dei lettori e degli encomiatori de’ libri che le contengono, non sono forse tal fatto che dà molto da pensare? Si può egli non vederci un contrassegno de’ tempi nostri?  La pubblicazione di quelle mostruose empietà non ha punto scemata, agli occhi dell’opinion .dominante, la gloria dei Renan, dei Proudhon e lor simili. Punto non s’è chiusa in faccia loro la porta delle sale né delle accademie. Essi hanno larghe relazioni sociali; si siede a mensa, si conversa con essi, e si trovano w amabili. I distributori della nomèa letteraria proclamano ad alta voce il loro ingegno; e le opere loro, tradotte nelle principali lingue, contano, rispetto ai libri cristiani, cento lettori per uno. [Si sa che in Austria hawi una società segreta, la quale ha stabilito di propagare ad ogni costo l’empio e menzognero libro del Renan. Venne tradotto in quasi tutti gl’idiomi di quell’impero, e lo si fa girare e vendere a vil prezzo nelle campagne]. – Tali sono le bestemmie, ignote nella storia, che si stampano ai tempi che corrono, non solo in Francia, ma anche in Allemagna, e che sono lette nell’antico e nel nuovo mondo. Ciononostante fino a questi ultimi anni, la redintegrazione, l’apologia di satana non era’ passata fuori di certi libri ignorati dalla moltitudine. Per spingere avanti l’opera infernale, restava da infettare il mondo de’ saputelli, gli sfaccendati e le donne. Ed ecco, dopo i filosofi ed i letterati delle accademie, venir fuori i romanzieri ed i comici, che si sono incaricati di renderlo popolare. La è la stessa tattica che satana adoperava, or fanno sedici secoli, per conservare il suo’ regno e impedire quello dello Spirito Santo ; dopo Celso sofista, comparve Genesio istrione. Nel 1861 venne fuori un romanzo, nel quale satana, trasformato in bellimbusto, è cosa tutta vaga e leggiadra. Contegno irreprensibile, maniere signorili; parla con eleganza, sorride con garbo, è spiritoso. Fuma, gioca, danza a meraviglia; non si può dare maggiore amabilità. C’è egli a stupire se l’uomo, sotto tale metamorfosi empia e sacrilega, s’avvezza a guardare in faccia, a stringer la mano al suo eterno nemico? Il terrore che pur testé ispirava passa per vana paura; la malvagità, ond’è accusato, per calunnia nata dall’ignoranza e dalla superstizione. Qual mezzo di propaganda, il romanzo tiene un posto di mezzo tra il libro dotto ed il teatro. Da’ gabinetti di lettura, o dalla casa del rivenditore a minuto, il romanzo entra nei saloni del ricco, nella casa del borghese, nella capanna del povero. Coglie più o meno lettori; ma non parla agli occhi e non corrompe se non alla spicciolata. Altra cosa è il teatro. Il quale col barbaglio delle decorazioni, con la realtà dei personaggi, con l’arte degli attori s’impadronisce dei sensi tutti, e profondamente v’imprime quel che vuole insegnare. Inoltre ei piglia addirittura la moltitudine. La commedia ottiene ella favore da venirne in voga? State sicuri che dopo venti rappresentazioni, gli scherzi, i lazzi, le massime, i biasimi, gli elogi ch’essa contiene, diventeranno purtroppo sentenze in bocca a molte e poi molte persone di ogni educazione e grado. Ond’è che il vero mezzo di mettere in derisione l’uomo più venerando, o la cosa più sacra, si è di farli comparir su’ teatri; Il demonio l’ha intesa meglio di chiunque. All’uopo di rendere popolare la sua reintegrazione, facendo mettere in derisione i dommi cristiani che concernono lui, s’è reso padrone d’un importante teatro della capitale de’ lumi; e vi fa rappresentare questo, che ora diremo. In una dell’ultime giornate d’agosto del 1861, sulle mura di Parigi vedevasi un cartellone azzurro, con entravi stampato a grandi caratteri: La beltà del diavolo, commedia fantastica in tre atti. Della quale ecco qui un cenno. Ci si presenta dinanzi uno spazzo riccamente decorato; gli è un appartamento dell’inferno; la camera da letto di Monsieur satan. Vedesi, attraverso le bianche cortine d’un letto voluttuoso, la testa d’un giovane elegante, il quale chiede che lo si venga a vestire. Ed ecco tavole e tavolini coprirsi di cosmetici, di ampolle, di ferri da parrucchiere, portati da certi diavoletti, famigli di satana. Il quale, uscito di letto, si fa vestire e azziniare; in modo ch’egli stesso s’ammira, e si fa ammirare dagli altri. Ebbro di sua bellezza, s’impromette di far molto bene i suoi fatti, e annunzia un ballo per la sera. Sei ballerine dell’Opera cascano, proprio allora, nell’inferno: e al suono de’ musicali strumenti si danza allegramente. satana dà di mano alle ballerine giunte testé e, ballando, si permette con esse certi detti e certi gesti, che però non hanno l’esito ch’ei ne vorrebbe. Infuriatone, domanda a tutti i demoni s’e ei non è sempre il re della bellezza: e gli si risponde con qualche esitanza. Allora satana dà affatto nei lumi e vuol sapere che sia avvenuto della sua bellezza. Un dannato, di professione magnetizzatore, si offre di svelargli l’arcano. E viene in scena Madama satan; la quale, magnetizzata, è interrogata, che sia avvenuto della bellezza di suo marito. Madama satan non risponde, ma s’agita grandemente sulla sua seggiola. Si torna a magnetizzarla, cosicché, carica di fluido, s’addormenta profondamente. Interrogata di nuovo, dice; son io che ho tolta la bellezza a mio marito. — Perché? — Perché ne abusava. [E qui certe particolarità, che è bello tacere]. — Che ne hai tu fatto? — L’ho data ad una giovinetta di Normandia, — Di qual villaggio ? (lo nomina.) — Quando gliela hai data? — Quel dì medesimo che l’ho tolta a mio marito; quella giovinetta è nata quel dì. satana non chiede altro. Manda pel suo cocchiere, fa allestire la sua vettura alla Daumont e, trasformato in ispettore delle scuole primarie, parte, col dannato magnetizzatore, in cerca della sua bellezza. Giunto nel villaggio, entra nella scuola, esamina le giovinette e ne chiede l’età. Ve n’ha otto nate lo stesso dì: quale è quella che possiede la bellezza di satana? impossibile saperlo. Quel ch’è certo si è che satana ricupererà la sua bellezza, quando quella giovinetta l’avrà perduta. Per consiglio del magnetizzatore, si decide che si piglieranno tutte otto le giovinette, e le si meneranno a Parigi. Affascinate, innamorate pazze, partono per la capitale in compagnia di satana e del suo pedissequo. La loro virtù non tarda a fare naufragio, nella via di Boemia, della quale si dà una particolareggiata descrizione, discretamente sozza e prolissa. Vituperata l’ultima, torna la sua beltà a satana che, pavoneggiandosi, ritorna a farsi ammirar nell’inferno, dopo aver promessa fedeltà a sua moglie. Tale si è quest’ignobile farsa, in cui non v’ha né arte, né gusto, né lingua francese, ma, in loro vece, lussuria ed empietà fetente. satana trasformato in ganimede, fashionable; l’inferno cambiato in sontuoso albergo, a cui s’arriva con la valigia da viaggio; una casa di tolleranza, dove si beve, si giuoca, si balla, si diserte e se n’esce in calesse in cerca di avventure. Oh! che cosa è mai tale commedia se non un lungo scherno dei dommi cristiani, una cinica profanazione dei più tremendi misteri dell’eternità? Chi è che, dopo aver veduto, applaudito, assorbito questa sacrilega beffa, ancora serbi il minimo orror del demonio, il minimo timor dell’inferno? diciamolo pure a nostra vergogna: nel mondo cristiano non s’era veduto mai e poi mai tale scandalo. Eppure v’ha uno scandalo peggiore ancor della sozza commedia, ed è la voga ch’e l’ebbe. Chi crederebbe mai che somigliante mostruosità fosse rappresentata sessantatre volte di seguito? e in uno dei teatri più frequentati di Parigi, il teatro del Palais-Royal! C’è egli più a stupire se, quel medesimo anno, alla presenza d’immensa turba, si è potuto fare e freneticamente applaudire: un brindisi alla morte del Papa, ed alla salute del diavolo? Ecco a che punto ci troviamo nel XIX secolo dell’era cristiana. Per sintomo, noi non conosciamo altra cosa più grave di tale commedia. Cosi la pensa anche un valente scrittore, del quale ci piace allegare questa pagina: « Il demonio, ei dice, aveva sempre avuta finora una sua forma incontrovertibile, una specie di forma classica, che i maestroni in letteratura, fino allo Scribe medesimo, adoperavano a lor senno senza alterarla se non il men che potessero. Il demonio faceva sempre una brutta parte e senza ambagi. Adesso l’ideale del demonio s’è fatto color di rosa. La sua personalità tutta leggiadra sembra l’eroe della canzone di Béranger: « Ella appare, spirito, fata o dea, ma giovane e bella, col sorriso sulle labbra. » « Per esempio, nella Bellezza del diavolo, non può essere a meno che sua signoria il demonio, non renda tutta cara ed amabile la infernale personalità. Le sue malizie sono benefiche, le sue gherminelle son tratti d’un buon genio della Boemia parigina. Ecco dunque all’ideale cattolico del demonio, ideale stupendamente vero, che esprime o rappresenta il sensualismo al suo più alto grado, l’uomo bestia, opposto un ideale tutto contrario. – « La è pure una grande stranezza! che neghino le verità del Cristianesimo coloro, che dalla forza delle cose furono tenuti fuori della loro luce, s’intende: ma osare ammettere, mentre tutto il resto si nega, la personalità infernale, e riconoscerla per glorificarla, redintegrarla, farla amare! gli è un fatto incomprensibile; incomprensibile e gravissimo, attesoché fa contro una verità tutt’insieme religiosa e razionale, per distruggerla à sangue freddo e senza alcun prò. Qui non è più solo il caso di manifestazione d’amore del sovrannaturale; ma d’occulta influenza dello Spirito del male. » –  Farsi chiamar re. Quando il razionalista del secolo XIX non riduce il Satana biblico ad un essere meramente immaginario, egli ne fa un essere degno di compassione. Non è altro che un rivoluzionario sventurato; e chi, più o meno, non l’è, ai tempi nostri? In esso, personificazione vivente del male e della sozzura morale, l’artista sa trovare un tipo non privo di nobiltà né di bellezza. Il romanziere ve lo trasforma in damerino del Jockey-Club, dalle eleganti maniere. Il comico ve lo rappresenta per l’allegro padrone di casa dell’inferno, e l’inferno per un luogo di diletto, dove si trovano riuniti piaceri d’ogni sorta. E contuttociò il proteggere, scolpare, far bello satana e chiedere, in nome del progresso, che gli si dia diritto di cittadinanza nelle cristiane società, non basta altrimenti; si vuole che diventi, come già in altri tempi, principe e dio del mondo. Ed egli stesso aspira, come a sua ultima mèta, nientemeno che a questa duplice supremazia, cui pretende di riacquistare. Ed invero, la rivoluzione è, ai tempi che corrono, la più formidabile potenza, e, tranne il caso d’inauditi miracoli, sarà la regina del mondo. E che altro è la rivoluzione se non l’abbassamento di Dio, e l’esaltamento di satana? Or bene, la rivoluzione diceva testé, per bocca d’un de’ suoi figli, ai fratelli sparsi per tutta la terra: « Lucifero è il capo della piramide sociale. E lui il primo operaio, il primo martire, il primo ribelle, il primo rivoluzionario. Noi rivoluzionari; democratici, socialisti, dobbiamo per rispetto e gratitudine portare sulla nostra bandiera, la cara immagine dell’eroico insorto, che primo osò rivoltarsi contro la tirannide di Dio. » Discorso di un rifugiato di Londra, pronunziato alla taverna dei Frammassoni, 1862]. – Dopo aver approvato l’odio di Dio, con iscrivere: Dio è il male; un altro bestemmiatore, ben noto, dà il suo cuore a satana, e l’invoca con tutte le sue forze. Chi dedica la sua penna, gli consacra la sua vita e invita tutta quanta. l’Europa a seguire il suo esempio. « Vieni, dice, vieni, o satana, il calunniato dai sacerdoti e dai re; vieni ch’io t’abbracci e ti stringa al mio seno! È «già gran tempo che ti conosco, e tu conosci me. Le tue opere, o benedetto dell’anima mia, non sempre sono belle né buone; ma esse sole danno un senso all’universo e gl’impediscono d’essere assurdo. Che cosa sarebbe, senza te, la giustizia? un istinto. La ragione? una consuetudine. L’uomo? una bestia. Tu solo animi e fecondi il lavoro; tu fai nobile la ricchezza; tu servi di scusa all’autorità: tu metti il suggello alla virtù. Spera, si spera ancora, o proscritto…. » Il resto la nostra mano non osa più trascriverlo. Il Proudhon non è se non un consequenziario. Da quel di che suonò alle orecchie dei giovani europei il detto, diventato assioma dell’insegnamento pubblico: « Il Cristianesimo è vero, ma non è bello: non è bello né in letteratura, né in poesia, né in eloquenza, né in pittura, né in scultura; per avere il bello, bisogna cercarlo nel paganesimo. È là ancora, è là soltanto, che si trovano le grandi civiltà, i grandi uomini, le forti istituzioni, la vera sapienza e la vera libertà: » da quel dì, dico, satana si mise in cammino per rientrare nel mondo cristiano, e formarvi di nuovo la sua città. E l’imprudente Europa gli faceva un ponte d’oro: vediamo se egli ha saputo valersene. Qual è il re della moderna Europa, considerata nei generali suoi contrassegni? Re dell’Europa moderna è colui che la governa nell’ordine dell’idee e nell’ordine de’ fatti. Ora, sette grandi fatti intellettuali e materiali, religiosi e sociali costituiscono l’Europa moderna. Il Risorgimento, il Razionalismo, il Protestantismo, il Cesarismo, il Volterianismo, la Rivoluzione francese, e la Rivoluzione, propriamente detta, le danno una sua impronta, le imprimono certe sue tendenze: e colui che le ha prodotte, che le fa durare, che si sforza di applicarle, fin nelle ultime lor conseguenze, questi è il vero re dell’Europa moderna: è egli lo Spirito Santo? E venendo ai particolari, chi è che forma 1’opinione pubblica? Le inudite bestemmie summentovate sarebbero state impossibili nel Medio Evo; non ne sarebbe pur venuto il pensiero in veruna testa. E se alcuno avesse osato proferirle, l’Europa di Carlo Magno e di san Luigi si sarebbe turate le orecchie per non udirle, e il bestemmiatore avrebbe espiata la sua sacrilega audacia col supplizio. Or come vuole essere chiamato lo spirito che regge una società, nella quale si può impunemente, pronunziarle, che se ne mostra indifferente, ne ride, le accetta? Forse do Spirito Santo? Quale spirito regna sulla stampa in generale, sulle arti, sui teatri, nelle accademie, sui romanzi, ne’ giornali, sugli scrittori più in voga, di ogni nome e colore, innumerevole turba sparsa per tutta Europa e che semina a piene mani la menzogna e la corruzione, come l’agricoltore sparge il seme nel suo campo? Forse lo Spirito Santo? Qual si è il legislatore che ha fatto mettere nei codici dell’Europa moderna il divorzio, distruggitore della famiglia cristiana; il matrimonio civile, concubinato legale; la libertà dei culti, ufficiale diploma dato a tutti i falsificatori della verità, negazione autentica di ogni religion positiva; sacrilega ironia, in virtù di cui i sudori dei popoli servono a mantenere in piedi il Cattolicismo che afferma, il protestantesimo che nega, il giudaismo che si ride dell’uno e dell’altro ? Forse lo Spirito Santo? E non vediamo noi autorizzato, sotto i nostri occhi nella Capitale del regno Cristianissimo, il pubblico culto di Maometto? Fra tutte le città cristiane, Parigi, anima delle crociate, la città di san Luigi, doveva, pare, essere l’ultima ad avere una moschea: ed è la prima. È egli lo stesso spirito che regna sulla Parigi del Medio Ero e quella del secolo XIX? Questo fatto, del quale han certo dovuto fremere nelle lor tombe le ossa dei nostri padri, non segna per altro ancora l’ultimo grado della supremazia che noi andiam qui segnalando : quell’ultimo grado sta nel trionfale cantico che la parigina moschea ispira agli organi dell’opinion pubblica. « Musulmani, e’ dicono, faranno lor vita in Parigi, nella città di Clodoveo e di San Luigi, frammisti ai nostri soldati e con lo stesso ordine e disciplina. Basta questa parola per segnare l’importanza d’un fatto che non sarebbe modesto se non in forza del prodigioso cambiamento che si fece nelle nostre idee e nei sentimenti da un secolo in poi. Si, è questo uno degli avvenimenti caratteristici della storia dell’incivilimento Europeo…. Il filosofo medita e ammira. E si pensi un poco alle tante lotte che questo semplice incidente rammenta sostenute contro i pregiudizi di razza, ed alle vittorie ottenute sul fanatismo. » [II Giornale des D’èòats, 8 maggio 1863. — Ne1 loro di festivi i soldati maomettani sono dispensati dal servizio ; e non se ne dispensano, la domenica, i soldati cristiani. Vedi la narrazione della festa di Laid-es-Ghir, celebrata in Parigi 9 marzo 1864]. – Cosi, ad essere la più religiosa delle cinque parti del mondo, altro più non manca all’Europa moderna se non i templi de’ Mormoni, i templi di Budda, le pagode di Confucio, i santuari di tutti gli dèi dell’Africa e dell’Oceania. Se non è questo un chiamare al trono il padre della menzogna, e vagheggiare i bei dì dell’antico suo regno, qual più lo sarà? [Haec autem civitas (Roma)…. omnium gentium serviebat erroribus, et magna sibi videbatur assumpsisse religionem, quia nullam respuebat falsitatem. S. Leo, Serm. in natal. App. Petr. et Paul]. – Da ultimo, da chi vuoisi dire ispirata la politica d’un mondo che si dice cristiano, e che spinge con babilonico furore a tutti i materiali piaceri, come se l’uomo si rigenerasse ingrassandolo; che sotto il nome di diritto nuovo, inaugura il diritto della forza: diritto antico, abolito col regno di satana; che sotto le parolone di progresso e di libertà cela la secolarizzazione delle società e la loro emancipazione sempre maggiore dall’autorità del Cristianesimo; che fa, incoraggia, o lascia fare la guerra al Papa; che lo insulta, lo calunnia, chiede ad alte grida che questo padre universale dei credenti venga spogliato dell’ultimo lembo di terra indipendente, in cui possa posare là sua testa? [Ed ora che questo voto di Satana è compiuto, qual è lo spirito che regna nel mondo?] E forse lo Spirito Santo?

{N. d. Ed.) Forse dallo Spirito Santo fondator della Chiesa? – Addormentatori e addormentati, voi negate resistenza del demonio e la sua azione sull’uomo; diteci dunque quale Spirito governi il mondo presente, considerato in generale. [Preghiamo i nostri lettori à considerare le seguenti citazioni di discorsi o di opere pubblicate dopoché l’Autore aveva già scritte queste pagine, e vedranno se la riabilitazione di satana potrebbe procedere più velocemente: « Purgando Satana dalla lunga calunnia dei secoli, e spogliandolo dello schifoso e ridicolo indumento, che la superstizione e l’odio gli avevano affibbiato, l’oratore ha restituito all’arcangelo la bellezza sua e la sua grandezza. Dietro la caricatura, ha fatto apparire il principio. satana è ridivenuto il fratello di Promoteo, l’eroe de’ Titani, il difensore ed il consigliere degli uomini, l’unico loro appoggio, l’unico loro rifugio contro l’ assorbente e soffocante stretta del principio divino…. Dio sempre si è messo dalla parte degli oppressori e dei forti: satana… ne è diventato l’apostolo e il sostenitore. Simbolo e genio della libertà, egli fu l’ispiratore di tutte le umane rivendicazioni dalla rivolta di Adamo nel paradiso terrestre, fino alla grande e terribile insurrezione della Comune. Dio è morto! Viva il diavolo. » Così Eugenio Robert il 30 giugno 1876 in una Conferenza a Bruxelles. Tutto il discorso è riferito dal Ballettino del libero pensiero. Ancora: “Sia benedetto satana/ Che porse il pomo del peccato ad Èva”. Così il Guerrini, ed altrove: …. trionfate con gli angeli del paradiso ne le sante chiostre ma le pompe di satana sono più belle delle pompe vostre./ Dai santi suoi l’Altissimo chiede la prece, l’umiltà, la fede: ai figli suoi lucifero ogni più cara libertà concede. E il Carducci, non contento di aver cantato satana, e aver detto che a lui si debbono gl’incensi e i voti, perché ha vinto il Jehova dei sacerdoti, chiama lui satana ispiratore dei suoi carmi: “Tu spiri, o Satana, nel verso mio, se dal sen rompenti sfidando il Dio”. (per questo obbrobrio gli è stato conferito il Nobel delle letteratura  il premio di satana ai suoi adepti!] … E, volendo, si potrebbe seguitare con le citazioni un bel pezzo, se non lo impedisse la nausea che ispirano questi argomenti dell’umana empietà. (N. d. Ed.). [E non c’era ancora il “novus ordo”, con la chiesa falsa dell’uomo e gli antipapi – l’ultimo obiettivo ad essere raggiunto con la complicità di massoni, marrani, apostati e “masculorum concubitores”!!!- ndr. -] 

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (32)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXXI

(seguito del precedente.)

Palpatile azione del demonio sul mondo antico e sul moderno — Pratiche diaboliche del paganesimo rinnovate — Bolla di Sisto V — Il male continua — Manifestazioni clamorose — Generale indebolimento della credenza nel demonio — Cinque gradi nell’invasione satanica; il demonio si rende famigliare — Si fa negare — dimettere in onore — chiamar re — Invocar come Dio — Dimestichezza del tempo nostro col demonio —- Il quale non incute più paura né orrore — Lo si nomina ad ogni tratto col vero suo nome — Significante nomenclatura — Si crede poco al demonio e meno ancora alla sua influenza sull’uomo a le creature — Conseguenze.

Farsi adorare in luogo del Verbo incarnato; tale fu sempre, e sarà, lo scopo dell’angelo ribelle: egli non ne conosce altri; la storia è pronta a narrare a chiunque voglia sentire, l’esito che n’ebbe negli antichi popoli pagani e fra i moderni idolatri. Dopo aver procurato, mediante il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo e l’anti-Cristianesimo, il divorzio dell’uomo da Dio, il più che sia possibile completo, egli si presenta a riannodare il vincolo da lui spezzato: e certo, attesoché è fondato sulla natura delle cose, tranne un miracolò, l’esito sarà infallibile. Il mondo inferiore, checché si faccia, non può sottrarsi all’influenza del mondo superiore; se rompe fede al Re della Città del bene, cade per forza sotto la signoria del Re della Città del male. O Dio, o il Diavolo: non si dà via di mezzo. – Il demonio stabilisce, tra l’uomo, suo schiavo e zimbello, e sé stesso, suo seduttore e tiranno, molte comunicazioni dirette e palpabili, che sono una contraffazione permanente delle comunicazioni del Verbo coll’uomo. E’ si fa, in mille modi da lui stesso indicati,, adorare per Dio, rispettare da padrone, amare come benefattore, consultare come oracolo, invocare come protettore, chiamare per medico, ricevere come amico, trattar come un essere innocuo. Su questo complesso di fatti permanenti, universali, sta l’idolatria antica e moderna; o piuttosto è l’idolatria stessa. Ora, noi ripetiamo, satana non cambia né invecchia; sarà oggi, domani, sempre quello ch’era ieri. Perpetua scimmia di Dio, implacabile nemico del Verbo incarnato, egli sempre mirerà a gettarlo giù dal trono, per mettersi al suo posto. Se dunque è lui che il Risorgimento ricondusse trionfante in mezzo all’Europa cristiana; se i grandi contrassegni dei tempi nostri sono il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo e l’anticristianesimo, non vi sarà poi molto da stupire se vedremo anche una volta il demonio sforzarsi di materialmente sostituirsi al vero Dio, ed opporre il sovrannaturale satanico al sovrannaturale divino, finché questi ne resti soppiantato [è quello che è successo infatti con la “chiesa dell’uomo”, il satanico novus ordo, – … con il corteo di sedevacantisti, fallibilisti e tesisti gallicani, pseudo tradizionalisti di ogni risma – usurpante la Chiesa di Cristo, che nel suo rito ha sostituito il “signore dell’universo, baphomet-lucifero, al Dominus Sabbaoth – ndr. -]. Per mettere nell’uomo moderno gli stessi sentimenti che già mise nell’ antico, e’ ci dee comparire intorniato di tutto il cortèo di consultazioni, d’oracoli, di prestigi, di pratiche misteriose, ond’era composto il suo culto, e assicuratoci suo dominio sull’antichità pagana; vediamo se la storia confermi tale induzione. Fino al Risorgimento ed alla Riforma, che del Risorgimento fu figliuola primogenita, la duplice autorità delle leggi canoniche e delle leggi civili, seguitava a tenere stretto in catene il padre della menzogna, il vinto del Calvario. Se si vide esercitare la tenebrosa sua arte fra i popoli cristiani del Medio Evo, si fu per mera eccezione, e .in piccola misura. Richiamato dal Risorgimento sotto la forma di Dio del bello, e dalla Riforma sotto il nome di Dio della libertà, e’ripiglia assai presto antica indipendenza del suo procedere. In Italia, in Allemagna, in Francia, risorgenti in gran numero, imitatori dei letterati di Roma e della Grecia, si danno con passione allo studio ed alla pratica delle scienze occulte. [Dei rapporti dell’uomo col demonio, per M. Bizouard, t. III, lib. XI, XIV]. – I principali capi del Protestantismo si vantano dei loro colloqui con Satana. [Vedi la nostra Opera, La Rivoluzione, ecc., t. VI, IX, X].  – Tornano a comparire, sotto forme leggermente modificate, tutte le superstizioni dell’antico paganesimo; consultamenti, evocazioni, manifestazioni, oracoli, prestigi, adorazioni, vanno moltiplicandosi in uno con le negazioni del Vangelo. Questo culto di satana invadeva l’Europa con tale celerità, che la Chiesa se n’ebbe a commuovere; e per organo di Sisto V, gran niente al certo, segnalò al mondo sgomentato cotesta epidemia della risorgente idolatria, e la colpì di solenne condanna. Nella famosa bolla “Cœli et terræ Creator” sono enumerate, come ricomparse al gran sole del Cristianesimo, la maggior parte delle pratiche diaboliche usitate nella pagana antichità, e di cui Porfirio ci ha lasciata la lunga filatessa dei nomi. [Eusebio, Praep. Evang., lib. n, in, rv, v, vi]. – L’immortale pontefice nomina: l’astrologia, la geomanzia, la chiromanzia, la negromanzia, i sortilegi, gli auguri, gli auspizi, la divinazione coi dadi, coi grani di frumento, e le fave; i patti col diavolo, coll’intento di saper l’avvenire, o sfogar le passioni; i carmi; gli oracoli o evocazioni degli spiriti, interrogati, e rispondenti; l’oblazione d’incenso, di sacrifizi, di preghiere; le genuflessioni, le prostrazioni, le cerimonie del culto; l’anello e lo specchio magico; i vasi ordinati a fissare gli spiriti e ad ottenerne risposte; le donne simpatiche (noi diciamo sonnambule e magnetizzate), che, messe in relazione col diavolo, ne ottengono il conoscimento di cose occulte, passate o future, l’idromanzia coi vasi pieni d’acqua, in cui uomini, e più spesso donne, fanno apparire figure che danno oracoli. Bisogna aggiungere la piromanzia, la pedomanzia, l’ornitomanzia, l’oniròmanzia, ossia l’oracolismo per mezzo dei sogni, ed altrettali pratiche, « fetidi avanzi, dice il Pontefice, dell’antica idolatria vinta dalla croce. » [Constit. Coeli et terrae, etc. an. 1586]. Notisi di passaggio, che il Vicario di Gesù Cristo segnala la donna come prediletto strumento del demonio. Superfluo rammentare che tal preferenza fatta alla donna, si trova dappertutto nell’antico paganesimo, sì come nella moderna idolatria, nell’Africa, nell’Oceania e altrove. Alle ragioni da noi arrecatene, san Tommaso aggiunge questa: « I demoni rispondono anche più facilmente, chiamati da vergini zittelle, a fine di meglio ingannare, col dar ad intendere con tale lustra, ch’essi amino la purità. » [Veniunt etiam facilius (daemones), eum a virginibus advocantur, ut ex hoc in suae divinitatis opinionem homines inducant, quasi munditiam ament, ut dicit S. Thomas. Viguier, XII, 92].Checché ne sia, le donne lo piglino per salutare avviso, che per esse maggiore è il pericolo. Intenderanno perciò la necessità grande che hanno di star vigilanti, e sovratutto di guardarsi ben bene dal prender parte a veruna pratica sospetta, che potrebbe dare appiglio all’implacabile loro, nemico di tirarle al suo servigio. [Ai nostri giorni si può facilmente vedere come tutte le presunte “veggenti”, siano donne, per la maggior parte nubili, “autrici” di testi-fumettoni pseudoevangelici, o di profezie strampalate e non aderenti all’escatologia cattolica della Patristica o della sacra Scrittura, mai approvate ufficialmente da alcuna autorità ecclesiastica – ndr. -]. Dalla bolla di Sisto V risultano due fatti: da un lato, la molteplicità delle pratiche diaboliche; la si direbbe un generale sobbollimento dell’Europa, figlia del Risorgimento, al soffio dello spirito satanico; dall’altro, la durata di questi vituperosi fenomeni. « E malgrado di tutti gli sforzi della Chiesa, soggiunge il Pontefice, non s’è potuto ottenere l’estirpamento di queste superstizioni, di questi delitti, di questi abusi. Dì per dì, si viene a conoscere che n’è piena ogni cosa; omnia plena esse. » È dunque un fatto interamente storico, che: un secolo dopo il Risorgimento, le comunicazioni di satana coll’uomo s’erano di bel nuovo fatte, come nell’antico paganesimo, generali, permanenti, indistruttibili, e che la possanza del demonio stendevasi, nella Città del bene, a limiti non conosciuti: omnia piena esse in dies delegantnr. Nei pontificali divieti punto valsero a fermare il male. Il Bearnese, Loudun, Louviers, il paese del Nord, le Cevennes, il cimitero di san Medardo a Parigi ed altri luoghi, col diventare un dopo l’altro teatro di clamorose manifestazioni, mostravano che satana restava padrone di larga parte del campo. Per gl’ingegni volgari, questi fenomeni erano ciurmerie e non altro, cose da contare a veglia: e la diabolica loro indole, affermata da qualcheduno, fu ostinatamente negata da tutta la setta degl’increduli. Nel secolo di Voltaire, negaronsi non che quelli, ma tutti gli altri fatti di tale natura. Divinazioni, evocazioni, patti, magia, possessioni, stregonerie, malefizi; si stabilì per principio ch’erano tutti sogni. Questa temeraria negazione della storia universale produsse generale indebolimento della credenza nel demonio, nelle sue pratiche ed influenza. Per non mettersi in contraddizione col Vangelo e la dottrina della Chiesa, i più Cattolici dicevano che, per verità, quelle eran cose avvenute nei tempi antichi, ma nei tempi moderni non ce n’era più esempio; « Difatti, soggiungeva la filosofia volteriana, il demonio, mercé il progresso dei lumi, altro non è più che un essere inoperoso e disarmato. Anzi si dà per certo che i più dei fatti a lui imputati dalla santa Scrittura, son mero effetto delle leggi naturali: calunniato a talento dal Medio Evo, ignorante e credulo, è ridotto oggimai ad essere semplice spauracchio delle vecchiarelle e dei fanciulli. » Cosi faceva molto bene il demonio le sue faccende, e s’andava avvicinando allo scopo precipuo de’ suoi sforzi. Qual è? togliere, dal cuore dell’uomo la paura di lui; rendersi familiare, a fine di far disprezzare le dottrine della Chiesa, e gettar via le armi anti-diaboliche, di cui ella aveva provveduto i suoi figli. Ci è riuscito? interroghiamone la storia contemporanea. Rendersi famigliare. Avviene sotto i nostri occhi un fatto inaudito da’ popoli cristiani: fatto poco notato, ma tale che a noi par degno di essere anzi notato ben bene; attesoché forma uno dei più rilevati contrassegni dei tempi presenti. I secoli passati avevano paura del demonio. Il vero suo nome, il nome di Diavolo, non si pronunzia se non di rado, con certa quale esitazione, ed anche scrupolo. E anche adesso vi sono popolazioni, a grande loro ventura preservate dallo spirito moderno, che non lo pronunziano mai. Volendo parlare di satana, dicono: la ‘brutta bestia. Tranne quest’eccezione, che va facendosi ogni di più rara, il nome di diavolo corre sulle labbra di tutti. Lo si pronunzia come quello della cosa più indifferente. Se ne condisce le arguzie; se ne rinforza il giurare; serve di titolo ai libri alla moda, e d’invito alle rappresentazioni teatrali. I mercanti medesimi lo trovano buono per l’insegna delle loro botteghe. Si direbbe che il mezzo di tirare i lettori, o adescar gli avventori, sta nell’uso d’una parola, che faceva orrore ai nostri padri. Ci si permetta, a mo’ di termometro di cotesto strano progresso, citare alcuni esempi, i più antichi de’ quali non passano di molto un quarto di secolo. Roberto il diavolo – Programma di Roberto il diavolo – Canzone di Roberto il diavolo – Leggenda di Roberto il diavolo-Al più maligno di tutti i diavoli -Al buon diavolo -Al diavolo galante -Al diavolo a quattro -Ai diavoletti – Al diavolo verde – Dio e Diavolo – Angeli e diavoli-Un angelo ed un diavolo – Andate al diavolo – Il diavolo del mondo – Tormenta diavolo – Signor Belzebub – Signor Satanasso – Il diavolo e le elezioni – Il diavolo a scuola – Il diavolo nella pila dell’acqua benedetta -Il diavolo d’argento -Il diavolo dell’epoca -Al diavolo la franchigia -Diavolo o donna. Il tic-tac del mulino del diavolo – L’uomo del diavolo – Il diavolo in viaggio – Il diavolo a Parigi -Il diavolo a Lione – Il diavolo in provincia – Il diavolo pei campi – Il diavolo al molino – Il diavolo negli spogliatoi delle signore – Il diavolo ficcato dappertutto – Satana-Satanasso – Il diavolo – 1 cinquecento diavoli – Il diavolo verde – Il diavolo rosso -1 poveri diavoli -I diavoli rosei – Il diavolo giallo -I diavoli neri -Il buon diavoletto – Il diavolo zoppo – Il diavolo a cavallo – Il diavolo medico – Il diavolo amoroso -Il diavolo ingannato -I diavoli di Parigi -I diavoli dei Pirenei – I diavoli dolci. Frà diavolo -Giovanni diavolo-Confessione di Fra diavolo – Almanacco del diavolo – Gli amori del diavolo – Memorie del diavolo – Memorie di una diavolessa – La scienza del diavolo – 1 secreti del diavolo – Le avventure di un diavoletto – Il secreto del diavolo – Le astuzie del diavolo-La malizia del diavolo -La palude del diavolo – Il cerchio del diavolo -La parte del diavolo – Le pillole del diavolo-La casa del diavolo – Il castello del diavolo-I sette castelli del diavolo – La taverna del diavolo – Il pozzo del diavolo – I nomi del diavolo – Il gatto del diavolo – Il cavallo del diavolo – Il cane del diavolo – La cornamusa del diavolo – Il valletto del diavolo – La cantatrice del diavolo – Il danaro del diavolo – I- soldi del diavolo – n cassettino del diavolo – Lo schiaffo del diavolo – I trastulli del diavolo – Il figlio del diavolo – La figlia del diavolo – L’erede del diavolo – La stella del diavolo – Il viaggio del diavolo – La caccia del diavolo – La ronda del diavolo – 1 tre peccati del diavolo – 1 tre baci del diavolo – La cena del diavolo – Una lacrima del diavolo – L’orecchio del diavolo – La mano del diavolo – La coda del diavolo – Ritratto del diavolo – Fisiologia del diavolo. Ecco, con altri assai, i titoli di opere, di cui il secolo XIX va, da ventanni in poi, fregiando le colonne del Journal de la libratine française. Ecco le insegne, con ritratto, che grandi e piccoli commercianti mettono sui muri delle nostre città; un nuovo patronato alla moda, sotto cui si pongono gli splendidi magazzini di lusso come le bottegucce dei mercanti di zolfanelli. Non accade illudersi; questo nuovo fatto ha il suo significato. « La rivoluzione delle cose, dice un vecchio autore, non è punto più grande di quella delle parole. » La popolarità d’una parola è segno della popolarità dell’idea. La facilità, la leggerezza, l’indifferenza con cui vedesi ai nostri dì adoperato un nome fino allora sempre abborrito, è dunque indizio dell’imprudente dimestichezza del mondo presente, col suo più pericoloso nemico: sì come è indizio che le nostre idee sono, ma di molto, lontane da quelle dei nostri padri. Con tutto ciò rendersi famigliare non è che il primo grado del favore ambito da satana: farsi negare, in sé stesso e nelle molteplici sue opere, é il secondo. Farsi rimettere in onore, è il terzo. Farsi rammentar come principe, è il quarto. Farsi adorar come Dio, è il quinto [oggi accade nelle false chiese del novus prdo, ove si adora il “signore dell’universo” il baphomet-lucifero, spacciatosi ed insediatosi negli altari a ricevere il Sacrificio eucaristico!!]. E seguitiamolo in queste varie fermate del suo cammino, il cui termine finale si é il ristabilimento, sotto una od. altra forma, dell’antico paganesimo. Farsi negare. In altri tempi si credeva nel demonio, qual ci é fatto conoscere dalla rivelazione, e se n’aveva paura. Pei nostri avi, Satana non era altrimenti un essere immaginario, un’allegoria, un mito; ma sì un essere reale e personale come l’anima nostra. Non era altrimenti *un essere innocuo, impotente; ma un essere essenzialmente malefico, causa della nostra rovina, sempre in azione di e notte a tenderci insidie, e fornito di tremenda possanza sull’uomo e sulle creature. Difatti, la prima paura del fanciullo sì come l’ultimo terror del vegliardo, era il demonio. Quindi l’uso universale e religiosamente osservato, dei preservativi insegnati dalla Chiesa contro le sue insidie e i suoi colpi. Quindi ancora la pena di morte, prescritta in tutti ì codici d’Europa, contro chiunque fosse convinto d’aver avuto commercio con questo nemico del genere umano. Adesso saltano fuori disposizioni affatto contrarie, cosicché è uno sgomento vedere, in mezzo alle genti cristiane, molte persone, la cui credenza nel demonio non è più cattolica. Gli uni l’hanno per un mito, e la sua apparizione nel paradiso terrestre sotto la forma di serpente, per una allegoria; altri, benché ne ammettano l’esistenza personale, ricusano di credere alla sua azione sull’uomo é sul mondo. Havvi di quelli che ristringono cotale azione in certi limiti segnati dalla loro ragione; e non vogliono saper altro. Molti ancora non l’accettano che con benefizio d’inventario e, a malgrado, di migliaia di testimoni, negano intrepidamente quello che non hanno veduto con i loro occhi. Eccetto alcuni cattolici d’antica data, niuno v’ha che usi fedelmente le armi fornite dalla Chiesa, per tener lontano il principe delle tenebre. Ai fanciulli non se ne parla più, o se ne parla loro leggermente, e se ne dice quel po’ che ne dà la memoria, e come d’un essere antiquato. L’uomo adulto ed il vecchio, non avendo alcuna paura di lui, sogghignano, se voi manifestate d’averne. Agli occhi della legge, il commercio col demonio, o non ha mai esistito, o non esiste più, o non è un delitto. Quindi, ciò che vediamo oggidì, L’interpretazione razionalista di tutti i fatti diabolici dell’Antico e del Nuovo Testamento, la negazione della storia universale, e il disprezzo della dottrina della Chiesa intorno all’angelo, decaduto. Per respingere quest’opera ch’è appunto la sua, il demonio si travisa sotto tutte le forme, fa tutti i mestieri, s’affibbia tutti i nomi. Sa darla ad intendere fin nelle manifestazioni medesime, che rivelano con la maggior evidenza, la orrenda sua personalità. Or sotto il nome di fluido nervoso, di fluido magnetico,, di fluido spettrico, si spaccia per un agente meramente naturale. Or si chiama seconda vista; e non è che una semplice facoltà dell’anima. Qui, si fa passare per un angelo buono e dà pii consigli. Là è uno spirito arguto, che celia, che sghignazza, che vuol essere trattato come un trastullo o come un vano spauracchio. Altre volte si spaccia per l’anima d’un morto ammirato od amato, e ruba la confidenza. La qual ultima trasformazione, assai più pericolosa delle altre, è altresì la più comune; e si sa che è la base dello Spiritismo. – Qual è, per il padre della menzogna il benefizio di tutte coteste trasformazioni? Quello di eseguire il suo disegno senza parerne l’autore; in altri termini, farsi negare. Ed è una grande scaltrezza la sua! Infatti, chiunque nega satana, nega il Cristianesimo. Chiunque snatura satana, snatura il Cristianesimo. Chiunque si burla di satana, si burla della Chiesa, le cui antidiaboliche prescrizioni, altro non riescono più che superstizioni da donnicciole. Chiunque nega la malefica azione di satana sull’uomo e sulle creature, accusa il genere umano di pazzia, sessanta volte secolare; e, stracciando una dopo l’altra tutte le pagine della storia, finisce nel dubbio universale. Con tutti i fatti summentovati, satana dice al mondo presente: Non aver paura di me. Vedremo adesso che il mondo presente risponde: No, non ho paura di te.

12 MARZO: FESTA DI S. GREGORIO MAGNO

SAN GREGORIO MAGNO

[Prefazione di G. Barra a: “Quaranta Omelie”, UTET, Torino, 1947]

Una mattina d’ottobre dell’anno 589 una voce si diffuse colla rapidità di un baleno, per Roma: Il Tevere straripa, il Tevere straripa! Era di/atti successo che, dopo parecchi giorni di piogge torrenziali, il Tevere era salito così alto da superare le mura di Roma. Con impeto travolgente le acque sradicavano piante, svellevano ponti, distruggevano case e ville, annegavano uomini e animali. I magazzini stessi ove si conservava il grano necessario al nutrimento dei poveri erano stati allagati. Il terrore regnava dovunque. Quando, dopo molti giorni di inondazione, le acque finalmente diedero giù, lasciarono sul loro passaggio carogne di bestie morte e poveri resti umani insepolti. Immaginare la rudimentalità e la disfunzione che avevano gli uffici di igiene pubblica a quei tempi. Così fu che ad un primo disastro ne successe un secondo. Dopo l’inondazione, la peste. La miseria, la fame, la paura, l’agglomeramento straordinario di popolazione, determinatosi a Roma dalla circostanza che, per  sfuggire alle incursioni dei Longobardi, gran numero dei fuggitivi dalle diverse province d’Italia si era rifugiato in città, avevano preparata la strada al terribile morbo. Il quale ora dominava nella capitale, mietendo ogni giorno centinaia e migliaia di vittime. Secondo Paolo Diacono, contrade intere della città rimasero prive di abitanti, e la strage fu sensibile anche nei dintorni di essa, specialmente a Porto. Una delle prime vittime fu il Papa Pelagio II, che morì il 5 febbraio del 590. All’abbattimento e all’angoscia che attanagliavano il cuore di tutti, ai pericoli gravissimi che incalzavano da ogni parte, si aggiungeva ora la perdita del Padre comune. Si pensò subito all’elezione del successore. Su chi sarebbe caduta la scelta? Senato, clero, popolo, tutti unanimemente fecero un nome: Gregorio. Gregorio aveva allora cinquant’anni. Segaligno, scarno, il volto limato dalle penitenze, dalle veglie e dai cilici, e scalpellinato dalle malattie. Le infermità non gli davano tregua. Forse non è senza disposizione della Divina Provvidenza che il povero Giobbe così malconcio, abbia preso ad esporlo io che sono pure molto malandato » scrive nel prologo dei Morali; e all’amico Leandro di Siviglia: « Son tormentato da frequenti attacchi intestinali: una febbre non forte, ma noiosa mi brucia di continuo ». – Il suo aspetto è pallido, cadaverico, ombrato da un velo di tristezza: la tristezza di non essere santo, di cui parla Bloy. Di vivo, di fresco in quel volto c’è l’occhio e il sorriso. Due occhi di fiamma che sembrano due finestre aperte su di un mondo interiore bellissimo. Ed un sorriso continuamente errante sulle labbra, sorriso che, appunto perché sboccia da un corpo piagato e da un cuore esacerbato, ha qualcosa di celestiale, di divino che ti incanta. – Uomini siffatti fioriscono solo all’ombra del chiostro. Che cosa non sa dare il chiostro a chi lo ama? O beata solitudo, o sola beatitudo! Per questo Gregorio non vuole lasciarsi strappare al suo convento di S. Andrea al Celio. Il pensiero di dover lasciare la sua diletta solitudine lo riempie di sgomento. Sgomento che è accresciuto dalla persuasione che egli ha profondamente radicata, di non aver forze bastanti per reggere la navicella di Pietro, in mezzo a sì spaventoso incalzar di marosi. Decide quindi di tentar ogni mezzo per sottrarsi al peso della nuova dignità. – Era invalsa la consuetudine che l’imperatore d’Oriente dovesse dare il suo consenso prima che un nuovo Pontefice salisse al soglio papale: Gregorio allora scrive in fretta in fretta a Maurizio, pregandolo di non voler concedere la richiesta approvazione alla sua nomina. E mentre attende la risposta, non potendo resistere alla pena che gli lacera il cuore, alla vista di tanti fratelli invocanti soccorso, esce dal suo convento e si mette all’opera per organizzare i soccorsi. I flagelli di Dio riversatisi su di noi — dice al popolo in un discorso — vi insegnino la via della penitenza e la pena sciolga la durezza dei nostri cuori. Ecco che tutta la plebe è percossa dalla spada dell’ira celeste, e cade improvvisamente colpita; né la malattia precorre la morte, ma la morte stessa previene ogni indugio…. Ciascuno dunque faccia penitenza, finché ne ha la possibilità. Richiamiamo innanzi agli occhi della mente tutti i nostri errori… e nessuno disperi per l’immanità delle proprie colpe: Dio infatti disse per bocca del profeta che egli non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva [Ezech., XXXIII, n ]. Mutiamo i nostri cuori, e pensiamo poi di aver già ricevuto quel che chiediamo ». – Frattanto indice una processione di penitenza. Il popolo risponde compatto all’appello. All’ora fissata, da sette chiese diverse partono i diversi gruppi — clero, monaci, ragazzi, spose, vedove, laici — tutti diretti verso la grande basilica liberiana dell’Esquilino. Che triste quadro quella fitta schiera di penitenti! Macilenti, scalzi, nudi, cosparsi di cenere. Per l’aria echeggia, rotto dai singhiozzi, il grido: Miserere nostri Domine, miserere nostri. Il tutto nello sfondo della città devastata, silenziosa, lugubre. Quando quel nastro di gente litaniante, si fu snodato per le vie della capitale e giunse davanti alla Mole Adriana, avvenne un fenomeno sorprendente. D’improvviso sfrecciò per l’aria un Angelo, il quale si posò sulla sommità di quel monumento in atto di ringuainare la spada. L’ira di Dio era dunque cessata. – Miracolo o leggenda? Sembra piuttosto leggenda. Certo è che la pestilenza di lì a poco cessò. Gregorio avrebbe avuto motivo di rallegrarsi se non gli fosse giunta una brutta notizia da Costantinopoli. L’imperatore Maurizio aveva confermata la sua elezione. Com’era dunque andata la cosa? Il prefetto di Roma Germano aveva sequestrata l’epistola di Gregorio, e aveva inviato a Costantinopoli solo la supplica degli elettori. Pure Gregorio è fisso nell’idea di sfuggire alla nuova dignità. Si fa chiudere in un paniere di vimini, e con l’aiuto di alcuni mercanti, di notte riesce ad eludere la vigilanza delle guardie, che erano di picchetto alle porte della città, e così fugge. Ma purtroppo dopo tre giorni è rintracciato, ricondotto in città e consacrato Papa il 3 settembre del 590. La Chiesa pareva « una nave sconquassata e scricchiolante ». « Ubique mors, ubique luctus, ubique desolatio ». Tale la situazione che si presentava al neo-pontefice. Pareva fosse giunta la fine del mondo. Non per nulla, la sua prima omelia che tiene al popolo la seconda domenica di Avvento, nella Basilica di S. Pietro, stipata di popolo in tutte le cinque navate, e risplendente di luci, lungi dall’avere un accento di giubilo o di compiacenza per l’onore ricevuto, è tutta venata da una cupa tristezza di morte. Commenta il passo di Luca [XX, 1, 25, 32] in cui è riferito il discorso di Gesù ai discepoli sulla fine del mondo, e insiste sul concetto della decrepitezza del mondo, di cui egli vedeva i segni evidenti nelle calamità riversatesi di recente su di esso. – Gregorio subito si mette all’opera. Per richiamare il popolo all’osservanza delle pratiche religiose e riaccendere in esso il sentimento della fede, il Papa ripristina un uso proprio di Roma nei tempi anteriori al suo, quello cioè delle Stazioni. In occasione delle maggiori solennità dell’anno, il popolo soleva riunirsi in una determinata chiesa, e di là muoveva in processione, con il vescovo in testa, verso un’altra basilica, dove si celebrava la Messa, e il Papa pronunciava l’omelia. Durante il tragitto si cantavano quelle che furono dette più tardi le Litanie dei santi. La consuetudine interrotta e sospesa per il susseguirsi di tante guerre e invasioni, forse perché era talora pericoloso, in mezzo alle scorrerie dei barbari, uscire di città per raggiungere le chiese cimiteriali nei giorni natalizi dei santi, fu dunque ripresa da Gregorio con rinnovato fervore. L’esercito del Signore si stendeva in lungo ordine avanti e dietro il Pontefice, e innumerevoli coorti di ogni sesso, età e professione, volontariamente affluivano, per ricevere da lui, maestro della celeste milizia, le armi dello spirito. [Jo. Diac. Vita Greg., XI, 19]. – Entriamo anche noi coi fedeli di Roma e assistiamo alla celebrazione dei sacri Misteri. Che solennità di riti, che maestosità di paramenti, che profondità di comprensione nei ministri e nei fedeli. Come si sente che si sta celebrando qualcosa di divino! E quel canto gregoriano che dovrà per tanti secoli incantare e rapire milioni di anime, è modulato per le prime volte in quelle basiliche ove ridono nella loro semplicità e rozzezza i primi abbozzi della pittura cristiana. Ora la messa è giunta al Vangelo e la parola divina ha echeggiato per le navate del tempio. Il momento è solenne. Gli occhi di tutti sono puntati verso l’ambone. Ecco: la ieratica figura del Papa Gregorio spunta. Un silenzio religioso si diffonde su quella marea umana. I cuori battono di affetto, di aspettazione. Gli spiriti già pregustano la gioia di quell’ora che hanno atteso e sognato. Ora il Papa parla e la sua parola avvince, incatena, commuove tutti. Nulla di roboante, di oratorio, di demagogico. Dimesso, facile, piano, senza larghi gesti, senza periodare altisonante, senza sfoggio di astruserie dommatiche. La sua voce è tutta intrisa di soavità, intessuta di dolcezza, impastata di bontà. Una voce sottile, affievolita, quale solo poteva dare quel corpo bulinato dalla malattia, emaciato dalle penitenze. Una voce che pare un pianto, e che, appunto perché tale, si inquadra meravigliosamente in quell’ambiente di fame, di dolore, di decadimento generale. È un padre che parla, un maestro che insegna. Un padre col cuore in mano. Un maestro, scaltrito nell’arte sua. T’accorgi sùbito che sa sfruttare a meraviglia tutti i mezzi per essere capito e seguito dal popolo. – Comincia ad esporre il senso letterale, base e fondamento di tutti gli altri. Poi passa a sviluppare le considerazioni e le conclusioni morali, e con quel senso di praticità, proprio della sua indole di autentico romano, dice la parola appropriata ai bisogni spirituali delle varie classi dei suoi uditori. Un argomento su cui ritorna spesso è quello della carità. Non può comprendere che in un mondo cristiano ci possano essere dei ricchi che sguazzano nell’abbondanza e dei poveri che muoiono di fame. Mai la sua parola è così bruciata di amore, come quando rivolge il suo appello accorato ai ricchi. Se si potesse sapere quante lacrime ha asciugato, quante speranze ha acceso, quante borse ha vuotato, quante pietre ha cambiato in pane, la parola di Gregorio. La parola e l’esempio. Gregorio difatti teneva una matricola dei malati, dei poveri, dei profughi, per somministrare loro quotidianamente soccorsi. Ogni giorno convitava alla sua tavola dodici poveri: la riconoscenza popolare raccontò che un giorno prese posto tra i commensali Gesù Cristo. Nelle solennità e nel primo giorno di ciascun mese distribuiva grano, vino, legumi, carne, pesci e vestiti. Gregorio si credeva in dovere di provvedere a tutti, sicché, essendosi trovato in una via un poverello morto d’inedia, ne ebbe scrupolo di negligenza e si astenne per parecchi giorni dal celebrare. Un giorno ha davanti a sé tutta un’accolta di Vescovi radunati in concistoro nella basilica Lateranense. L’occasione è quanto mai propizia per muovere alcune rampogne, per riprovare parecchi abusi e per sbozzare la figura del Pastore ideale: E c’è ancora qualche altra cosa che mi affligge circa la vita dei pastori Cristiani. Ma, perché non accuso anche me con gli altri … Noi tutti ci occupiamo troppo degli affari del mondo;… lasciamo di predicare e ci chiamiamo Vescovi a nostro danno, perché manteniamo il nome della carica, ma non le virtù ad essa inerenti… Di quali colpi di spada è ferito il mondo ogni giorno, di quali percosse muore ogni giorno il nostro popolo! E per colpa di chi, se non dei nostri peccati? Ecco le città sono saccheggiate, i castelli rovinati, le chiese e i monasteri distrutti, e le campagne si sono mutate in deserti! E noi che dovevamo essere al popolo autori di vita, siamo invece, per lui che perisce, autori di morte [Om., XVII]. – Altro argomento particolarmente preferito e il Giudizio finale: Mettetevi dinnanzi agli occhi un giudice così temibile; e temetelo, finché ha da venire, per poterlo guardare, non timidi, ma a fronte alta, quando sarà venuto… Certo se alcuno di voi dovesse il giorno appresso discutere col suo avversario una causa dinnanzi al mio tribunale, forse passerebbe insonne la notte, pensando a quel che dovrà dire, a quel che dovrà rispondere alle obiezioni, e temerebbe di trovarmi troppo aspro o di apparirmi colpevole. E chi sono o che cosa sono io? Tra breve, dopo essere stato uomo, verme, e dopo essere stato verme, polvere. Se dunque con tanta ansietà si teme il giudizio della polvere, con quanta maggior attenzione noi dobbiamo pensare, con quanta paura noi dobbiamo prepararci al giudizio di una sì grande maestà [Om., XXVI]. – Altri temi che ritornano spessissimo sulle sue labbra sono l’avvicinarsi della fine del mondo, il dovere della penitenza, il disprezzo dei beni terreni, l’umiltà, la preghiera, la necessità delle opere buone, la retta intenzione, la fuga delle superstizioni, la missione salvatrice ed elevatrice del dolore, la fortezza ed il coraggio cristiano, la fedeltà e costanza al proprio dovere. Come si vede il nucleo delle idee non è neanche tanto vario. Ma ciò che conta è il modo. Non è dire che importa: saper dire. L’amore ha una parola sola: pur dicendola sempre non la ripete mai. Anche il pane lo mangi tutti i giorni: pure non ti viene mai a noia. Come è sempre una festa vedere ogni giorno spuntare l’aurora e tornare ogni anno la primavera. – Mentre il Pontefice parla, negli angoli gli stenografi scrivono. Perché ci sono molti che non possono venire in Chiesa a sentire la omelia. E questi in capo a pochi giorni potranno avere fra mano e godersi a piacimento la augusta parola del Papa. Talvolta succedeva che il Papa, pur partecipando alla Stazione, non avesse forze bastanti per fare l’omelia: talmente era stremato per la sua malattia. Allora un notaio la leggeva ai fedeli in sua presenza. Purtroppo però l’attenzione che prestavano a quella lettera era scarsa. « La voce di quello che parla direttamente scuote i cuori torpidi più che il discorso letto». Così nacquero le Quaranta Omelie sui Vangeli. Le prime venti lette, le altre dette. Più tardi il Papa stesso le raccolse in due libri che dedicò a Secondino Vescovo di Taormina. Ma già prima che il Papa componesse la sua silloge autentica, ne era stata fatta un’altra da alcuni troppo zelanti amici del santo, nella quale naturalmente vi erano incorsi parecchi errori e imperfezioni. Perché ne fosse possibile la correzione, Gregorio depositò un esemplare delle Omelie, da lui rivedute e rielaborate, nella biblioteca della Chiesa romana: è probabile che da questo Codice fossero tratte, mentre ancora viveva il Pontefice, numerose copie, e che anche la redazione derivi da esso. – Straordinario fu il favore incontrato lungo tutti i secoli da queste omelie. Anzi si può dire che nessuna altra raccolta di omelie dei Padri è stata letta e meditata come questa. Non per nulla la Chiesa le ha inserite più o meno nell’ufficiatura liturgica del Breviario tutte, ad eccezione di due. Il segreto di questa fortuna va ricercato non tanto nei pregi di forma. Quantunque Gregorio non sia sciatto o trascurato. Possiede profondità di frase, sempre densa di pensiero e di significati, semplicità di eloquio, colorito ammaliante di dolce malinconia, tanto rispondente al temperamento personale dello scrittore e all’andamento triste dei suoi tempi. – Però è giusto riconoscerlo: Gregorio non è uno stilista, né un classico. Non cura « le fronde delle parole », né « la leggiadria di una sterile eloquenza ». Non fuggo le trasposizioni, non evito i barbarismi, trascuro di conservare il posto delle proposizioni e dei casi, poiché ritengo esser cosa indegna il sottoporre la dottrina del cielo alle regole di Donato [Lettera dedicatoria dei Morali a Leandro di Siviglia]. – Anch’egli pensa come Agostino: Ci riprendano pure i grammatici, purché ci capiscano gli ignoranti ». I pregi di Gregorio oratore sono altri: la sua immediatezza, la sua praticità, la sua profonda intuizione dei bisogni che assillano il cuore umano. In poche parole ti dice molte cose: cose pratiche, cose che ti fanno del bene, che sembrano dette proprio per te. E non ti stanca col suo dire. S. Giovanni Crisostomo è più eloquente, S. Leone Magno è più solenne, S. Ambrogio è più profondo. Nessuno è così materno. Anche quando deve rimproverare: pugno di ferro in guanto dì velluto; forte come un diamante, tenero come una madre. Talvolta per curare il suo dire e riposare l’uditore inframmezza qualche esempio. Sono fatti edificanti da lui veduti o sentiti narrare, sono ricordi della sua famiglia, della zia Tersilla o del suo antenato, papa Felice, narrati colla ingenuità dei Fioretti. Sotto questo riguardo Gregorio forma come il ponte di passaggio dall’età antica a quella di mezzo. Gli oratori antichi più popolari, come Agostino e Cesario, parlavano amabilmente al popolo della loro città, ne correggevano i costumi, lo rampognavano, ma non infioravano le loro parole con quei racconti leggendari, che formeranno la letizia dei predicatori della prima rinascenza: baste ricordare Fra’ Domenico Cavalca. Gregorio, senza arrivare alle aberrazioni dei fantastici frati dei secoli posteriori, costituisce il primo anello di una catena che si svolgerà poi per lungo seguito di anni, ed annuncia il rivolgimento dell’arte oratoria. – Anche in questo si rivela la modernità, la attualità, la genialità di Gregorio. Il genio è di tutti i tempi. L’ala edace del tempo non ha mordente per la sua opera. Ha sempre qualcosa da dire. Così Gregorio dopo avere per tredici secoli nutrito, beato, plasmato generazioni di Cristiani, ha ancora una parola da dire agli uomini del novecento: un rimprovero per l’errore, un invito alla speranza, un appello all’amore.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (31)

C

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXX.

Storia contemporanea delle due Città.

satana, cacciato da Roma, sempre ha voluto rientrarvi — Suoi incessanti sforzi per formarsi un’altra città — Corrompe i cittadini della Città del bene: eresie, scandali, assalti della barbarie mussulmana. — L’Europa non se ne lascia scuotere — satana la seduce come sedusse già la prima donna; si trasforma in Dio del bello.— Il Risorgimento — Cinque fenomeni che gli tennero dietro: riprovazione del Medio Evo — Acclamazione dell’antichità pagana — Radical cambiamento nella vita dell’Europa — Lo Spirito Santo lasciato in oblio — Cambiamento delle quattro basi della Città del bene — Ristabilimento del regno di satana. — Suoi grandi contrassegni antichi e nuovi: il Razionalismo, il Sensualismo, il Cesarismo, l’odio del Cristianesimo — Attual movimento di unificazione e dissoluzione.

Cacciato di Roma, il re della Città del male non perdé mai la speranza di rientrarvi; ond’è che, dopo la toccata disfatta, sempre fu visto girare intorno ai ripari dell’eterna Città, affin di sorprenderla e ritornarla sua capitale, Egli sa che il suo nemico è là; il Verbo-Dio, il Verbo-Re, il Verbo incarnato nella persona del suo Vicario. Finché non ne l’avrà spodestato, il suo trionfo è imperfetto; ma come riuscirvi? Roma è per ampio tratto circondata dall’amore, dalla venerazione, dalla possanza della grande Città del bene; triplice baluardo che rende impossibile il semplice appressarmi. Non potendo fare suoi sperimenti nel centro, satana li fa alle frontiere. Fu solamente dopo lunghi secoli di lontane pugne ch’egli giunse una prima volta, a far di Roma la capitale della sua immensa città: sovvenutosene in buon punto, ei torna, spinto dal suo instancabile odio, alle lotte che già aveva provate così felici. Infatti ei si sforza d’intaccare la Città del bene, corrompere una parte dei cittadini e tirarli alla sua bandiera mediante le eresie, e scismi, e scandali, e i formidabili assalti della mussulmana barbarie. Il suo maneggiarsi indefesso non riesce altrimenti vano; e già parziali vittorie ottenute qui e colà gli preparano la via alla vittoria compiuta; cionondimeno, la Città del bene, fedele alle sue gloriose tradizioni, sorgeva tuttavia, salda sulle sue fondamenta. Come Adamo ed Èva, nei dì della beata innocenza, avevano vissuto, ignorando il male, cosi l’Europa, contenta della scienza del bene, di cui andava debitrice allo Spirito Santo, viveva estranea alla scienza del paganesimo, alla scienza cioè del male organizzato. Se pigliava qualche cognizione dell’antichità, punto noi faceva per ammirarla ilè per lodarla, e meno ancora per imitarla e faida rivivere. E se n’ha la prova in ciò che’ v’ha minor differenza tra il di e la notte, che tra la lingua, le arti e le istituzioni del Medio Evo, e la lingua, le arti e le istituzioni del paganesimo. È questo un fatto che perentoriamente risponde a tutte le ragioni di coloro che pretendono il Risorgimento, niente o quasi niente avere cambiato il sistema d’insegnamento della vecchia Europa. Intanto, il seduttore Serpente, non scordatosi punto che Èva restò sedotta dalla lusinghiera bellezza del frutto vietato, et aspectu delectàbile, ad un tratto trasformasi in angelo di luce, e si spaccia per il Dio del bello. Fa luccicare agli occhi dell’Europa le ingannevoli bellezze del suo regno; si dice calunniato dai re e dai sacerdoti, e invita l’Europa, qualora voglia uscire dalla schiavitù e dalla barbarie, a dar retta a lui. A queste parole, l’originale veleno, non mai spento, bolle e fermenta con istrana forza nelle vene dell’imprudente Europa. Nel medesimo tempo, Greci, cacciati d’Oriente, in pena dell’ostinata lor ribellione alla Chiesa, sbarcano in Italia: e, fuggiaschi dalla loro patria, s’arrogano la missione di risuscitare le pretese glorie dell’antichità pagana. La gioventù di Europa tutta s’accalca nelle loro scuole: e per dileggio del Cristianesimo, il dì della grande seduzione vien segnato nella storia col nome di Risorgimento. Quel di infatti, divise la vita d’ Europa in due; i secoli antecedenti ebbero nome di Medio Eco; i seguenti, si chiamarono i tempi moderni. D’allora in poi si videro fenomeni non mai più veduti. Primo fenomeno. Parte dall’Italia un generale grido di riprovazione contro il Medio Evo, e risuona in tutta Europa. Ingiurie, sarcasmi, calunnie, tutti i vituperi che l’odio e il disprezzo, sanno inventare, piovono sul tempo che, come abbiam veduto, lo Spirito Santo regnò con maggior signoria. Teologia, filosofia, arti, poesia, letteratura, istituzioni sociali, la lingua stessa, diventano zotichezza, ignoranza, superstizione, schiavitù, barbarie. I figliuoli si sono vergognati dei loro padri e ne rigettarono l’eredità. « Eppure che cos’erano infine le antiche credenze, le antiche creazioni, le antiche aristocrazie, le antiche istituzioni, con tutti i difetti che possono aver avuto, siccome avviene d’ogni cosa umana? Erano l’opera dei nostri antenati: era l’intelligenza, era il genio, era la gloria, l’anima, era la vita, era il cuore dei nostri padri.? Bisogna aggiungere: era il Cristianesimo nella vita dei nostri padri; e il regno dello Spirito Santo sul mondo.

Secondo fenomeno. Al grido frenetico di riprovazione contro il Medio Evo, succede l’acclamazione non meno frenetica e generale della pagana antichità; e il tempo che Satana fu ad un tempo Dio e re del mondo, diventò là più splendida età del genere umano. Nelle repubbliche di Grecia e d’Italia, vituperevolmente prostrate ai piedi di Giove e di Cesare, splendé in tutta la sua luce il sole della civiltà. Filosofia, arti, poesia, eloquenza, virtù pubbliche e private, caratteri d’uomini, istituzioni sociali, lumi, libertà: in esse tutto era grande, eroico, inimitabile. Ritornare alla loro Scuola e ricevere le loro .lezioni come oracoli, era per i popoli battezzati, l’unico mezzo d’uscire dalla barbarie, e mettersi nella via del progresso.

Terzo fenomeno. Non tarda a farsi vedere un radical mutamento nella vita dell’Europa. Ricollocato in onore, lo spirito dell’antichità, torna ad essere l’anima del mondo, ch’ei forma a sua immagine; è allora comincia un sozzo diluvio di filosofie pagane, di pitture e sculture pagane, di libri pagani, di teatri pagani, di teorie politiche pagane, di denominazioni pagane, di continui panegirici del paganesimo, dei suoi uomini e delle opere sue. Questo vasto insegnamento s’incarna nei fatti. Vedonsi le nazioni cristiane a un tratto rompere le grandi linee della nazionale lor civiltà, per ordinare la loro vita su altro disegno; e, gettando via, quasi cencio ignominioso, il reale manto, di cui la Chiesa lor madre le aveva vestite, azziniarsi dei fallaci e sozzi ornamenti del paganesimo greco romano. Quindi venne quella che si chiama civiltà moderna; civiltà fittizia, che non è altrimenti il frutto spontaneo né della nostra religione, né della nostra storia, né della nostra indole nazionale; civiltà a rovescio, la quale, invece di sempre meglio applicare il Cristianesimo, alle arti, alla letteratura, alle leggi, alle istituzioni, alla società, le informa dello spirito pagano e ci fa indietreggiare di ben venti secoli; civiltà corrotta e corrompitrice, che, tutto ordinando al materiale benessere, vale a dire in servigio della carne e di tutte le sue cupidigie, riconduce l’Europa, tra le rovine dell’ordine morale, al culto dell’oro ed agli indescrivibili costumi di quei tempi nefasti, in cui la vita del mondo, schiavo dello spirito infernale, era tutta in due parole; mangiare e divertirsi; panem et circenses.

Quarto fenomeno. La prima conseguenza dei fatti surriferiti doveva essere, e fu, il sempre maggiore oblio dello Spirito Santo. La notte e i di non possono stare insieme; quando vien l’ima, l’altro sen va. Quanto più Satana avanza, tanto più lo Spirito Santo ritirasi. Dal Cenacolo al Concilio di Firenze l’insegnamento dello Spirito Santo scorreva, qual pieno fiume, sull’Europa da lui vivificata; spuntato il Risorgimento, veggonsi le onde del fiume ritirarsi, e il grande insegnamento dello Spirito Santo farsi sempre meno esteso. Chiediamolo alla storia ed a nostri occhi medesimi. Viene il Risorgimento ; e la guerra contro il Cristianesimo, che da parecchi. secoli, Vera ridotta a parziali combattimenti, ricomincia, con forza, su tutta la linea. Vent’anni prima di Lutero, le stesse basi della Religione erano battute in breccia .dalle macchine greco-romane. Mille volte la lotta dà occasione a speciali trattati, ordinati a difendere, gli uni dopo gli altri, tutti i domini cristiani: dimostrazioni, conferenze, prediche, dissertazioni, apologie di’ ogni forma, compaiono d’anno in anno, quasi direi di mese in mese. L’esistenza di Dio; la divinità di N. S. Gesù Cristo; l’autenticità, l’integrità, l’ispirazione, la verità storica delle Scritture, l’infallibilità della Chiesa; l’immortalità, la libertà, la spiritualità dell’anima; ogni Sacramento, ogni istituzione, ogni pratica religiosa; in una parola, ogni verità cristiana venne dimostrata ben venti volte code lucenti sue prove e splendide attinenze colla natura dell’uomo ed i bisogni della società. E per lo Spirito Santo, niente. Eppure era lui che si negava, negando le varie manifestazioni del ministero della grazia, di cui Egli è principio; era lui che s’impugnava, oppugnando ogni parte della Città del bene, della quale .Egli è difensore e re. Infatti, chi mi può nominare una qualche opera grande, composta dopo il Risorgimento, da grande autore, per far conoscere e ricordare alle adorazioni del mondo la terza persona della SS. Trinità? Noi non abbiamo potuto trovarne pur una né in Italia, né in Allemagna, né in Inghilterra, né nel Belgio, né in Francia. Bisogna confessarlo con nostro dolore: rispetto allo Spirito Santo, l’insegnamento pubblico s’è  visibilmente immiserito. E n’è prova il mondo attuale: talora almeno si parla di quello che si conosce, di ciò che, in qualunque grado, occupa la nostra mente: la lingua batte dove il dente duole, e spesso s’invoca colui del quale altri si. crede aver bisogno. Ma il nome dello Spirito Santo, che posto tiene nel moderno linguaggio ? Nel naufragio delle credenze, restarono salvi parecchi nomi;’ Dio, Cristo, la Provvidenza, odonsi di quando in quando suonar sulle labbra dell’oratore, o veggonsi cadere dalla penna dello scrittore. Avviene egli lo stesso dello Spirito Santo? Quando avete voi sentito pronunziare il suo nome? Chi l’invoca da senno? Avete voi memoria di averlo letto nei libri di storia, di scienza, di letteratura, di legislazione, o nei discorsi ufficiali, da cento e più anni in qua? Or quando il nome sen va, l’idea sparisce ancor essa. Pur troppo, nel mondo presente lo Spirito Santo non conta più. I palazzi, i saloni, le accademie, la politica, l’industria, la filosofia, l’istruzione pubblica, sono vuoti di lui; e’ par ridotto alla condizione di elemento sociale ignoto o vièto. Fra gli stessi cattolici, è egli bene spesso altro che mero oggetto di credenza metafisica? Dov’è il culto speciale, fervente, costante in suo onore? Si davvero; la terza persona della SS. Trinità nell’ordine nominale, è l’ultima nella nostra memoria e nei nostri omaggi. Due volte sole, l’umano genere giacque in questa profonda ignoranza, in questa generale indifferenza. La prima, nel mondo pagano, innanzi la predicazione del Vangelo; la seconda, ai tempi nostri, diciotto secoli dopo lo stabilimento del Cristianesimo. Per gli antichi pagani lo Spirito Santo era come se non fosse: il suo nome non si trova in alcuna delle loro lingue. La ragione ne è chiara; nel mondo antico lo Spirito Santo non contava nulla, perché lo Spirito maligno era tutto. Or di che cosa é segno quest’ ignoranza e indifferenza del mondo presente rispetto allo Spirito Santo, se non che Satana ricupera il campo perduto e torna a formare la sua Città? Ecco così è: e chi noi vede né intende, è uomo che non vede né intende il mondo -in cui vive. Quinto fenomeno. satana rientrato nella Città del bene, comincia dallo scuoterne la base. L’unità di fede, la sociale potenza della Chiesa, il diritto cristiano, la cristiana costituzione della famiglia, erano, siccome abbiamo veduto, le quattro pietre angolari dell’edifizio religioso e sociale dei padri nostri: che diventarono esse? Dov’è, ai tempi nostri, l’unità di fede? Il simbolo cattolico è fatto in pezzi qual vetro. Metà d’Europa non è più cattolica; l’altra metà l’è a mala pena a mezzo. Dove la sociale potenza della Chiesa? dove la sua proprietà? Il suo scettro è una canna, e la madre dei popoli non ha più dove posare il capo, Dov’è il diritto cristiano? Vituperato, calpestato; è detronizzato dal diritto nuovo, o, a dir meglio, dal diritto antico, dal diritto di Cesare, dal diritto della forza, del capriccio e del tornaconto. Dov’é la cristiana costituzione della famiglia? Il divorzio è tornato ad infettare i codici di Europa; ed altrove regna il concubinato legale sotto il nome di matrimonio civile. La patria potestà scade dovunque; e la famiglia, destituita della sua perpetuità, s’ è fatta istituzione passeggiera. Or chi è l’autore di queste grandi rovine, che ne suppongono e cagionarono tante altre? È chiaro che, essendo lo spirito del bene, lo è lo spirito del male. Eppure, affascinare e distruggere non è che la prima parte della satanica opera; l’usurpatore s’affretta a piantare il suo trono sulle fatte rovine. Chi non resterebbe sgomento al vedere, nel decimonono secolo dell’Era cristiana, il regno del demonio manifestarsi nel centro medesimo della Città del bene, con tutti i contrassegni che aveva nella pagana antichità ? Quei contrassegni furono, non s’è punto dimenticato, il razionalismo, il sensualismo, il cesarismo, l’odio del cristianesimo. Or quale di questi contrassegni ci manca? Il Razionalismo, ossia l’emancipazione della ragione da ogni autorità divina in materia di credenze, può ella essere più completa? L’autorità divina insegna per organo della Chiesa; qual si è adesso il governò che l’ascolti? Sotto il nome di libertà di coscienza, le religioni tutte non sono esse forse, politicamente e a parere di molti, egualmente vere, egualmente buone e degne d’egual protezione? Che cos’è questo, se non lo spirito di menzogna che dà, come nell’antica Roma, il diritto di cittadinanza a tutti i culti, e ammette tutti gli dei nel medesimo Pantheon? E fra i privati stessi, son essi molti che regolino la loro fede secondo la parola della Chiesa? Gli uomini, i libri, i libercoli, i giornali ‘anticristiani, non son essi gli oracoli della moltitudine? E poi la fede si conosce dalle opere come l’albero dai frutti. Or, interrogate i sacerdoti: chiedetelo ai ragguagli del mulinale ; guardate intorno a voi. E se tanto ancora non basta per dirvi in quale stato si trovi la potenza della fede sul mondo presente e mostrarvi fin dove domina, pigliate in mano un mappamondo, e giudicatene coi vostri occhi! Il Sensualismo, ossia l’emancipazione della carne da ogni autorità divina in materia di costumi, non cammina egli forse di pari passo col Razionalismo? Eli! che in questa parte il mondo presente corre difilato agli antipodi del Cristianesimo! La vita cristiana venne già definita dal Concilio di Trento, una continua penitenza, perpetua poenitentia; e i nostri tempi che sono? un continuo godere il più largo e con tutti i mezzi che si possa, L’uomo diventa carne. E su questo contrassegno del regno satanico non occorre dir altro; attesoché è cosa che impaurisce tutti gli animi assennati. Il Cesarismo, ossia l’emancipazione della società dall’autorità divina in materia governativa, per mezzo del concentramento di tutti i poteri spirituali e temporali nella mano d’un uomo, imperatore e pontefice, dipendente da niun’altro che da sé stesso. Che cosa si ved’egli di questo nuovo contrassegno? mirate; meta dei re d’Europa si sono fatti papi; l’altra metà aspira a farsi. Calpestare le immunità della Chiesa, usurpare i diritti della Chiesa, insultare, spogliare, incatenare la Chiesa, non è forse stata la bell’ impresa, direttamente o indirettamente, di tutti governi europei, dal Risorgimento in poi? Nonio è forse tuttavia? Se questo non è il Cesarismo, più non intendiamo il senso delle parole. L’odio del Cristianesimo. L’antico paganesimo odiava il cristianesimo d’odio implacabile, universale; di guisa ché di ogni e qualunque mezzo si valeva per insultare, distruggere il suo avversario. L’odiava in Dio, nei suoi ministri, nei suoi discepoli, nei suoi dommi, nella sua morale, nelle sue pubbliche manifestazioni. Il suo nome era diventato sinonimo di tutti i delitti. A lui si dava la colpa delle pubbliche calamità: il carcere, l’esilio, la morte fra le torture, erano meritato castigo d’una sètta; dica Tacito, rea dell’odio del genere umano. Satana è sempre Satana: il suo odio del cristianesimo è cosi fresco, universale, implacabile adesso come in antico. Egli odia Dio nei Cristiani; da un secolo in qua specialmente, quali bestemmie restano ancora a proferirsi contro il Verbo incarnato? citatemi un solo dei suoi misteri che non sia stato mille volte impugnato, un solo de’ suoi diritti mille volte negato e calpestato. L’odia nei suoi ministri. Nel furore della sua rabbia non ha egli detto, che vorrebbe strangolare l’ultimo prete con le budella dell’ultimo rei E in quanto il poté, non l’ha egli fatto? Havvi egli pur un paese in Europa, dove, dopò il Risorgimento, i vescovi, i preti, i religiosi non siano stati spogliati, cacciati via, inseguiti come belve, oltraggiati, massacrati? Lo stesso Vicario del Figliuolo di Dio, il padre del mondo cristiano, Pietro, almeno Pietro, sarà stato rispettato. Sii guardate come l’hanno trattato nella persona di Pio VI e di Pio VII; guardate come ancora lo trattano nella persona di Pio IX. E che è la moderna Europa se non una famiglia ribellata contro al suo Padre? Non sentesi egli, ogni dì, da nove anni, il grido deicida di milioni di- voci: Non vogliamo più ch’egli regni su noi? Assediato da cento scomunicati, il pontificato non è egli diventato un Calvario? Giuda che vende; Caifasso che compra; Erode che schernisce; Pilato codardo, il soldato spogliatore e carnefice, non ricompariscono essi li sulla scena? L’odia nei suoi discepoli. I veri Cattolici sono trattati come i loro Sacerdoti. Tutte le ingiurie fatte dai pagani antichi ai loro padri, son fatte ad essi dai pagani moderni.1[Si può vederne la nomenclatura nel Mamacìti, Antiquitates et Origines christianae, ecc. Questo fatto mostra meglio d’ogni ragionamento, la medesimezza dello Spirito dominatore delle due epoche. Ma questa non è semplice storia, né pura filosofia della storia : è piuttosto, ci si passi la frase, una esatta fotografia del nostro secolo. E si noti ché quando  l’autore scriveva queste pagine, molti di questi fatti non erano che cominciati: non ancora satana, rappresentato dalla massoneria trionfante, aveva posto le sue tende presso al Vaticano, non ancora nella Città stessa del bene si eran potuti innalzare templi eretici, non ancora era stato pronunziato il grido famoso « Il clericalismo (ossia il Cristianesimo): ecco il nemico! » Però come satana ispirando Lutero, promosse contro sua volontà, la riforma effettuata dal Concilio di Trento, così ora, in tal modo disponendo Iddio, con l’abuso della vittoria ha attirato gli sguardi di tutto il mondo al Vaticano; i buoni crescono in fervore, la zizzania si separa dal buon grano, e i soldati della Città del bene crescono di animo e di valore. Le vittorie dello Spirito malo non riescono finalmente che a render più gloriosi i trionfi dello Spirito Santo! (V. d. Ed.)].

– Sono tenuti per inetti o per sospetti: vengono esclusi, il più che si può, dalle pubbliche cariche; son detti retrogradi, nemici del progresso, della libertà, delle istituzioni moderne, gente d’un’altra età, che vorrebbe ricondurre il mondo alla schiavitù ed alla barbarie. Sono oppressi nella loro libertà, coll’annullare le donazioni da loro fatte alla Chiesa lor madre, od ai poveri loro fratelli; col sopprimere le associazioni di carità, cui non si ha onta di mettere al disotto delle società scomunicate. Sono oppressi nel loro diritto di proprietà; si pigliano i loro conventi per farne caserme; le loro chiese, per farne stalle; le loro campane, per farne cannoni; i loro vasi sacri, per farne denaro od oggetti di lusso, in servigio dei loro nemici. Sono oppressi nella coscienza, con imporre ad essi lavori vietati: insultando, tuttodì, sotto i loro ocelli tutto quanto e ad essi più caro, più venerando, più adorabile. E acciocché nulla manchi, né al loro martirio, né all’odio, a cui sono fatti segno, in tutta Europa, dopo il Risorgimento, vennero appesi per la gola, arsi vivi, decollati. Ed anche adesso, in Italia, son fucilati; in Polonia, impiccati; in Irlanda, fatti morire di fame. Se Dio non sorge, se ne faranno macelli ; e migliaia di voci grideranno: Loro ben sta! Reus est mortisi L’odia nei suoi domini. Da quattro secoli in qua, nella battezzata Europa, si è sciupato, per demolire l’edificio della verità’» cristiana, più inchiostro, più carta, più denaro, che forse non ci vorrebbe per convertire il mondo: l’empia guerra non cessò mai*. Per non dire dei libri, dei teatri, dei discorsi anticristiani; che fanno quelli avvelenati fogli che, ogni sera, partono da tutte le capitali d’Europa, per piovere poi, il dì appresso, a guisa di velenose locuste, sulle città e le campagne, e sparger dovunque il disprezzo e l’odio della religione, lo scetticismo e l’incredulità? L’odia nella sua morale. Ridiventato quel ch’era al dì della satanica signoria, il mondo presente sembra organizzato per la corruzion dei costumi: Totus in maligno positus. Se non ve ne son chiaro indizio il dolore e lo sgomento di quanti serbano ancora in petto cuore cristiano, considerate voi stessi. La febbre degli affari; la sete dell’oro e del piacere; l’industria che mette milioni d’anime nella morale impossibilità di adempiere gli essenziali doveri del Cristianesimo; il babilonico lussò, che dà in stranezze sempre peggiori; le mode disoneste; le danze oscene; cinque- centomila caffè o ridotti,1 spalancate voragini in cui vanno a perdersi l’amor del lavoro, il pudore, la sanità, Lo spirito di famiglia, il rispetto a sé stesso e ad ogni autorità; in tutte le classi della società, effeminate abitudini, snervatrici degli animi: scandali clamorosi che addomesticano col male e spengono la coscienza; il disprezzo delle leggi ordinate a domare la carne; la profanazione della domenica; la santificazione del lunedì; l’abbandono della preghiera e de’ Sacramenti; che cos’è, dico, che cos’è tutto questo, se non odio della morale cristiana, odio infernale, tendente a soffocare il Cristianesimo nel fango? L’odia nelle sue manifestazioni pubbliche e private. Là, proibisce il suono delle campane e condanna il sacerdote che porti, in pubblico, il suo abito ecclesiastico; costà, abbatte tutte le croci. Qui vieta al Figliuolo di Dio d’uscir da’ suoi templi per ricevere gli omaggi dei suoi figli; e, sotto pena di venir oltraggiato, gli tocca celarsi ben bene quando va a visitarli sul letto del dolore. Tutte cose che avvengono in società che si chiamano cristiane! E avviene ben altro. In segno di vittoria, satana ha ricollocato le sue statue ne’ giardini, su passeggi, sulle piazze delle grandi città, per tutta Europa: e, ficcatosi fin ne’ domestici penetrali delle famiglie, ne ha bandite le immagini del Verbo incarnato e sostituite le sue.

– « Non V’è Cristo in casa, esclamava testé un eloquente predicatore; non v’è più Cristo pendente dalla parete; non v’è più Cristo manifestantesi nei costumi. E che! voi avete sott’occhio i ritratti de’ vostri grandi uomini; le vostre case s’adornano di statue e quadri profani! Che dico? voi tenete esposti alla vista dei vostri figliuoli ed all’ammirazione della gente di casa gli Amori del paganesimo, le Veneri, gli Apollini dei paganesimo; si, tutti i vituperi del paganesimo trovano posto nella casa dei Cristiani; e, sotto quel tetto che accoglie tanti umani eroi e pagane divinità, non v’ha più un cantuccio per l’immagine di Gesù Cristo, che lo stesso Tiberio non ricusava d’ammettere coi suoi dei nel Pantheon di Roma. » – Si, è vero, è vero non solo in Francia, dove insegna l’Università, ma vero in Europa dove insegnano gli ordini religiosi, vero molto prima dell’Università e della Rivoluzione francese; nelle case dei moderni cristiani letterati, Cristo non ha più luogo. Ma ve l’aveva ai tempi degli ignoranti nostri padri del Medio Evo. Or come ne venne cacciato ? Come ha dovuto cedere il posto agli dei del paganesimo, vale a dire a satana stesso sotto le molteplici sue forme; omnes dii gentium daemonia? In che tempo s’è ella fatta questa sacrilega sostituzione? Chi ha formate le generazioni che se ne fanno colpevoli? in quali luoghi, e in quali libri hanno esse imparato ad appassionarsi per le cose, per gli uomini, per le idee e le arti del paganesimo? qual fu lo Spirito che ha dettata la dottrina che produce tal frutti? Lo Spirito del Cenacolo, o quel dell’Olimpo? O l’uno, o l’altro. Havvi infine un ultimo fenomeno che va ogni di più manifestandosi; ed. è il doppio movimento, che mena il mondo presente; movimento d’unificazione materiale, e movimento di dissoluzione morale. Lo Spirito del secolo diciannovesimo spinge con tutte le sue forze alla materiale unificazione de’ popoli; battelli a vapore, strade ferrate, telegrafi elettrici, leghe doganali, trattati di commercio, libero scambio, moltiplicazione delle poste, ribasso di tassa sugli stampati e sulle lettere; non vi è mezzo di comunicazione che non venga accelerato o inventato. Assorbisce intanto le piccole nazionalità, sopprime la famiglia, il comune, la provincia, la corporazione, ogni specie di franchigia ed autonomia; risuscita gli eserciti permanenti del mondo antico, riedifica le sue grandi capitali, e sul collo dei popoli, fatti liberi dal cristianesimo, ribadisce le catene della cesarea, cosi detta, centralizzazione. A questo movimento di unificazione materiale corrisponde, fuori del Cattolicismo, un movimento non meno rapido di dissoluzione morale. In materia di dottrine religiose, sociali, politiche, che resta egli più in piedi? Il gran dissolvente d’ogni specie di fede, il Razionalismo, non è egli forse il dio della moltitudine? Love son esse le convinzioni profonde, le professioni chiare ed aperte, tanto da resistere alle seduzioni dell’interesse, per sfidare le minacce, o, peggio, la dimenticanza in che vi lascia il governo, per mantenersi immobilmente saldo fra i sofismi dell’empietà e la forza dei cattivi esempi? Qual può essere Punita morale d’un mondo che ha fatto in pezzi il simbolo cattolico, che sta lì a sentire, e sopporta, e lascia passare tutte le negazioni, compresa quella di Dio stesso? Somigliante spettacolo, solo una volta già ebbe a vedersi; e fu al tempo che il romano impero declinava alla sua rovina. Formata dal continuo assorbimento del debole dal forte, del popolo per via del popolo, l’unità materiale giunse fino al dispotismo d’un solo uomo. satana aveva raggiunto il suo scopo. Roma era il mondo, e Cesare era Roma; e Cesare era imperatore e sommo sacerdote di Satana. Allora fu che l’uman genere, privo di forza di resistenza perché senza fede, e senz’ altro desiderio che di materiali piaceri, panem et circenses, altro più non era che un gregge, bastonato, venduto, sgozzato, a volontà del padrone. Eserciti permanenti, grandi capitali, celerità di comunicazioni, centralizzazione universale, unificazione materiale dei popoli, spinta con febbrile ardore; dissoluzione morale, giunta fino allo spezzamento indefinito d’ogni simbolo e d’ogni fede : chi oserebbe sostenere che tale doppio fenomeno non sia precursore della più immane tirannia? Sia forse l’addentellato, dirò cosi, del regno anticristiano, predetto, degli ultimi tempi ? A parer nostro, è Cesare a cavallo, con lucifero in groppa.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO XII – MYSTICI CORPORIS CHRISTI (2)

Continuiamo nella lettura di questa lettera enciclica straordinaria di Papa Pio XII. Di passaggio, segnaliamo il fatto che essa, scritta dall’ultimo Papa dei tempi moderni libero di esprimersi e non impedito, praticamente riassume in modo dettagliato e preciso, tutto il pensiero della Tradizione apostolica, delle sacre Scritture e del Magistero della “vera” Chiesa Cattolica dei millenni precedenti, ed è una pietra tombale, essendo documento infallibile ed irreformabile, per ogni eresia e scisma, per ogni “chiesetta”, monastero virtuale, fraternità e conventicola pseudo-tradizionalista varia, indebitamente eretta senza legittimità apostolica, vere cattedre di pestilenza, ove si proclama, a cominciare dal satanico “novus ordo” dei marrani adoranti il “signore dell’universo”, con sofismi vari fanta-teologici, la perdizione dell’anima ed ogni congerie di blasfemie ed errori. Ma non perdiamoci in ovvie ed inutili considerazioni, leggiamo con somma attenzione.

LA CHIESA È IL CORPO «DI CRISTO»

Fin qui, Venerabili Fratelli, abbiamo visto con particolareggiata trattazione come la Chiesa è talmente costituita da potersi paragonare ad un corpo; rimane ora da esporre chiaramente ed accuratamente per quali motivi essa deve essere dichiarata non un corpo qualsiasi, ma il Corpo di Gesù Cristo. Questo si deduce dall’essere Nostro Signore il Fondatore, il Capo, il Sostentatore e il Conservatore di questo mistico Corpo.

Cristo fu il «Fondatore» di questo Corpo

Cominciando a esporre brevemente in che modo Cristo fondò il suo Corpo sociale, Ci sovviene questa sentenza del Nostro Predecessore Leone XIII di f. m.: “La Chiesa, che già concepita, era nata dallo stesso costato del secondo Adamo dormente in Croce, si presentò per la prima volta agli uomini in maniera luminosa quel giorno solennissimo della Pentecoste” (Enc. “Divinum illud“). Infatti il divin Redentore iniziò la costruzione del mistico tempio della Chiesa, quando predicando espose i suoi precetti; lo ultimò, quando crocefisso, fu glorificato; lo manifestò e promulgò, quando mandò in modo visibile lo Spirito Paraclito sui discepoli.

a) Predicando il Vangelo

Mentre infatti sosteneva l’ufficio di predicatore, eleggeva gli Apostoli e li mandava come Egli stesso era stato mandato dal Padre (Jo. XVII, 18), cioè come dottori, rettori, creatori della santità nel ceto dei credenti, indicava il loro Principe e suo Vicario in terra (cfr. Matth. XVI, 18-19); manifestava loro tutte quelle cose che aveva ascoltato dal Padre (Jo. XV, 15, coll. XVII, 8 et 14); designava anche il Battesimo (cfr. Jo. III, 5), con il quale coloro che avrebbero creduto sarebbero stati inseriti nel Corpo della Chiesa; e finalmente, giunto al termine della vita, istituiva durante l’ultima cena il mirabile sacrificio e mirabile sacramento dell’Eucaristia.

b) Soffrendo sulla croce

Che poi Egli avesse completato la Sua opera sul patibolo della Croce, lo attesta una serie ininterrotta di testimonianze dei Santi Padri, i quali osservano che la Chiesa nacque sulla Croce dal fianco del Salvatore a guisa di una nuova Eva, madre di tutti i viventi (cfr. Gen. III, 20). Dice il grande Ambrogio trattando del costato trafitto di Cristo: ” Ed ora è edificato, ed ora è formato, ed ora… è figurato, ed ora è creato… Ora la casa spirituale si erge in sacerdozio santo” (Ambros. In Luc., 11, 87; Migne, P. L., XV, 1585). Chi religiosamente approfondirà questa veneranda dottrina, senza difficoltà potrà vedere le ragioni sulle quali essa si fonda. – Anzitutto, con la morte del Redentore, successe il Nuovo Testamento alla Vecchia Legge; allora la Legge di Cristo, insieme con i suoi misteri, leggi, istituzioni e sacri riti, fu sancita per tutto il mondo nel sangue di Gesù Cristo. Infatti, mentre il divin Salvatore predicava in un piccolo territorio, non essendo stato inviato se non alle pecorelle della casa d’Israele ch’erano perite (cfr. Matth. XV, 24), avevano contemporaneamente valore la Legge e il Vangelo (cfr. S. Thom., I-II, q. 103, a. 3 ad 2); sul patibolo della Sua morte poi Gesù pose fine alla Legge (cfr. Eph. II, 15) e con i suoi decreti, affisse alla Croce il chirografo del Vecchio Testamento (cfr. Col. II, 14), costituendo nel sangue, sparso per tutto il genere umano, il Nuovo Testamento (cfr. Matth. XXVI, 28; I Cor. XI, 25). ” Allora — dice San Leone Magno, parlando della Croce del Signore — avvenne un passaggio così evidente dalla Legge al Vangelo, dalla Sinagoga alla Chiesa, dalla molteplicità dei sacrifici ad una sola ostia, che, quando il Signore rese lo spirito, quel mistico velo che con la sua interposizione nascondeva i penetrali del tempio e il santo segreto, si scisse con improvvisa violenza da capo a fondo” (Leo M., Serm., LXVIII, 3; Migne, P. L., LIV, 374).  – Nella Croce dunque la Vecchia Legge morì, in modo da dover tra breve esser seppellita e divenir mortifera (cfr. Hier. et August. Epist., CXII, 14 et CXVI, 16; Migne, P. L.,XXII, 924 et 943; S. Thom. I-II, p. 103, a. 3 ad 2; ad. 4 ad 1; Concil. Flor., pro Jacob.: Mansi, XXX.7, 1738), per cedere il posto al Nuovo Testamento, di cui Cristo aveva eletto gli Apostoli come idonei ministri (cfr. II Cor. III, 6): e il nostro Salvatore, pur essendo stato già costituito Capo universale dell’umana famiglia fin dal seno della Vergine, esercita pienissimamente nella sua Chiesa l’ufficio di Capo appunto per la virtù della Croce. “Infatti — secondo la sentenza dell’angelico e comune Dottore — Egli meritò la potestà e il dominio sopra le genti per la vittoria della Croce” (cfr. S. Thom. III, q. 42, a. 1); per la medesima, aumentò immensamente per noi quel tesoro di grazia che ora, regnando nel cielo, elargisce senza alcuna interruzione alle Sue membra mortali; per il Sangue sparso sulla Croce fece sì che, rimosso l’ostacolo dell’ira divina, potessero scorrere dalle fonti del Salvatore per la salvezza degli uomini, e specialmente per i fedeli, tutti i doni celesti, soprattutto quelli spirituali, del Nuovo ed eterno Testamento; sull’albero della Croce finalmente si conquistò la Chiesa, cioè tutte le membra del suo mistico Corpo, poiché non si sarebbero unite a questo mistico Corpo col lavacro del Battesimo, se non per la virtù salutifera della Croce, nella quale già sarebbero appartenute alla pienissima giurisdizione di Cristo. – Che se con la Sua morte il nostro Salvatore, secondo il pieno ed integrale significato della parola, è diventato Capo della Chiesa, non altrimenti la Chiesa, per il Suo Sangue, si è arricchita di quella abbondantissima comunicazione dello Spirito, con la quale, in seguito all’elevazione e glorificazione del Figlio dell’uomo sul Suo patibolo del dolore, viene essa stessa divinamente illustrata. Allora infatti, come avverte Agostino (cfr. De pecc. orig., XXV, 29; Migne, P. L., XLIV, 400), squarciatosi il velo del tempio, avvenne che la rugiada dei carismi del Paraclito (discesa fino allora soltanto sul vello di Gedeone, cioè sul popolo d’Israele), essiccato ed abbandonato il vello, irrigasse tutta la terra, cioè la Chiesa Cattolica, la quale non sarebbe circoscritta da nessun termine di stirpe o di territorio. Come dunque, nel primo momento della incarnazione, il Figlio dell’Eterno Padre ornò con la pienezza dello Spirito Santo la natura umana che s’era sostanzialmente unita affinché fosse un adatto strumento della divinità nell’opera cruenta della Redenzione, così nell’ora della Sua morte preziosa volle la Sua Chiesa arricchita dei più abbondanti doni del Paraclito, affinché, nella distribuzione dei divini frutti della Redenzione, divenisse valido e perenne strumento del Verbo incarnato. Infatti, sia la missione giuridica della Chiesa, sia la potestà d’insegnare, di governare e di amministrare i Sacramenti, in tanto hanno forza e vigore soprannaturale per edificare il Corpo di Cristo, in quanto Gesù Cristo pendente dalla Croce aprì alla Sua Chiesa la fonte di quei doni divini, grazie ai quali essa non avrebbe mai potuto errare nell’insegnare agli uomini la sua dottrina, li avrebbe guidati salutarmente per mezzo di Pastori illuminati da Dio e li avrebbe colmati in abbondanza di grazie celesti. – Se poi consideriamo attentamente tutti questi misteri della Croce, non ci sono più oscure le parole con le quali l’Apostolo insegna agli Efesini che Cristo con il Suo Sangue fuse insieme i giudei e i gentili “annullando… nella Sua carne… la parete intermedia” con la quale i due popoli eran divisi; e che abolì l’Antica Legge “per formare in se stesso di due un solo uomo nuovo”, cioè la Chiesa, ed entrambi li riconciliasse a Dio in un Corpo per mezzo della Croce (cfr. Eph. II,14-16).

c) Promulgando la Chiesa nel giorno della Pentecoste

E quella Chiesa che fondò col suo sangue, la fortificò nel giorno della Pentecoste con una peculiare virtù scesa dall’alto. Era asceso al cielo, dopo aver solennemente costituito nel suo ufficio colui che già aveva designato quale Suo Vicario: e sedendo alla destra del Padre, volle manifestare e promulgare la Sua Sposa, nella discesa visibile dello Spirito Santo, con il rumore di un vento veemente e con lingue di fuoco (cfr. Act. II,1-4). Infatti, come Egli stesso, nell’iniziare la Sua missione apostolica, fu manifestato dal Padre Suo per mezzo dello Spirito Santo che discese e rimase su di Lui in forma di colomba (cfr. Luc. 111, 22; Marc. 1, l0) così ugualmente quando gli Apostoli stanno per iniziare il sacro ministero della predicazione, Cristo Signore mandò dal cielo il Suo Spirito, il quale, toccandoli con lingue di fuoco, indicasse loro come un dito divino, la missione e il compito soprannaturale della Chiesa.

Cristo è il «Capo» del Corpo

In secondo luogo, che il Corpo mistico della Chiesa si fregi del nome di Cristo, lo si rivendica dal fatto che in realtà egli da tutti debba essere per speciali ragioni ritenuto Capo della medesima. “Egli stesso — dice l’Apostolo — è il Capo del Corpo della Chiesa” (Col. I, 18). Egli è il Capo dal quale tutto il Corpo, convenientemente organizzato, cresce ed aumenta nella propria edificazione (cfr. Eph. IV, 16 coll.; Col. II, 19).  – Sapete certamente, Venerabili Fratelli, con quali belli e luminosi pensieri abbiano trattato questo argomento i Maestri della teologia scolastica, e specialmente l’angelico e comune Dottore; vi è senza dubbio noto che gli argomenti da lui apportati corrispondono fedelmente al principi dei Santi, i quali d’altronde non riportavano altro nei loro commenti e dissertazioni, se non il divino linguaggio della Scrittura.

a) Per motivo di eccellenza

Ci piace quindi trattarne brevemente per comune profitto. E dapprima, è evidente che il Figlio di Dio e della Beata Vergine deve chiamarsi Capo della Chiesa per uno specialissimo motivo di preminenza. Chi infatti è posto in luogo più alto di Cristo Dio, il quale, essendo Verbo dell’Eterno Padre, deve ritenersi “primogenito di ogni creatura”? (Col. 1, 15). Chi mai e situato in un vertice più alto di Cristo Dio, il quale, nato da una Vergine senza macchia, è vero e naturale Figlio di Dio e, per la prodigiosa e gloriosa resurrezione, è il “primogenito dei morti” (Col. I, 18; Apoc. I, 5), avendo trionfato della morte? Chi mai infine e stato collocato in sommità più eccelsa di colui che, come “unico mediatore di Dio e degli uomini”, (I Tim. II, 5), congiunge in modo davvero ammirevole la terra col cielo; che, esaltato sulla Croce come su di un soglio di misericordia, attirò a Sé tutte le cose (cfr. Jo. XII, 32); e che, eletto a figlio dell’uomo tra miriadi, e amato da Dio più di tutti gli uomini, di tutti gli angeli, di tutte le cose create? (cfr. Cyr. Alex. Comm. in Joh.: Migne, P. G., LXXIII, 69; S. Thom. I, q 20, a. 4 ad 1).

b) Per motivo di governo

Poiché Cristo occupa un posto tanto sublime, a buon diritto Egli solo regge e governa la Chiesa; e perciò anche per questo motivo deve essere assomigliato al capo. E infatti, come il capo (per servirCi delle parole di Ambrogio) è il “regale baluardo” del corpo (Hexæm., VI, 55; Migne, P. L., XIV, 265), e da esso, perché fornito delle doti migliori, vengono naturalmente dirette tutte le membra, alle quali è sovrapposto appunto affinché abbia cura di loro (cfr. August. De Agon. Christ., XX, 22, Migne P. L., XL, 301); così il divin Redentore tiene il supremo governo del Cristianesimo. E poiché il reggere una società di uomini non vuol dire altro che dirigerli al loro fine con provvidenza, con mezzi adeguati e con retti principi (cfr. S. Thom., I, q. 22, a. 14), è facile discernere come il nostro Salvatore, che si presenta come forma ed esemplare dei buoni Pastori (cfr. Jo. X, 1-13; I Petr. V, 1-5), eserciti in maniera davvero mirabile tutte queste funzioni. – Egli, infatti, mentre dimorava sulla terra, con leggi, consigli, ammonimenti, c’insegnò quella dottrina che mai non tramonterà e che sarà per gli uomini d’ogni tempo spirito e vita (cfr. Jo. VI, 63). Inoltre partecipò agli Apostoli e ai loro successori una triplice potestà: di insegnare, di governare e di condurre gli uomini alla santità, costituendo tale potestà, ben definita da precetti, diritti e doveri, come legge primaria della Chiesa universale.

… arcano e straordinario

Ma il nostro divin Salvatore dirige e governa anche direttamente da Sé la società da Lui fondata. Egli infatti regna nelle menti degli uomini, e al suo volere piega e costringe anche le volontà ribelli. “Il cuore del re è in mano a Dio, ed Egli lo piega a tutto ciò che vuole” (Prov. XXI, 1). E con questo governo interno Egli “pastore e vescovo delle anime nostre” (cfr. I Petr. 11, 25), non soltanto ha cura dei singoli, ma provvede anche alla Chiesa universale, sia quando illumina e corrobora i suoi governanti a sostenere fedelmente e fruttuosamente le mansioni proprie di ciascuno; sia quando (specialmente nelle circostanze più difficili) suscita dal grembo della Madre Chiesa uomini e donne che, spiccando col fulgore della santità, siano di esempio agli altri cristiani e di incremento al suo Corpo mistico. Inoltre, dal cielo Cristo guarda con amore peculiare alla sua Sposa intemerata, che s’affatica in questa terra d’esilio; e quando la vede in pericolo, la salva dai flutti della tempesta o per sé direttamente, o per mezzo dei suoi angeli (cfr. Act. VIII, 26; IX, 1-19; X, 1-7; XII, 3-10), o per opera di Colei che invochiamo Aiuto dei Cristiani ed anche degli altri celesti protettori; e, una volta sedatosi il mare, la colma di quella pace “che supera ogni senso” (Phil. IV, 7).

… in modo visibile e ordinario attraverso il Romano Pontefice

Non bisogna tuttavia credere che il Suo governo venga assolto soltanto in maniera invisibile (cfr. Leone XIII, Lettera Enciclica “Satis cognitum“) e straordinaria; mentre al contrario il divin Redentore governa il suo Corpo mistico anche in modo visibile e ordinario mediante il suo Vicario in terra. Sapete infatti, Venerabili Fratelli, come Cristo Dio, dopo aver governato in persona il “piccolo gregge” (Luc. XII, 32) durante il suo viaggio mortale, dovendo poi lasciare presto il mondo e ritornare al Padre, affidò al Principe degli Apostoli il governo visibile di tutta la società da Lui fondata . Da sapientissimo quale Egli era, non poteva mai lasciare senza un capo visibile il Corpo sociale della Chiesa che aveva fondata. Né ad intaccare una tale verità si può asserire che, per un primato di giurisdizione costituito nella Chiesa, un tale Corpo mistico sia stato provveduto di un duplice capo. Pietro infatti, in forza del primato, non è altro che un Vicario di Cristo: e in tal guisa si ha di questo Corpo un solo capo principale, cioè Cristo, il quale, pur continuando a governare arcanamente la Chiesa direttamente da Sé, visibilmente però, la dirige attraverso colui che rappresenta la Sua Persona, poiché, dopo la Sua gloriosa ascensione in cielo, non la lasciò edificata soltanto in Sé, ma anche in Pietro, quale fondamento visibile. Che Cristo e il Suo Vicario costituiscano un solo Capo, lo spiegò solennemente il Nostro Predecessore Bonifazio VIII d’immortale memoria con la sua Lettera Apostolica “Unam Sanctam” (cfr. Corp. Jur. Can., Extr. comm. I, 8, 1), e la medesima dottrina non cessarono mai di ribadire i suoi Successori. – Si trovano quindi in un pericoloso errore quelli che ritengono di poter aderire a Cristo, Capo della Chiesa, pur non aderendo fedelmente al suo Vicario in terra. Sottratto infatti questo visibile Capo e spezzati i visibili vincoli dell’unità, essi oscurano e deformano talmente il Corpo mistico del Redentore, da non potersi più ne vedere né rinvenire il porto della salute eterna.

… nelle singole Chiese attraverso i Vescovi

Ciò che qui abbiamo detto della Chiesa universale deve asserirsi anche delle comunità particolari dei cristiani, sia orientali, sia latine, le quali costituiscono una sola Chiesa cattolica. Poiché anch’esse sono governate da Gesù Cristo con la voce e l’autorità del Vescovo di ciascuna. Perciò i Vescovi non soltanto devono esser tenuti quali membra più eminenti della Chiesa universale, perché sono uniti al divin Capo di tutto il Corpo con un vincolo veramente singolare (onde con diritto son chiamati “le principali parti delle Membra del Signore” (Greg. Magn., Moral., XIV, 35, 43; Migne P. L., LXXV, 1062), ma anche in quanto riguarda la propria Diocesi, son veri pastori che guidano e reggono in nome di Cristo il gregge assegnato a ciascuno (cfr. Conc. Vat., Const. de Eccl., cap. 3). Ma mentre fanno ciò, non son del tutto indipendenti, perché sono sottoposti alla debita autorità del Romano Pontefice, pur fruendo dell’ordinaria potestà di giurisdizione comunicata loro direttamente dallo stesso Sommo Pontefice. Perciò essi, come successori degli Apostoli per divina istituzione (cfr. Cod. Jur. Can., can. 329,1), devono essere venerati dal popolo; e ai Vescovi, ornati del carisma dello Spirito Santo, più che ai governanti anche più elevati di questo mondo, si addice il detto: “Non toccate i miei unti” (I Paral. XVI, 22; Psal. CIV, 1.5).  – Sicché Ci addolora sommamente, quando Ci viene riferito che non pochi Nostri Fratelli nell’Episcopato, sol perché son veri modelli del gregge e custodiscono (cfr. I Petr. V, 3), con strenua fedeltà il sacro “deposito della fede” (cfr. I Tim. VI, 20) loro affidato, sol perché sostengono con zelo le santissime leggi scolpite da Dio negli animi umani e conforme all’esempio del supremo Pastore difendono dai lupi rapaci il gregge loro affidato, subiscono persecuzioni e vessazioni scagliate non soltanto contro di loro, ma (quel che è per essi più crudele e più grave) anche contro le pecorelle affidate alle loro cure, contro i loro compagni di apostolato e financo contro le vergini consacrate a Dio. Pertanto, reputando diretto contro di Noi stessi un tale affronto, ripetiamo la grande sentenza del Nostro Predecessore Gregorio Magno d’immortale memoria: “Il Nostro onore e l’onore della Chiesa universale; il Nostro onore e il solido vigore dei Nostri Fratelli; e allora Noi ci sentiamo veramente onorati, quando il debito onore non viene negato a ciascuno d’essi” (cfr. Ep. ad Eulog., 30; Migne, P. L., LXXVI, 993).

c) Per motivo di bisogni scambievoli

Né tuttavia bisogna credere che Cristo Capo, essendo posto in luogo così sublime, non voglia l’aiuto del Corpo. Si deve infatti asserire di questo Corpo mistico ciò che Paolo afferma del composto umano: “Il capo non può dire… ai piedi: voi non mi siete necessari” (1 Cor. XII, 21). Appare chiaramente che i cristiani hanno assolutamente bisogno dell’aiuto del divin Redentore, poiché Egli stessero ha detto: “Senza di me non potete far nulla” (Jo. XV, 5), e, secondo la dottrina dell’Apostolo, ogni incremento di questo Corpo mistico per la propria edificazione, dipende dal Capo Cristo (cfr. Eph. IV, 16; Col. II, 19). Tuttavia bisogna anche ritenere, benché a prima vista possa destar meraviglia, che anche Cristo ha bisogno delle Sue membra. Anzitutto perché la Persona di Gesù Cristo è rappresentata dal Sommo Pontefice, il quale per non essere aggravato dal peso dell’ufficio pastorale, deve rendere anche altri in molte cose partecipi della sua sollecitudine, e deve essere ogni giorno alleggerito dall’aiuto di tutta la Chiesa supplicante. Inoltre il nostro Salvatore, governando da Se stesso la Chiesa in modo invisibile, vuol essere aiutato dalle membra del Suo Corpo mistico nell’esecuzione dell’opera della Redenzione. Ciò veramente non accade per Sua indigenza e debolezza, ma piuttosto perché Egli stesso così dispose per maggiore onore dell’intemerata sua Sposa. Mentre infatti moriva sulla Croce, donò alla Sua Chiesa, senza nessuna cooperazione di essa, l’immenso tesoro della Redenzione; quando invece si tratta di distribuire tale tesoro, Egli non solo comunica con la Sua Sposa incontaminata l’opera dell’altrui santificazione, ma vuole che tale santificazione scaturisca in qualche modo anche dall’azione di lei. Mistero certamente tremendo, né mai sufficientemente meditato: che cioè la salvezza di molti dipenda dalle preghiere e dalle volontarie mortificazioni, a questo scopo intraprese dalle membra del mistico Corpo di Gesù Cristo, e dalla cooperazione dei Pastori e dei fedeli, specialmente dei padri e delle madri di famiglia, in collaborazione col divin Salvatore. – Ai motivi esposti, dai quali risulta che Gesù Cristo deve essere chiamato Capo del suo Corpo sociale, bisogna aggiungerne altri tre, i quali si connettono tra loro con intimi vincoli.

d) Per motivo di similitudine

Incominciamo dalla conformità che osserviamo tra il Corpo e il Capo, essendo essi della medesima natura. A questo proposito bisogna avvertire che la nostra natura, benché inferiore all’angelica, tuttavia per bontà di Dio vince la natura degli angeli. “Cristo infatti — come osserva l’Aquinate — è Capo degli angeli. Poiché Cristo è al di sopra degli angeli, anche secondo l’umanità… E anche in quanto uomo illumina gli angeli e influisce in essi. Riguardo poi alla conformità della natura, Cristo non è Capo degli angeli, perché non assunse la natura degli Angeli, ma (secondo l’Apostolo) assunse il seme di Abramo” (Comm. in ep. ad Eph., cap. I, lect. 8; Hebr. II, 16-17). E non solo assunse la nostra natura, ma Cristo si fece anche nostro consanguineo in un corpo fragile e capace di soffrire e morire. Ora se il Verbo “si esinanì prendendo la forma di servo” (Phil. II, 7), ciò fece anche per rendere partecipi della divina natura (cfr. II Petr. I, 4) i suoi fratelli secondo la carne, sia nell’esilio terreno con la grazia santificante, sia nella patria celeste col possesso della beatitudine eterna Perciò l‘Unigenito dell’eterno Padre volle essere figlio dell’uomo affinché noi divenissimo conformi all’immagine del Figliuolo di Dio (cfr. Rom. VIII, 29) e ci rinnovassimo secondo l’immagine di Colui che Ci ha creati (cfr. Col. III, 10). Sicché tutti coloro che si gloriano del nome di Cristiani, non solo considerino il nostro divin Salvatore come il più alto e più perfetto esemplare di tutte le virtù, ma ne riproducano la vita e la dottrina nei propri costumi mediante una diligente fuga dal peccato e un diligentissimo esercizio della virtù, affinché quando apparirà il Signore, divengano simili a Lui nella gloria, vedendolo com’Egli è (cfr. I Jo. III, 2). – Gesù Cristo, come vuole che le singole membra siano simili a Lui, così anche il Corpo della Chiesa. Ciò certamente avviene quando essa, seguendo le vestigia del Suo Fondatore, insegna governa e immola il divin sacrificio. Essa inoltre, quando abbraccia i consigli evangelici, riproduce in sé la povertà, l’ubbidienza, la verginità del Redentore. Essa, per molteplici e varie istituzioni di cui si orna come di gemme, fa vedere in certo modo Cristo che contempla sul monte, che predica ai popoli, che guarisce gli ammalati e i feriti, che richiama sulla buona via i peccatori, che fa del bene a tutti. Nessuna meraviglia dunque se la Chiesa, finché rimane su questa terra, debba subire ad imitazione di Cristo persecuzioni, sofferenze e dolori.

e) Per motivo di pienezza

Inoltre Cristo deve ritenersi Capo della Chiesa, perché, eccellendo nella pienezza e nella perfezione dei doni soprannaturali, il Suo Corpo mistico attinge dalla Sua pienezza. Infatti (osservano molti Padri), come il capo del nostro corpo mortale gode di tutti i sensi, mentre le altre parti del nostro composto usufruiscono soltanto del tatto, così le virtù, i doni, i carismi, che sono nella società cristiana, risplendono tutti in modo perfettissimo nel suo Capo Cristo. “In Lui piacque (al Padre) che abitasse ogni pienezza” (Col. I, 19). Lo adornano quei doni soprannaturali che accompagnano l’unione ipostatica, giacché lo Spirito Santo abita in Lui con tale pienezza di grazia da non potersene concepire maggiore. A lui è stato conferito “ogni potere sopra ogni carne” (cfr. Jo. XVII, 2); copiosissimi sono in Lui “tutti i tesori della sapienza e della scienza” (Col. II, 3). E anche la visione beatifica vige in Lui talmente, che sia per ambito sia per chiarezza supera del tutto la conoscenza beatifica di tutti i Santi del cielo. E infine Egli è talmente ripieno di grazia e di verità, che della sua inesausta pienezza noi tutti riceviamo (cfr. Jo. I, 14-16).

f) Per motivo di influsso

Queste parole poi del discepolo prediletto di Gesù Ci muovono a trattare dell’ultima ragione per cui siamo in modo particolare costretti ad asserire che Gesù Cristo è il Capo del suo Corpo mistico. Come i nervi si diffondono dal capo in tutte le membra del nostro corpo, e danno loro facoltà di sentire e di muoversi, così il nostro Salvatore infonde nella Sua Chiesa la Sua forza e virtù, onde avviene che le cose divine siano dai fedeli più chiaramente conosciute e più avidamente desiderate. Da Lui scaturisce nel Corpo della Chiesa tutta la luce con cui i credenti sono illuminati da Dio, e tutta la grazia con cui divengono santi come è santo Egli stesso.

… illuminando

Cristo illumina tutta la sua Chiesa, come dimostrano quasi innumerevoli luoghi della Sacra Scrittura e dei Santi Padri. “Nessuno ha veduto mai Dio: il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, ce l’ha fatto conoscere” (cfr. Jo. I, 18). Venendo da Dio in qualità di Maestro (cfr. Jo. III, 2) per rendere testimonianza alla verità (cfr. Jo. XVIII, 37), illuminò talmente con la Sua luce la primitiva Chiesa degli Apostoli, che il Principe degli Apostoli esclamò: “Signore, da chi andremo? tal hai parole di vita eterna” (cfr. Jo. VI, 68), dal cielo assistette gli Evangelisti in modo che essi scrissero, come membra di Cristo, quasi sotto la dettatura del Capo (cfr. August. De cons. evang., I, 35, 54; Migne, P. L., XXXIV, 1070). Egli tuttora è l’Autore della nostra Fede in questa terra d’esilio, come ne sarà il consumatore nella patria celeste (cfr. Hebr. XII, 2). Egli infonde nei fedeli il lume della Fede; Egli arricchisce divinamente i Pastori e i Dottori, e specialmente il suo Vicario in terra, dei doni soprannaturali della scienza, dell’intelletto e della sapienza affinché custodiscano fedelmente il tesoro della Fede, lo difendano strenuamente, e pienamente lo spieghino e diligentemente lo ravvivino; Egli infine, sebbene non visto, presiede e guida i Concili della Chiesa (cfr. Cyr. Alex., Ep. 55 de Symb; Migne, P. G., LXXVII, 293).

… donando la santità

Cristo è causa prima ed efficiente della santità, giacché non vi può essere nessun atto salutare se non promani da Lui come da fonte suprema: “Senza di Me, Egli ha detto, voi non potete far nulla” (cfr. Jo. XV, 5). Se, per i peccati commessi, il nostro animo è mosso dal dolore e dalla penitenza, se con timore e speranza filiale ci rivolgiamo a Dio, è sempre la Sua forza che ci spinge. La grazia e la gloria nascono dalla inesausta pienezza. Il nostro Salvatore arricchisce di continuo tutte le membra del Suo Corpo mistico e specialmente le più eminenti, con i doni del consiglio, della fortezza, del timore e della pietà, affinché tutto il Corpo aumenti sempre di più nella santità e nella integrità della vita. E quando dalla Chiesa vengono amministrati con rito esteriore i Sacramenti, è Lui che produce l’effetto interiore (cfr. S. Thom. III, q. 64, a. 3). È Lui che nutrendo i redenti con la propria Carne e con il proprio Sangue, seda i moti concitati e turbolenti dell’animo. È Lui che aumenta la grazia e prepara alle anime e ai corpi il conseguimento della gloria. – Siffatti tesori della divina bontà, li partecipa alle membra del Suo Corpo mistico, non solo perché li impetra dall’eterno Padre quale Vittima eucaristica sulla terra e quale Vittima glorificata nel cielo, col pregare per noi e mostrare le Sue piaghe, ma ancora perché Egli stesso sceglie, determina e distribuisce a ciascuno le grazie “secondo la misura del dono di Cristo” (Eph. VI, 7). Ne segue che dal divin Redentore come da fonte principale “tutto il corpo ben composto e connesso per l’utile concatenazione delle articolazioni efficacemente, nella misura di ciascuna delle sue parti, compie il suo sviluppo per la edificazione di se stesso” (Eph. IV, 16; Col. II, 19).

DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

DOMENICA I DI QUARESIMA (2019)

Incipit

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XC: 15; XC: 16

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Ps XC:1 Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorábitur. [Chi àbita sotto l’égida dell’Altissimo dimorerà sotto la protezione del cielo].

Invocábit me, et ego exáudiam eum: erípiam eum, et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum. [Mi invocherà e io lo esaudirò: lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui Ecclésiam tuam ánnua quadragesimáli observatióne puríficas: præsta famíliæ tuæ; ut, quod a te obtinére abstinéndo nítitur, hoc bonis opéribus exsequátur. [O Dio, che purífichi la tua Chiesa con l’ànnua osservanza della quaresima, concedi alla tua famiglia che quanto si sforza di ottenere da Te con l’astinenza, lo compia con le opere buone.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios. 2 Cor VI:1-10.

“Fratres: Exhortámur vos, ne in vácuum grátiam Dei recipiátis. Ait enim: Témpore accépto exaudívi te, et in die salútis adjúvi te. Ecce, nunc tempus acceptábile, ecce, nunc dies salútis. Némini dantes ullam offensiónem, ut non vituperétur ministérium nostrum: sed in ómnibus exhibeámus nosmetípsos sicut Dei minístros, in multa patiéntia, in tribulatiónibus, in necessitátibus, in angústiis, in plagis, in carcéribus, in seditiónibus, in labóribus, in vigíliis, in jejúniis, in castitáte, in sciéntia, in longanimitáte, in suavitáte, in Spíritu Sancto, in caritáte non ficta, in verbo veritátis, in virtúte Dei, per arma justítiæ a dextris et a sinístris: per glóriam et ignobilitátem: per infámiam et bonam famam: ut seductóres et veráces: sicut qui ignóti et cógniti: quasi moriéntes et ecce, vívimus: ut castigáti et non mortificáti: quasi tristes, semper autem gaudéntes: sicut egéntes, multos autem locupletántes: tamquam nihil habéntes et ómnia possidéntes.” –  Deo gratias.

OMELIA I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

CORRISPONDENZA ALLA GRAZIA

Fratelli: “Vi esortiamo a non ricevere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti: «Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto». Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angustie, nelle battiture, nelle prigioni, nelle sommosse, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con la purità, con la scienza, con la mansuetudine, con la bontà, con lo Spirito Santo, con la carità sincera, con la parola di verità, con la potenza di Dio, con le armi della giustizia di destra e di sinistra; nella gloria e nell’ignominia, nella cattiva e nella buona riputazione; come impostori, e siam veritieri; come ignoti, e siam conosciuti; come moribondi, ed ecco viviamo; come puniti, e non messi a morte; come tristi, e siam sempre allegri; come poveri, e pure arricchiamo molti; come privi di ogni cosa, e possediamo tutto”. (2 Cor VI, 1-10).

L’Epistola di quest’oggi è tolta dal cap. VI della II lettera ai Corinti. Sulla fine del capo precedente l’Apostolo aveva annunciato due grandi verità : a) Gesù Cristo sulla croce era stato personalmente sostituito al peccatore, perché venisse la riconciliazione tra questo e Dio; b) Dio incarica gli Apostoli, quali ambasciatori di Cristo, di promuovere tra gli uomini questa riconciliazione. E ricorda come egli nella sua qualità di ambasciatore abbia veramente imitato Gesù Cristo, compiendo l’opera sua tra numerose privazioni e difficoltà. Così rispondeva anche, in modo indiretto ma efficace, a quei che denigravano il suo ministero. Da questo passo prendiamo occasione per parlare della corrispondenza alla grazia, che dobbiamo:

1 Accogliere a tempo,

2 Rendere fruttuosa,

3 Invocare da Dio.

1.

Nel tempo favorevole ti ho esaudito, e nel giorno della salute ti ho recato aiuto. Sono parole tolte da Isaia che ilSignore rivolge al Messia, il quale prega e soffre per laredenzione degli uomini. Esse contengono l’assicurazione, che la preghiera del Messia è stata esaudita, e che iltempo messianico è il tempo dell’abbondanza delle grazie. S. Paolo, richiamate ai Corinti le parole d’Isaia, soggiunge: Ecco ora il tempo favorevole, ecco ora il giorno della salute. E la Chiesa richiama queste parole dell’Apostolo a tutti i fedeli, indicando loro, come tempo specialmente accetto a Dio, il tempo quaresimale nel quale le sue grazie abbondano. «Che cosa — commenta S. Leone M. — è più accetto di questo tempo, che cosa è più salutare di questi giorni, in cui si intima la guerra ai vizi e aumenta il progresso di tutte le virtù?» (Serm. 40, 2). L’invito, però, ad abbandonare i vizi e a progredire nella virtù, se nel tempo quaresimale è più insistente da parte della Chiesa, non manca mai negli altri tempi dell’anno. Fin che l’uomo vive è sempre visitato dalla grazia di Dio. E se la grazia di Dio non sempre opera, è perché l’uomo non l’accoglie. La divina grazia illumina la mente dell’uomo, ora facendogli conoscere la bruttezza del peccato, perché si decida a lasciarlo; ora facendogli vedere la bellezza della virtù, col richiamargli alla mente gli esempi di coloro che sprezzano i piaceri mondani, per servir da vicino gli insegnamenti del Vangelo. Altre volte lo scuote mettendogli innanzi la speranza deibeni futuri, o lo atterrisce col pensiero delle pene eterne. Più spesso lo turba con l’ammonizione del Battista: «Non ti è lecito» (Matt. XIV, 4). Non ti è lecito mantenere quella pratica, non ti è lecito covare nel cuore quell’odio; non ti è lecito ritenere quella roba; non ti è lecito una vita dimentica di Dio e del prossimo; non ti è lecito il cattivo esempio che dài. Ora cerca di attirarlo con i benefici; ora con le tribolazioni o con le croci. Il Crisologo, parlando della vocazione di S. Matteo, dice: « Dio lo vide, affinché egli vedesse Dio» (Serm. 30). Matteo non ebbe paura della vista di Dio, di guardare Gesù che veniva a lui. E quando Gesù gli disse: «Seguimi», Matteo si alzò e lo seguì» (Matt. IX, 9). Alcuni son pronti come S. Matteo ad accogliere l’invito di Dio, a uscire dalla via delpeccato, a lasciare le occasioni, a darsi al servizio delSignore. Ma la maggior parte si merita il rimprovero che leggiamo nei libri santi: «Invitai e vi siete rifiutati, stesi la mano e nessuno si diede per inteso» (Prov. I, 24). Paurosi di sorgere dallo stato in cui si trovano, non accettano l’invito che Dio loro offre. Approviamo pienamente l’atteggiamento di Santo Stefano, che rinfaccia agli Ebrei la loro continua resistenza allo Spirito Santo; e noi continuiamo a resistere agli inviti della grazia. Con quale conseguenza? Quella di attirar su noi l’ira del Signore nel giorno del giudizio, se continueremo a disprezzare le ricchezze della sua benignità. «Poiché coloro che disprezzano la volontà di Dio che invita, sentiranno la volontà di Dio che vendica» (S. Prospero d’Aquit., Resp. ad cap. obiect. vinc. 16).

2.

L’Apostolo a render più efficace l’esortazione, fatta ai Corinti, di non lasciar infruttuosa la grazia, mostra come egli si è diportato nell’adempimento del suo dovere. Noi non diamo alcun motivo di scandalo a nessuno, affinché il nostro ministero non sia screditato; ma ci diportiamo in tutto come ministri di Dio, mediante una grande pazienza nelle tribolazioni. E passa a narrare quanto ha sofferto e operato nel suo ufficio di collaboratore di Dio nell’opera della salvezza. La grazia aveva chiamato Paolo all’apostolato. Come si vede, egli non considera la grazia come un tesoro da nascondere sotto terra. Nessuno potrebbe rimproverargli d’aver ricevuto la grazia di Dio invano. – La grazia di Dio invita gli uomini a operare nello stato, cui ciascuno è chiamato. Non tutti, però, si sentono di operare secondo la volontà di Dio. Ci sono i pusillanimi che hanno paura di sbagliare in tutto, come se fossero abbandonati alle sole proprie forze; come se Dio, che vuole la loro cooperazione, non prestasse la sua assistenza. Costoro non corrispondono a una data vocazione, ricusano di entrare in quello stato, non accettano il tal posto, nel quale potrebbero far tanto bene, avendo avuto da Dio i doni necessari. Ci sono, e questi formano il maggior numero, gli infingardi i quali non fanno il bene che dovrebbero e potrebbero fare, per paura della fatica. Per essi Dio, che domanda la loro cooperazione, è un padrone duro, esigente, che richiede troppo, che vuole ciò che essi non potrebbero dare; e finiscono col non dar niente. E finiranno anche col perdere quello che da Dio han ricevuto. La sorte di costoro è quella del servo della parabola. Egli ha ricevuto dal padrone, che doveva partire, un talento. Scava la terra, e ve lo nasconde. Quando, dopo lungo tempo, il padrone ritorna e fa i conti col servo, questo gli dice: «Signore, sapevo che sei un uomo duro e mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso: ebbi paura e andai a nascondere il tuo talento sotto terra: eccolo qui». E il padrone risponde, chiamandolo: «servo iniquo e infingardo»; e dice ai suoi: «Toglietegli il talento che ha, e datelo a colui che ha dieci talenti » (Matth. XXV, 14 segg.). Quelli che non fanno profitto delle grazie che Dio accorda loro, se ne vedranno un giorno privati, e riceveranno il meritato castigo. Al contrario, chi si serve delle grazie prime, cooperandovi diligentemente, ne riceverà delle maggiori. Nessuno confida danaro da trafficare a chi lo rinchiude in un forziere o lo seppellisce sotto terra. Lo si affida a chi sa farlo rendere, di più. È naturale che chi sa far fruttare la grazia ricevuta, ne riceva di sempre maggiori. E così egli va accumulando i meriti che porta con sé la docilità all’azione della grazia; va moltiplicando le azioni virtuose nel rinunciare alle proprie inclinazioni per seguire le ispirazioni della grazia; e nel giorno del rendiconto si vedrà arricchito oltre ogni aspettativa.

3.

La grazia, da alcuni, viene respinta quando Dio l’offre; da altri non si prende in considerazione; altri la perdono dopo averla ricevuta. E allora, avessero pure per il passato imitato San Paolo nello zelo per le opere buone, non possono ripetere con lui, siamo stimati come privi d’ogni cosa e possediamo tutto. Quando si è perduta la grazia si è perduto tutto, in merito alla vita eterna. Ma fin che siamo su questa terra siam sempre in tempo a trar profitto dalla grazia, di Dio. Opera della grazia di Dio è il risorgere dal peccato; opera della grazia di Dio è il non cadervi: opera della grazia di Dio è il progredire generosamente nella via della perfezione. Se abbiamo perduta la grazia, dobbiamo implorarla da Colui che ne è la fonte. «Tutti. — dice S. Arrostino — con piena fede e certa fiducia, si accostino all’Autore della vita, affinché quelli che hanno la vita vivano d’una vita più piena e perfetta, e quelli che sono morti tornino a vivere» (Serm. 98, 7). Durante questa vita mortale Dio non abbandona mai il peccatore del tutto. Egli torna sovente a invitarlo alla conversione. Preghiamolo ardentemente che ci faccia sentire la sua voce; che ci scuota; che ci dia la forza di accoglierla. Diciamogli con grande fiducia: «Seconda col tuo aiuto i nostri voti, che tu pel primo c’inspiri » (Oremus nella Messa di Pasqua). Se, per nostra fortuna, serviamo fedelmente il Signore, ricordiamoci che « dipende dalla sua misericordia, se noi possiamo perseverare a prestargli servizio » (S. Ilario, Tract. in Ps CXVIII, 10). Rallegrati della grazia del Signore, se la possiedi, « non devi stimare, però, di possedere un dono di Dio, come per diritto ereditario, così da essere sicuro come se non lo potessi mai perdere» (S. Bernardo, In Cant. cantic. Serm. 21,5). Anche qui c’è bisogno dunque della preghiera. Dobbiamo rivolgerci a Dio e supplicarlo che ci tenga sempre lontani da ciò che è nocivo, e che ci diriga con la sua grazia. Anche coloro che s’adoperano sul serio a render fruttifera la grazia di Dio, vanno soggetti a momenti di stanchezza e di sfiducia. Sarà sempre quella che è chiamata l’arma dei deboli, che bisogna usare in quei momenti. « Quando adunque ti senti abbattere dalla tiepidezza, dall’accidia e dalla noia, non devi sfiduciarti o desistere dall’esercizio spirituale, ma chiedi la mano di Colui che aiuta» ( S. Bern. 1. c.). Se la voce di Dio non l’abbiamo ascoltata per il passato, ascoltiamola ora. Essa verrà ancora a scuoterci. Camillo de Lellis sente a 18 anni la voce della grazia che lo invita a lasciare il mondo, quando, rimasto orfano di padre, con una piaga al piede che lo rende inabile a1 servizio militare, edificato dal contegno di due cappuccini, fa voto di entrare nel loro ordine. Ben presto, però, dimentica il proposito. Scacciato dall’ospedale degli incurabili a Roma pel suo carattere rissoso e insubordinato, si dà alle armi. Guarito per virtù dei sacramenti da un’infermità che lo riduce in fin di vita, si getta a nuove avventure, mettendosi al servizio della Spagna. Giunto a Napoli, dopo esser stato liberato da una terribile tempesta per la protezione della Vergine, si dà così pazzamente al giuoco, da perdervi armi e abiti. Costretto dalla necessità a condur calce nella costruzione di un convento in Manfredonia tra gli insulti e gli scherni, egli il discendente di nobile prosapia, che era andato in cerca di celebrità e gloria nella professione delle armi, non si decide ancora a ritornare a Dio. Un giorno, lungo una via deserta che conduce al convento di Manfredonia, ripensa alle gravi parole udite la sera innanzi da uno zelante padre cappuccino. Dio gli manda un raggio splendente della sua grazia, e Camillo, novello Saulo, sceso dal giumento, si getta a terra ed esclama : « O me infelice! Perché non ho conosciuto prima il mio Dio e non l’ho servito?… Perché ho sempre resistito ostinatamente alla sua grazia?…» (Der heil. Kamillus T. Lellis und sein Orden. Freiburg, 1914, p. 11). Se, come Camillo De Lellis, per il passato abbiam sempre resistito ostinatamente alla grazia del Signore, pieghiamoci finalmente come lui e diamoci vinti. Meglio tardi che mai. Rinunciamo oggi stesso, in questo momento, al peccato. Cominciamo oggi stesso, in questo momento, nelle circostanze in cui ci ha posti la Provvidenza, a servir Dio. Mettiamoci subito a fare quanto avremmo voluto aver fatto in punto di morte. Con la Chiesa preghiamo Dio che ci faccia docili. «La tua grazia, te ne preghiamo o Signore, ci preceda sempre e ci segua: e ci conceda di esser sempre occupati in opere buone» (Oremus della messa della Dom. XVI di Pentecoste).

 Graduale

Ps XC,11-12

Angelis suis Deus mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum.

[Dio ha mandato gli Ángeli presso di te, affinché ti custodíscano in tutti i tuoi passi. Essi ti porteranno in palmo di mano, ché il tuo piede non inciampi nella pietra.]

Tractus.

Ps XC: 1-7; XC: 11-16

Qui hábitat in adjutório Altíssimi, in protectióne Dei cœli commorántur.

V. Dicet Dómino: Suscéptor meus es tu et refúgium meum: Deus meus, sperábo in eum.

V. Quóniam ipse liberávit me de láqueo venántium et a verbo áspero.

V. Scápulis suis obumbrábit tibi, et sub pennis ejus sperábis.

V. Scuto circúmdabit te véritas ejus: non timébis a timóre noctúrno.

V. A sagitta volánte per diem, a negótio perambulánte in ténebris, a ruína et dæmónio meridiáno.

V. Cadent a látere tuo mille, et decem mília a dextris tuis: tibi autem non appropinquábit.

V. Quóniam Angelis suis mandávit de te, ut custódiant te in ómnibus viis tuis.

V. In mánibus portábunt te, ne umquam offéndas ad lápidem pedem tuum,

V. Super áspidem et basilíscum ambulábis, et conculcábis leónem et dracónem.

V. Quóniam in me sperávit, liberábo eum: prótegam eum, quóniam cognóvit nomen meum,

V. Invocábit me, et ego exáudiam eum: cum ipso sum in tribulatióne,

V. Erípiam eum et glorificábo eum: longitúdine diérum adimplébo eum, et osténdam illi salutáre meum.

[Chi abita sotto l’égida dell’Altissimo, e si ricovera sotto la protezione di Dio.

Dica al Signore: Tu sei il mio difensore e il mio asilo: il mio Dio nel quale ho fiducia.

Egli mi ha liberato dal laccio dei cacciatori e da un caso funesto.

Con le sue penne ti farà schermo, e sotto le sue ali sarai tranquillo.

La sua fedeltà ti sarà di scudo: non dovrai temere i pericoli notturni.

Né saetta spiccata di giorno, né peste che serpeggia nelle tenebre, né morbo che fa strage al meriggio.

Mille cadranno al tuo fianco e dieci mila alla tua destra: ma nessun male ti raggiungerà.

V. Poiché ha mandato gli Angeli presso di te, perché ti custodiscano in tutti i tuoi passi.

Ti porteranno in palma di mano, affinché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Camminerai sull’aspide e sul basilisco, e calpesterai il leone e il dragone.

«Poiché sperò in me, lo libererò: lo proteggerò, perché riconosce il mio nome.

Appena mi invocherà, lo esaudirò: sarò con lui nella tribolazione.

Lo libererò e lo glorificherò: lo sazierò di lunghi giorni, e lo farò partécipe della mia salvezza».]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt IV: 1-11

“In illo témpore: Ductus est Jesus in desértum a Spíritu, ut tentarétur a diábolo. Et cum jejunásset quadragínta diébus et quadragínta nóctibus, postea esúriit. Et accédens tentátor, dixit ei: Si Fílius Dei es, dic, ut lápides isti panes fiant. Qui respóndens, dixit: Scriptum est: Non in solo pane vivit homo, sed in omni verbo, quod procédit de ore Dei. Tunc assúmpsit eum diábolus in sanctam civitátem, et státuit eum super pinnáculum templi, et dixit ei: Si Fílius Dei es, mitte te deórsum. Scriptum est enim: Quia Angelis suis mandávit de te, et in mánibus tollent te, ne forte offéndas ad lápidem pedem tuum. Ait illi Jesus: Rursum scriptum est: Non tentábis Dóminum, Deum tuum. Iterum assúmpsit eum diábolus in montem excélsum valde: et ostendit ei ómnia regna mundi et glóriam eórum, et dixit ei: Hæc ómnia tibi dabo, si cadens adoráveris me. Tunc dicit ei Jesus: Vade, Sátana; scriptum est enim: Dóminum, Deum tuum, adorábis, et illi soli sérvies. Tunc relíquit eum diábolus: et ecce, Angeli accessérunt et ministrábant ei.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XV.

“Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. E accostatoglisi il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giù; imperocché sta scritto: che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, Satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che gli si accostarono gli Angeli, e lo servivano” (Matth. IV, 1- 11).

Quanto più si studia il Santo Vangelo, tanto più si viene a riconoscere l’immensa bontà, che Gesù Cristo ebbe per gli uomini. Volendo egli essere il loro perfettissimo modello in tutte le circostanze della vita, dopo di avere con una umiltà ammirabile ricevuto il battesimo, che amministrava S. Giovanni Battista, per seguire l’impulso dello spirito di Dio, disceso sopra di Lui, si recò nel deserto a subire le tentazioni del demonio. E ciò Egli fece appunto, sia per avvertir noi delle prove, a cui ci sottopone la nostra condizione, sia per mostrarci col suo esempio i mezzi, che abbiamo per scampare dal pericolo, sia ancora per meritarci la grazia di trar profitto dagli stessi assalti del demonio. Epperò ben a ragione diceva S. Agostino, che Gesù Cristo ha permesso al demonio di assalire Lui, perché pur troppo avrebbe pure assalito noi. Ecco adunque il Vangelo di questa prima domenica di quaresima: la tentazione di Gesù nel deserto. Ricordiamolo pertanto e facciamovi sopra qualche salutare considerazione.

1. In quel tempo, dice il Vangelo, vale a dire dopo il battesimo, Gesù fu condotto dallo spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo. E avendo digiunato quaranta giorni e quaranta notti, finalmente gli venne fame. Con queste prime parole il Vangelo di oggi mettendoci innanzi l’esempio della penitenza di Gesù Cristo, ci mostra senz’altro l’obbligo, che noi abbiamo della medesima, se vogliamo essere a Lui conformi. Imperocché se Gesù Cristo che era l’innocenza in persona volle tuttavia darsi alla penitenza, che cosa non dovremo fare noi, che non siamo più innocenti? Ecco adunque perché la Chiesa, massime in questo tempo, a nome di Dio e di Gesù Cristo tanto ci raccomanda la penitenza. Che se la poca salute, la giovane età, il lavoro e lo studio, in cui dobbiamo occuparci, ci impediscono le vere penitenze, facciamo quel tanto che per noi si può. Non mancano modi di supplire a tale impotenza, mentre sotto il nome di penitenza si comprendono tutte le opere afflittive, che riescono di mortificazione o al corpo o allo spirito. Tali sono l’astenersi da certe ricreazione e passatempi, non solo pericolosi, come sarebbero gli spettacoli del mondo, ma anche da certi altri per sé leciti ed onesti. Mortificar la curiosità, che ci tira a voler sapere molte cose inutili; mortificar gli occhi tenendoli modesti e ben custoditi; mortificare la lingua, evitando tante ciarle oziose, tanti discorsi vani, e amando il silenzio e il raccoglimento; mortificar la gola, privandoci di certi cibi più ghiotti, di certe bevande geniali; mortificare la vanità del vestire e la smania di comparire, vestendo con tutta semplicità senza seguire le pazze mode del mondo, e lasciando le pompe e le gale: sopportar pazientemente le intemperie delle varie stagioni senza lamentarci; fuggir la delicatezza e la mollezza, che ci fanno cercare in tutto ogni nostra comodità e contentamento, sono tanti bei modi di far penitenza.Buona materia di penitenza ci daranno anche i doveri del proprio stato, sopportando con rassegnazione i pesi, le noie, gli imbarazzi e le fatiche, che arrecano con sé, facendo tutto con esattezza e con buon ordine, senza stancarci, e offrendo tutto a Dio per soddisfazione dei peccati commessi. Così anche la violenza che dobbiamofare a noi stessi per vincere le passionie i rispetti umani, per mortificare la nostra cattiva volontà, per superare le tentazioni, che ci combattono, per praticare con fedeltà e costanza i mezzi necessari per conservarci e crescere sempre più nella grazia di Dio, per tenerci lontani dalle occasioni e pericoli di peccare. Ottima penitenzaè pure la pazienza nel sopportare le tribolazionie le croci, che in tante maniere ci affliggono, prendendo tutto con rassegnazione dalle mani di Dio, senza brontolare, confessandoci meritevoli di molto peggio, e unendo i nostri patimenti a quelli di Gesù Cristo in espiazione delle nostre colpe.Tuttavia, sebbene in tutti questi modi noi possiamo fare penitenza, resta sempre doveroso il digiuno per chi ne ha la possibilità ed ha compiuto il ventunesimo anno. Il digiuno viene indicato dallo stesso Redentore come un’arma potente nelle mani del Cristiano per vincere le tentazionidel demonio. Affinché l’anima sia forte, è d’uopo che sia affievolito il corpo. Allorché io son debole, dice l’Apostolo, allora è ch’io son forte! Imperocché la virtù si perfeziona nella debolezza. Il Cristiano ò forte nella debolezza, dice S. Ambrogio, quando la sua carne è mortificata dai digiuni, e l’anima sua impinguata dalla purità, giacché quanto alimento si sottrae al corpo, altrettanta santità e grazia si aggiunge all’anima. E tale appunto è stato lo spirito della Chiesa nella istituzione del digiuno e della quaresimale penitenza; e quanti Cristiani non vogliono intendere questo spirito della Chiesa e trattano il digiuno con una leggerezza inconcepibile, cercando di accomodare alla loro debolezza le sante prescrizioni della quaresima, sono Cristiani che non pensano punto a conformarsi all’esempio di nostro Signor Gesù Cristo, e che di Cristiano hanno il nome, ma non le opere. Abbiamo adunque coraggio e buona volontà, certi che quanto più con la penitenza pagheremo di qua, tanto di meno ci resterà a pagare di là; e così accumuleremo un bel capitale di meriti da contrapporre ai debiti contratti coi peccati commessi. Mentre siamo in vita Iddio si contenta di poco; ma dopo morte usa una giustizia più rigorosa. Un sol giorno di purgatorio arreca più pena e tormento che non tutti insieme i patimenti di questo mondo. Il far penitenza ci costa, è vero, qualche disagio e travaglio; ma animiamoci ancora col riflettere alla gloria e beatitudine eterna, che ci procura. Felici noi, se, come ebbe a dire S. Giovanni della Croce comparso dopo morte, potessimo ripetere: Benedette penitenze, che mi avete fruttato tanta contentezza e tanta gloria in cielo per tutta la beata eternità!

2. Prosegue il santo Vangelo dicendo: « E accostatosegli il tentatore, disse: Se tu sei Figliuol di Dio, di’ che queste pietre diventino pani. Ma Egli rispondendo, disse: Sta scritto: Non di solo pane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Allora il diavolo lo menò nella città santa, e poselo sulla sommità del tempio, e gli disse: Se tu sei Figliuolo di Dio, gettati giti; imperocché sta scritto, che ha commesso ai suoi angeli la cura di te, ed essi ti porteranno sulle mani, affinché non inciampi talvolta col tuo piede nella pietra. Gesù disse: Sta anche scritto: Non tenterai il Signore Dio tuo. Di nuovo il diavolo lo menò sopra un monte molto elevato; e fecegli vedere tutti i regni del mondo, e la loro magnificenza; e gli disse: Tutto questo io ti darò, se prostrato mi adorerai. Allora Gesù gli disse: Vattene, satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi Lui solo. Allora il diavolo lo lasciò; ed ecco che se gli accostarono gli Angeli e lo servirono ».

Ora da tutte le diverse tentazioni che Gesù Cristo permise al demonio di rivolgergli contro, e da tutti i diversi modi, con cui gliele rivolse, si rende chiaro come Gesù voglia anzitutto che noi per guardarcene fissiamo bene la nostra attenzione sulla malizia del demonio, poiché quanto meglio conosceremo la malignità d’un nostro nemico, tanto maggior impegno noi metteremo ad evitarla. Or bene quale e quanta è la malizia del demonio! – Il demonio, nota S. Cipriano, è chiamato serpente, perché a mo’ del serpe striscia e insensibilmente s’insinua, nascondendo il suo avanzarsi, affine d’ingannare. Così grande è la sua astuzia, così fine e scaltre sono le sue arti, che, per così dire, fa scambiar il giorno con la notte, il veleno col rimedio. Di questo modo, sostituendo la menzogna alla verità, giunge a togliere di mezzo la verità medesima. Epperciò S. Paolo ammoniva i Corinti che satana si trasforma in angelo di luce affine di sedurre. La malizia, la scaltrezza, gli artifizi di satana in ciò principalmente si manifestano: che osserva e guarda i luoghi meno muniti e difesi, secondochè dice S. Gerolamo; e che non presenta mai all’uomo, come notava già S. Giovanni Crisostomo, il peccato allo scoperto, ma sempre travestito e camuffato. Egli ne cela la bruttezza e gli dà l’apparenza ed il nome di dolcezza, di felicità, e ben anche di virtù. Audacissimo come è, vorrebbe pure, dove l’osasse e il potesse, farci di primo getto cattivi al pari di lui, ma scaltro di troppo, ei prevede che sconcerebbe l’opera sua; vorrebbe pure assalirci a forza aperta, ma, maligno al sommo, teme che la preda gli scappi; quindi egli procede per gradi, come appunto cercò di fare con lo stesso Gesù Cristo, tentandolo prima di sensualità, poi di vanità e di orgoglio, e da ultimo di ambizione e di amore alle ricchezze. Anzi egli studia le particolari inclinazioni e vi si adatta: quindi non solleticherà di lussuria l’avaro, né tenterà d’avarizia l’impudico: trasporterà invece l’ambizioso a vagheggiare grandi onori; spianerà l’orgoglioso ad adorare se medesimo; stuzzicherà la fame nell’uomo dato alla gola. In un modo seduce il libertino, in un altro il savio, differentemente ancora lo scrupoloso. Assale il fanciullo, il giovane, l’uomo maturo, il vecchio, ciascuno secondo l’età, la complessione, l’inclinazione propria. Di questo attacca il corpo, di quello lo spirito: talora ferisce all’esterno, tal’altra all’interno; tasta il lato debole e per questo monta all’assalto; presenta il fiore e nasconde la spina; indora il calice e vi mesce il veleno. Osservate, ei va gridando, com’è bello questo fiore! che soave olezzo tramanda! Vedete com’è elegante questa coppa! Ah, se assaggiaste che soave e delizioso liquore essa contiene! bevete, tracannate. Alla fin fine non è che un pensiero, dice lo spirito maligno, un semplice sguardo, una piccola compiacenza. Provate; poi ve ne asterrete a vostro talento: ecchè? voi cercate il piacere e non l’assaporerete? Così agisce il demonio. E se tale è la sua malizia, non importa adunque di usare la massima attenzione per guardarsene e riportarne vittoria? Ed ecco perciò come nostro Signor Gesù Cristo dopo d’averci fatto riflettere sulla malizia del demonio vuole altresì, che noi consideriamo attentamente in che modo Egli la combatté e la vinse, affine di far noi il somigliante.

3. Ed in qual modo Gesù combatté e vinse il demonio? Col non fermarsi punto a ragionare e discutere con lui, col metterlo in imbarazzo con la sua profonda umiltà. Così appunto riconoscono e S. Girolamo, e S. Agostino, e S. Ambrogio. Ed in vero alla prima tentazione di fare un miracolo col convertire le pietre in pane, Gesù rispose: Non di solo liane vive l’uomo, ma di qualunque cosa che Dio comanda. Alla seconda tentazione di gettarsi giù dal pinnacolo del tempio, confidato nell’assistenza degli Angeli, Gesti rispose: Sta scritto: non tenterai il Signore Dio tuo. Ed alla terza tentazione di guadagnare tuttii regni del mondo con l’adorazione del demonio,rispose anche più arditamente di prima: Vattene satana, imperocché sta scritto: Adora il Signore Dio tuo, e servi lui solo. Or ecco i mezzi, che dobbiamo ad operar anche noi per riportar vittoria nelle tentazioni. Anzi tutto non discutere col demonio, ma romperla tosto non appena siamo tentati, ed anche prima di essere tentati, col fuggire risolutamente le occasioni. Chi non è risoluto di fuggire le occasioni ed i pericoli, e non li fugge davvero, farà ridere il demonio, quand’anche andasse a confessarsi sovente e facesse i più santi propositi. Bisogna fuggire, bisogna star lontani, aver paura, e non fidarsi della buona volontà risoluta, che sembra di avere. Chi ama il pericolo, dice il Signore, in esso perirà. E ciò vale in genere per ogni peccato; ma in modo particolare per il maledetto peccato della disonestà, che porta tante anime in perdizione. Il peccatore disonesto non si libera certo dal suo vizio abbominevole, se non fugge a tutto potere le cattive compagnie, i discorsi osceni, gli sguardi immodesti, le famigliarità e le confidenze peccaminose, la libertà di trattare, le letture cattive, i trattenimenti pericolosi e tutti quegli oggetti, quelle persone, quei luoghi, che gli sono di incentivo e di stimolo al peccato. Ricadrà di continuo nei suoi peccati, e fino a tanto che continua volontariamente nelle occasioni prossime, non gli giovano i Sacramenti, non gli servono le orazioni, le pratiche di pietà e tutti gli altri mezzi. Egli è abbandonato da Dio, mentre col mettersi nell’occasione si getta volontariamente fra le braccia del demonio. Bisogna adunque fuggire ad ogni costo, per quanto si può, pronti a qualunque sacrificio, perché  si tratta dell’anima. « Se il tuo occhio, dice Gesù Cristo, ti è occasione di peccato, cavalo e gettalo via. Sarà meglio andar in Paradiso con un occhio solo, che con due precipitar nell’inferno (Matth. XVIII, 9) ». Non basta chiudere l’occhio, ma bisogna cavarlo e gettarlo via, e ciò significa che, per quanto è possibile, bisogna ad ogni costo lasciare e fuggire quei luoghi, quelle persone, quegli oggetti, quei trattenimenti, che ci sono occasione di peccato, ci fossero anche cari ed utili quanto gli occhi. Le mezze misure non bastano: e tutte le ragioni che arrecano certi infelici per non troncare le occasioni prossime volontarie, in cui stanno avviluppati, non sono di solito, che pretesti e scuse vanissime loro suggerite dalla passione e dal demonio per tradirli e trascinarli in perdizione. Oh Dio! quanti vi son precipitati per questa strada fatale delle cattive occasioni! Quanti per non aver fuggito le occasioni pericolose, anche nel punto di morte sono ricaduti nei loro peccati e sono passati all’eternità nella disperazione! Eppure per alcuni non valgono nemmeno queste gravissime considerazioni per tenerli lontani dall’occasione del peccato. A costoro converrebbe almeno che capitasse quel che S. Agostino racconta essere capitato ad un Cristiano di tal fatta. Racconta questo santo, che un certo uomo per quanto fosse avvisato, pregato, scongiurato da persone zelanti di abbandonare una casa che frequentava con grande scandalo, e con grave danno dell’anima propria, perché gli era occasione di peccato, mai volle indursi a lasciarla, dicendo che non poteva farlo, mettendo in campo mille ragioni e pretesti. Un giorno avvenne che in quella stessa casa gli fu regalato un carico di bastonate veramente solenni. Credereste? Subito abbandonò la casa; tutta l’impossibilità sparì, e di lì innanzi non si vedeva neppur passare per quella contrada. Quello che non poterono il timore di Dio, e l’amor dell’anima, come diceva poi S. Agostino, giunse ad ottenerlo il bastone. Che bel rimedio sarebbe questo per togliere a tanti l’impossibilità, che pretendono avere di abbandonare le male pratiche, una cattiva compagnia e tante altre occasioni di peccato! Che predica efficace sarebbe quella del bastone!Ma il fuggire le occasioni non basta ancora per vincere le tentazioni: ci vuole inoltre una grande umiltà, vale a dire una tale diffidenza di noi medesimi che ci induca a mettere ogni confidenza in Dio, ed a ricorrere a Lui prontamente per aiuto. Deboli come siamo, la minima tentazione può farci cadere: perciò, ogni nostro aiuto essendo posto nella grazia del Signore, bisogna  a Lui ricorrere, confessargli la nostra impotenza, domandargli che ci risparmi quelle grandi tentazioni in cui soccomberemmo, e che in quelle altre, con le quali ci vuole sperimentare, si degni sostenerci, e darci forza d’uscirne vittoriosi.Soccorsi e protetti da Dio, non abbiamo nulla a temere; essendo Egli assai potente da farci vincere qualunque tentazione e da rendercele anche utili. E Dio ci proteggerà, quando non ci esporremo temerariamente al pericolo, e se gli chiederemo aiuto nelle tentazioni che non possiamo evitare. Allora non saremo soli a combattere, ma Dio combatterà con noi, e perciò sicura sarà la vittoria. S. Benedetto mentre se ne stava nella sua grotta di Subiaco, intento notte e giorno nella preghiera, venne assalito da una forte tentazione contro la purità. Di cuore pregò Dio che ne lo liberasse. Ma vedendo che continuava, comprese che il Signore lo voleva mettere alla prova, voleva cioè che combattesse. Perciò spogliatosi delle sue vesti, si gettò fra le spine e le ortiche, e vi si ravvoltolò di modo, che ne uscì tutto grondarne sangue per le ferite che aveva fatte al suo corpo. In questo modo trionfò di quel terribile assalto che il demonio gli aveva dato. Seguiamo ancor noi questi ammirabili esempi dei Santi. Piuttosto di cedere alle tentazioni, sottomettiamoci anche noi, se ciò è necessario, a qualche grave mortificazione, ed allora, dopo di aver sempre vinto il demonio nel corso di nostra vita, ci sarà dato certamente di poterlo vincere, anche al punto di morte. E gli Angeli, come dopo le tentazioni di Gesù Cristo si presentarono a Lui per servirlo, in quell’estremo punto, dopo d’averci protetti in vita, verranno a prendere l’anima nostra per portarla in seno a Dio.

 Credo …

Offertorium

Orémus Ps XC: 4-5:

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus. [Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Secreta

Sacrifícium quadragesimális inítii sollémniter immolámus, te, Dómine, deprecántes: ut, cum epulárum restrictióne carnálium, a noxiis quoque voluptátibus temperémus.

[Ti offriamo solennemente questo sacrificio all’inizio della quarésima, pregandoti, o Signore, perché non soltanto ci asteniamo dai cibi di carne, ma anche dai cattivi piaceri.]

Communio

Ps XC: 4-5

Scápulis suis obumbrábit tibi Dóminus, et sub pennis ejus sperábis: scuto circúmdabit te véritas ejus.

[Con le sue penne ti farà schermo, il Signore, e sotto le sue ali sarai tranquillo: la sua fedeltà ti sarà di scudo.]

Postcommunio

Orémus.

Qui nos, Dómine, sacraménti libátio sancta restáuret: et a vetustáte purgátos, in mystérii salutáris fáciat transíre consórtium. [Ci ristori, o Signore, la libazione del tuo Sacramento, e, dopo averci liberati dall’uomo vecchio, ci conduca alla partecipazione del mistero della salvezza.]