CONOSCERE SAN PAOLO (43)

LIBRO V

I canali della redenzione.

CAPO II.

I Sacramenti.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

Nel NUOVO Testamento non vi è un termine generico il quale indichi i riti simbolici istituiti da Gesù Cristo per conferire la grazia. Siccome μυστήριον (= musterion), tradotto assai sovente per sacramentum nella Bibbia latina, prende qualche volta il significato di simbolo o di segno sacro, esso è sembrato il più adatto per esprimere i veicoli sensibili della grazia, quando si ebbe l’idea di comprenderli tutti sotto un nome unico. Assai presto furono così chiamati il Battesimo, l’imposizione delle mani che lo sigilla, e l’Eucaristia che lo accompagna; ma la natura speciale di questi tre riti, che incorporano il neofìto all’assemblea cristiana e che fanno pensare alle iniziazioni religiose del paganesimo, rendeva difficile l’estensione del nome di misteri agli altri sacramenti. La parola latina corrispondente sacramentum si prestava meglio, per la sua stessa indeterminatezza, a significare istituzioni disparate che di comune avevano bensì il carattere sacro, ma le cui relazioni colpivano meno, a prima vista, che non le loro differenze specifiche: questo nome perciò è già applicato a tutti o a quasi tutti i sacramenti da sant’Agostino il quale in questo altro non fa che generalizzare l’usanza di Tertulliano e di san Cipriano. Tra i sette sacramenti della Chiesa, l’estrema unzione non è menzionata da san Paolo; molto probabilmente neppure la penitenza. Invece le sue allusioni al Battesimo e, per concomitanza, alla confermazione, sono assai frequenti; il suo insegnamento sopra l’Eucaristia è più completo che quello degli evangelisti; le sue asserzioni riguardo all’Ordine e al Matrimonio permettono di conchiudere che egli li considera come segni sacri che conferiscono la grazia, senza che si possa inferirne direttamente che egli li creda istituiti da Gesù. Cristo.

I. IL BATTESIMO.

1 . SIMBOLISMO MULTIPLO DEL BATTESIMO. — 2. MORTE E RISURREZIONE MISTICHE. — 3. LA FEDE E IL BATTESIMO.

1 . Il rito del Battesimo per immersione, che fu la pratica ordinaria della Chiesa primitiva, si può considerare sotto almeno quattro aspetti simbolici: come bagno sacro, simbolo di purificazione interiore; come ritorno alla luce, simbolo d’illuminazione spirituale; come seppellimento mistico, simbolo della morte dell’uomo vecchio e di unione alla morte del Cristo; come risurrezione mistica, simbolo di rigenerazione e di vita nuova. – Più tardi il simbolismo si arricchì di due nuovi elementi: l’unzione, emblema dell’innesto del neofito sul vero olivo, e il cambiamento di abito, emblema della trasformazione morale: ma questo doppio simbolismo, sia o non sia suggerito dal linguaggio di san Paolo, qui non deve occuparci, perché non vi è nulla che dimostri che esso risalga all’età apostolica. Dei quattro aspetti sopra indicati, il primo, quello evocato anzitutto dall’etimologia e che più naturalmente ci viene in mente, fu anche il più comune in origine. – Il secondo fu particolarmente in onore a partire dal secondo secolo; secondo san Giustino, illuminare e illuminazione diventarono sinonimi di « battezzare » e di « battesimo » . Queste maniere di parlare e di concepire sono familiari a Paolo. I Cristiani hanno « gli occhi del cuore illuminati (Ephes. I, 18) » sono « figli di luce e figli del giorno (I Tess. V, 5) ». Anzi la luce che li penetra nel Battesimo li cambia in focolari luminosi; « essi riflettono la luce e la diffondono come risplende e irradia un cristallo colpito dai raggi del sole: essi risplendono come « luminari stessi nel mondo (Fil. II, 15) » e sono essi medesimi « luce nel Signore (Ephes. V, 8) ». Paolo non ignora neppure che il Battesimo sia un « bagno di rigenerazione e di rinnovamento (Tit. III, 5) »: che tutti i fedeli siano in esso « purificati, santificati, giustificati (I Cor. VI) », che Gesù Cristo, volendosi preparare una sposa perfetta e degna di Lui, la santifica « purificandola col bagno dell’acqua nella parola (Ephes. V, 26) ». Certamente qui non si tratta di una purificazione materiale: il lavacro battesimale deve la sua efficacia alla parola onnipotente che lo innalza alla dignità di rito sacramentale. Tuttavia non è né la purificazione dell’anima mediante la remissione dei peccati, né l’illuminazione dell’intelligenza mediante la fede quella che san Paolo vuol mettere in rilievo quando parla del Battesimo: egli fa rilevare la morte e la risurrezione mistica, figurate e prodotte dal Sacramento.

2. La rinascita dell’uomo ha per condizione essenziale una morte precedente. Gesù Cristo è salvatore soltanto per mezzo della croce e non ci salva altrimenti che con l’associarci alla sua morte. Ma per diventare salutare, bisogna che questa morte ideale si realizzi in ciascuno di noi, e questo avviene appunto nel Battesimo:

“Ignorate forse che noi tutti che fummo battezzati nella sua morte! Noi fummo dunque seppelliti con Lui per mezzo del Battesimo (il quale è) nella sua morte, affinché, come il Cristo risuscitò da morte per la gloria del Padre, così pure anche noi camminiamo nella novità della vita. Se infatti noi siamo stati innestati su Lui per la somiglianza della sua morte, lo saremo pure per (quella della) risurrezione, sapendo che il nostro vecchio uomo fu crocifisso con Lui affinché il corpo del peccato fosse distrutto, perché noi non siamo più schiavi del peccato; infatti colui che è morto è liberato dal peccato (Rom. VI, 3-7). – In poche parole questo testo condensa con una meravigliosa pienezza di lignificato gli effetti immediati del Battesimo, i beni che ci assicura nell’avvenire, i doveri che c’impone nel presente. Perché non si distinguono questi diversi aspetti, esegeti e teologi mettono insieme idee disparate e trasformano una delle più belle pagine di san Paolo in un insipido pasticcio. Qui noi non dobbiamo occuparci che dei frutti immediati del Battesimo. Essere battezzati nella morte del Cristo, vuol dire essere battezzati nel Cristo morente, vuol dire essere incorporati al Cristo nell’atto medesimo in cui ci salva, vuol dire morire misticamente con Colui che ha sofferto la morte in nome e a vantaggio di tutti. Questa morte mistica è una realtà, poiché gli effetti ne sono realissimi: morte al peccato, morte all’uomo vecchio, morte alla Legge. – Se si volesse credere a certi commentatori protestanti, la morte al peccato altro non sarebbe che il risultato di una finzione legale; Dio ci considererebbe come morti, al modo stesso con cui ci considera come giusti, senza che vi sia in noi nulla di mutato. Al più essi fanno consistere il cambiamento in una rottura decisiva della volontà col peccato, con i suoi istinti e con le sue aspirazioni, e questo sotto l’impero sempre rinnovato della fede nella morte del Cristo per il peccato. Questa spiegazione non spiega nulla. Che il Cristiano, dal fatto del suo Battesimo, contragga il dovere di perseverare in uno stato di morte, relativamente al peccato, è cosa che nessuno contesta, ma questo dovere, se si analizza, implica un cambiamento interiore di ordine morale. San Paolo non si contenta di dire: « Morire al peccato », ma dice: « Voi siete morti al peccato ». Morire al peccato vuol dunque dire spogliarsi della lordura del peccato; ma nel tempo stesso è anche essere liberati dalla sua tirannia ed essere messi in grado di resistere ai suoi ulteriori assalti. Non v i è restrizione né eccezione: peccato originale, peccati attuali, tutto ciò che si chiama peccato nel vero senso della parola, tutto è svanito col Battesimo; poiché « non vi è più condanna per quelli che sono nel Cristo Gesù (Rom. VIII, 1)) ». Ieri potevano essere idolatri, impudichi, ladri, detrattori, bestemmiatori; ora sono stati « purificati, santificati, giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo (I Cor. VI, 11) ». La morte all’uomo vecchio è una conseguenza della morte al peccato. Quando fummo battezzati nella morte del Cristo, « il nostro vecchio uomo fu crocifisso con Lui (Rom. VI, 6) ». L’uomo vecchio significa tutto ciò che abbiamo di comune col primo Adamo, tutto ciò che direttamente o indirettamente abbiamo da Lui, come capo religioso dell’umanità. Tutto questo perisce per il fatto della nostra unione col secondo Adamo. È poi evidente che la morte all’uomo vecchio è progressiva, perché l’inclinazione al male sussiste anche nell’uomo rigenerato; ma l’uomo vecchio ha ricevuto il colpo mortale; con l’antidoto della grazia, la concupiscenza, chiamata qui « il corpo del peccato » è resa inerte e inoffensiva. – Sembra pure che il Battesimo cristiano sia una morte alla Legge mosaica: « Per la Legge, io sono morto alla Legge per vivere a Dio; sono stato crocifisso col Cristo; non sono dunque più io che vivo, ma è il Cristo che vive in me. — Fratelli miei, voi siete morti alla Legge per il Corpo del Cristo… Ora noi siamo stati liberati dalla Legge, essendo morti a questa (Legge) che ci teneva » prigionieri (Gal. II, 19; Rom. VII, 6). In quest’ultimo passo l’allusione al Battesimo appare evidente; è infatti il Battesimo che mette termine a tutte le nostre schiavitù: « Colui che è morto è libero dal peccato » e da tutte le sue conseguenze. Probabilmente si deve dire altrettanto del testo precedente; poiché in quale momento l’Apostolo fu crocifisso con Gesù Cristo, se non nel rito battesimale che lo univa al Cristo morente? Non senza motivo l’Apostolo stabilisce sempre un vincolo di connessione tra la morte e la risurrezione spirituali. È infatti impossibile morire al peccato senza cominciare a vivere alla grazia: « Se siamo morti col Cristo crediamo che vivremo anche con Lui . . . Se siamo stati innestati sopra di Lui con la somiglianza della sua morte, tali pure saremo con quella della sua risurrezione (Rom. VI, 8) ». La nostra nuova vita può anche non essere apparente ma esiste necessariamente perché è un corollario della nostra morte: « Voi siete morti, e la vostra vita è nascosta col Cristo in Dio (Col. III, 3) ». E come potrebbe essere altrimenti, se il Battesimo che è la tomba dell’uomo vecchio è pure la culla dell’uomo nuovo? (Col. II, 12). – Per ben comprendere questo linguaggio, bisogna avvicinare queste espressioni: « essere battezzati nelCristo » e « rivestire il Cristo ». Non possiamo dare ragione a coloro i quali pretendono che il senso etimologico di « battezzare » e il senso figurato di « rivestire » sono completamente scomparsi da questi modi di dire. Essere battezzati nel Cristo è essere immersi nel Cristo mistico, come nell’elemento naturale della nostra nuova vita; è dunque, in sostanza, la stessa cosa che essere battezzati nel corpo del Cristo, ossia incorporati al suo corpo mistico. Così pure rivestire il Cristo è essere avvolti da questa atmosfera divina, essere fatti membra viventi del Cristo, assoggettati a quella forza soprannaturale che si chiama l’anima della Chiesa e che altro non è che lo Spirito Santo. L’Apostolo è solito dire « rivestire il Cristo o il Signore Gesù Cristo, rivestire l’uomo nuovo, rivestire l’immortalità, rivestire le armi di luce, rivestire l’armatura di Dio, l’elmo della salute, la corazza della fede e della carità »; e in tutti questi esempi il senso figurato è trasparente. – Noi rivestiamo il Cristo non tanto come un mantello che copre la nostra miseria, quanto piuttosto come una forma vitale che ci fa partecipare alla sua vita. Quasi tutti i frutti del Battesimo, considerato come principio di una vita nuova, sono mirabilmente compendiati nel testo seguente: « Dio ci ha salvati col bagno di rigenerazione e di rinnovamento dello Spirito Santo, che ha sparso su noi con abbondanza per mezzo di Gesù Cristo nostro Salvatore, affinché, giustificati dalla sua grazia, noi diventiamo eredi, nella speranza, della vita eterna (Tit. III, 5-7) ». Da queste parole, trascurando i punti accessori, risulta che: — Il Battesimo è un bagno di rigenerazione e di rinnovamento: un bagno che purifica l’anima da tutte le macchie passate; di rigenerazione, perché è una seconda nascita per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo, che ci rende figli di Dio, come la prima ci ha costituiti schiavi del peccato: di rinnovamento, perché sotto l’influsso dello Spirito creatore il neofito si spoglia dell’uomo vecchio e riveste il nuovo, si trasforma in tutto il suo essere e diventa una nuova creatura. — Il Battesimo è inoltre il dono dello Spirito Santo diffuso nei nostri cuori dal Padre, con la mediazione del Figlio. — Finalmente il Battesimo ci rende eredi della vita eterna conferendoci la filiazione adottiva: eredi veri, benché il godimento effettivo del nostro patrimonio venga differito e che per questo titolo noi siamo soltanto eredi nella speranza; ma noi sappiamo che, da parte di Dio, la nostra speranza è certa.

3. Tutti gli effetti che abbiamo ora assegnati al battesimo — la giustizia, la vita, la salvezza, la filiazione adottiva, il possesso dello Spirito Santo — san Paolo li attribuisce pure alla fede. Da che cosa deriva questa stretta unione, questa mutua compenetrazione della fede e del Battesimo? Anzitutto vi è il sincronismo. Quasi tutti i destinatari delle lettere di Paolo avevano ricevuto nel tempo stesso il Battesimo e il dono della fede: questo doppio ricordo si confondeva nella loro memoria. L’istruzione dei catecumeni era allora sommaria: « Chiunque crederà e riceverà il Battesimo sarà salvo », aveva detto il Signore prima di salire al cielo, come se le due azioni fossero simultanee. Infatti i tre mila uomini convertiti d a san Pietro nella prima Pentecoste furono battezzati il giorno stesso (Act. II, 41); l’eunuco della regina Candace scese dal cocchio per ricevere il Battesimo dalle mani del diacono Filippo che lo aveva allora catechizzato (Act. VIII, 28); il carceriere di san Paolo fu battezzato con tutta la sua famiglia nella stessa notte in cui aveva abbracciata la fede (Act. XVI, 33); i dodici discepoli di Efeso, che avevano ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni, « credettero in Gesù e furono battezzati (Ct. XIX, 5) ». Una formola simile a questa riassume le fatiche dell’Apostolo a Corinto (Act. XVIII, 8). Non vi è ancora intervallo tra la fede e il Battesimo. A questo primo vincolo esteriore che risulta dalla simultaneità dei due atti e dall’identità dei due ricordi, se ne aggiunge un altro più intimo e che dipende dalla natura delle cose. Per san Paolo, la fede concreta, la fede normale, la fede che giustifica, non è un semplice assenso dell’intelligenza a una verità speculativa; è invece l’amen della ragione, della volontà, di tutto l’uomo al Vangelo, ossia all’economia della salvezza di cui Dio è autore e Gesù Cristo è araldo. Questa fede iniziale della quale soprattutto si occupa san Paolo, perché essa fu per lui medesimo, come per i suoi primi lettori, il punto decisivo della sua vita e il momento critico del suo destino, comprende dunque necessariamente, con l’offerta di se stesso a Dio, il voto implicito del Battesimo. Non soltanto non si può concepire il Battesimo di un adulto senza la fede, poiché non si può concepire senza la penitenza e senza la conversione a Dio, ma neppure la fede sincera e giustificante non si può concepire senza il desiderio del Battesimo. Per questa ragione la nostra rigenerazione spirituale è attribuita ora alla fede, ora al Battesimo, perché l’atto e il rito sono tra loro in una dipendenza reciproca ed esercitano una causalità comune. Il caso di un catecumeno sorpreso dalla morte prima di ricevere il Sacramento, non è chimerico; ma è accidentale ed eccezionale, e la teoria fa astrazione dalle eccezioni e dagli accidenti: « Voi tutti siete figli di Dio, per la fede, nel Cristo Gesù. Poiché voi tutti che foste battezzati nel Cristo v i siete rivestiti del Cristo (Ga. III, 26-27) ». – Così la filiazione adottiva è attribuita nel tempo stesso alla fede e al Battesimo. Voi non siete più, dice l’Apostolo, fanciullini come erano un tempo gli Ebrei ancora sotto tutela e sotto un pedagogo; voi siete figli di Dio (υἱοὶ Θεοῦ = uioi teou), giunti all’età matura, emancipati dalla Legge, in pieno possesso del vostro patrimonio e di tutti i vostri diritti; e voi siete tutto questo per la fede viva che vi unisce al Cristo Gesù e vi fa partecipare alle sue prerogative. Come non sareste voi figli di Dio? Battezzati nel Cristo, voi avete rivestito il Cristo. avete la forma del Cristo e per conseguenza la filiazione adottiva inerente a questa torma. Infatti è l’unione al Cristo quella che ci fa figli di Dio, e questa unione è operata dalla fede e dal Battesimo; ma né l’unione effettiva del Battesimo si può produrre senza l’unione della fede, né l’unione affettiva della fede avviene senza qualche relazione intrinseca con l’unione effettiva del Battesimo: e perché l’unione affettiva della fede tende essenzialmente all’unione effettiva del Battesimo, diventa essa medesima effettiva; così le due concezioni, non solo non sono opposte ma si riuniscono.

II. LA CRESIMA.

Essendo il conferimento dello Spirito Santo mediante l’imposizione delle mani così strettamente unito al Battesimo, i due atti sembravano non essere altro che le parti integranti di un medesimo rito. Senza dubbio la domanda rivolta da san Paolo ai discepoli di Efeso, che egli credeva battezzati col Battesimo cristiano, dimostra abbastanza che questi atti erano non soltanto distinti, ma separabili (Act. XIX, 2); e difatti i Samaritani battezzati dal diacono Filippo ricevettero lo Spirito Santo soltanto più tardi, all’arrivo degli Apostoli (Act. VIII, 17-18); tuttavia, siccome non vi era altro motivo di separare la Cresima dal Battesimo, che l’assenza di un ministro legittimo, questi due Sacramenti venivano ordinariamente conferiti insieme e formavano due articoli connessi della catechesi elementare. San Paolo, pure supponendo che i Cristiani abbiano ricevuto lo Spirito Santo nel Battesimo, ricorda l’imposizione delle mani soltanto a proposito del Sacramento dell’Ordine. Molti teologi vogliono vedere un’allusione alla Confermazione nel passo seguente: « Colui che ci fortifica con voi nel Cristo è Dio il quale ci ha pure segnati con un sigillo e ci ha dati i pegni dello Spirito (II Cor. I, 21-22) ». L’argomentazione fondata sopra questo testo è molto precaria. Essa non può appoggiarsi molto sui verbi fortificare o confermare (qui confirmat), sigillare (qui signavit), ungere (qui unxit), perché soltanto più tardi questi termini furono applicati alla Confermazione ed hanno come soggetto Dio, non già il sacro ministro. E poi qui non si tratta di tutti i fedeli, ma di Paolo e dei suoi compagni, specialmente di Silvano e di Timoteo; ora non si vede come mai potrebbero questi ultimi riferire ad un dono che è a loro comune con tutti i cristiani, il coraggio necessario agli apostoli per il degno esercizio del loro ministero. L’unzione dalla quale deriva quella forza divina, è la loro stessa vocazione all’apostolato, e il sigillo che li segna con la sua impronta, sono le operazioni dello Spirito Santo le quali autorizzano la loro missione. Vi è tuttavia un’allusione abbastanza chiara alla Confermazione, in un testo dove la maggior parte dei teologi non la scorgono: « Come il corpo è uno ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo, nonostante il loro numero, sono un solo corpo, così è del Cristo; poiché in un medesimo Spirito noi tutti, o Ebrei o Greci, o schiavi o liberi, fummo battezzati in un solo corpo, e tutti fummo abbeverati del medesimo Spirito (I Cor. XII, 13) ». Quattro ragioni ci fanno pensare che questa infusione dello Spirito indichi il Sacramento della Cresima: il verbo all’aoristo (ἐποφίσθημεν = epofistemen) non indica uno stato permanente, né una azione ripetuta con frequenza, ma un rito transitorio analogo e parallelo a quello del Battesimo. — D’altra parte non si può pensare al Battesimo stesso che è stato appunto nominato poco prima, né alla bevanda eucaristica che non si potrebbe riconoscere sotto questo enigma. — Le parole di Paolo descrivono la formazione del corpo mistico: col Battesimo il neofito è innestato sul Cristo, immerso nel Cristo, incorporato al Cristo; allora interviene lo Spirito Santo, anima della Chiesa, per infondergli una nuova vita; il conferimento dello Spirito Santo completa l’incorporazione del Battesimo. — Nell’Antico Testamento, come nel Nuovo, la missione dello Spirito di Dio si presenta ordinariamente sotto il simbolo di una effusione, di una pioggia, di un effluvio (Is. XII, 3; XXXII, 15; XLIV, 3; Ger. II, 13; Ezech. XLVII, 1; Zac. XII, 10; Gioel. II, 28, etc. Giov. VII, 39-40; Act. II, 17, 18, 33; Tit. III, 6, etc.). Vi è immagine più atta a indicare il rito sacro che rinnova e perpetua in seno alla Chiesa il miracolo della Pentecoste!

[continua]

SALVATION’S PILLS – PILLOLE DI SALVEZZA -1- : I. WHO MAY PREACH # II. Periodic abstinence.

I. WHO MAY PREACH [Chi può predicare?]

II. Periodic abstinence, misnamed “CATHOLIC BIRTH CONTROL ” [Astinenza periodica, erroneamente definita “Controllo cattolico delle nascite” ]

I. WHO MAY PREACH

CAN. 1342

1. Concionandi  facultas solis sacerdotibus vel diaconis fiat, non vero ceteris clericis, nisi rationabili de causa, iudicio Ordinarii et in casibus singularibus.

2. Concionari in ecclesia vetantur laici omnes, etsi religiosi.

[Solo i preti e i diaconi possono predicare; gli altri chierici solo in casi speciali col permesso del Vescovo, mai però i laici, sebbene religiosi.]

Only priests and deacons should be given the faculty of preaching, and no other clerics should be allowed to preach, except in particular cases and for a cause which the Ordinary deems reasonable.

Laymen, even though they may be religious, are forbidden to preach in church.

It is well known that some Oriental lay monks played a rather conspicuous part in the religious controversies of the fifth century. We need not wonder, therefore, that they were forbidden to preach, because this office demands a canonical mission.26 There is a remarkable decretal of Innocent III, which shows the ingenuity of some abbesses who, besides hearing confession, also delivered public homilies.27 This appeared as a novelty to the pope, who stopped the practice. Laymen, too, at times went so far as to hold secret conventicles and to despise the word of God when preached by priests.28 Wiclif and Huss were not the first to demand permission to preach to men and women alike.29

This prohibitive law is based on the requisite of jurisdiction, of which the faculty of preaching is a part.

[È noto esservi stata una parte piuttosto cospicua tra le controversie religiose del quinto secolo nei confronti di monaci laici orientali. Non dobbiamo quindi ora meravigliarci che fosse stato loro proibito predicare, perché questo ufficio richiede una missione canonica. C’è un importante decreto di Innocenzo III, che mostra l’ingenuità di alcune badesse che, oltre a confessare, facevano anche pubbliche omelie. Questo appariva come una novità al Papa, che ne fermò la pratica. Anche i laici, a volte si spingevano fino a ritenere convinzioni occulte e a disprezzare la parola di Dio quando veniva predicata dai Preti. Wiclif e Huss non furono i primi a chiedere il permesso di predicare agli uomini e alle donne. Questo divieto si basa sul requisito della giurisdizione, di cui la facoltà di predicare è una parte.]

26 See c. 19, C. 16, q. 1 (Leo I).
27 C. 10, X, III, 38.
28 C. 12, 14, X, V, 7.
29 Art. 37 (Denz., 581).

A COMMENTARY ON THE NEW CODE OF CANON LAW
By THE REV. P. CHAS. AUGUSTINE, O.S.B., D.D.
Professor of Canon Law
VOLUME VI
Administrative Law (Can. 1154-1551)
B. HERDER BOOK CO.
17 SOUTH BROADWAY, ST. Louis, Mo.
AND 68 GREAT RUSSELL ST. LONDON, W. C
1921
Cum Permissu Superiorum
NIHIL OBSTAT. F. G. Holweck, Censor Librorum
Sti. Ludovici, die 18. Nov. 1920.
IMPRIMATUR. + Joannes J. Glennon, Archiepiscopus Sti. Ludovici
Sti. Ludovici, die 22. Nov. 1920.
Copyright, 1920 by Joseph Gummersbach
All rights reserved. Printed in U.S.A.
VAIL-BALLOU COMPANY
BINGHAMTON AND NEW YORK
pp.362-363

II. Periodic abstinence, misnamed “Catholic Birth Control”

[Astinenza periodica, erroneamente definita “Controllo cattolico delle nascite”]

The sins of Married People

[I peccati degli sposati]

 760. N. B. Treatment of Onanism in the Confessional.

a) Questioning the penitent is of obligation as often as there is a well-founded suspicion in this regard. In such instances the question may be: “Does your conscience reproach you in regard to the sacred character of matrimony?” “Have you done anything contrary to the purpose of marriage?”

b) Instructing the penitent on the gravity of such sins is necessary, even though the penitent has therefore been in good faith. Good faith will scarcely be found in this matter nowadays, except in extremely difficult circumstances, e.g., a reliable physician tells a woman that another pregnancy will endanger her life. In such instances the confessor may omit the instruction if he foresees that sins which are now only material will become formal sins.

c) Whoever is not firmly resolved to avoid the sin is not disposed and cannot be absolved. Being intrinsically evil, conjugal onanism is gravely sinful even when – to avoid it – married people would have to practice lifelong continence. From early times Christians were called upon to make heroic sacrifices. When God demands a sacrifice He gives the grace necessary to make it.

d) Recidivists who assure the priest that they had the best intentions are to be handled as recidivists living in the proximate occasion of sin; those who, furthermore, cannot have more children (e.g., because of the illness of the wife or extreme poverty) should be treated as those who are living in the proximately necessary occasion of sin (Cf. 608); whereas those who do not desire more children because they are unwilling to make sacrifices, should be handled as those living in a proximate free occasion of sin (Cf. 607).

e) Conception, according to the opinion of physicians, follows only when marital relations take place at certain times, i.e., during the period of fertility on the part of the woman. Abstaining from intercourse during this period has come to be known as the Rhythm Method of Birth Control. For a proportionate reason and with the mutual consent of husband and wife it is lawful intentionally to practice periodic continence, i.e., restrict intercourse to those times when conception is impossible. Physicians are not agreed as to the exact extent of the so-called “safe period”.

Since some women have irregular cycles and since illness may in some cases cause a disturbance of the regularity, the confessor should refer women who have a sufficient reason to avoid pregnancy to a conscientious physician who may give them biological details regarding the sterile period.

Periodic abstinence, misnamed “Catholic Birth Control”, is, therefore, lawful only under certain conditions: 1) Both parties must freely agree to the restrictions that it involves. 2) The practice must not constitute an occasion of sin, especially the sin of incontinence. 3) There must be a proportionately grave reason for not having children, at least for the time being.

607. Occasionists.

1. Concept. An occasion of sin is some external circumstance that leads one to sin. Hence he is an occasionist, who sins in consequence of such a circumstance.

The proximate occasion may be free or necessary. The former can be easily avoided. A necessary occasion is one which is physically or morally impossible to avoid without great danger to life, health or reputation.

Absolution of those in the proximate occasion of grievous sin.

Whoever does not want to give up a proximate free occasion of sin cannot be absolved.

608. If one does not abandon the proximately necessary occasion of sin, but is willing to use adequate means to make it remote, he may be absolved.

Such means may either strengthen the penitent spiritually (prayer, Sacraments, consideration of the eternal truths) or lessen the influence of the occasion (guarding the eyes, avoiding intimate familiarity or the opportunity of being alone with another).

If one continually relapses into sin in spite of taking such precautions, he cannot be forced to give up the occasion at all costs; however, he must be vigorously encouraged to be more zealous in the use of such means that will make the occasion remote.

N.B. There are various intermediary stages between the remote and proximate occasion. The greater the danger of sinning, the more serious must be the reasons to justify one in not avoiding the occasion of sin.

96. SIN IN GENERAL

Concept. Sin is the free transgression of a divine law.

Every law is, in a sense, a derivation from the divine law; therefore, the transgression of any law is sinful.

The requisites for every sin are: a) the transgression of law, at least a putative law, b) the knowledge of the transgression; a confused knowledge suffices, c) free consent.

Differing from formal sin just defined is material sin, i.e., the violation of a law without knowledge or consent; God never imputes a material sin as a fault. Before a civil court, however, one is held responsible in some cases.

Moral Theology
by Rev. Heribert Jone, O.F.M. CAP., J.C.D., by Rev. Urban Adelman, O.F.M. CAP., J.C.D.
The Mercier Press Limited, Cork, Ireland
Nihil Obstat: PIUS KAELIN, O.F.M. CAP, Censor Deputatus
Imprimi Potest: VICTOR GREEN, O.F.V. CAP., Provincial, July 2, 1955
Nihil Obstat: RICHARD GINDER, S.T.I., Censor Librorum
Imprimatur: JOHN FRANCIS DEARDEN, D.D., Bishop of Pittsburg, August 15, 1955
SIN IN GENERAL, p. 46.
Special Types of Penitents, pp. 428, 429.

The sins of Married People, p. 542.
Copyright 1929 and 1951
Printed in the United states of America

fr. UK, Catholic Priest.

774. NOTA. – TRATTAMENTO DEGLI ONANISTI IN CONFESSIONE

a) L’obbligo d’interrogare esiste per sé tutte le volte che v’è un sospetto fondato. In simili casi la domanda può suonare per es.: « Non Le rimorde per nulla la coscienza circa la santità del matrimonio? » — « Non è avvenuto nulla contro il fine del matrimonio? »; o altre secondo l’uso di buoni sacerdoti nelle diverse regioni.

b) E necessario istruire il penitente circa la gravezza di questo peccato, anche se finora è stato in buona fede. Veramente ai nostri tempi difficilmente vi sarà la buona fede, salve circostanze molto scabrose: per es. quando un medico di coscienza ha dichiarato che una nuova gravidanza metterebbe a repentaglio la vita della donna. In tal caso si può lecitamente omettere l’istruzione, se si prevede che altrimenti i peccati materiali non farebbero che diventare formali.

c) Chi non ha la volontà risoluta di evitare il peccato, non è disposto, e non può essere assolto. — Non essendo mai lecito far ciò che è intrinsecamente cattivo, ne segue che l’onanismo nel matrimonio è grave peccato anche quando i coniugi (caso rarissimo del resto) dovessero altrimenti vivere sempre in continenza. Come a nessuno, nelle persecuzioni contro i Cristiani, fu lecito rinnegare la propria fede per non essere ucciso fra spaventosi tormenti, così non è lecito l’onanismo per non dover vivere in perpetua continenza. Quali sacrifici eroici non esigono sovente gli Stati moderni! E allora anche Dio può certamente esigere che noi facciamo sacrifici per il Cielo. Del resto, Dio dà anche le grazie corrispondenti al sacrificio da lui richiesto. L’uomo, certo, deve avere tanto spirito di sacrificio da impegnarsi a chiedergliele (cfr. discorso di Pio XII alle ostetriche, 29 ott. 1951).

d) I recidivi, che assicurano di avere il miglior proposito, devono essere trattati come i recidivi che si trovano nell’occasione prossima di peccato; e precisamente, se di fatto non possono più aver figli, per es. a causa di malattia della moglie o di una povertà che è indigenza, devono considerarsi in occasione prossima necessaria di peccato; quelli invece che per ripugnanza al sacrificio, ecc. non vogliono più avere figli, si devono trattare come persone nell’occasione prossima libera del peccato.

e) Secondo l’opinione dei medici il concepimento si verifica soltanto quando l’atto coniugale si compie in tempi determinati.Non peccano i coniugi facendo l’atto coniugale anchenei tempi agenesici. Ma se essi, sempre e deliberatamente,senza un grave motivo, hanno rapporti coniugali soltanto nei periodi infecondi, peccano contro il senso stesso della vita coniugale. Tuttavia, l’osservanza dei tempi infecondi o agenesici, per motivi proporzionati (sanitari, eugenici, economici, sociali), di comune accordo è lecita, fino a tanto che sussistono tali motivi (cfr. discorso di Pio X I I alle ostetriche, 29 ott. 1951 e quello al « Fronte della Famiglia», 29 nov. 1951). — Circa la precisazione di questi periodi agenesici, però, medici stessi non sono ancora pienamente d’accordo. Negli ultimi tempi guadagna sempre più terreno l’opinione che gli ultimi undici giorni precedenti la prossima mestruazione siano fisiologicamente sterili e che la concezione si verifichi soltantoquando l’atto coniugale ha luogo nel tempo che decorre dal 19°al 12° giorno precedente la prossima mestruazione. Ma poiché alcune donne non hanno un ciclo mestruale regolare e in certi casi possono aggiungersi anche dei turbamenti patologici, il confessore si guardi dall’entrare in spiegazioni del genere, ma invii le persone, che per validi motivi non desiderano più figli,a un medico competente e coscienzioso, il quale indicherà loro esattamente i giorni in cui devono vivere in continenza.Certamente è questo uno dei punti più delicati del ministero pastorale; Pio XI nella Enc. « Casti Connubii » (31 dic.1930; AAS, XXII, 1930, p. 539-592) e Pio XII nel discorso alle ostetriche (29 ott. 1951) e in quello al « Fronte della Famiglia» (29 nov. 1951) hanno richiamato con energia e chiarezza la dottrina cattolica della santità del matrimonio cristiano contro tutte le recenti teorie e pratiche materialistiche.

LE OCCASIONI

616 E. — CONFESSIONE DI OCCASIONARI E ABITUDINARI E RECIDIVI.

I . Occasionari — 1° Nozione di occasione. Per occasione s’intende una circostanza esterna al soggetto che alletta qualcuno al peccato, rendendone facile l’esecuzione. Qui non si tratta dell’occasione remota, ma soltanto della prossima, di quell’occasione cioè alla quale è congiunto un pericolo grave che uno pecchi, sia che cadano generalmente tutti gli uomini (occasione assoluta) sia che vi cada sempre o quasi sempre un individuo determinato per le sue particolari disposizioni (occasione relativa). — Non si tiene qui conto dell’occasione remota, essendo lecito esporsi ad essa per un motivo ragionevole. L’occasione prossima può essere volontaria o necessaria. La prima si può facilmente evitare; schivare la seconda è fisicamente o moralmente impossibile per causa del grave danno alla vita, alla sanità, alla riputazione, che ne deriverebbe. Un’occasione prossima necessaria di peccato è per es. una relazione, in cui sia in vista un prossimo matrimonio; la convivenza coniugale, dei figli, ecc.

Assoluzione di chi si trova nell’occasione prossima di peccato.

a) Chi non vuole evitare l’occasione prossima volontaria di peccato, non può essere assolto.Ciò vale anche quando con la preghiera ecc. si vorrebberendere l’occasione remota.

Chi promette sinceramente di evitare subito l’occasione, può essere assolto subito. — Chi mancò più volte a questa promessa, dimostra che ha disposizioni dubbie; d’ordinario quindi non può essere nuovamente assolto, se prima non abbia allontanata l’occasione (cfr. n. 614). — Se il levare l’occasione (supposta volontaria) importa grandi sforzi morali (licenziamento di persona, disdetta d’un servizio) si può fin dalla prima volta differire l’assoluzione fino a quando l’occasione sarà tolta.

b) Chi non lascia l’occasione prossima necessaria, ma usando i mezzi idonei vuol renderla remota,può essere assolto.Tali mezzi possono essere destinati ad accrescere le forzespirituali (preghiere, sacramenti, meditazione delle veritàeterne) od a diminuire le forze dell’occasione (custodia degliocchi, contegno molto riservato con quella persona, schivaredi trovarsi da soli con essa).Chi non ostante l’uso dei mezzi ricade sempre dinuovo, non può essere costretto ad abbandonare l’occasionea qualunque costo; si deve però esigere con insistenza che usi con più energia i mezzi convenienti. — Ma se questa occasione lo ponesse nel pericolo prossimo di eterna dannazione, per sé dovrebbe troncarla anche a costo della propria vita. — Non può essere assolto colui che non vuole usare imezzi convenienti per rendere remota l’occasione prossima necessaria.

Nota.

Fra l’occasione remota e l’occasione prossima vi sono diversi gradi intermedi; quanto maggiore è il pericolo di peccare, tanto più gravi devono essere i motivi che disobbligano dall’abbandonare l’occasione. – Chi senza motivo sufficiente non evita un’occasione che non è propriamente remota, ma neppure è ancora prossima, commette almeno peccato veniale.

II. Peccatore abitudinario si dice colui che, durante un periodo piuttosto lungo di tempo, cade sovente nei medesimi peccati, senza che tra i singoli peccati vi sia un intervallo troppo grande. Nel giudicare di una abitudine si deve tener conto anche dell’indole del peccatore e della natura del peccato. Si distingue dal recidivo principalmente per questo che non è ricaduto ancora di continuo nei medesimi peccati dopo varie confessioni. L’abitudinario per sé deve essere assolto subito, anche se non è preceduta alcuna emendazione, purché sia realmente ben disposto.

III. Recidivo dicesi chi, non ostante ripetute confessioni, ricade sempre negli stessi peccati senza sforzarsi seriamente di correggersi.

Per assolverlo per sé si devono applicare le regole generali. La difficoltà sta appunto nel verificare se di fatto sia ben disposto.

Come norma: è ben disposto chi cade soltanto per fragilità; chi in genere sente orrore del peccato e lotta contro la tentazione e subito dopo la caduta detesta la sua azione (ciò accade spesso in chi pecca di polluzione). Si può rilevare se uno sia ben disposto, e ciò con facilità, chiedendogli non soltanto quante volte sia caduto, ma anche quante volte abbia resistito alla tentazione. — Di solito sono mal disposti quei recidivi che hanno un persistente attacco all’oggetto peccaminoso (relazione illecita, attacco alla cosa rubata, sistema dei due figli e non più). Tuttavia se vi sono segni positivi che un tale individuo sia ora più seriamente pentito che nelle confessioni precedenti, si può ammettere in lui una disposizione sufficiente. – In caso di disposizione dubbia, si devono ordinariamente assolvere quelli che peccano per debolezza, poiché è ad essi necessaria la grazia dei Sacramenti. — Si deve invece di solito rifiutare l’assoluzione a quanti ricadono nel peccato, perché non vogliono compiere il loro dovere (per es. restituire, troncare una relazione illecita).

97 – Il peccato in genere.

I. Nozione. Il peccato è la volontaria trasgressione di una legge divina. Poiché ogni legge è un’emanazione della legge divina, così anche la trasgressione di qualunque legge costituisce peccato.

I requisiti che costituiscono un peccato, sono: a) la trasgressione di una legge, almeno di una legge ritenuta per tale; b) la cognizione della trasgressione (basta però una cognizione confusa); c) il libero consenso.

Tali elementi costituiscono il peccato formale; il quale si distingue dal peccato materiale, che è la trasgressione di una legge senza saperlo né volerlo; tale trasgressione non viene da Dio attribuita come colpa; ma dalla società, in certi casi, si è citati a rispondere di dette azioni.]

ERIBERTO JONE O. F. M. Cap.:

COMPENDIO DI TEOLOGIA MORALE

Trad. dalla 14° edizione tedesca a cura dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di Lombardia. –

MARIETTI Ed. 1952

Nihil obstat, ex parte Ordinis, quosimus imprimatur. Romæ, 12 dec. 1951

Fr. CLEMENS A. MILWAKEE

Min. Gen. O. F. M. Cap.

Imprimatur

Casali, 30 dec. 1951.

Ca. Laurentius Oddone, Vic. Gen.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (19)

CAPITOLO XVIII.

(seguito del precedente)

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

La vergogna, secondo salario del disertore della Città del bene — Dio o bestia, non vi è altra via per l’uomo — Il cittadino della Città del bene diventa dio: prove — Il  cittadino della Città del male diventa bestia: prove — Una sola cosa distingue l’uomo dalla bestia, la preghiera — Il cittadino della Città del male non prega più — Egli vive dell’io — Che cos’è quest’io — Egli perde l’intelligenza: prove — Il castigo, terzo salario del disertore della Città del bene — Castighi particolari — Catastrofi universali, il diluvio d’acqua, il diluvio di sangue, il diluvio di fuoco.

La vergogna. — Da libero diventare volontariamente schiavo è un’onta. D’uomo diventar bestia è ancora una maggiore. Quest’onta inevitabile è il secondo baluardo, di cui lo Spirito Santo circonda la Città del bene per impedir all’uomo di uscirne. Indiarsi, o farsi bestia: ecco i due poli opposti del mondo morale. O Dio, o bestia; tal’è la suprema alternativa in cui si trova posto l’uomo quaggiù. La ragione è ch’egli è obbligato a vivere sotto l’impero del Re della Città del bene, o sotto l’impero del re della Città del male. Ora, e l’uno e l’altro di questi Re fa i suoi sudditi ad immagine sua: Iddio, lo Spirito Santo, gli fa dii: satana bestia, li fa bestie. La città del bene è una grande fabbrica di Dei, e la Città del male una grande fabbrica di bestie. « Ciascuno di noi, dice sant’Agostino, è come il suo amore. Se ami la terra, tu sarai terra: se ami Dio, tu sarai dio. »[Talis enim quisque nostrum est, qualis est ejus dilectio; terram diligis, terra eris: Deum diligis, Deus eris. Tract. 2 in Epist. I, Joan]. – « Restate cou me, dice lo Spirito Santo, ed io vi faccio figli di Dio, Dii veri, Dii per l’essere divino che vi comunico: Dii per la verità dei vostri pensieri; Dii per la nobiltà dei vostri sentimenti; Dii per la santità della vostra vita; Dii per l’indomita potenza della vostra volontà contro il male, armato di sofismi, di promesse o di minacce; Dii pel diritto all’eredità eterna di Dio, vostro Creatore e vostro Padre. » [Dedit eis potestatem fìlios Dei fieri. Joan. I, 12. — Quicumque Spiritus Dei aguntur, ii sunt fìlii Dei, etc., etc. Rom. VIII, 24]. – Lo Spirito Santo ha mantenuta la parola. Vedete ciò che sono diventati gli Angeli docili alla sua voce. Risplendenti di gloria, inondati di voluttà, dotati di tutti gli attributi divini, l’intelligenza, la forza, la bontà; essi si avvicinano a Dio, quanto il finito può avvicinarsi all’infinito. Vedete l’umanità cristiana nei suoi veri rappresentanti, gli Apostoli, i Martiri, le Vergini, quelle legioni di Santi e di Sante, divinamente generati da diciotto secoli e più oltre, su tutti i punti del pianeta. A quale altezza essi innalzano l’umanità cristiana al disopra dell’umanità pagana, al disopra dell’umanità che cessa d’essere cristiana! Che cosa sarà se voi contemplate questa deificazione nel suo complemento, cioè dire negli splendori dell’eternità? Qui è che la parola, spirando sulle labbra, non può più fare udire se non che l’espressione della sua impressione: « No, l’occhio dell’uomo non ha punto visto,né il suo orecchio ha punto inteso, e ancor meno il suo cuore il quale, per quanto vasto egli sia, non può comprendere ciò che Dio riserba a coloro, che sono divenuti per l’amore, suoi figli e suoi eredi. » (Cor., II, 9). – Dal canto suo, il principe della Città del male travaglia con accanimento all’opera contraria. Allorché attira a sé un uomo, lo piglia nelle sue granfie, gli acceca lo spirito, gli corrompe il cuore, lo inebria coi suoi veleni e lo trasforma in bestia. Considerate piuttosto, che la bestia fa tutto quel che fa l’uomo, eccetto una cosa. La bestia mangia, beve, dorme, digerisce, cammina, corre, vola, nuota, fabbrica, calcola, parla, scrive, canta, viaggia, prevede, accumula, esercita tutte le arti della pace e della guerra. In tutto questo, essa è uguale all’uomo, talvolta superiore. Ma vi è una cosa che la bestia non fa, che non può fare, né farà giammai, e che la lascia a una distanza infinita al di sotto dell’uomo: la preghiera. L’uomo prega; la bestia non prega. L’uomo adora, la bestia non adora, cioè dire, in altri termini, che l’uomo e la bestia, in una sola cosa diversificano, nella Religione. Ora, il primo effetto dell’azione satanica sull’uomo è di farlo arrossire della Religione; e ne arrossisce! La Religione ha due grandi manifestazioni, la preghiera e l’amore. La preghiera è talmente il segno distintivo dell’uomo, che i pagani l’hanno definito un animale che prega: animal religiosum. Lo stesso Nostro Signore definisce il Cristiano: un uomo che prega sempre : oportet semper orare et numquam deficere. Cosi quando l’uomo cessa di pregare, si avvicina alla bestia. Se egli non prega punto, diventa affatto bestia. Non siamo noi che lo diciamo, è la stessa verità che si esprime per bocca di san Paolo: uomo animale, animalis homo. Ora è cosa nota che il primo atto dell’uomo diventato cittadino della Città del male, si è di rinunziare alla preghiera. Un esempio tra mille. Se havvi nella vita ordinaria una circostanza in cui la preghiera sia sacra, è l’ora solenne del cibo. Noi diciamo solenne, perché il pasto è un’azione profondamente misteriosa. Mangiando, l’uomo comunica, comunica con le creature e nel modo più intimo, poiché ei le trasforma nella sua propria sostanza. Ora tutte le creature sono viziate dallo spirito del male, a cui esse servono di veicoli, per introdursi nell’uomo e comunicargli i suoi veleni. Questa assimilazione separata dalla preghiera che gli purifica cacciando il demonio, è evidentemente piena di pericoli. Così l’ha compreso l’umanità tutta quanta. (Noi non diamo qui che una ragione della preghiera avanti il pasto; le altre sono spiegate nell’opera nostra: Il segno della croce nel XIX secolo). Di qui, quel fatto altrimenti inesplicabile che tutti i popoli, anche pagani, hanno pregato prima di mangiare. Il fatto essendo universale, ha dunque una causa universale. Una causa universale è una legge. Pregare prima di mangiare è dunque ima legge dell’umanità. Il disprezzo orgoglioso, il sorriso imbecille non vi fanno niente. Rimarrà sempre il non conoscere nella natura che due specie di esseri che mangiano senza pregare: le bestie, e quelli che assomigliano ad esse. Diciamo che assomigliano ad esse, imperocché si può sfidare non solamente tutti gli sprezzatori del Benediette, che è poco, ma tutti i naturalisti del mondo a trovare la differenza tra l’uomo che mangia senza pregare, e un cane o un porco. Assimilarsi alle bestie in una circostanza in cui tutti i popoli anche pagani, hanno sentita la necessità di distinguersi da loro; ecco quel che fanno! E perché lo fanno, si tengono per grandi geni. È bisognato venire al tempo nostro di grossolano materialismo, per incontrare uomini che si crederebbero disonorati, se due volte al giorno essi non si assimilassero ostensibilmente all’asino ed al coccodrillo. Homo cum in honore esset, non intellexit: comparatus est jumentis insipientibus et similis factus est illis. – Un secondo segnale della Religione è l’amore. Lo Spirito Santo essendo carità, dell’anima in cui risiede forma la carità vivente. Il segno distintivo della carità è l’oblio di sé medesimo, per Iddio e per gli altri; l’oblio del corpo a profitto dell’anima, l’oblio portato sino al sacrificio. Appena che l’uomo entra nella Città del male, subito sparisce la carità, e gli succede l’egoismo. L’uomo si ricorda di sé, e nient’altro che di sé. Invece di andare da sé verso gli altri, va dagli altri verso di sé. L’egoismo non sa che una parola sola, ma la sa a meraviglia: l’io. L’io in tutto; l’io dappertutto: l’io sempre. Dopo di me, Iddio e i suoi ordini; dopo di me, gli altri e i loro, bisogni e i loro desideri; dopo di me, nulla. Non basta; 1’egoismo è il sacrificio degli altri per sé. Innocenza, onore, fortuna, riposo, sanità, la stessa vita, non sono niente per lui, allorquando si tratta di soddisfare se stesso. Ma che cosa è il me dell’egoista? È forse la sua anima? nient’affatto: imperocché l’amore dell’anima è la carità: che cosa è dunque? Èla parte inferiore del suo essere, è il corpo; e nello stesso corpo, la parte più infima. Al di fuori della fede, tutto il lavoro dell’uomo si riduce in ultima analisi alla vita corporea. Il bere ed il mangiare ne sono gli elementi. Cominciata per essi, sostenuta per essi, finisce per essi. Avere da bere e da mangiare, soddisfare le sue cupidigie, averle in abbondanza, assicurarsi d’averle sempre; ecco la prima e l’ultima parola dell’egoismo. Il rimanente non è che un mezzo o un resultato. – Ora il laboratorio della vita animale è il ventre. In fin dei conti la vita di ogni uomo si riferisce al ventre, poiché è divenuto suddito di colui che si chiama la Bestia, la Bestia per eccellenza, la Bestia in tutti i sensi. Quindi per definire queste immense e queste immonde mandrie di Epicuro, la parola a un tempo cosi energica e cosi giusta dell’Apostolo, che gli chiama: adoratori del Dio ventre: Quorum Deus venter est. Ciò che è vero dell’uomo e di taluni popoli, lo è stato dell’umanità medesima la vigilia del diluvio, e lo sarà ancor più verso la fine dei tempi. Questa vergognosa assimilazione dell’uomo alla bestia si svolge in tutte le sue conseguenze. Noi non ne citiamo che una sola: cioè la stupidità o la perdita dell’intelligenza. [Intelligere, intus legere]. La bestia è stupida, vale a dire che essa non capisce, né ammira. Essa non capisce; perché il capire è vedere l’idea nel fatto. Ponete un triangolo sotto gli occhi di un cane, ei vedrà un oggetto materiale, formato di tre lati eguali: ma l’idea del triangolo gli sfugge. Perché? Perché al di là del dominio dei sensi non vi è nulla per lui. La bestia non ammira. Per ammirare bisogna capire. Certo, all’asino produce la stessa impressione tanto la vista di un capolavoro, che la vista di un carciofo. La bestia dunque non comprende, né ammira. Cosi avviene all’uomo che diventa bestia. Caduto egli dalle altezze della fede non ha più altra intelligenza che quella della materia e della vita materiale. Cercate lo scopo finale delle sue speculazioni, dei suoi studi e delle sue scoperte, della sua politica, di tutto quel moto febbrile che lo trascina e lo consuma: che vi trovate voi? Il corpo ed i suoi appetiti. Luce, progresso, civiltà, qual è il significato di tutte queste parole pompose? tradotte in prosa volgare significano; scienza di petardi, filosofia pirotecnica, amore di fuoco di stoppa, guarentigia e glorificazione di fuochi fatui. In altri termini, è il programma invariabile e l’eterno ritornello di tutti gli uomini e di tutti i popoli, beatificati dalla Bestia infernale. « Beviamo e mangiamo, poiché noi morremo domani. Quest’è la nostra beatitudine ed il nostro destino. Pane e piaceri: ecco tutto l’uomo. » [Comedamus et bibamus: Cras enim moriemur. Is., XXII,13. Hæc est pars nostra, et haec est sors. Sap. II, 9. — « Panem et circenses, » dicevano i pagani nei bei giorni della loro civiltà]. – Non mi date come prove dell’intelligenza dell’uomo animale, il modo abile con cui manipola la materia. La rondine, il baco da seta, l’ape che non hanno intendimento, la manipolano più abilmente di lui. Noi lo ripetiamo, l’intelligenza consiste nel leggere l’idea nel fatto, nel vedere la causa nel fenomeno: notate bene non quella causa immediata che riluce in qualche modo attraverso il fatto; ma la vera causa, la causa prima e lo scopo finale. Ora tutto ciò non è conosciuto che nella Città del bene. A colui che abita la Città del principe delle tenebre, parlate del mondo delle cause, del mondo di Dio e degli Angeli, vero dominio dell’intelligenza: tutte queste realtà sono per lui tante astrazioni o chimere; egli è stupido. Che cosa sarà se voi gli segnalate l’intervento permanente, universale, inevitabile e decisivo del mondo inferiore? Le sue labbra sorrideranno di disprezzo; egli è stupido. Discendete da queste elevatezze: ditegli che egli ha un’anima immortale, creata a immagine di Dio, redenta dal sangue di un Dio, destinata ad una felicità o a una infelicità eterna; aggiungete che l’unica faccenda dell’uomo essendo il salvarla, occuparsi di tutte le altre, eccetto che di questa, è uno scacciare le mosche e tessere delle tele di ragno; egli sbadiglia o dorme; è stupido. Tentate di dispiegare dinanzi ai suoi occhi le meraviglie della grazia, tutti quei capolavori di potenza, di sapienza e di amore che hanno esaurita l’ammirazione dei più grandi geni, voi gli parlate una lingua di cui non

capisce una parola; è stupido. Sermoni, libri di pietà o di filosofia cristiana, conferenze religiose, feste solenni le quali, con i più augusti misteri, descrivono allo spirito ed al cuore i più grandi benefìci del cielo, come i più grandi avvenimenti della terra; insomma tutto ciò che attiene al mondo soprannaturale, lo annoia; egli non comprende nulla, non sa nulla; è stupido. Ma parlategli di danaro, di commercio, di vapore, di elettricità, di macchine, di carbon fossile, di cotone, di barbabietole, di bestiame, di praterie, d’ingrassi, di produzione e di consumo, egli diventa tutt’occhi e tutt’orecchi. Voi toccate la questione vitale della sua filosofia, la questione della marmitta: non ne conosce altra. « L’uomo, dice il Profeta, dimenticando da sua dignità, si è tenuto bestia senza intelligenza, ed è diventato simile a lei. » [Homo, cum in honore esset, non inteltexit: comparatus est jumentis ìnsipientibus et similis factus est illis Ps. XLVIII, 13]

Il castigo. — A fine di proteggere la pace e la vita dei suoi sudditi contro gli assalti del nemico, lo Spirito Santo circonda la sua Città di un terzo baluardo più solido dei primi. Se l’uomo, chiunque si sia, osa dire al Re della Città del bene: Io non voglio più obbedirvi, non serviam; all’istante, di libero diventa schiavo, e cammina verso l’abbrutimento. Trascinato per tutte le degradazioni intellettuali e morali, incomincia per esso sino da questa vita l’inferno, che l’aspetta nell’altra. Tal è, noi lo abbiamo visto, la sorte inevitabilmente riserbata all’individuo. Se la ribellione contro lo Spirito Santo diviene contagiosa sino al punto, che nel suo insieme, un popolo, o lo stesso genere umano, non sia più che un grande insorto, allora il delitto, traboccando da tutte le parti, attira a sé dei castighi eccezionali. Ogni legge reca seco una sanzione. Ogni legge avendo per soggetto l’uomo, composto di un corpo e di un’anima, è una spada a doppio taglio, che colpisce il prevaricatore nelle due parti del suo essere. Pigliate una qualunque legge divina o ecclesiastica che vi piaccia, se voi cercate bene, tenete per certo di trovare senza pregiudizio della sanzione morale, una ricompensa e una punizione temporale, unita all’osservanza o alla violazione di questa legge. Lasciando da parte i flagelli particolari, rilegga l’umanità i suoi annali storici e profetici. Tre grandi catastrofi vi sono registrate. La prima è il diluvio, o la rovina del mondo antidiluviano. Quale fu la cagione di questo cataclisma nel quale perì, eccetto otto persone, tutta intera la stirpe umana? Colui che con la sua mano ruppe le dighe del mare ed aprì le cateratte del cielo, ce la rivela in due parole: « Il mio Spirito, dice il Signore, non resterà più a lungo nell’uomo, imperocché l’uomo è diventato carne. » [Dixitque Deus : non permanebit Spiritus meus in homine in ætemum, quia caro est. Gen., VI, 8].Questa terribile sentenza si traduce in tal modo: « A malgrado di tutti i miei avvertimenti, l’uomo ha scosso il giogo del mio spirito, spirito di luce e di virtù; ei s’è reso schiavo dello Spirito di tenebre e di malizia. Il mondo soprannaturale, la sua anima, Io stesso, non siamo più nulla per lui. Del suo corpo ha fatto il suo Dio, è divenuto carne. Come creatura colpevole e degradata, è indegna del benefizio della vita; ei perirà. » Ed al diluvio di delitti succedette il diluvio d’acqua che portò via tutti.28 [Diluvium carais peperit diluvium aquarum…. corructela diluvii causa est.S. Ambr., de Nòe et Arca, c. V et VII].Una seconda catastrofe, non meno famosa della prima, è la rovina del mondo pagano. Dimenticando l’uomo la terribile lezione che aveva ricevuta, di nuovo si era sottratto all’azione dello Spirito Santo. Datosi corpo e anima allo Spirito malvagio, era venuto a riconoscerlo quasi universalmente per suo re e per suo dio. [Princeps hujus mundi…. Deus hujus sæculi. Joan., XII, 31; XVI, 11; II, Cor.,VI, 4]. Sotto mille nomi diversi, egli lo adorava in tanti milioni di templi da un capo all’altro del mondo: [Omnes dii gentium dæmonia. Ps., XCV, 5], tante adorazioni, tanti sacrilegi, crudeltà e infamie. Siccome l’uomo innanzi al diluvio, era ridivenuto carne, così al soffio dei barbari, disparve il mondo pagano sotto un diluvio di sangue. Una terza catastrofe, più terribile e non meno certa delle precedenti, è la rovina del mondo apostata del Cristianesimo, mediante il diluvio di fuoco che porrà fine all’esistenza della specie umana sul pianeta. Conculcando i meriti del Calvario e i benefizi del Cenacolo, il mondo degli ultimi giorni si costituirà in piena ribellione contro lo Spirito del bene. Schiavo più che mai dello Spirito del male, ei si abbandonerà con un cinismo sconosciuto a tutti i generi d’iniquità. Tale sarà il numero dei disertori, che la Città del bene sarà quasi deserta, mentre la Città del male piglierà proporzioni colossali. – Una terza volta l’uomo sarà divenuto carne. Lo Spirito del Signore si ritirerà per non più ritornare; e un diluvio di fuoco arderà la terra, mille volte più colpevole poiché sarà mille volte più ingrata della terra dei pagani e dei giganti. [Sicut enim erant in diebus ante diluvium,… ita erit et adventus Filii hominis. Matth., XXIV, 38, 39]. – La schiavitù, l’onta, il castigo: tale è dunque il triplice baluardo che l’uomo deve varcare per uscire dalla Città del bene. A questi mezzi esteriori, se si aggiungono gli aiuti ed i benefizi di ogni genere, prodigati agli abitanti di questa felice Città, non siamo noi in diritto di concludere che nessuno vorrà abbandonarla? Se la esperienza confermi il ragionamento, ce lo insegnerà ora la storia.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (18)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO, VOL. I

CAPITOLO XVII.

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

I Cittadini delle due Città.

Gli uomini, cittadini delle due Città — Pericoli che circondano la loro fisica esistenza e la vita loro spirituale — Sollecitazioni incessanti dei principi della Città del male — Mezzi di difesa dati dallo Spirito Santo — La schiavitù, il disprezzo, il gastigo, attendono l’uomo che esce dalla Città del bene — La schiavitù primo salario del disertore della Città del bene — Che cosa è la libertà — Bella definizione di san Tommaso — Quadro della schiavitù alla quale si condanna il disertore della Città del bene.

Ogni società si divide in due classi; governanti e governati: conosciamo i re ed i principi della Città del bene e della Città del male. Quali ne sono i cittadini? questa è la questione alla quale dobbiamo noi ora rispondere. I cittadini, ovvero i sudditi della Città del bene e della Città del male, sono tutti gli uomini. La ragione, l’esperienza e la fede ce l’hanno detto: non vi sono tre città ma due sole. Faccia egli quel che si voglia, bisogna che l’uomo, qualunque sia il suo nome e il suo grado, appartenga all’una od all’altra: questa alternativa è crudele. Incominciata essa con la vita, non finisce neppure con la morte. Unita al duplice quadro del mondo angelico e del mondo satanico, che passa sotto i nostri occhi, ci rivela la vera posizione dell’uomo quaggiù. Chi può riguardarlo senza essere commosso sino alla profondità dell’essere suo? – Il nostro corpo, fragile come un vetro, vive tra due forze spaventose, il cui antagonismo potrebbe ad ogni secondo divenire a noi fatale. Secondo i calcoli della scienza, la colonna d’aria che pesa sul capo di ciascuno di noi, rappresenta un peso di 20,000 libbre. Chi ci salva dalla distruzione? Soltanto l’aria che è dentro di noi, intorno a noi, e sotto di noi. Quest’aria fa resistenza alla massa superiore e rende la vita possibile. Appena che l’equilibrio viene a rompersi, subito l’uomo resta schiacciato. – Cosi succede della nostra anima. Essa vive della sua vera vita, la vita della grazia, fra due potenze nemiche e di una forza incalcolabile. All’equilibrio di queste due potenze essa deve evitare l’eterna rovina. La conservazione della nostra vita spirituale è dunque un miracolo non meno continuo, non meno sorprendente, ma molto più degno di riconoscenza che la conservazione della nostra vita fisica. – Nelle stesse condizioni è posta evidentemente l’esistenza delle società. L’influenza più o meno determinante del mondo angelico o del mondo satanico, rende conto delle alternative di lumi e di tenebre, di delitti e di virtù, di libertà e di servitù, di gloria e di vergogne, di prosperità e di catastrofi, che segnalano di quando in quando gli annali dell’umanità. Tale è la vera filosofia della storia. La prova non dubbia di questo fatto rivelatore dell’innalzamento e della caduta degli imperi, è la storia medesima della Città del bene e della Città del male: noi la delineeremo bentosto a grandi tratti. Frattanto notiamo che una sola cosa costituisce, tanto al morale che al fisico, tutto il pericolo della situazione, la rottura cioè dell’equilibrio. Essa ha luogo nell’ordine spirituale, tutte le volte che l’uomo dà la preponderanza su sé medesimo allo Spirito del male, piuttosto che allo Spirito del bene; cosa che dipende da lui, unicamente da lui. A fine di distornarlo da quest’atto di colpevole follia, a cui lo sollecitano di continuo i principi della Città del male, lo Spirito Santo non si contenta di fornirgli tutti i mezzi di resistenza, ma gli mostra le conseguenze della sua fellonia. Esse sono terribili, subitanee, inevitabili: è la schiavitù, l’onta ed il castigo. – Triplice baluardo con cui il Re della città del Bene circonda la sua felice Città, all’oggetto di preservare i suoi sudditi dalla tentazione di uscirne.

La schiavitù. — La libertà è figlia della verità: Veritas liberabit vos. La Città sola del bene, diretta dallospirito di verità, è la patria della libertà. I disertorinell’abbandonarla, per entrare nella Città del male, imparinoad arrossire. No, essi non glorificano la libertà,ma la disonorano: essi non camminano alla conquistadella indipendenza, ma diventano schiavi: e lo sono digià. Da lungo tempo la logica e la fede hanno pronunziatala loro sentenza.La libertà non consiste nel fare il male, ma nell’evitarlo.Quanto più lo evitiamo, tanto più siamo liberi.« Bisogna, dice san Tommaso, ragionare del libero arbitriocome dell’intelletto. Il libero arbitrio sceglie tragli atti che si riferiscono al fine; l’intelletto trae leconclusioni dai principii. Ora ognun sa che entra nelleattribuzioni dell’intelletto quella di trarre delle conclusioni,ma sempre logicamente discendenti da datiprincipii.. Che se, nel trarre una conclusione, dimenticao disprezza i principi, è una imperfezione, una debolezzada parte sua.« Parimente, la perfezione del libero arbitrio consistenell’avere la facoltà di fare differenti scelte, ma semprerelative al fine proposto. Per esempio, gli accade difare una scelta contraria al fine ultimo dell’uomo?questa non è una perfezione, ma una debolezza e undifetto. Quindi resulta che la libertà, o la perfezionedel libero arbitrio è più grande negli Angeli che nonpossono peccare, che in noi che peccare possiamo. »[S. Th., I p. q. LXII, art. 8, ad 3]. Tale è dunque la dottrina dell’Angelo della Scuola: la libertà è il potere di fare il bene, come l’intelletto ha la facoltà di conoscere il vero. La possibilità di fare il male non è più dell’essenza della libertà: quanto la possibilità d’ingannarsi, non è dell’essenza dell’intelletto; come la possibilità d’essere malato non è dell’essenza della salute. L’impeccabilità è la perfezione della libertà, come l’infallibilità è la perfezione dell’intelletto; come l’essere liberi da infermità è la perfezione della salute. Essere peccabile è dunque un difetto nella libertà, come essere fallibile lo è nell’intelletto; come essere malato lo è nella sanità. Ne segue dunque che quanto più l’uomo pecca, tanto più mostra la debolezza del suo libero arbitrio; parimente quanto più egli s’inganna, tanto più mostra la debolezza della sua ragione; così quanto più è malato tanto più egli fa prova di cattiva salute. Altresì, l’uomo quanto più pecca e sragiona più che mai si degrada e si rende spregevole, imperocché si riavvicina sempre più al fanciullo che non ha ancora né la libertà, né l’intendimento, e all’insensato che non l’ha più, o alla bestia che non l’avrà mai. Questa verità fondamentale è la prima armatura della quale lo Spirito Santo ci riveste, il primo motivo dato all’uomo di rinchiudersi eternamente dentro i confini della Città del bene. Molti non lo comprendono. Sedotti dai principi della Città del male, moltissimi vengono a riguardare il giorno in cui si emancipano dalla sovranità dello Spirito Santo, come il giorno natalizio della loro libertà. Poveri ciechi! che una volta almeno guardino in faccia la verità: né gli costerebbe molto. Essa è scolpita nella schiavitù di tutte le facoltà della loro anima: nella degradazione di tutte le membra del loro corpo, in tutte le pagine macchiate della loro pretesa vita indipendente. Giovani o vecchi, ricchi o poveri, letterati o illetterati, per avere disertato dalla Città del bene, traditi i voti del vostro Battesimo, arrossito della fede della vostra infanzia e delle pratiche dei vostri avi, vi credete voi forse liberi? lo siete voi? È vero, voi camminate con la testa alta e con lo sguardo sicuro. Le vostre labbra si contorcono al riso, e la vostra fronte si nasconde sotto un sembiante di gaiezza. Al suono metallico della vostra voce, ed al tuono imperioso delle vostre parole si potrebbe prendervi per i reggitori dell’umanità. Ciò nonostante voi non siete che tanti schiavi, schiavi infelici, e schiavi della peggiore specie. In luogo di un solo Padrone, altissimo e santissimo che voi rifiutate di servire come Egli l’intende, servite altrettanti padroni che sono le vostre ignobili passioni; e fuori di voi, altrettante creature che possono procurarvi o disputarvi l’insigne onore di soddisfarle. Voi le servite, non come l’intendete, ma come esse l’intendono. Padroni spietati, essi vi trascinano con la corda al collo, o vi cacciano con la bacchetta alla mano in tutte le tenebrose vie del male. Trascinati lontano dal paese natio, avete dimenticato la strada dei nostri templi; ma sapete a mente la strada dei teatri e di altri luoghi. Il calice del Dio Redentore, in cui con la vita si beve la virtù, l’onore, la libertà, il pacificamento dell’anima e dei sensi, vi è di disgusto; e voi bevete a lunghi sorsi il calice del demonio, in cui con la morte, si beve il delitto, la vergogna, la schiavitù, la febbre dell’anima ed i furori della disperazione. Immaginandovi d’esser troppo grandi agli occhi vostri per portare su di voi le insegne protettrici della Regina del Cielo, voi portate invece, incastonati nell’oro i capelli di una cortigiana. Uomini e non angeli, bisogna che amiate la carne. Voi non avete voluto amare la carne immacolata dell’Uomo Dio, amerete la carne immonda di una creatura immonda. Vorreste invano respirare talora l’aria della libertà. Come tanti uccelli impaniati nelle perfide reti, non potete prendere il vostro volo. Ad ogni tentativo, una voce spietata, la voce dei vostri padroni mascolini o femminini si fa udire; non fare resistenza, tu sei mio. Dandomi la tua volontà tu mi hai dato tutto. Dammi il tuo danaro, dammi le tue notti, dammi le rose delle tue gote; dammi la pace della tua anima, dammi la salute del tuo corpo; dammi la gioia di tua madre; dammi le speranze di tuo padre; dammi l’onore del tuo nome, e voi lo date! Siete liberi? Silenzio! Schiavi: non profanate nel pronunziarla, una parola che vi accusa. Schiavi nella vostra intelligenza, tiranneggiata dal dubbio e dall’errore; schiavi nel vostro cuore, tiranneggiato da brutali appetiti, cosa è la vostra vita se non che un panno lordo? Che forse la storia della vostra vita è quella di uno schiavo? Sciagurati! che non potete scendere nella vostra coscienza senza ascoltarvi una voce che vi accusa, né contemplare le vostre mani senza vedervi il segno dei ferri o i vostri piedi senza rinvenirvi la palla del galeotto! Figli di re diventati guardiani di porci; ecco quel che voi siete. Avete proprio ragione di andarne superbi! (Misit illum in villam suam ut pascerei porcos. Luc., xv, 15.). La schiavitù dell’anima: ecco ciò che incontrano tutti gli uomini che mettono il piede fuori del recinto della Città del bene: poiché sta scritto: « dove abita lo Spirito del Signore ivi, e ivi soltanto, abita la liberta. » (Ubi autem Spiritus Dei, ibi libertas. II, Cor, III, 17). Ora nel mondo morale, come nel mondo materiale avvi una legge che la parte superiore attrae l’inferiore: Major pars trahit ad se minorem. Alla servitù dell’anima si aggiunge necessariamente la schiavitù del corpo: per conseguenza la schiavitù sociale. Non basta il ripeterlo spesso, e oggi soprattutto: la libertà civile e politica non si trova né nella punta di un pugnale, né nella bocca di un cannone, né sotto il lastrico di una barricata. Essa è figlia non di una carta né di una legge, né di una forma qualunque di governo, ma della libertà morale. Checché ne dica o faccia, ogni popolo corrotto è uno schiavo nato. La libertà morale suppone la fede: la fede è la verità, la verità non risiede che nella Città del bene. Volete voi averne la prova? pigliate una mappa del mondo. Accanto al dispotismo dell’errore che cosa vi mostra esso? Dappertutto il dispotismo dell’oro, il dispotismo della carne, il dispotismo della materia, e sopra tutti questi dispotismi, quello della sciabola. Che cosa è dunque una società che scuote il giogo dello Spirito Santo? Testimoni non sospetti, gli stessi pagani rispondono: « È una quantità di bestiame sopra un mercato, sempre pronto a vendersi al migliore offerente. »(Urbem venalem et mature perituram, si emptorem invenerit. – Parole di Giugurta, in Sallustio.). Più che la storia antica, la storia moderna non dà loro neppur l’ombra di una smentita. Come è egli trattato il bestiame umano? come se lo merita. satana, a cui si dà, abbandonando lo Spirito Santo, gli manda dei padroni fatti di sua mano. Nerone, Eliogabalo, Diocleziano e tanti altri, s’incaricano di far gustare all’uomo emancipato le dolcezze della libertà, della quale gode la Città del male. Per un ricambio di misericordiosa giustizia, Iddio medesimo permette l’esaltazione di queste tigri coronate. A questo proposito la storia riferisce un fatto che dà da riflettere. Siccome i popoli hanno sempre il governo che essi si meritano, una crudele bestia, chiamata Foca, erasi assisa sul trono imperiale di Roma. Per suo ordine il sangue scorreva a torrenti; e la bestia lo beveva come una delizia. Un solitario della Tebaide, stomacato più che afflitto di un tale spettacolo, si rivolge a Dio e gli dice: Perché, o mio Dio, l’avete fatto voi imperatore? E Dio gli risponde: Perché non ne ho trovato uno più malvagio. (Domine, quid fecisti eum imperatorem? Atque vox ad eum venit a Deo, dicens: Quia non inveni pejorem. Anast. Nicen., in Quæst. S. Script., quæst. XV). – Cosi, conservare la libertà con tutte le sue glorie, tale è per l’umanità il primo vantaggio del suo soggiorno nella Città del bene; il perdere questo tesoro e trovare la schiavitù, tale è, se essa osa varcarne il recinto, il suo primo castigo.

CONOSCERE SAN PAOLO (42)

LIBRO V

I canali della redenzione.

CAPO I.

La fede principio di giustificazione.

II. LA GIUSTIFICAZIONE PER MEZZO DELLA FEDE.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. LA GIUSTIZIA DI DIO. — 2. IN CHE MODO LA GIUSTIZIA NASCE DALLA FEDE.

1. Il concilio di Trento riconosce due significati all’espressione « giustizia di Dio »: la giustizia di cui Egli stesso è giusto, e la giustizia di cui ci rende giusti (Sess. VI, c. 7). Dopo Bitschl, contro l’opinione comune, parecchi scrittori eterodossi e uno o due cattolici, trovano che tale distinzione è illusoria; essi affermano che la giustizia di Dio è sempre nella Scrittura, — e anche in san Paolo — la sua giustizia intrinseca e immanente. Che cosa ne dobbiamo pensare? Come attributo divino, « la giustizia di Dio è propriamente l’attività della sua santità, nei suoi rapporti con la creazione morale (J. Monod, in Enc. Sciences relig., t. VII, p. 562) ». Mentre la santità è un attributo assoluto, la giustizia di Dio appare nella Bibbia come un attributo relativo. Il Dio giusto sorge per castigare Israele colpevole o per sterminare il peccato; siede sul suo trono per abbattere l’oppressore e per rialzare l’oppresso: (Jahvé) rivestì la Giustizia come una corazza, mise sul capo l’elmo della Salute; Egli prese la Vendetta come armatura, si avvolse dello Zelo come di un manto. – Tali azioni, tale retribuzione: ira per i suoi avversari, vendetta per i suoi nemici — E io prendo il diritto come funicella e la giustizia come archipenzolo (Is. LIX, 17-18; XXVIII, 17). Ma la giustizia di Dio non è soltanto la giustizia vendicativa che punisce il delitto, né la giustizia distributiva che rende a ciascuno secondo i suoi meriti; essa è qualche volta — soprattutto nei Salmi della cattività e nella seconda parte d’Isaia — la giustizia tutelare e salvatrice. Essa allora è messa in parallelismo con la salvezza, con la grazia, con la bontà, con la misericordia. Il profeta prega Dio che lo guidi, lo protegga, lo salvi, lo esaudisca nella sua giustizia (Ps. V, 8; XXX, 1; CXVIII, 40; cxlii, 1; etc.): “Nella tua giustizia togli l’anima mia dall’angustia, nella tua bontà annienta i miei nemici” (Ps. CXLII, 1). Tale associazione d’idee è ancora più apparente nella seconda parte d’Isaia: “La mia giustizia si avvicina, la mia salute viene; il mio braccio farà giustizia ai popoli. – Osservate il diritto, praticate la giustizia; poiché bentosto la mia salute deve venire, e la mia giustizia si deve rivelare. — Sono io la cui parola è « giustizia », (io) che sono grande per salvare” (6 Is. LI, 5; VI, 1; LXIII, 1). Non è difficile spiegare questo fenomeno: la seconda parte di Isaia è un messaggio di consolazione. Il profeta è incaricato di gridare a Gerusalemme:

Che i suoi travagli sono finiti,

che il suo peccato è espiato,

che essa ha ricevuto dalla mano di Jahvé

doppia (pena) per tutti i suoi delitti (Is. XL, 2).

Allora la giustizia di Dio non si eserciterà più che in misericordie per Israele ed in vendette contro i suoi nemici. Siamo così preparati a quella giustizia del Nuovo Testamento la quale, ben lungi dall’escludere la misericordia, la contiene come elemento essenziale, a quella giustizia salutifera e redentrice che si manifesterà solo riguardo ai credenti, quando Gesù Cristo, al quale essi sono uniti per la fede, avrà operata la propiziazione per i loro peccati. Ma questo aspetto particolare non deve far dimenticare gli altri. L’espressione « giustizia di Dio » non è molto frequente nel Nuovo Testamento: essa si trova una volta in san Matteo, una volta nell’Epistola di san Giacomo e otto o nove volte in san Paolo (Rom. I, 17; III, 5; III, 21-22, 25, 26; X, 3; II Cor. V, 21; Fil. III, 9). Nei due primi casi il significato rimane dubbio, benché la giustizia di Dio sembri indicare veramente qualche cosa che è nell’uomo o che l’uomo si può appropriare; ma quello che più ci interessa è il linguaggio di san Paolo. Qui noi ci troviamo dinanzi a due accezioni ben distinte. Quando si dice che « la nostra ingiustizia mette in rilievo la giustizia di Dio (Rom. III, 5) », si tratta chiaramente di un modo di essere di Dio, della sua fedeltà o della sua veracità. Al contrario in questo testo: « Colui che non conosceva il peccato, (Dio) lo ha fatto peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in Lui (Rom. III, 5) », la giustizia di Dio non può essere un attributo divino; da una parte vi si oppone il contrasto col peccato, e dall’altra è impossibile concepire come mai noi diventeremmo una modalità divina; è dunque una giustizia che è in noi,benché derivi da Dio. Cosi pure in un altro testo: « Ignorando la giustizia di Dio e cercando di stabilire la loro propria, essi non si sottomisero alla giustizia di Dio (Rom. X, 3) », l’antitesi determina con precisioneil significato dei termini. Infatti la giustizia propria dell’uomoè altrove messa in opposizione con la giustizia di Dio, dove non èpossibile nessun equivoco. “Io desidero di essere trovato, dice l’Apostoloai Pilippesi, a non avere la mia giustizia (che viene) dalla Legge, ma quella (che è) dalla fede del Cristo, la giustizia (che viene) da Dio, (che poggia) sopra la fede (Fil. III, 9) ». Qui « la giustizia di Dio »che sostituisce la giustizia propria e che diventa proprietà dell’uomoè dunque inerente all’uomo.Esistono altri due passi intorno ai quali principalmente si svolgeattualmente la controversia: « La giustizia di Dio si rivela in esso (nel Vangelo) dalla fede nella fede, come sta scritto: Ma il giusto vivrà dalla fede (Rom. I, 17) ». A primo aspetto, il senso di giustizia increatasembrerebbe soddisfacente; poiché questa giustizia salvatrice si rivela effettivamente nel Vangelo, dalla, salvezza dei credenti, comel’ira di Dio si rivela, fuori del Vangelo, dalla perdizione degli empi;senza contare che la rivelazione della giustizia di Dio è una locuzionein uso presso i Profeti nei quali essa indica incontestabilmente lamanifestazione di una attività divina. Ma stringendo più da vicinoil testo, i dubbi scompaiono. In che modo la giustizia intrinseca diDio potrebbe essere « dalla fede nella fede », comunque s’intendanoqueste parole? Che cosa viene a fare qui la citazione di Abacuc, equale relazione vi è tra la manifestazione della giustizia eterna equesta asserzione del profeta: « Il giusto vivrà per la fede? ». Inveceè facile vedere come la giustizia prodotta da Dio nell’uomo è « dallafede » ( ἐκ πίστεως = ek pisteos), poiché la fede è una condizione necessaria al suo nascere; come essa progredisca « nella fede » (εἰς πίστιν= eis pistin), poiché la fede rimane il suo principio, la sua misura e il suo ideale; come essa si riveli nel Vangelo che l’annunzia e la realizza; finalmente come essa esista e si riveli in conformità delle antiche profezie poiché il profeta Abacuc parla veramente di una giustizia inerente all’uomo. – L’altro testo non è più oscuro: « Ora senza la Legge, la giustizia di Dio si è manifestata, avendo per sé la testimonianza della Legge e dei profeti, la giustizia di Dio, dico, dalla fede di Gesù Cristo, (giustizia che si estende) a tutti i credenti (14 Rom. III, 21) ».La giustizia di Dio dalla fede di Gesù Cristo è una « giustizia cherisiede nell’uomo, il che san Paolo afferma ancora più precisamenteaggiungendo che essa è destinata a tutti i credenti. E non è difficilevedere come questa giustizia di Dio dalla fede abbia per sé la testimonianzadella Legge e dei profeti, poiché Abramo, secondo la Genesi,dovette la sua giustificazione alla fede, e il giusto, secondo ilprofeta Abacuc, vivrà dalla fede. Si obbietta che poco dopo Diomostra o dimostra la sua giustizia — evidentemente la sua giustiziaintrinseca — col proporre o esporre il Crocifisso come mezzo di propiziazione,e si sostiene che una medesima locuzione deve sempreconservare il medesimo significato nel medesimo contesto. Su questoprincipio vi sarebbe molto da dire: per ciò che riguarda san Paolo,è certamente falso, e se si volesse applicarlo rigorosamente, ne risulterebbesovente un’esegesi sforzata, puerile e assurda. Non èforse noto a tutti, che san Paolo suole girare attorno ai sensimolteplicidi una parola, che molte volte percorre tutta la gamma deisignificati di un termine, che anche qui le nozioni di fede e di leggecambiano certamente nel corso del periodo? Del resto l’attributodivino della giustizia e la giustizia che viene da Dio sono due concettivicini che si chiamano e si attraggono a vicenda, poiché Dio si mostragiusto nel giustificare il peccatore unito con Gesù Cristo.Riassumendo: La « giustizia di Dio » si presenta in san Paolosotto due aspetti distinti ma non disparati: la giustizia che è in Dio,e la giustizia che viene da Dio.La giustizia intrinseca di Dio non è unicamente la giustizia vendicativa o la giustizia distributiva, ma è anche — e qualche voltaè principalmente — la giustizia redentrice; essa include la bontà,la grazia e la misericordia invece di escluderle o di farne astrazione.La giustizia inerente all’uomo non è dunque senza relazioni conla giustizia intrinseca di Dio. Dio è giusto e manifesta la sua giustizianel giustificare l’uomo. La giustizia creata è l’effetto e il riflesso dellagiustizia increata.

2. Nel percorrere le lettere di san Paolo, prima di qualunque analisi dei particolari, si rimane colpiti dai fatto che egli associa sempre all’atto di fede la giustizia e la giustificazione dell’uomo. Così « la giustizia di Dio [è] dalla fede di Gesù Cristo (Rom. III, 22), la giustizia (viene o risulta) dalla fede (Rom. IX, 30), la giustizia (poggia) sopra la fede (17 Fil. III, 9) »; insomma, è « la giustizia dalla fede (Rom. IV, 11-13) ». Così pure « l’uomo è giustificato dalla fede (Rom. III, 28) »; tutti, Ebrei e Gentili, sono « giustificati per motivo della fede (Rom. III, 30) »; Dio « giustifica chiunque dipende dalla fede di Gesù (Rm. III, 26) »; finalmente « a ogni credente la fede è imputata a giustizia (Rom. IV, 5) ». Se esaminiamo da vicino queste formole vedremo che la fede non è una semplice condizione essenziale la cui presenza è richiesta non si sa bene perché, ma vedremo che essa esercita una vera causalità di ordine morale. Per parlare esattamente, non è la fede che giustifica, ma è Dio che giustifica per mezzo della fede; poiché la fede non è né causa efficiente principale, né causa formale, ma soltanto causa strumentale della nostra giustificazione. Dio giustifica per mezzo della fede ( πίστει o διὰ πίστεως = pistei o dia pisteos), come canale della grazia; giustifica in vista della fede, avuto riguardo alla fede (ἐκ πίστεως = ek pisteos), come principio di rinnovamento interiore; giustifica sopra la fede (ἐπί πίστει = epi pistei), come fondamento della salvezza. La strumentalità della fede appare soprattutto nella giustificazione del padre dei credenti: « Abramo credette a Dio, e questo gli fu imputato a giustizia (Gen. XV, 6; Rom. IV, 3, 22, 23; Gal. III, 6) ». San Paolo non dice già che la giustizia fu imputata ad Abramo; dice invece — ed è cosa ben diversa — che la fede gli fu imputata a giustizia. Egli non dice neppure che la fede è l’equivalente della giustizia, perché  allora tale imputazione sarebbe di diritto, mentre è, secondo lui, un atto grazioso (Rom. IV, 16). Egli dice che la fede fu imputata a giustizia perché la fede è inferiore alla giustizia, e la giustizia è tuttavia concessa per ragione della fede. Dio non riconosce affatto l’equivalenza tra la fede e la giustizia, ma l’accetta per grazia; la sua misericordia è quella che supplisce a ciò che manca. Siccome però i suoi doni non sono illusori, la giustizia che è da Lui messa a conto dell’uomo, diventa realmente cosa e proprietà dell’uomo. – Per il protestantesimo ufficiale, la fede giustificante non ha nessun valore morale; è una specie di strumento passivo, una potenza puramente recettiva della giustificazione, la quale non esercita nessuna causalità ed è soltanto una condizione sine qua non; solamente per un abuso di linguaggio si può dire che essa giustifica. La giustificazione dell’empio si compie tutta in Dio; essa non cambia e non opera nulla nell’uomo; è un giudizio sintetico in virtù del quale l’empio, che resta empio, viene dichiarato giusto. Dio nel vedere la sua fede gli imputa la giustizia del Cristo, senza però dargliela. Perciò l’empio giustificato è sempre empio in se stesso, ma è giusto dinanzi a Dio il quale gli ha assegnato l’attributo della giustizia. Questo discorso è duro da comprendersi: in che modo il falso può essere vero, o come mai Dio può dichiarare vero quello che sa essere falso! Perché la fede è richiesta se è inattiva, e perché Dio ne tiene conto, se essa non ha nessun valore? Con quale diritto si afferma che la giustizia di Dio ci viene imputata, mentre san Paolo afferma invece che la nostra fede ci è imputata a giustizia! Non bisognerà dunque più meravigliarsi se molti protestanti liberali ripudiano questo sistema come arbitrario, immorale e incoerente. Per costoro la fede non è senza valore: essa è un germe di virtù, un’aspirazione verso il bene, il punto di partenza di una vita nuova. Da parte di Dio, essi dicono, la giustificazione consiste nel contentarsi di questo germe, nel giudicare l’uomo dal suo ideale, nel prendere la tendenza come un fatto compiuto, nel vedere nell’umile ghianda la quercia sublime che ne uscirà. Dio dichiara che l’empio è giusto, perché questi col credere ha già cominciato ad essere giusto e diventerà un giorno interamente giusto. – Noi ammettiamo senza esitare, che la giustificazione dell’uomo desta ordinariamente, nell’Antico Testamento e anche nel Nuovo, l’idea di un giudizio divino, che si può almeno scoprirvelo senza far violenza ai testi, che in alcuni casi la giustificazione è puramente dichiarativa. Così è, per esempio, tutte le volte che si tratta del giudizio finale il quale non produce la giustizia nell’uomo, ma la presuppone: « Non quelli che ascoltano la Legge sono giusti dinanzi a Dio, ma quelli che mettono in pratica la Legge saranno giustificati (Rom. II, 13) ». Qui là giustificazione non è altro che la sentenza del Giudice supremo; tuttavia in virtù dell’equazione « essere giustificato » ed « essere giusto dinanzi a Dio », il giudizio divino non è arbitrio; esso poggia sopra la verità e non sopra una finzione di diritto. – Ma non è questo il senso ordinario, e lo prova l’impossibilità di sostituire, nella maggior parte dei casi, il verbo « giustificare » con i suoi pretesi equivalenti « dichiarare giusto » o « trattare come giusto ». Anche quando la giustificazione si presenta sotto forma di sentenza dichiarativa, suppone o produce la giustizia: come infatti si può concepire una dichiarazione divina che dica il falso, e un giudizio di Dio fondato sopra l’errore? Quando « Dio giustifica l’empio », dicono i corifei del protestantesimo, la giustificazione non è già un giudizio analitico, “ma un giudizio sintetico il cui attributo non è contenuto nella nozione del soggetto. Un giudizio analitico sarebbe questo: « L’empio è ingiusto ». Ma è ben diverso il giudizio che Dio pronunzia quando ci giustifica: « L’empio è giusto ». Di modo che l’empio giustificato si trova nel tempo stesso (in sensu composito) in possesso di due predicati contradittori, uno dei quali gli appartiene in quanto è empio, e l’altro gli è attribuito dalla dichiarazione divina. Tanto varrebbe dire che un cerchio sarà rotondo e quadrato nello stesso tempo, se Dio pronunzia che è quadrato: sarà rotondo per essenza, e quadrato in forza del giudizio sintetico formulato da Dio. «Nel giustificare. Dio non riconosce nel peccatore nessun attributo (di giustizia); al contrario, gli aggiunge un attributo mentre ancora è peccatore, cioè quello della giustizia (Franks, Justification – Dict. Of Christ and the Gospel, t., p. 919) ». Farà meraviglia che tale dottrina abbia provocato proteste fin dal giorno in cui nacque? Quelli che ancora la difendono, rinunziano però a comprenderla e, pure appellandosi all’autorità di Paolo, volentieri si trincerano dietro il mistero. Perché un uomo sia giusto dinanzi a Dio, e perché Dio pronunzi che egli è giusto, si richiede una di queste due cose: o che Dio lo abbia reso giusto in precedenza, oppure che lo renda giusto con questa stessa dichiarazione. In questa seconda ipotesi, la giustificazione dell’empio sarebbe dichiarativa nella forma, ma effettiva in realtà. La sentenza divina di giustificazione produrrebbe allora il suo effetto alla maniera delle formule sacramentali, come le parole della consacrazione, come le parole del Cristo operante miracoli. Così si conserverebbe alla parola « giustificazione » il senso giudiziario che molti esegeti moderni considerano come essenziale, pure non ammettendo quella giustificazione fittizia dovuta ad un giudizio divino contrario alla verità. La maggior parte dei teologi eterodossi dei nostri giorni si lamentano di trovare in san Paolo una dualità delle più singolari. Ci sarebbe la giustificazione ideale, giuridica, oggettiva, imputata, e la giustificazione reale, morale, soggettiva, inerente. Nella prima, lo Spirito Santo interverrebbe soltanto come testimonio; nella seconda, sarebbe autore, pegno e caparra della giustificazione; qui la fede sarebbe presentata come un vincolo mistico che ci unisce al Cristo, là invece la fede non sarebbe altro che un semplice riconoscimento intellettuale dell’economia della salvezza. La giustificazione forense si collegherebbe al concetto della redenzione per mezzo di riscatto e di sostituzione penale, mentre la giustificazione soggettiva corrisponderebbe alla liberazione dal peccato e dalla carne. Secondo Pfleiderer, questi due concetti « sono come due fiumi che scorrono nel medesimo letto senza mescolare le loro acque ». Parecchi li dichiarano inconciliabili o almeno sostengono che la conciliazione non avvenne nella mente di Paolo; altri si sforzano di conciliarli, ma, traviati dai loro pregiudizi, riescono soltanto a soluzioni inaccettabili. Essi sono persuasi che « è impossibile armonizzare la dottrina dell’Apostolo, eccetto che si consideri la giustizia di Dio come una qualità che non è in nessun modo attuale nel credente, ma che gli è sicuramente promessa per l’avvenire ». Sarebbe una specie di giudizio profetico, in anticipazione, che Dio confermerebbe poi, e nel tempo stesso realizzerebbe nell’ultimo giorno. Tale è la famosa giustificazione forense ed escatologica che doveva rischiarare tutto il mistero, e che invece altro non fa che rendere più fitte le tenebre. – Ben più semplice, più ragionevole, più conforme alla lettera e allo spirito dell’Apostolo è la soluzione Cattolica, della quale ciascun punto si può giustificare con una parola di san Paolo:

Dio prende l’iniziativa; Egli è il solo Autore della chiamata interna come della vocazione esterna; è l’iniziativa della grazia, ed in questo senso la fede è da Dio.

L’uomo alla sua volta risponde alla chiamata, ma non senza l’aiuto divino; egli rende gloria a Dio con l’accettare la sua testimonianza, con l’inchinarsi sotto la sua mano, con l’abbandonarsi totalmente in Lui: questo è certamente un merito, ma un merito di cui non può attribuire a sé l’onore.

Dio interviene di nuovo: Egli imputa la fede a giustizia; dà generosamente la giustizia in cambio della fede, ma non come l’equivalente o il compenso della fede: fino a questo punto la grazia ha avuto sempre una parte preponderante.

La giustizia concessa all’uomo gli impone l’obbligo e gli conferisce il potere, delle opere buone. L’uomo, armato della grazia abituale,può avanzare di virtù in virtù; ma i frutti che acquista, pure appartenendoa lui, non sono esclusivamente suoi, perché egli lavora suifondi di Dio e con i mezzi che Dio gli dà.

Finalmente Dio incorona l’opera; per sempre Egli giustifica l’uomo, questa volta col dichiararlo giusto, perché l’uomo è veramente tale. – Concerto ammirabile nel quale Dio è sempre attivo senza sopprimere né intralciare l’attività dell’uomo, e nel quale l’uomo opera la propria salvezza senza ledere in nulla il dominio supremo di Dio.

III. LA SANTIFICAZIONE.

1. L’IDEA DELLA SANTITÀ. — 2.. GIUSTIZIA E SANTITÀ.

1. L’abisso che separa il Cristianesimo dal paganesimo classico, in nessun luogo appare più largo e più profondo, che nel concetto della santità. L’antica religione dei Greci e dei Romani non sospettava neppure la santità delle divinità; in ogni caso l’epiteto di santo non veniva affatto applicato agli dèi dell’Olimpo. Certe frasi bibliche come queste: « Siate santi perché io sono santo », oppure: « Io sono santo, io che vi santifico », dovevano avere un suono strano per orecchie pagane. Per quanto possano essere oscuri il senso primordiale ed etimologico della parola santo in ebraico, le fasi della sua evoluzione semantica, i gradi di spiritualizzazione che venne superando nel corso dei tempi, seguendo il progresso della rivelazione, è cosa certa che la nozione biblica di santità, è essenzialmente religiosa e morale, che conviene a Dio per eccellenza, ed agli esseri finiti in rapporto a Dio ». Nell’Antico Testamento, il santo era l’uomo legato a Dio con un vincolo di consacrazione o di appartenenza speciale; nel nuovo è colui che partecipa alla stessa santità di Dio. Se si confrontano tra loro, per distinguerle, la giustificazione e la santificazione, questa appare come una perfezione positiva, suscettibile di progressi indefiniti, mentre quella si presenta soprattutto sotto il suo aspetto negativo — la remissione dei peccati — che non pare ammettere il più e il meno. La santificazione inchiude la nozione stessa di giustificazione, ma non è vera la proposizione reciproca; di modo che si può concepire un ordine di provvidenza nel quale l’uomo peccatore sarebbe semplicemente dichiarato giusto, mentre sarebbe impossibile immaginarsi un santo al quale non fossero stati rimessi i peccati. Sotto questo aspetto, la giustificazione precede logicamente la santificazione alla quale serve di base.

2. Affrettiamoci però a dire che nell’ordine attuale, il solo che ci interessi, la giustificazione e la santificazione sono inseparabili. Lo dimostriamo con due serie di testi. San Paolo scrive ai Corinzi:

Voi dunque ignorate che gl’ingiusti non erediteranno il regno di Dio? Non illudetevi: né gl’impudichi, né gl’idolatri, né gli adulteri, né gli effeminati, né gl’infami, né i ladri, né gli avari, né gli ubbriaconi, né i maledici, né i rapaci erediteranno il regno di Dio. Ed ecco quello che eravate alcuni di voi; ma voi vi siete purificati, ma voi siete stati santificati, ma voi siete stati giustificati dal nome del Signore Gesù Cristo e dallo Spirito del nostro Dio” (I Cor. VI, 9-11).

L’Apostolo enumera come a caso una decina di vizi dei più comuni tra i pagani, e soprattutto a Corinto. Egli ricorda che un certo numero dei suoi lettori — egli non generalizza troppo per non offenderli — una volta se ne resero colpevoli; ma che importa? Il Battesimo ha scancellato tutto! Il Battesimo produce, tutto in una volta, la purificazione, la santificazione, la giustificazione del peccatore. Invano certi esegeti troppo sottili si ingegnano di trovare una gradazione tra questi tre effetti della grazia sacramentale. La gradazione non esiste; ma san Paolo, collocando la santificazione in mezzo agli altri due frutti del Battesimo, fa vedere che essa non è posteriore a loro. – Con gli Efesini egli tiene lo stesso linguaggio; soltanto qui applica alla Chiesa intera quello che là diceva di ciascun Cristiano: “Il Cristo ha amato la Chiesa ed ha dato se stesso per lei, affine di santificarla purificandola nel bagno di acqua, per mezzo della parola, per offrire a se stesso la Chiesa gloriosa, senza macchia né ruga né altro di simile, ma santa e irreprensibile (Ephes. V, 26). – La santità non è privilegio di una classe scelta, ma è cosa di tutti i Cristiani degni di questo nome. Quando l’Apostolo scrive ai santi di Roma, di Corinto, di Filippi o di qualsiasi altra città, non stabilisce affatto più categorie di fedeli; egli si rivolge a tutti indistintamente. Per lui ogni Cristiano è un santo, ed a questa parola egli lascia tutto il suo valore. In qualche raro testo egli potrà bensì parlare soltanto di una santità esteriore e legale che non supera illivello dell’Antico Testamento; quando dice, per esempio, parlando dei matrimoni misti: « Il marito infedele è santificato dalla moglie (fedele), e la moglie infedele è santificata dal (marito) fedele; altrimenti i vostri figliuoli sarebbero impuri, mentre ora sono santi (I Cor. VII, 14) ». – Essendo l’unione coniugale così intima, che i due coniugi formano una sola carne, una sola persona morale, la santità dell’uno si riversa su l’altro; il coniuge infedele e i suoi figli sono come immersi in un’atmosfera di santità che li avvolge e che finirà col penetrarli: così l’acqua mescolata col vino prende il sapore e il colore del vino. Ma questo modo di parlare è eccezionale. Il Cristiano, per il fatto del suo Battesimo, è santificato dallo Spirito Santo del quale è tempio (I Cor. III, 16; II Cor. VI, 16), diventa amico di Dio (Col. III, 12; Rom. I, 7), è « chiamato alla santità (I Cor. I, 2; Rom. I, 7) »; e noi sappiamo che per san Paolo la vocazione è sempre una vocazione efficace che ottiene il suo effetto. La santità del Cristiano non è dunque una santità solamente in potenza, ma una santità almeno iniziale il cui germe non chiede altro che di fruttificare. Dunque, nell’economia attuale, la giustificazione non è la semplice remissione dei peccati; è una riconciliazione con Dio (Rom. V, 10-11; II Cor. V, 18-19), che ci restituisce l’amicizia divina e, con questa, i beni perduti in Adamo. Essa è perciò rappresentata come una trasformazione di tutto il nostro essere, come una metamorfosi che di ogni Cristiano fa « una nuova creatura (II Cor. V, 17) ».

CONOSCERE SAN PAOLO (41)

LIBRO V

I canali della redenzione.

CAPO I.

La fede principio di giustificazione.

I. LA FEDE GIUSTIFICANTE.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. FEDE PROTESTANTE E FEDE CATTOLICA. — 2. NATURA DELLAFEDE. — 3. OGGETTO DELLA FEDE. — 4. VALORE DELLA FEDE.

1. È assai difficile sapere che cosa intendessero per la fede che giustifica i riformatori del secolo XVI, perché in loro non si trovanoné definizioni precise né nozioni uniformi. I loro testi messi a confronto lasciano una forte impressione di oscurità e d’incoerenza. I corifei del protestantesimo erano bensì concordi nel negare che la fede informe sia una vera fede; ma siccome volevano eliminare dall’atto di fede l’elemento intellettuale, pure lasciando gli la certezza, il loro imbarazzo nel definire la loro fede speciale era grandissimo. Se essi dicevano con Calvino, che la fede è « una conoscenza fermae certa della benevolenza divina verso di noi », avevano bisogno dilunghi commenti per spiegare che tale atto partiva dal cuore e nondall’intelletto, e non sapevano dove basare la realtà di una tale fedeil cui oggetto, nel momento in cui veniva percepito come esistente,non esisteva ancora. Se preferivano la definizione di Lutero: « unafiducia certa e profonda nella bontà divina e nella grazia manifestatae conosciuta per mezzo della parola di Dio », era loro impossibile ildire in che modo questa fiducia fosse certa, eccetto che si ammettesseche essa medesima fosse preceduta da un atto di fede intellettuale.Non abbiamo il diritto di aspettarci maggiore precisione e chiarezzadai protestanti moderni. La maggior parte, anche di coloroche si potrebbero credere disposti a emanciparsi dall’ortodossia luterana,considerano sempre la fiducia come l’elemento unico o principale della fede. In molti di loro si nota però la cura di evitare ciòche la nozione protestante ha di troppo urtante o di apertamentecontrario alla Scrittura. Così B. Weiss unisce la fiducia all’adesione intellettuale e intende soprattutto per fiducia quella che si dimostraa Dio col credere alla sua parola; è il pius ædulitatis affectus dei teologi cattolici. Al contrario, certi razionalisti mantengono senza riguardi le concezioni radicali dei primi riformatori e con questo appunto ne mettono a nudo l’assurdità fondamentale. Agli occhi diBaur, per esempio, « la fede, come principio di giustificazione, è la persuasione fondata sopra Gesù Cristo, che ciò che non è, tuttavia è »: e si domanda con stupore che cosa possa giovare un tale attoper la nostra salute. Vi è infatti proprio da sbalordire, perché è la negazione pura e semplice del principio di contraddizione. Ma la confusione va ancora più avanti: « La fede, secondo Fricke, è una presadi possesso ricevente, la quale tuttavia è prima resa possibile dalla recezione della grazia preparata in Dio prima di ogni recezione ».Quale sfinge sarebbe capace d’indovinare tale enigma? Non bisogna meravigliarsi se la nozione della fede protestante manca di chiarezza; poiché, secondo l’autore della definizione citata or ora, il pensiero di Paolo è così profondo, che pochissimi uomini sono riusciti a penetrarlo, e prima di Lutero era interamente sconosciuto da più dimille anni. Il primo che lo abbia compreso, al dire di Harnack, è l’eretico Marcione, che però lo comprese molto male. Di fronte a tali incertezze, mettiamo la dottrina costante dellaChiesa Cattolica, così formulata dal Concilio Vaticano: « La fede è una virtù soprannaturale con la quale, sotto l’influsso e con l’aiuto della grazia, noi crediamo come vere le cose rivelate, non per motivo della loro verità intrinseca accessibile ai lumi naturali della ragione, ma per l’autorità di Dio stesso che le rivela e che non può né ingannarsi né ingannare ». Il Concilio di Trento dichiara che « noi siamo giustificati dalla fede, perché la fede è l’origine, il fondamento e la radice di ogni giustificazione » e che « noi siamo giustificati gratuitamente, perché nulla di ciò che precede la giustificazione, né la fede né le opere, può meritare la grazia della giustificazione (Conc. Vatic. Sess. III, cap. 2; Conc. Trid. Sess.VI, cap. 8) ». La fede è l’origine della nostra salvezza perché è la prima disposizione salutare, e senza di essa il peccatore non può né sperare né pentirsi veracemente, né amare Dio di un sincero amore. Essa ne è il fondamento, perché tutto il resto si appoggia sopra la fede; se questa cade, cade con lei tutto l’edificio, mentre essa si può reggere anche se cadono le altre virtù. Essa ne è la radice, non già perché essa sia il germe spontaneo e infallibile delle altre disposizioni soprannaturali, ma perché essa concorre, con l’aiuto divino, a produrle e a mantenerle. – Prima di esaminare in che modo la fede giustifica, studiamo in san Paolo la natura, l’oggetto e il valore della fede giustificante.

2. In questa analisi bisogna evitare tre vizi di metodo. Il primo sarebbe quello di spiegare l’uso biblico con l’uso profano: la fede cristiana e la fede pagana differiscono in tutto e per tutto; esse non hanno nessuna misura comune; i classici hanno bensì fornito agli scrittori sacri la parola « fede », ma nulla più. Un secondo sbaglio sarebbe quello di prendere come punto di partenza l’etimologia della parola greca. Quando gli Apostoli — e prima di loro i Settanta — adottarono questa parola, la nozione di fede aveva dietro di sé una lunga storia: prodotto di una razza e di una civiltà diversa, è ben poco rischiarata dall’etimologia greca (= cercar di persuadere). Finalmente. l’ultimo scoglio sarebbe quello di procedere dalla nozione di « fede » alla nozione di « credere ». Bisogna fare la strada a rovescio; poiché in ebraico, dove cominciò a elaborarsi il concetto della fede cristiana, la derivazione grammaticale, conforme all’evoluzione logica dell’idea, va dal verbo « credere » al sostantivo « fede »; e quest’ultima parola non ha ancora quasi mai il significato religioso che il verbo « credere » ha ordinariamente. Ogni attento lettore rimane colpito dal fatto che san Paolo, come pure il redattore dell’Epistola agli Ebrei, suole collegare la fede cristiana con la fede dell’Antico Testamento e non sembra fare nessuna differenza tra queste due fedi; fatto questo tanto più curioso perché nell’Antico Testamento il compito della fede pare a tutta prima assai ridotto: si spera in Dio, gli si obbedisce, lo si teme, si ama; ma non si pensa a farsi un merito col credere in Lui, poiché il rifiutarsi di credere è l’errore del solo « insensato ». La fede è quasi soltanto menzionata nei casi eccezionali in cui essa ha ostacoli da superare, dubbi da vincere o gravi obblighi da compiere; allora, è vero, è la virtù capitale, come il suo contrario, l’incredulità, è il vizio più odioso. La salute o la rovina del popolo dipendeva dalla sua fede: « Se non credete, voi non sussisterete (Is. VII, 9. Cfr. XLIII, 10) ». — « Credete in Jehovah vostro Dio e voi sarete salvi  (II Paral. XX, 20) ». Tale fu la fede di Abramo, la fede dei Niniviti, la fede di cui parla Abacuc, la fede d’Israele al suo uscire dall’Egitto: « Essi credettero a Jehovah ed a Mosè suo servo (Es. XIV, 31) ». Dappertutto la fede si afferma come un assenso alla parola di Dio o del suo profeta, ma l’elemento intellettuale raramente è isolato; quasi sempre gli va unito un sentimento di sicurezza, di fiducia, di abbandono, di obbedienza, di amore filiale: l’adesione della mente produce la vibrazione del cuore. – Passando dall’Antico al Nuovo stamento. noi possiamo misurare con uno sguardo tutta la via percorsa. La fede non è più indicata come un fatto eccezionale, ma è oramai l’atteggiamento normale del Cristiano; le due parole « fede » e « credere » si presentano ad ogni pagina in proporzioni quasi uguali; l’accezione profana, completamente eliminata dal sostantivo, tende a scomparire anche nel verbo; finalmente i due termini hanno acquistato un significato tecnico il quale permette di adoperarli in modo assoluto: la, fede è l’accettazione del Vangelo, e credere vuol dire professare il Cristianesimo. Questa pienezza di significato rende malagevole l’analisi della fede cristiana; tuttavia un confronto attento dei testi ci suggerisce le seguenti osservazioni: La fede non è una pura intuizione, una tendenza mistica verso un oggetto piuttosto sospettato che non conosciuto; essa « suppone la predicazione: Fides ex auditu; essa è l’adesione della mente a una testimonianza divina (Rom. X, 17; Gal. III, 2-5; I Tess. II, 13). — La fede è opposta alla visione, e quanto all’oggetto conosciuto e quanto alla maniera di conoscere; l’una è immediata e intuitiva, l’altra ha luogo mediante un intermediario (II Cor. V, 7). — Tuttavia la fede non è cieca; essa è pronta a dare ragione di sé medesima e aspira sempre a una maggiore chiarezza (II Cor. IV, 4-6). — Essa è intimamente unita, da una parte alla speranza e alla carità, con le quali forma una terna inseparabile, e dall’altra all’obbedienza e alla conversione del cuore. — La fede, per quanto ferma e incrollabile nella sua adesione, ha tuttavia dei gradi e può crescere d’intensità e di perfezione (I Cor. III, 1-2; II Cor. X, 15; Col. II, 7; II Tess. I, 3, etc.). — Finalmente, derivando dalla grazia, essa possiede un valore intrinseco che la rende gradita a Dio (Ephes. II, 8).  Prima di esaminare donde le venga il suo valore, diciamo qual è il suo oggetto.

3. Nell’atto di fede bisogna distinguere l’oggetto formale — il motivo di credere — e l’oggetto materiale sul quale la fede si dirige. Quello che provoca l’adesione della mente è sempre la testimonianza di Dio, sia che si produca direttamente, sia che arrivi per mezzo degli araldi autorizzati della rivelazione. Dio stesso parlò ad Abramo, a Mosè; a noi parla per mezzo dei Profeti e degli Apostoli; ma questa differenza nel modo di trasmissione non cambia nulla alla testimonianza divina: « Avendo ricevuto la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto intendere, voi l’avete ricevuta non come parola degli uomini, ma, quale è veramente, come parola di Dio (I Tess. II, 13) ». Il Vangelo non è una invenzione degli Apostoli, perché essi non l’hanno « né ricevuto né appreso da un uomo, ma per rivelazione di Gesù Cristo (Gal. I, 12) » che è la Sapienza incarnata. Quindi la parola evangelica è la parola di Dio, o semplicemente la Parola, e credere ai messaggeri di Dio è credere a Dio medesimo. – Mentre l’oggetto formale non cambia mai, l’oggetto materiale varia all’infinito. Esso può riguardare il complesso della rivelazione o un gruppo di verità o un dogma particolare: « Se noi siamo morti con Gesù Cristo, noi crediamo che vivremo anche con Lui. — Se confessi con la bocca, che Gesù è il Signore, e se credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, tu sarai salvo (Rom. VI, 8; X, 9). — Se crediamo che Gesù morì e risuscitò, così pure Dio per mezzo di Gesù ricondurrà con sé quelli che sono morti (I Tess. IV, 14) ». Qui la fede è un’adesione intellettuale a una verità di ordine storico, senza nessuna idea accessoria di fiducia o di abbandono; tuttavia è la fede verace, la fede cristiana, poiché ad essa è legata la salvezza. Infatti, per quanto sia ristretto l’oggetto materiale, l’oggetto formale rimane sempre il medesimo, ed è questo che specifica la fede. Quando non è espresso, l’oggetto materiale è più che mai comprensivo. San Paolo suole chiamare i fedeli col nome di « credenti », perché la fede è il sentimento vasto e universale che riassume meglio il carattere del Cristiano. La « fede » è la professione di tutto il Vangelo ed è anche, oggettivamente, il Vangelo in tutta la sua ampiezza. In una parola, « credere » è essere discepolo del Cristo; poiché oltre all’adesione intellettuale, la fede sincera implica anche una sommissione tacita e virtuale ai doveri che il Cristianesimo impone. Quando l’oggetto della fede è indicato — se lasciamo da parte certe locuzioni eccezionali, come « fede nel Vangelo, fede nella verità » — esso è sempre Dio o il Cristo. E allora, coincidendo l’oggetto materiale con l’oggetto formale, la nozione della fede è abbastanza complessa.- Se il credere a Dio (Θεῷ = teo) può non essere altro che il prestar fede alla sua testimonianza, il credere in Dio aggiunge a questo concetto certe delicate sfumature di cui rendono bene il significato le particelle greche. Credere in Dio non è soltanto credere alla sua esistenza, ma riposare su Lui (ἐπὶ Θεῷ = epi teo) come sopra un appoggio incrollabile, è rifugiarsi in Lui (ἐπὶΘεόν = epi teon) come in un asilo sicuro, è tendere a Lui (εἰς Θεόν = eis teon) come al proprio ultimo fine. In questi ultimi anni si è negato che la « fede del Cristo » sia la fede al Cristo; si vorrebbe invece che sia la fede che Gesù stesso avrebbe avuto durante la sua vita mortale. Fortunatamente i teologi e gli esegeti, così protestanti come cattolici, resistendo a quel certo fascino che esercita sempre un’opinione nuova, per quanto possa essere arbitraria, continuano a vedere nella « fede del Cristo » la fede di cui il Cristo è oggetto da parte dei fedeli. Non vi è espressione più adeguata della fede giustificante di Paolo (Gal. II, 16). Gesù Cristo non è soltanto il plenipotenziario di Dio e il mediatore unico della nuova Alleanza; egli è ancora il compendio del Vangelo, poiché è il centro dell’economia della salute, e tutte le promesse di Dio si compiono in Lui. Perciò predicare il Cristo è predicare il Vangelo, confessare il Cristo è professare la Religione che Egli venne a fondare, credere al Cristo è accettarlo come Salvatore, confidare nella sua mediazione, sottomettersi alla sua legge. Noi siamo giustificati dalla fede di Gesù Cristo e viviamo nella fede del Figlio di Dio (Gal. II, 20), perché questa fede, ben lungi dall’essere confinata nel dominio dell’intelligenza, è una fede pratica, attiva, obbediente, che dalla carità riceve la sua forma e il suo merito.

4. Anche spogliato delle sue modalità accidentali, come la fiducia e la sommissione al volere divino, l’atto di fede possiede un valore morale intrinseco. Infatti esso non può esistere, neppure allo stato più semplice, senza il pius credulitatis affectus col quale l’uomo liberamente si inchina sotto l’autorità di Dio e confessa implicitamente la veracità della sua testimonianza. « Senza la fede è impossibile piacere (a Dio); poiché chiunque si avvicina a Dio deve credere che Egli esiste e che diventa rimuneratore per coloro che lo cercano (Ebr. XI, 6) ». Noi abbiamo qui la fede più intellettuale, la più sciolta dalle condizioni morali, quella in cui ha meno parte la volontà; eppure l’autore ispirato afferma che senza questa fede è impossibile piacere a Dio, e che con essa è possibile piacergli. Ne è testimonio Enoc: la Scrittura non dice nulla della sua fede, ma gli rende la testimonianza di essere stato gradito a Dio; e il nostro autore ne conchiude che egli piacque a Dio per la fede, poiché senza la fede non è possibile piacergli (Ebr. XI, 5). – Da ciò si conchiude necessariamente che la fede possiede per se stessa un valore morale capace di attirare sopra l’uomo il favore divino … Non è altrimenti della fede di cui parla Abacuc. Dio ha detto al suo profeta: « Se la visione ritarda, tu aspettala; poiché certamente verrà e non mancherà ». Poi soggiunge: « Ecco che soccombe colui la cui anima non è retta, mentre il giusto, per la sua fede, vivrà (Abac. II, 4) ». – Il senso del primo membro non si può fissare con certezza; ma sono fuori di dubbio tre cose: vi è contrasto tra la sorte dell’incredulo, del superbo, che si rifiuta di credere alla visione profetica, e la sorte dell’uomo giusto e pio che vi crede. La fede consiste appunto nel credere che la profezia fatta in nome di Dio si compirà; dunque è proprio la fede quale l’abbiamo descritta una ferma adesione alla parola divina. Il frutto della fede è che per essa il giusto vivrà, cioè sarà oggetto di una preservazione provvidenziale. Per i contemporanei di san Paolo, come per lo stesso san Paolo, la fede di Abramo è la fede tipica. Essa infatti esclude tre difetti chele toglierebbero il merito e il valore: l’incredulità, il dubbio e l’esitazione. Il suo oggetto era arduo, incredibile, umanamente impossibile: eppure il Patriarca non si abbandonò all’incredulità, ma credette anzi contro ogni verosimiglianza, e, se si può dire, contro ogni ragione: qui contra spem in spem credidit. Egli non si fermò punto alle considerazioni che potevano far nascere il dubbio — la sua vecchiaia, il suo corpo debole, l’età avanzata di Sara — ma credette con fede robusta, incrollabile: confortatus est fide. Fece anzi assai più: volgendo subito i suoi pensieri verso Colui la cui veracità è pari alla potenza, non ebbe neppure un momento d’incertezza: non hæsitavit diffidentia. La sua fede fu pronta, ferma, intera, perfetta; perciò fu premiata: « Dio, dice la Scrittura, gl’imputò questo a giustizia ». Benché non vi sia né eguaglianza nè equivalenza tra la fede e la giustizia, bisogna tuttavia assolutamente che vi sia una certa proporzione tra la fede e la giustizia; infatti ciò che è nulla non può essere imputato a nulla. San Paolo poi ci dice come la fede di Abramo fu gradita a Dio e perché ebbe la ricompensa: perché il Patriarca, con la fermezza del suo assenso, con l’implicita confessione della veracità divina, col suo atteggiamento fiducioso verso promesse che parevano irrealizzabili, con la prontezza della sua obbedienza, aveva dato gloria all’Autore di ogni bene: dans gloriam Deo (Rom. IV, 16-22). Tale è il valore proprio, il valore morale della fede. Non già che la fede abbia per se stessa questo valore, o che l’uomo se ne possa vantare. Se essa è in noi e se non è senza di noi — poiché è un atto umano — l’Apostolo c’insegna che, in ultima analisi, essa non viene da noi, ma da Dio: « Voi siete stati salvati dalla grazia per mezzo della fede; e questo non da voi stessi — è un dono di Dio — non per ragione delle opere, affinché nessuno si vanti (Ephes. II, 8-9 ) ». Essere salvati nel tempo stesso dalla fede e dalla grazia sembrerebbe una contraddizione, e tale veramente sarebbe, se la fede venisse da noi; ma non è così, risponde l’Apostolo, tutto questo è un dono di Dio; voi non potete attribuirlo né a voi né alle vostre opere. Perciò la fede è un’operazione, un prodotto dello Spirito Santo o, come dice ancora lo stesso Apostolo, un frutto dello Spirito (Gal. V, 22): alla sua origine soprannaturale essa va debitrice del suo valore. Ora noi siamo in possesso dei tre elementi della fede cristiana quale ci è descritta da san Paolo: l’elemento intellettuale non manca mai: nel caso in cui il doppio oggetto, materiale e formale, fosse pienamente evidente, si potrebbe concepire la fede senza il concorso della volontà, ma non mai senza il concorso dell’intelligenza. La fede in cui non intervenisse affatto la volontà, non sarebbe la fede libera, la fede meritoria, la fede teologica; tuttavia le si potrebbe dare, per estensione, il nome di fede, come fa san Giacomo; la fede in cui l’intelligenza non avesse nessuna parte, non è neppure concepibile, perché ogni fede è una convinzione, e ogni convinzione suppone un assenso della mente. — Un secondo elemento della fede è l a fiducia, e si può intendere in due maniere: fiducia in colui che parla, e fiducia in colui che promette. La prima è inerente all’atto di fede; è, presso a poco, il pius credulitatis affeetus dei teologi. L’altra, accidentale, non è che una modalità dell’oggetto materiale, quando questo consiste in un aiuto presente o in un benefizio promesso: Contra spem in spem credidit — Il terzo elemento della fede viva è una doppia obbedienza: obbedienza della mente alla parola di Dio con l’accettazione pronta e ferma della testimonianza divina, obbedienza del cuore pronto a conformarsi in tutto al volere divino nella misura in cui si manifesta.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: S. S. PIO IX – AMANTISSIMI REDEMPTORIS

….. [i Sacerdoti] rivolgano con convinzione la mente al culto, alle cose divine e alla salvezza delle anime; mostrando se stessi come ostia viva e santa donata al Signore, e testimoni viventi della Passione di Gesù, offrano a Dio, come si conviene, con mani pure e cuore mondo, la Vittima di espiazione per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo … Sono queste le espressioni che si addicono ad un Sacerdote di Cristo che opera nella sua “vera” Chiesa, la Chiesa Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana … ad un Sacerdote che offre a Dio Padre il Sacrificio incruento del Figlio Unigenito, Sacrificio perenne che si perpetuerà fino al giorno del secondo Avvento di Cristo, secondo la profezia di Malachia, per la salvezza dell’umanità redenta sulla Croce, dal Corpo e dal Sangue di GESÙ-CRISTO. Sul nostro pianeta, non c’è un ufficio di questo più importante, ufficio che non è stato accordato né agli Angeli, né ai Serafini, e neppure alla Madre di Dio, la Vergine Maria. – In questa breve Enciclica il Santo Padre ribadisce le norme dei suoi predecessori, circa l’offerta del Sacrificio della Messa per le anime loro affidate, obbligando i Parroci ad applicarla al popolo da essi guidato, non solo nel giorno della Domenica, ma in tutte le feste di precetto pur successivamente soppresse, quindi non più di precetto. L’elogio del Sacerdozio è qui veramente significativo e bello, specie se confrontato con i falsi preti eretici, apostati, della setta modernista del novus ordo o dei falsi tradizionalisti, gli eretici sedevancantisti papi-faidate, o i “fraternitari” partoriti dalle logge massoniche di Sion o dei cavalieri kadosh. Questi falsi preti, li riconosciamo dai frutti: sono falsi perché o mai validamente ordinati secondo le regole, le intenzioni, o le disposizioni liturgiche della Chiesa Cattolica da prelati massoni dediti al culto di lucifero, o dai riti dell’antipapa satanista kazaro-illuminato, nei quali non c’è tonsura, non ci sono ordini minori, ma c’è la non-consacrazione di un non-vescovo a sua volta mai-ordinato con rito cattolico secondo le intenzione e le formule della Chiesa Cattolica. E lo squallore è evidente, la scristianizzazione è palese, l’inganno smascherato … l’abominio della desolazione… dai frutti li riconoscerete: sodomia, pedofilia, avidità, lussuria, impudicizia, libertinaggio, seminari-gay village … Ma “sursum corda”, leggiamoci l’Enciclica … che è meglio!


Pio IX
Amantissimi Redemptoris

Sono state tanto grandi la bontà e la benevolenza dell’amantissimo Redentore Nostro Gesù Cristo, Unigenito Figlio di Dio, verso gli uomini che, come ben sapete, Venerabili Fratelli, assunta la natura umana, non solo accettò di subire i più aspri tormenti e di soffrire la più crudele delle morti sulla croce per la nostra salvezza, ma volle mantenere eterna la sua presenza fra noi nel Santissimo Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue per esserci, con infinito amore, guida e nutrimento e per garantirci, al suo ritorno in cielo alla destra di Dio Padre, la sua divina presenza e un sicuro sostegno della vita spirituale. – Non contento di averci amato con una tale sublime carità, propria di Dio, profondendo doni su doni, volle spargere ulteriormente le ricchezze del suo amore verso di noi perché comprendessimo appieno che, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine. Proclamando infatti se stesso eterno Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedek, istituì nella Chiesa Cattolica un Sacerdozio perpetuo, e quello stesso Sacrificio che Egli stesso offrì una volta per sempre, spargendo sull’altare della croce il suo preziosissimo Sangue per riscattare e redimere l’intero genere umano dal giogo del peccato e dalla schiavitù del demonio, pacificando le cose del cielo e quelle della terra, ordinò si mantenesse operante fino alla fine dei secoli, e ingiunse che ciò avvenisse ogni giorno, diverso solo per il modo dell’offerta, per mezzo del ministero dei Sacerdoti, perché i salutari e sovrabbondanti frutti della sua Passione continuassero a riversarsi sugli uomini. – In questo incruento Sacrificio della Messa, che si compie per mezzo del mirabile ministero dei Sacerdoti, viene dunque offerta quella stessa Vittima che ci ha riconciliati con Dio Padre e che, racchiudendo in sé il potere legittimo di placare, di impetrare e di soddisfare, “ripropone misteriosamente la morte dell’Unigenito che una volta risorto dai morti non muore più, e la morte non avrà più potere su di Lui; Egli vive dunque in se stesso immortale e incorruttibile, ma viene nuovamente immolato per noi in questa misteriosa sacra offerta” . È un Sacrificio così puro che nessuna indegnità e malvagità degli offerenti può in alcun modo sminuire. – Il Signore stesso, per mezzo di Malachia, divinamente ispirato, predisse che questo sacrificio sarebbe stato grande fra le genti e avrebbe dovuto essere offerto puro in ogni parte del mondo, dal sorgere al tramontare del sole (Mal. I,11). È un sacrificio talmente ricolmo di frutti da abbracciare la vita presente e quella futura. – Dio, riconciliato da questo Sacrificio, elargendo la sua grazia e il dono del perdono, cancella anche le colpe più gravi e, pur gravemente offeso dai nostri peccati, trascorre dall’ira alla misericordia e dalla severità della giusta punizione alla clemenza. Tramite questo dono vengono annullati il reato e la soddisfazione delle pene temporali; per mezzo suo può essere portato sollievo alle anime dei morti in Cristo non pienamente purificate, e possono essere conseguiti anche beni temporali purché non in contrasto con quelli spirituali. Sempre per suo tramite vengono debitamente esaltati l’onore e il culto resi ai Santi e, in primo luogo, alla santissima Madre di Dio, la Vergine Maria. – Secondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli, offriamo il divino Sacrificio della Messa “per la pace di tutte le Chiese, per la doverosa armonia del mondo; per i regnanti, per i soldati, per gli alleati, per gli ammalati, per gli afflitti, per tutti coloro che versano nell’indigenza, per i defunti ancora trattenuti in purgatorio, sorretti dalla ferma speranza che potrà tornare di grande giovamento la preghiera elevata in loro favore mentre è presente la Vittima santa e tremenda” . – Non esistendo dunque niente di più grande, di più salutare, di più santo, di più divino dell’incruento Sacrificio della Messa, per mezzo del quale, attraverso le mani dei Sacerdoti, viene offerto e immolato a Dio, per la salvezza di tutti, lo stesso Corpo, lo stesso Sangue, lo stesso Dio e Signore Nostro Gesù Cristo, la Santa Madre Chiesa, dotata dell’inesauribile tesoro del suo divino Sposo, mai tralasciò di circondarlo di cura e di attenzioni, perché un così grande Mistero fosse compiuto da Sacerdoti con cuore grandemente puro e mondo, e venisse celebrato con un apparato esteriore di cerimonie e di riti tale da rendere il culto espressione della grandezza e della magnificenza del Mistero, in modo che i fedeli potessero essere stimolati alla contemplazione delle realtà divine racchiuse in un così ammirevole e venerando Sacrificio. – Con pari cura e sollecitudine la stessa pietosissima Madre mai cessò di ammonire, di esortare e di convincere i suoi fedeli figli perché intervenissero il più frequentemente possibile a questo divino Sacrificio, con le dovute predisposizioni di pietà, di amore e di devozione, ricordando loro il preciso dovere di presenziarvi tutte le feste di precetto, con l’animo e lo sguardo devotamente intenti a quel mistero da cui potevano attingere con facilità la divina misericordia e l’abbondanza di tutti i beni. – E poiché ogni Sacerdote, scelto tra gli uomini, è deputato per gli uomini a tutto ciò che riguarda Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati, in forza delle vostre approfondite conoscenze, Venerabili Fratelli, Voi sapete bene che i pastori di anime sono tenuti ad offrire il sacrosanto Sacrificio della Messa per le anime loro affidate. Si tratta di un obbligo che, secondo gli insegnamenti del Concilio Tridentino, nasce dalla stessa legge Divina. Il Concilio fa ricorso a parole assai autorevoli ed eloquenti per affermare “che a tutti coloro a cui è stata affidata cura di anime è fatto obbligo, per divina disposizione, di riconoscere le proprie pecore e di offrire per esse il Sacrificio” . – È pure nota a tutti Voi l’Enciclica di Benedetto XIV, Nostro Predecessore di felice memoria, del 19 agosto 1744 . Parlando diffusamente e in modo approfondito di questo obbligo e procedendo ulteriormente nel precisare e confermare il pensiero dei Padri Tridentini, al fine di eliminare controversie, dubbi e disquisizioni, stabilì in modo chiaro ed inequivocabile che i parroci e tutti coloro che si trovano in cura d’anime debbono offrire il Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato, tutte le domeniche e le feste di precetto, anche in quelle che per sua disposizione, in molte Diocesi, erano state tolte dal novero delle feste di precetto per permettere a quelle popolazioni di dedicarsi alle opere servili, fermo restando l’obbligo di ascoltare la Messa. – Il Nostro cuore non è certo pervaso da mediocre soddisfazione, Venerabili Fratelli, mentre leggiamo le relazioni inviate a Noi e a questa Sede Apostolica in adempimento ad un preciso compito del vostro ufficio pastorale, sulla situazione delle vostre Diocesi. Sono notizie che tornano a vostro onore e Ci riempiono di gioia. Veniamo infatti a sapere che tutti coloro che hanno cura d’anime adempiono al loro dovere nei giorni di domenica e negli altri tuttora di precetto, e non tralasciano di celebrare la Messa per il popolo loro affidato. Ma siamo anche a conoscenza che in molti luoghi è invalsa tra i parroci la consuetudine di non assolvere questo impegno in quei giorni di festa che un tempo, sulla scorta della Costituzione di Urbano VIII, Nostro Predecessore di felice memoria, dovevano essere ritenuti di precetto. È accertato che questa Sede Apostolica, accogliendo le motivate richieste di molti sacri Pastori e valutando le motivazioni presentate, non solo diminuì per quei luoghi il numero dei giorni festivi di precetto per permettere a quelle popolazioni di dedicarsi alle opere servili, ma le esentò anche dall’obbligo di ascoltare la Messa. Ma non appena queste benevole concessioni della Santa Sede diventarono di pubblico dominio, subito i parroci di molte località, ritenendo di essere stati sollevati dall’obbligo di applicare la Messa per il popolo, lo lasciarono cadere del tutto. Ne derivò dunque, per i parroci di quelle regioni, la consuetudine di tralasciare in quei giorni l’applicazione del santissimo Sacrificio della Messa per il popolo, e non mancarono coloro che si ersero a difensori di una simile consuetudine. – Noi pertanto, mossi da profonda sollecitudine per il bene spirituale dell’intero gregge del Signore a Noi affidato per volere divino, profondamente addolorati perché per tale omissione i fedeli di quelle regioni vengono defraudati dei maggiori frutti spirituali, abbiamo deciso di intervenire in una questione di sì rilevante importanza, ben sapendo che questa Sede Apostolica ha sempre insegnato che i parroci hanno l’obbligo di celebrare la Messa per il popolo anche nei giorni festivi non più di precetto. – Sebbene dunque i Romani Pontefici Nostri Predecessori, indotti dalle insistenti petizioni dei Sacri Pastori, dalle molteplici e difformi necessità delle comunità dei fedeli e dalle gravi difficoltà legate ai tempi e alle situazioni locali abbiano deciso di ridimensionare il numero dei giorni di festa e, nello stesso tempo, abbiano benignamente concesso ai fedeli di dedicarsi liberamente alle opere servili, senza l’obbligo di ascoltare la Messa, tuttavia gli stessi Nostri Predecessori, nel concedere simili indulti, intendevano mantenere integre le disposizioni che vietavano, nei summenzionati giorni, qualsiasi innovazione nel consueto svolgimento dei divini Uffici e dei riti liturgici: tutto doveva essere compiuto nello stesso modo in cui si era soliti operare quando era ancora in vigore la menzionata Costituzione di Urbano VIII con cui si decidevano i giorni festivi di precetto. – Da tutto questo i parroci potevano facilmente dedurre che in quei giorni non potevano in alcun modo essere sollevati dall’obbligo di applicare la Messa per il popolo, perché è questa la componente essenziale dei riti, soprattutto prestando mente al fatto che i Rescritti Pontifici devono essere accolti e interpretati con assoluta fedeltà al loro significato. – A ciò si aggiunga che questa Santa Sede più volte interpellata per casi specifici inerenti questo dovere dei parroci, mai tralasciò di rispondere per il tramite delle sue Congregazioni, sia del Concilio, sia di Propaganda Fide, sia dei Sacri Riti, sia anche della Sacra Penitenzieria, e di precisare che i parroci erano soggetti all’obbligo di applicare la Messa per i fedeli anche in quei giorni che erano stati depennati da quelli festivi di precetto. – Avendo dunque soppesato con somma attenzione tutte le circostanze, e sentito il parere di molti Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa della Nostra Congregazione incaricata di difendere e di interpretare i Decreti Tridentini, abbiamo deciso, Venerabili Fratelli, di scrivervi questa Lettera Enciclica per stabilire una sicura e definitiva normativa da osservare con scrupolosa diligenza da tutti i parroci. A questo fine, con la presente Lettera dichiariamo, stabiliamo e decretiamo che i parroci e i sacerdoti in cura d’anime debbono celebrare e applicare il sacrosanto Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato, non solo in tutte le domeniche e negli altri giorni tuttora annoverati come feste di precetto, ma anche in quelli che per indulto di questa Sede Apostolica sono stati eliminati dal novero delle feste di precetto o trasferiti, allo stesso modo al quale tutti i curatori d’anime erano obbligati quando la menzionata Costituzione di Urbano VIII manteneva piena la sua validità, e le feste di precetto non erano ancora state ridotte e trasferite. – Per quanto concerne le feste trasferite, è ammessa una sola eccezione, quando cioè la solennità e il rispettivo ufficio vengono traslati in giorno di domenica. In questo caso deve essere applicata dai parroci una sola Messa per il popolo, dal momento che si può ritenere che la Messa, parte essenziale dell’Ufficio divino, sia stata trasferita unitamente allo stesso ufficio. – Ora, spinti dal sentimento di paterno amore del Nostro animo, volendo restituire la tranquillità a quei parroci che per l’invalsa consuetudine tralasciarono, nei giorni menzionati, di applicare la Messa per il popolo, concediamo ampia assoluzione, in forza del Nostro Apostolico Potere, per tutte le trascorse omissioni. Non mancando inoltre Sacerdoti in cura d’anime che hanno ottenuto da questa Sede Apostolica uno specifico indulto di riduzione, così viene chiamato, concediamo loro di poterne fruire nei limiti definiti dall’indulto stesso e finché eserciteranno l’ufficio di parroco nelle parrocchie rette e amministrate al presente. – Mentre dunque decretiamo e concediamo, siamo sorretti dalla ferma speranza, Venerabili Fratelli, che i parroci, accesi da ancor maggiori impegno e amore per le anime, sentano l’orgoglio di soddisfare, con somma diligenza e piena devozione, quest’obbligo di applicare la Messa per il popolo, prendendo in seria considerazione la sovrabbondante messe di favori e di doni celesti che, dall’applicazione di questo incruento e divino Sacrificio, si riversa sul popolo cristiano affidato alla loro cura. – Essendo peraltro pienamente consapevoli che potranno presentarsi dei casi specifici in cui, per particolari difficoltà del momento, dovrà essere concesso ai parroci un alleggerimento di quest’obbligo, intendiamo informarvi che per ottenere i relativi indulti occorre rivolgersi esclusivamente alla Nostra Congregazione del Concilio, eccetto i casi riservati alla Nostra Congregazione di Propaganda Fide, avendo delegato ad ambedue le Congregazioni le opportune facoltà. – Non nutriamo alcun dubbio, Venerabili Fratelli, che in forza della vostra ammirevole sollecitudine episcopale e senza interporre alcun indugio, vorrete scrupolosamente rendere noto a tutti e singoli i parroci delle vostre Diocesi quanto in questa Nostra Lettera, con il Nostro supremo potere, confermiamo, nuovamente decretiamo, vogliamo, comandiamo e disponiamo sull’obbligo di applicare il sacrosanto Sacrificio della Messa per il popolo loro affidato. Siamo anche del tutto certi che attiverete in pieno la vostra vigilanza, perché anche chi si trova in cura d’anime adempia diligentemente a questa parte del proprio dovere e si attenga scrupolosamente a quanto abbiamo decretato in questa Nostra Lettera. – È Nostro desiderio che copia di questa Lettera sia conservata in perpetuo nell’Archivio episcopale di tutte le vostre Curie. – Poiché ben sapete, Venerabili Fratelli, che nel sacrosanto Sacrificio della Messa è racchiusa una grande possibilità di insegnamento per il popolo cristiano, non tralasciate mai di rivolgere pressanti esortazioni, in primo luogo ai parroci, a chi si dedica alla predicazione della parola divina e a coloro ai quali è affidato il compito di istruire il popolo cristiano perché, in modo attento e accurato, espongano e illustrino ai fedeli l’importanza, la maestà, la grandezza, il fine e il frutto di un così grande e mirabile Sacrificio, e nello stesso tempo sollecitino e infiammino i fedeli ad assistere ad esso il più frequentemente possibile con la fede, con la devozione è con la pietà degne di questo Sacrificio, al fine di procurarsi la divina misericordia e ogni grazia di cui hanno bisogno. – Non tralasciate di operare con viva sollecitudine perché i Sacerdoti delle vostre Diocesi eccellano per l’integrità dei costumi, per la serietà, per la rettitudine e per la santità, come si addice a chi ha ricevuto il potere di consacrare l’Ostia divina e di compiere un così santo e tremendo Sacrificio. Rivolgetevi inoltre, con pressanti ammonizioni e sollecitazioni, a tutti coloro che muovono i primi passi nel divino Sacerdozio affinché, meditando seriamente sul Ministero che hanno ricevuto nel Signore, possano adempierlo e, sempre memori della dignità e del celeste potere di cui sono investiti, si ammantino dello splendore di tutte le virtù e del pregio della sacra dottrina; rivolgano con convinzione la mente al culto, alle cose divine e alla salvezza delle anime; mostrando se stessi come ostia viva e santa donata al Signore, e testimoni viventi della Passione di Gesù, offrano a Dio, come si conviene, con mani pure e cuore mondo, la Vittima di espiazione per la propria salvezza e per quella di tutto il mondo. – Niente, infine, Ci torna più gradito, Venerabili Fratelli, dell’approfittare di questa occasione per assicurarVi nuovamente e confermarVi tutto l’affetto con cui abbracciamo Voi tutti nel Signore e, nel contempo, Vi incoraggiamo perché possiate tutti affrontate con ancor maggiore ardore il vostro gravissimo compito pastorale senza tentennamenti e cadute di zelo, e provvedere con la più viva passione alla salvezza e alla sicurezza delle amatissime pecore. – Siate certi che Noi siamo pienamente disposti a compiere, con viva gioia, tutto ciò che si rivelerà utile a procurare il maggior bene a Voi e alle vostre Diocesi. Intanto ricevete, auspice di tutti i favori celesti e testimone della Nostra più viva benevolenza, l’Apostolica Benedizione che con il più profondo affetto impartiamo a Voi, Venerabili Fratelli, a tutti i Chierici e ai Fedeli affidati alla cura di ciascuno di Voi.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 3 maggio 1858, anno dodicesimo del Nostro Pontificato.

DOMENICA IV DOPO L’EPIFANIA (2019)

  DOMENICA IV DOPO EPIFANIA 2019

Incipit


In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae.

[Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.

[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus.

Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’ànima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

Omelia I.

[Mons. G. BONOMELLI, Nuovo saggio di Omelie, vol. I, Marietti Ed. – Torino, 1899 – imprim.]

“Non vogliate avere altro debito, che quello d’amarvi l’un l’altro; perché chi ama il prossimo, ha adempiuta la legge. Di fatto, il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male e se vi è alcuna altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non opera alcun male: il compimento dunque della legge è l’amore „ (Rom. XIII, 8-10).

Il tratto della epistola, letta or ora, è tolto dal capo decimoterzo della lettera di S. Paolo ai fedeli di Roma. È brevissimo, perché si contiene tutto in soli tre versetti: ma se poche sono le parole e le sentenze, vasto quanto mai si può dire è il loro significato. Bastici il dire che l’Apostolo in queste poche righe ha compendiata tutta la legge, come in termini dichiara egli stesso in quelle parole che avete udito: Il compimento della legge è l’amore. Il soggetto, che siamo chiamati a considerare è caro e giocondo ad ogni anima bennata e per se stesso si raccomanda alla vostra attenzione. “Non vogliate avere altro debito, che quello di amarvi l’un l’altro. „ Queste parole si possono mutare in queste altre: Ogni vostro dovere si riduce all’amore scambievole. Se noi percorriamo tutti gli scritti del nuovo Testamento non troviamo un precetto più spesso e più vivamente raccomandato e inculcato quanto il precetto della carità fraterna. Gesù Cristo lo chiama “precetto nuovo“, perché prima di Lui non fu mai sì chiaramente imposto, né mai a tanta altezza di perfezione portato: lo chiama precetto suo, perché è quello che più gli sta a cuore e meglio d’ogni altro esprime la natura e l’indole della legge evangelica, tantoché afferma, che all’osservanza di questo precetto si conosceranno i suoi discepoli. Nessuna meraviglia pertanto che S. Paolo qui riduca tutti i doveri del Cristiano all’amore reciproco. Ma qui si affaccia naturalmente una difficoltà: come è mai possibile che tutti i doveri del Cristiano si riducano all’amore fraterno, che dobbiamo avere gli uni con gli altri? – Narra S. Girolamo, che l’apostolo Giovanni, più che nonagenario, dimorava in Efeso: ogni volta che i fedeli si raccoglievano nella chiesuola, vi veniva portato a braccia dai discepoli, che lo pregavano di far loro udire la sua parola. Il santo vegliardo non faceva che ripetere: “Figliuolini miei, amatevi a vicenda. „ Annoiati i discepoli di udir sempre quelle parole, gli dissero: “Maestro, perché ci dici sempre questo? „ Egli rispose, scrive S. Girolamo, in modo degno di lui: “Perché è il precetto del Signore, e se anche solo si adempie, basta ,, (Degli Scrittori eccles.). La risposta d’un tanto Apostolo, commentata da tanto dottore, mi dispenserebbe da qualunque spiegazione; ma è prezzo dell’opera svolgerla più largamente. E per pigliare le cose un po’ dall’alto, vediamo anzi tutto che cosa sia questo amore del prossimo. E forse quel sentimento comune, che più o meno ci porta tutti ad amare il nostro prossimo, quella cotal tenerezza, che sentiamo verso i nostri simili, che fa spuntare negli animi nostri la compassione verso i sofferenti? Certamente questo sentimento è buono, fa onore alla nostra natura; questa tenerezza, questa compassione verso i sofferenti è il carattere delle anime nobili ed è dono del cielo. Ma non è questo l’amore del prossimo, che il Vangelo comanda. Questo sentimento, questa tenerezza, questa compassione può aversi anche senza le opere. Quanti mostrano di sentire al vivo i mali altrui e son larghi di parole e scarsissimi ai fatti! Silla fu uno de’ più mostruosi tiranni dei quali parli la storia. Eppure, assistendo in teatro, piangeva come un fanciullo udendo rappresentare alcune scene commoventi. S’inteneriva alle scene d’un immaginario dolore e faceva versare torrenti di sangue e di lagrime. – Ho visto avari commuoversi dinanzi alle miserie dei tapini e rifiutare un soldo di limosina! – L’amore del prossimo comandato da Gesù Cristo è forse quel sentimento che ci muove ad amarlo per le sue buone e belle doti, per i benefici ricevuti, per i vantaggi che ne speriamo, per il piacere che proviamo in beneficarlo? Non io condannerò siffatto amore, che può essere naturalmente buono; ma in tal caso l’amor nostro non abbraccerà tutti, perché non tutti sono forniti di belle e buone qualità, ne da tutti abbiamo ricevuti benefici, o possiamo sperarne, e il piacere che si prova in amarli e beneficarli non è continuo e bastevole, e lo fosse anche, sarebbe un motivo affatto umano, e perciò troppo debole e incerto. Qual è dunque l’amor del prossimo che compendia in sé l’adempimento di tutti i nostri doveri? È quello che si accende nel nostro cuore, che esce dalle fibre più riposte dell’anima nostra, che ci fa sentire il bene e il male altrui come se fosse bene e male nostro: è quello che si manifesta nelle opere, che ci muove efficacemente al soccorso di quanti ne abbisognano, secondo le nostre forze: è quello infine che ha la sua radice e il suo alimento nella ragione non solo, ma nella fede e in Dio stesso. È questo l’amore del prossimo, che regge ad ogni prova e che compendia l’adempimento di tutti i nostri doveri. – Io devo amare il mio prossimo; e perché? Perché Dio lo ha creato, quel Dio che ha creato me pure; perché Dio lo conserva; perché Dio ha scolpita in lui la sua immagine e lo ama come un padre ama il figliuol suo. Io devo amare il mio prossimo, perché il Figliuol di Dio si è fatto uomo per lui, come per me; perché ha patito ed è morto per lui, come per me; perché Gesù Cristo gli offre le sue grazie, ha stampato od è pronto a stampare nell’anima sua il carattere d i figlio di Dio, e lo chiama al possesso eterno di se stesso. Io devo amare il mio prossimo, in una parola, perché lo vuole Iddio, perché Gesù Cristo me lo comanda, perché è mio fratello per natura. e per grazia, e come è operoso l’amore di Dio  verso il prossimo, così a somiglianza del suo dev’essere operoso il mio. Ecco l’amore del prossimo secondo il Vangelo. – L’amore del prossimo, che scaturisce da sì alta e pura fonte, racchiude in sé tutte le qualità e doti, che lo rendono perfetto. Esso è universale, perché si estende a tutti ed a ciascun uomo, perché non vi è pure un uomo solo, pel quale non valgano i motivi sopra accennati. Siano cattolici, siano eretici, siano scismatici, siano ebrei, siano pagani, tutti sono opera delle mani di Dio, per tutti è morto Gesù Cristo. — Questo carattere di universale nel senso più ampio della parola è proprio soltanto dell’insegnamento evangelico. Fuori del Cristianesimo l’amore del prossimo è l’amore di famiglia, della tribù, della nazione, ma non dell’uman genere: si estende ad alcuni, ma non a tutti e per lo più. è figlio delle simpatie, della gratitudine, o della speranza. È un amore continuo, perpetuo, perché i motivi, che lo accendono e lo alimentano, come ciascun vede, sono continui e non cessano, né possono cessare un solo istante. I motivi non sono propriamente negli uomini, nei loro meriti, ma in Dio Creatore e Redentore, nel suo volere, e perciò non soggetti a mutamento di sorta e quindi anche l’amore, che ne è l’effetto, non solo è universale e continuo, ma eguale nel senso or ora spiegato. – È un amore eguale, perché quantunque possa e debba variare d’intensità in ragione dei vincoli diversi che ci legano al prossimo, nondimeno a tutti si estende senza eccezione, come a tutti si estendono la creazione e la redenzione. – Che importa che questi sia povero, rozzo, ignorante? Che importa che quello sia ingrato, vizioso, scellerato? Che importa che mi odi, mi insulti, mi perseguiti ferocemente? Io deplorerò, condannerò le opere sue, ma amerò lui, perché non cessa d’essere l’opera di Dio, la conquista di Gesù Cristo. Il mio amore si appunta in Dio e in Gesù Cristo, e Dio e Gesù Cristo non si muta mai. Ecco il segreto che spiega la carità cristiana; ecco il perché questi missionari e queste suore abbandonano la famiglia e la patria, si seppelliscono in un ospitale, in un ricovero, valicano i mari, si gettano in mezzo ai barbari, ai selvaggi, ai cannibali per istruirli, incivilirli, per morire per loro e con loro. Ora, l’amore del prossimo, quale l’abbiamo tratteggiato, deve necessariamente manifestarsi in due modi: col non dire, né far cosa che spiaccia o rechi danno al prossimo e col dire e fare tutto ciò che gli piace o gli rechi vantaggio, come meglio è dato a noi. E per questo che l’Apostolo, volendo mostrare che tutti i doveri verso il prossimo si recapitolano nella carità, scrive: “Di fatto il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male, e se vi è altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. „ Chi ama di vero amore il prossimo, come ama se stesso, adempie la legge perfettamente, non fa male a chicchessia e fa bene a tutti quelli, ai quali può farlo. E dunque vero ciò che l’Apostolo soggiunge in forma di sentenza assoluta: “Compimento della legge è l’amore” — Plenitudo legis est dilectio. Forse mi direte: Ma non abbiamo noi doveri verso noi stessi e verso Dio? Ora questi non sono compresi nell’amore verso del prossimo. Come dunque poté dire l’Apostolo: “L’amor e del prossimo è il compimento della legge? „ Veramente può intendersi i n questo senso: A quel modo che l’amore di Dio ci porta all’adempimento dei doveri, che riguardano Dio, così l’amore del prossimo ci porta ad adempire tutti i doveri, che abbiamo col prossimo; ma parmi che possa intendersi assai bene in quest’altro modo: Certamente chi ama Dio, dee volere ciò che vuole Iddio e, per conseguenza, deve amare il prossimo, come lo ama Dio e come Dio comanda. Nell’amore di Dio è chiaramente compreso l’amore del prossimo, come nella causa si contiene l’effetto. Ma nell’amore del prossimo si contiene anche l’amore di Dio? In qualche senso, sì, o carissimi. Perché è impossibile amare il prossimo stabilmente, senza eccezione, affettuosamente, con sacrificio di se stessi, anche quando esso è ingrato e ci odia, senza l’aiuto di Dio, senza l’amore di lui e se nel prossimo non vediamo e non amiamo Dio stesso. “Niuno, dice S. Giovanni, vide giammai Iddio: se noi ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e la sua carità in noi è compiuta „ (Epist. I. IV, 12). Che è come dire: Iddio si ama nell’uomo: chi ama l’immagine di Dio, ama Dio, e l’uomo è veramente l’immagine viva di Dio sulla terra. Amiamo adunque Dio e ameremo il prossimo: amiamo il prossimo, come si dee, ed ameremo Dio, perché questi due amori non si possono separare.

Graduale

Ps CI: 16-17

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

ALLELUJA

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja. [Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia] Alleluja

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matth. VIII: 23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare obædiunt ei?”

OMELIA II

Omelia della Domenica IV dopo l’Epifania

[Mons. Bonomelli, ut supra – Omelia XVIII]

“Gesù essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un grande movimento del mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. E Gesù dormiva. I suoi discepoli, accostatisi a lui, lo svegliarono, dicendo : Signore  salvaci, noi ci perdiamo. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? E alzatosi, comandò al vento ed al mare e si fece grande bonaccia. E gli uomini ne stupivano, dicendo: E chi è costui, che i venti ed il mare gli ubbidiscono? „ (Matt. VIII, 23-28). Gesù Cristo dopo aver guarito il lebbroso presso Cafarnao e in Cafarnao il famiglio del centurione e liberata dalla febbre la suocera di Pietro, lungo la riva del lago di Tiberiade o di Genesaret, che gli Ebrei chiamavano mare, montò sopra una barchetta e di là, come narra S. Marco (IV, 1, 2), ammaestrava le turbe schierate sulla riva. E poiché ebbe finito, licenziata la moltitudine, volle tragittarsi sulla riva opposta del lago. Nella traversata avvenne il fatto che vi ho narrato, che sarà il soggetto delle nostre considerazioni comuni, sì, ma pur sempre belle ed utili. “Gesù, essendo entrato in una navicella, i suoi discepoli lo seguitarono: ed ecco si levò un gran movimento nel mare, talché la navicella era coperta dalle ondate. „ Questo il fatto, che non ha bisogno di spiegazione di sorta; piuttosto qui è da ricordare una dottrina comune dei Padri, che ha il suo fondamento nei Libri santi, ed è questa: vi sono nei Libri divini fatti che dobbiamo tenere con tutta certezza, essere avvenuti, come si narrano e che sono ordinati a significare altri fatti e ad insegnarci altre verità. Così noi dobbiamo tenere che Isacco saliva veramente il monte, carico delle legna, come narra la Scrittura; ma dobbiamo anche tenere che Isacco, in quell’atto, raffigurava Gesù Cristo che saliva il Calvario, portando il legno della croce. Possiamo applicare questo principio al fatto evangelico, che veniamo considerando. Eccovi la barchetta, sulla quale montò Gesù Cristo coi discepoli: eccovi il mare e la tempesta, che sorge. Che simboleggia essa quella barchetta? Simboleggia la Chiesa, nella quale sta sempre Gesù Cristo con i suoi discepoli. Che cosa adombra il mare? La vita presente, che si alterna tra le burrasche e la calma. E la burrasca che sorse, che significa? Le lotte, i travagli, le prove, le persecuzioni che la Chiesa deve sostenere attraverso ai secoli. Ora quello che si può dire della Chiesa, in qualche senso e ragguagliata ogni cosa, si può dire d’ogni anima, nella quale Gesù Cristo abita per la fede e per la grazia, che  viaggia su questo mare del mondo, ora tranquillo ed ora tempestoso. La storia della Chiesa e d’ogni anima cristiana è dipinta al vivo nella navicella, che solca il lago di Tiberiade. La Chiesa sferra dalle spiagge della terra, e spiega le vele verso le sponde del cielo: sopra di essa sta sempre Gesù Cristo con gli Apostoli, nella persona del suo Vicario e de’ suoi Vescovi e lo seguono i suoi fedeli. Essa, è vero, non può naufragare, ma non va immune da tempeste: tempeste suscitate dalle passioni, da nemici interni ed esterni, più o meno violente secondo i tempi ed i luoghi. Ricordatevelo bene, o figliuoli dilettissimi: Gesù Cristo non promise mai alla sua Chiesa la pace stabile; anzi le predisse persecuzioni d’ogni fatta: annunziò che le porte, cioè le potenze d’inferno, l’avrebbero sempre combattuta e ch’essa ne sarebbe uscita vincitrice. Dunque non facciamo le meraviglie se la vediamo sì spesso or qua, or là, ora nel capo, ora nelle membra fieramente assalita. È la sua condizione. Può avere periodi di pace; ma pace continua, stabile, non mai; essa naviga sul mare, troppo spesso campo e giuoco dei venti e delle procelle; la pace vera e perfetta l’avrà solo in quel dì, che si chiuderanno i tempi e getterà l’àncora sul porto tranquillo e sicuro della eternità. Ciò che dico della Chiesa, l’applichi ciascuno a se stesso, e si ricordi che la vita è una milizia, cioè un periodo, in cui la pace e le battaglie necessariamente si avvicendano. E perché Dio vuole che la sua Chiesa, come una nave, che veleggia sul mare, sia a sì frequenti intervalli flagellata dalle procelle? Perché il somigliante vuole o permette per ogni anima, che naviga in questo pelago fortunoso della vita? Perché, se la guerra mostra il valore del soldato, la lotta mette in luce la forza divina della Chiesa: perché le prove impongono la vigilanza continua, affinano la virtù, obbligano a ricorrere a Dio, esercitano la pazienza, avvivano la fede, accrescono la, speranza e danno occasione al merito. L’acqua che ristagna, impaluda e si corrompe; un’aria immobile si altera e soffoca; la pace troppo lunga snerva il soldato: il movimento preserva l’acqua dalla corruzione, la bufera muta e rinfresca l’aria, la guerra addestra il soldato, e le lotte ringagliardiscono e purificano la Chiesa non meno che i singoli fedeli (S. Cipr.: De Mortalitate). – Ritorniamo alla navicella, che sul lago di Tiberiade era fieramente sbattuta dai venti per guisa, dice il Vangelo, che a quando a quando era coperta dalle ondate e minacciata d’essere sommersa. Che faceva Gesù? “Egli  intanto dormiva, „ col capo adagiato, come dice S. Marco, sopra un guanciale. Egli dormiva e, credo, veramente, non in apparenza. Egli era perfetto uomo, e come uomo aveva bisogno di cibo, di bevanda, di riposo e di sonno come noi, e perciò nulla di più naturale, che dopo le fatiche della predicazione e dell’intera giornata secondasse il bisogno della natura e si addormentasse. Egli certo vedeva il pericolo ed il terrore degli Apostoli, eppure dormiva e mostrava di non veder nulla e di nulla curarsi. Similmente talvolta accade che la Chiesa soffra grandi pressure e corra gravi pericoli, e che Gesù Cristo lasci fare e quasi dorma: accade talvolta che la navicella dell’anima nostra sia qua e là trabalzata dalle onde frequenti delle tribolazioni e delle tentazioni, e che l’aiuto dall’alto venga meno: Gesù dorme. Egli vuole che ricorriamo a Lui, e così con la preghiera in parte meritiamo l’onore della vittoria. — E’ ciò che fecero gli Apostoli là sul lago di Tiberiade. Essi, vedendo Gesù che riposava tranquillamente, in sulle prime non volevano turbare il suo sonno; ma, crescendo l’impeto della procella, e levandosi più minacciose le onde, e non potendo più oltre reggere al timone ed ai remi, vistasi la morte alla gola, corsero a Gesù, e destatolo, sclamarono: “Signore, salvaci, noi ci perdiamo. ,, E’ questo, o cari, uno dei frutti più preziosi delle tribolazioni e dei grandi pericoli: vedendoci impotenti a superare la prova, conosciamo meglio noi stessi, sentiamo la necessità del soccorso divino e mossi dalla fede e dalla speranza, ci prostriamo innanzi a Dio e preghiamo. — Ah! sono le tribolazioni, sono i dolori, sono le tentazioni quelle che ci sollevano da questa terra e ci conducono a Dio. – Gli Apostoli ricorsero a Gesù e lo pregarono perché li stringeva davvicino il pericolo della morte. Imitiamoli ogni qualvolta i venti delle tentazioni e delle tribolazioni agitano e minacciano la navicella dell’anima nostra: il nostro grido, la nostra preghiera sia quella stessa degli apostoli: “Signore, salvaci, . noi ci perdiamo — Domine, salva nos, perimus. E Gesù disse loro: A che tanta paura, o uomini di poca fede? „ E come ciò? Gli Apostoli si gettano ai piedi di Gesù e lo pregano con tutto l’ardore dell’anima di salvarli dalla morte, ed Egli li rimprovera, come soverchiamente timidi e uomini di poca fede? Dovevano dunque astenersi dal pregarlo ed aspettare quando tutti fossero stati gettati in mare? Perché dunque il rimprovero? Senza dubbio Gesù li rimprovera pel soverchio timore, onde erano sopraffatti, timore, che non dovevano avere, trovandosi con Lui, che non poteva perire: è il manco di conoscimento della sua divina persona, l’angoscia smodata, la poca fede che Gesù riprende negli Apostoli. Allorché preghiamo d’essere liberati dai mali del corpo, non ci facciano mai difetto la calma, la rassegnazione ai divini voleri e la figliale fiducia in Dio. “E alzatosi, Gesù comandò ai venti ed al mare e si fece grande bonaccia. „ Sembra evidente che Gesù volgesse la parola al vento ed al mare, anzi S. Luca dice che li rimproverò, e ciò in forma di comando assoluto, come Signore d’ogni cosa, e incontanente si quietò il vento, e il lago tornò tranquillo in guisa che apparve chiaramente tutto ciò essere stato effetto del volere di Gesù Cristo. Come allora pregato fece cessare la tempesta del lago, così anche al presente, pregato da noi, sperderà i venti e le burrasche, che travagliano la sua Chiesa e turbano le anime nostre, se ciò tornerà a bene di quella e di queste. Purtroppo, o fratelli, per molti si pecca in varie maniere per ciò che spetta il ricorrere a Dio nei bisogni. – Vi sono molti, che non si curano di ricorrere a Dio allorché i nemici spirituali li stringono e le passioni rompono a rivolta, o ricorrono fiaccamente. Questi cadranno, perché senza l’aiuto di Dio non possono far nulla, e l’aiuto Iddio ordinariamente non l’accorda a chi non lo prega. Allorché adunque la tentazione ci preme e ci incalza, leviamo la mente a Dio, imploriamo con fede viva il soccorso, ed il soccorso, non ne dubitate, verrà. Vi sono altri, che nelle pene della vita, nei travagli temporali, nelle infermità, nelle calamità pubbliche o private, corrono ai piedi degli altari, pregano, fanno pellegrinaggi, digiuni e pretendono in modo assoluto che Dio li esaudisca. Costoro confondono malamente le cose: allorché si tratta della salvezza dell’anima nostra, dei beni spirituali assolutamente necessari, anche la preghiera può e deve essere assoluta, perché Dio si è obbligato ad esaudirci. Non sia mai per altro che vogliamo imporre a Dio il tempo e il modo. Che se si tratta di beni temporali, la nostra preghiera vuol essere condizionata, perché potrebb’essere che ciò che per noi si domanda non piacesse a Dio e tornasse anche di danno al conseguimento della salvezza nostra. Stiamo in guardia contro tutti questi difetti, nei quali frequentemente si cade anche dai buoni. “Gli uomini poi ne stupivano, dicendo: Chi è costui, che il vento e il mare gli ubbidiscono? „ Questi uomini, che rimasero colmi di stupore alla vista di tanto miracolo, erano gli Apostoli e forse anche alcuni altri, che sopra altre piccole barche l’avevano seguito. Ed è bene a credere, che non solo stupissero del miracolo, ma vivamente ringraziassero Gesù d’averli scampati dalla morte e lo riconoscessero per l’aspettato Messia, per Salvatore del mondo e l’adorassero. Figliuoli carissimi! la gratitudine è un sacro dovere con gli uomini, allorché ci beneficano: quanto è più sacro con Dio ogni qualvolta ci benefica, e ci benefica sempre, ad ogni istante! La gratitudine dei benefici ricevuti è il miglior mezzo per ottenerne altri anche maggiori.

 Credo in unum Deum…

Offertorium

Ps CXVII: 16; 17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini. [La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat. [O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Communio

Luc IV: 22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei. [Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus.

Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis. [I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

FESTA DELLA PURIFICAZIONE DELLA VERGINE (2019)

PURIFICAZIONE DELLA VERGINE MARIA

 [P. Vincenzo STOCCHI: Discordi Sacri – DISCORSO XVIII. Tipogr. Befani; Roma, 1884 – imprim.]

PURIFICAZIONE DI MARIA

“Et postquam impleti sunt dies purgationiseius, tulerunt illum in Ierusalemut sisterent eum Domino”.

Luc. XI, 22.

La vista di questa pompa solenne, la frequenza vostra in questo tempio, quella cara immagine di Maria svelata al popolo bolognese che le si prostra dinanzi, mentre mi commuovono il cuore, e mi inteneriscono fino alle lacrime, mi sollevano il pensiero alla considerazione della onnipotenza di Dio, la quale non dà mai più splendida vista di sé, che quando con arte di sapienza infinita trae il bene dal male. Gran cosa è infatti cavare dall’abisso del nulla il cielo e la terra, chiamare dalle tenebre la luce perché risplenda, seminare di stelle le volte azzurre del firmamento, accendere nel cielo il fuoco vivificatore del sole; ma dall’abisso smisurato del male e del male di colpa cavare il bene, e tal bene che Dio ne sia glorificato più assai che non fu vilipeso dal male; o questo è tal opera, nella quale l’onnipotenza supera per cosi dire se stessa: e certo la più grande fra le opere di Dio, la redenzione del mondo, si è compiuta ordinando al bene il massimo di tutti i delitti, il deicidio. Ora una di queste dimostrazioni di onnipotenza pare a me che ci si porga nella presente pompa di annuale solennità, e certo o signori a chi ci domanda perché questi otto giorni di celebrità dedicati a Maria, noi ne alleghiamo per cagione un orribile sacrilegio. Fu involata sacrilegamente questa immagine che veneriamo, fu ricuperata mirabilmente, questa solennità espia il sacrilegio e commemora il ritorno di Maria alla sua sede. Ecco dunque un furto sacrilego rivolto da Dio a gloria della sua Madre, ecco l’onore della Regina del Cielo germogliato dall’oltraggio e dall’onta che le inflisse una mano nefanda, e se il sacrilegio non precedeva, né io direi oggi da questo luogo, né voi udireste le lodi della Vergine Madre e del Figlio che porta fra le sue braccia. Alle quali lodi darà il tema la solennità che oggi corre della Purificazione di Maria, e io dentro la cerchia del mistero di questo giorno circoscriverò il panegirico. – La rivoluzione per rabbia di fare onta a Maria ha raso questa solennità dall’albo dei giorni sacri, io spiegandovi i misteri che in questo dì si commemorano, mi sforzerò di rivendicarlo a Gesù Cristo e a Maria.

1. Ciò che si avvera nei misteri tutti della vita mortale del Salvatore e Signor nostro Cristo Gesù, che in essi si diano la mano e cospirino con armonia mirabile, l’umiltà e la grandezza, la abbiezione e la sublimità, l’umiliazione e la gloria; apparisce in modo anche più stupendo nel mistero che oggi la santa Chiesa commemora della presentazione di Gesù al tempio e della purificazione di Maria. E vaglia la verità. Nel codice di Mosè esiste una doppia legge promulgata a nome di Dio: comanda la prima che tutti i primogeniti maschi del popolo ebreo siano portati al tempio, presentati al Signore e riscattati con un’offerta di argento. Comanda la seconda che la donna che ha concepito e partorito un figliuolo maschio sia immonda per quaranta giorni e poi vada al tempio, offra in sacrificio un agnello di un anno se può: se è poverella e non può, invece dell’agnello offra due tortore o due colombe. Questa è la legge. Ora chi in questo giorno si fosse trovato nel tempio di Gerusalemme quando Maria e Giuseppe entrarono portando Gesù pargoletto di quaranta giorni, nulla avrebbe veduto di singolare, nulla che degno gli paresse di richiamare la sua attenzione. È una sposa di primo parto che fornito il puerperio viene al tempio a purificarsi, l’accompagna il suo sposo e portano al tempio stesso il primo frutto del loro connubio per offrirlo secondo la legge al Signore. Quel pargoletto leggiadro che Maria introduce nel tempio portandolo tra le sue braccia è una Persona che sostenta due nature e secondo le due nature vanta una doppia generazione e una doppia natività. Secondo la generazione eterna è il Verbo figliuolo del Padre, secondo la generazione temporale il medesimo Verbo è figliuolo di Maria. Dal Padre che eternalmente lo genera, eternalmente riceve la natura divina, dalla Madre che lo ha generato nel tempo ha temporalmente ricevuto la natura umana, ma queste due nature non moltiplicano il soggetto, e la medesima persona del Verbo fatto carne che sostenta le due nature è Gesù. In principio erat Verbum, dice l’evangelista S. Giovanni, rimovendo il velame del gran mistero. In principio il Verbo era. Non basta. Et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum. (Io. I , 1) Questo Verbo che era a principio e non ha per conseguenza principio ed è eterno, era presso Dio ed era Dio. Era Dio perché Dio è uno solo, e il Padre, il Figliuolo e lo Spirito Santo sono un sol Dio. Era presso Dio perché il Verbo che secondo la natura è un solo Dio col Padre, secondo la persona è dal Padre distinto ed è col Padre, e il Padre è con Lui. Hoc erat in principio apud Deum. E col Padre che lo genera questo Verbo era a principio perché la generazione non importa anteriorità e posteriorità di tempo fra il generato e il generante, ma ordine solo di origine, principio e generante il Padre, generato e Figliuolo il Verbo, ma entrambi eterni, anzi un solo eterno perché un solo Dio. Creatore per conseguenza di tutte le cose il Padre e creatore il Verbo. Omnia per ipsum facta sunt. Nessuna cosa si trova tra le cose create che non sia stata creata dal Padre e nessuna cosa che non sia stata creata dal Verbo, et sine ipso factum est niliil quod factum est. (Io. I, 3). Il Verbo era vita per essenza, il Verbo luce, il Verbo creatore del mondo. In ipso vita erat. Erat lux vera. Mundus per ipsum factus est. (Io. I,10) E questo medesimo Verbo, questo generato dal Padre, questo Creatore, questa luce, questa vita, questo Verbo si è fatto carne, ed ha abitato fra noi, e non ha cessato però di esser Figliuolo del Padre. Et Verbum caro factum est et habitavit in nobis, et vidimus gloriam eius, gloriam quasi unigeniti a Patre. (Io. I, 14.) Eccovi dunque un miracolo che ogni estimazione sorpassa, eccovi un bambinello di quaranta giorni che è eterno, eccovi una creatura che è il Creatore, eccovi un Dio che è uomo, eccovi un uomo che è Dio, eccovi un debole che è onnipotente, eccovi un Onnipotente che è debole, eccovi, che è dire tutto in uno, eccovi il Verbo di Dio fatto carne e venuto ad abitare fra noi, et Verbum caro factum est et habitavit in nobis. – Tale e tanto è il pargoletto che in questo giorno si presenta nel Tempio. Un Dio esinanito fino a sostentare personalmente una individua natura umana, un uomo esaltato fino a sussistere in una Persona divina. Ma non meno del Figliuolo portato al tempio è mirabile la Madre che il porta. Essa è Maria, vergine della regia stirpe di Dio. Θεοτόκος (= Teotokos)Genitrice di Dio, ecco il vocabolo unico che esprime adequatamente la eccellenza e la dignità di Maria. E perché? Perché quest’uomo Gesù che è il Verbo di Dio sussistente nella natura umana, non secondo la sua natura divina, ma secondo la natura umana egualmente sua, è stato da Lei generato con vitale somministrazione materna e da Lei prodotto in similitudine di natura e consustanziale alla Madre: mediatamente e remotamente seme di Adamo, di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, di David: immediatamente e prossimamente per verace e propriamente detta generazione materna, seme della donna per eccellenza, della Vergine benedetta, semen mulieris. Non ha quindi Maria generato un uomo in cui il Verbo pigliasse l’abitazione come bestemmiava Nestorio, non è stata un mero canale per cui il Verbo con la carne assunta sia trapassato, come altri eretici farneticarono, no no: se così fosse Maria non sarebbe Madre di Dio, avrebbe generato al più l’umanità del Verbo non il Verbo secondo la umanità: Maria in modo materno della sua sostanza, operando soprannaturalmente lo Spirito Santo, comunicò la natura umana alla divina Ipostasi del Verbo di Dio; onde il Verbo di Dio è vero figliuolo naturale di Dio e della Vergine. E dico della Vergine, perché senza offesa del verginale suo giglio concepì Maria il Verbo, che come concepito adornò, profumò, sublimò la virginità della Madre; così partorito lasciò intatto il claustro per cui passò quasi raggio di sole per un cristallo tersissimo. Ecco dunque l’obbietto della solennità di questo gran giorno. Il tempio di Gerusalemme che riceve secondo la profezia di Malachia l’Angelo destinato del testamento, e lo riceve partorito sulle braccia della più sublime creatura che fosse mai, la figlia di David, la Vergine benedetta, che ha concepito e partorito un figliuolo che porta il principato sugli omeri, perché Uomo Dio.

2. Ma se è così, succede naturalissima la domanda: perché, perché mai questa Vergine e questo pargolo vengono al tempio in questo quarantesimo giorno dal parto e dal nascimento? Esiste, come accennai, una doppia legge mosaica che impone al dì quarantesimo l’oblazione del primogenito al tempio, e la purificazione della Madre, ma questa legge non lega né Gesù che è Dio, né Maria che unica e sola è, per inaudito portento, Vergine e Madre. Qui i santi Padri entrano per cosi dire in arringo e ragioni arrecano validissime, perentorie, irrefragabili, affine di provare convenientissima questa presentazione del Figlio al tempio e questa purificazione della Madre. Il Figlio volle dare in sé un esempio di obbedienza perfetta alla legge, la Madre non volle respingere la umiliazione di essere tenuta madre comune, ambedue vollero porgere questo ossequio alla maestà del Signore ripagando, con obbedienza in cosa non debita, la fellonia delle umane prevaricazioni. E queste sono ragioni che non ammettono replica perché verissime. Ma a me è sempre piaciuta di preferenza un’altra ragione, la quale prova che fu convenientissimo. e starei per dire necessario che Gesù e la Vergine ciascuno dal canto suo alla legge doppia si soggettassero, e la ragione è questa: Gesù è il Verbo di Dio fatto carne, che nato della Vergine Maria portò dal seno della Madre l’ufficio di Redentore e però di sacerdote e di vittima del genere umano. Ponete mente. Il Verbo di Dio avanti la incarnazione, quando aveva solo come propria la natura divina non fu, né poteva essere, sacerdote né vittima, questo è evidente: perché al Verbo secondo la natura divina conviene ricevere non offrire il sacrificio e la vittima. Ma non appena il Verbo fu fatto carne fu incontanente vittima e sacerdote, perché dalla volontà divina fu destinato, ed Egli offerse da se medesimo ad immolarsi sull’altare della croce vittima umano-divina in sostituzione del genere umano. Mirabil cosa! Dio era stato offeso da tutto il genere umano e per placarlo era mestieri un mediatore adeguato che sostituito all’uomo soddisfacesse alla giustizia di Dio, ma questo mediatore non poteva essere solamente creatura e non poteva essere solamente Dio; non poteva essere solamente creatura perché nessuna creatura si adegua alla divina altezza per modo da potersi interporre, se cosi è lecito dire, per ufficio tra l’uomo e Dio; non poteva essere solamente Dio, perché, dice S. Paolo, mediator unius non est. (Gal. III, 20) Nessuno può essere mediatore presso se stesso. Ed ecco mirabile invenzione della divina Sapienza. La seconda Persona della Trinità sacrosanta assume la natura umana, ed avete un mediatore che non è solamente creatura né solamente Dio. Non è solamente creatura perché anche secondo la umanità Gesù è il Verbo di Dio; non è solamente uomo perché la natura assunta non ha personalità propria e sussiste nella Persona del Verbo; così Gesù mediante la persona comunica con la divinità, mediante la natura assunta comunica con gli uomini e tramezzando fra l’offensore e l’Offeso è verissimo mediatore naturale, per l’incarnazione costituito Gesù cioè vittima sostituita per tutto il genere affinché porti le iniquità di tutti sopra di sé, e placando l’ira divina riconcili con Dio l’uman genere. – A questo signori miei a questo era nato, a questo cresceva Gesù, ad esser vittima che pagasse per noi. Ma della vittima è proprio che venga presentata al tempio e collocata sull’altare che deve innaffiare col proprio sangue, e così Gesù fino dal primo albore della sua vita al tempio viene presentato e fa la solenne oblazione di sé per la salute del mondo al Padre, e il Padre accetta il cambio del nuovo Adamo capo della rigenerata umanità, e da allora in poi ogni respiro di Gesù, ogni palpito del suo cuore, ogni vagito, ogni pensiero, ogni affetto, tutto insomma anima corpo, vita, morte, sangue, pene, fatiche, tutto è sangue, vita, morte, pene, fatiche di vittima, perché tutte le opere di Gesù Cristo sono prezzo della redenzione, la quale se si attribuisce alla morte è solo per questo che la morte pose il colmo e il suggello e consumò coll’opera principale il riscatto del mondo che le opere teandriche antecedenti avevano iniziato. Ecco un degno perché della presentazione al tempio del pargoletto Gesù. Era vittima già designata alla redenzione del mondo, doveva dunque essere offerta fin dagli esordì della vita acciocché tutto, tutto fosse in Lui operazione di vittima dalla culla alla croce.

3. Ma se è così: se Gesù doveva, come vittima designata a pagare i non suoi peccati, essere offerto al tempio, vedete subito quanto era conveniente che al tempio, come fosse una madre comune, lo presentasse Maria. Si ripete tutti i giorni nella santa Chiesa la dottrina sublimissima invero che insegna, come Gesù è il nuovo Adamo capo del genere umano rigenerato. Ma con questa dottrina va intimamente connessa 1’altra che compagna del nuovo Adamo nella nostra ristorazione sia un’Eva novella migliore della antica, e questa Eva novella è Maria. Questa dottrina è rivelata da Dio; e nel famoso proto Evangelio si parla di una donna per eccellenza nella quale sempre si è riconosciuta Maria, e S. Ireneo, S. Epifanio, S. Agostino e tutto in una parola il coro dei SS. Padri tessono un parallelo tra la prima madre del genere umano che partorì i figliuoli alla morte e la seconda che li partorisce alla vita, e quando Maria rispose all’Angelo, che le chiedeva il consenso, quell’ineffabile, ecce ancilla Domini: fìat mihi secundum verbum tuam. (Luc. I , 38) nel profferirsi alla divina maternità, si profferse ad essere sacerdotessa e vittima del genere umano. Gesù dunque fino dai primi albori della sua vita mortale viene offerto vittima al tempio perché cresca in istato di vittima fino alla croce, e al tempio col pargoletto in braccio si presenta Maria, e offre se medesima col Figliuolo al grande olocausto col quale deve essere ristorato il mondo e pacificato nel sangue della croce di Gesù Cristo il cielo con la terra. Quindi Maria che oggi col Pargoletto in braccio ci si mostra nel tempio intraprende una carriera che finirà sul calvario appiè della croce. E la sacerdotessa dell’uman genere che oggi presenta al tempio la vittima, la dovrà poi con alto strazio del cuore offrire in opera quando Madre dolorosissima starà spettatrice e parte delle pene che all’età di trenta anni uccideranno di viva forza questo unico e innocentissimo frutto delle sue viscere, vittima sostituita per tutto il genere umano, Cristo Gesù. Eccovi dunque perché non astretta dal vincolo della legge pure viene al tempio Maria. Viene per motivo più alto senza misura che non è l’osservanza di una cerimonia mosaica. Ma perché dunque si purifica al pari delle altre donne dalla immondizia di un concepimento immacolato e di un parto verginale? Perché vuole imitare il frutto delle sue viscere, che essendo santo e impolluto si fece peccato per noi, e la infinita purità apparve un lebbroso, un percosso, un umiliato da Dio. Vedete guest bambino! Omnes nos quasi oves erravimus, vi posso dire con Isaia, unusquisque in viam suam declinami, et posuit Dominus in eo iniquitates omnium nostrum. (Is. LIII, 6) Tutti noi siamo andati errando come pecore stolte, indisciplinate, ciascuno ha declinato per la sua via, e Dio ha posto sopra di esso tutte le nostre iniquità, e oggi le riceve sopra le spalle e le porterà sulla croce. E dal bambino posso rivolgere la parola e il guardo alla madre, e vedete, posso dirvi, vedete voi questa donna? Questa donna immacolata, innocentissima, piena di grazia è una vittima destinata al dolore, e partoriti naturalmente al peccato ci partorirà fra le pene alla grazia. – Questi affetti, o cuori magnanimi della Madre e del Figlio, in questo memorando giorno vi tempestarono, e il Padre nella duplice oblazione ricevette per dir così una primizia dell’olocausto e una caparra del prezzo, odorò in odore di soavità la duplice vittima e diede ad entrambi dell’accettazione il pegno, e quasi dissi col suo suggello lo suggellò.

4 Sì o signori, eterno Padre in questo giorno suggellò la duplice vittima, e fu Simeone vecchio, dice Agostino, annoso, provato, famoso, che pronunziando i destini del Figlio appressò il rovente suggello al cuore della Madre. Era in Simeone lo Spirito Santo, e lo Spirito Santo lo aveva fatto certo che non avrebbe veduto la morte se prima con gli occhi suoi veduto non avesse il Messia, e si trovava in questo giorno nel tempio e lo Spirito Santo gli aveva ispirato di andarvi. Ed ecco entrano Maria e Giuseppe nel tempio e la madre porta tra le braccia il suo bambinello. Li vede Simeone, sente una voce che gli dice al cuore quel Bambinello egli è desso, con le braccia prostese, con gli occhi ardenti, con la fiamma del desiderio nel volto corre con tremulo piede al Bambino, e senza più lo si reca tra le sue braccia. O Signore, Signore, ora, ora è il tempo, raccogliete pure in pace l’anima mia poiché questi occhi hanno veduto il mio Salvatore. Così giubilando gridò Simeone, ma poi annuvolossi ad un tratto e scurato il sembiante, corrugata la fronte, con occhio addolorato si rivolse alla Madre. E questo pargolo, disse, è posto in ruina e in risurrezione di molti in Israele e in bersaglio di contraddizione. – E tu, donna, preparati perché una spada ti trapasserà l’anima da parte a parte. Positus est hic in ruinam et resurrectionem multorum in Israel et in signum cui contradìcetur, et tuam ipsius animam pertransibit gladìus. (Luc. II, 34.) Eccovi con questopresagio, quasi con un suggello medesimo suggellato il Figlioe la Madre e costituiti entrambi in grado di vittime. Povera Madre!Non appena suonò sul labbro di Simeone quella profezia formidabile,intese subito che spada fosse quella che la aspettava,tutto, tutto vide e comprese. Vide come allora accadesse la carneficinadel frutto delle sue viscere, e allora fu per mio credereche il Cuore di Gesù impresse se medesimo come suggello sulcuore di Maria per tal modo che il cuore del Figlio non battessed’un palpito, non fosse commosso di un affetto al quale non consentissee corrispondesse il cuore della Madre. Ora il cuore diGesù fu sempre un cuore di vittima, e dal presepio di Betlemfino al Calvario mai non cessò di prepararsi e quasi corroborarsialla croce. Cresceva Gesù e di bambino si faceva pargoletto, e questemembra che crescono, diceva giorno e notte, crescono al martirioe alla croce. Procedeva l’un di più che l’altro, e di pargolettosi faceva adolescente, di adolescente garzone, ma semprela croce col duro peso gli gravitava sul cuore e garzonetto pienodi grazia e di sapienza, una cara mestizia gli annuvolava la frontesu cui si diffondeva l’amore, e quella mestizia era il pensierodella croce. Alla croce si preparò nella officina di Nazaret, quandotrattò con la divina mano arnesi fabrili, e quando giovane uscidalla tenda alla pugna, e predicò alle turbe il regno di Dio, ognipasso che stampò sul terreno l’offerse al Padre come un passoalla croce. O cuore di Gesù cuore di vittima, un palpito un palpitosolo non ti commosse, senza che urtassi nella durezza terribiledella croce. E che cuore fu il tuo in questo tempo medesimoo immacolata Figlia di David se non un cuore di vittima? Se Gesùcresceva e di bambino si faceva pargoletto, di pargoletto adolescente,di adolescente garzone, di garzone giovane adulto, cresceva sempresotto i tuoi occhi e tu lo vedevi, lo vedevi e vederlo e sentirtisuonare all’orecchio le parole di Simeone era un punto solo.Stringeva Maria al cuore il suo pargoletto e si deliziava in quellamembra cui illeggiadriva la grazia, e sentiva dirsi, questo pargoletto è posto in ruina e risurrezione di molti. Nutricava allaviva fontana del petto verginale quel caro pegno cui vaporava ilprofumo della inabitante divinità, e il cuore le ripeteva. Questoamore è posto a bersaglio di contraddizione. Vedeva crescere ilsuo diletto, dolcissimo garzoncello dagli occhi di colomba, dallaguancia di rosa sulle cui labbra si diffondevano le soavità celestiali,e prepàrati, udiva replicarsi, o Madre, perché una spadati deve trapassare l’anima da parte a parte. Vedeva farsi giovaneil suo Gesù e con Gesù che veniva in età, vedeva avvicinarsi ilmartirio, vittima insomma e madre di vittima, nel cui cuore lacarità di Dio mesceva la fiamma col naturale amore di madre,ebbe sempre sul cuore e davanti agli occhi la croce nella qualecon l’olocausto del Figlio sarebbe salito al Cielo in odore di soavitàl’olocausto altresì della Madre. O Anna profetessa figliuolaottuagenaria di Fanuele che coi digiuni e colle orazioni servendoDio ti sei meritata la gran ventura di vedere l’incarnato Verbodi Dio, parla pure di Lui a quanti aspettano la redenzione d’Israele,ma parla al tempo medesimo di Maria e non disgiungere la Madredal Figlio, e dì a tutti che due vittime si suggellano in questogiorno per essere una sola oblazione per la nostra salute.

5. Ma perciò stesso che era Gesù il nuovo Adamo vittima universale del genere umano, ottimamente profetizzò di Lui Simeone che Egli era posto in ruina e in risurrezione di molti in Israele e in bersagliò di contraddizione. La seconda parte di questa terribile profezia esplica e dà ragione della prima, e vale come se dicesse così: Siccome questo fanciullo sarà bersaglio di contraddizione; così è anche posto in ruina e in risurrezione di molti. Mirabil cosa signori miei! Correva il quarantesimo secolo da che il genere umano era strazio e ludibrio di satanasso, da che gli uomini a maniera di turbolenta fiumana precipitavano, una generazione dopo l’altra, all’inferno, da che la terra gemeva sotto il peso della vetusta maledizione: per tutto il mondo era una viva espettazione di cose nuove e di un nuovo ordine di secoli, in Israele si aspettava il Redentore promesso, si consultavano i Profeti, si stancava il Cielo con suppliche moltiplicate. Pareva che comparso appena fra gli uomini questo desiderato, i popoli, le genti, le tribù, le lingue dovessero correre a calca per adorarlo e collocarlo colle proprie mani sui loro altari. Ma invece, o Dio! Non appena questo desiderato comparve, cominciò subito la contraddizione per conto di Lui: e un gran numero di uomini, o perfidia forsennata ed immane! si rivolsero il Figlio di Dio venuto a salvarli in causa e strumento di perdizione e di rovina. La cosa era predetta, e Isaia a nome di Dio aveva profetizzato così. Io porrò in Sionne una pietra viva, provata, angolare, preziosa fondata nel fondamento. Questa pietra è Gesù Cristo, e sopra di essa è scolpita questa iscrizione. Qui ceciderit super lapidem ìstum confringetur, super quem vero ceciderit conterei eum. (Matth. XXI, 44.) Chi urterà contro questa pietra si sfracellerà, e coloro sopra i quali essa cadrà ne saranno schiacciati. Però, grida S. Pietro principe degli Apostoli, questa pietra viva, eletta, provata, angolare, preziosa, collocata nel fondamento dalla mano stessa di Dio, è inevitabile: tutti gli uomini che vivono sulla terra la trovano intraversata sulla loro via e conviene che scelgano o lasciarsi edificare sopra di lei o essere da lei stritolati. Ciò vuol dire che per conto di Gesù Cristo non si può essere indifferenti: qualunque ne ascolta la menzione ed il Nome è strette subito da una ineluttabile necessità di pigliare un partito : o con Lui o contro di Lui: via di mezzo non ci è. Egli è posto in bersaglio di contraddizione. Positus est in signum cui contradicetur. (Luc. II, 34.) Tutta la storia dei diciannove secoli che sono corsi dalla nascita di Gesù in Betlemme fino ai di nostri confermano questo vero e ci mostra il Figlio di Dio e di Maria posto in bersaglio di contraddizione e in rovina e in resurrezione di molti. Vi piace vederlo signori miei? Attendete e lo vedrete dopo che mi avrete concesso un breve respiro.

6. Gesù è posto bersaglio di contraddizione in ruina e in resurrezione di molti. Bene sta: ecco che nato appena Gesù, Erode lo trova sulla strada: posto al bivio conviene che scelga: sceglie di cozzare contro la pietra: cozza e ne è sfracellato. I Giudei vedono questa pietra nel mezzo a loro: osservano questa pietra, non piace loro, la disconoscono, la ripudiano la riprovano: la pietra cade sopra i riprovatori, li schiaccia tutti, e per propria virtù colloca se medesima nella testa dell’angolo Onesta pietra viene di poi consegnata agli Apostoli che la portano in faccia ai regi e alle genti: ed ecco non appena se ne ascolta la menzione ed il nome, il tumulto della contraddizione incomincia. Popoli e monarchi, nobili e popolani, dotti e ignoranti, nazioni civili e barbare si dividono in due schiere, altri aderiscono a questa pietra e ad essa si stringono, altri la osteggiano con contraddizione mortale. Si combatte accanitamente, il furore ministra le armi, cadono sfracellati i nemici e la pietra sta. E chi ha lingua e penna per descrivere le lotte e i trionfi di questa pietra? O pietra benedetta: tu lottasti in Roma contro la spada degli imperatori e vincesti: lottasti in Grecia contro la superbia dei filosofi e vincesti: lottasti contro tutte le passioni e le corruttele umane congiurate ai tuoi danni nel rimanente del mondo e vincesti. Vincesti e sottomettesti e l’indiano corrotto e l’ebreo feroce e l’arabo molle e l’africano indomito e l’adusto egiziano e il barbaro scita. Anche di trionfo in trionfo contraddetta sempre e sempre posta in rovina e in resurrezione di molti, verificasti la profezia di Daniele e diventata un gran monte empiesti di te medesima tutta la terra. Ma dopo tante vittorie non cessasti di essere bersaglio di contraddizioni, e alle mannaie, ai roghi, agli eculei, alle fiere dei Cesari, dei proconsoli, dei prefetti successero le perfidie e i cavilli degli eretici: ai cavilli e alle perfidie degli eretici, le nequizie teologiche dei Cesari bizantini; alle nequizie teologiche dei Cesari bizantini, le scimitarre e la ferocia dei barbari; alla ferocia e alle scimitarre dei barbari, la truculenta bestialità degli imperatori tedeschi, e poi di nuovo gli eretici, e dopo gli eretici i regalisti, e dopo i regalisti i politici, e dopo i politici quei mentecatti che il secolo passato chiamò filosofi. Al secolo dei filosofi successe il secolo della rivoluzione: contraddizione successe a contraddizione, assalto ad assalto, impeto ad impeto, furore a furore; Gesù Cristo fu a molti in resurrezione a molti in rovina, caddero urtando nella pietra uno dopo l’altro i nemici e la pietra sta. Ma che fremito è questo che mi percote le orecchie? Che si medita nei consigli dei monarchi e nelle assemblee dei popoli? Ecco che genti sorgono contro genti, regni contro regni, ecco che la terra rende più che mai somiglianza di un mare dove ed Euro e Noto, ed Affrico ed Aquilone ed Austro si avventano con tutto l’impeto della loro rabbia e mescolano le onde dall’imo fondo e levano i flutti alle stelle. Che pretendono, che vogliono gli uomini arrovellati e stravolti da sì furibonda vertigine? È la tempesta, il fremito, il tumulto, il furore dell’antica contraddizione intorno l’antico bersaglio Gesù Cristo, Figliuolo di Dio e pietra angolare del mondo. Stupenda cosa, signori miei, meraviglioso spettacolo! Noi assistiamo ad una lotta tra Gesù Cristo e la rivoluzione quale non fu vista forse mai per lo addietro. La rivoluzione fa sforzi eroici per togliersi davanti Gesù Cristo che le fa paura, ma più dà opera di evitare questa pietra e più se la trova dinanzi intraversata ai suoi passi. Vede la oscena questa pietra e freme e ringhia e spuma e latra e si arrovella ma invano. Affronta direttamente il terribile bersaglio. Ci urta con la insana testa e sente crosciarne al colpo le ossa. Fa opera di scansarla dissimulando il dispetto sotto la maschera di cinica indifferenza? E questa pietra le fa da se medesima inciampo ai piedi. Proclama la separazione dello stato da Gesù Cristo e dalla sua Chiesa? E Gesù Cristo si presenta ad ogni passo in mezzo alla via e la costringe ad occuparsi di esso dicendo, son qua. Protestate di non credere, protestate di non curarvi, deridete, bestemmiate, rubate, calpestate, insultate, ma vi trovate sempre alle mani con Gesù Cristo e il sarcasmo medesimo, la bestemmia, e le opere da ladroni che vi nobilitano, dicono in loro favella che una catena fatale a Gesù Cristo vi tira per sfracellarvi contro di Lui e verificare il vaticinio di Simeone che come esso è posto in  bersaglio di contraddizione cosi è anche posto in ruina e in risurrezione di molti. Ma noi o Gesù Cristo crediamo: crediamo e la nostra fede è la nostra gloria: noi nella contraddizione che vi bersaglia ci schieriamo dalla parte vostra. Quanto abbiamo di bene di forza, di spiriti, di coraggio, di vita, vogliamo tutto spendere per Voi. Voi accoglieteci sotto il vostro stendardo. Passa il mondo e gli uomini passano con esso. Tra pochi giorni il corpo di questi vermini che vi fanno guerra sarà un pugno di fango e l’anima verrà ai vostri piedi. Dio santo, Dio eterno, Dio immortale, Gesù Cristo figliuolo di Dio, viva a Voi l’anima nostra e ci sostenti intanto quella fede la quale è la vittoria che vince il mondo.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (13): tre prime promesse del Sacro Cuore di Gesù.

DISCORSO XII.

[A. Carmagnola: Il Sacro Cuore di Gesù – S. E. I. Ed., Torino, 1920 – imprim.]

Tre prime promesse del Sacro Cuore di Gesù.

Uno dei più validi mezzi, di cui si servono gli uomini per eccitarsi gli uni gli altri a compiere opere di vicendevole gradimento, è senza dubbio quello delle promesse. Il padre ad ottenere dal figlio, che sia virtuoso, che si applichi seriamente allo studio, al lavoro, gli promette un qualche regalo. Il  maestro ad ottenere dal discepolo, che compia esattamente i suoi doveri, che gli presti la dovuta attenzione, che lo segua con diligenza nelle sue lezioni, gli promette la promozione negli esami e il premio. Il capitano ad ottenere dai soldati il coraggio e ben anche l’eroismo nella battaglia, promette loro i vantaggi e gli onori della vittoria. E persino l’uomo perverso, ad ottenere, che alcun altro compia in suo pro una scellerata azione gli promette qualche gran somma di denaro o qualche altra ricompensa. È bensì vero, che la maggior parte degli uomini dopo aver fatto altrui delle magnifiche promesse, in seguito non vi attende, ma quando le promesse partono da un cuore reputato sincero, chi sa dire di quanta efficacia riescano? Allora il figlio non risparmia sacrifici per domare le male inclinazioni, il discepolo non la perdona a fatiche per profittare nello studio, il soldato diventa leone contro i nemici della patria, e financo l’assassino va a tingere la sua mano di un sangue innocente. – Se pertanto le promesse riescono al cuore umano di tanta virtù e gli infondono tanto coraggio sia per praticare il bene, come pur troppo anche per compiere il male, il Sacratissimo Cuore di Gesù, desiderando di avere il maggior numero possibile di devoti, perché nel mondo si abbia a compiere per mezzo della sua divozione il maggior bene, non volle lasciare di valersi di un tanto mezzo per ottenerlo. E perciò parlando a Santa Margherita, le diceva un giorno: « Io ti prometto, che il mio «Cuore si dilaterà per diffondere in copia le fiamme del divino amore sopra coloro, che gli renderanno o procureranno che gli sia reso dagli altri onore e gloria. Io ho manifestato agli uomini il mio Cuore, dando ad essi in questi ultimi tempi tale estremo sforzo del mio amore, per aprir loro con tal mezzo tutti i tesori di amore, di grazia, di misericordia, di salute e di santificazione. » Ma non contento il Sacro Cuore di Gesù di queste promesse generali, con la stessa Santa Margherita discese a far promesse al tutto speciali, siccome quelle che avrebbero maggiormente toccato i nostri cuori. Ed è appunto intorno a queste speciali promesse che desidero prendere oggi ad intrattenervi. Già abbiamo riconosciuto la saldezza e l’eccellenza della divozione al Sacro Cuore di Gesù, l’oggetto, i fini e le pratiche di questa stessa divozione. Ora per animarci sempre più ad esercitarla dobbiamo considerarne i vantaggi. E questi noi li conosceremo appunto con lo svolgere le grandi promesse del Sacratissimo Cuore. Cominciamo oggi da quelle per cui furono assicurate ai devoti del Sacro Cuore: tutte le grazie spirituali e temporali di cui avranno bisogno nel loro stato; la pace nel seno delle loro famiglie; la consolazione nei loro patimenti.

I. — L’Apostolo S. Paolo ha scritto, che ciascuno ha il suo dono da Dio: unusquisque proprium donum habet ex Deo; (I Cor. VII, 7) vale a dire, come spiegano i sacri dottori, a ciascuno Iddio elegge quaggiù uno stato, in cui deve passar la sua vita. E così chiama taluni a seguirlo più davvicino nello stato religioso, chiama altri a dedicarsi al ministero del sacerdozio e dell’apostolato, chiama altri a vivere in mezzo al mondo nella vita pubblica per giovare ai loro fratelli nell’esercizio delle diverse arti e professioni, chiama altri a mantenersi nello stato di verginità, ed altri ad abbracciare lo stato coniugale per moltiplicare i figliuoli della Chiesa e i Santi del paradiso. Sì, ognuno ha da Dio la sua speciale vocazione. Ma qualunque sia lo stato, a cui Iddio chiami nei disegni della sua Provvidenza, sempre vuole che gli uomini in qualsiasi stato si facciano santi: Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra. (I Tess. IV, 3) No, non è soltanto a qualche ceto particolare di persone, che Iddio imponga la santità, ma a tutti indistintamente. Egli la impone ai religiosi ed ai sacerdoti, e più a loro che agli altri, perché essi hanno da essere il sale della terra, la luce del mondo; ma la impone parimente ai secolari, ai coniugati, agli uomini della vita pubblica, a quelli che esercitano nobilissime arti e a chi lavora nell’officina o bagna dei suoi sudori la terra: a tutti Egli disse: Siate santi: Estote perfecti (Matth. V, 48) Né crediate perciò che Iddio imponga a taluni l’impossibile. Certamente se la santità, come taluni si danno facilmente a credere, consistesse soltanto in digiuni, in austerità, in flagellazioni, in portar vesti di sacco e cilici al fianco, in far miracoli, in aver contemplazioni ed estasi, allora non a tutti, in qualsiasi stato, sarebbe né facile, né possibile. Ma se tutto ciò può far parte e può essere dono della santità, non è propriamente ciò, in cui la santità consista; anzi, ciò potrebbe essere ben anche vanità ed ipocrisia, quando mancasse la santità vera e sostanziale, che consiste nell’amare Iddio con tutte le forze, e nell’osservare perciò la sua legge. Il che, o miei cari, è forse impossibile, od anche difficile? Lo stesso divino Maestro Gesù ci ha appreso che se l’osservanza de’ suoi santi precetti è un peso, non è tuttavia che un peso molto soave e leggiero: Iugum enim meum meum est, onus meum leve. (Matth.. XI, 30) E l’apostolo ed evangelista S. Giovanni ha detto chiaramente, che i comandi del Signore non sono gravi: Mandata eius gravia non sunt. (I Io., V, 3). Ed in vero qual cosa più conforme a giustizia poteva imporci Iddio che di amarlo e servirlo? E nel tempo stesso cosa più dolce e più cara? Non è questo amore e questa servitù che apporta la pace più gioconda alle anime nostre, secondo la bella osservazione del reale salmista: Pax multa diligentibus legem tuam? (Ps. CXVIII, 165) E non è al contrario cosa, che importa fatiche, affanni e tormenti il non amare Iddio e l’offenderlo? Ah! checché si pensi dal mondo, la verità è questa, che gli uomini che vivono lontani da Dio sono sempre costretti ad esclamare: Ci stancammo nelle vie di iniquità e di perdizione, e camminammo per vie difficili: Lassati sumus in via iniquitatis et perditionis, et ambulamus vias difficiles! (Sap. V, 7) Sì, il dannarsi importa penosissimi aggravi, mentre invece il santificarsi è cosa facile e soave. Ma sebbene la santificazione nostra sia soave e facile, è certo tuttavia, che noi con le sole, nostre forze naturali non possiamo operarla. È dottrina di fede, insegnataci dalla Chiesa e ripetutamente scritta nei Santi libri che noi, da noi medesimi,non possiamo far nulla in ordine alla nostra eterna salute, neppure concepire nell’anima un buon pensiero. Ma sia ringraziato Iddio! Egli che vuole la nostra santificazione, pieno di amore e di bontà, non lascia di darci i mezzi necessari ad operarla, ed il mezzo che tutti gli altri comprende, è quello della sua grazia. Sì certamente, Iddio dà a tutti gli uomini quella grazia, per mezzo della quale, in qualsiasi stato Dio li abbia chiamati, se essi risolutamente il vogliono, possono salvarsi ed essere un giorno nel novero dei Santi. E sevi hanno pur troppo di quelli, i quali si dannano, ciò non avviene perché sia loro mancato l’aiuto della grazia di Dio, ma bensì perché a questo aiuto della grazia essi non hanno corrisposto; sicché se le anime dannate dal fondo dell’inferno, ove si trovano, osassero muovere lamento contro la divina giustizia,il Signore potrebbe bene rispondere a ciascuna di esse:Taci là, che la tua perdizione è opera tua: Perditio tua ex te.(Os. XIII, 9) Ma come mai la grazia di Dio rende non solo possibile, ma facile eziandio la santità in qualsiasi stato? Ah! egli è perché la grazia è dotata di un prodigioso carattere, diun’ammirabile proprietà, di quella cioè di adattarsi e contemperarsialla condizione ed ai bisogni particolari di ciascuno. Nelle Sacre Scritture tante volte è chiamata col nome di rugiadae di pioggia, e tale essa è veramente, dice S. Agostino: Gratia pluvia est. La pioggia cadendo e penetrando nel terrenoassume poi il colore di ciascun fiore, e il sapore di ciascun frutto, in cui segretissimamente e per sottilissime vie si spandee s’insinua, e così nei prati si tinge di bellissimo verde, nei campi biancheggia con le spighe, nei giardini si smalta di nevenei gigli, fiammeggia di porpora nella rosa, si veste di azzurro nel giacinto, e nei frutteti si fa or agra or dolce, secondo ladiversità dei frutti. Or ecco il lavorio misterioso e molteplice che va facendo la grazia nei cuori umani. Essa si adatta a tutti gli stati, si accomoda a tutti i temperamenti, si congiunge a tutte leetà. Gettate lo sguardo sopra i fasti gloriosi della Chiesa, considerate la varietà dei Santi, che l’adornano, e toccherete con mano sì bella verità. Voi vedrete la grazia aver fatto dei Santi fra i Pontefici e fra i semplici sacerdoti, aver fatto dei Santi fra i religiosi del chiostro e fra i secolari del mondo, aver fatto dei Santi fra i vergini, fra i coniugati edi vedovi, aver fatto dei Santi fra i re e fra i sudditi, averfatto Santi fra i capitani e fra i soldati, averne fatto frai letterati e fra gli idioti, fra i ricchi e fra i poveri, fra i geni e tra i meschini, fra i vecchi e fra i giovani, fra tutti di qualsiasi stato, di qualsiasi età e condizione, senza eccezioni. Ma quei mirabili effetti, che la grazia ha operato nei Santi, sono sempre gli stessi che va operando in noi, sicchéin alcuno fra di noi, in qualsiasi stato si trovi, che per opera della grazia e per la fedele corrispondenza alla stessa non possa farsi Santo e gran Santo.Che se questa consolantissima verità è in pro di tutti gliuomini in generale, la è tuttavia in modo specialissimo per devoti al Sacro Cuore di Gesù. Giacche è ai suoi devoti che il Sacratissimo Cuore promise peculiarmente di dare tutte le grazie necessarie al loro stato. Oh bella felicità adunque che è questa! Sia pure che nell’adempimento delle loro obbligazioni idevoti del Sacro Cuore di Gesù incontrino ancor essi delle difficoltà, questo Cuore Sacratissimo con la sua grazia si farà loro a spianarle; sia pure che la loro volontà si infiacchisca nell’operare il bene, il Cuore di Gesù con la sua grazia si farà loro a fortificarla; sia pure che il demonio, le passioni, gli uomini del mondo si travaglino per indurli a tradire i loro doveri, il Cuore di Gesù con la sua grazia si farà a renderli vittoriosi. Pertanto volete voi, o giovani, che il Signore vi difenda dagli agguati del mondo, dalle lusinghe della carne e dagli assalti del demonio, sicché possiate mantenere intatta l’innocenza fra i pericoli, che ad ogni passo incontrate? Siate devoti al Sacro Cuore di Gesù. E voi, o coniugati, desideratevivere in santo amore, in incessante fedeltà fra di voi, allevare cristianamente la vostra prole, eseguire, esattamente i vostri obblighi che non sono né sì pochi né sì lievi? Siate devoti del Sacro Cuore di Gesù. O padri e madri, voi siete in trepidazioneed affanno sulla riuscita dei vostri figliuoli, e ben a ragione, perché innumerevoli seduttori si aggirano intorno agl’incauti, e con infiniti artifizi si adoprano a trascinarli lontani dall’amoredi Dio e vostro. Ma voi non cessate dal raccomandarlial Sacro Cuore di Gesù, e benedetti da Lui, essi formeranno conla lor buona condotta la vostra maggior consolazione in terra,la vostra più bella corona in cielo. E voi, o maestri, che nellascuola attendete ad erudire le menti ed a formare i cuori dei fanciulli e dei giovanetti, volete degnamente corrispondere allasublimità della vostra missione, ed ottenere efficacemente che la scuola sia chiesa e non tana? Siate devoti anche voi del Sacro Cuore di Gesù. E voi, padroni, voi elevati in dignitàe potere, voi amministratori delle cose pubbliche, voi magistrati, voi principi e sovrani, che desiderate esercitare con giustiziae con vero vantaggio dei vostri sudditi gli uffici vostri, amateanche voi quel Cuore, per cui: Reges regnant et legum conditores insta decernunt. (Prov. VIII, 15) E così voi operai, voi sudditi, voi servitori, nella divozione al Sacro Cuore di Gesù, troverete il mezzo per tollerare la condizione vostra ed esercitarecon amore i vostri doveri. Finalmente se voi siete persone viventi in Religione, ricordate che il Sacro Cuore di Gesù:ha detto a Santa Margherita: « Le persone religiose dalla devozione al Cuor mio caveranno tanti aiuti che non abbisogneranno più di altro mezzo per ristabilire il primitivo fervore e la più esatta osservanza nelle comunità meno regolate. E per condurre le altre alla più grande perfezione. » E se siete Sacerdoti, intenti a lavorare non solo per la salvezza vostra,ma ancora per la salvezza altrui, non dimenticate che lo stesso Sacro Cuore di Gesù ha pur detto: « I sacerdoti e gli uomini apostolici avranno l’arte di commuovere i cuori più indurati enelle loro fatiche avranno un esito ammirabile. » Dunque in qualsiasi stato, di qualsiasi condizione di vita, per quanto difficile, accostiamoci tutti con la massima confidenza a questo Cuore, fonte inesauribile di grazie, domandiamogli quelle cheabbiamo bisogno, per santificarci nel nostro stato; Egli ha promesso di darcele e la sua parola non verrà meno giammai. –  Ma sebbene l’affare più importante, il primo a cui dobbiamo attendere sia l’acquisto della nostra eterna salute mediante la nostra santificazione in qualsiasi stato ci troviamo, è certo tuttavia, che dobbiamo pure, per ragione della condizione cui Iddio ci ha posti quaggiù, mettere mano ad intraprese ed affari temporali, sia per acquistarci col lavoro il nutrimento per la vita, sia per procurarci un’onesta agiatezza, sia per arricchire la nostra mente di utili cognizioni, sia per esercitare le arti e compiere opere di comune vantaggio alla società, sia per non pochi altri giusti motivi. Ora a questo riguardo disse già assai bene un nostro poeta: A compir le belle imprese| L’arte giova, il senno ha parte,| ma vaneggia il senno e l’arte,| Quando amico il ciel non è. Il che non è altro se non la libera versione di quel pensiero delle Sante Scritture, che « se il Signore non edifica egli la casa, lavorano invano quelli, che la edificano, e se non custodisce la città, indarno veglia il soldato, che la custodisce. » Si, senza la benedizione del cielo amico, fallisce anche il meschino dei nostri affari. Ma non falliranno certamente neppure i più gravi ed importanti, se noi saremo devoti del Sacro Cuore di Gesù. Perciocché non si contentò di promettere ai suoi devoti le grazie necessarie a santificarsi e a raggiungere così il buon esito dell’affare supremo, dell’eterna salute, ma promise ancora, che li avrebbe benedetti negli altri affari. E così essendo, o carissimi, cerchiamo pure anzitutto il regno di Dio, come Gesù Cristo ci ha appreso, ma ponendo pur mano a quegli interessi, che sono richiesti dal nostro stato, e per nulla contrari all’acquisto del regno di Dio, ricordiamoci che, secondo la parola data da Dio medesimo, nella divozione al Sacro Cuore abbiamo l’assicurazione di essere da questo Cuore Santissimo benedetti e prosperati.

II. — Ma se già così grandi sono questi vantaggi promessi dal Cuore di Gesù ai suoi devoti, non lo è meno quello, di cui entro ora a parlarvi: la pace cioè nelle loro famiglie. Famiglia! E chi è mai, che a questo nome non si senta intenerire il cuore? Dopo la Religione la famiglia è quanto vi è di più bello, di più caro, di più. dolce, di più attraente sulla terra. Iddio, che sebbene uno nella essenza, per essere trino nelle Persone costituisce in cielo la Famiglia più perfetta, ha voluto nel suo amore per noi riprodurla quaggiù sulla terra. E per questo, dopo aver creato il cielo e la terra con tutte le meraviglie che l’adornano, dopo aver compiuto il capolavoro della creazione, l’uomo, volle coronare l’opera sua, creando la famiglia. Egli mandava un dolce sonno ad Adamo, e mentre questi dormiva gli traeva dal fianco la donna facendogliene un aiuto simile a lui, e dopo d’avergliela condotta innanzi, benediceva all’uno e all’altra, dicendo: Crescete e moltiplicatevi, e riempite la terra: Crescite et multiplicamini, et replete terram. (Gen. I, 28) Ed è lì, nella famiglia creata e benedetta da Dio, che due cuori vivono dolcemente incatenati fra di loro, dividendo le gioie e le sofferenze, le fatiche ed i riposi, gli abbattimenti ed i conforti, le pene e le consolazioni. È lì, che lo sposo pur essendo superiore alla sposa, non fa altro tuttavia che riguardarla come dolce consorte; ed è dove la donna forte, saggia, operosa, prudente, sottomessa affettuosa riempie di gioia il cuore del marito e raddoppia numero dei suoi anni. È lì ancora dove un padre ed una madre vedendo i loro figliuoli, come novelli virgulti di olivi circondare la loro mensa, posano sopra di essi le più belle speranze, e in essi si allietano delle più pure consolazioni; ed è lì alla loro volta, dove i figliuoli vivono beati nell’amore così intenso e così sicuro dei loro genitori! No, non vi ha felicità più bella, più pura, più grande di quella, che si gode  in seno della famiglia; essa è l’immagine più viva della felicità che si gode per sempre in cielo nella famiglia dei Santi. Se non che è egli vero, che in tutte le famiglie regni tal felicità? Ahimè! tutt’altro. In molte famiglie regna invece l’infelicità, e così grande da rendere immagine dell’infelicità dell’inferno. E qual è mai la ragione di ciò? Se a rendere felice una famiglia fossero necessarie le ricchezze, ben si comprenderebbe, come non mai lo possano essere le famiglie dei poveri. Se la felicità andasse compagna ai titoli ed agli onori, neppur vi sarebbe a stupire, che manchi nelle case degli umili e dei meschini. Così se ad essere felici bastasse esser sani e robusti, si vedrebbe il perché non lo siano le famiglie in cui vi hanno dei deboli e degli infermi. Ma come mai vi hanno pure infelici nelle famiglie di sani, di ricchi, di gente colma di titoli e di onori? La ragione si è, che la base della felicità domestica non è altro se non la pace, quella pace, che Gesù Cristo, nascendo faceva cantare dagli Angeli agli uomini di buona volontà, quella pace, che Egli stesso annunziava agli Apostoli non appena risuscitato da morte, quella pace, che agli stessi lasciava prima di salire al cielo, quella pace infine, che Egli loro ordinava di portar nelle famiglie, ogni volta che vi mettessero piede. Ed è la pace appunto, che in molte famiglie manca. Qua, distruggitori della pace domestica sono mariti inumani, che violando le più sante promesse fatte appiè degli altari, mentre per la compagna avuta da Dio non hanno che odio, disprezzo, fastidio ed abbandono, gettano negli amori più infami sanità, sostanze, onore ed anima. Là, distruggitrici della pace sono mogli implacabili, le quali tengono sempre le loro lingue armate di finissima punta per ribattere le osservazioni dei loro mariti e per ferire al vivo chi alla fin fine è il capo della casa e può e deve comandare. Altrove sono padri crudeli, che senza alcun giusto motivo trattano spietatamente i loro figliuoli o li lasciano nel più barbaro abbandono; ed altrove sono figliuoli, che appena arrivati ai primi anni dell’adolescenza più non piegano la fronte ad alcun comando di padre e di madre, insorgono anzi riottosi contro di loro e fanno a dispetto quel che ad essi è proibito. Insomma qua per un membro, altrove per un altro, in non poche famiglie invece della pace regnano sovrani il disamore, la gelosia, l’odio, la lite, la discordia, e per conseguenza l’infelicità. – Or bene, o carissimi, vogliamo noi tenere lontani dalle nostre famiglie questi mali, che distruggono la pace e la felicità? Siamo sinceramente devoti del Sacratissimo Cuore di Gesù. Questo è il secondo vantaggio, che egli promise ai cultori della sua devozione. Ed Egli senza dubbio farà onore alla sua parola. Se la pace non è mancata mai, Egli continuerà tenerla; se è venuta meno Egli non tarderà a ristabilirla. Questo Cuore Santissimo da noi amato, risarcito, imitato, invocato, non lascerà di toccare il cuore di chi è la causa dell’infelicità di nostra famiglia; egli arresterà quel marito sulle vie delle sue infedeltà e de’ suoi disordini, ammansirà quella moglie così superba ed iraconda, ammollirà quel padre sì duro e spietato, infrenerà quel figlio così caparbio e ribelle, richiamerà alla virtù ed alla fede chi se n’è allontanato, e cessata ogni burrasca, ricomparirà in ognuna delle nostre famiglie l’iride della serenità e della pace. Non dubitiamone punto; Gesù lo ha detto: « Io metterò la pace nelle famiglie dei miei devoti. »

III. — Adunque grazie spirituali e benedizioni temporali secondo le diversità dello stato in cui si vive, pace nel seno delle famiglie, ecco i bei vantaggi, che già abbiamo riconosciuto trovarsi nella divozione al Sacro Cuore. Ci rimane oggi a riconoscerne un altro ancora, così espresso da Gesù Cristo: « Io consolerò i devoti del mio Cuore nei loro patimenti. » Nessuno ignora, perché tutti tardi o tosto vengono a conoscerlo per esperienza, che sono senza numero le pene e le afflizioni che travagliano la nostra misera esistenza sia nel corpo che nell’anima; e queste pene accumulandosi le une sopra le altre finiscono talora per opprimere il nostro cuore. Allora noi con istinto irrefrenabile andiamo cercando un altro cuore per versarvi entro la piena del nostro; ma lo troviamo noi? Noi troviamo dei cuori chiusi ed insensibili; noi troviamo dei cuori, o già ricolmi delle afflizioni loro, o sì deboli da restar soffocati all’apprendimento delle afflizioni nostre; noi troviamo dei cuori ipocriti, che sembrano commuoversi per noi, ma che in fondo non sentono per noi compassione di sorta; noi troviamo dei cuori egoisti, che dopo aver ricevuto una volta le nostre confidenze ci fanno subire il martirio delle loro incessanti lamentele; noi troviamo dei cuori traditori, che delle nostre confidenze si valgono per mettere in piazza le nostre miserie; ecco ciò che noi troviamo. Eppure abbiam bisogno di effonderci, di sfogarci! Allora, andremo noi, come certe anime sventurate, ad affidar le nostre pene alle creature irragionevoli, alle stelle del cielo, alle onde del mare, alle piante della foresta, alle rocce d’un monte? Ma quale conforto ne trarremmo noi?… Miei cari! Vi è un cuore sempre aperto, sempre potente, sempre amico, sempre infinito, che sempre senza stanchezza, senza noia, anzi con piacere, con amore è disposto ad accogliere le espansioni del cuor nostro, le nostre lagrime, le nostre afflizioni, e questo cuore è il Cuore Sacratissimo di Gesù. –  Uno dei motivi, per cui Gesù Cristo volle assumere la nostra povera natura e assoggettarsi alle nostre miserie, come osserva San Paolo, è stato questo appunto di farsi a sentire più vivamente le afflizioni nostre per compatirle e recarcene consolazione! Non enim habemus Pontificem, qui non possit compati infirmitatibus nostris, tentatum autem per omnia prò similitudine, absque peccato. (Hebr. IV, 15) Sì, all’infuori del peccato, egli volle provare tutte le pene interiori ed esteriori, che possono squarciare un corpo o straziare un’anima, ed assomigliarsi ai suoifratelli per essere misericordioso: Unde debuit per omnia fratribus assimilari, ut misericors fieret. (Hebr. II, 17). Egli conosceva bene come il suo Cuore meglio si sarebbe impietosito dei patimenti nostri e più prontamente ci avrebbe confortati nei medesimi, sopportandoli Egli stesso; e per ciò Eglipiange appena nato nella capanna di Betlemme, piange nel prendere la via dell’esilio, soffre e piangenel ritiro misterioso della casa di Nazaret, soffre e piange nelle veglie solitarie della sua vita pubblica, soffre e piange sulla tomba di un amico, soffre e piange sull’ostinazione ed ingratitudine di Gerusalemme, soffre e piange nell’agonia del Getsemani, soffre e piange sulla Croce. Ah! Egli è veramente l’uomo dei patimenti: vir dolorum (Is. LIII, 3) E che altro mai lo ha fatto soffrire e piangere, se non l’amore per noi, ela brama di essere con noi pietoso? Unde debuit fratribus assimilari ut misericors fieret. Né solamente volle provare tutte le pene, ma ciò che è più volle sottostare alla massima desolazione. Con le parole del profeta ei poté dire: Il mio Cuore andò incontro agli obbrobri ad alle miserie, ed io cercando chi entrasse a parte della mia tristezza e mi consolassenon lotrovai: Improperium expectavit cor meum et miseriam, et sostinuit qui simul contristaretur, et non fuit, et qui consolati non inveni. (Ps. LXVIII, 21) Or dunque avendo Gesùsperimentato tutte le pene, e fra le altre anche quella desolazione, conosce per contrario quanto balsamo arrechi alle piaghe di un’anima afflitta la consolazione, e ciò conoscendo con un Cuore così ricco di amore e di compassione, tuttici invita, quando siamo afflitti, ad appressarci a Lui, per essere consolati: Venite ad me omnes, qui laboratis et onerati estis et ego reficiam vos. (Matth. XI, 28) Oh sì! il Cuore di Gesù si commuove ad ogni nostra lagrima, ed essendone in pieno potere, è pronto sempre a consolare efficacemente gli afflitti, a lenire le loro pene, a versare nel loro cuore ulcerato, siccome pietoso Samaritano, il balsamo di ogni migliore conforto.E non faceva così durante la sua mortal vita? Alla preghiera ed alle lagrime di Giairo si mette tosto in cammino per sanare la sua figlia, e trovatala già morta, a consolazione di quel padre, la risuscita. Portandosi alla sepoltura il figliuolo unico della vedova di Naim, questa sventurata madre gli teneva dietro con tale profluvio di lagrime, che avrebbe intenerito le pietre. E Gesù alla vista di quella madre piangente,tocco nel più intimo del suo Cuore, comanda ai portatori della bara di fermarsi, e consola lei pure col miracolo della risurrezionedel suo figlio. La Cananea ha una figlia invasata dal demonioe non reggendole il cuore di vederla in sì misero stato ricorre a Gesù. E Gesù, sebbene dapprima sembri non far conto della sua afflizione per far meglio spiccar la sua fede,lascia alfine libero corso alla piena del suo tenero afflitto e la consola concedendole quel che chiedeva, cioè la guarigione della figlia sua. Infelici ed infermi d’ogni maniera travagliati dai loro dolori si presentavano od erano presentati a Lui, ed Egli, eccolo qui a ridonare l’uso delle membra ai paralitici; là ristagnare il sangue della povera emorroissa, ove rendere la sanità al servo del centurione, ove guarir dalla febbre la suoceradi Pietro, ove raddrizzare gli storpi, illuminare i ciechi, dar l’udito ai sordi, la loquela ai muti, insomma segnare ogni suo passo con un nuovo tratto di sua bontà, con una novella consolazione ai miseri afflitti. Ma quanto Egli faceva nel corso di sua vita mortale, è quello che è pronto a fate, che fa tuttora dall’altezza dei cieli, ove si trova ammantato di gloria, e dall’umiltà del tabernacolo, ove trovasi nascosto sotto le specie dell’Eucaristico Sacramento. E per ciò se tanti e tanti, chemenano al mondo una vita misera e travagliosa e, come il feritodi Gerico, si vedono passar vicino più d’uno che non li cura, che non li mira, si facessero a raccontare a Lui le loro pene, a Lui mettessero innanzi le piaghe, che si vergognano di far conoscere a chicchessia, oh quale consolazione sentirebberospargersi sul cuore afflitto! Ma intanto, perché non si curanodi cercare la consolazione, dov’è di fatti, vivono i giornipiù desolati, e quando non si abbandonano alla più orribile disperazione, consumano di crepacuore, vengono meno di malinconia. Altri poi vivendo nella massima cecità, per essere sollevati dalle loro miserie, invece di accostarsi a questa consolazione, vanno in cerca di conversazioni mondane, di passatempi e piaceri terreni. Infelici! respirino pure un’aria libera in amena campagna, ricreino pure l’orecchio con la soavità delle musiche più scelte, pascan pure l’occhio con la varietà dei teatri, passinopure le ore tra le allegrie dei convitti, o tra gli scherzi di compagnie geniali; per un’ora, per un giorno entrerà loro in cuore una pace apparente; ma tosto vi ricomincerà la guerra, vi rinascerà il tormento, ed in mezzo alle feste del mondo si troveranno soli! No, la consolazione nei patimenti non può trovarsi che nel cuore di quel Gesù, che è: Deus totius consolationis, Dio di ogni consolazione, e che ciconsola realmente in ogni nostra tribolazione, qui consolatur nos in omni tribulatione nostra. (II Cor. I, 3-4)Ma se ciò è verissimo di tutti gli uomini, che sono nell’afflizione, lo è massimamente per i suoi devoti. Questa è pur una delle promesse da Lui fatte: « I miei devoti, li consolerò nei loro patimenti. » Epperò come una madre vedendo afflitto tra i suoi figliuoli chi maggiormente l’ama, si getta al suocollo, lo stringe al petto, lo copre di baci, lo inonda di lagrime, e solamente allora che è sicura d’averlo tornato in pace, respira e riposa, così il Cuore Sacratissimo di Gesù, quando vede travagliato un suo devoto, non tarda un istante a consolarlo con le finezze del suo amore e con la soavità delle sue grazie. E non faceva così durante la sua vita mortale? Amato di un amore singolare da taluni fra molti che lo conoscevano e lo seguivano, alla sua volta senza lasciare di consolare gli altri afflitti, si affrettava tuttavia a consolare questi suoi amici, e alle lagrime di Marta e di Maddalena piangeEglistesso e restituisce la vita al suo caro Lazzaro, ed a Giovanni oppresso dal dolore appiè della sua croce dà la consolazione dell’amor materno di Maria, ed agli Apostoli afflitti per la sua morte, appena risorto dà. con prestezza il confortodelle sue apparizioni. Ora quel costume che Egli ebbe quaggiù, non solo possiamo sperare, ma dobbiamo credere, checontinuerà a mantenerlo, avendocene datala sua indefettibileparola. Animo adunque, continuiamo in questa così utile devozione,accresciamone anzi ogni giorno il fervore, ed allora avremo con certezza tutte le grazie necessarie al nostrostato, godremo sempre la bella pace nel seno delle nostre famiglie, e potremo sempre ripetere col santo re Davide: Ad Dominum, cum tribularer, clamavi, et exaudivit me; (Ps. CXIX, 1), essendo tribolato sono ricorso al Cuore di Gesù, ed esso miha esaudito e consolato.Sì, o liberalissimo Gesù, è questo il santo proposito, che facciamo in questo giorno genuflessi ai piedi vostri, di volere praticare ed accrescere sempre più in noi la divozione al vostroSacratissimo Cuore. E Voi, nella infinita bontà e generosità vostra, degnatevi di spargere pur sempre sopra di noiquei grandi beni, che ne avete promesso. Dateci la grazia diadempiere esattamente le obbligazioni del nostro stato; donatealle nostre famiglie quella pace, che il mondo non può dare; e nelle nostre afflizioni consolateci e dateci la forza per soffrirle con piena rassegnazione alla vostra divina volontà; e così ci sia dato altresì di benedire mai sempre la divozione vostra, che è stata per noi fonte copiosa dei più salutevoli vantaggi”.