CONOSCERE SAN PAOLO (26)

CONOSCERE SAN PAOLO (26)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (2)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

II. LA TEOLOGIA PAOLINA IN GERME.

1. IL CRISTO STA NEL CENTRO. — 2. NON PRECISAMENTE IL CRISTO MORENTE. — 3. MA IL CRISTO SALVATORE. — 4. COMPENDIO SINOTTICO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA S. E. I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Se per comprendere la Città di Dio di sant’Agostino o il Discorso sopra la storia universale di Bossuet, bisogna essere penetrati della tesi che questi due sommi ingegni svolgono con tanta magnificenza, non è meno necessario, per leggere con frutto san Paolo, esaminare attentamente i principi direttivi del suo pensiero. Nelle opere dell’ingegno, come nelle creazioni dell’arte o negli spettacoli della natura, vi è sempre un punto fuori del quale le proporzioni rimangono deformate, e le prospettive si presentano male. Questo punto centrale che irradia in tutte le direzioni, che imprime al tutto unità, coesione e armonia, e che non si può spostare senza turbare tutta l’economia dell’opera, è quello che sì chiama l’idea dominante. Pensatore di prim’ordine, dialettico forte, mente filosofica capace di coordinare insieme fatti disparati, di percepirne i rapporti nascosti, di unificarli con un lavoro di vigorosa sintesi, Paolo, dovette mettere nei suoi scritti un piccolo numero di idee dominanti, forse una sola, ed è certo che questa idea, una volta che sia conosciuta, sarà il filo conduttore della sua dottrina. Una prima esplorazione a volo d’uccello in questo campo immenso, è bastata a convincerci che il centro ne è il Cristo: tutto converge a questa parte; tutto parte di là e tutto riconduce là. il Cristo è il principio, il mezzo e il fine di tutto. Nell’ordine naturale, come nell’ordine soprannaturale, tutto è in Lui, tutto è per mezzo di Lui, tutto è per Lui. La più semplice operazione di aritmetica ci conferma in questa impressione. Lasciando da parte l’Epistola agli Ebrei, il nome del « Signore » cade dalla penna di Paolo circa duecentottanta volte; il nome di « Gesù » duecentoventi; il nome del « Cristo » quasi quattrocento volte. Se quasi a ogni linea delle sue lettere scrive uno dei nomi del Salvatore, è perché egli dirige tutto verso questo punto che è la mira dei suoi pensieri e delle sue adorazioni. Si apra a caso il libro delle sue Epistole, e l’occhio cadrà infallantemente sopra un’allusione alla natura o all’opera o alla mediazione dell’Uomo-Dio. Ogni tentativo di capirne un passo qualunque, facendo astrazione dalla persona di Gesù Cristo, cadrebbe certamente invano. È questo appunto che dimenticano i teologi i quali mettono come base della dottrina di Paolo o la nozione metafisica di Dio, o la tesi astratta della giustificazione mediante la fede, o il contrasto psicologico tra la carne e lo spirito. I primi sono ingannati da un’illusione ottica: essendo il pensiero ebraico profondamente religioso, l’idea di Dio riempie tutta la Bibbia; perciò per san Paolo, come per tutti i suoi compatrioti, Dio è la prima sorgente, la provvidenza universale, il fine ultimo di tutti gli esseri: non si fa nulla senza la sua iniziativa, non arriva nulla se non per mezzo di lui. Sotto questo aspetto, la teodicea di Paolo, poco differisce da quella d’Isaia, o di san Giovanni: essa è un’eredità della rivelazione antica e il patrimonio comune degli Israeliti. Ora non già nei punti di contatto, ma bensì nelle divergenze si deve cercare il pensiero intimo di un autore e l’idea madre di un’opera (Findlay).Per un’altra ragione, non si può accettare come base della dottrina di san Paolo la giustificazione mediante la fede. Questa è una tesi ispirata dalla controversia e che deve la sua importanza alla polemica giudaizzante. Terminata la controversia, san Paolo sembra che se ne dimentichi o che non se ne occupi più: prova sicura, che non costituisce la base della sua teologia, almeno nella forma acuta che le venne impressa dalla lotta contro avversari irreconciliabili. Ecco la cosa che Lutero non capì, quando di questa tesi pretese di fare la quintessenza del vangelo e il palladio del protestantesimo. Il dualismo psicologico messo innanzi da certi scrittori razionalisti dei nostri giorni, sarà quello che ci darà la chiave della teologia di san Paolo? Impotenza dell’uomo in faccia al bene che ama, dominio del peccato che la Legge provoca invece di frenare, desiderio istintivo di una giustizia che deriva dalla sola fede e che le debolezze individuali non possano ostacolare, sentimento intimo che il Cristo basta a saziare tutte le aspirazioni dell’anima nostra: tali sarebbero gli articoli fondamentali di questo vangelo. In tal modo, si dice, la teologia di san Paolo è il frutto maturo della sua esperienza religiosa; egli non è debitore a nessuno, ma la deve soltanto a se stesso, oppure per parlare col suo linguaggio, allo spirito del Cristo; nel suo pensiero, così prima come dopo la conversione, vi è unità e continuità; tutto si spiega senza l’intervento incomodo del soprannaturale. Noi invece: abbiamo veduto che questo non spiega proprio nulla, né la conversione né tutto il resto. Sarebbe mai verosimile che Paolo riduca il suo vangelo a un’ipotesi filosofica proprio lui che per la sapienza umana sente soltanto compassione e sdegno? Si può ammettere che egli formuli la sua idea dominante in un passo unico il cui senso è controverso? (Rom. VII). No, non vi è né l’uomo né Dio al centro della teologia di san Paolo, ma vi è il Cristo. La sua dottrina non è un corollario della sua antropologia o della sua teodicea; essa ha come punto di convergenza il mediatore unico tra Dio e gli uomini.

2. Siccome la mediazione del Cristo altro non è, in altri termini, che la sua qualità di Redentore, e il Redentore tale non è se non per la sua croce, un gran numero di teologi, anche tra quelli che all’occasione difendono un altro sistema, vedono nel verbum crucis la pietra angolare del vangelo di Paolo: « Il fatto della morte di Gesù diventa così il centro di tutto il sistema paolino. Il Cristianesimo dell’Apostolo si riassume nella persona del Cristo; ma questa stessa persona non acquista tutta la sua importanza redentrice se non al momento della sua morte sopra la croce (Sabatier).,« L’idea è seducente, tanto più che le formali dichiarazioni di Paolo ci spingono su questa pista: « O Galati insensati, scrive egli a certi neofiti vacillanti, chi dunque ha potuto affascinare voi, quando davanti ai vostri occhi fu esposto il Cristo inchiodato alla croce? (Gal. III, 1) ». Egli aveva esposta, pubblicata dinanzi agli occhi dei Galati, l’immagine del Crocifisso; egli aveva loro fatto una pittura così viva e così straziante di Gesù in croce, che non poteva capire come mai avessero potuto staccarne lo sguardo; se essi lo tenevano fisso sopra quell’immagine insanguinata, l’incanto del fascinatore non avrebbe potuto nulla su loro. È certo che la predicazione della croce, aveva sempre, nelle sue prime istruzioni, un’importanza grande: « Io non volli sapere altro, in mezzo a voi, che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso (I Cor. II, 2) ». Gesù Cristo è il tema generale della sua predicazione; Gesù Cristo crocifisso è l’argomento speciale. Se egli mette sempre come base il mistero della croce, non ci dà diritto di cercare in esso la sostanza del suo vangelo e l’idea generatrice della sua teologia? – Queste ragioni sono più speciose che solide. Affinché Gesù Cristo ci salvasse per mezzo della croce, bisognava che il dramma della redenzione si svolgesse in un certo punto dello spazio e del tempo, nel momento in cui gli Ebrei avevano perduto l’autonomia e il diritto della spada, sotto la dominazione romana che riservava ai popoli soggiogati quella pena infamante. Ora, benché nei disegni di Dio non vi sia nulla di fortuito, è forse verosimile che san Paolo leghi a una circostanza accidentale di luogo e di tempo la sua teoria capitale della salvezza degli uomini? L’Apostolo, si dice, non volle sapere altro che Gesù Cristo crocifisso. Questa infatti è una sua affermazione, ma egli vi mette due limitazioni. Una è contenuta nelle parole « in mezzo a voi » e dipende dalle condizioni speciali del suo apostolato in Corinto. Dopo l’insuccesso di Atene, aveva capito che bisognava presentare ai Greci cavillosi e frivoli il mistero della croce nel suo realismo sconcertante; forse, in un ambiente diverso, avrebbe adoperato un altro metodo. La seconda limitazione nasce dalla sua intenzione polemica: gli si fa il rimprovero di ignorare o di trascurare la sapienza, ed egli risponde che la sua sapienza, la sola che sia giovevole a loro e che essi siano in grado di comprendere, è la croce, oggetto di scandalo per gli Ebrei, oggetto di stoltezza per i Greci. Il paradosso sta nell’opporre la stoltezza della croce alla sapienza del secolo e nel dimostrare che Dio trionfa della sapienza con la stoltezza; ma l’Apostolo non ci dà il diritto di conchiudere anche che il verbum crucis porti in germe tutto il suo insegnamento. A dire il vero, la morte del Cristo considerata in se stessa, indipendentemente da ciò che le dà il suo significato e il suo valore, sarebbe senza effetto sopra la nostra salvezza: per se stessa, invece di essere lo strumento della redenzione, sarebbe il delitto supremo dell’umanità, il quale sembrerebbe dover esigere una nuova redenzione. Essa è meritoria per il Cristo e salutare per noi, solamente in quanto è, da parte del Figlio di Dio, un atto di riparazione e l’incoronamento di una vita di obbedienza. Per conferire alla morte di Gesù un valore redentore, è necessario includervi un elemento che la metta in relazione con Dio, con gli uomini e con lo stesso Salvatore: col Salvatore che l’offre, con Dio che l’accetta, e con gli uomini che ne godono i benefizi: soltanto a questa condizione essa è gradita a Dio e ce lo rende propizio. Un motivo più grave di non fermarci alla morte del Cristo per mettere in essa l’idea madre della teologia paolina, è che agli occhi di Paolo la morte del Cristo è inseparabile dalla sua risurrezione senza la quale, sotto l’aspetto soteriologico, essa è incompleta. Quando l’Apostolo riassumeva il suo vangelo ai neofiti di Corinto, diceva loro: « Vi ho trasmesso prima di tutto quello che io stesso ho ricevuto, che il Cristo è morto per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu seppellito e che è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (I Cor. XV, 3-4) ». – Questo è ciò che egli insegnava in Antiochia di Pisidia, in Atene e dovunque (Act. XIII, 29-30; XVII, 31; XXVI, 23, etc.). La morte del Cristo non andava mai disgiunta dalla risurrezione, perché l’una è il complemento e il corollario dell’altra. – Non soltanto la risurrezione gloriosa era dovuta al Salvatore a titolo di ricompensa, ma Dio doveva a se stesso la risurrezione del Figlio per sigillare la sua missione e per sanzionare la sua opera. La morte di Gesù, non essendo il pagamento di un debito personale, non ha in se stessa la sua finalità: « Dio dunque lo ha risuscitato, perché era impossibile che la morte lo trattenesse sotto il suo dominio (Act. II, 24) ». Perciò, non contento di affermare che il Cristo « è morto e risuscitato per noi », san Paolo non esita a scrivere queste parole il cui senso naturale, mette in subbuglio certi esegeti: « Fu dato a morte per i risuscitato per la nostra giustificazione (Rom. IV, 25) ». Dal che la risurrezione del Cristo fa parte integrante dell’opera redentrice.

3. Tuttavia l’idea complessa « Gesù morto e risuscitato per noi » non è ancora la formola che cerchiamo. Oltre al non essere abbastanza speciale di Paolo, essa esprime soltanto il lato oggettivo della nostra salvezza; ora l’Apostolo non separa mai i due aspetti della redenzione. Non occorre compulsare tutte le Epistole; basta osservare che se Gesù Cristo muore per noi, muore per farci morire misticamente, e che se risuscita per noi, risuscita per farci risuscitare moralmente con lui. Si unus prò omnibus mortuus est, ergo omnes mortui sunt (II Cor. V, 15). È poi cosa affatto indifferente il presentare questa idea sotto forma di proposizione condizionale, col testo greco accettato e con la Volgata, oppure sotto la forma di entimema, con le edizioni critiche; poiché in un modo o nell’altro, la nostra morte mistica appare egualmente bene come la conseguenza necessaria della morte del Cristo. Vi è di più: « Se siamo morti col Cristo, noi crediamo che vivremo anche con lui (Rom. VI, 8) ». La nostra risurrezione è contenuta nella risurrezione stessa del Salvatore, come la nostra morte è racchiusa nella sua morte. – Si trova in san Paolo una lunga serie di parole nuove, la maggior parte delle quali non si possono tradurre in altra lingua se non con un barbarismo o con una perifrasi. L’Apostolo le ha create o rinnovate per dare un’espressione grafica all’ineffabile unione dei Cristiani col Cristo e nel Cristo. Tali sono: soffrire con Gesù Cristo, essere crocifissi con Lui morire con Lui, essere sepolti con Lui, risuscitare con Lui, vivere con Lui, essere vivificati con Lui, partecipare alla sua forma, partecipare alla sua gloria, sedere con Lui, regnare con Lui, essere associati alla sua forma, associati alla sua vita, coeredi. Vi si possono aggiungere compartecipe, concorporale, coedificato e alcune altre ancora che non esprimono direttamente l’unione dei Cristiani con il Cristo, ma indicano l’intima unione dei Cristiani tra loro nel Cristo. L’esame di questi curiosi vocaboli ci suggerisce tre osservazioni importanti:

— la nostra unione mistica col Cristo non si estende fino alla vita mortale Gesù; essa nasce soltanto nella passione, quando Gesù Cristo inaugura la sua opera redentrice; ma da quel momento essa è continua, e la comunicazione di idiomi tra i Cristiani e il Cristo è ormai completa. — Se poi risaliamo fino alla sorgente di questa unione di identità, vediamo che essa esiste di diritto e in potenza al momento in cui il Salvatore, operando in nome o a vantaggio dell’umanità colpevole, muore per noi e ci fa morire con Lui, ma che si effettua di fatto e in atto in ciascuno di noi, quando la fede e il Battesimo ci innestano sopra il Cristo morente e ci associano alla sua morte. — L’autore di tale unione è unicamente Dio stesso che, rivestendoci della forma e degli attributi del Figlio suo prediletto, ci riconosce come figli adottivi e ci tratta poi come coeredi di Gesù. Così noi ricadiamo in quello che vi è forse di più personale e di caratteristico nella teologia di san Paolo: voglio dire la formola In Christo Jesu, che abbraccia tutta la redenzione, dalla sua prima idea nell’intelligenza divina e dalla sua esecuzione potenziale al Calvario, fino alla sua realizzazione successiva in ciascuno di noi e alla sua consumazione finale nell’eternità. Dio ci ha eletti e predestinati nel Cristo; nel Cristo Egli riconciliava a sé il mondo; nel Cristo noi nasciamo alla grazia; nel Cristo noi vi cresciamo e vi perseveriamo; nel Cristo ancora noi saremo vivificati, risuscitati, glorificati. Ma non è questo precisamente l’oggetto del mistero che, come abbiamo veduto, è la pietra angolare del vangelo di Paolo? Tra la comunicazione di idiomi accennata poc’anzi, la formola In Christo Jesu e il contenuto del mistero regnano i rapporti più stretti e più costanti: non sono tanto tre verità distinte, quanto piuttosto tre aspetti particolari di una medesima verità, la redenzione per mezzo del Cristo e nel Cristo: il mistero la considera sotto l’aspetto di Dio che ne prende l’iniziativa e ne conserva il segreto; la comunicazione degli idiomi la considera sotto l’aspetto dell’uomo che se ne appropria i benefizi e ne raccoglie i frutti; la formola In Christo Jesu, la comprende nella persona stessa del Mediatore. In ogni modo, la teologia di Paolo è una soteriologia. Ma come potremo darle un’espressione abbastanza comprensiva da non omettere nulla di essenziale, e abbastanza breve da evitare ogni sovraccarico inutile? Forse la formola seguente, nonostante la sua imperfezione, sarebbe abbastanza esplicita, a condizione che sia ben precisato il valore dei termini: « Il Cristo Salvatore che associa ogni credente alla sua morte e alla sua vita ». Il Cristo Salvatore definisce la persona del Redentore; è il Messia, l’inviato, l’agente e il mandatario di Dio, il pontefice dell’umanità colpevole, il nuovo Adamo incaricato da Dio di riparare l’opera del primo. — Ogni credente specifica l’oggetto della redenzione, universale in potenza, senza distinzioni, senza esclusioni, senza privilegi; e nel tempo stesso indica la condizione essenziale della salvezza, la fede. — L’unione alla morte e alla vita del Cristo riassume il disegno della redenzione, concepito dal Padre da tutta l’eternità, eseguito nel corso dei secoli dal Figlio che, facendosi solidale con noi e unendoci a sé con un vincolo d’identità mistica, fa passare sopra di sé quello che è nostro, e sopra di noi quello che è suo.

4. Se siamo riusciti a fissare il vero centro della dottrina di san Paolo, sembra che ci dobbiamo mettere sul Calvario e di là come da un osservatorio elevato, contemplare anzitutto sotto tutti i suoi aspetti il mistero della nostra salvezza: la missione del Salvatore, l’efficacia della morte redentrice, gli effetti immediati della redenzione; poi gettare uno sguardo sopra gli avvenimenti che sono come il preludio del gran dramma, e un altro sguardo sopra la serie dei fatti che ne preparano lo svolgimento. Ma questo modo di procedere, per quanto sembri razionale, non è applicabile in pratica. L’opera della redenzione, condizionata dalla storia della caduta, non si spiega se non alla luce dei disegni divini e non si comprende se non in funzione della persona del Redentore. Bisogna dunque anzitutto esaminarne quella che si potrebbe chiamare la preistoria, cioè lo stato dell’umanità decaduta e i disegni di Dio sopra di lei, poi l’origine, le relazioni, la qualità di colui che assume l’incarico di salvare il mondo. Così pure le conseguenze della redenzione comprendono due ordini di benefizi disparati che non conviene mescolare insieme: voglio dire i canali stabiliti da Dio per versare sopra le anime gli effluvi del sangue redentore, e i frutti di salute che germogliano da questo succo divino. Perciò, fatta astrazione dalle suddivisioni che la natura dell’argomento impone o suggerisce, la teologia di san Paolo prende la seguente forma schematica:

I . Preistoria della redenzione.

1. L’umanità senza il Cristo.

2. L’iniziativa del Padre.

II. La persona del Redentore.

1. Il Cristo preesistente.

2. Relazioni del Cristo preesistente.

3. Gesù Cristo.

III. L’opera della redenzione.

1. La missione redentrice.

2. La morte redentrice.

3. Gli effetti immediati della redenzione.

IV. I canali della redenzione,

1. La fede e la giustificazione.

2. I sacramenti.

3. La Chiesa.

V. I Frutti della redenzione,

1. La vita cristiana.

2. I novissimi.

Invece di trovarsi al primo posto, come forse si aspettava, l’idea centrale occupa proprio il centro. Si sale gradatamente fino al fatto dell’insegnamento dottrinale per ridiscenderne poi il pendio. L’economia della redenzione si svolge così nel passato e nell’avvenire in un quadro cronologico le cui lontane prospettive non mancano affatto di armonia.

(Continua …)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

CONOSCERE SAN PAOLO (25)

LIBRO PRIMO

Il paolinismo. (1)

CAPO I.

Definizione del paolinismo.

IL VANGELO DI PAOLO.

-1. NOZIONE GENERALE. — 2. IL VANGELO DI PAOLO E IL MISTERO DEL CRISTO. — 3. ELEMENTI DEL PAOLINISMO.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte SECONDA,  S.E.I. Ed. – Torino, 1927 – impr.]

1. Si vuole intendere, per paolinismo, l’insegnamento del Dottore dei Gentili, considerato nei suoi caratteri particolari e nel suo concatenamento organico. Siccome questa parola risponde a un’idea giusta ed è in certo modo necessaria, crediamo che convenga conservarla purgata però dalle sue scorie razionalistiche. Le differenze di tono, d’idee, di stile, che danno agli scrittori sacri la loro fisionomia particolare e la loro individualità, colpirono fin da principio gli storici e gli interpreti: basta, per convincersene, rileggere le prefazioni nelle quali san Gerolamo caratterizza i profeti, e le pagine di sant’Ireneo, di Eusebio e degli altri Padri, sul simbolismo dei quattro animali di Ezechiele, applicato agli Evangelisti. Bastava infatti aprire gli occhi per constatare che il Libro della Sapienza non somiglia all’Ecclesiaste, che il quarto Vangelo ha forma ben diversa da quella dei tre Sinottici, e che san Giacomo non si mette dallo stesso punto di vista di san Paolo. Questi da principio con la sua predicazione fa nascere un certo stupore in una frazione della comunità cristiana: se non gli viene contestato il diritto di predicare ai Gentili, si è però sorpresi che venga dispensato dalla Legge mosaica: il caso fu giudicato tanto grave, da venire deferito al giudizio degli Apostoli e della Chiesa madre di Gerusalemme. Qui Paolo vinse la sua causa; ma la sua vittoria non lo mise al riparo dalle calunnie e dalle ostilità alle quali fu esposto per tutta la vita. Molto tempo dopo, gli anziani di Gerusalemme si sentirono turbati da tali accuse, e Paolo, consigliato da loro, credette bene di mostrare con i fatti il suo rispetto sempre mantenuto verso le istituzioni religiose della sua nazione. Questo non dimostra affatto che Paolo abbia ingegnato una dottrina sua propria, né che vi sia stata, nella Chiesa primitiva, cattedra contro cattedra, o altare contro altare; ma è per lo meno un segno, che non tutti i predicatori del Vangelo davano la stessa importanza all’abolizione della Legge, alla libertà dei Gentili e alla loro perfetta eguaglianza con gli Ebrei, e non ne parlavano con lo stesso entusiasmo: altrimenti le discussioni, i dissensi, i malintesi, invece di perpetuarsi, sarebbero stati troncati alla radice. – Non vi sono già due Vangeli, due messaggi di salute: il vero Vangelo, il solo, è quello che Paolo va insegnando d’accordo con tutti gli Apostoli (I Cor. XV, 11). Anatema a chiunque ne predichi un altro! Ma no, continua l’Apostolo, non è un altro Vangelo, « è soltanto il tentativo dì alcuni per mettere la discordia tra voi e per rovesciare il Vangelo del Cristo (Gal. I, 7) ». Ai Corinzi egli ironicamente concede che avrebbero ragione di prestare orecchio ai suoi avversari, se questi predicassero un altro Cristo, se conferissero un altro Spirito, se annunziassero un altro Vangelo (II Cor. XI, 4); ma è questa un’ipotesi assurda che si distrugge da se stessa al solo esporla; poiché non vi è che un solo Vangelo, come non vi è che un Cristo e uno Spirito Santo. Se però non vi sono due Vangeli, vi sono tuttavia diverse maniere di predicare, il medesimo Vangelo, secondo i tempi, i luoghi e le persone. Paolo dice di aver ricevuto, per sua porzione, il vangelo dell’incirconcisione (Gal. II, 8), come Pietro ricevette quello della circoncisione. Ammettiamo che sia giusta la spiegazione data da Tertulliano: Non ut aliud aliter, sed ut alter aliis prædicet; che il « vangelo dell’incirconcisione » sia la predicazione agli incirconcisi, e che i due apostoli, di comune accordo, delimitino non già il campo esclusivo del loro apostolato — né l’uno né l’altro non la intese mai così — ma il teatro speciale in cui si svolgerà la loro azione. Ne risulta sempre che la diversità di uditorio impone, se non un tempo diverso, almeno una maniera diversa di esporre il medesimo tema evangelico. Ed è questo appunto che le migliori autorità intendono per il Vangelo di Paolo.

2. Egli stesso lo mostra chiaramente nella dossologia finale dell’Epistola ai Romani: Gloria a Colui che è abbastanza potente per confermarvi nel mio vangelo e nel messaggio di Gesù Cristo, nella rivelazione del mistero nascosto da tutta l’eternità, ma oggi svelato e notificato a tutte le nazioni, con gli scritti dei profeti, secondo l’ordine del Dio eterno, affinché esse obbediscano alla fede. (Rom. XVI, 25-26). – L’idea principale di questo passo è evidentemente la descrizione delle tre fasi del mistero: una volta, nascosto nelle profondità dei consigli divini, ma oggi svelato provvidenzialmente e anzi notificato a tutto l’universo. Questa notificazione si rivolge soprattutto ai Gentili che ne sono interessati in modo speciale; essa ha lo scopo di sottometterli alla fede con far risplendere ai loro occhi la prospettiva dei beni evangelici destinati a loro come agli altri; essa si fa per mezzo delle profezie antiche, oggi meglio comprese; e tutto questo per ordine espresso di Dio, re dei secoli, al quale deve risultarne la gloria, perché egli ne ha l’iniziativa. Qui san Paolo identifica il suo vangelo col messaggio di Gesù Cristo, cioè con la predicazione che ha Gesù Cristo come oggetto, e lo connette col mistero dei disegni della Redenzione. Il mistero stesso, pure non essendo espressamente definito in questo punto, è descritto, con i suoi molteplici caratteri che ci saranno minutamente esposti nelle Epistole della prigionia: insinuato dai profeti, ma rimasto incompreso, esso è ora rischiarato con luce nuova e annunziato ai Gentili che deve condurre alla fede. Tutti questi particolari riuniti insieme ci mostrano che il mistero è il disegno della salvezza concepito da Dio da tutta l’eternità, nascosto prima nella penombra della rivelazione antica, oggi proclamato solennemente in tutto l’universo; disegno in virtù del quale tutti gli uomini devono essere salvati dalla mediazione del Cristo e dalla loro mistica unione con Lui. Ora il tenore di questo mistero è il tema essenziale del vangelo paolino. Le lettere della prigionia ci diranno come: Ora io sono felice di soffrire per voi e compio (con gioia) nella mia carne quello che manca ai patimenti del Cristo per il suo corpo (mistico) che è la Chiesa. Io ne sono stato costituito ministro con l’incarico che Dio mi ha affidato, di annunziarvi pienamente la parola di Dio, il mistero nascosto ai secoli e alle generazioni (passate), ma oggi rivelato ai suoi santi cui Dio volle far conoscere quanto è preziosa per i Gentili la gloria di questo mistero; cioè il Cristo in voi, la speranza della gloria (Col. I, 24-27). Qui la parola vangelo non è pronunziata; ma in realtà Paolo non intende altra cosa quando parla della sua predicazione, dell’incarico affidatogli, della missione che compie, dei patimenti che sostiene e che è pronto a incontrare ancora per compiere degnamente la sua missione. Ora tutto questo mira alla promulgazione del mistero tra i pagani. Questo mistero, una volta nascosto negli arcani della scienza divina, ora esposto in piena luce e altamente proclamato, è il Cristo accessibile non soltanto agli Ebrei, ma anche agli stessi Gentili, salvatore universale degli uomini e loro comune speranza. Non più eccezioni né favori né privilegi: d’ora innanzi il Cristo appartiene a tutti, e a tutti nella stessa misura. Ecco quello che Paolo si sente chiamato a predicare senza ritardo, quello che gli fa sfidare le persecuzioni, quello che lo consola dei patimenti; è l’annunzio del gran mistero, il vangelo dell’incirconcisione. Queste medesime idee sono più ampiamente sviluppate nella lunga digressione dell’Epistola agli Efesini: “Io Paolo, il prigioniero del Cristo Gesù per voi, Gentili, se almeno avete appreso qual è la dispensazione della grazia di Dio, che mi è stata data per voi, (voglio dire) che per rivelazione io ho avuto conoscenza del mistero quale ve l’ho esposto in poche parole. Voi leggendole potete apprezzare l’intelligenza che io ho del mistero del Cristo, il quale in altre generazioni non fu notificato ai figliuoli degli uomini come ora è stato rivelato ai suoi santi Apostoli e profeti nello Spirito: cioè che i Gentili sono coeredi e membri del medesimo corpo e compartecipi della promessa nel Cristo Gesù, per mezzo del Vangelo del quale io sono divenuto ministro… Sì, a me, l’infimo di tutti i santi, è stata data questa grazia, di annunziare alle nazioni la ricchezza imperscrutabile del Cristo e di mettere in luce qual è l’economia del mistero nascosto dall’eternità in Dio, Creatore di tutte le cose… Perciò vi prego di non perdervi di coraggio per causa delle mie tribolazioni per voi: esse sono gloria vostra (Ephes. III, 1-13). – In questo passo risaltano quattro pensieri: l’Apostolo, secondo la sua abitudine, si dice il prigioniero del Cristo, il prigioniero del Vangelo, per il vantaggio dei Gentili. Per aver difeso la loro causa si è attirato l’odio dei suoi compatrioti; per aver sostenuto i loro diritti, soffre la persecuzione: perciò i suoi patimenti sono per lui un motivo di gioia e devono essere per loro un vanto. Egli si rivendica una conoscenza non già esclusiva, ma specialissima del mistero del quale la sua lettera contiene l’esposizione più chiara e più completa; soprattutto egli si rivendica la missione di annunziare dappertutto questo articolo di fede; e il ricordo di un favore così immeritato provoca in lui un’esplosione di umile gratitudine (Ephes. III, 3-4). Egli identifica il mistero col Vangelo che ha incarico di pubblicare, non soltanto lui, ma lui più che gli altri; ministero sublime che ha lo scopo di svelare agli uomini la ricchezza ineffabile dei consigli della Redenzione e di rivelare agli Angeli stessi gli abissi della sapienza divina (Ephes. III, 8-9). Finalmente il mistero — e per conseguenza il vangelo di Paolo — è definito ancora una volta, e con più di precisione che mai: « i Gentili sono coeredi », cioè eredi della grazia e della gloria allo stesso titolo e nella stessa misura degli Ebrei ai quali fino allora sembrava riservato il patrimonio dei favori celesti; essi sono « membri del medesimo corpo » mistico del Cristo e per conseguenza tra loro e gli Ebrei non vi è né privilegio né differenza né disuguaglianza; essi sono « compartecipi della promessa » meravigliosamente liberale, fatta ai Patriarchi nel corso dei secoli; ed essi hanno tutto questo « nel Cristo » che è la causa meritoria e « per mezzo del Vangelo » che ne è la condizione essenziale (Ephes. III, 6). – Le nostre ricerche ci conducono sempre al medesimo risultato: il vangelo di Paolo, detto altrimenti il mistero di Dio, il mistero del Cristo, il mistero del Vangelo, o semplicemente il mistero, è, nella sua formula più larga e più precisa, il mistero della redenzione di tutti gli uomini per mezzo del Cristo e nel Cristo. Qua e là, le Epistole ci forniscono alcuni dati di più; ma bisogna stare in guardia contro il pericolo di credere che l’Apostolo voglia richiamare alla nostra attenzione un punto caratteristico della sua dottrina ogni qual volta egli si appella al suo vangelo. Quando, provocato dai disordini dei Corinzi nella celebrazione dell’agape, egli richiama alla loro memoria l’insegnamento del Signore intorno all’Eucaristia, non insinua punto che le altre Chiese siano meno favorite a questo riguardo (I Cor. XI, 28); e quando, per rispondere ai loro dubbi nascenti, ripete un frammento della sua catechesi sopra la morte, la sepoltura e la risurrezione di Gesù Cristo, è così lungi dal pretendere di distinguersi, in questo, dagli altri Apostoli, che subito soggiunge: « Così io come loro, predichiamo così, e così voi avete creduto (I Cor XV, 11) »… Certamente egli deve aver insistito più degli altri sul valore soteriologico della sepoltura e della risurrezione di Gesù Cristo, ma la prova che questo punto di vista non è esclusivamente suo proprio, è che egli suppone conosciuto dai Romani e dai Colossesi, che non erano stati suoi discepoli, il simbolismo del seppellimento mistico del Cristiano nel Battesimo (Rom. VI, 4 – Col. II, 12). Tuttavia la menzione che egli fa del suo vangelo, anche quando essa non implica necessariamente un articolo caratteristico della sua predicazione, per lo meno ridesta l’attenzione del lettore. Alla presenza di questo testo: « il giorno in cui Dio giudicherà le azioni segrete degli uomini, secondo il mio vangelo, per mezzo del Cristo Gesù (Rom. II, 16) », i migliori esegeti si domandano qual è il punto al quale allude la frase « secondo il mio vangelo »; e con ragione concludono che non è né il giorno del Signore, né le azioni segrete degli uomini come materia del giudizio divino, né il fatto stesso del giudizio, ma la maniera con cui sarà fatto il giudizio con la mediazione del Cristo. Questa infatti è una delle idee favorite di Paolo. Agli impudenti detrattori che lo accusano di alterare la parola di Dio, di nasconderla sotto meschini travestimenti, di avvolgerla a bella posta in enigmi, egli protesta che non va predicando se stesso, « ma il Cristo Gesù Signore (II Cor. IV, 5) ». Egli accentua la parola Signore: sappiamo infatti che egli considerava la confessione della signoria del Cristo come una professione di fede compendiata e come un riassunto del Vangelo (Rom. X, 9-10). Così pure quando fa menzione del suo vangelo parlando della Legge mosaica e lo oppone a quello dei giudaizzanti (I Tim. I8-14), ci fa pensare alla sua dottrina capitale sopra la natura della Legge che è impotente per se stessa, indipendentemente dalla grazia, e serve soltanto a trattenere sul retto cammino, col terrore e con le minacce, i ribelli e i delinquenti. Nella seconda Epistola a Timoteo, egli ricorda ancora a questo suo discepolo un altro punto del suo vangelo: « Ricordati che Gesù Cristo, della stirpe di David, è risuscitato da morte secondo il mio vangelo, per il quale soffro fino ad essere incatenato come un malfattore (II Tim., II, 8) ». Il punto al quale allude, evidentemente non è la discendenza dal sangue di David; è dunque la risurrezione di Gesù Cristo il cui ricordo è per il Cristiano un conforto e un incoraggiamento, in mezzo alle traversie e alle persecuzioni. Tutti questi particolari sparsi qua e là ci dicono che non dobbiamo comprimere il vangelo di Paolo in una formola troppo stretta, come sarebbe la libertà dei Gentili relativamente alle osservanze legali, oppure la giustificazione per mezzo della fede senza le opere della Legge, o anche l’universalità dei divini disegni della Redenzione. Il vangelo di Paolo non è tanto una tesi particolare quanto piuttosto il complesso della dottrina evangelica contemplata sotto un certo aspetto e presentata in una luce speciale: è un quadro nel quale possono trovare posto tutte le verità. Perciò dopo di aver considerate le indicazioni dell’Apostolo, conviene passare, come controprova, ai punti della sua dottrina.

3. Chiudiamo dunque le sue Epistole, come se nulla ci avesse detto del suo vangelo, e domandiamo ai teologi più versati nella sua dottrina, senza distinzione di scuole né di tendenze, quali ne sono i punti essenziali e gli elementi costitutivi. Non si tratta ancora di raggrupparli e di classificarli, ma soltanto di farne la lista: più tardi si esaminerà se sono veramente fondamentali e se non si possono trascurare senza alterare l’economia dell’insieme, se sono caratteristici, almeno sotto l’aspetto in cui li considera l’Apostolo, se sono tali da poter formare un tutto che sia coerente. Ecco anzitutto il verdetto di questo referendum nel quale l’enumerazione degli articoli si succede senza ordine logico.

Il disegno divino della Redenzione, che comprende l’iniziativa divina della grazia, l’elezione e la predestinazione eterne nel Cristo, le preparazioni provvidenziali, la finalità dell’opera redentrice.

Il contrasto dei due Adami, il tipo e l’antitipo, il quale riassume la storia dell’umanità; l’uno è causa del peccato, della morte, della decadenza; l’altro è autore, della giustizia, della vita, del risorgimento. L’antitesi carne e spirito, che alcuni a torto mettono come base del paolinismo, ma che è di capitale importanza per la soteriologia come per la morale.

Il compito e il fine della Legge, che a prima vista sembrerebbero meno strettamente legati all’insegnamento dell’Apostolo, ma il cui valore non può essere secondario nel vangelo del Dottore delle Genti.

La morte redentrice del Cristo, da parecchi considerata, con manifesta esagerazione, come una creazione esclusiva del genio di Paolo, ma che certamente è nel centro della sua dottrina.

La giustificazione per mezzo della fede, come parallelo della redenzione e applicazione soggettiva della morte redentrice.

La risurrezione di Gesù Cristo come complemento intrinseco dell’opera redentrice e come causa esemplare della nostra risurrezione gloriosa.

La Chiesa corpo mistico del Cristo, frutto della sua morte e della sua risurrezione.

Il battesimo, sigillo della fede e rito d’incorporazione col Cristo mistico, con l’Eucaristia che dà a questo corpo il suo alimento e il suo crescere.

L’escatologia come risultato normale della vita cristiana. Si potrebbe senza dubbio allungare questa lista di alcuni altri articoli; ma per lo più si constaterebbe o che già sono compresi in qualcuno dei punti indicati, o che non hanno nulla di veramente caratteristico, o che si trovano, per così dire, alla periferia del pensiero paolino. Così l’apocalittica, in quanto è distinta dall’escatologia, manca di originalità e segue i dati tradizionali; la demonologia e l’angelologia sono idee superficiali tolte dal linguaggio popolare e senza una seria influenza sopra la sostanza dell’insegnamento; la teoria intorno all’origine, all’estensione e alla dominazione del peccato è invece capitale, ma è compresa nell’antitesi dei due Adami, come parte nel tutto; finalmente la teodicea, in ciò che ha di specificamente paolino, è interamente contenuta nella teoria dei disegni della redenzione. Questo complesso dottrinale che costituisce l’insegnamento particolare del Dottore dei Gentili, è quello che si chiama paolinismo e che si può chiamare anche, con un termine forse discutibile, ma intanto accettato e sanzionato dall’uso, la Teologia di san Paolo. Prima di proseguire, dissipiamo un malinteso o un equivoco: Noi non trattiamo gli autori sacri « da teologi » e non consideriamo i loro scritti « come altrettante costruzioni o almeno abbozzi teologici »; noi non li consideriamo « a volta a volta come rivelazione e come teologia » e non distinguiamo in essi « da una parte il dato rivelato e dall’altra l’elaborazione » del dato divino. Altro è la teologia di san Paolo e altro è, per esempio, la teologia di san Tommaso: la teologia di san Paolo è la somma delle rivelazioni divine trasmesse per mezzo del Dottore dei Gentili; la teologia di san Tommaso è l’interpretazione, felice quanto si vuole, ma necessariamente umana e fallibile, dei dati rivelati di Paolo e degli altri scrittori ispirati. Paolo ci fornisce gli elementi di una teologia, ma non fa egli stesso la sua teologia, nel senso ordinario di questa parola: egli pensa sistematicamente, cioè in modo logico e coerente, ma non ha un sistema suo, e per ridurre a sistema il suo pensiero bisognerà qualche volta colmare lacune, stabilire confronti, tirare certe conclusioni. Questo è il compito del teologo: interprete fedele e leale, egli deve mirare a rendere meno imperfettamente che si possa tutto il pensiero, niente altro che il pensiero, della sua guida ispirata, senza falsarlo, senza sforzarlo, senza snaturarlo o per eccesso o per difetto. Noi non siamo di quelli che vogliono leggere in san Paolo « più di quanto dice e di quanto può dire »; che lo considerano come un semplice « collaboratore della grazia e del Maestro interiore »; che col pretesto che « la lettera uccide », non vogliono legarsi alle sue parole e alle sue formule. Era necessario precisare così le cose, perché sebbene quanto abbiamo detto non sembri punto superare il livello delle intelligenze mediocri, in realtà sfugge anche a parecchie menti colte.

(Continua …)

DISCORSO SULL’INFERNO

TERZO PUNTO PER UN TERZO

DISCORSO Sopra l’Inferno.

[Signor J. Billot: Discorsi Parrocchiali –

V Dom. dopo l’Epifania
S. Cioffi Ed. Napoli, 1840, – impr.]

Discedite a me, maledicti, in ignem æternum.

Matth. XXV.

Sarà, questa, Fratelli miei, la sentenza, che Gesù Cristo pronunzierà al fine dei secoli contro i malvagi, che saran morti nei loro peccati: queste terribili, e spaventevoli parole fisseranno per sempre la sorte dei peccatori impenitenti, destinati ad essere le vittime delle vendette del Signore; verranno essi condannati a soffrire eternanente; questa eternità di pene renderà il loro supplizio più rigoroso, e metterà il colmo alla loro infelicità. La speranza fu sempre la consolazione dei miseri nei loro più grandi mali; ma le pene le più leggiere divengono insopportabili, da che si perde la speranza di vederne il fine. Che sarà dunque soffrire pene estreme nel loro rigore, ed infinite nella loro durata? Tali sono le pene dell’inferno; esse sono universali, continue, eterne; la loro eternità niente diminuisce del loro rigore, ed il loro rigore non abbrevia la loro durata; ecco ciò che è, propriamente parlando, l’inferno; imperciocchè se i reprobi, dopo aver sofferto per lo spazio di milioni di secoli i tormenti ancora più violenti di quelli che soffrono, sperar potessero di vederne il fine, l’inferno cesserebbe di esser inferno; la speranza di uscirne un giorno calmerebbe i loro più vivi dolori. Ma ciò che rende somma la loro sciagura, si è che saranno sempre in preda ai mali i più sensibili, con una certezza perfetta, che quei mali non finiranno giammai; ecco ciò che li getta nella più orrenda dispera zione: cominciamo primieramente a dare alcune prove della verità dell’eternità, per farne dipoi conoscere il rigore. Niente di più certo, niente di più rigoroso che l’eternità infelice. Due riflessioni capacissime di fare impressioni salutevoli sopra il cuore, e lo spirito d’ ogni fedele. –

I. Qualunque siate voi, Fratelli miei, ben persuasi della verità che vi predico, perché siete sommessi ai lumi della fede, non è con tutto ciò fuori di proposito di richiamarvi quivi i principi, su cui è appoggiata la vostra fede, per credere questa verità di nostra Religione, o sia per risvegliare la vostra fede, o sia per dissipare le tenebre che certi pretesi spiriti forti cercano di spargere sulle verità le più chiare, che li molestano nel godimento dei loro piaceri. Or la verità, che vi predico in quest’oggi, è sì sodamente stabilita, e sì chiaramente rivelata nelle sante Scritture, che sarebbe un rinunciar alla sua fede il rivocarla in dubbio. Fra i tanti testi, che io potrei riferirvi, mi attengo alle parole della sentenza, che Gesù Cristo pronunzia contro i reprobi nel suo Vangelo. Andate, maledetti, al fuoco eterno: Discedite maledicti in ignem æternum. Niente di più chiaro, niente di più preciso. I castighi dei malvagi dureranno tanto, quanto la ricompensa dei giusti: or la ricompensa dei giusti sarà la vita eterna; la punizione dei malvagi sarà la morte eterna: ibunt hi in supplicium æternum : justi autem in vitam æternam. (Matth. XXV). Siccome Dio ricompensa in Dio i predestinati, così punisce in Dio i reprobi. Tanto che sarà Dio farà Egli la felicità dei Santi nel cielo; tanto che sarà Dio, sarà anche Egli il vendicatore del peccato nell’ inferno. Tale è sempre stata la credenza della Chiesa, che se n’è chiaramente spiegata nelle decisioni de’ suoi concili, e nella condanna dei sentimenti contrari a questa verità. A questi principi di fede aggiungiamo le ragioni, che i Santi Padri, tra gli altri S. Agostino, e S. Tommaso, apportano per provare l’eternità delle pene dell’inferno; queste ragioni fondate sono da un canto sulla giustizia di Dio, e dall’altro sulla natura del peccato. Dio, che è la stessa bontà di sua natura, ha una sì grande avversione del peccato, che non può soffrirlo. Siccome è un male essenzialmente opposto alle sue perfezioni, l’odia necessariamente, e sommamente; e perché il suo odio non è senza effetto, tanto che sussiste il peccato, e che non è cancellato, la sua giustizia richiede che sia sempre punito. Ora nell’inferno il peccato sussisterà sempre, e non verrà mai cancellato. Che cosa si ricerca, infatti, per cancellar il peccato? È necessario, dalla parte di Dio, ch’Egli apra il seno della sua misericordia al peccatore, che gli dia le grazie per convertirsi, ed uscir dallo stato del peccato; onde è necessario dalla parte del peccatore una penitenza sincera, che lo riconcili con Dio. Or nell’inferno non v’è più di misericordia ad aspettare da Dio per peccatore: il tempo delle misericordie è passato; non è che in questa vita, che Dio esercita la sua misericordia: il peccatore non ne ha voluto profittare; egli opposto ne ha abusato mentre viveva sulla terra; non sentirà dunque più nell’inferno, che i flagelli terribili della sua giustizia: in inferno nulla est redemptio. No, nell’inferno non v’è più speranza di perdono; il sangue di Gesù Cristo non colerà più sul peccatore per purificarlo. Non vi saranno più grazie, più Sacramenti a santificarlo. più tempo, più mezzi di salute, di cui possa profittare. Per verità si pentiranno i peccatori dei loro disordini, ne faranno penitenza, ma sarà questa una penitenza inutile, ed infruttuosa; perciocché la penitenza per essere salutevole, deve essere l’effetto della grazia; deve essa venirne come da suo principio; deve ella altresì esser l’effetto di una buona volontà, che si porta a Dio. Ora la penitenza dei peccatori riprovati non sarà l’effetto della grazia, poiché non ne avranno alcuna; ma sarà una penitenza sforzata, che non sarà di alcun merito innanzi a Dio. Quando quegli sgraziati avranno versate tante lagrime, quante vi sono gocce d’acqua nei fiumi, ed in tutti i mari del mondo, mai non cancelleranno un sol peccato; dunque il peccato sussisterà sempre, sarà dunque dalla giustizia di Dio sempre punito … L’altra ragione viene dalla natura medesima del peccato. La malizia del peccato è sì grande, che è infinita; perché, dicono i Teologi, assalta un oggetto infinito che è Dio. Per riparare l’ingiuria che fa a Dio, non è stato necessario meno del sangue, e della vita di un Dio, il quale ha pagato a sue spese la soddisfazione, che esigeva la giustizia dell’eterno suo Padre. Se la malizia del peccato è infinita, merita una pena infinita. Ma non potendo la creatura sopportare una pena infinita nella sua natura, bisogna dunque che questa pena sia infinita nella sua durata; senza di che non vi sarebbe quella proporzione, che la giustizia richiede tra il peccato, e la pena del peccato. Non stiate dunque a dirmi, o peccatori, per rassicurarvi contro gli spaventi di un infelice avvenire, che esser non può che Dio, il quale è sì buono, punisca con una eternità di supplizi il piacere d’un momento, e che non evvi proporzione alcuna tra la colpa, e la pena. Dio è buono, verissimo, Egli è la stessa bontà; ma è giusto, e la sua giustizia domanda che il peccato sia punito con un castigo proporzionato alla sua malizia: ora quantunque il peccato non duri che un momento, la sua malizia è infinita, perché assale un Dio di una maestà infinita. Voi comprender non potete, come il piacere d’un momento può esser punito con una pena eterna; ma comprendete voi forse, come per espiare il peccato, è stato necessario, che un Dio stesso si annientasse, e soffrisse la morte della croce? Io ritrovo l’uno più incomprensibile che l’altro. Che una vil creatura in punizione del peccato soffra un’eternità di pene, è qualche cosa infinitamente meno dei patimenti, e della morte di un Dio divenuto la vittima del peccato? – Ma questo basti per provare la verità, e l’equità dell’eternità disgraziata. Che si creda, che non si creda, essa non è meno certa; questa verità non dipende dalle vostre idee, ella è appoggiata sulla divina rivelazione : guai a coloro che aspettano per crederla di farne l’esperienza. Fissiamoci piuttosto alle salutevoli riflessioni, che il rigore di questa eternità deve in noi produrre per la riforma dei nostri costumi.

II. Sebbene grandi siano i mali di questa vita, non sono per l’ordinario di lunga durata, o se durano lungo tempo, vi è sempre qualche buon intervallo, che ne tempera l’amarezza: ricevesi qualche sollievo, o dal canto di quelli che prendono parte ai nostri mali, o dai soccorsi che uno si procura, o finalmente dalla speranza di vederne il fine. Ma nell’eternità non v’è alcun fine, alcuna consolazione, alcun riposo, alcun alleggerimento a sperare; e quel che è più, questa eternità fa sentirsi ai reprobi tutta intera ad ogni istante. Che cosa più rigorosa, e che cagioni maggior disperazione? Entriamo di primo slancio in quest’abisso immenso dell’eternità: ma come misurare ne possiamo l’estensione, penetrare la profondità? Più io vi penso, più io ne parlo, più trovo a pensare, più trovo cose a dirne. Contate, calcolate tanto che vi tornerà a grado, tanto che l’immaginazione potrà bastare: nulla voi sminuirete giammai dall’eternità. – Sono sei mila e più anni, che il perfido Caino, il primo dei reprobi, è nell’inferno; egli non è più avanzato che al principio e dopo aver ancora sofferto sei mila anni, sei cento mila di millioni d’anni, sarà egli più avanzato nella sua eternità? Nulla di più, che al primo giorno: avrà sempre a soffrire; l’eternità comincerà sempre, e non finirà mai. Quando il reprobo avrà sofferto tanti milioni di secoli, quante vi sono gocce d’acqua nel mare, grani di sabbia sulla terra, non avrà fatto neppure un solo passo nell’eternità; non la sminuirà mai d’un sol momento, rimarrà essa sempre tutta intera. Io vi confesso, Fratelli miei, che il mio spirito si perde e si confonde in questo pensiero dell’eternità. Per darvene ancora qualche idea, supponiamo che di tutte le lagrime, che il reprobo verserà nell’inferno, non se ne prenda che una in ogni secolo per formare fiumi e mari così grandi, come quelli, che noi vediamo sulla terra, e mille mondi più vasti di questo; quanto bisognerebbe di tempo per venir a capo d’una tal impresa? E bene, o peccatori, verrà il tempo (pensatevi bene, e fremete d’orrore) verrà il tempo, che, se voi siete nell’inferno, come vi sarete, se morirete nel vostro peccato, sì, verrà quel tempo, in cui dire potrete: se di tutte lagrime che ho sparse da poi che sono nell’inferno, se ne fosse presa soltanto una in ogni secolo per formare i fiumi e i mari di mille mondi, quegli spazi immensi sarebbero al presente ripieni; e con tutto ciò nulla ho ancora diminuito della mia eternità, io l’ho ancora tutta intera a soffrire, ed io l’avrò sempre nella stessa maniera. Ah! Io vi confesso, peccatori, che se questa riflessione non vi tocca in questo momento, io non so più che dirvi, io dispero della vostra salute. Se almeno questa spaventevole durata dei tormenti interrotta fosse da qualche momento di consolazione, di riposo, di alleviamento, sarebbe essa meno insopportabile. Ma no, quelle pene, che saranno senza fine, saranno continue, immutabili; niuna consolazione, niun riposo, niun alleggerimento vi è a sperare per quelli, che le soffrono. Da chi mai potrebbero quegli infelici ricevere qualche consolazione o qualche aiuto? Sarebbe forse dal canto di Dio? Ma Egli è divenuto loro nemico implacabile, ha perduto per essi il nome di Padre per non conservare, che il titolo di un giudice severo ed inesorabile. Se il reprobo getta dunque gli occhi al cielo per domandare, come il ricco Epulone, una gocciola d’acqua soltanto per rinfrescare la sua lingua abbruciata dagli ardori della sete, questo benché piccolo soccorso gli è severamente ricusato: evvi, gli rispondono, tra voi e noi un muro impenetrabile, che non si potrà giammai passare. Sarebbe forse dal canto delle creature, che il dannato, ricever potrebbe qualche consolazione? Ma esse tutte armate sono contro di lui per tormentarlo. Se getta gli occhi avanti di lui, vede demoni, che come carnefici furiosi non s’applicano, che a farlo soffrire secondo il potere che Dio loro ha dato. Non vi sono più né parenti, né amici, cui possa egli indirizzarsi; sono tutti divenuti irreconciliabili gli uni con gli altri. Il padre ed il figlio, la figlia e la madre, il fratello e la sorella, il marito e la moglie si fanno i rimproveri i più amari, la guerra la più crudele, ed il numero degli sgraziati, che fa una specie di consolazione in questa vita per quelli che lo sono, non farà che accrescere la pena del reprobo nell’inferno. Finalmente non troverà in se stesso consolazione alcuna; troverà all’opposto tutti i motivi del più amaro dolore; nulla vede nel passato, che non l’affligga, nulla nel presente che non l’opprima, nulla nell’avvenire che nol disperi; i suoi dolori sono senza interruzione, senza refrigerio, non avrà neppur un momento di riposo; ben lungi di avvezzarsi ai tormenti con la lunghezza del tempo, saravvi sempre così sensibile durante tutta l’eternità, come al principio, non cesserà mai il fuoco, che brucerà, nulla perderà della sua attività, né la vittima della sua sensibilità. Non cambierà mai di sito, ma sarà sempre attaccato con legami, che non potrà spezzare. Ah! non mi meraviglio dunque d’intendere quegl’infelici chiamare la morte in loro soccorso. O morte, che eri altre volte un oggetto d’orrore, tu faresti adesso le nostre più care delizie! Morte, vieni terminar una vita, che ci è più dura che tutti i tuoi orrori! Morte, vieni a distruggerci, annientarci: ma la morte sarà insensibile ai loro gridi; essa fuggirà sempre da loro: mors fugiet ab eis. O piuttosto verrà ella, ma ciò sarà per farli sempre soffrire, per servir loro di nutrimento: mors depascet eos. Viveranno essi sempre, dice S. Bernardo, per continuamente morire, e continuamente morranno per sempre vivere; e ciò che renderà somma la loro disperazione, si è che ad ogni istante soffriranno tutta intera l’eternità, perché in ogni momento vedranno, che hanno un’eternità intera a soffrire. L’eternità si presenterà incessantemente al loro spirito in tutta la sua estensione, incessantemente quest’oggetto gli occuperà, senza che venir possano un sol momento da qualche altro oggetto distratti. Dirà continuamente il reprobo a se stesso: qualunque progresso abbia io fatto nella spaventevole carriera dell’eternità, non sono più avanzato che al primo giorno. Io non vedrò mai il fine dei miei mali; sempre io piangerò, sempre io gemerò senza mai udir parlar di liberazione. Oh mai spaventevole! Oh funesto sempre! Oh eternità disgraziata! Se gli uomini a te pensassero, mai non si esporrebbero ai tuoi rigori. Imperciocchè donde viene, Fratelli miei, che malgrado ciò, che la fede c’insegna sul rigore, e sulla durata delle pene dell’inferno, d’onde viene, che vi sarà un sì gran numero di reprobi condannati a quelle pene? proviene questa disgrazia dal non pensarvi. Non riguardano gli uomini l’eternità, che in un punto di vista molto lontano; quindi la dimenticanza di questa verità sì propria ad un santo terrore; o se vi pensano alcuni momenti, come avete voi fatto, ben presto dopo si dissipano o negli affari che occupano, e dividono i pensieri della vita, o nelle compagnie in cui si trovano, o nei piaceri che ricercano. Siccome gli oggetti esteriori non basterebbero per distrarci da questo pensiero, l’allontanano quanto possono dal loro spirito, lo discacciano come un pensiero importuno, il quale non è capace, dicono essi, che d’inquietarci, e sconcertarci. Se pensassimo continuamente all’eternità, vi sarebbe, soggiungono, non solo di che spaventarci, ma ancora di che intorbidarci; non passeremmo la nostra vita che nella tristezza e nell’affanno, gustar non vi potremmo alcun piacere. Ed è così, o peccatori, che per godere di una falsa calma nei vostri disordini, allontanate da voi il pensiero dell’eternità per lo falso timore di una molestia, che non sarebbe tale, qual ve l’immaginate, ma che vi diverrebbe salutevole con le amarezze che spargerebbe su i vostri piaceri? Di più, non è forse meglio, che voi siate spaventati e turbati in questa vita dal pensiero dell’eternità, che di soffrirne un giorno tutti gli orrori? Se questo pensiero vi cagiona qualche tristezza, sarà questa una tristezza secondo Dio, tale che l’Apostolo si rallegrava di averla ispirata ai suoi fratelli, perché questa tristezza operata aveva la loro salute: similmente questa tristezza, che vi cagionerà il pensiero dell’eternità, staccandovi dai beni della terra, dai piaceri del mondo, vi salverà, e si cangierà in un’allegrezza, che non potrà alcuno rapirvi.

PRATICHE. Sebbene tristo sia dunque ed amaro il pensiero dell’eternità, nol perdiate giammai di vista: se siete peccatori, niente di più capace ad indurvi a uscire dallo stato del peccato; se siete giusti, niente di più efficace per farvi perseverare nella virtù. Infatti, o peccatori, come potreste voi rimanere un sol momento nel peccato, se voi faceste questa riflessione: se io muoio in questo stato, io sono perduto per tutta l’eternità; l’inferno eterno sarà la mia porzione. Bisogna dunque uscirne prontamente, poiché ad ogni momento posso io venir dalla morte sorpreso, la quale sarà per me un passaggio a quell’infelice eternità. Voi avete pietà di un delinquente, contro cui è sta pronunziata una sentenza di morte; e voi pietà non avrete della vostra anima, che porta seco la sentenza di una morte eterna? Voi temete la giustizia degli uomini, e questo timore vi trattiene dal commettere i delitti, che essi severamente puniscono; e voi non temerete la giustizia di Dio, che perder può il vostro corpo, e la vostr’anima per un’eternità? Dove è la vostra fede, dove è la vostra ragione? Ah! peccatori, abbiate pietà della vostr’anima, e temete almeno altrettanto per essa, quanto temete pel vostro corpo. Voi fremereste d’orrore, se vi annunziassero, che siete condannati ad una prigione perpetua; voi comprar non vorreste al prezzo vostra libertà tutti i tesori della terra; e che cosa è una prigione di pochi anni, che durar deve la nostra vita, in paragone di una prigione eterna? Se questa eterna prigione non dovesse per voi essere più rincrescevole di quella, in cui vi rinchiudesse la giustizia degli uomini: se bisognasse soltanto stare in una positura incomoda durante tutta la vostra vita senza poter mai cangiare di sito, vi sarebbe dunque di che disperarvi; che sarebbe poi se fosse d’uopo dimorarvi per sempre? Che sarà dunque di essere per sempre coricati su gli ardenti carboni dell’inferno? Ecco il vostro posto con tutto ciò, se voi morite nello stato di peccato. Ah! potete voi, torno a dirvi, resistervi un solo istante, addormentarvi tranquillamente sull’orlo del precipizio? Non dovete voi all’opposto cercare la vostra sicurezza in una sincera e pronta conversione? – Per riuscirvi pensate sovente a questa eternità; quo pensiero non vi abbandoni giammai né giorno, né notte. Pensate durante il giorno, che verrà una notte fatale, in cui non si potrà più fare cosa alcuna per la salute; pensatevi la notte, in cui il non poter dormire attender vi fa con impazienza la venuta del giorno; fate ogni mattina, ed ogni sera questo atto di fede: io credo che v’è un’eternità di supplizi, in cui io cadrò infallibilmente, se muoio nel mio peccato. Chiedete a voi medesimi: se mi bisognasse restar quivi durante l’eternità nella medesima positura, come potrei io sostenermi? Che sarà dunque star eternamente sopra letti di fuoco? Ah! crudel peccato, direte voi allora, io ti detesto, io ti rinuncio per sempre, poiché tu solo puoi perdermi eternamente. Se io fossi al presente nella disgraziata eternità, io non ne ritornerei giammai; bisogna dunque, che io profitti del tempo per far penitenza dei miei peccati. – Pensate, o giusti, pensate all’eternità infelice; tal pensiero è efficacissimo per indurvi a fuggir il male, e a perseverare nella pratica del bene. Egli è vero, che le amabilità del Dio che voi servite, le magnifiche ricompense che vi promette, sono motivi più nobili, e soli capaci di unirvi a Lui. Ma non siamo sempre cotanto sensibili a questi motivi, come al timore di una miseria eterna. Non v’ha alcuno, su cui la vista dell’infelice eternità fare non debba salutevoli impressioni. I più gran Santi stessi si sono serviti di questo pensiero per elevarsi alla perfezione. Davide ne faceva il soggetto delle sue più serie riflessioni; egli rivolgeva nella sua mente, egli meditava gli anni eterni: cogitavi dies antiquos, et annos æternos in mente habui. (Psal. LXXVIII) E parimente questo pensiero, che ha renduti invincibili i Martiri nei loro supplizi, che ha condotti gli Anacoreti nei deserti, dove hanno preferito i rigori della povertà, e della penitenza ai beni, ed ai piaceri del mondo, eran essi persuasi che non si potrebbero prendere troppe cautele, dove si tratta dell’eternità. Per la qual cosa nulla hanno risparmiato: hanno sacrificato beni, fortuna, sanità, e la vita medesima per fuggire gli eterni supplizi. Questo pensiero, Fratelli miei, produrrà su di voi i medesimi effetti; esso vi distaccherà dal mondo, e dai suoi piaceri; esso trionfar farà delle tentazioni, domare le passioni le più ribelli. Si presenti pur dunque a voi il mondo con tutte le sue attrattive per indurvi al peccato: io non voglio per resistergli, che questa sola parola, eternità. A quell’istante voi non riguarderete il mondo, che come una figura, che passa, che non merita la vostra attenzione. La carne si sollevi pure contro lo spirito per trascinarvi verso i piaceri vietati; opponetele per vostra difesa questa sola parola, eternità; io sfido l’allettamento del piacere. di tenere contro il pensiero di un fuoco eterno, da cui deve esser seguito, se vi consente. Che? vi direte a voi medesimi nelle tentazioni, per un momento di piacere, un’eternità di supplizi! per un ben fragile, per appagar una passione, arderò io eternamente nell’inferno! No, non v’è né bene, né piacere, che comprare io voglia a questo prezzo. Tutto ceder deve al timore dell’eternità infelice. Quel che accrescer deve ancora questo timore, si è non solamente il rigore e la durata delle pene dell’inferno, ma eziandio il rischio, in cui voi siete di cadervi; mentre questo rischio, Fratelli miei, è più comune, che non si pensa. Che cosa si ricerca, infatti, per meritar l’inferno? Un solo peccato mortale basta per esservi condannato; è questa una verità di fede. Così, benché rassodati voi siate nella virtù, benché favoriti delle grazie del Signore, voi perder potete la sua grazia con un’offesa mortale; e forse quel peccato che voi commetterete, consumerà vostra riprovazione. Forse sarete voi da Dio abbandonati a quel primo peccato, come lo sono stati molti reprobi, come lo sono stati gli Angeli ribelli, cui non ha Iddio dato il tempo di far penitenza. Un solo peccato gli ha precipitati nell’inferno: chi assicurare vi può, che Dio non vi tratterà nella stessa guisa, se voi l’offendete? Chi è in piedi, avverta dunque bene di non cadere, dice l’Apostolo: qui stat, videat ne cadat. Che si ricerca ancora per esporsi ai pericolo dell’ inferno? Ohimè! lo scostarsi per poco dalla strada della salute impegna qualche volta in quella della perdizione. La tiepidezza nel servigio di Dio, la facilità di commettere mancamenti leggieri; ben più, una sola colpa leggiera può condurvi al peccato grave, e quel peccato grave alla dannazione eterna. Quanti reprobi, che da ciò hanno cominciata la loro riprovazione? Il timor dell’inferno scacciar dunque deve la tiepidezza; egli non solo dunque deve farvi evitare le colpe gravi, ma eziandio allontanarvi da tutto ciò, che ha l’apparenza di peccato. Che cosa si ricerca finalmente per meritar l’inferno? La sola omissione dei suoi doveri, il difetto delle buone opere sarà una materia di riprovazione; mentre non crediate già, che non vi saranno altri reprobi, che quelli i quali immersi si saranno nei delitti; forse questo è ciò che rassicura al giorno d’oggi un gran numero di Cristiani, che si credono in sicurezza contro i giudizi di Dio, perché la loro vita non è piena di scelleratezze, perché non si abbandonano ai gran disordini. Ma non vi lasciate sedurre; non solo si va all’inferno per aver fatto il male, ma ancora per non aver fatto il bene. Non dice già il Vangelo, che il ricco Epulone, che è nell’inferno, sia stato un impudico, un ingiusto usurpatore del bene altrui; egli viveva del suo, egli non faceva torto ad alcuno; ma non faceva dei suoi beni l’uso che farne doveva, non soccorreva il povero Lazaro, che languir lasciava alla sua porta: ecco ciò che gli rimprovera il Vangelo. Ci fa sapere lo stesso Vangelo, che il servo inutile fu gettato nelle tenebre per non aver fatto valere il suo talento; prova certissima che una vita priva di buone opere conduce all’inferno. Così il timore di cadervi indurre vi deve a render certa la vostra vocazione con le buone opere ad adempiere fedelmente i doveri del vostro stato, a servir Dio con tutto il fervore, di cui siete capaci, a pregar molto, a visitar le chiese, a frequentar i Sacramenti, a digiunare, a mortificarvi, a far limosine ai poveri, ed altre buone opere, che da voi dipenderanno. Con questo mezzo voi schiverete l’inferno, ed avrete parte nella felicità eterna. Così sia.

CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (VII)

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO 

Mons. J. J. Gaume:  

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO VI.

La Città del bene e la Città del male.

Influenza del mondo superiore sul mondo inferiore, provata dall’esistenza della Città del bene e della città del male — Che cosa sono queste due Città considerate in sé medesime — Ogni uomo appartiene necessariamente all’una o all’altra — Necessità di conoscerle a fondo — Estensione della Città del male — Risposta all’obiezione che se ne cava — Il male non costituisce che un disordine più apparente che reale — Gloria che procura a Dio — Le battaglie dell’uomo — La potenza del demonio sull’uomo viene da questo e non da Dio — Dio non è intervenuto nel male che per prevenirlo, contenerlo e ripararlo: prove.

Delle quattro verità che formano la base di questo lavoro, tre sono oramai stabilite. Due Spiriti opposti si disputano l’impero della creazione; avvi un mondo soprannaturale; questo mondo si divide in buono ed in cattivo. I due Spiriti sono: da una parte lo Spirito Santo, cioè lo Spirito di Dio, spirito di luce, d’amore e di santità, avente ai suoi ordini legioni di Angeli, chiamati da san Paolo Spiriti ministri inviati in missione, a prender cura de’suoi eletti. [Hebr., I, 14] Dall’altra lucifero o satana, l’arcangelo ribelle, spirito di tenebre, di odio e di malizia, che comanda ad una armata di spiriti perversi, occupati di continuo a fare dell’uomo il complice della loro rivolta, per farne il compagno delle loro pene. [Eph. VI, 11,12]. – In un lavoro dove si tratterà costantemente degli agenti soprannaturali, era indispensabile lo stabilire innanzi tutto, questi dommi fondamentali, su’quali riposa d’altro canto la vera filosofia della storia. Ne rimane un quarto; l’influenza del mondo superiore, buono o cattivo, su quello inferiore. Noi l’abbiamo già indicata, ma una indicazione non basta. Lo studio profondo di questa duplice influenza, de’suoi caratteri e della sua estensione, è uno degli elementi necessari della storia dello Spirito Santo. Come in pittura lo studio dell’ombre è indispensabile allo studio della luce, così nella filosofia cristiana, la cognizione della redenzione non può essere separata da quella della caduta. Ora la certezza di questo nuovo domma è affermata da un fatto luminoso come il sole, palpabile come la materia, intimo come la coscienza: noi abbiamo nominato la Città del bene e la Città del male. « Due amori, dice sant’Agostino, hanno fatto due città. (Fecerunt itaque civitates duas amores duo. De Civ. Dei, lib. XIV, c. XXVIII) ». I due opposti spiriti, con le forze di cui essi dispongono, non sono rimasti oziosi nelle inaccessibili regioni del mondo superiore. La loro presenza nel mondo inferiore è permanente. Se essi restano invisibili in sé medesimi, le loro opere sono palpabili. Tale è la loro influenza che ognun d’essi ha fatto un mondo, o per ripetere la parola del grande dottore, una città sua immagine. Queste due città, visibili come fa luce, antiche quanto il mondo, così estese quanto il genere umano e così opposte tra loro quanto il giorno e la notte, accusano per autori due spiriti essenzialmente differenti. Queste due Città sono la Città del bene e la Città del male. Per conoscerle, fa d’uopo prima di tutto considerarle in sé medesime. Come svolgimento dell’uomo composto d’un corpo e d’un’anima, ogni società presenta un lato palpabile e un lato spirituale. Nella Città del bene, come nella Città del male, la parte palpabile e visibile è la riunione degli uomini di cui esse si compongono. Sotto il nome di buoni e di cattivi, o, come dice la Scrittura, di figli di Dio e di figli degli uomini, i cittadini di queste due città esistono sino dall’origine dei tempi, e si rivelano ad ogni pagina della storia. Noi li vediamo, noi vi inciampiamo; noi contiamo o tra gli uni o tra gli altri. Provare questo fatto sarebbe superfluo. Niuno d’altronde tenta porlo in dubbio, eccetto il selvaggio incivilito, abbrutito abbastanza per negare la distinzione del bene e del male; ma la negazione del bruto non conta. Il lato invisibile delle due città è lo spirito che le anima. Con ciò intendiamo i fondatori ed i governatori dell’una e dell’altra, per conseguenza, l’azione reale, permanente, universale del mondo superiore sul mondo inferiore, del mondo degli spiriti sul mondo dei corpi. Una di queste due si chiama la Città del bene. La ragione è che il suo fondatore e il suo re è lo Spirito del bene; i governatori ed i guardiani suoi sono gli angeli buoni; i cittadini di essa, tutti gli uomini che lavorano alla loro deificazione conforme al piano tracciato da Dio medesimo. Questa Città è l’ordine universale. Essa è l’ordine perché piglia per regola delle sue volontà, la volontà stessa di Dio, ordine supremo. Essa è l’ordine, perché il suo pensiero coordinando il finito all’infinito, il presente con l’avvenire, tende all’eternità, oggetto di tutti i suoi sforzi e di tutte le sue aspirazioni. Ora l’eternità è l’ordine o il riposo immutabile degli esseri nel loro centro. È l’ordine universale perché in questa città tutto sta al suo posto. Iddio nell’alto e l’uomo al basso. Questa Città è il Cattolicismo. Immensa e gloriosa famiglia, nata col tempo, composta di Angeli e di fedeli di tutti i secoli, e i di cui membri, oggi separati ma non disuniti, formano la Chiesa della terra, la Chiesa del Purgatorio, la Chiesa del Cielo, fino al giorno in cui, confondendosi in un abbraccio fraterno, queste tre Chiese non formeranno altro che una Chiesa eternamente trionfante. – L’altra è la Città del male. La si chiama cosi, perché il suo fondatore e suo re è lo Spirito del male; i suoi governatori gli angeli caduti: i cittadini, tutti gli uomini che lavorano alla loro pretesa deificazione, conforme alle regole date da satana. Questa Città è il disordine, disordine universale. È il disordine perché piglia se stessa per regola, senza tener conto della volontà di Dio. Ella è il disordine, perché frangendo nel suo pensiero le relazioni tra il finito e l’infinito, tra il presente e l’avvenire, si concentra nei limiti del tempo, i cui godimenti formano l’unico oggetto delle sue aspirazioni e delle sue fatiche. Essa è il disordine universale, perché nient’altro è in suo luogo. L’uomo in alto, Dio in basso. Questa città è il Satanismo. Immensa e orrida famiglia, nata dalla ribellione angelica, composta di demoni e di malvagi di tutti i paesi e di tutti i secoli; sempre febbricitante di libertà, e sempre schiava, sempre in cerca della felicità, e sempre infelice fino al dì in cui l’ultimo colpo del fulmine dell’ira divina la farà rientrare violentemente nell’ordine, precipitandola tutta quanta nei cuocenti abissi dell’ eternità. Ivi, per non aver voluto glorificare l’eterno amore, glorificherà essa l’inesorabile giustizia. (S. Aug,, De Citi. Dei, lib. XIX, c. XXVIII, e lib. XI, c. XXXIII, dove si trova un vivo ritratto delle due città).Vedesi dunque, che come non vi sono tre spiriti, così non vi sono tre città, ma due sole; queste due città abbracciano il mondo inferiore ed il mondo superiore, il tempo e l’eternità. Quindi, per ogni creatura intelligente, angelo o uomo, la terribile alternativa d’appartenere all’una od all’altra, al di qua e al di là della tomba. « Qualunque cosa facciasi, ci gridano con instancabile voce la ragione, l’esperienza e la fede, l’uomo vive necessariamente sotto l’impero dello Spirito Santo, o sotto l’impero di satana. Voglia o non voglia, egli è cittadino della Città del bene, o cittadino di quella del male.  (Quisque enim aut Spiritu sancto plenus est, aut Spiritu immundo; neque utrumque horum caveri potest, quin alterum accidere necesse sit. Constit. apostol., lib, IV, c. XXVI). D’onde il motto di sant’Ilario: « Dove non è lo Spirito Santo vi è il Diavolo. » Ubi non est Spiritus Dei, ibi Diabolus. » Essendo libero di darsi un padrone, non è però libero di non ne avere. S’ei si sottrae all’azione dello Spirito Santo, non diventa indipendente, ma cade proporzionatamente alla sua diserzione, sotto l’azione di satana. Ciò che è vero dell’individuo, è vero eziandio della famiglia, della nazione, e della stessa umanità. Conoscere a fondo le due città, come dimora tanto della vita che della morte, come vestibolo del Cielo e vestibolo dell’Inferno, è dunque per l’uomo di un interesse supremo. Conoscerle a fondo, è conoscerle nel loro governo, nella loro storia, nelle opere e nel fine loro. Iniziarci a questa conoscenza decisiva e così rara ai nostri dì, sarà l’oggetto dei seguenti capitoli. Ma avanti di porsi a provarla, dobbiamo schiarirla. Due città si dividono il mondo, e la più estesa è la Città del male. Secondo le più recenti statistiche, la terra sarebbe popolata da mille duecento milioni d’abitanti. Su questo numero noveransi appena duecento milioni di Cattolici. Tutto il rimanente, almeno esteriormente, vive e muore sotto il dominio dello spirito malvagio. Nulla prova che questa proporzione non sia stata sempre ciò ch’ella è oggidì. Prima dell’Incarnazione del Verbo, essa era molto più forte in favore di satana. Cos’è dunque questo mistero, pietra di scandalo pel debole, cavallo di battaglia per l’empio? e come conciliarlo con l’idea di Dio ed i precetti della fede? Per non lasciare nessuna inquietudine negli animi, ci sembra necessario di appianare sin d’ora questa difficoltà, che accrescerebbe di troppo il seguito del nostro lavoro. Tutto ciò che noi pretendiamo e tutto ciò che si è in diritto di sapere è, non di spiegare quel che è inesplicabile, ma di mostrare che la divisione dell’uman genere tra il buono ed il cattivo Spirito, non offre nessuna contradizione con gli attributi di Dio e le dottrine rivelate. Ora, per fare svanire la difficoltà, basta questo. Che sia un mistero la formidabile potenza del demonio sull’uomo e sulle creature noi ne conveniamo. Ma questo che cosa prova? Dentro di noi, intorno a noi, nella natura come pure nella religione, non è egli tutto un mistero? Noi non lo intendiamo per niente, ha detto Montaigne, e nemmen noi giungeremo mai a capirlo. Opere di Dio, la natura e la Religione si avvicinano per tutti i punti all’infinito. Comprendere l’infinito, è tanto possibile all’uomo, quanto il mettere l’Oceano in un guscio di noce. Ma il mistero del fatto non toglie nulla alla certezza del fatto. Lo stesso incredulo più ostinato lo confessa. Ciascuno dei suoi aliti è un atto di fede verso tali incomprensibili misteri. L’istante in cui cessasse di credervi, ei cesserebbe di vivere. Sarebbero questioni impertinenti il domandare perché Dio ha permesso questa terribile potenza, perché in tali limiti piuttostoché in tali altri. Che cosa è l’uomo, che abbia diritto di chiedere a Dio ragione della sua condotta e dirgli: Perché avete voi fatto questo? Se l’osasse, guai a lui, poiché sta scritto: lo scrutatore della maestà divina sarà oppresso dalla gloria. (Qui scrutator est majestatis opprimetur a gloria. Prov.,) Due volte guai se ardisse aggiungere: Poiché io non comprendo, ricuso di credere. Una simile pretesa posta per principio è il suicidio dell’intelletto. L’intelletto vive di verità, e ogni verità racchiude un mistero. Pretendere di non ammettere altro che ciò che si capisce è un condannarsi a non ammetter nulla. Perciò il non ammetter nulla, più che abbrutimento, è il nulla. Contuttociò, allorché la potenza del demonio e la colpevole obbedienza dell’uomo alle perverse ispirazioni di lui, sono studiate senza idee preconcette, perdono una parte della loro oscurità misteriosa. Prima di tutto vediamo ch’esse costituiscono un disordine puramente passeggiero e più appariscente che reale; poi vediamo ch’esse non hanno nulla di contrario alle divine perfezioni. Disordine passeggiero. La lotta dello Spirito del male contro lo Spirito del bene ha per limiti la durata del tempo. Questo paragonato all’eternità che lo precede ed all’eternità che lo segue, è men che un giorno. A fine di ragionar con giustezza dell’ordine provvidenziale, bisogna dunque unire il tempo all’eternità; come pure per giudicare sanamente di una cosa, bisogna considerarla non in un punto isolato, ma nell’insieme. Secondo questa regola di saviezza, il disordine che si misura dalla durata del tempo, è relativamente all’ordine provvidenziale nella sua generalità, ciò che è una nube fuggitiva sull’orizzonte rifulgente di luce. Disordine più apparente che reale. Il fine principale della Creazione e dell’Incarnazione, come di tutte le opere esteriori di Dio, è la sua gloria. (Universa propter semetipsum operatus est Dominus. Prov. XVI, 4. — Propter me, propter me faciam, ut non blasphemer: et gloriam meam alteri non dabo. Is., XLVIII, 12) – Il fine secondario, è la salute dell’uomo. La gloria di Dio, è la manifestazione degli attributi suoi: la potenza, la sapienza, la giustizia, la bontà. Che la lotta del bene e del male esista o no; ch’essa sia favorevole all’uomo o sfavorevole; che l’uomo si perda o si salvi, Dio avrà pur sempre raggiunto il suo fine essenziale. L’inferno non canta la gloria di Dio con minore eloquenza del cielo. Se uno proclama la bontà, l’altro proclama la giustizia; e la giustizia non è un attributo meno glorioso a Dio di quello della bontà. (S, Th. 1a p. q. 68, art. 7 ad.)- (Iddio certamente ha visto fino da ab eterno la caduta degli Angeli e dell’uomo, ma questa visione non ha per nulla nociuto alla libertà degli Angioli e dell’uomo. Sono entrambi caduti, non perché Dio l’ha visto, ma Dio ha visto il perché sono caduti. Altrimenti sarebbe l’autore del male, e il male stesso. Che la visione eterna di Dio non nuoce alla libertà dell’uomo è facile il dimostrarlo. Io veggo un uomo che cammina. La mia vista non gli impone nessuna necessità di camminare. Cosi, la prescienza, o piuttosto la vista di Dio non gli impone nessuna necessità agli atti liberi. Malgrado questa vista, io sono libero di cessare gli atti che io faccio, e anche di fare il contrario. In una parola. Dio ha voluto che gli Angeli e l’uomo fossero liberi, affinché fossero capaci di merito e di demerito. Noi tutti sentiamo d’esser liberi: dunque la prescienza di Dio non ha impacciato in nulla la libertà degli Angeli o di Adamo, e non inceppa in nulla la nostra. Quanto alla salute dell’uomo, Dio la rende sempre possibile, e l’ottiene ben più gloriosamente mediante la guerra che mediante la pace. Nell’ordine attuale, un solo giusto che si salvi, dice in un luogo sant’Agostino, procura più gloria a Dio che non possano togliergliene mille peccatori che si perdono. Per perdersi, basta che l’uomo si abbandoni alle sue corrotte inclinazioni; mentre che per salvarsi, bisogna vincerle. Un istante di riflessione mostra tutto quel che ridonda a gloria di Dio in una simil vittoria. Che cosa è l’uomo, e chi sono i suoi nemici? L’uomo è una canna, e una canna per natura inclinata verso il male. L’intera natura, ribellata contro di lui sembra congiurata a schiacciarlo. Intorno ad esso, miriadi di animali malefici o molesti, con dente micidiale, o con veleno ancor più micidiale, attentano notte e giorno al suo riposo, ai suoi beni, alla sua vita. Sopra di lui, il cielo che lo illumina, l’aria che respira, divenuti ora gelo, ora fuoco, pongono la conservazione de’ suoi giorni a prezzo di cure faticose e di precauzioni inutili. In prospettiva gli appare la tomba, al termine della sua dolorosa carriera, con i suoi tristi misteri di dissolvimento. Al presente, l’infermità sotto tutte le forme col suo innumerevole seguito di dolori più vivi gli uni degli altri, lo assedia sin dalla culla e lo spinge incessantemente alla irritazione, al rammarico, qualche volta alla bestemmia ed anche alla disperazione. Invece di alleggerire il suo peso, i compagni dei suoi pericoli e delle sue fatiche non servono troppo di sovente che ad aggravarlo. La metà del genere umano pare creata per tormentar l’altra. Condannato a coltivare una terra ingombra di spine, mangia un pane quasi sempre bagnato di sudore o di lacrime. Ei trascina sul difficile sentiero della vita, simile al galeotto, la lunga catena delle sue speranze deluse. Oggi, ricco e contornato da amici; domani povero e derelitto. La sua fisica esistenza non è altro che una continua successione di disinganni, di umilianti servitù, di fatiche e di dolori, e per conseguenza di terribili tentazioni. – Mentre che al di fuori tutto cospira contro di lui, internamente egli è obbligato a sostenere una guerra ancor più terribile. Circondato da nemici invisibili, arrabbiati, indefessi; da una malizia e da una potenza i cui limiti sono sconosciuti, per sopraggiunta porta in sé medesimo delle intelligenze dì e notte intente ad abbandonarlo. Insidie d’ogni specie son tese a ciascuno dei suoi sensi, e lo stesso bene gli diventa occasione di caduta; così è l’uomo. (Cosi egli è sempre stato. La di lui triste condizione, dipinta da sant’Agostino, darà, lo spero, largo campo alla misericordia. “Vita hæc, vita misera, vita caduca, vita incerta, vita laboriosa, vita immonda, vita domina malorum, regina superborum, plena miseriis et erroribus— quam humores tumidant, dolores extenuant et ardores exsiccant, aer morbidat, escæ inflant, jejunia macerant, joci dissolvunt, tristitiae consumunt, sollicitudo coarctat, secUritas hebetat, divitiae infiant et jactant, paupertas dejicit, juventus extollit, senectus incurvat, infìrmitas frangit, moeror deprimit. Et his malis omnibus mors furibunda succedit. Meditaz. c. XXI). – Ebbene! quest’essere cosi fragile, così combattuto, cosi esposto a cadere, che un semplice cattivo pensiero quanto è grosso un capello lo separa dall’abisso, lotterà per sessant’anni senza cadere; o, se talvolta egli cade, si rialza, ripiglia coraggio; e malgrado la natura, malgrado l’inferno, malgrado se stesso, rimane vittorioso nell’ultimo combattimento. Respingere il nemico non è che una parte della sua gloria. Vedete questo figlio della polvere e della corruzione, che piglia l’offensiva, e che s’innalza con l’eroismo delle sue virtù fino alla rassomiglianza di Dio; e che poi porta la guerra al centro stesso dell’impero nemico, atterra le cittadelle di satana, gli strappa le sue vittime, pianta lo stendardo della croce sulle rovine dei templi di lui, guarisce ciò che aveva ferito, salva quel che aveva perduto, in premio del suo sangue allegramente versato, e fa fiorire l’umiltà, la carità, la verginità in milioni di cuori, schiavi sin’allora dell’orgoglio, dell’egoismo e della voluttà. – Questo spettacolo di un eroismo che gli Angeli ammirano e del quale essi sarebbero gelosi, se la gelosia trovasse accesso nel cielo, non avrebbe mai avuto luogo senza il combattimento. Mercé di questo, tutti i secoli l’han visto, tutti lo vedranno, e nel di delle manifestazioni supreme, le nazioni riunite accoglieranno con acclamazioni immense questo magnifico trionfo della grazia, che Dio stesso coronerà di un’eterna gloria, facendo sedere il vincitore sul di lui proprio trono. (Qui vicerit dabo ei sedere mecum in throno meo. Apoc. III, 21) D’altra parte, bisogna notar bene che non è Dio che ha dato al demonio il suo terribile impero sull’uomo, ma è l’uomo stesso. La potenza del demonio gli viene dalla eccellenza medesima della sua natura. Come angelo, il peccato non gli ha fatto perder nulla dei suoi doni naturali, né della sua forza, né della sua intelligenza, né della sua attività prodigiosa. L’impero naturale ch’egli ha sopra di noi, l’esercita con più o meno estensione, secondo i consigli divini, e troppo sovente secondo la permissione che noi medesimi abbiamo l’imprudenza di dargli. Nel primo caso, la potenza del demonio, come la vediamo per l’esempio di Giobbe e degli Apostoli, (Job., I, 12; Luc., XXII, 31) è controbilanciata da quella della grazia, di guisa che la vittoria ci è sempre possibile, e lo stesso combattimento sempre vantaggioso. « Dio è fedele, dice san Paolo, e non permetterà mai che voi siate tentati oltre le vostre forze; egli vi farà altresì approfittare della tentazione, affinché possiate perseverare. (I Cor. X, 13) » Nel secondo caso, l’uomo deve incolpare soltanto sé medesimo della potenza tirannica del demonio. Cosi, Adamo conosceva molto meglio di noi il mondo angelico. (S. Th., ì, p. q. xc, art. 2. corp.). Nel momento della tentazione, sapeva perfettamente qual fosse la terribile potenza di Lucifero, e a qual tiranno ei si vendeva, disobbedendo a Dio. D’altra parte ei possedeva tutti i mezzi di rimaner fedele e ne conosceva i motivi. Dio, per onorarlo al pari degli Angeli, gli aveva dato il libero arbitrio. Il Creatore, la cui sapienza aveva unito la beatitudine soprannaturale degli spiriti angelici a uno sforzo meritorio, era egli obbligato di crear l’uomo impeccabile, o di coronarlo senza combattimento? Dunque malgrado i lumi della sua ragione, malgrado il grido della sua coscienza, malgrado l’aiuto della grazia, Adamo disobbedisce a Dio per obbedire al demonio, e diviene suo schiavo. In tutto ciò, Dio non c’entra per nulla. La potenza tirannica del demonio sul primo uomo è il fatto del primo uomo. La tentazione di Adamo è il tipo di tutti gli altri. Allorquando noi vi soccombiamo, diamo volontariamente appiglio su di noi al nostro nemico. Dio non ci è per nulla se non se per l’oltraggio, ch’ei riceve dalla nostra ingiusta preferenza. (Iddio non è Fautore del male che deturpa, ma del male che punisce. Questo assioma è esposto da san Tommaso cosi: Deus est auctor mali pœnæ, non autem mali culpœ. I. p. q. XLVIII, art. 6. corp.). – Che dico io? nel male che l’uomo fa a sé medesimo, dandosi al demonio, Dio interviene per prevenirlo e per ripararlo. Ei lo previene: e per porre Adamo ed i suoi figli al coperto dalle seduzioni del tentatore, gli provvede di tutti i mezzi di resistenza, ed annunzia loro chiaramente le conseguenze inevitabili della loro infedeltà: se voi disobbedite, morrete, morte moriemini. Adamo affronta questa minaccia, e i discendenti di lui lo imitano. Il diluvio viene a vendicare Iddio oltraggiato, e l’uomo si ostina nella suo ribellione. Appena la catastrofe è passata che i discendenti di Noè volgono le spalle al Signore, e con allegrezza di cuore si danno al culto del demonio; e adonta di nuove minacce e di nuovi castighi, satana diviene il dio e il re di questo mondo. Quello che fecero i peccatori in antico, noi lo vediamo fare dai peccatori d’oggidì. Con chi debbono rifarsela della formidabile potenza del demonio e della loro deplorabile schiavitù? Io veggo un padre pieno di tenerezza e di esperienza che dice al maggior figlio: Non mi lasciare; se tu ti allontani da me, tu cadrai in un abisso, in fondo al quale c’è un mostro pronto a divorarti. Il figlio disobbedisce, cade nell’abisso e diviene preda del mostro. L’esempio del fratello maggiore non fa più saggi gli altri figli e cadono anch’essi nell’abisso dove il mostro gli divora. E questi figli possono imputare il padre suo della loro disgrazia? In questo padre vediamo Dio; in questi figli indocili vediamo Adamo, vediamo tutte le generazioni di peccatori che si sono succedute dalla caduta originale in poi. – È dunque una bestemmia il rendere Dio responsabile delle nostre cadute e della potenza tirannica del demonio sul mondo colpevole. Ei lo ripara. Appena che l’uomo si è venduto, Iddio dona il proprio suo figlio per redimerlo. Questo Figlio adorabile rigenerando l’uomo col suo sangue, diviene un secondo Adamo, ceppo di un nuovo genere umano, ristabilito in tutti i suoi diritti perduti. Come basta d’essere figlio del primo Adamo per essere schiavo del demonio, cosi, per cessare di esserlo, basta diventare figlio del secondo Adamo. (Sicut in Adam omnes moriuntur, ita et in Cirri sto omnes vivifìcabuntur. I Cor., XV, 22).  Cosicché, nella potenza lasciata al demonio per divina sapienza, non bisogna vedere che due cose: primo, una condizione della prova, necessaria alla conquista del regno eterno; secondo, la grandezza della ricompensa, che sarà il frutto di una vittoria tanto a caro prezzo acquistata. Rimane a sapersi come si diviene figli del seconda Adamo e se tutti possono diventarlo. L’uomo è il figlio dell’uomo mediante una generazione umana; ei diviene, figlio di Dio mediante una generazione divina. Questa generazione si completa nel Battesimo. Qui ricomparisce, come una insolubile obiezione, l’impero immenso del demonio, in tutte le epoche della storia. — Da un lato, Dio vuole la salute di tutti gli uomini; egli ciò vuole di una volontà positiva, poiché il suo Figlio è morto per tutti gli uomini. Ora, la salute non è solamente il possesso di una felicità naturale dopo la morte, né l’esenzione dalle pene dell’inferno, ma bensì la felicità soprannaturale che consiste nella visione intuitiva di Dio (Omnes homines vult salvos fieri, et ad agnitionem veritatis venire. I Tim., XI) — (Pro omnibus mortuus est Christus, ut et qui vivunt jam non sibi vivant, sed ei qui prò ipsis mortuus est et resurrexit. II Cor., V, 15) – (Il fine della redenzione è di rendere all’uomo, con usura, tutto ciò che ha perduto col peccato originale. Ora Adamo, cioè dire ogni uomo, è stato creato in uno stato di giustizia soprannaturale il cui termine è la chiara vista di Dio nel cielo. Dunque il frutto della redenzione è di rendere ad ogni uomo lo stato soprannaturale e il cielo in cui va ad aver termine. Conc. Trid. sess. V, De Peccat. orig.). Dall’altra, niuno può esser salvo senza esser battezzato. (Nisi quis renatus fuerit ex aqua,et Spiritu Sancto, non potest introire in regnum Dei. Joan., III, 5.). Come conciliare, con l’antico stato del genere umano e la statistica attuale del globo, la possibilità del Battesimo per tutti gli uomini? Qual modo hanno avuto ed hanno ancora d’essere battezzati tante migliaia di milioni di creature umane, completamente straniere al Cristianesimo? Bisogna egli forse ammettere, per esempio, che tutti i fanciulli nati da sei mil’anni in qua fuori del Cristianesimo, e morti innanzi d’aver potuto peccare, siano eternamente privi della vista di Dio? Se così fosse, come stabilire che Dio ha bastantemente provvisto alla riparazione del male? Tutto ciò è mistero. Ma lo ripetiamo: una verità per essere misteriosa, non è per questo men certa. Ora, che Dio abbia bastantemente provveduto alla riparazione del male, dando a ciascun uomo tutti i mezzi di salvarsi, è una verità tanto certa quanto l’esistenza stessa di Dio. Ammettere che sia altrimenti, sarebbe ammettere un Dio senza verità, senza potenza, senza sapienza, senza bontà infinita; un Dio che vuole il fine senza volere i mezzi; un Dio che non è Dio, un Dio nullo. Questa risposta del semplice buon senso è perentoria e si potrebbe starcene a questa. Non pertanto cercheremo di dare alcune spiegazioni nel seguente capitolo.

IL SACRIFICIO DELLA CROCE E’ UN SACRIFICIO PERPETUO

Perpetual Sacrifice of the Cross  –  

Il Sacrificio perpetuo della Croce

[Sermone-Meditazione di un Sacerdote cattolico]-

In some books circulating even among Catholics and on the Internet websites one can find a strange statements.

In alcuni libri che circolano anche tra i cattolici e su diversi siti Internet si possono trovare strane dichiarazioni.

For example: “God the Father will cease having the Real Presence on the altars of the world, as the unbloody Sacrifice.”

Per esempio: ”Dio Padre non permetterà più che ci sia la Reale Presenza sugli altari nel mondo, come Sacrificio incruento”.

In other word the author of this statement says that God the Father “will cease” Christ to be the Priest and the Victim of the unbloody Sacrifice. But this statement is the heresy.

In altre parole, l’autore di questa affermazione sostiene che Dio Padre, non permetterà più che Cristo sia il Sacerdote e la Vittima del Sacrificio incruento.  Ma questa affermazione è un’eresia.

The teaching of the New Testament and of the Catholic Catechism is following:

L’insegnamento del Nuovo Testamento e del Catechismo Cattolico è il seguente:

“Mass will be celebrated until the Day of Judgment (1 Cor, XI, 26). Not any or all of the adversaries of the Church, not Antichrist himself, will be able to suspend the offering of the holy sacrifice. The last Mass said will be on the last day of this world’s existence. This is what Our Lord meant when He said: “I am with you all days, even to the consummation of the world” (Matt. xxviii, 20).”

“ La Messa sarà celebrata fino al Giorno del Giudizio (I Corinzi, IX, 26). Nessuno degli avversari della Chiesa, neanche lo stesso anticristo, sarà capace di interrompere l’offerta del Santo Sacrificio. L’ultima Messa sarà detta fino all’ultimo giorno dell’esistenza di questo mondo. Questo è ciò che Nostro Signore ha voluto affermare quando disse: “Io sarò con voi tutti i giorni, fino al compimento del mondo” (S. Matteo, XXVIII, 20)

 
The Catechism Explained
, [Il Catechismo spiegato di Franceso Spirago]. From the original of Rev. Francis Spirago, Professor of Theology, Edited by Rev. Richard F. Clarke, S.J.
Nihil Obstat: Thos. L. Kinkead, Censor Librorum,
Imprimatur: + MICHAEL AUGUSTINE, Archbishop of New York. – New York, August 8, 1899.
Copyright 1899, by Benzinger Brothers, New York, Cincinnati, Chicago p. 536.

The Blessed Sacrament of the altar and the Priesthood are Sacraments instituted by God Himself for His Church “even to the consummation of the world”.

Il Santissimo Sacramento dell’altare ed il Sacerdozio sono Sacramenti istituiti da Dio Stesso per la Sua Chiesa “fino al compimento del mondo”.

So, according to the God’s Revelation, God will not cease having the Real Presence on the altars of the world, as the unbloody Sacrifice until the consummation of the world, because God cannot contradicts Himself.

Quindi, in conformità alle rivelazioni di Dio, Dio non cesserà mai di avere una Presenza Reale sugli altari del mondo, mediante il Sacrificio incruento, fino al compimento del mondo, perché Dio non può contraddirsi.

Also, a person says: “We know now that the Priests could only be removed once the Papacy itself was put aside, into Exile.”

Inoltre, qualcuno sostiene: “ … noi sappiamo che ora i Preti potrebbero essere non più ordinati, visto che il Papato stesso è impedito, trovandosi in esilio.

But this statement is not true as well; because the Priesthood will be exist until the last day of this world’s existence.

Ma questa affermazione non è vera; perché il Sacerdozio esisterà fino all’ultimo giorno dell’esistenza del mondo.

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What Catholics are obliged to know about Perpetual renewal of the Sacrifice of the Cross.

Ciò che i Cattolici sono obbligati a conoscere circa il Perpetuo rinnovarsi del Sacrificio della croce

The COUNCIL OF TRENT’s teaching:

L’insegnamento del CONCILIO DI TRENTO:

On the Institution of the Most Holy Sacrifice of the Mass Forasmuch as, under the former Testament, according to the testimony of the Apostle Paul, there was no perfection, because of the weakness of the Levitical priesthood;

Circa l’istituzione del Santissimo Sacrificio della Messa: poiché nel sacrificio dell’antico Testamento, secondo la testimonianza dell’Apostolo S. Paolo, non c’era perfezione a causa della debolezza del sacerdozio levitico …

1 there was need, God, the Father of mercies, so ordaining, that another priest should rise, according to the order of Melchisedech, (Ps. CIX)

1 era necessario che Dio, il Padre della Misericordia, ordinasse l’avvento di un nuovo sacerdozio, secondo l’ordine di Melchisedech,

2 our Lord Jesus Christ, who might consummate and lead to what is perfect as many as were to be sanctified.

2, … nessuno potrebbe essere superiore al Signore nostro Gesù Cristo, tanto da condurre tutti ad essere santificati..

3 He, therefore, our God and Lord, though He was about to offer Himself once on the altar of the Cross unto God the Father, by means of His death, there to operate an eternal redemption;

3 Egli, pertanto, nostro Dio e Signore, sebbene abbia offerto se stesso una sola volta sull’altare della Croce a Dio Padre, tuttavia, mediante la sua morte, ha operato una redenzione eterna;

4 nevertheless, because that His priesthood was not to be extinguished by His death, in the Last Supper, on the night in which He was betrayed, that He might leave, to His own beloved Spouse – (vii. 11, 18. 3 Heb. x. 14. 2Ibid- Heb. ix. 13 ff), the Church, a visible sacrifice (can. i), such as the nature of man requires, whereby that bloody sacrifice, once to be accomplished on the Cross, might be represented, and the memory thereof remain even unto the end of the world, and its salutary virtue be applied to the remission of those sins which we daily commit, declaring Himself constituted a priest forever, according to the order of Melchisedech,

4. … nondimeno, perché il Suo sacerdozio non si è estinto con la sua morte, nell’Ultima Cena, nella notte in cui fu tradito, affinché potesse lasciare alla sua amata Sposa – (Eb . X. 14. 2 Ibid-Ebrei IX, 13 ss.), la Chiesa, un sacrificio visibile (can. I), come richiede la natura dell’uomo, quel sacrificio cruento, compiuto una volta sola sulla Croce, poteva essere ancora essere rappresentato, e il suo ricordo rimanere così nella memoria fino alla fine del mondo, e la sua virtù salutare si applicherà alla remissione di quei peccati che quotidianamente commettiamo, dichiarandosi Egli essere un sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchisedech.

5 He offered up to God the Father His own Body and Blood under the species of bread and wine; and, under the symbols of those same things, He delivered (His own body and blood) to be received by His Apostles, whom He then constituted priests of the New Testament; and by those words, “Do this in commemoration of me”

5 … Offri a Dio suo Padre il proprio corpo e sangue sotto le specie del pane e del vino; e, sotto quegli stessi simboli, consegnò (il proprio corpo e il proprio sangue) per essere ricevuto dai suoi Apostoli, che poi costituì Sacerdoti del Nuovo Testamento, con quelle parole: “… Fate questo in memoria di me”

6 He commanded them and their successors in the priesthood to offer (them); even as the Catholic Church has always understood and taught (can. ii).

6. Egli comandò a loro ed ai loro successori nel sacerdozio di offrire (loro), come la Chiesa Cattolica ha sempre compreso e insegnato (can II).

Conc. di Trento, Sess. XXII, Canon VIII. If anyone saith that Masses wherein the priest alone communicates sacramentally are unlawful, and are therefore to be abrogated; let him be anathema.

Canone VIII. Se qualcuno dice che le Messe in cui solo il sacerdote comunica sacramentalmente sono illecite e devono quindi essere soppresse; sia anatema!

DOGMATIC CANONS AND DECREES

AUTHORIZED TRANSLATIONS OF THE DOGMATIC DECREES OF THE COUNCIL OF TRENT, THE DECREE ON THE IMMACULATE CONCEPTION, THE SYLLABUS OF POPE PIUS IX, AND THE DECREES OF THE VATICAN COUNCIL

[Canoni e decreti dogmatici del Concilio di Trento, decreto sull’Immacolata Concezione, il Syllabus di Papa Pio IX, ed i decreti del Concilio Vaticano.]

Nihil Obstat REMIGIUS LAFORT, D.D., Censor Imprimatur +JOHN CARDINAL FARLEY, Archbishop of New York June 22, 1912; COPYRIGHT, 1912, BY THE DEVIN-ADAIR COMPANY – SESSION XXII September 17, 1562

DOCTRINE ON THE SACRIFICE OF THE MASS – DOGMATIC CANONS AND DECREES

CHAPTER I On the Institution of the Most Holy Sacrifice of the Mass p.132-133, CHAPTER IX Preliminary Remark on the Following Canons ON THE SACRIFICE OF THE MASS, p.143

[Dottrina del Sacrificio della Messa, canoni e decreti dogmatici: Cap. I: sull’istituzione del Santissimo Sacrificio della Messa, p. 132, 133. Cap. IX: note preliminari sui seguenti canoni sul Sacrificio della Messa, p. 143]

Was all sacrifice to cease with the death of Christ?

Tutti i sacrifici erano destinati a cessare con la morte di Cristo?

No; there was to be in the New Law of Grace a perpetual sacrifice, in order to renew continually that which was once accomplished on the Cross, and to apply the fruits of the sacrifice of the Cross to our souls.

No; nella Nuova Legge della Grazia doveva esserci un sacrificio perpetuo, per rinnovare continuamente ciò che una volta sola era stato compiuto sulla Croce ed applicare i frutti del sacrificio della Croce alle nostre anime.

Although the sacrifice of the Cross once accomplished was sufficient for all time, yet not the remembrance of a remote sacrifice only was to remain with men, but the sacrifice was to be ever present with them, and that which had been acquired for all men upon the Cross was, by a perpetual renewal of this sacrifice, to be applied also to each one.

Sebbene il sacrificio della Croce, una volta compiuto, fosse sufficiente per tutto il tempo, tuttavia non poteva rimanere per gli uomini solo il ricordo di un remoto sacrificio, ma il sacrificio doveva essere sempre a loro presente, e ciò che era stato acquisito per tutti gli uomini una volta sulla Croce, doveva avere un rinnovamento perpetuo di questo Sacrificio, applicabile ad ognuno.

Was such a sacrifice promised to us by God?

Tale sacrificio ci è stato promesso da Dio?

Yes; even in the Old Law it was prefigured by the sacrifice of Melchisedech, and was foretold by the Prophet Malachias: “I have no pleasure in you (Jews), saith the Lord of Hosts, and I will not receive a gift of your hand; for from the rising of the sun even to the going down, my name is great among the Gentiles, and in every place there is sacrifice, and there is offered to my name a clean oblation” (Mal. I, 10, 11). In this prophecy it is clearly expressed that:

1. The Jewish sacrifice was to be abolished by God.

2. In its place a new sacrifice was to be offered, which should be a clean sacrifice, and, as the Hebrew expression indicates, an oblation.

3. This sacrifice was to be offered up to God perpetually among all nations, and in all places.

Sì; anche nell’Antica Legge [il Sacrificio della Croce] fu prefigurato dal sacrificio di Melchisedech, e fu predetto dal profeta Malachia: “Non ho alcun piacere in te (ebrei), dice il Signore degli eserciti, e non riceverò un dono della tua mano; […non est mihi voluntas in vobis, dicit Dominus exercituum, et munus non suscipiam de manu vestra.]

poiché dal sorgere del sole fino al tramonto, il mio nome è grande tra i Gentili, e in ogni luogo c’è un sacrificio, e viene offerto al mio nome una oblazione monda” [Ab ortu enim solis usque ad occasum, magnum est nomen meum in gentibus, et in omni loco sacrificatur: et offertur nomini meo oblatio munda, quia magnum est nomen meum in gentibus, dicit Dominus exercituum.] (Mal. I, 10, 11).

In questa profezia è chiaramente espresso che:

1. Il sacrificio ebraico doveva essere abolito da Dio.

2. Al suo posto doveva essere offerto un nuovo sacrificio, che dovrebbe essere un sacrificio puro e, come indica l’espressione ebraica, una oblazione.

3. Questo sacrificio doveva essere offerto a Dio perpetuamente tra tutte le nazioni e in tutti i luoghi.

Sunday School Teacher’s

EXPLANATION Of the Baltimore Catechism

[Spiegazione del catechism di Baltimora 3]

BY THE REV. A. URBAN, Nihil Obstat REMIGIUS LAFORT, S. T. L. Censor Librorum Imprimatur +JOHN M FARLEY, D. D Archbishop of New York NEW YORK, SEPTEMBER 14, 1908 – Copyright, 1908, by JOSEPH F. WAGNER, New York Lesson Twenty-fourth, On the Sacrifice of the Mass, p.290.

[fr. UK, Sacerdote Cattolico in unione con Papa Gregorio XVIII.]

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: LONGINQUA OCEANI DI S. S. LEONE XIII.

La lettera enciclica “Loginqua oceani”, venne indirizzata da S. S. Leone XIII ai Vescovi degli Stati confederati d’America, sia per incoraggiare l’azione evalgelica e moralizzatrice della novella Gerarchia americana, sia per ribadire alcuni principi inderogabili della Dottrina Cattolica, principi che già all’epoca venivano in qualche modo disattesi o recepiti con malumori o deviazioni comodamente adattate alle circostanze falsamente “moderne”. Ad esempio si sottolinea con vigore che “… si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano… ”; pertanto la separazione tra Stato e Chiesa, secondo il modello imposto dalle logge massoniche in America e poi in Europa, veniva giustamente additato come evento foriero di instabilità sociali, lotte ed ingiustizie palesi tra le diverse classi di cittadini, nella moralità pubblica e collettiva degli abitanti, cardine di convivenza serena e del progresso materiale e spirituale. Altro tema che stava particolarmente a cuore al Sonno Pontefice, era … il “dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio”, riletto alla luce delle disastrose conseguenze individuali, familiari e sociali che comporta la sua inosservanza”… per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate”. Tanti sono ancora gli spunti rilevati e che ancora oggi costituiscono materia di riflessione ed applicazione pratica. Se gli uomini ascoltassero la parola del Santo Padre, che è la parola stessa di Cristo, l’uomo-Dio che ama tutte le creature per le quali è morto sulla croce. Oggi ci lamentiamo dei tanti nemici dell’umanità, dando la colpa di tanti misfatti a questo o a quello, … a filosofi, politici, pensatori, banchieri usurai, gruppi esoterici, organizzazioni atee ed anticlericali, ai servi dell’anticristo indovati nei sacri palazzi dell’urbe e dell’orbe, ma ci piace citare, prima della lettura della lettera, gli ultimi versetti del salmo 80, ove lo Spirito Santo, per bocca del Re-Profeta Davide, ci offre la soluzione di sempre ai nostri problemi attuali, eccola: Si populus meus audisset me, Israel si in viis meis ambulasset, pro nihilo forsitan inimicos eorum humiliassem, et super tribulantes eos misissem manum meam. Inimici Domini mentiti sunt ei, et erit tempus eorum in sæcula. Et cibavit eos ex adipe frumenti, et de petra melle saturavit eos. [Se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie! Subito piegherei i suoi nemici e contro i suoi avversari porterei la mia mano. I nemici del Signore gli sarebbero sottomessi e la loro sorte sarebbe segnata per sempre; li nutrirei con fiore di frumento, li sazierei con miele di roccia.] …

LONGINQUA OCEANI

EPISTOLA ENCICLICA
DI SUA SANTITÀ


LEONE PP. XIII

Ai Venerabili Fratelli Arcivescovi e Vescovi degli Stati Confederati

dell’America Settentrionale.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Valichiamo col cuore e col pensiero le sterminate distanze dell’oceano, e sebbene vi abbiamo scritto altre volte, specialmente quando in virtù della Nostra autorità abbiamo spedito lettere encicliche a tutti i Vescovi dell’orbe cattolico, tuttavia abbiamo deliberato di parlare a voi particolarmente nell’intento di poter giovare, a Dio piacendo, agl’interessi della causa cattolica. E facciamo ciò con amore e cura grandissima perché stimiamo grandemente e amiamo il popolo americano, forte di giovanile vigore, nel quale scorgiamo potenziali progressi non solo di civile ma anche di cristiana grandezza.  – Quando tutta la vostra nazione, poco tempo fa, celebrò con grato ricordo e con grande plauso, come era giusto, il quarto centenario della scoperta dell’America, anche Noi Ci associammo a voi con lo stesso animo e la stessa esultanza nel celebrare la memoria di quel felicissimo avvenimento. Né Ci parve sufficiente in quella circostanza fare voti per la vostra salute e la vostra grandezza restando assenti, ma desiderammo essere in qualche modo presenti alle vostre celebrazioni, e perciò volentieri vi abbiamo mandato un Nostro rappresentante.  – Ciò che abbiamo fatto in quella ricorrenza tanto celebre, non lo abbiamo fatto senza ragione, perché la Chiesa, come una madre, abbracciò e strinse al seno la nazione americana, come vagisse nella culla, appena venuta alla luce. In verità, come altre volte abbiamo dimostrato, Colombo voleva cogliere specialmente dalle sue navigazioni e dalle sue fatiche questo frutto: aprire la via al Cristianesimo attraverso nuove terre e nuovi mari. Mirando costantemente a questo scopo, ovunque egli approdava, il suo primo pensiero era di piantare sulla spiaggia la santissima Croce. Come l’arca di Noè, galleggiando sulle acque del diluvio, portava in sé il germe di Israele e le reliquie del genere umano, nello stesso modo le navi di Colombo, affidandosi all’oceano, trasportarono il principio dei grandi Stati e il seme del Cattolicesimo nelle terre oltremare.  – Quello che poi ne seguì non è qui il caso di ricordare in particolare. Certamente per opera del grande Ligure spuntò la luce del Vangelo per uomini ancora selvaggi che egli aveva scoperto. È abbastanza noto quanti Francescani, Domenicani e Gesuiti nei due secoli successivi hanno abitualmente navigato fino a codeste terre per assistere le colonie emigrate dall’Europa, ma prima di tutto e massimamente per convertire gl’indigeni dalla superstizione al Cristianesimo, consacrando non raramente le loro fatiche con la testimonianza del sangue. I nuovi nomi assegnati a tante vostre città, fiumi, monti e laghi dicono, e chiaramente attestano, che le vostre origini sono impresse nelle orme che lasciò costà la Chiesa Cattolica. E forse non accadde senza un particolare disegno della divina provvidenza quanto qui ricordiamo: cioè fu canonicamente istituita presso di voi la gerarchia ecclesiastica, allorché le colonie americane, con l’aiuto dei cattolici, acquistarono libertà e potere, ed onorarono una repubblica fondata sul diritto: nello stesso periodo nel quale il suffragio popolare chiamò il grande Washington al governo della Repubblica, per autorità apostolica venne anche insediato il primo Vescovo della Chiesa Americana. L’amicizia poi e il tratto familiare notoriamente intercorsi fra l’uno e l’altro stanno ad indicare l’opportunità che codeste comunità confederate siano legate alla Chiesa Cattolica da concordia ed amicizia. E ciò non senza ragione. Infatti lo Stato non può reggersi se non con i buoni costumi, e questo acutamente vide e proclamò quel vostro concittadino che poco fa abbiamo nominato, nel quale era tanta la forza d’ingegno e di prudenza civile.  – Ma è soprattutto la Religione che sostiene nel modo migliore la moralità, perché essa è custode e vindice per sua natura di tutti i princìpi dai quali derivano i doveri, e proponendoci le più valide ragioni ad operare, ci comanda di vivere con virtù, e condanna la colpa.  – Ora che altro è la Chiesa se non una legittima società istituita per volere e comando di Gesù Cristo per tutelare la santità dei costumi e la Religione? Per questo motivo, come spesso dalla sublimità del Pontificato Ci siamo sforzati di persuadere, la Chiesa, anche se per se stessa e per sua natura mira alla salvezza delle anime e al conseguimento della celeste felicità, tuttavia anche nelle cose terrene arreca tanti e tali beni, quali di più e maggiori non si potrebbe, se fosse stata principalmente ed esclusivamente istituita per la conservazione del benessere in questa vita terrena.  – Non c’è nessuno che non possa rendersi conto del progressivo, veloce cammino del vostro Stato verso condizioni migliori; ciò anche nelle cose che riguardano la religione. Infatti, come gli Stati nel giro di un solo secolo sono cresciuti in modo rilevante di agi e di potenza, così vediamo che la Chiesa, da piccolissima e fragile, è divenuta rapidamente grande e fiorente. Ora se da un lato l’aumentata ricchezza e potenza degli Stati vengono meritamente attribuite all’ingegnosità e alla instancabile operosità del popolo americano, dall’altro lato la fiorente condizione del Cattolicesimo va attribuita alla virtù, allo zelo e alla prudenza dei Vescovi e del Clero, e in secondo luogo alla fede e alla munificenza dei Cattolici. E così, grazie al valido concorso di ogni ordine di cittadini, si è potuto fondare un gran numero di pie e benefiche istituzioni: chiese, scuole per l’istruzione e l’educazione dei fanciulli, collegi per gli studi superiori, ricoveri per i poveri, ospedali e conventi. Per quello che riguarda più da vicino la cultura dello spirito, che consiste nell’esercizio delle virtù cristiane, abbiamo avuto notizia di tante iniziative che Ci riempiono di speranza e di gioia. Sappiamo che va gradatamente crescendo di numero tanto il Clero secolare come il regolare; che sono apprezzati i Collegi diretti da pii sodalizi e sono in fiore le scuole parrocchiali, le domenicali per l’insegnamento del catechismo e le estive, le società di mutuo soccorso, quelle di pubblica beneficenza contro la povertà, quelle della temperanza: a tutto questo si aggiungono molte altre prove della pietà popolare.

A questa felice situazione contribuiscono senza dubbio gli ordini e i decreti dei vostri Sinodi, specialmente di quelli che più recentemente l’autorità della Sede Apostolica convocò e approvò. Ma, oltre a ciò, Ci piace riconoscere quanto è vero: l’America vive grazie alla saggezza delle sue leggi e delle consuetudini di uno Stato ben costituito. Infatti presso di voi è concesso alla Chiesa, senza alcun provvedimento contrario dello Stato, senza alcuna pastoia delle leggi, difesa anzi contro ogni violenza dal diritto comune e dalla giustizia dei tribunali, di poter vivere e operare sicura senza ostacoli. Tuttavia, anche se queste cose sono vere, si deve combattere l’errore di chi ne deduce di dover prendere dall’America un modello dell’ottimo stato della Chiesa; ovvero essere lecito e giusto, generalmente parlando, che la Chiesa e lo Stato vadano disgiunti e separati secondo l’uso americano. Poiché infatti se nei vostri paesi la realtà cattolica è incolume, prospera e si dilata, ciò è frutto della fecondità concessa da Dio alla Chiesa, la quale, quando non è avversata, per forza propria cresce e si espande, mentre renderebbe frutti ancora più copiosi se, oltre la libertà, godesse anche il favore delle leggi e la protezione del pubblico potere.  – Noi pertanto, per quanto lo permettevano i tempi, non abbiamo tralasciato di confermare e fondare più saldamente il Cattolicesimo presso di voi. A tale scopo, come ben sapete, avemmo di mira principalmente due cose: la prima, promuovere lo studio delle dottrine; l’altra, rendere più efficiente il ministero della Chiesa. Perciò, sebbene si contassero varie ed insigni Università presso di voi, Ci parve tuttavia che fosse opportuno che ne esistesse un’altra, dipendente dalla Sede Apostolica, da Noi dotata di ogni legittimo diritto, nella quale insegnanti cattolici formassero gli studiosi dapprima nelle dottrine filosofiche e teologiche, poi, come il tempo e le circostanze lo permettessero, anche nelle altre materie e specialmente in quelle che la nostra età inventò o perfezionò. Infatti, ogni insegnamento diventa imperfetto se non vi si aggiunge la cognizione delle più recenti scoperte. Considerata questa viva corsa degli ingegni nell’ardente desiderio di sapere così ampiamente diffuso e tanto onesto e lodevole, è opportuno che i Cattolici siano all’avanguardia e non restino indietro; perciò è necessario che si istruiscano in ogni ramo del sapere e si dedichino con grande impegno nella ricerca della verità e nell’indagine, se possibile, su tutta la natura. Questo fu in ogni tempo il desiderio della Chiesa, la quale tanto si adoperò per dilatare i confini delle scienze, quanto lo consentivano la sua possibilità e i suoi mezzi. Noi pertanto con la lettera spedita a Voi, Venerabili Fratelli, il 7 marzo 1889 fondammo a Washington, città capitale, la grande Università per la gioventù desiderosa di apprendere le scienze superiori dopo che voi stessi avevate indicato in maggioranza tale città come la sede più opportuna per gli studi di alto livello.  – E Noi, parlandone in Concistoro ai Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa (1), dichiarammo che in quella Università si deve ritenere come legge che erudizione e dottrina vadano d’accordo con l’integrità della fede, e che i giovani vengano istruiti non meno nella Religione che nelle scienze più elevate. Ordinammo quindi che al buon andamento degli studi nonché alla buona condotta degli allievi presiedessero i Vescovi delle città confederate, e conferimmo all’Arcivescovo di Baltimora — come si dice — il potere e la carica di Cancelliere. E gli inizi furono, grazie a Dio, abbastanza lieti. Infatti, senza indugi, mentre celebravate solennemente il centenario della introduzione della gerarchia ecclesiastica nella vostra patria, furono felicemente iniziati i sacri insegnamenti alla presenza del Nostro Legato. E da quel giorno, come Ci è noto, continuarono nell’insegnamento della teologia illustri insegnanti che sanno unire la fedeltà e l’ossequio alla Sede Apostolica, alla loro insigne dottrina. E non è molto tempo che abbiamo saputo di un pio e munifico sacerdote che ha costruito di sana pianta una casa per l’insegnamento delle scienze e delle lettere per giovani, sia chierici, sia laici. Dall’esempio di questo uomo confidiamo prendano coraggio altri cittadini per imitarlo, poiché conosciamo l’indole degli Americani — né essi stessi possono ignorarlo — i quali sanno che tutto quello che si spende in queste liberalità viene largamente compensato dal bene comune.  – Tutti sanno altresì quale tesoro di dottrina e quanta ricchezza di civiltà la Chiesa di Roma ha diffuso in ogni tempo in tutta Europa istituendo o approvando tali Università. Oggi, pur tacendo degli altri, basta ricordare l’Università di Lovanio, dalla quale l’intera nazione belga riceve quasi quotidianamente aumento di prosperità e di gloria. Uguale e simile abbondanza di vantaggi facilmente deriverà dall’Università di Washington, se insegnanti ed alunni (il che non dubitiamo) ubbidiranno alle Nostre direttive, e se gli uni e gli altri, messe da parte contese e partiti, acquisteranno stima dal popolo e dal Clero.  – E qui vogliamo raccomandare alla vostra carità, Venerabili Fratelli, e alla beneficenza del popolo il Collegio di Roma destinato alla formazione ecclesiastica dei giovani dell’America settentrionale, fondato dal Nostro Predecessore Papa Pio IX e che Noi, con atto del 25 ottobre 1884, confermammo con legittima costituzione; tanto più che quell’Istituto non aveva deluso la comune aspettativa. Voi stessi siete testimoni che dopo poco tempo ne uscirono molti buoni sacerdoti e non mancarono fra essi coloro che per merito e dottrina giunsero alle più alte dignità. Pertanto riteniamo che voi farete opera egregia continuando a mandare in questo luogo scelti giovani, i quali possano crescere a speranza della Chiesa; le ricchezze intellettuali e le virtù morali che avranno accumulato a Roma, essi manifesteranno in patria e metteranno a servizio del bene comune.  – Ugualmente mossi dall’amore che portiamo ai Cattolici della vostra nazione fin dal principio del Nostro Pontificato, abbiamo pensato al terzo Concilio di Baltimora. Ed essendo poi venuti a Roma gli Arcivescovi da Noi invitati, abbiamo chiesto ad essi il loro comune parere; alla fine, con la Nostra Apostolica autorità e dopo matura considerazione, abbiamo stabilito di ratificare quello che a tutti i convenuti era parso giusto decretare a Baltimora. E se ne vide ben presto il frutto. Infatti l’esperienza confermò e tuttora conferma che quei decreti Baltimoresi sono proficui e molto adatti ai tempi. Fin da ora ne appare l’efficacia per stabilire la disciplina, eccitare diligenza e vigilanza nel Clero, tutelare e diffondere l’educazione cattolica della gioventù. E se Noi riconosciamo in queste cose, Venerabili Fratelli, il vostro zelo; se lodiamo la vostra costanza congiunta con la prudenza, non facciamo altro che rendervi giustizia. Comprendiamo benissimo che tanta abbondanza di frutti non poteva maturare se voi stessi non vi foste studiati di eseguire attivamente e fedelmente, secondo le vostre possibilità, quanto avevate sapientemente stabilito a Baltimora.  – Però, terminato il Concilio di Baltimora, restava da coronare l’opera in modo adatto e conveniente: il che Ci parve di realizzare al meglio con la fondazione di una Legazione americana, che Noi stabilimmo, come ben sapete. Con questo fatto, come altre volte dichiarammo, Ci piacque innanzi tutto attestare che, nella stima e benevolenza Nostra, l’America tiene a buon diritto lo stesso posto delle altre nazioni, particolarmente fra le grandi e potenti. Poi mirammo anche a che si stringessero sempre più i vincoli di affetto e di buone relazioni che voi e tante migliaia di cattolici conservate con la Sede Apostolica. Infatti la popolazione cattolica comprese che il Nostro operato mirava al suo bene, ed era inoltre conforme agli usi e al modo di operare della Sede Apostolica. Per questa ragione, fin dalla più remota antichità i Pontefici Romani, avendo da Dio il sommo potere nell’amministrazione della Chiesa, sono soliti inviare loro rappresentanti all’estero, alle genti e ai popoli cristiani. – E ciò non per diritto acquisito, ma per diritto naturale, in quanto “il Pontefice Romano, a cui Cristo conferì il potere ordinario e immediato su tutte le singole Chiese e su tutti i singoli Pastori e fedeli (2), non potendo personalmente visitare ciascuna regione, né esercitare personalmente l’ufficio pastorale verso il gregge affidatogli, necessita talvolta, per il suo dovere di servizio, inviare suoi legati nelle diverse parti del mondo, come richiede il bisogno; tali legati, facendo le veci del Pontefice, correggano gli errori, appianino le difficoltà e amministrino i mezzi di salvezza alle popolazioni affidate alle loro cure” (3).  – Bando a quell’ingiusto e falso sospetto, se pure c’è, secondo il quale il potere conferito al Legato possa nuocere a quello dei Vescovi. I diritti di “coloro che lo Spirito Santo ha posto come Vescovi a reggere la Chiesa di Dio” sono per Noi sacri più che a nessun altro; vogliamo e dobbiamo volere che rimangano inalterati presso ogni popolo e in ogni parte del mondo, specialmente perché la dignità di ogni Vescovo è di sua natura così legata con quella del Pontefice Romano che colui che difende l’una provvede anche all’altra. “Il mio onore è onore di tutta la Chiesa. Il mio onore è la forza e la fermezza dei miei fratelli. Allora io sono veramente onorato quando a nessuno di essi si nega il debito onore” (S.Gregorius, Epist. ad Eulog. Alex., lib. VIII, ep. 30.). –  Pertanto, per quanto potere abbia il Legato Apostolico, essendo proprio di lui e del suo ufficio rappresentare il Papa che l’ha mandato, eseguirne gli ordini e interpretarne la volontà, è così lontano dal recare detrimento all’ordinaria autorità dei Vescovi, ché anzi le apporterà forza e vigore. La sua autorità avrà certamente molto peso per conservare nel popolo l’obbedienza, nel Clero la disciplina e il dovuto rispetto ai Vescovi, e fra i Vescovi la mutua carità e l’intima unione degli animi. La quale unione, tanto salutare e auspicabile, essendo specialmente riposta nella concordia del sentire e dell’operare, farà sì che ciascuno di voi continui a governare con diligenza le cose della propria diocesi; che nessuno impedisca all’altro di liberamente governare, né indaghi sulle intenzioni e i fatti altrui e che, tolto di mezzo ogni dissidio e rispettandosi a vicenda, tutti concorrano col massimo sforzo a promuovere uniti il decoro della Chiesa americana. Non si può esprimere a parole quanto gioverà non solo alla causa dei cattolici, ma anche alla edificazione degli altri, codesta concordia dei Vescovi, perché proprio allora riconosceranno che soltanto nell’ordine dell’Episcopato cattolico è stata realmente trasmessa l’eredità del divino apostolato.  – Vi è ancora un’altra considerazione da fare. È parere di uomini saggi, come Noi stessi volentieri poc’anzi abbiamo espresso, che l’America sia destinata a un grande avvenire. Perciò Noi vogliamo che anche la Chiesa sia partecipe e cooperatrice della prevista grandezza. Senza dubbio riteniamo che sia doveroso e conveniente che anch’essa progredisca a gran passi con lo Stato, approfittando delle buone occasioni che le circostanze presentano, adoperandosi contemporaneamente a che il suo valore e le sue istituzioni giovino il più possibile allo sviluppo delle Comunità. Essa otterrà tanto più facilmente ambedue i vantaggi quanto più, con l’andar del tempo, sarà stabile ed ordinata. Ora, che altro è mai, o a che altro mira la Legazione di cui parliamo, se non a far sì che sia sempre più salda la posizione della Chiesa e meglio rafforzata la disciplina?  – Stando così le cose, desideriamo vivamente che ogni giorno s’imprima con maggior forza negli animi dei Cattolici che nessuno può provvedere meglio al proprio bene privato, né rendersi più benemerito della pubblica prosperità che assoggettandosi alla Chiesa e prestandole una spontanea e intera obbedienza. In questo essi hanno bisogno soltanto di una esortazione, perché già aderiscono spontaneamente e con lodevole perseveranza alle istituzioni cattoliche. E qui Ci piace ricordare una cosa di grande importanza e decisamente salutare sotto ogni aspetto: una cosa che nella fede e nei costumi è in genere considerata religiosamente presso di voi, come è giusto; intendiamo riferirCi al dogma cristiano dell’unità e indissolubilità del matrimonio; dogma nel quale si trova la massima garanzia di sicurezza non solo per la comunità domestica, ma anche per il civile consorzio. Molti vostri concittadini, anche fra coloro che da noi discordano nelle altre cose, ammirano ed approvano la dottrina e il costume cattolico su questo punto, preoccupati come sono dalla licenza dei divorzi. Essi sono indotti a pensare in questo modo non soltanto da amor di patria, ma anche da rettitudine di giudizio. Infatti non si può immaginare una peste più micidiale per la società, che volere solubile quel vincolo che una legge divina ha voluto perpetuo e indissolubile. – “Per causa dei divorzi si rendono mutabili le nozze; si diminuisce la mutua benevolenza; si danno pericolosi eccitamenti alla infedeltà; si reca pregiudizio al benessere e all’educazione dei figli; si offre occasione allo scioglimento delle comunità domestiche; si diffondono i semi delle discordie tra le famiglie; si diminuisce e si abbassa la dignità delle donne, le quali, dopo aver servito alla libidine degli uomini, corrono il rischio di rimanere abbandonate. E poiché per distruggere le famiglie e abbattere la potenza dei regni niente ha maggior forza che la corruzione dei costumi, è opportuno conoscere che contro la prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i divorzi. (Enc. Arcanum divinæ) Parlando della società civile, tutti sanno notoriamente che in una repubblica popolare, quale è la vostra, importa assai che i cittadini siano onesti e costumati. In una società libera, se la giustizia non è custodita davanti a tutti e fatta rispettare, se il popolo non è richiamato spesso e con premura all’osservanza dei precetti evangelici, la stessa libertà può risultare pericolosa. Tutti quegli ecclesiastici che si dedicano all’istruzione del popolo trattino chiaramente questo argomento dei doveri del cittadino, affinché tutti comprendano e siano persuasi che in ogni ufficio della vita civile occorre osservare fedeltà, disinteresse, onestà: non si può credere lecito nell’amministrazione pubblica quello che è disonesto nel privato. Intorno a questa materia — come sapete — i Cattolici troveranno molte indicazioni da seguire e mettere in pratica nelle stesse encicliche che sovente, durante il Nostro supremo Pontificato, siamo venuti pubblicando. In tali documenti abbiamo trattato della libertà umana, dei principali doveri dei cristiani, del governo civile e della cristiana costituzione degli Stati, secondo i principi che si ricavano sia dal Vangelo, sia dalla ragione. Pertanto, coloro che vogliono essere buoni cittadini ed esercitare fedelmente i loro doveri, potranno facilmente attingere dalle Nostre lettere le regole dell’onestà. Anche i sacerdoti insistano nel ricordare al popolo gli statuti del terzo Concilio Baltimorese, specialmente quelli che trattano della virtù della temperanza, della educazione cattolica della gioventù, dell’uso frequente dei Sacramenti, dell’obbedienza alle giuste leggi e agli statuti dello Stato.  – Anche nell’aderire a società particolari bisogna essere molto cauti, per non cadere in errore. Intendiamo parlare specificamente degli operai, i quali hanno certamente diritto di stringersi in sodalizi per averne benefìci: lo consente la Chiesa, è un diritto naturale; ma importa assai con quale sorta di persone si associano, affinché, dove cercano aiuto per migliorare le loro condizioni, non trovino invece da mettere a repentaglio interessi d’un ordine molto più alto. Per evitare tale pericolo facciano il fermo proposito di non consentire mai che in nessun momento e in nessuna occasione si abbandoni la giustizia. Se c’è dunque qualche organizzazione che sia diretta da uomini non saldamente ancorati alla giustizia, né amici della Religione, e che obbligano a prestar loro obbedienza, tale sodalizio potrà portare molti danni privati e pubblici, ma nessun vantaggio. Ne deriva come conseguenza che occorre evitare non solo le società apertamente condannate dalla Chiesa, ma anche quelle che, a giudizio delle persone prudenti e specialmente dei Vescovi, sono sospette e pericolose.  – Anzi, per custodire meglio la purezza della fede, i Cattolici devono associarsi preferibilmente con i Cattolici, a meno che la necessità non richieda altrimenti. E quando sono uniti in società, facciano sì che alla loro testa ci siano sacerdoti o laici probi e autorevoli; attenendosi ai loro consigli, curino di prendere ed eseguire pacatamente quei provvedimenti che tornino loro più vantaggiosi, tenendo per norma specialmente le istruzioni che Noi abbiamo date nell’enciclica Rerum novarum. Ma ricordino sempre che è cosa buona e lodevole tutelare i diritti del popolo, a patto però di non trascurare i doveri. Doveri fondamentali sono: non toccare le cose d’altri; lasciare a ciascuno libertà nelle cose sue; non impedire a nessuno di prestare l’opera sua dove e quando gli piace. I disordini violenti e tumultuosi accaduti l’anno scorso nella vostra patria, vi avvertono che anche l’America è minacciata dall’audacia terribilmente disastrosa di nemici. Dunque le stesse circostanze dei tempi spronano i Cattolici ad adoperarsi per la comune tranquillità, ad osservare quindi le leggi, ad astenersi dalla violenza, a non pretendere più di quello che l’equità o la giustizia possano consentire.  – A questo intento possono cooperare assai coloro che si sono dati al lavoro di scrittori, specialmente quelli che operano nei giornali quotidiani. Non ignoriamo che in questa palestra faticano molte persone egregiamente preparate, l’attività delle quali è più degna di lode che bisognosa di stimolo. Ma essendo tra voi così grande il desiderio di leggere e sapere, e questo potendo diventare un’ampia sorgente di beni o di mali, bisogna fare ogni sforzo per accrescere il numero dei buoni e bravi scrittori, che abbiano per guida la fede religiosa e per compagna la probità. E ciò in America appare anche più necessario per la convivenza e la promiscuità fra Cattolici e dissidenti; il che fa sì che i nostri abbisognino di somma cautela e di singolare costanza. È necessario istruirli, ammonirli, confortarli, incitarli a coltivare le virtù e ad osservare fedelmente i doveri verso la Chiesa in mezzo a tanti pericoli. Certamente, curare tali cose ed occuparsi di esse è dovere proprio e fondamentale del Clero: ma le circostanze dei tempi e dei luoghi richiedono che anche i giornalisti vi prendano parte attiva e combattano per la stessa causa con tutte le loro forze. Riflettano però seriamente che la loro opera di scrittori sarà poco utile alla Religione, se non dannosa, se mancherà la concordia degli animi e non saranno tutti rivolti allo stesso scopo. Coloro che vogliono servire utilmente la Chiesa, coloro che si propongono davvero di promuovere con la penna gl’interessi cattolici, debbono combattere uniti, in schiere compatte, poiché se alcuni, con la discordia, disperdono le forze, sembrano operare più dalla parte dei nemici che dei difensori. Nello stesso modo gli scrittori cambiano la loro attività, da virtuosa e salutare, in velenosa e deleteria ogni volta in cui ardiscono sottoporre al proprio sindacato i provvedimenti e le azioni dei Vescovi, e riprenderli e criticarli senza il dovuto rispetto, senza pensare al grave disordine che provocano e ai tanti mali che ne derivano. Si ricordino sempre del loro dovere e pertanto non oltrepassino mai i confini della moderazione. Ai Vescovi, collocati in altissimo grado di autorità, si deve obbedienza e si deve adeguato rispetto alla grandezza e alla santità del loro grado. Codesto rispetto, al quale nessuno può sottrarsi, “deve essere chiaro, evidente ed esemplare, specialmente da parte dei giornalisti cattolici. Infatti i giornali, prodotti appunto per essere largamente diffusi, corrono ogni giorno per le mani di tutti, e non è piccola l’influenza che essi esercitano sulle opinioni e sui costumi delle moltitudini” (4). Noi stessi abbiamo spesso prescritto molte norme sui doveri del bravo scrittore; molte norme sono pure state stabilite di comune accordo dal terzo Concilio Baltimorese e poi rinnovate dagli Arcivescovi che nel 1893 sono convenuti a Chicago. I cattolici si imprimano dunque nel cuore questi documenti Nostri e vostri e si persuadano che a norma di essi deve essere regolata tutta la loro opera di scrittori, se vogliono, come debbono, fare tutto il loro dovere.  – Il Nostro pensiero già si svolge a coloro che nella fede cristiana dissentono da Noi. Chi di essi vorrà negare che una gran parte di loro dissente più per consuetudine ereditaria che per deliberato proposito? Quanta sollecitudine Noi abbiamo della loro salvezza e con quanto ardore desideriamo il loro ritorno in seno alla Chiesa, madre comune di tutti, lo abbiamo ultimamente dichiarato nella Nostra Lettera Apostolica “Præclara”. E non perdiamo la speranza: è presente e ci segue Colui cui obbediscono tutte le cose e che offrì la sua vita “per radunare insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv XI, 52). Certamente non dobbiamo abbandonarli, non dobbiamo lasciarli in balìa di se stessi, ma con dolcezza e carità grandissima attirarli a noi, persuadendoli in tutti i modi affinché si applichino a studiare a fondo tutte le parti della dottrina cattolica e a spogliarsi dei pregiudizi. E se in quest’opera il primo compito è dei Vescovi e del Clero, il secondo è dei laici, che possono sempre aiutare l’opera apostolica del Clero con la probità dei costumi e con l’integrità della vita. Grande infatti è la forza dell’esempio, specialmente su coloro che cercano di cuore la verità e che per una certa naturale virtù sono onesti: molti fra voi sono di tal fatta. Se lo spettacolo delle virtù cristiane tanto poté sui pagani accecati da un’antica superstizione, come ci attestano i documenti scritti, forse nulla varrà a sradicare gli errori in coloro che sono già iniziati nel Cristianesimo?  – Infine non possiamo passare sotto silenzio coloro la cui diuturna infelicità implora e sollecita il soccorso degli uomini apostolici; vogliamo dire gl’Indiani e i Negri che vivono nelle regioni americane e che per la maggior parte non hanno rigettato le tenebre della superstizione. Che grande campo da coltivare! Quanto popolo a cui portare i benefìci della Redenzione di Gesù Cristo!  –  Frattanto, auspice dei celesti doni e come testimonianza della Nostra benevolenza, a voi, Venerabili Fratelli, al Clero e al vostro popolo impartiamo con grande affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, Epifania del Signore, dell’anno 1895, decimosettimo del Nostro Pontificato.

LEONE PP. XIII

(1) Die XXX Decembr. an. MDCCCLXXXIX.

(2) Conc. Vat., Sess. IV, c.3.

(3) Cap. un. Extravag. Comm. De Consuet. I.1.

(4) Ep. Cognita Nobis ad Archiepp. et Epp. Provinciarum Taurinen. Mediolanen. Vercellen., XXV Ian. an.MDCCCLXXXII.

XXIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE, V quæ superfuit Post Epiphaniam

XXIII DOMENICA DOPO PENTECOSTE – V quæ superfuit Post Epiphaniam 

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Jer XXIX :11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]Jer XXIX: 11; 12; 14

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
[Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio
Orémus.
Famíliam tuam, quǽsumus, Dómine, contínua pietáte custódi: ut, quæ in sola spe grátiæ cœléstis innítitur, tua semper protectióne muniátur.  
[Custodisci, o Signore, Te ne preghiamo, la tua famiglia con una costante bontà, affinché essa, che si appoggia sull’unica speranza della grazia celeste, sia sempre munita della tua protezione.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses
Col III: 12-17
Fratres: Indúite vos sicut electi Dei, sancti et dilecti, víscera misericórdiæ, benignitátem, humilitátem, modéstiam, patiéntiam: supportántes ínvicem, et donántes vobismetípsis, si quis advérsus áliquem habet querélam: sicut et Dóminus donávit vobis, ita et vos. Super ómnia autem hæc caritátem habéte, quod est vínculum perfectionis: et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore: et grati estóte. Verbum Christi hábitet in vobis abundánter, in omni sapiéntia, docéntes et commonéntes vosmetípsos psalmis, hymnis et cánticis spirituálibus, in grátia cantántes in córdibus vestris Deo. Omne, quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per Jesum Christum, Dóminum nostrum.

OMELIA I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol. I, Marietti ed., Omelia XIX., 1899]

” Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza, pazienza, sopportandovi gli uni gli altri e perdonando, se alcuno ha querela contro di un altro; come il Signore ha perdonato a voi, voi pure così. Ma più di tutto vestite la carità, che è il vincolo della perfezione. E la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, regni nei vostri cuori e siate riconoscenti. La  parola di Cristo abiti riccamente in voi con ogni sapienza, istruendovi ed ammonendovi tra voi con salmi ed inni e cantici spirituali, cantando con la grazia nei cuori vostri a Dio. Quanto fate in parole ed opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre per lui„ (Coloss. capo III, vers. 12-17).

Paolo due volte fu sostenuto in carcere: la prima in Cesarea di Palestina e la seconda in Roma. La prigionia, che sostenne in Cesarea di Palestina avvenne dal 63 al 66 dell’era volgare, e secondo ogni verosimiglianza di là scrisse la lettera ai fedeli di Colossi, città dell’Asia Minore. Dal capo terzo di questa lettera sono presi i sei versetti che vi ho recitati e che versano interamente sulla materia morale. Nulla di più semplice e più pratico e insieme più degno delle nostre considerazioni. – “Come eletti di Dio, santi e bene amati, vestite viscere di misericordia, benignità, umiltà, mitezza e pazienza. „ S. Paolo, rivolgendosi ai suoi cari figliuoli, li chiama eletti di Dio, cioè da Dio in special maniera eletti e preferiti a tanti altri nel ricevere la grazia della fede. Quanti allora erano ancora sepolti nelle tenebre della superstizione pagana ed essi, i fedeli di Colossi, erano illuminati dalla luce della verità evangelica! Donde questa differenza ? Era la bontà di Dio, che li aveva eletti prima e chiamati, e a cui essi con la grazia avevano corrisposto. Erano eletti e chiamati ad essere santi. Non vi sia grave ponderare per un istante la natura ed il pregio altissimo di questa elezione, di cui parla S. Paolo. Chi fa un atto qualunque deve anzi tutto pensare la cosa che vuol fare: poi delibera con la volontà di farla e poi allora la fa. Dio vuole salvi gli uomini e necessariamente prima pensa a loro, poi vuole fornire loro il mezzo perché si possano salvare e finalmente lo dà ed è la grazia, o meglio quella serie di grazie, che sono necessarie. Nell’opera adunque della nostra salvezza dal lato di Dio il primo atto è di fissare sopra di noi il suo pensiero e il secondo atto la sua volontà, che decreta la grazia. Ora vi domando qual cosa da parte nostra poteva muovere la mente e la volontà di Dio a chiamarci a sé e largirci la sua grazia? Noi non eravamo ancora e Dio da tutta l’eternità fissava sopra di noi il suo sguardo pietoso e ci amava: noi non avevamo fatto né potevamo fare un atto solo che precedesse la sua grazia, perché per farlo si richiedeva che Dio ci desse prima la grazia. Può forse il campo produrre la messe se prima non è seminato, o l’occhio vedere se la luce non lo rischiara? La nostra elezione e vocazione adunque, di cui parla S. Paolo, è dono, puro dono di Dio, senza merito dal canto nostro. – Più volte S. Paolo chiama santi i fedeli, ancorché sia bene da supporre che non tutti fossero veramente santi: li chiama santi, perché rigenerati col Battesimo, perché discepoli di Lui, che è il Santo per eccellenza, perché il fine della loro vocazione, a cui devono essere rivolti tutti i loro sforzi, è la santità. Vedete, o carissimi, altezza e sublimità della nostra professione di Cristiani: dobbiamo essere santi, cioè sciolti da ogni disordinato affetto alle cose di quaggiù e interamente dedicati al servizio di Dio. Voi siete eletti, santi, dice S. Paolo, e aggiunge, bene amati, ossia cari a Dio, come figli. Qual gioia per noi poter dire: Io sono amato da Dio! Io sono caro a Lui, come un figlio ad un padre! Agli eletti di Dio, ai santi, ai bene amati si conviene, prosegue l’Apostolo, “vestire viscere di misericordia, di benignità, di umiltà, di mitezza, di pazienza: „ cioè, come Cristiani, dobbiamo, a somiglianza di Dio e di Gesù Cristo, nostro capo, essere pieni di compassione e carità verso ogni maniera di sofferenti: dobbiamo mostrarci non duri, austeri, rozzi, ma facili e piacevoli con tutti, e saremo tali se umili di cuore, perchè l’umiltà è la madre della benignità, della mitezza e della pazienza, che qui propriamente significa longanimità, quella pazienza cioè che non si stanca mai ed è sempre benevola e soave. E come mostreremo noi queste virtù, che tra loro si legano sì strettamente? “Con il sopportarci, dice l’Apostolo, gli uni gli altri e perdonarci, se alcuno ha querela verso di un altro. „ Non vi è uomo, per quanto sia virtuoso, che non abbia difetti. Noi, per necessità di natura, dobbiamo vivere insieme, in famiglia, in società, in contatto più o meno continuo. Ora come vivere insieme se a vicenda non tolleriamo i nostri difetti e non ci condoniamo le offese, che talvolta, anche senza volerlo, ci facciamo gli uni gli altri? Se non ci sopportiamo scambievolmente e non ci condoniamo i nostri torti, la vita sarebbe insopportabile e saremmo in continua guerra tra di noi stessi. E come sopportarci e perdonarci gli uni gli altri? Ecco il modello sovrano, grida S. Paolo, Gesù Cristo: “Come il Signore vi ha perdonato, voi pure così.  – Gesù Cristo, l’Uomo-Dio, fu e sarà sempre l’eterno esemplare, su cui gli uomini dovranno tener sempre fermi gli occhi della fede, per ritrarne in sé le ineffabili perfezioni. Qualunque virtù si deve misurare dalla sua somiglianza con Gesù Cristo, e tanto essa è più alta, quanto maggiormente s’avvicina a questo impareggiabile modello. E perciò l’Apostolo in tutte le sue lettere ha cura di mettercelo innanzi sotto tutte le forme, e qui ci inculca: “Come il Signore ha perdonato a voi, così pur voi. „ Egli perdonò ai suoi nemici, ai suoi stessi crocifissori fino a pregare per loro in croce ed a morire per essi: e noi, suoi figli, noi miserabili creature e poveri peccatori, saremo restii a perdonare ai nostri offensori? È impossibile. Sempre fermo in inculcare la virtù, regina di tutte le altre, l’Apostolo continua e dice: “Ma soprattutto vestite la carità, siate ripieni di carità, che è il vincolo della perfezione. „ Come l’anima avviva il nostro corpo tutto, ne lega insieme le varie membra, dà loro moto e forza, così la carità dà vita, moto e forza a tutte le altre virtù e unisce insieme e mirabilmente armonizza le famiglie e la società civile. Frutto prezioso della carità sarà “la pace di Cristo, alla quale foste chiamati in un sol corpo, e che regnerà nei vostri cuori.„ La pace, non la pace ingannevole del mondo, la pace vera, quella pace che Cristo ha portato sulla terra, quella pace a cui tutti ci chiama, facendoci membri della sua Chiesa, regni tranquilla nei nostri cuori e di là si spanda al di fuori e informi tutte le nostre parole e tutti gli atti nostri. Qual tesoro è questa pace, questa tranquillità dello spirito e del cuore che si possiede anche in mezzo alle tempeste della vita! Di tanto beneficio siamone grati a Lui, che ce lo dà, Gesù Cristo! “La parola di Cristo abiti riccamente in voi, con ogni sapienza. „ La parola di Cristo, che è quanto dire, la dottrina, il Vangelo di Gesù Cristo, che avete ricevuto mercé della parola o della predicazione, rimanga nelle anime vostre, vi ricolmi della vera sapienza in tutta la sua pienezza. Comprendete, o cari, l’insegnamento di S. Paolo? Egli vuole che non solo ascoltiamo la parola del Vangelo, ma che abiti, rimanga in noi, e rimanga in gran copia e sia così la luce che scorge i nostri passi sulla via della virtù e regoli i nostri pensieri ed affetti. E gioverà a conservare in voi ed accrescere il conoscimento del Vangelo “se vi istruirete ed ammonirete a vicenda, con salmi ed inni e cantici spirituali, „ soggiunge l’Apostolo. Da queste parole di S. Paolo chiaramente rileviamo che anche nella primitiva Chiesa, era comune l’uso di cantar salmi ed inni sacri nelle radunanze dei fedeli. In tal modo rinfrescavano nella memoria le verità della fede e viemaggiormente le apprendevano e ne penetravano il senso. Il canto, come il riso, è naturale all’uomo. Allorché egli conosce chiaramente la verità e il cuor s’infiamma al pensiero della grandezza, della bontà di Dio e de’ suoi benefici, quasi inconsciamente scioglie la lingua al canto, loda, benedice, ringrazia ed esalta il suo Dio. L’anima allora è come un incensiere, da cui s’innalza verso il cielo un soave profumo; è come un fiore, che dischiude il suo calice, spande le sue foglie, e sotto i raggi del sole diffonde d’ogni intorno la sua fragranza. Il canto sacro nella Chiesa non solo è un bisogno che l’anima sente di aprirsi e sfogare l’affetto interno, ma giova assai ad avvivarlo in sé ed in altri e ad accrescerne la fiamma. – Allorché un popolo insieme raccolto fa risuonare dei suoi cantici le vòlte del tempio, confondendosi con le armonie dell’organo, il mio cuore si commuove, il mio spirito si esalta, l’anima mia s’innalza fino a Dio, una santa e dolce ebbrezza mi invade, e gusto una gioia che non è terrena, ma celeste. S. Agostino, udendo a Milano i salmi cantati dal popolo, si struggeva in lagrime soavissime ed esclamava: Come è dolce il Signore con quelli che lo amano! – Siamo all’ultimo versetto della nostra epistola: “Quanto fate, in parole ed in opere, tutto fate nel nome del Signore Gesù Cristo rendendo grazie a Dio Padre per Lui. „ Chi può mai conoscere e ricordare tutte le opere e tutte le parole, tutti i pensieri e tutti gli affetti d’una persona qualunque in un solo giorno! Sono senza numero. Poniamo che nulla vi sia di riprensibile e che tutto sia buono od almeno indifferente. Il pregio di tutte queste opere e parole, di tutti questi pensieri ed affetti dipende per la massima parte dall’intenzione nostra: se questa è volta sempre a Dio, con essa e per essa, tutto è fatto ad onore di Dio ed acquista un valore speciale, e l’intera nostra vita è un’offerta, un inno incessante, che innalziamo a Dio. Perché dunque non seguiremo il precetto o consiglio dell’Apostolo e non offriremo a Dio tutte le parole ed opere nostre? Direte: Ci torna quasi impossibile far questo in mezzo alle mille nostre occupazioni e distrazioni. E vi torna forse impossibile, al mattino, allorché recitate le vostre orazioni, con la intenzione abbracciare tutte le parole ed opere del giorno e farne a Dio l’anticipata offerta? No, certo. Ebbene questa offerta del mattino è bastevole e conferisce a tutte le opere e parole vostre anche indifferenti e senzaché poi vi poniate mente, il merito dell’intenzione, come se questa la faceste ad ogni istante. Sia che lavoriate nei campi o nelle botteghe, sia che discorriate o passeggiate, sia che mangiate o beviate, sia che riposiate e vi sollazziate, tutto è fatto a gloria di Dio e tutto è meritevole dinanzi a Lui. Su dunque, o carissimi: all’aprirsi del giorno, allorché fate la vostra preghiera del mattino, dite con la lingua e più con il cuore: Signor mio, ecco ch’io sto per incominciare questo nuovo giorno che mi accordate. Ebbene: tutto ciò che farò o dirò: tutto ciò che penserò o soffrirò, fin da questo momento lo offro a voi unitamente alle parole ed alle opere che Gesù Cristo compì nei giorni di sua vita mortale. — Come il sole, nel suo primo spuntare sull’orizzonte inonda di luce e vagamente colora tutti gli oggetti, così la vostra intenzione del mattino abbellisce e santifica tutte le parole ed opere dell’intera giornata. E poi perché anche lungo la giornata, in mezzo ai vostri lavori dell’officina o del campo, non potete a quando a quando sollevare la mente e il cuore a Dio e rinnovare la vostra offerta? Vi troverete un conforto, un ravvivamento di fede, una novella energia. Il pensiero di Dio è come una scintilla elettrica, che spande la luce e il calore nell’anima, è un tepido soffio che accarezza un fiore e ne dilata il calice e ne diffonde la fragranza. Sì, spesso la mente e il cuore a Dio, dilettissimi, e la via della virtù sarà facile e bella!

Graduale
Ps XLIII:8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]

V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja. [In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.]

Ps: CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 24-30
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile factum est regnum cœlórum hómini, qui seminávit bonum semen in agro suo. Cum autem dormírent hómines, venit inimícus ejus, et superseminávit zizánia in médio trítici, et ábiit. Cum autem crevísset herba et fructum fecísset, tunc apparuérunt et zizánia. Accedéntes autem servi patrisfamílias, dixérunt ei: Dómine, nonne bonum semen seminásti in agro tuo? Unde ergo habet zizánia? Et ait illis: Inimícus homo hoc fecit. Servi autem dixérunt ei: Vis, imus, et collígimus ea? Et ait: Non: ne forte colligéntes zizánia eradicétis simul cum eis et tríticum. Sínite utráque créscere usque ad messem, et in témpore messis dicam messóribus: Collígite primum zizania, et alligáte ea in fascículos ad comburéndum, tríticum autem congregáta in hórreum meum.

OMELIA II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, Omelia XX]

“Gesù disse questa parabola: Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò seme buono nel suo campo. Ma mentre gli uomini dormivano, venne il suo nemico e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. E quando l’erba fu nata ed ebbe fatto frutto, apparvero anche le zizzanie. E i servi del padre di famiglia vennero a lui e gli dissero: Padrone, non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde adunque le zizzanie? Ed egli disse loro: Un qualche nemico ha fatto ciò. Ed essi a lui: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No! perché talora, raccogliendo le zizzanie, insieme con esse non abbiate a svellere anche il grano. Lasciate crescere insieme le une e l’altro fino alla mietitura, e allora dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio „ (Matt. XIII, 24-30).

E questa una delle più belle e più semplici parabole, che si incontrino nel Vangelo e che Gesù Cristo si degnò di spiegare partitamente. La voce parabola, per sé, significa quella curva, che un corpo grave, gettato in alto, descrive nel cadere: e poiché nel gettare un corpo vi è l’idea d’una cosa che si avvicina ad un’altra, ne venne l’uso di significare con la voce parabola la similitudine, che la nostra mente scopre tra un fatto e una dottrina, onde la parabola non è altro che un fatto verosimile, che serve a farci conoscere la verità con la quale ha una somiglianza o affinità facile a rilevarsi. È una maniera di istruire, massime il popolo, piana ed efficacissima, vestendo la verità di forme sensibili e così imprimendola profondamente nell’anima. L’uso di queste parabole è frequentissimo, particolarmente nel Vangelo di S. Matteo, e dànno all’insegnamento di Gesù Cristo un’aria di semplicità e di candore singolare, un’attrattiva amabile e meravigliosa, che non si trova in nessun altro libro né antico, né moderno. — Ma è da venire alla spiegazione della parabola, quale abbiamo dalla bocca stessa del Salvatore. “Il regno dei cieli è simile ad un uomo che seminò seme buono nel suo campo. „ Quelle parole: Il regno dei cieli possono significare ora il cielo, ora la vita futura, ora la Chiesa, ora il regno della grazia in ciascuno di noi; qui vogliono semplicemente dire: Avviene nel regno dei cieli come in un campo che si semina. In questa parabola abbiamo colui che semina il campo seminato, il seme buono, le zizzanie, l’uomo nemico che soprassemina, i mietitori, la mietitura, il granaio. Colui che semina è Gesù Cristo, il campo seminato è il mondo; il seme buono sono i buoni, le zizzanie sono i cattivi; l’uomo nemico è il diavolo, i mietitori sono gli Angeli, la mietitura è la fine del mondo e il granaio evidentemente è il cielo, ancorché questo Gesù Cristo non lo dica in termini. È questa l’applicazione fattane dal Salvatore istesso, richiestone dagli Apostoli. La parabola è in compendio la storia dell’umanità dalla sua origine, possiam dire, fino alla fine dei secoli. Ora spieghiamola nelle singole sue parti. – “Un uomo seminò seme buono nel suo campo. „ Iddio creò il mondo, e poiché l’ebbe convenientemente preparato, creò l’uomo e formò la donna e ve li introdusse, come si introducono i sovrani nella loro reggia. È questo il buon seme che il padrone ha seminato nel suo campo e che doveva coprirlo di copiosa messe. La prima coppia umana era adorna della grazia e d’ogni dono più eccellente, grazia e doni che dovevano trasmettersi ai loro figli. Che avvenne? “Mentrechè gli uomini dormivano, venne il nemico di lui e soprasseminò zizzania nel mezzo del grano e se ne andò. „ Come si intende questo dormire degli uomini? Si sa che talvolta certe parti d’una parabola possono anche considerarsi aggiunte come ornamento e non è necessario applicarle nella spiegazione: tale potrebb’essere quella particolarità del “mentrechè dormivano gli uomini.„ Dei resto nulla vieta il dire che la caduta dei primi nostri padri fu cagionata dalla loro trascuratezza colpevole, con cui si lasciarono ingannare dall’uomo nemico, dal demonio, che sparse in loro e nei loro figli il mal seme del peccato. Da quel dì fino alla consumazione dei tempi, il buon grano è mescolato alle zizzanie, i buoni sono frammisti ai cattivi. – Ciò che qui la parabola vuol far notare in particolar maniera si è che la comparsa del male sulla terra, l’origine del peccato, non vuolsi attribuire a Dio, ma al demonio, al nemico suo e nostro, primo artefice d’ogni nostro male, che è punto capitale di nostra fede. Dio creò l’uomo buono, il demonio lo fece diventare cattivo: ecco la spiegazione del nemico che soprassemina le zizzanie nel buon grano. Proseguiamo. “Quando fu nata l’erba ed ebbe fatto il frutto, allora apparvero anche le zizzanie, „ cioè allorché il grano cominciò a mettere la spiga, allora si videro anche le zizzanie (La parola zizzania è ignota ai latini e sembra d’origine araba. I latini dicevano lolium e noi italiani loglio), che vengono dopo, ma spesso soverchiano il grano. Una osservazione semplicissima, o cari. Il buon grano non nasce mai nel campo se non vi è sparso dalla mano dell’uomo, né cresce e vigoreggia se da lui non è coltivato; doveché le male erbe attecchiscono e largamente si abbarbicano senza l’opera dell’uomo, anzi malgrado l’opera sua. Così la grazia, la fede, la virtù non germoglia nel cuore dell’uomo se non ve le semina Iddio; mentreché le passioni ed il peccato vi germinano da se stesse. “I servi del padre di famiglia vennero a lui, dicendo: Non seminasti tu buona semenza nel campo? Donde dunque le zizzanie? „ Manifestamente questi servi, che vanno dal padrone e gli narrano delle zizzanie cresciute in mezzo al grano, sono messi nella parabola per dare maggior colorito ed accrescere la forza drammatica, giacché il padrone del campo, che è Dio stesso, non aveva bisogno che altri gli narrasse la cosa. “Ed egli disse loro: Ciò ha fatto un uomo nemico; ed essi a lui: Vuoi dunque, che andiamo a raccoglierla? Ma egli disse: No, perché potrebbe essere che, sterpando le zizzanie, aveste a svellere il grano. „ In queste ultime parole si contiene il succo sostanziale, l’insegnamento principale della parabola, e perciò è prezzo dell’opera fermarvicisi sopra alquanto. – Il frumento e le zizzanie crescono nello stesso terreno e le radici loro si intrecciano, per guisa che è quasi impossibile diradicare quelle delle zizzanie senza toccare e rompere quelle del buon grano, e perciò il padrone vuole che ogni cosa si lasci al suo luogo. Ponete mente per altro, che non risparmia le zizzanie per se stesse, ma unicamente per riguardo al grano, tantoché quelle sono salve fino alla mietitura in grazia del grano istesso. Le zizzanie, come dicemmo, adombrano i cattivi, il grano raffigura i buoni: qui è manifesto essere volere di Dio, che nella vita presente i buoni vivano misti ai cattivi (1). È questo un fatto che abbiamo continuamente sotto gli occhi, di cui i buoni si lagnano spesso e talora quasi si scandalizzano. Una delle maggiori pene dei buoni quaggiù, è la compagnia dei tristi; è il vedere e l’udire le opere loro malvagie e subirne troppo spesso la tirannia in famiglia o nella società. Perché dunque Iddio, che è buono e onnipotente, ha disposto e vuole questo stato dì cose sì doloroso per i buoni? Perché vuole che le zizzanie crescano insieme col grano e vieta di sbarbicar quelle? È vero, la compagnia dei tristi può recare gravi danni ai buoni, pervertendoli nella fede e nei costumi, ma, considerata ogni cosa, i beni che ne vengono superano i mali, e perciò sapientemente Iddio volle che le cose fossero come sono. Anzitutto Iddio vuol salvi tutti gli uomini, anche i più perduti peccatori; e come ne va preparando la conversione e la salvezza? Uno dei mezzi più efficaci è la compagnia dei buoni, i quali con la parola e con l’esempio e con tanti altri modi li ammaestrano, li correggono e li convertono. I cattivi talvolta depravano alcuni buoni, ma sono sempre i buoni che riducono a penitenza i cattivi. È S. Ambrogio che guadagna Agostino, è santa Monica che converte Patrizio, suo marito, è quella povera sposa che, a forza di pazienza, riconduce a Dio lo sposo infedele, è quella madre desolata che con le attrattive della tenerezza richiama sulla buona via quel figliuolo scostumato. Ecco perché Dio vuole che accanto al malvagio viva il giusto: per conquistare quello mercé l’opera di questo. Il frumento non ha virtù di mutare la zizzania in grano, ma il virtuoso può, mercé la grazia divina, trasformare il perverso in un santo. – Non è tutto: la virtù trova il suo alimento nel patire; la cote affila il ferro e il patimento nutre e affina la virtù. La compagnia de’ malvagi è per i buoni una occasione continua di patire e per conseguenza un continuo esercizio di pazienza e di carità e, aggiungo, di meriti. Se non vi fossero stati i tiranni, dove sarebbero i martiri? Se non vi fossero le guerre, dove sarebbe il valore dei soldati? Se sulla terra gli uomini fossero tutti credenti e virtuosi, la terra sarebbe un paradiso: nessuna o poca fatica costerebbe la virtù e ben piccolo sarebbe il merito di praticarla. Infine la vista e la compagnia dei malvagi ci fa conoscere la nostra miseria e ci tiene umili, ci obbliga a stare in guardia ed usare prudenza, ci fa sentire il bisogno di ricorrere a Dio, ci rende inchinevoli al perdono e ci fa esercitare la regina di tutte le virtù, la carità. Ah! se sulla terra non vi fossero i cattivi, i buoni correrebbero altri pericoli, e non senza una profonda ragione Gesù Cristo disse: “No, non vogliate raccogliere le zizzanie: lasciate che crescano insieme le zizzanie e il grano fino alla mietitura. „ Tolleriamo adunque, o cari, la compagnia dei malvagi, vediamo di ricondurli a Dio, soffriamo con pazienza le molestie che ci recano e preghiamo per essi. Ma dunque i malvagi rimarranno impuniti? Sarà eguale la sorte dei buoni e dei cattivi? Udite la sentenza di nostro Signore: “Al tempo della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle: il grano poi riponete nel mio granaio. „ Così avrà luogo, alla fine dei tempi, la separazione assoluta ed irrevocabile dei buoni e dei cattivi: questi, a guisa di erbe, di sarmenti, di zizzanie buone a nulla, saranno gettati ad ardere nel fuoco eterno, e quelli, a guisa di buon grano, raccolti nel granaio, collocati per sempre in cielo. Figliuoli carissimi! per necessità delle cose e per volere divino ora siamo obbligati a vivere quaggiù in terra mescolati insieme buoni e cattivi; se siamo buoni, studiamoci di conservarci tali e adoperiamoci, come meglio possiamo, di tirare a noi i cattivi e guadagnarli a Dio; se siamo cattivi, non c’è tempo da perdere, mutiamoci di zizzanie in buon grano, affine di sfuggire il fuoco eterno e di essere un giorno raccolti in cielo.

(1) Certamente nostro Signore con questa parabola non volle insegnare che i cattivi si debbano trattare come ì buoni ed abbiano eguali diritti. In tal caso avrebbe insegnato che i ladri, gli assassini, gli omicidi e via dicendo non si debbano levare di mezzo alla società e punire, che è cosa assurda. Gesù Cristo, se male non veggo, volle dire, che nello stato presente vi saranno sempre nel mondo ed anche nella Chiesa uomini cattivi, che non si possono eliminare dal corpo sociale, coi quali bisogna avere e verso de’ quali bisogna usare tolleranza, dirò meglio, carità fraterna.

Offertorium
Orémus
Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta
Hóstias tibi, Dómine, placatiónis offérimus: ut et delícta nostra miserátus absólvas, et nutántia corda tu dírigas. [Ti offriamo, o Signore, ostie di propiziazione, affinché, mosso a pietà, perdoni i nostri peccati e diriga i nostri incerti cuori.]

Communio
Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.[ In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut illíus salutáris capiámus efféctum, cujus per hæc mystéria pignus accépimus. [Ti preghiamo, onnipotente Iddio: affinché otteniamo l’effetto di quella salvezza, della quale, per mezzo di questi misteri, abbiamo ricevuto il pegno.]

 

 

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LO SCUDO DELLA FEDE (XXXVI)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XXXVI.

LE INDULGENZE.

Che cosa siano le indulgenze. — Il potere di concederle fu dato da Gesù Cristo e venne sempre esercitato. — Valore che hanno. — Come si applicano alle anime del purgatorio. — Se sia difficile il loro acquisto.

— Mi ricordo che nei catechismi dopo del sacramento della Penitenza si parla sempre delle indulgenze. E perché mai!

Perché il punto di dottrina che le riguarda è strettamente connesso con la stessa Penitenza.

— Ebbene, io amerei di aver un’idea chiara delle indulgenze, perché a dir il vero non so che cosa siano se non in confuso.

Ascolta: dei nostri peccati, ancorché pel Sacramento della penitenza ci sia rimessa la pena eterna, tuttavia ordinariamente perché ci manca la perfetta carità o contrizione, ci resta la pena temporale, ossia il dovere di far penitenza per riparare l’oltraggio, che coi peccati abbiamo fatto a Dio. Siccome però difficilmente ne facciamo quanto basti per scontare tutta la pena temporale, che ai nostri peccati è dovuta, così affine di riparare a questo difetto e soccorrere a questa nostra miseria, Gesù Cristo ha accordato alla Chiesa il potere di rimettere in tutto ossia plenariamente, o in parte ossia parzialmente, quella pena temporale, che avremmo da scontare o in questa vita con la penitenza o col purgatorio nell’altra. E sono appunto queste pietosissime remissioni, che costituiscono le sante indulgenze, che il Sommo Pontefice dispensa per tutta la Chiesa e non solo parziali, ma anche plenarie, e che i Vescovi dispensano solo parziali nella loro Diocesi.

— Ma io ho inteso dire che le indulgenze sono addirittura frodi ed imposture dei Pontefici, affine di far dei denari.

Così appunto le ha chiamate Martin Lutero. E sai perché? Te lo dirò in breve. Nell’anno 1517, Papa Leone X pensando a dar compimento alla Basilica di S. Pietro, incominciata dal suo gran predecessore Giulio II, promulgò per tutta l’Europa delle indulgenze da impartirsi a quei fedeli, che con le loro offerte vi avessero contribuito. In Germania il Domenicano Tezel, scelto dall’Arcivescovo di Magonza a predicare la dispensa di queste indulgenze pare, secondo taluni, che vi si adoperasse con poca delicatezza. Lutero, allora ancor frate Agostiniano in buona regola, un po’ per zelo del bene vogliam credere, ma forse ben più per superbia e gelosia, incominciò nella sua predicazione a censurare gli abusi delle suddette indulgenze, a gridare che se ne faceva mercato, e da ultimo si die ad inveire contro il Papa negandogli il potere di concederle e chiamandole, come tu dicesti, sue frodi ed imposture per carpire del denaro. E così Martin Lutero die principio alla funesta e lagrimevole epoca dei suoi errori, che tanto straziarono la Chiesa di Gesù Cristo; e così pure ebbe origine la calunnia che i Pontefici vendono le indulgenze: calunnia che si ripete anche ai dì nostri senza sapere neppure che cosa si dica, e che massime ai dì nostri torna gravissima, essendoché se anche oggidì vi sono elemosine, specialmente quelle a prò dei Luoghi Santi e della Propagazione della Fede, che abbiano congiunte delle indulgenze, la massima parte delle opere, per le quali le indulgenze si acquistano, si riducono a semplici atti di pietà e di devozione, nei quali, non c’è da metter fuori un centesimo.

— Ma è veramente certo che Gesù Cristo diede alla Chiesa il potere di concedere delle indulgenze?

Certissimo, tanto che il Concilio di Trento l’ha definito come dogma di fede. Difatti dal momento che Gesù Cristo disse a S. Pietro in particolare e a tutti gli altri Apostoli in generale: « Tutto quello che voi legherete sopra di questa terra, sarà pure legato in cielo, e tutto quello che voi scioglierete su questa terra sarà pur sciolto in cielo »; è chiaro, che diede a S. Pietro, e subordinatamente anche agli altri Apostoli, il potere di rimettere i peccati, non solo in quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma eziandio in quanto alla pena temporale, ossia in altri termini, ha dato alla Chiesa il potere di concedere qualunque indulgenza, sia plenaria di tutta la pena temporale dovuta ai peccati, sia parziale di una parte di tale pena.

— E gli Apostoli hanno essi inteso d’aver ricevuto un tale potere?

A meraviglia, e ne abbiamo una prova in un fatto particolare di S. Paolo. Il quale, avendo scomunicato un cristiano di Corinto per un grave peccato contro i costumi, e questi essendosene pentito ed avendo richiesto umilmente di essere riconciliato e riammesso nel seno della Chiesa, ordinò ai Cristiani di quella città di riammetterlo scrivendo loro: « Già basta per quell’infelice la grave e pubblica correzione, che ha sofferto. Ora conviene che lo perdoniate e lo consoliate per non opprimerlo con maggior tristezza, imperciocché anch’io nella persona di Gesù Cristo, vale a dire come suo rappresentante, gli ho perdonato ». – Dalle quali parole chiaramente si vede, come S. Paolo, forte dell’autorità ricevuta da Gesù Cristo, abbia rimesso a quel cristiano di Corinto il restante della pena temporale, dovuta alla sua colpa, e cioè gli abbia dispensata un’indulgenza. Così per l’appunto intesero questo fatto i Padri e i Dottori della Chiesa.

— E nei primi tempi della Chiesa c’era l’uso delle indulgenze!

Senza dubbio, perciocché, non di rado accadeva, che i Vescovi per le preghiere, che a loro venivano inviate dai valorosi confessori della fede già chiusi in carcere e pronti a subire il martirio, condonassero ai peccatori pentiti la pena, che ancora dovevano scontare per le loro colpe. E S. Cipriano nel suo libro (De Lapsis) intorno ai caduti nell’apostasia durante le persecuzioni, dice assai chiaramente, che Iddio per mezzo della Chiesa può concedere e concedeva a quei miseri l’indulgenza della pena dovuta alle loro colpe. In seguito poi questo potere e questo uso venne sancito in vari Concili generali e particolari, prima ancora che lo sancisse il Concilio di Trento, di modo che non v’è alcun dubbio essere pur questa una verità di Vangelo.

— E come mai le Indulgenze ci rimettono in tutto o in parte la pena temporale dovuta ai nostri peccati?

Ciò per virtù dei meriti di Gesù Cristo, di Maria Vergine, dei santi e dei giusti tutti, il cui frutto ci viene dalla Chiesa applicato.

— Ma senta un po’: io intendo bene che cosa sia indulgenza plenaria, intendo cioè che se si acquista tale indulgenza e non se ne perde il merito prima di morire, dopo morte non avremo neppur più un istante da passare in purgatorio e ce ne andremo subito al paradiso. Ma che cosa vogliono dire le indulgenze parziali di 100 giorni, di 200, di alcuni anni, e di alcune quarantene? Voglion dire forse che acquistando tali indulgenze, si starà tanti giorni, tanti anni, tante quarantene di meno in purgatorio?

No, mio caro, non vuole dir questo. Per comprendere bene la cosa devi sapere, che nel principio del Cristianesimo si castigavano certi peccati con delle pubbliche penitenze proporzionate, quanto alla qualità e alla durata, alla gravità del peccato, penitenze che duravano alle volte un qualche numero di anni, oppure qualche centinaia di giorni, oppure una o più quarantene, ossia una o più volte quaranta giorni. Or quando la Chiesa concede l’indulgenza, ad esempio di 100 giorni, intende di rimettere la pena temporale, che il Cristiano avrebbe scontato secondo quella primitiva disciplina, esercitandosi nella penitenza per 100 giorni. Epperò acquistando il Cristiano tale indulgenza vuol dire che in purgatorio avrà da penare tanto di meno, come se egli si fosse esercitato nella penitenza per 100 giorni secondo l’antica disciplina della Chiesa. Ad ogni modo tu vedi, che l’acquisto delle indulgenze è uno dei mezzi più efficaci per scontare la pena temporale ed abbreviarci il purgatorio.

— È poi certo che le indulgenze, che la Chiesa ci concede abbiano valore innanzi a Dio?

Certissimo. Se non fosse così, le indulgenze sarebbero irrisorie, inutili.

— Se è così adunque si potrà lasciare di fare qualsiasi penitenza.

No, caro mio: questa non è la conseguenza che si debba ricavare dal valore delle indulgenze, e la Chiesa non le concede per questo fine, ma solo per venire in aiuto alla nostra debolezza. D’altronde chi acquista delle indulgenze resta sempre in dovere di far penitenza, sia per assicurare meglio la sua eterna salute, sia per accrescere i suoi meriti innanzi a Dio, sia per prevenire la perdita delle indulgenze acquistate, e sia ancora perché ordinariamente, massime certe indulgenze plenarie importano esercizio d’opere di penitenza.

— Ma tante volte nei libri di devozione vedo che vi sono indulgenze applicabili alle anime del purgatorio. Ora quando noi nell’applicare a prò di quelle anime le sante indulgenze intendiamo di applicarle ad una o più determinate anime, e di applicarle in tutto il loro valore, è certo che Iddio le applichi poi realmente a chi e in quel modo, che vorremmo noi?

No, questo non è certo. Quello che è certo si è che Iddio nella sua bontà si degna di accettare a prò delle anime del purgatorio le indulgenze, che gli abbiamo offerto a tal fine, ma in quanto alle anime cui applicarle e alla misura dell’applicazione, questo dipende interamente dalla sua sapienza e dalla sua giustizia. E ciò perché a noi, che siamo sotto la immediata giurisdizione della Chiesa, essa concede le indulgenze in forma di giudizio e di assoluzione, vale a dire giudicando che mercé determinate opere meritiamo di essere assolti da tutta o da parte della pena temporale, ed assolvendocene di fatto nella misura da lei determinata, se vi sono in noi le disposizioni richieste; ma alle anime del purgatorio che non sono più sotto al suo governo diretto, ma sotto a quello di Dio, la Chiesa non può più applicare le indulgenze che per suffragio, ossia offrendole a Dio e pregandolo di accettarle e valersene in loro vantaggio, come a Lui piacerà. – Comunque però si regoli Iddio nel valersi delle indulgenze, che noi gli offriremo a pro delle sante anime, è certo che tali indulgenze non vanno perdute. Se Egli, ad esempio, per punire di più un’anima del purgatorio che durante la sua vita fu insensibile per le anime stesse di quel luogo, non le applicherà l’indulgenza, che noi abbiamo guadagnato per lei, senza dubbio l’applicherà ad altre anime, che ne sono più degne, e così noi avremo sempre portata la consolazione in quel luogo di pene.

— È vero che l’acquisto delle indulgenze torna molto difficile? Ho inteso dire che nel Giubileo del 1550, l’indulgenza del medesimo fu appena acquistata da S. Filippo Neri e da una buona vecchia!

Il dire che l’acquisto delle indulgenze torni molto difficile è un’esagerazione, che puzza di quel pessimo odore di Giansenisti, dei quali scrisse il Monti:

 

Sì crudo è il nume di costor, sì morta,

Sì ripiena d’orror del ciel la strada,

Che a creder nulla e disperar ne porta.

Certamente ad acquistare le indulgenze bisogna adempiere tutte le condizioni prescritte, aver l’intenzione di acquistarle, ed essere in istato di grazia. Ma il dire e credere come fanno taluni che ciò sia molto difficile, torna quasi lo stesso che dire essere inutile che la Chiesa conceda le indulgenze. In quanto poi a quel che hai udito dire di S. Filippo Neri, puoi ritenere benissimo essere una brutta frottola. Figurati che contemporanei di S. Filippo Neri ci erano S. Ignazio di Loyola, S. Camillo de Lellis, S. Felice da Cantalice, S. Gaetano Tiene, S. Carlo Borromeo, S. Pio V, eccetera eccetera, e tutti costoro non avrebbero, neppur essi, acquistata l’indulgenza del giubileo? Eh! via, certe storielle bisognerebbe assolutamente lasciarle da banda, perché in fondo in fondo mettono in discredito le pratiche della Chiesa, recano danno alle anime e fanno torto alla stessa bontà di Dio. E ciò ti basti.

 

LE INDULGENZE (ottava dei morti 2018)

 

Le Indulgenze.

[L. Faletti: I nostri morti e il Purgatorio – M. D’Auria ed. Napoli, 1924:– Imprim.]

TRATTENIMENTO XXXVII.

Sommario — Mezzo trascurato di suffragio — Che sono le Indulgenze? Non distruggono il peccato — Non dispensano dalla penitenza — Facoltà della Chiesa di concederle — Lunghesso i secoli — Leone X — Applicabili alle anime purganti — Donde il loro valore? — Plenarie e parziali — Condizioni per lucrarle — La B. Maria di Quito — Esempio.

Non è raro l’udire persone del mondo esclamare, fors’anche sinceramente: « Conosco l’eccellenza e la sublimità della divozione alle anime del Purgatorio; Dio sa quanto io vorrei poterle suffragare, ma ahimè! sono così povero, che mi è impossibile ogni specie di elemosina e di opere buone; così occupato, che non posso trovare tempo per darmi alle preghiere ed agli esercizi di pietà; così malandato in salute, che non mi è permesso di sopportare grandi digiuni e penitenze: che potrò io dunque fare per queste povere anime? » Si potrebbe anzitutto rispondere a queste persone che esse esagerano di molto le loro difficoltà, perché tanti, e così facili, e alla portata di tutti, come abbiamo dimostrato, sono i mezzi per suffragare le anime del Purgatorio che è impossibile trovare buone le scuse o i pretesti che si presentano per giustificarsi dal non farlo: ma anche dato, e non concesso, che sia vero quanto esse dicono, rimane sempre a loro disposizione un mezzo a cui possono, quando e come vogliono, ricorrere, pel quale possono abbondantemente ed efficacemente suffragare le povere anime, e questo è quello delle sante indulgenze. Sì, le sante indulgenze applicate alle anime del Purgatorio sono uno de’ mezzi più facili ed efficaci per venire loro in soccorso; e perciò, sì grande essendo la loro efficacia, ci par prezzo dell’ opera il parlarne di di proposito, spiegando che cosa desse siano, il potere che ha la Chiesa di accordarle ed in qual modo possiamo applicarle alle anime de’ nostri trapassati.

I.

Che cosa sono le indulgenze? Sono la remissione in tutto o in parte della pena temporale che, dopo aver ottenuto il perdono de’ nostri peccati, ci rimane a scontare o in questa vita con la penitenza, o col Purgatorio nell’altra. Scopo delle indulgenze non è quindi di rimettere la colpa o la pena eterna, in caso di peccato mortale, il che l’assoluzione soltanto può fare, ma unicamente la pena temporale, dovuta al peccato, sia mortale che veniale. E ciò è quanto mai necessario a ritenersi, perché non mancano i male intenzionati i quali, guidati da ignoranza o per meglio dire da malafede, equivocando sul peccato e sulla pena dovuta al peccato e confondendo l’uno con l’altra, vanno accusando la Chiesa ed i suoi Pastori d’incitare e d’incoraggiare per mezzo di esse i fedeli a commettere il male. « Ma ella è mai possibile, esclama ironicamente un illustre polemista de’ nostri giorni, una tale mostruosità? Oh! certamente, se fosse vera la definizione che costoro danno delle indulgenze « la remissione cioè del peccato, accordata in seguito al compimento d’una opera buona proposta dalla Chiesa » forse la si potrebbe ammettere, poiché la facilità di ottenere con un tal mezzo, abbastanza semplice, il perdono dei peccati, anche gravissimi, non potrebbe far a meno d’incoraggiare al mal fare; ma ben contraria è la dottrina della Chiesa Cattolica. Non insegna essa infatti che allora soltanto l’indulgenza interviene, quando il peccatore si mostra pentito dei peccati, che egli ha già confessato, e di cui già ha ottenuto il perdono con l’assoluzione? In altre parole: quando già si trova in istato di grazia, già ha detestato il peccato e ne ha deposto l’affetto? Dove sono in questo caso gli incoraggiamenti al male ? Io vorrei recarmi con costoro a visitare una di quelle case in cui vengono ricoverati i delinquenti ed i facinorosi e domandare loro se mai vennero condotti colà dalla pratica delle indulgenze!.. Dio volesse che ogni membro della società guadagnasse quotidianamente un’indulgenza plenaria, come l’intende la Chiesa Cattolica; e allora, oh sì, che si potrebbero senza timore alcuno distruggere tutte le prigioni! » – Tanto meno regge l’altra accusa che, a proposito delle indulgenze, si muove dai nemici della Chiesa Cattolica, cioè che esse distruggono la penitenza e quindi dispensano i peccatori dal farla. Ma quando mai la Chiesa ha insegnato un tale errore? Non solamente l’indulgenza, come abbiamo detto, non rimette nessun peccato, anche leggiero, e rimette solo la pena, ma è ancora da osservarsi che, nel rimettere la pena del peccato, intende di rimetterla ai veri penitenti, vere pœnitentibus, cioè a coloro che hanno fatto tutto il possibile per vedersi rimessa la colpa, anche indipendentemente dall’indulgenza, la quale perciò non è altro che un soccorso che la Chiesa porge alla nostra fiacchezza, non un incentivo alla rilassatezza: o meglio ancora un mezzo che Iddio, Padre di Misericordia, vedendo per una parte che noi ben difficilmente arriveremmo con la nostra penitenza ad iscontare tutta la pena temporale dovuta alle nostre colpe, e d’altra parte non potendo dispensarci totalmente dal soddisfare alla sua giustizia, ci offre per soccorrere alla nostra miseria e riparare questo difetto, per cui, giunti che saremo all’ora estrema della morte, potremo sperare di presentarci a Lui, non solo senza macchia e senza aver più nulla che meriti l’eterna dannazione, ma ancora sciolti da ogni debito colla sua giustizia. Quindi è che S. Cipriano scriveva: « La Chiesa non può usare clemenza che in favore di coloro che sono veramente penitenti, che si sforzano di soddisfare, che supplicano umilmente l’indulgenza della Chiesa; ed è per questi soli che possono servire le raccomandazioni de’ martiri e l’indulgenza dei sacerdoti». – Se fosse altrimenti, se cioè le indulgenze ci dispensassero veramente dal far penitenza, non dovremmo noi dire che desse riuscirebbero piuttosto perniciose che non utili ai peccatori? Non distruggerebbero in gran parte i benefici effetti delle opere soddisfattone, le quali non solo hanno per scopo d’ espiare i peccati, ma ancora di servir di rimedio e di preservativo per l’avvenire? Perciò in quella guisa che sarebbe nuocere ad un infermo il dispensarlo dal prendere un rimedio salutare, così sarebbe nuocere ai peccatori dispensarli dal fare opere di penitenza, destinate ad arrecare rimedio alla loro debolezza ed a premunirli contro le ricadute. La Chiesa adunque, col largirci le indulgenze, anziché esimerci dall’obbligo di soddisfare pei nostri peccati, intende eccitare in noi lo spirito di penitenza, premiare il nostro zelo e fervore e sovvenire alla nostra debolezza ed insufficienza.

II.

Ma ha veramente la Chiesa ricevuto da Dio il potere di concederci queste indulgenze? Non v’ha luogo al menomo dubbio, per poco che si consultino le Sacre Scritture: Gesù Cristo, infatti, disse a S. Pietro in particolare e a tutti gli altri Apostoli in generale: « Tutto quello che voi legherete sopra di questa terra, sarà pure legato in cielo; e tutto quello che voi scioglierete su questa terra, sarà pur sciolto in cielo ». Ora se queste parole, così magnifiche e così potenti, si prendono, come si devono prendere, nella loro ampia e nativa semplicità, è chiaro che Gesù Cristo per mezzo di esse diede a S. Pietro, e subordinatamente anche agli altri Apostoli, il potere di rimettere i peccati, non solo in quanto alla colpa ed alla pena eterna, ma eziandio in quanto alla pena temporale: ossia, in altri termini, ha dato alla Chiesa il potere di concedere qualunque indulgenza, sia plenaria di tutta la pena temporale dovuta ai peccati, sia parziale di una parte soltanto di tale pena. E così fu sempre ritenuto nella Chiesa lungh’esso i secoli, dal tempo degli Apostoli fino ai nostri giorni, come ci sarebbe facile provare colla storia Ecclesiastica alla mano; ed è perciò che, quando il protestantesimo, nella persona di Lutero, di Calvino e di altri eretici, si levò su a combattere le sante indulgenze e a negare alla Chiesa il potere di concederle, chiamando addirittura le indulgenze col nome di frodi, ed imposture dei Pontefici, il Concilio di Trento definì chiaramente e solennemente che « Gesù Cristo medesimo ha donato alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze che fin dai tempi più antichi la Chiesa fece uso di tale potere, e che perciò questo uso, sommamente salutare al popolo cristiano e confermato dall’autorità dei santi Concili, deve essere conservato; e chiunque negasse l’utilità delle sante indulgenze o il potere che la Chiesa ha di conferirle, sia colpito d’anatema » . – Poteva il Concilio parlare più chiaramente per rivendicare alla Chiesa il potere di conferire le indulgenze e riconoscerne l’utilità? Non nego che nel corso dei secoli, anche nel conferimento delle indulgenze abbia potuto aver luogo qualche abuso, ingrandito ad arte dai nemici della Chiesa; ma ciò non toglie nulla all’opera in sé. Certo è che i Pontefici non possono distribuire a capriccio di questi tesori, e il Concilio di Trento a questo proposito ha solennemente dichiarato « che non bisogna accordarle che con molta moderazione, per timore che a motivo d’una troppo grande facilità i fedeli non ne traessero occasione per dispensarsi dal fare penitenza »; non sta però a noi il preoccuparci di questo caso, ma bensì ai pastori delle anime che debbono tutelare il bene delle pecorelle loro affidate: a noi deve bastare la sicurezza di non agire contro la volontà di Dio. – Quantunque non sia affatto provato, ammettiamo pure per un momento che Leone X abbia ecceduto nel potere delle chiavi, concedendo le indulgenze a coloro, che contribuivano con elemosine alla costruzione della basilica di S. Pietro: vuol dire che egli ne avrà dovuto rendere a Dio grave conto; ma intanto chi ha dato il diritto a Lutero ed ai Protestanti di giudicare le ragioni del Pontefice? Anche supposto che il Papa avesse ecceduto, perché scoraggiare i fedeli e toglierli dalla pratica di quelle buone opere che senza l’allettamento delle indulgenze non avrebbero forse compiute, e che pure erano opere molto meritorie dinanzi a Dio e di gran giovamento alle anime? Per un fatto isolato e particolare, perché si dovrà offendere un’intera istituzione, togliere alla Chiesa milioni di figli, gettare il turbamento e la lotta nel campo cristiano e, cosa che in questo momento più direttamente ci riguarda, privare le anime del Purgatorio di un sicuro ed efficace mezzo di suffragio? Così è: la tradizione infatti della Chiesa, confermata inoltre dal Concilio di Trento, sempre ha insegnato che le indulgenze, applicate alle anime dei defunti, sono loro di un gran sollievo; e che se è vero, come è vero, che queste povere anime possono essere sollevate dalle preghiere, dalle elemosine, dalle mortificazioni e da altre buone opere dei fedeli viventi, possono essere molto più per l’applicazione che loro viene fatta dei meriti sovrabbondanti di Gesù Cristo, della Tergine SS. e di tutti i Santi, dai quali le indulgenze traggono la loro virtù ed efficacia infinita. – Ho detto sovrabbondanti: ed invero egli è certo che Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, per il valore infinito di qualsiasi sua più piccola azione, avrebbe potuto con una sola goccia del suo sangue riscattare non solo questo mondo, ma mille e mille altri ancora, ma che tutto ciò non bastando al suo amore infinito per noi, volle invece versarlo tutto; e soffrendo ogni sorta di dolori e di angosce nella sua passione e nella sua morte, volle rendere infinitamente copiosa e sovrabbondante la sua redenzione. Or questi meriti infiniti e sovrabbondanti di Gesù Cristo, questi meriti che eccedono di gran lunga il prezzo della nostra salute, non sono andati perduti, ma sono rimasti in eredità alla Chiesa. Così pure proporzionatamente dicasi dei meriti della Vergine SS. e dei Santi, meriti tutti che uniti a quelli di Gesù , formano il gran tesoro di Dio, divenuto il tesoro nostro. Le chiavi di questo tesoro sono in mano della Chiesa, la quale, come il servo fedele, ne cava a tempo il bisognevole e distribuisce le sante indulgenze che da quel solo procedono, e consistono appunto nell’applicazione di questi meriti di loro natura esuberantissimi a soddisfare a Dio di qual si sia debito seco contratto, fosse anche pei peccati del mondo intero. Egli è però necessario osservare che la Chiesa, nell’usare del suo potere per l’applicazione delle indulgenze ai defunti, non procede nello stesso modo che nell’applicarle ai vivi. Poiché quando essa concede un’indulgenza ai suoi figli viventi sulla terra, essendo essi ancora soggetti alla giurisdizione del Papa, usa del suo potere, dirò così, giudiziario, e l’applica loro per mezzo di assoluzione; mentre in Purgatorio, non potendo esercitare la sua giurisdizione, l’applica a quelle anime per modo di suffragio, pregando cioè Iddio a trasferire a vantaggio del tal defunto l’indulgenza guadagnata da uno dei fedeli viventi. Se Iddio poi accetti sempre ed integralmente questo suffragio, alcuni teologi lo negano, altri l’affermano; io però credo con molti autori che Egli si sia riserbato su questo punto la più ampia libertà, e quindi non dobbiamo mai riposare tranquilli per la liberazione di un’anima nelle indulgenze che le si applicano. Ecco, infatti, come a questo riguardo ragiona un teologo: « Iddio accetta Egli sempre il prezzo che gli è offerto, come riscatto della pena dovuta al peccato? È questa una cosa che non si può sapere, tanto più che non si è certi se i vivi hanno sempre adempiute tutte le condizioni prescritte per guadagnare l’indulgenza. La minima omissione basta per non lucrarla, e quindi per trasferirne il merito ai defunti. Perciò, benché si sia sovente applicato a un defunto un certo numero d’indulgenze anche plenarie, egli è possibile che abbia ancora bisogno d’assistenza; per il che è bene continuare ad applicargliene ».

III.

Delle indulgenze poi altre si dicono plenarie, e cioè che rimettono l’intera pena temporale dovuta al peccato, e queste soltanto il Sommo Pontefice le dispensa e per tutta la Chiesa; altre parziali, che ne rimettono cioè una parte soltanto, e queste possono dispensarle anche i Vescovi, nei limiti loro assegnati e solo nelle loro diocesi. Circa queste ultime bisogna premunirsi da un grave errore, qual è quello di credere che un’indulgenza, per esempio, di tre anni, equivalga ad una diminuzione di pena di tre anni di Purgatorio. Noi non conosciamo i rapporti del tempo con l’eternità e quindi un tal paragone sarebbe falso. Nell’idea della Chiesa un’indulgenza di tre anni corrisponde semplicemente a tre anni di quella penitenza canonica ch’essa imponeva nei secoli di fervore ai fedeli pentiti, ma non ad altrettanto tempo di Purgatorio. Comunque sia, grande deve essere la nostra fiducia nelle indulgenze, più grande direi che non nelle nostre soddisfazioni, perché del valore di queste possiamo con ragione dubitare, a causa della nostra debolezza; ma quanto alle indulgenze non possiamo dubitare né del valore dei meriti di Gesù, e di Maria SS. e dei Santi che ne formano il capitale, né dell’autorità della Chiesa nel distribuirle. Se vogliamo però che siano veramente giovevoli alle anime del Purgatorio, egli è necessario che ci troviamo nelle condizioni volute per guadagnarle, la loro efficacia dipendendo dalle disposizioni di colui che le applica, e fors’anco da quelle del defunto pel quale vengono applicate. E queste condizioni possono ridursi a tre:

1) Bisogna assicurarsi che l’indulgenza non solo sia stata dalla Chiesa veramente largita, ma sia ancora in vigore ed espressamente applicabile ai defunti; ed inoltre che noi abbiamo l’intenzione di applicarla a questi, perché altrimenti il frutto non va a vantaggio di quelle anime, ma resta solo a nostro profitto.

2) Bisogna eseguire a puntino le condizioni prescritte, nulla omettendo né cangiando, se si vuole che il valore dell’ indulgenza non diventi nullo, e ciò ancorché si facessero opere migliori di quelle prescritte. Per lucrare l’indulgenza plenaria ordinariamente si richiede la confessione e comunione; ma le persone che hanno l’abitudine di confessarsi ogni settimana, possono con questa confessione guadagnare tutte le indulgenze che durante i sette giorni s’incontrano, eccettuato soltanto il giubileo, che richiede una confessione speciale. Così con una sola comunione si possono guadagnare in uno stesso giorno più indulgenze plenarie, quantunque concedute in varie volte. Ordinariamente, per lucrare tali indulgenze, si ingiunge l’obbligo di recitare qualche preghiera secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, la quale preghiera è a scelta del Cristiano, e può essere, per esempio, la stessa penitenza sacramentale.

3) Bisogna essere in istato di grazia, almeno nel momento in cui si fa l’ultima opera ingiunta, ed avere una ferma volontà di soddisfare più che sia possibile per le proprie colpe. La ragione si è che per applicare l’indulgenza al defunto occorre sia prima guadagnata da chi vuole applicarla; quindi se il fedele fosse in peccato mortale, sarebbe inutile lucrarla, perché solo quando la colpa del peccato è stata rimessa con l’assoluzione e che il peccatore è veramente deciso a fare penitenza, la Chiesa concede questo favore. Da ciò risulta che non è tanto facile guadagnare integralmente un’indulgenza plenaria, essendo necessario di non avere sull’anima il più piccolo peccato veniale od affezione al peccato veniale, ed essere dominati da un gran fervore di carità, da una contrizione generale e da uno spirito di vera penitenza; onde si è che molte volte, a misura delle nostre disposizioni, si lucra solo una parte di detta indulgenza; e quindi a volere estinguere i nostri debiti sarebbe necessaria almeno la riunione di molte indulgenze plenarie. Dal lato poi dei defunti pei quali si applicano bisogna:

1° Che essi siano realmente in Purgatorio;

2° Che Dio accetti realmente questa indulgenza, riserbandosi egli talvolta ampia libertà nell’applicarla.

* *

Così spiegato che cosa siano le indulgenze, e quanto sia la loro efficacia a prò delle anime dei nostri fratelli defunti, perché non ne approfitteremo noi più sovente a loro profitto e suffragio? Dal profondo del loro carcere di fuoco esse le attendono ardentemente dalla nostra carità, e noi non vogliamo essere così crudeli dal defraudarle nei loro desideri. Con un po’ di buona volontà e di attenzione quanto non ci sarebbe facile farlo nel corso della giornata! Rapita in ispirito, la beata Maria di Quito vide in una gran piazza una tavola piena d’oro e d’ogni specie di preziose gemme e udì una voce che gridava : « Il tesoro è alla disposizione di tutti, chi ne vuole ne prenda e se ne valga ». Questo tesoro era immagine del tesoro delle sante indulgenze, esposto in tutti i giorni, a benefizio comune dei fedeli, nella Chiesa. Immaginiamoci che anche per noi sia fatto questo invito, ed attingendo a piene mani a questo tesoro, vogliamocene abbondantemente servire a prò dei fedeli defunti. Imitiamo in ciò lo zelo delle anime pie, di cui ancor tante, la Dio mercé, vivono a giorni nostri, che si fanno un dovere di guadagnare il più gran numero d’indulgenze che possono, affine di spopolare per così dire il Purgatorio e mandarle al Cielo. – Si racconta di un bravo capitano polacco, esiliato a Roma, che passava una parte della sua vita a visitare le Chiese, nelle quali poteva guadagnare delle indulgenze per le anime dei fedeli defunti. Quando egli pensava di averne con le applicazioni di esse liberata una, metteva sotto la sua protezione e confidava alla sua assistenza una persona di sua conoscenza, sia amica, sia nemica, che egli conosceva aver bisogno di soccorsi spirituali. Qual beli’ esempio degno di essere imitato! Ed in così bella divozione questo uomo ammirabile passò gli ultimi anni di sua vita praticando la carità in uno stesso tempo e verso i morti e verso i vivi!

ESEMPIO: Efficacia delle sante indulgenze.

Il celebre Mons. Gaume per farci comprendere la follia di coloro che trascurano le indulgenze, mezzo tanto facile ed efficace per pagare i nostri debiti alla divina Giustizia e per metterci al sicuro dal Purgatorio od almeno abbreviarne le pene, ricorre al seguente paragone: « Io suppongo che ci rechiamo a visitare una immensa prigione, in cui sta rinchiusa, una moltitudine di disgraziati, carichi di pesanti catene. Essi sono tutti condannati a pene terribili; gli uni per dieci anni, gli altri per venti, altri ancora per quaranta. Il loro stato ci muove a pietà, per cui diciamo loro: « Il re nella sua bontà vuole abbreviare la durata delle vostre pene, od anche rimettervele interamente a condizione però che facciate tale preghiera, tale pratica di pietà, molto breve e facilissima. Se accettate, le porte della prigione vi saranno aperte; potrete rivedere i vostri parenti, i vostri amici, le vostre famiglie ». Vi sarà forse un solo prigioniero che vorrà rifiutare una condizione sì vantaggiosa e dolce? Ebbene, questi prigionieri siamo noi, debitori incapaci a pagare da per noi stessi i debiti con la giustizia di Dio: la prigione è il Purgatorio. Le pene di questo mondo sono un bel nulla paragonate a quelle che là si soffrono. Ci si propone di liberarcene a condizioni facilissime, e noi non vorremmo accettarle? o accettandole le soddisferemo con scandalosa negligenza? … E se un giorno noi dovremo languire per anni ed anni nelle fiamme del Purgatorio, non è che alla nostra colpa che noi dovremo attribuirlo ». Così il dotto autore, il quale per farci comprendere il valore delle indulgenze ricorre al seguente fatto, tolto dalle Cronache dei Frati Minori. Il Beato Bertoldo, celebre predicatore francescano, aveva ottenuto dal Sommo Pontefice dieci giorni d’indulgenza per chiunque intervenisse alle sue prediche. Un giorno che egli aveva eloquentemente parlato sull’elemosina, una nobile signora che rovesci di fortuna avevano ridotto alla più squallida miseria, si presentò a lui per esporgli il suo triste stato e scongiurarlo di venirle in aiuto. Il buon religioso le fece la risposta dell’Apostolo: « Io non ho né oro, né argento: ma quanto posseggo ve lo do di buon cuore. Per il bene delle anime che io sono chiamato ad evangelizzare, il Santo Padre mi ha dato il privilegio di accordare dieci giorni d’indulgenza a chiunque viene ad ascoltarmi; andate dunque da tal banchiere, fin ora più preoccupato dei beni di quaggiù che dei tesori spirituali, offritegli, in cambio della elemosina che vi farà, di cedergli pei suoi propri peccati i dieci giorni d’indulgenza che avete guadagnati stamattina: il Signore mi fa conoscere che vi accoglierà favorevolmente. Per fortuna i banchieri d’allora non somigliavano punto a quelli dei nostri giorni, altrimenti chissà mai con quali scoppi di risa non sarebbe stata ricevuta! Costui invece accolse con bontà la povera donna: « E quanto domandate voi in cambio dei vostri dieci giorni d’indulgenza? — Né più, né meno di quello che essi pesano posti sulla bilancia, rispose quella animata da una forza interna. — E così sia; disse il banchiere; e fatta venire una bilancia: « Scrivete, riprese, su d’un pezzo di carta i vostri dieci giorni d’indulgenza e mettetelo su d’un piattello; io porrò sull’altro un reale (piccola moneta spagnuola del valore di circa 27 centesimi). O prodigio! il piattello delle indulgenze non solo si sollevò, ma trascinò anche l’altro. Stupito il banchiere aggiunse un altro reale, e poi cinque, dieci, cinquanta, ma i due piattelli non si equilibrarono che quando arrivò appunto a quella somma che la poveretta necessitava per far fronte ai suoi impegni. Fu questa una buona lezione per quel banchiere, il quale da quel giorno imparò per propria esperienza a fare maggiormente caso dei tesori spirituali. Ma oh! quanto maggior caso non ne fanno le povere anime purganti, le quali per la più piccola indulgenza darebbero volentieri tutto l’oro del mondo.

DEDICAZIONE DELL’ARCIBASILICA DEL SANTISSIMO SALVATORE 9 Nov. (2018)

9 novembre: Dedicazione dell’Arcibasilica del Santissimo Salvatore.

[Messale Romano, comm. D.G. Lefebvre O.S.B., L.I.C.E. ed., Torino, 1950]

Doppio di 2a classe. – Paramenti bianchi.

Fra le ricche e grandiose basiliche romane, nelle quali con solennità dal IV secolo si celebrano le cerimonie del culto cristiano, occupa il primo posto quella di cui oggi si celebra l’anniversario della Dedicazione. Il palazzo dei Laterani, posto sul monte Celio apparteneva a Fausta, moglie di Costantino. Dopo la sua conversione, Costantino lo donò al Papa, perché ne facesse sua privata dimora, e vi fondò la chiesa del « Laterano », che divenne la Chiesa madre di Roma e del mondo. Il 9 novembre 324, il papa S. Silvestro la consacrò col nome di « Basilica del SS. Salvatore »: era la prima consacrazione di una Chiesa romana. Più tardi al tempo di Lucio II (secolo XII) questa Chiesa fu dedicata a S. Giovanni Battista, al quale era intitolato il Battistero annesso alla basilica: perciò ora è nota sotto il titolo di « S. Giovanni in Laterano ». In questa basilica e nell’annesso palazzo dal secolo IV al secolo XVI, si sono riuniti più di venticinque Concili, dei quali cinque ecumenici. Le Stazioni più solenni hanno per mèta questa basilica, ove avvenivano le ordinazioni dei sacerdoti, la riconciliazione dei penitenti, e nel giorno di Pasqua, il Battesimo dei catecumeni, e i neofiti ritornavano in processione durante tutta l’Ottava. La prima Domenica di Quaresima si apre a S. Giovanni in Laterano il grande Ciclo liturgico della penitenza e vi si ritorna la Domenica delle Palme e il Martedì delle Rogazioni; ivi si compiono le solenni funzioni del Giovedì Santo e del Sabato Santo, e vi si celebra la Messa il Sabato in Albis e la vigilia della Pentecoste. Questa chiesa, essendo stata distrutta, fu ricostruita e riconsacrata nel 1726 da Benedetto XIII e il ricordo di questa riconsacrazione, come anche quello della prima fu fissato al 9 novembre.

Messa: Terribilis, della Dedicazione.