L’ABITINO DEL CARMINE

L’Abitino del Carmine.

[J. Thiriet, il Prontuario Evangelico, vol. VIII. Libr. Arciv. G. Daverio, Milano, 1917 – impr. -]

Ego servus tuus et filius ancillæ tuæ. (Ps . CXV, 16). •

La devozione dell’abitino della Madonna del Carmine è una devozione assai diffusa nelle popolazioni cristiane. Vi sono però tanti che portano l’abitino senza però comprenderne il pregio, e gli  obblighi; quindi nessuna meraviglia se non cavano alcun profitto da questa cara devozione dello scapolare di N . S. del Carmine. – Perché se ne concepisca la stima dovuta, e perché  si onori questa santa livrea di Maria, consideriamo:

1. l’origine dello scapolare;

2. i suoi vantaggi;

3. le sue obbligazioni.

I. — Origine dello Scapolare.

La sua origine è tutta celeste: Maria stessa l’ha recato dal cielo e l’ha consegnato, come vedremo a Simone Stock.

1 . — Altari della natura furon detti i monti, i quali, improntando di varietà sì vasto universo, ne accrescono le bellezze e le beneficenze ed è su quelle alture che l’anima si sente più vicina a Dio e più disposta a sciogliergli l’inno della lode e della conoscenza. Nelle epoche più memorande della storia, l’Altissimo si è manifestato sui monti agli uomini. L’arca si ferma sulle cime dell’Arabia; ad Abramo designa il Morìa per il sacrificio del caro Isacco; nell’Oreb Mosè fece scaturire una copiosa sorgente d’acque vive; dalle cime del Sinai dà la legge a tutta l’umanità; sulle eminenze del Sion segna il luogo del tempio. Sui monti di Giuda si manifesta la prima volta al mondo in casa d’Elisabetta; sulle vette del Tabor disvela la sua divinità: da un monte annunzia sconosciute beatitudini: sul Calvario consuma il gran sacrificio, e dall’oliveto ritorna al Cielo.

2. — Ma fra tutti i monti della Palestina primeggia il Carmelo. Celebre per la sua bellezza, rinomato per la sua fertilità, ammirato per i suoi fragranti fiori e perenni sorgenti, sorge nella tribù di Isaccar, e quasi specchia nel Mediterraneo, i suoi incanti. Questa santa montagna nell’evo antico fu teatro di grandi avvenimenti. Ivi soffiava misterioso e possente lo spirito di Dio: ivi sorgeva una scuola di Profeti. Tolti alla gleba, alla pastorizia, non appena salivano il Carmelo, venivano trasformati in veggenti, e scalzi, poveri, perseguitati, traevano a sé le moltitudini, e divinavano col sorriso vittorie, e con le lagrime la rovina e l’eccidio delle nazioni. – Sul Carmelo Elia tornò a vita novella l’estinto figliuolo della Sunamitide: ivi confuse i sacerdoti di Baal, e ristorò l’unità del culto in Israello: da quelle cime vide la nuvoletta, che si sciolse in benefica pioggia sulla riarsa Samaria.

3. — I discepoli di Elia, sotto il nome di Figliuoli de’ Profeti, fissarono la loro dimora su quel monte, e vi menarono una vita di preghiera e di penitenza. All’epoca di N. S. li troviamo ancora sotto il nome di Esseni. Dopo la Pentecoste, si convertirono, e furono i primi ad edificare una cappella in onore di Maria — che la venerarono in una maniera singolare, memori della nuvoletta misteriosa veduta dal loro Padre, Elia. Poi un po’ alla volta andarono formando un ordine religioso, che prese il nome dal Carmelo, s’ebbe, in seguito di tempo, l’approvazione dei Sommi Pontefici.

4. — Verso la metà del XII secolo, quest’ordine trovavasi esposto a delle violenti persecuzioni. Simone Stock, religioso inglese, Generale dell’ordine, pieno di fiducia in Maria, affidò alla protezione di Maria la sua religiosa famiglia, così terribilmente provata. Maria gli apparve, dicendogli: Ricevi, o mio figliuolo, questo Scapolare del tuo Ordine, come la divisa della mia Confraternita… Quei che morrà, rivestito di quest’abitino, sarà preservato dalle fiamme eternali. Quest’abito è un segno di salute, tua salvaguardia ne’ pericoli, un segno di pace e di eterna alleanza.

5. — Settant’anni dopo, Maria si degnò di apparire al Pontefice Giovanni XXII e gli fece promessa di abbreviare il tempo d’angoscia e di patimenti nel Purgatorio a tutti coloro che avessero devotamente portato il santo abitino, e di cavarli fuori dal Purgatorio il più presto, specialmente il sabato che avrebbe seguito la loro morte. Questo secondo favore si chiama: privilegio della Bolla sabatina.

6. —Nacque quindi la confraternita dello Scapolare di N. S. del Carmelo, affigliata all’Ordine dei Carmelitani, raccomandata, e arricchita d’indulgenze, diffusa in tutta la Chiesa. Da quello che abbiam detto, ognun vede che lo Scapolare è degnissimo di rispetto.

II. — Vantaggi dello Scapolare.

1. — Innanzi tutto è la divisa di Maria. Chi piamente la porta può dirsi il protetto, il figlio di Maria.

2 . — La Vergine ha promesso a Simone Stok che l’abitino sarebbe stato un pegno di protezione, una salvaguardia nei pericoli di anima e di corpo;… Ne sono piene a ribocco le storie: lo attestano gli altari delle nostre Chiese, in cui a miriadi si trovano i segni della più profonda gratitudine. Quanti non ne liberò da prossima morte! Quanti da lunga pezza avvolti nella coltrice dei loro dolori riebbero da Maria il sorriso della sanità! E fu vista gente perduta in ampio mare, in balìa dell’onde, stretta all’abitino, veder contro, ogni terrena speranza abbonacciare l’irato flutto, e guadagnare la mèta desiata: violenti incendi spegnersi per incanto, o arrestarsi dinanzi allo Scapolare della Vergine: pellegrini aggrediti alla macchia, richiesti o della borsa, o della vita, vedersi salva l’una e l’altra dopo aver invocata Maria; calunnie atroci, inventate dalla maldicenza, ben tramate dall’invidia, dissiparsi d’un subito e rendere più bella l’innocenza dei perseguitati: famiglie impigliate in liti difficili, desolate da sinistri eventi, ricuperare fortune e pace per la devozione a N. S. del Carmine. Se volessimo fare un cenno delle grazie spirituali che s’ottennero e s’ottengono su questo mistico Carmelo, andremmo troppo per le lunghe, poiché sotto questo rapporto sono copiose le misericordie di Maria…. – Chi sa dire quanti e quanti stimoli non offra il S. Scapolare ai peccatori, perché si rimettano nella via del dovere? Quante volte posseduti da pensieri di vendetta, agitati dall’odio, alla vista, al bacio dell’abitino, si sono visti mutati e ridotti a più miti consigli! Quante volte già in procinto di cadere in peccato abbiamo provato un arcano ritegno alla vista o al pensiero del S. Abitino! Quanti peccatori sono corsi a questo rinnovato Carmelo per riavere salute e vita! Lo scapolare non solo solleva i peccatori dall’abisso della colpa, ma infervora i tiepidi, anima i giusti, rifiorisce di pace le famiglie, scansa le collere, spegne gli odii, rende più caro lo spirito di mortificazione, più facile l’adempimento della legge cristiana.

3. — La Vergine ha promesso altresì che ci sarà sicurtà di salute… nell’estremo di nostra vita. Allora tutti gli avversari dell’anima nostra s’adopereranno con maggior accanimento per circondare con pericoli e di seduzioni il nostro letto di morte, ma più di tutti il demonio, consapevole fuggirgli ormai il tempo per fare sua preda questa povera anima ci sarà sempre d’attorno, ed ora ci desolerà con la memoria delle nostre colpe, o getterà la disperazione e lo scoramento nel nostro cuore, or ci spaventerà col pensiero di una infelice eternità … In quelli affannosi momenti fiacche sono le nostre forze, confuse le facoltà del nostro spirito, senz’energia la nostra vita. Ebbene verrà in aiuto nostro Maria, poiché il suo benedetto Scapolare non solo ci riesce di decoro, perché ci annovera tra i figli prediletti di Maria, ma ancora ci circonda di fortezza sicché spoglia la morte di quell’apparato desolante che contrista i più consumati nella perfezione, e l’abbella d’un sorriso di paradiso: Fortuido et decor indumentum ejùs, et ridebit in die novissimo (Prov. XXXII, 25).

4. — Coloro che portano devotamente lo Scapolare, saranno guidati dalle mani di Maria, che li amerà, e otterrà loro ogni sorta di grazie e di benedizioni.

5. —Finalmente lo Scapolare è stato arricchito d’indulgenze, con le quali possiamo soddisfare i debiti contratti con la divina giustizia, e alleviare le anime del purgatorio.

III. — Condizioni, obblighi.

1. — Bisogna essere iscritti nella Confratenita, portare indosso l’abitino.

2. —Per partecipare al così detto privilegio sabatino, oltre alle condizioni suesposte, bisogna custodire la castità secondo lo stato di ciascuno, recitare l’officio della Madonna (per i preti… basta il Breviario); per chi non sa leggere, basta far astinenza nel mercoledì, venerdì e sabato dell’anno, tranne che non si abbia ottenuto o dispensa o commutazione. – Non è richiesta nessuna preghiera.

3. — Nobiltà obbliga…. Giacché gli iscritti sono i servi di Maria, così devono vivere in una maniera degna di Lei. Adunque evitino accuratamente ogni sorta di peccati, fuggano le massime e i pericoli del mondo, seguano C. Gesù, vivano della sua vita, si conformino alla sua volontà… A questi patti Maria li avrà in conto di figliuoli, e li coprirà con l’ali della sua protezione.

Conclusione.

—  Vi ricordo la prudente condotta che tenne Giuditta per liberare Betulia dal truce Oloferne. Prima di avanzarsi negli accampamenti degli Assiri smise il cilizio, e le gramaglie della sua vedovanza, e adornatasi di monili e profumi, indossò le vestimenta della sua giocondità. Jnduit se vestimentis jucunditatis suae (Judit, X 3). In sì splendido abbigliamento, ottenne che Oloferne la trattasse con tutta dimestichezza, onde poté liberare da quel tiranno il popolo eletto. – Novello Oloferne è il peccato che stringe d’assedio l’anima nostra e che cerca di isolarci da Dio, che è la sorgente d’ogni grazia e d’ogni consolazione. Imitiamo la prode Giuditta, rivestiamoci di questo S. Scapolare, che è la veste della nostra giocondità; mano alle armi della luce, che ci fornisce la devozione del Carmelo, e noi vinceremo il peccato, che ci vuole asservire, come Oloferne voleva schiavo di Nabucco il popolo di Dio.

BEATA VERGINE MARIA DEL MONTE CARMELO

16 LUGLIO

COMMEMORAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA

DEL MONTE CARMELO

[Dom Guéranger: l’Anno Liturgico, vol. II, Ed. Paoline, Alba, 1957]

Il monte Carmelo.

Coloro che hanno avuto la fortuna di compiere il pellegrinaggio ai Luoghi Santi della Palestina, non dimenticheranno mai la visita al Monte Carmelo. Questa montagna, che domina di 170 mt. la città di Caifa e il Mediterraneo, è una delle più belle della Palestina, o almeno una delle più celebri, la cui incantevole posizione ha suscitato l’entusiasmo dell’Oriente e ispirato molti paragoni poetici della Scrittura. – Quando lo Sposo del Cantico dei Cantici vuole esprimere la bellezza della sua Sposa, non crede di poterla celebrare meglio se non dicendo che il suo capo è bello come il Carmelo: « Caput tuum ut Carmelus ». Quando Isaia vuole rappresentarci lo splendore e la maestà del futuro Messia, ce lo dipinge circondato dalla gloria del Libano e rivestito di tutte le bellezze del Carmelo: «Gloria Libani data est et, decor Carmeli et Saron ». Di questo monte egli vuole ancora mostrarci la più alta stima quando aggiunge che la giustizia abiterà nella solitudine e che la santità regnerà sul Carmelo: « Habitabit in solitudine judicium, et iustitia in Carmelo sedebit ». Infine Dio stesso per bocca d’un altro Profeta mette il colmo all’elogio chiamando il Carmelo sua terra e sua eredità: « Terram meam, hæreditatem meam », e a Gerusalemme egli fa questa promessa: « Nel giorno del mio amore, ti ho introdotta dall’Egitto nella terra del Carmelo », come se quel solo nome riassumesse ai suoi occhi tutti i beni di cui vuole arricchire il suo popolo, cioè la Chiesa e ciascuna delle anime nostre.

Il monte mariano.

Ma ciò che innalza ancor più la gloria di questa montagna è, insieme con il soggiorno che vi fece Elia e con la vittoria che egli vi riportò sui profeti di Baal, la celebre visione che ci viene descritta nel I Libro dei Re. Da lungo tempo la siccità desolava la terra d’Israele. Commosso dalle sofferenze del popolo, « Elia salì sulla vetta del Carmelo e, chinandosi verso terra, si mise il volto fra le ginocchia e disse al suo servo: Sali, e guarda dalla parte del mare. Il servo salì, e dopo aver guardato disse: Non vedo nulla. Ed Elia disse: Fallo per sette volte. La settima volta egli disse: Ecco che si leva dal mare una piccola nube, grande come la palma d’una mano d’uomo ». E in poco tempo si oscurò il cielo, si levò il vento, e cadde una forte pioggia (XVIII, 42-45). Tutti gli esegeti e i mistici hanno voluto vedere in quella « piccola nube, nubecula parvula » un’immagine profetica della Vergine Maria che, con l’Incarnazione, diede la vita e la fecondità al mondo. Il primo Responsorio del Mattutino per la festa dei santi del Carmelo dice anche esplicitamente: « Elia pregava sulla vetta del Carmelo, e sotto il simbolo d’una piccolissima nube, gli apparve l’insigne Vergine. Coloro a cui Elia si rivela in tal modo l’ameranno a causa di tutte le meraviglie che scoprirà loro questa visione ». Difatti, la Chiesa ha approvato questa interpretazione aggiungendo ai gloriosi titoli della SS. Vergine quello di Madonna del Monte Carmelo, e, in questo giorno, rivolge anche a tutti noi l’invito del profeta: « Sali e guarda ».

L’Ordine del Carmelo.

Le Tradizioni dell’Ordine del Carmelo riferiscono che i solitari i quali vissero sul sacro monte, anche prima del cristianesimo, dedicarono un vero culto a colei che doveva generare il Messia. Ci assicurano che nel giorno della Pentecoste molti di essi ricevettero lo Spirito Santo, che avendo avuto in seguito il modo di gustare le conversazioni e la familiarità della Beata Vergine, le portarono una venerazione e un amore del tutto speciali, e infine che ebbero la gioia di dedicarle la prima cappella costruita in suo onore, nel punto stesso in cui Elia l’aveva vista un giorno sotto il simbolo della piccola nube. È dunque fin dalla nascita che il Carmelo si è rivolto verso la SS. Vergine, e il vecchio libro intitolato « l’Istituzione dei primi monaci », anche attraverso inesattezze storiche, ci mostra l’Ordine dominato dalle due grandi figure che incarnano il suo ideale, ciascuna al suo posto: Elia e la Vergine Maria. Maria è per essi la pienezza raggiante della vita contemplativa, il modello del perfetto servizio reso al Signore e della completa sottomissione ai suoi voleri. Ed è appunto per affermare la loro devozione riguardo alla Vergine che i carmelitani vogliono essere chiamati i « Fratelli della Vergine ».

Lo scapolare.

Fu appunto Lei che, verso la metà del XIII secolo, diede a san Simone Stok, priore generale dell’Ordine dei Carmelitani, il santo scapolare come pegno del suo amore e della sua protezione per tutti coloro che ne fossero stati rivestiti. Volle pure assicurarlo che « chiunque fosse morto con quell’abito non avrebbe sofferto le fiamme eterne ». E, nel secolo seguente, Ella si degnava mostrarsi a Giacomo Euze, il futuro Giovanni XXII, per annunciargli la sua prossima elevazione al Sommo Pontificato e chiedergli di promulgare il privilegio di una pronta liberazione dal purgatorio, che aveva ottenuta dal suo divin Figliolo per i figli del Carmelo: « Io, loro Madre – gli diceva – discenderò ad essi per grazia il Sabato seguente alla loro morte, e tutti quelli che troverò nel purgatorio li libererò e li condurrò al monte della vita eterna ». L’autorità dei Sommi Pontefici rese presto tali ricchezze spirituali accessibili a tutti i fedeli con l’Istituzione della Confraternita del Santo Scapolare che fa entrare i suoi membri a partecipare ai meriti e ai privilegi di tutto l’Ordine dei Carmelitani. Vi sono senza dubbio pochi buoni cristiani al giorno d’oggi che non siano rivestiti di questo scapolare o che non portino la medaglia detta del « Monte Carmelo », e appunto per questo la festa odierna non è soltanto quella di un’insigne famiglia religiosa, ma anche quella di tutta la Chiesa Cattolica, poiché essa è interamente debitrice alla Vergine del Carmelo di innumerevoli benefici e di una continua protezione.

La mistica nube.

Regina del Carmelo, gradisci i voti della Chiesa della terra che oggi ti dedica i suoi canti. Quando il mondo gemeva nell’angoscia di un’attesa senza fine, tu eri già la sua speranza. Ancora incapace di penetrare le tue grandezze, esso si compiaceva tuttavia, sotto quel regno delle figure, di prepararti i più sublimi simboli; la gratitudine anticipata soccorreva in esso l’ammirazione per formarvi come un’aureola sovrumana di tutte le nozioni di bellezza, di forza e di grazia che gli suggeriva la vista dei luoghi più incantevoli, delle pianure in fiore, delle cime boscose, delle feconde valli e soprattutto di quel Carmelo il cui nome significa giardino di Dio. Sulla vetta i nostri padri, i quali sapevano che la Sapienza ha il suo trono nella nube (Eccli. XXIV, 7), affrettarono con i loro ardenti desideri l’arrivo del segno salvatore (ibid. XLIII, 24); è qui che alle loro preghiere fu finalmente concesso ciò che la Scrittura chiama la scienza perfetta, ciò che essa designa come la conoscenza delle grandi strade delle nubi (Giob. XXXVII, 16). E quando Colui che fa il suo carro (Sal. CIII, 3) e il suo palazzo (1 Re VIII, 12) dell’oscurità della nube, si fu manifestato mediante essa in avvenire meno distante all’occhio esperto del padre dei Profeti, si videro i più santi personaggi dell’umanità riunirsi in una eletta schiera nelle solitudine del monte benedetto, come un giorno Israele nel deserto, per osservare i minimi movimenti della nube misteriosa (Num. IX, 15-23), e ricevere da essa la loro unica direzione nei sentieri di questa vita, la loro unica luce nella lunga notte dell’attesa (SaL. CIV, 39). O Maria, che fin d’allora presiedevi così alle vigilie dell’esercito del Signore, che non mancasti loro nemmeno per un giorno (Es. XIII, 22): da quando nella pienezza della verità Dio è disceso per tuo mezzo (ibid. XXXIV, 5), non è più soltanto il paese della Giudea, ma tutta la terra, che tu copri come una nube che effonde l’abbondanza e le benedizioni (Eccli. XXIV, 6). I figli dei Profeti ne fecero la felice esperienza quando, divenuta infedele la terra delle promesse, dovettero pensare un giorno a trapiantare sotto altri cieli i loro costumi e le loro tradizioni; costatarono allora che perfino nel nostro Occidente la nube del Carmelo aveva versato la sua rugiada fecondatrice, e che dovunque avevano acquistato la sua protezione. Questa festa, o Madre divina, è l’autentico monumento della loro gratitudine, accresciuta ancora dai nuovi benefici con i quali la tua munificenza accompagnò quell’altro esodo degli ultimi resti d’Israele. E noi, figli della vecchia Europa, facciamo giustamente eco all’espressione della loro santa letizia; poiché, da quando le loro tende si sono posate attorno ai colli dove su Pietro è costruita la nuova Sion, la nube ha lasciato cadere da ogni parte piogge più che mai preziose (Ez. XXXIV, 26), ricacciando nell’abisso le fiamme eterne e spegnendo i fuochi della dimora dell’espiazione.

Preghiera per l’Ordine del Carmelo.

Mentre dunque noi uniamo la nostra gratitudine alla loro, degnati o Madre della divina grazia, di assolvere verso di essi il debito della nostra gratitudine. Proteggili sempre. Custodiscili nei nostri infelici tempi. Che non solo il vecchio tronco conservi la vita nelle sue profonde radici, ma che anche i suoi venerabili rami salutino senza posa l’accedere di nuove branche che portino come i loro antenati, o Maria, i fiori e i frutti che piacciono a te. Mantieni nel cuore dei figli lo spirito di raccoglimento e di divina contemplazione che fu quello dei loro padri all’ombra della nube; fa’ che anche le loro sorelle restino fedeli alle tradizioni di tante nobili anime che le precedettero, sotto tutti i cieli dove lo Spirito le ha moltiplicate per scongiurare l’uragano e attirare le benedizioni che discendono dalla nube misteriosa. Possano gli austeri profumi della sacra montagna continuare a purificare intorno ad essa l’aria corrotta da tanti miasmi; possa il Carmelo offrire sempre allo Sposo quelle anime virginee, quei cuori così puri, quei fiori così belli di cui Egli si compiace circondarsi nel giardino di Dio.

IL VESTITO DI UN CRISTIANO

Vestito.

[G. Bertetti: I TESORI DI SAN TOMMASO D’AQUINO; S.E.I. Ed. Torino, 1918 -impr.-)

– 1. Come deve vestirsi il cristiano. — 2. L’esempio dei santi (Quol, 10, q. 6, art. 14; Contra impugn. Relig., 8)

1. Come deve vestirsi il cristiano. – Altro s’ha a dire d’una persona pubblica, altro d’una persona privata. – In una persona pubblica si considera e lo stato della dignità e la condizione della persona stessa: a queste due cose una persona pubblica deve aver riguardo, affinché la dignità della sua autorità non venga in disprezzo e non si lasci trascinar alla superbia chi n’è rivestito. L’una e l’altra cosa può esser lodevole: e l’adoperar vesti preziose per indur rispetto all’autorità, e l’adoperar per amor d’umiltà vesti dimesse; purché non degeneri in superbia ciò che si fa per la conservazione dell’autorità, e non s’infranga l’autorità di chi regge, per un soverchio riguardo all’umiltà. Perciò è cosa lodevole che il sacerdote adoperi nel divino ufficio indumenti preziosi per inspirar riverenza al culto di Dio; ed è cosa lodevole astenersene per umiltà, come accade in alcuni ordini religiosi. – Ci sono alcuni stati d’uomini, in cui l’abito è determinato: così ogni ordine religioso ha il suo abito. Così pure negli antichi tempi i re e i dignitari avevano abiti determinati, quasi distintivi della lor dignità. Così ancor oggi il sommo Pontefice veste un abito determinato. Come dunque a un religioso non è lecito assumere un abito più vile fuor della foggia prescritta, ma meriterebbe lode invece di biasimo, se si servisse di abiti più dimessi nei limiti della sua religione: così non sarebbe stato lodevole negli antichi principi, e non sarebbe ora lodevole nel sommo Pontefice, l’assumere un abito più meschino oltre la foggia ordinaria. Quando invece per una persona pubblica non è prescritta la foggia dell’abito, non è riprovevole il servirsi di vesti più vili di quanto possa convenire allo stato (2° Beg., 6, 20, 21; ESTHER, 14, 16); anche i re e i principi possono lodevolmente appagarsi d’un umile vestito, quando si può fare senza scandalo e senza danno alla propria autorità. – In una persona privata è atto di virtù l’usare per amor d’umiltà indumenti abietti più di quanto lo richieda il proprio stato: « se il rinunziar a una veste preziosa non fosse virtù, l’Evangelista parlando di Giovanni non ci farebbe notare che si vestiva di peli di cammello » (S . GREGORIO, in hom. De divit. epul.). È però lecito usar vesti preziose in modo proporzionato alla propria persona: ma sarebbe peccato il farlo oltre il modo conveniente. E poiché prezioso, come grande, si dice in senso relativo, e poiché quel ch’è prezioso per uno non è prezioso per un altro, quando si parla di preziosità di vesti s’accenna sempre un eccesso della propria convenienza, e così in tesa è sempre peccato. – La povertà delle vesti è lodevole per se stessa, come un atto di penitenza e d’umiltà: anche quando si vestono poveramente quelli che secondo la condizione del loro stato potrebbero lecitamente indossar vesti più preziose, come lodevolmente s’astengono dalle carni e digiunano quei che non fossero obbligati. Non può esser male ciò che si merita la misericordia di Dio: ebbene, per la povertà delle vesti si meritarono la misericordia di Dio anche i più grandi peccatori. L’empio Achab, dopo aver udito i discorsi d’Elia, « si stracciò le vestimenta, si coprì di cilicio, digiunò, dormì in un sacco », e di lui il Signore disse a Elia: « Non hai veduto Achab umiliato alla mia presenza? Ebbene, perché si umiliò per cagion mia, non gli manderò sventura ne’ suoi giorni » (3° Reg., XXI, 27). L’umiltà, come tutte le altre virtù morali, non solo consiste nell’interno ma anche nell’esterno: e poiché è dell’umiltà il disprezzare noi stessi, sarà anche dell’umiltà il servirci esternamente di cose spregevoli. Nell’uso delle cose esterne è più commendevole ciò che mira a un fine migliore: come l’astinenza dei cibi, che mira a domar le voglie carnali, è più commendevole del vitto comune onde ci serviamo dei cibi ringraziandone Dio. Similmente la povertà delle vesti mira a umiliar l’anima e in pari tempo a domar il corpo, e perciò è più commendevole d’un abito comune. Può essere che qualcuno se ne abusi come altri s’abusa della preziosità delle vesti: o recando molestia a quelli con cui si convive, o facendolo per vanagloria o per ipocrisia. Ma la preziosità delle vesti mira per sé e direttamente alle delizie della carne e della superbia: mentre la viltà delle vesti non mira per sé all’ipocrisia. Il diavolo poi, per ingannare, non nasconderebbe sotto abito religioso certi suoi ministri, se l’abito religioso non avesse in sé l’aspetto d’un bene.

2. L’esempio dei santi. — Il Battista vestiva con peli di cammello (MATTH., III, 4); gli antichi Profeti « andarono raminghi, coperti di pelli di pecora e di capra » (Hebr., 11, 37); S. Ilarione, S. Arsenio e gli altri padri del deserto vestivano vilissimi abiti. Non è da credersi che il Signore Gesù Cristo vestisse abiti preziosi, Lui che lodò Giovanni per la povertà del vestito: altrimenti i Farisei, che ostentavano una santità esteriore, come l’accusarono di vorace, di bevitore, d’amico dei pubblicani, avrebbero pure detto di Lui che andava vestito con ricercatezza. Anche i soldati che lo schernivano, non gli avrebbero posto in dosso la veste di porpora in segno di regia dignità, se la sua tunica inconsutile fosse stata intessuta d’oro e di seta. Che se i soldati non vollero poi dividerla, ciò non fu già per il valore della veste, ma per il loro numero, che sopravanzava le quattro parti che essi fecero delle vesti di Cristo. Non avrebbero ricavato nessuna utilità a spartire la tunica, ond’è manifesto che essa non era di materia preziosa.

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI APOSTATI DI TORNO: INIQUIS AFFLICTISQUE di S. S. PIO XI

Questa è una delle Lettere Encicliche che il Santo Padre Pio XI scrisse per denunciare gli obbrobri, le feroci ingiustizie che il satanico masso-comunismo messicano, perpetrava ai danni della comunità tutta dei Cristiani, dalle cariche gerarchiche più alte, fino all’ultimo giovanissimo fedele. La storia di queste orribili torture, di queste persecuzione ignobili, si comincia oggi a ben delineare, ben occultata dagli eredi dei comunisti messicani di allora, gli sciocchi servi dei “padroni occulti” i soliti che “odiano Dio e tutti gli uomini”. Ma essi stessi, cosa ne hanno ricavato? Degrado, miseria, morte, dannazione eterna. È la solita storia che si ripete: lucifero ed i suoi corifei attaccano Cristo, la Chiesa, il suo Capo visibile e tutti i fedeli. Questa situazione, allora denunciata per il Messico, non è forse quella stessa che viene attuata oggi, ove cruentemente, ove mediaticamente, dappertutto spiritualmente? Chi appena ha ancora la capacità di cogliere un barlume spirituale, comprende molto bene che la Chiesa di oggi è la Cristianità è messa molto peggio di quella messicana dell’epoca: la Chiesa “eclissata” e sostituita da una falsa sinagoga (falsa anche come Sinagoga), il Santo Padre, quello “vero” costretto all’esilio, prigioniero e controllato in ogni suo respiro, la Gerarchia costretta all’immobilità, i fedeli sparuti, sperduti, e radunati in catacombe improvvisate ed in luoghi sotterranei. E non sono forse anche attuali le parole dell’Enciclica: …  “non accadde forse mai e in nessun luogo che, conculcando e violando i diritti di Dio e della Chiesa, un ristretto numero di uomini, senz’alcun riguardo alle glorie avite, senza sentimento di pietà verso i propri concittadini, soffocasse in ogni modo la libertà della maggioranza con arti così meditate, aggiungendovi una parvenza di legislazione per mascherare l’arbitrio”, oppure: “… (le leggi promulgate) sono oltre ogni dire contrari ai diritti della Chiesa e assai più dannosi ai Cattolici di quella nazione”, e non valgono forse le stesse parole rivolte ai burattini attuali, quelli in giacca e cravatta dei parlamenti nazionali o continentali … a quelli in grembiulino e pendaglio delle conventicole adoratrici di satana … a quelli in talare e beretta che occupano i palazzi sacri di un tempo inondandoli di immondizia sacrilega con gli osanna al signore dell’universo, il baphomet lucifero “… nella loro superbia e demenza credettero di potere scalzare e sgretolare la « casa del Signore, solidamente costruita e fortemente poggiata sulla viva pietra ». Come allora “… Chiunque veneri, come ne ha obbligo, Iddio, Creatore e Redentore nostro amatissimo; chiunque voglia ubbidire ai precetti di Santa Madre Chiesa, costui, costui diciamo, sarà reputato colpevole e malfattore, costui meriterà di esser privato dei diritti civili, costui dovrà essere cacciato in prigione insieme con gli scellerati? Come giustamente si applicano agli autorı di tali enormità le parole dette dal Signor Nostro Gesù Cristo ai prìncipi dei giudei: «Questa è l’ora vostra e l’impero delle tenebre! » E ci toccherà ancora, come allora, e come ai tempi delle persecuzioni imperiali, ascoltare che “… alcuni di quegli adolescenti e di quei giovani, e nel dirlo appena possiamo trattenere le lagrime, con in mano la corona e sul labbro le invocazioni a Cristo Re hanno incontrato volentieri la morte; alle nostre vergini, chiuse in carcere, sono stati recati i più indegni oltraggi, e ciò di proposito si è divulgato per intimidire le altre e farle venir meno al proprio dovere … Ma al Cristiano vero la morte non fa paura, anzi morire per la causa di Cristo e della sua Chiesa è un onore incomparabile, perché oltretutto sappiamo bene “… che verrà finalmente un giorno in cui la Chiesa Messicana [e Universale] riposerà da questa procella di odii, perché, giusta i divini oracoli, « non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è consiglio contro il Signore », e « le porte del’inferno non prevarranno » contro la Immacolata Sposa di Cristo. Ci conforta infine il Sommo Pontefice con il ricordare le parole di Sant’Ilario: « è proprio della Chiesa vincere quando è perseguitata, rifulgere alle intelligenze quando viene contestata, fare delle conquiste quando è abbandonata ». E allora gridiamo unanimi: viva Cristo-Re !!! Viva la Chiesa di Cristo!!!

LETTERA ENCICLICA
INIQUIS AFFLICTISQUE
DEL SOMMO PONTEFICE


PIO XI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI,
PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,

CONTRO LE PERSECUZIONI
AI DANNI DELLA CHIESA IN MESSICO

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Nel dicembre dell’anno scorso, parlando in Concistoro al Sacro Collegio dei Cardinali, notammo che ormai non si può sperare o attendere alcun sollievo alla tristezza delle ingiuste condizioni fatte alla religione cattolica nel Messico se non « dall’efficacia di qualche aiuto di Dio misericordioso », e voi non tardaste ad assecondare il Nostro pensiero e i Nostri desideri, più volte manifestati, spronando con ogni premura i fedeli affidati alle vostre cure pastorali a muovere con fervide preghiere il divino Fondatore della Chiesa perché ponesse rimedio a così grande acerbità di mali. A tanta acerbità di mali, diciamo, mentre contro i Nostri carissimi figli Messicani, altri figli, disertati dalla milizia di Cristo e ostili al Padre comune, mossero per l’addietro e muovono tuttora una spietata persecuzione. Che se nei primi secoli della Chiesa e in altri tempi successivi si trattarono i Cristiani in modo più atroce, non accadde forse mai e in nessun luogo che, conculcando e violando i diritti di Dio e della Chiesa, un ristretto numero di uomini, senz’alcun riguardo alle glorie avite, senza sentimento di pietà verso i propri concittadini, soffocasse in ogni modo la libertà della maggioranza con arti così meditate, aggiungendovi una parvenza di legislazione per mascherare l’arbitrio. Non vogliamo dunque che a voi e a tutti i fedeli manchi una solenne testimonianza della Nostra gratitudine per le suppliche private e per le pubbliche funzioni indette a tale scopo. Ma tali preghiere, come vantaggiosamente si sono cominciate a praticare, così importa moltissimo che non solo non vengano meno, ma si continuino con fervore anche più intenso. Infatti, se non è davvero in potere degli uomini regolare le vicende degli eventi e dei tempi e volgerle a vantaggio della civile società, cambiando la mente e il cuore umano, ciò è però in potere di Dio, il quale solo può assegnare un termine sicuro a simili persecuzioni. Né vi sembri, Venerabili Fratelli, di avere indetto invano tali preghiere, vedendo che il Governo messicano, per il suo odio implacabile contro la religione, ha continuato ad applicare con durezza e violenza anche maggiore gli iniqui suoi editti, perché in realtà il clero e la moltitudine di quei fedeli, sorretti da più abbondante effusione di grazia divina nella paziente loro resistenza, hanno dato tale esemplare spettacolo da meritarsi a buon diritto che Noi, con un solenne documento della Nostra Autorità Apostolica, lo rileviamo al cospetto di tutto il mondo cattolico. Nel mese scorso, in occasione della beatificazione dei molti Martiri della rivoluzione francese, il Nostro pensiero volava spontaneamente ai Cattolici messicani, che, come quelli, si mantengono fermi nel proposito di resistere pazientemente all’arbitrio e alla prepotenza altrui, pur di non separarsi dall’unità della Chiesa e dall’Ubbidienza alla Sede Apostolica. Oh, veramente illustre gloria della divina Sposa di Cristo, che sempre nel corso dei secoli poté contare su una prole nobile e generosa, pronta per la santa libertà della fede alla lotta, ai patimenti, alla morte!  – Non occorre, Venerabili Fratelli, rifarci molto addietro nel narrare le dolorose calamità della Chiesa messicana. Basti ricordare che le frequenti rivoluzioni di questi ultimi tempi sboccarono per lo più in tumulti e persecuzioni contro la Religione, come nel 1914 e nel 1915, quando uomini, che parvero risentire ancora dell’antica barbarie, inferocirono contro il clero secolare e regolare, contro le sacre vergini e contro i luoghi e gli oggetti destinati al culto in modo tanto spietato, da non risparmiare alcuna violenza. Ma, trattandosi di fatti notori, contro i quali pubblicamente alzammo la Nostra protesta e di cui la stampa giornaliera parlò diffusamente, non è qui il caso di dilungarci nel deplorare che in questi ultimi anni, senza riguardo a ragioni di giustizia, di lealtà, di umanità, dei Delegati Apostolici inviati nel Messico, uno fu cacciato dal territorio, ad un altro fu interdetto il ritorno nello Stato, dal quale era uscito per breve tempo per motivi di salute, un terzo fu non meno ostilmente trattato e costretto a ritirarsi. Tal modo di procedere, senza dire che nessuno come quegli illustri personaggi, sarebbe riuscito più adatto quale negoziatore e mediatore di pace, non è chi non veda quanto disonorevole ciò sia riuscito alla loro dignità arcivescovile e al loro onorifico ufficio, e specialmente alla Nostra autorità da essi rappresentata.

Sono fatti questi dolorosi e gravi; ma gli arbitrii che siamo per esporre, Venerabili Fratelli, sono oltre ogni dire contrari ai diritti della Chiesa e assai più dannosi ai cattolici di quella nazione.  – Esaminiamo anzitutto la legge sancita nel 1917, che va sotto il nome di Costituzione Politica degli Stati Uniti del Messico. Per quanto si attiene al nostro argomento, proclamata la separazione dello Stato dalla Chiesa, a questa, come a persona spogliata di ogni onore civile, non è più riconosciuto alcun diritto nel presente e viene interdetto acquistarne in avvenire; ai magistrati civili si dà facoltà di inframmettersi nel culto e nella disciplina esterna della Chiesa. I sacerdoti sono pareggiati ai professionisti e lavoratori, ma con questa differenza, che non solo essi debbono essere Messicani di nascita e non eccedere il numero stabilito dai legislatori dei singoli Stati, ma restano privi dei diritti politici e civili, uguagliati in ciò ai malfattori e ai delinquenti. Si prescrive inoltre che, unitamente a una Commissione di dieci cittadini, i sacerdoti debbano informare il magistrato della loro entrata in possesso di un tempio o del loro trasferimento altrove. Voti religiosi, Ordini e Congregazioni religiose nel Messico non sono più permessi. Proibito il culto pubblico, eccetto che nell’interno della Chiesa e sotto la vigilanza del Governo; le stesse Chiese decretate proprietà dello Stato; Episcopii, Canoniche, Seminari, Case religiose, Ospedali e tutti gli Istituti di beneficenza, sottratti anch’essi alla Chiesa. Questa non ha più la proprietà di nulla; quanto possedeva, al tempo dell’approvazione della legge, è stato devoluto alla Nazione con facoltà a tutti di azione per la denunzia dei beni che sembrassero dalla Chiesa posseduti per interposta persona, e basta, per legge, a dar fondamento all’azione la semplice presunzione. I sacerdoti sono incapaci di eredità testamentaria, eccetto nei casi di stretta parentela. Nessun potere è riconosciuto alla Chiesa rispetto al matrimonio dei fedeli, e questo viene giudicato valido soltanto se contratto validamente secondo il diritto civile. L’insegnamento è sì proclamato libero, ma con queste restrizioni: divieto ai sacerdoti e ai religiosi di aprire o dirigere scuole elementari; bando assoluto della religione nell’insegnamento, anche privato, che si dà ai fanciulli. Parimenti nessun effetto legale viene riconosciuto ai diplomi degli studi compiuti in Istituti diretti dalla Chiesa. Certamente, Venerabili Fratelli, coloro che idearono, approvarono e sanzionarono una legge siffatta, o ignoravano che compete per diritto divino alla Chiesa, come a società perfetta, fondata per la comune salvezza degli uomini da Cristo, Redentore e Re, la piena libertà di compiere la sua missione — benché appaia incredibile tale ignoranza, dopo venti secoli di Cristianesimo, in una Nazione cattolica e in uomini battezzati — oppure nella loro superbia e demenza credettero di potere scalzare e sgretolare la « casa del Signore, solidamente costruita e fortemente poggiata sulla viva pietra », o erano invasi dall’acre furore di nuocere con ogni mezzo alla Chiesa. Orbene, dopo la promulgazione di legge tanto odiosa, come avrebbero potuto tacere gli Arcivescovi e i Vescovi del Messico? Quindi, è che subito protestarono con lettere serene ma forti: proteste ratificate poi dall’immediato Nostro Predecessore, approvate collettivamente dall’Episcopato di alcune nazioni, individualmente dal maggior numero dei Vescovi di altre parti, e Noi stessi tali proteste confermammo il 2 febbraio di questo anno, in una lettera di conforto indirizzata ai Vescovi Messicani. Questi speravano che gli uomini del governo, dismessi i primi bollori, avrebbero compreso il non lieve danno e pericolo che sovrastava alla quasi totalità del popolo per quegli articoli della legge restrittivi della libertà religiosa, e che perciò per amore di concordia, non applicando, o quasi, quegli articoli, sarebbero venuti intanto a un modus vivendi più sopportabile. Ma nonostante l’estrema pazienza dimostrata dal clero e dal popolo, e ciò in ossequio ai Vescovi che li esortavano ala moderazione, ogni speranza di ritorno alla calma e alla pace venne a cadere. Infatti, in forza della legge promulgata dal presidente della repubblica il 2 luglio di quest’anno, quasi più nessuna libertà è rimasta o si permette alla Chiesa in quelle regioni; l’esercizio del sacro ministero è così inceppato, da venir punito, come se fosse un delitto capitale, con pene severissime. E questo così grande pervertimento nell’esercizio della pubblica autorità, Venerabili Fratelli, è incredibile quanto Ci addolora. Chiunque veneri, come ne ha obbligo, Iddio, Creatore e Redentore nostro amatissimo; chiunque voglia ubbidire ai precetti di Santa Madre Chiesa, costui, costui diciamo, sarà reputato colpevole e malfattore, costui meriterà di esser privato dei diritti civili, costui dovrà essere cacciato in prigione insieme con gli scellerati? Come giustamente si applicano agli autorı di tali enormità le parole dette dal Signor Nostro Gesù Cristo ai prìncipi dei giudei: «Questa è l’ora vostra e l’impero delle tenebre! » [1]. Fra tali leggi, quella più recente, più che interpretare, come pretendono, rende peggiore e assai più intollerabile l’altra più antica; e il presidente della repubblica e i suoi ministri dell’una e dell’altra caldeggiano l’applicazione con tale accanimento, da non tollerare che qualche governatore degli Stati federati o magistrato o comandante militare rallenti la persecuzione contro i Cattolici. E alla persecuzione si è aggiunto l’insulto; si suole metter la Chiesa in cattiva luce presso il popolo: dagli uni nei pubblici comizi con menzogne impudenti, mentre s’impedisce ai nostri coi fischi e con le ingiurie di parlare in contraddittorio; dagli altri per mezzo di giornali, nemici dichiarati della verità e dell’azione cattolica. Che se da principio i Cattolici poterono tentare sui giornali qualche difesa della Chiesa, esponendo la verità e confutando gli errori, ormai a questi cittadini, pur così sinceramente amanti della patria, non si permette più di alzare la voce, sia pure con sterile lamento, in favore della libertà della fede avita e del culto divino. Ma, mossi dalla consapevolezza del Nostro dovere apostolico, saremo Noi a gridare, Venerabili Fratelli, perché dal Padre comune tutto il Mondo Cattolico ascolti quale sia stata da una parte la sfrenata tirannide degli avversari, e quale d’altra parte l’eroica virtù e costanza dei Vescovi, dei sacerdoti, delle famiglie religiose e dei laici.

I sacerdoti e i religiosi stranieri sono cacciati; i collegi per l’istruzione cristiana dei fanciulli e delle fanciulle sono chiusi, o perché insigniti di qualche nome religioso, o perché in possesso di qualche statua od altra immagine sacra; parimenti chiusi moltissimi seminari, scuole, conventi e case annesse alle chiese. In quasi tutti gli Stati fu ristretto e fissato al minimo il numero dei sacerdoti destinati ad esercitare il sacro ministero, e questi neppure lo possono esercitare se non sono iscritti presso il magistrato, oppure da lui non ne hanno ottenuto il permesso. In alcune zone sono state poste condizioni tali all’esercizio del ministero, che, se non si trattasse di cosa tanto lagrimevole, moverebbero alle risa: come per esempio, che i sacerdoti debbono avere un’età fissa, essere uniti nel cosiddetto matrimonio civile e non battezzare se non con l’acqua corrente. In uno degli Stati della Federazione fu decretato che vi fosse un Vescovo solo dentro i confini dello stesso Stato, per cui sappiamo che due Vescovi dovettero andarsene in esilio dalle loro Diocesi. Costretti poi dalla situazione creatasi, altri Vescovi dovettero allontanarsi dalla loro propria sede; altri furono deferiti ai tribunali; parecchi furono arrestati ed altri sono sul punto di esserlo.

Inoltre, a tutti i Messicani impegnati nell’educazione dell’infanzia o della giovinezza, o in altri pubblici uffici, fu chiesto di rispondere se stessero col presidente della repubblica e se approvassero la guerra fatta alla Religione Cattolica; gli stessi furono per di più costretti, per non essere rimossi dall’ufficio, a prendere parte, insieme con i soldati e gli operai, ad un corteo indetto da quella Lega Socialista che chiamano Lega Regionale Operaia del Messico; tale corteo, sfilato per la città del Messico e per altre città in uno stesso giorno, e tenutosi fra empie concioni al popolo, mirava appunto a fare approvare con le grida e col plauso degli intervenuti, caricando di contumelie la Chiesa, l’azione dello stesso presidente.

Né qui si arrestò l’arbitrio crudele dei nemici. Uomini e donne che difendevano la causa della Religione e della Chiesa a viva voce e distribuendo fogli e giornali, furono trascinati in giudizio e posti in prigione. Così pure furono cacciati in carcere interi collegi di canonici, trasportandovi anche in lettiga i vecchi; sacerdoti e laici per le vie e per le piazze, innanzi alle chiese, furono spietatamente uccisi. Dio voglia che quanti hanno la responsabilità di tanti e così gravi delitti rientrino in sé una buona volta e ricorrano col pentimento e col pianto alla misericordia di Dio; siamo persuasi che questa è la vendetta nobilissima che i figli nostri iniquamente trucidati domandano, dinanzi a Dio, dei loro uccisori.  – Ora crediamo conveniente, Venerabili Fratelli, esporre brevemente in qual modo i Vescovi, i sacerdoti e fedeli del Messico siano insorti a resistere ed abbiano opposto una muraglia a difesa della casa di Israele e siano rimasti fermi nella lotta [2].  – Non vi poteva essere dubbio che i Vescovi messicani non tentassero unanimemente tutti i mezzi che erano in loro potere per difendere la libertà e la dignità della Chiesa. E anzitutto, diramata una lettera collettiva al popolo, dopo avere dimostrato ad evidenza che il clero si era sempre comportato con amore di pace, con prudenza e con pazienza verso i governanti della repubblica, tollerando anche con animo fin troppo remissivo le leggi poco giuste, ammonirono i fedeli, spiegando la dottrina della costituzione divina della Chiesa, che si doveva mantenere nella Religione Cattolica, in modo « da ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini » [3] ogni volta che si imponessero leggi non meno contrarie allo stesso concetto e nome di legge, che ripugnanti alla costituzione a alla vita medesima della Chiesa. Promulgata poi dal presidente della repubblica la legge nefasta, con altra lettera collettiva di protesta i Vescovi dichiararono che accettare una legge siffatta era lo stesso che asservire la Chiesa e darla schiava ai governanti dello Stato, i quali, del resto, era evidente che non avrebbero desistito perciò dal loro intento. Essi volevano piuttosto astenersi dal pubblico esercizio del sacro ministero; perciò il culto divino, che non si poteva celebrare senza l’opera dei sacerdoti, dovesse del tutto sospendersi in tutte le Chiese della loro Diocesi, cominciando dall’ultimo giorno di luglio, nel qual giorno sarebbe entrata in vigore quella legge. Avendo poi i governanti comandato che le chiese fossero affidate dappertutto in custodia a laici scelti dal capo del municipio, e in nessun modo consegnate a coloro che fossero o nominati o designati dai Vescovi o dai sacerdoti (trasferendosi così il possesso delle chiese dalle autorità ecclesiastiche alle civili), i Vescovi, quasi dappertutto, interdissero ai fedeli di accettare la elezione che di loro avesse fatta l’autorità civile, e di entrare in quei templi che avessero cessato di essere in mano della Chiesa. In qualche parte, secondo la varietà dei luoghi e delle cose, fu provveduto diversamente.  – Con tutto ciò, non crediate, Venerabili Fratelli, che i Vescovi Messicani abbiano trascurato qualsiasi opportunità e comodità che loro si desse, atta a quietare gli animi e a ricondurli alla concordia, quantunque diffidassero, o anzi piuttosto disperassero, di qualsiasi buon esito. Consta infatti che i Vescovi, che nella città di Messico fungono in certo modo da procuratori dei loro colleghi, scrissero una lettera molto cortese e rispettosa al presidente della repubblica, in favore del Vescovo di Ueputla, il quale era stato trascinato in modo indegno e con grande apparato di forza nella città chiamata Pachuca; ma non è meno noto che il presidente rispose loro in forma iraconda ed odiosa. Essendosi poi alcune egregie persone, amanti della pace, interposte spontaneamente perché il presidente stesso volesse incontrare l’Arcivescovo di Morelia e il Vescovo di Tabasco, da ambo le parti si discusse molto e a lungo, ma senza frutto. Successivamente i Vescovi discussero se chiedere alla Camera legislativa l’abrogazione di quelle leggi che si opponevano ai diritti della Chiesa, ovvero continuare, come prima, la resistenza, così detta passiva; per più ragioni, infatti, sembrava loro che a nulla avrebbe approdato il presentare una istanza del genere. Presentarono tuttavia la petizione, redatta da Cattolici assai competenti nel diritto e da loro medesimi con ogni diligenza ponderata; e a tale petizione, per cura dei soci della Federazione per la difesa della libertà religiosa, di cui diremo più appresso, si aggiunsero moltissime sottoscrizioni di cittadini d’ambo i sessi. Ma i Vescovi avevano bene previsto quello che sarebbe successo, giacché il congresso nazionale rigettò, con suffragio di tutti, salvo uno, la petizione propostagli e ciò per la ragione che i Vescovi erano privi di personalità giuridica, avevano fatto ricorso al Sommo Pontefice, e non volevano riconoscere le leggi della Nazione. Ora, che cosa restava da fare ai Vescovi se non decidere che niente si mutasse nella condotta loro e in quella del popolo, se prima non fossero state abrogate le leggi ingiuste? Così i governanti degli Stati federati, abusando del loro potere e della mirabile pazienza del popolo potranno sì minacciare al clero ed al popolo messicano anche peggiori cose; ma come superare e vincere uomini disposti a sopportare qualsiasi sofferenza, purché non si concluda un accordo che possa recare qualche danno alla causa della libertà cattolica?  – La stupenda costanza dei Vescovi fu imitata dai preti, che la ricopiarono meravigliosamente fra le incresciose vicende del conflitto, sicché i loro esempi straordinari di virtù, che furono a Noi di sommo conforto, Noi manifestiamo al cospetto di tutto il mondo cattolico e li lodiamo perché « ne sono degni » [4].  – E su questo punto, quando ripensiamo che — sebbene nel Messico siano state adoperate tutte le arti, e gli sforzi e le vessazioni usate dagli avversari mirassero soprattutto ad allontanare clero e popolo dalla Sacra Gerarchia e dalla Sede Apostolica — nondimeno fra tutti i sacerdoti, che ivi si contano a quattromila, solo uno o due tradirono miseramente il loro dovere, Ci sembra che tutto possiamo sperare dal Clero Messicano. Noi vediamo, infatti, questi sacerdoti stare fra loro unitissimi e obbedire di cuore e con rispetto agli ordini dei loro Prelati, quantunque ciò non vada per lo più senza loro grave danno; vivere del sacro ministero, ed essendo essi poveri e non avendo di che sostentare la Chiesa, sopportare la povertà e la miseria con energia; celebrare il santo Sacrificio in privato; provvedere con tutte le forze alle necessità spirituali dei fedeli e alimentare ed eccitare in tutti attorno a sé la fiamma della pietà; inoltre con l’esempio, coi consigli e con le esortazioni sollevare a più alto ideale le menti dei loro concittadini e fortificarne le volontà a perseverare nella resistenza passiva. Chi dunque si meraviglierà che l’ira e la rabbia degli avversari principalmente e innanzitutto si sia rivolta contro i sacerdoti? Questi, d’altra parte, non hanno esitato ad affrontare, quando necessario, il carcere e la stessa morte con volto sereno e animo coraggioso. Quanto poi si è saputo in questi ultimi giorni è cosa che oltrepassa le stesse inique leggi che abbiamo ricordate, e tocca il colmo dell’empietà, giacché vengono assaliti improvvisamente i sacerdoti quando celebrano, in casa propria o altrui; viene turpemente oltraggiata la santissima Eucaristia e gli stessi sacri ministri vengono condotti in prigione.

Né loderemo mai abbastanza i coraggiosi fedeli del Messico, i quali hanno ben capito di quale importanza sia per loro che quella cattolica Nazione in cose così gravi e così sante, come il culto di Dio, la libertà della Chiesa e la cura della eterna salvezza delle anime, non dipenda dall’arbitrio e dall’audacia di pochi, ma sia governata una buona volta, e per benignità di Dio, con giuste leggi conformi al diritto naturale e divino, e all’ecclesiastico.  – Un encomio del tutto singolare dobbiamo attribuire alle Associazioni Cattoliche, le quali, in questi frangenti, stanno a fianco del clero come milizie di presidio. Infatti i membri di esse, per quanto è da loro, non solo provvedono a sostentare e a soccorrere i sacerdoti, ma anche vigilano sugli edifici sacri, insegnano la Dottrina Cristiana ai fanciulli, e come sentinelle stanno di guardia, per avvertire i sacerdoti, affinché nessuno resti privo della loro assistenza. E questo vale per tutti; ma vogliamo dire qualcosa delle principali associazioni, perché ciascuna sappia di essere sommamente approvata e lodata dal Vicario di Gesù Cristo. In primo luogo la Società dei Cavalieri di Colombo, la quale, estendendosi a tutta la repubblica, si compone per buona sorte di uomini attivi ed operosi, che per la pratica delle cose, per l’aperta professione della fede e per lo zelo nell’aiutare la Chiesa, vanno grandemente segnalati; essa promuove specialmente due opere, che per i tempi sono opportune quanto mai: intendiamo il sodalizio nazionale dei padri di famiglia, il cui programma è educare cattolicamente i propri figli, e rivendicare il diritto proprio dei genitori cristiani di istruire liberamente la prole e, qualora essa frequenti le pubbliche scuole, di darle una sana e piena istruzione religiosa; intendiamo la Federazione per la libertà religiosa, finalmente istituita quando apparve più chiaro del sole che un immenso cumulo di mali minacciava la vita cattolica. Poiché tale Federazione si estese successivamente a tutta la Nazione, i soci si adoperarono concordemente e assiduamente per ordinare ed istruire tutti i Cattolici e farne come un fronte unico gagliardissimo da opporre agli avversari. Non diversamente dai Cavalieri di Colombo, furono e sono grandemente benemeriti della Chiesa e della patria altre due associazioni, le quali, secondo il proprio programma, hanno particolare cura della cosiddetta azione cattolica sociale: vale a dire la Società Cattolica della Gioventù Messicana, e quella delle Dame Messicane. Entrambi i sodalizi, infatti, oltre quello che è proprio di ciascuno, assecondano e fanno che siano da tutti assecondate in ogni luogo le iniziative della citata Federazione per la libertà religiosa. E qui, senza tener dietro ai singoli fatti, una cosa sola Ci piace, Venerabili Fratelli, farvi conoscere, ed è che tutti i soci e le socie di questi sodalizi hanno così poca paura che, lungi dal fuggire, cercano i pericoli, e godono anzi quando loro tocchi di soffrire per colpa degli avversari. Oh, spettacolo bellissimo, dato al mondo e agli Angeli e agli uomini! oh, fatti degni di eterno encomio! Giacché, come sopra accennammo, non sono pochi — o dei Cavalieri di Colombo, o dei capi della Federazione e delle Signore o dei Giovani —, che vengono ammanettati, condotti per le vie in mezzo a squadre di soldati, chiusi in immonde prigioni, trattati aspramente e puniti con pene e multe. Anzi, Venerabili Fratelli, alcuni di quegli adolescenti e di quei giovani, e nel dirlo appena possiamo trattenere le lagrime, con in mano la corona e sul labbro le invocazioni a Cristo Re hanno incontrato volentieri la morte; alle nostre vergini, chiuse in carcere, sono stati recati i più indegni oltraggi, e ciò di proposito si è divulgato per intimidire le altre e farle venir meno al proprio dovere.

Quando il benignissimo Iddio, Venerabili Fratelli, sia per imporre modo e termine a siffatte calamità, nessuno può congetturare e anche solo col pensiero prevedere; questo soltanto sappiamo: che verrà finalmente un giorno in cui la Chiesa Messicana riposerà da questa procella di odii, perché, giusta i divini oracoli, « non c’è sapienza, non c’è prudenza, non c’è consiglio contro il Signore » [5], e « le porte del’inferno non prevarranno » [6] contro la immacolata Sposa di Cristo.  – In verità la Chiesa, destinata all’immortalità, dal dì della Pentecoste, nel quale uscì, ricca dei doni e dei lumi dello Spirito Santo, dal chiuso recinto del Cenacolo all’aperto dell’umanità, che altro ha fatto per i venti secoli passati e fra le genti tutte, se non « spargere il bene dappertutto » [7] sull’esempio del suo Fondatore? Questi benefìci avrebbero dovuto conciliare alla Chiesa l’amore di tutti; ma le toccò il contrario, come del resto lo stesso Divino Maestro aveva preannunziato [8]. Perciò la navicella di Pietro ora navigò felicemente, col favore dei venti, ora apparve soverchiata dai flutti e quasi sommersa: ma non ha sempre con sé il divino Nocchiero, che può placare a tempo opportuno le ire del mare e dei venti? Se non che Cristo, che è il solo Onnipotente, fa servire a bene della Chiesa tutte le persecuzioni con cui vengono bersagliati i Cattolici; giacché come attesta Sant’Ilario « è proprio della Chiesa vincere quando è perseguitata, rifulgere alle intelligenze quando viene contestata, fare delle conquiste quando è abbandonata » [9].  – Se tutti coloro che nella Repubblica Messicana infieriscono contro i loro stessi fratelli e concittadini, rei soltanto d’osservare la legge di Dio, richiamassero alla memoria e ben considerassero spassionatamente le vicende storiche della loro patria, non potrebbero non riconoscere e confessare che tutto quanto esiste tra loro di progresso e di civiltà, di buono e di bello, ha origine indubbiamente dalla Chiesa. Nessuno, infatti, ignora che, fondata ivi la Cristianità, i sacerdoti e i religiosi segnatamente, che ora vengono con tanta ingratitudine e crudeltà perseguitati, si adoperarono, con immense fatiche e nonostante le gravi difficoltà opposte dai coloni divorati dalla febbre dell’oro da una parte, e dall’altra dagli indigeni ancora barbari, a promuovere in gran copia per quelle vaste regioni lo splendore del culto divino, i benefìci della Fede Cattolica; le opere e le istituzioni di carità, le scuole e i collegi per l’istruzione e l’educazione del popolo nelle lettere, nelle scienze sacre e profane, nelle arti e nelle industrie.  – Non ci resta, Venerabili Fratelli, che supplicare e implorare la Beatissima Nostra Signora di Guadalupe, celeste Patrona della Nazione Messicana, che voglia perdonare le ingiurie anche contro di Lei commesse, e impetrare per il suo popolo il ritorno della pace e della concordia; se poi, per arcano consiglio di Dio, dovrà essere ancora lontano questo desideratissimo giorno, voglia Ella consolare gli animi dei fedeli messicani e confortarli a sostenere la loro libertà nel professare la fede.   – Intanto, come auspicio delle grazie divine e attestazione della Nostra benevolenza paterna, a Voi, Venerabili Fratelli, a quelli specialmente che governano le Diocesi messicane, a tutto il clero e al vostro popolo, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 18 novembre 1926, anno quinto del Nostro Pontificato.

 

DOMENICA VIII dopo PENTECOSTE (2018).

DOMENICA VIII dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus Ps XLVII: 10-11.

Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua. [Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Ps XLVII: 2. Magnus Dóminus, et laudábilis nimis: in civitate Dei nostri, in monte sancto ejus. [Grande è il Signore, e degnissimo di lode nella sua città e nel suo santo monte.]

Ps XLVII: 10-11 Suscépimus, Deus, misericórdiam tuam in médio templi tui: secúndum nomen tuum, Deus, ita et laus tua in fines terræ: justítia plena est déxtera tua. [Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; la tua lode, come si conviene al tuo nome, si stende fino alle estremità della terra: la tua destra è piena di giustizia.]

Oratio

Orémus.

Largíre nobis, quǽsumus, Dómine, semper spíritum cogitándi quæ recta sunt, propítius et agéndi: ut, qui sine te esse non póssumus, secúndum te vívere valeámus. [Concedici propizio, Te ne preghiamo, o Signore, di pensare ed agire sempre rettamente; cosí che noi, che senza di Te non possiamo esistere, secondo Te possiamo vivere.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom VIII:12-17

Fratres: Debitóres sumus non carni, ut secúndum carnem vivámus. Si enim secúndum carnem vixéritis, moriémini: si autem spíritu facta carnis mortificavéritis, vivétis. Quicúmque enim spíritu Dei aguntur, ii sunt fílii Dei. Non enim accepístis spíritum servitútis íterum in timóre, sed accepístis spíritum adoptiónis filiórum, in quo clamámus: Abba – Pater. – Ipse enim Spíritus testimónium reddit spirítui nostro, quod sumus fíli Dei. Si autem fílii, et herédes: herédes quidem Dei, coherédes autem Christi.

“Fratelli, noi non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne; perché se vivrete secondo la carne, voi morrete: ma se con lo spirito avrete mortificato la carne, vivrete. Perché, quanti sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figliuoli di Dio. E’ vero, voi non avete ricevuto di nuovo lo spirito di servaggio a timore; ma avete ricevuto lo spirito di adozione, nel quale diciamo: Abba! Padre! Poiché lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che noi siamo figliuoli di Dio. Se poi siamo figliuoli, siamo altresì eredi: eredi cioè di Dio, ma coeredi di Cristo „.

La dottrina contenuta in questi sei versetti, l’altezza delle idee, la forma del dire ed il contorno dei periodi vi dicono senz’altro, che questo tratto dell’Epistola appartiene all’Apostolo Paolo; e veramente si legge nel capo ottavo della sua lettera ai Romani. Questa lettera tra le quattordici lasciateci dall’Apostolo è la principale per la copia e profondità della dottrina dogmatica e morale ed anche per l’ampiezza dello svolgimento, e fra i sedici capi, onde consta la lettera, questo, a mio giudizio, tocca la massima altezza per ciò che spetta la natura e gli effetti della rigenerazione operata da Cristo. – Dopo aver toccata la felice condizione dei rigenerati in Cristo, raffrontati a quelli che vivono nella carne, afferma che in essi abita lo Spirito Santo, e che esso un giorno li risusciterà come già risuscitò Gesù Cristo. Qui o cari, comincia il testo, che devo interpretare e che domanda tutta la vostra attenzione. – “ Fratelli, noi non siamo debitori alla carne, per vivere secondo la carne. „ L’Apostolo, lo sapete, con la parola carne indica l’uomo vecchio, l’uomo del peccato, l’uomo corrotto, l’uomo schiavo delle passioni, le quali hanno la loro radice principalmente nella carne, e perciò lo chiama semplicemente carne: con la spirito significa l’uomo nuovo, l’uomo della grazia, l’uomo rigenerato nel Battesimo, l’uomo che segue lo spirito di Cristo, e perciò lo chiama spirito. Il Battesimo mette in noi la grazia, che cancella il peccato, depone in noi un germe nuovo, una forza, una vita nuova, che è la partecipazione della vita stessa di Cristo, ma non distrugge le conseguenze o pene del peccato, e lascia sussistere accanto al nuovo uomo il vecchio, accanto alla grazia la concupiscenza, accanto allo spirito di Cristo, la carne con le sue passioni, e ciò ad esercizio della virtù. Vedeste mai, o dilettissimi, spuntare una pianta gentile, una vaga rosa, un candido giglio in mezzo ad un terreno pantanoso? È un’immagine del Cristiano, esso ha in sé la grazia di Gesù Cristo, pianta gentile che germoglierà la rosa ed il giglio; ma la terra, in cui sorge e tiene le radici, è un pantano, che spesso esala miasmi pestilenziali, è il nostro corpo, la nostra natura corrotta, nella quale si annidano le più sozze passioni. Che dobbiamo far noi? Ciò che fa l’industre giardiniere: egli non guarda al pantano, non l’ama, non vi mette il piede, che vi s’imbratterebbe, non se ne cura, anzi ne torce lo sguardo, rimira e vagheggia con occhio di compiacenza la rosa ed il giglio e circonda la pianta di tutte le sue cure amorose. – Similmente noi pure, o dilettissimi. Gesù Cristo ha posto in noi, come dicevo, la sua grazia: col santo Battesimo a Lui ci siamo dati e gli abbiamo fatta solenne promessa di vivere come Lui, di seguire il suo spirito e di combattere il mondo, il demonio e la carne. Che cosa dobbiamo noi alla carne? Quali benefici ci ha essa fatti? Quali benefici possiamo aspettarci? Nessun beneficio ci ha fatto, né ci può fare, ed ogni male passiamo da essa temere. Dunque “non viviamo secondo la carne: „ – “Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vìvamus.” La carne ci invita, ci trae a seguire la vanità, ad accumulare ricchezze, a mangiare e bere senza misura, a poltrire nell’ozio, ad odiare chi ci ha offesi, a vendicarci, a sfogare le basse voglie del senso e andate dicendo; no, non seguitiamo la carne per questa mala via; essa non ha diritto alcuno che noi la seguitiamo, e mal per noi se lo facessimo. E perché? – Perché esclama S. Paolo, “se vivrete secondo la carne, morrete: „ “Si enim secundum carnem vixiritis, morìemini”. Termine ultimo ed infallibile delle malnate vostre passioni soddisfatte, sappiatelo bene, sarà la morte. Qual morte? La morte dell’anima e con quella dell’anima, la morte altresì del corpo nell’eterna perdizione. Chi di voi non ha orrore della morte? Chi di voi non la fugge a tutto potere? Che non fareste voi per sottrarvi al suo braccio di ferro? Ebbene: non vivete secondo la carne, combattete virilmente le sue malvagie passioni e non sarete preda della morte. – No, noi non vivremo secondo la carne, come ci intimate voi, o grande Apostolo: come dunque vivremo? secondo qual legge? Udite: ” Se con lo Spirito avrete mortificate le opere della carne, vivrete: „ Si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis. Comprendeste, o cari? Armati dalla grazia divina, come d’una spada a due tagli, avvalorati dalla forza dello spirito in noi infuso mercé del Battesimo e degli altri Sacramenti, dobbiamo rintuzzare le opere della carne, cioè le male cupidigie, che pullulano nella carne, ed allora vivremo, cioè avremo la vita eterna dell’anima e a suo tempo quella del corpo. Lo so, che il raffrenare e il castigare le perverse voglie della carne, cagiona assai volte dolori acutissimi, e la natura nostra fieramente si rivolta, né sa rassegnarsi a certi tagli crudeli; ma se vogliamo vivere è forza sottomettersi: Si spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis. – Un infelice è minacciato di gangrena in un braccio, in un piede o in altra parte del corpo: si chiamano i più valenti chirurghi: esaminano, si consultano tra loro e dichiarano unanimi, essere necessario il taglio. L’infermo impallidisce e domanda ansioso se non v’è altro rimedio. No, rispondono gli uomini della scienza: o il taglio e prontamente, o la vita. – Il misero s’arrende e lascia che il ferro penetri profondamente nelle carni, e recida senza pietà le parti cancrenose, vi dica Dio con quale atroce spasimo. – Quello sventurato trova, nella sua volontà e nel timore della morte e nel desiderio della vita temporale, la forza bastevole per sottomettersi al ferro ed al fuoco, e soffrire strazi indicibili e talora inutilmente; e noi nella nostra volontà sostenuta e rinvigorita dalla grazia divina, nel timore della morte e nel desiderio della vita eterna, non troveremo la forza necessaria per isvellere quella triste abitudine, per sbarbicare quel turpe amore, per recidere quella scellerata passione, che quasi cancro rode e va spegnendo la vita della misera anima? Che il timore della morte eterna e l’amore della vita eterna siano meno efficaci sul nostro cuore, del timore della morte temporale e dell’amore della vita temporale? Se così fosse, noi saremmo pessimi ragionatori. – Se voi seguirete, così l’Apostolo, se voi seguirete non gli appetiti della carne, ma lo spirito, ossia la grazia di Gesù Cristo, non solo non morrete, non solo avrete la vita, ma quella vita che è propria dei figli di Dio. Perché quanti sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio: „ “Quicumque enim Spiritu Dei aguntur, ii sunt filli Dei”. Questa espressione dell’Apostolo è molto forte e in alcuno può far sorgere il timore, che corra pericolo la nostra libertà; se siamo mossi dallo Spirito di Dio, si dirà, è tolta la libertà nostra, e se questa è tolta, è tolta la ragione del merito e della pena, e tra noi ed i bruti non corre differenza alcuna. Non temete, o cari, che lo Spirito di Dio tolga o scemi la nostra libertà; Esso non solo la rispetta, ma la sorregge e l’aiuta, perché sta scritto, che dove è lo Spirito di Dio, ivi è la libertà. – Il vento agita e muove l’albero; il sole muove intorno sé la terra ed i pianeti; il pilota guida dove e come vuole la sua nave, il cocchiere i suoi cavalli: è forse così che Dio con il suo Spirito muove le nostre volontà? No, per fermo; se così le muovesse, la libertà nostra sarebbe annientata: l’albero non può non muoversi sotto il soffio del vento, la terra ed i pianeti non sono liberi di seguire il sole, la nave non può resistere al pilota, ed i cavalli sono costretti ad ubbidire al freno. Come, dunque le nostre volontà sono mosse dalla grazia, eppure rimangono libere? Come! Un giorno vostro padre e vostra madre vi dissero: Figliuoli! voi non andrete nel tal luogo dove correreste pericolo; voi attenderete allo studio ed andrete alla scuola; voi non piglierete il tal cibo e la tal bevanda, ma quello che vi sarà dato ed all’ora per voi stabilita, e tutto ciò per il vostro bene. Se non lo farete, mal per voi; se lo farete, noi, vostri genitori ne gioiremo e ne avrete la giusta mercede. E voi che faceste? Per il timore del castigo, per l’amore dei vostri genitori, seguiste il consiglio, faceste il loro volere, vi lasciaste guidare dal loro spirito. Perdeste voi la vostra libertà? No, sicuramente. Potevate fare il contrario di ciò che vi era da essi consigliato o comandato? Chi ne dubita? E forse in parte lo faceste ed ora ne provate rimorso. Il somigliante avviene rispetto a Dio, Padre nostro. Ci fa conoscere ciò che dobbiamo sfuggire e ciò che dobbiamo fare: ci mostra la via del male e ci dice: “Non camminate per questa”; ci mostra la via del bene e ci dice: “Ti metti per questa”. Poi infonde nell’anima nostra la forza necessaria perché facciamo ciò che ci comanda, ma non ci costringe e ci lascia, come dice la Scrittura santa, in mano del nostro libero arbitrio. Dio dunque si muove, come si può muovere una volontà libera; ci muove come voi potete muovere la libertà d’un amico, dei vostri figli mostrando loro la verità, eccitandoli, esortandoli, minacciandoli, pregandoli, allettandoli ed in cento altri modo studiandovi di far sì che le loro volontà seguano la vostra (corre una gran differenza tra la nostra azione e quella di Dio: noi non possiamo agire sugli altri che in modo esterno, doveché Dio agisce esternamente ed internamente; esternamente illumina la mente ed internamente muove la volontà e la avvalora secondo i bisogni). Forse che voi costringete e fate violenza alla loro volontà? E ciò che fa Dio con noi con la sua grazia e voi potete comprendere, che essa non nuoce, ma giova alla libertà, come il vostro consiglio ed il vostro comando e i vostri eccitamenti giovano al bene de’ vostri figliuoli. – In quanto siamo mossi e guidati dallo Spirito di Dio, “siamo figli di Dio, „ scrive san Paolo: Quicumque Spiritu Dei aguntur, ii sunt fillii Dei”. È questa una dottrina altissima, che ha bisogno d’essere ben compresa, e a ben rischiararla, userò d’una similitudine. Un padre, modello d’ogni virtù, ha due figli: l’uno è la copia fedele del padre, come lui pio e virtuoso; l’altro è il rovescio, superbo, iracondo, invidioso, dissoluto, senza fede, viziosissimo. Sono entrambi figli dello stesso padre? Indubbiamente, perché entrambi da lui hanno ricevuta la vita e secondo l’ordine naturale, rispetto alla vita umana, sono fratelli e fratelli, li dice il popolo. Ma secondo la vita morale sono essi fratelli e figli dello stesso padre? Certamente, no, e il padre nel suo dolore più volte va esclamando: Ah! tu non sei mio figlio; e il popolo lo conferma, ripetendo: Questo non è figlio di quell’ottimo padre. Che differenza passa tra i due figli? Il primo ha in sé non solo la vita naturale del padre, ma anche la parte migliore di lui, la vita morale: ha in sé lo spirito del padre, è mosso e guidato dallo stesso spirito, si dice ed è perfettamente suo figlio. Il secondo ha dal padre la vita naturale, come il fratello, ma non ha la parte migliore, la vita morale, non ha lo spirito del padre, non è mosso, né guidato dallo stesso spirito, e perciò si dice che per questo rispetto non è figlio del padre. Così noi tutti siamo opera di Dio creatore, tutti riscalda un Dio redentore, e come tali tutti egualmente siamo figli di Dio; ma se la nostra condotta non è quale si conviene ai figli di Dio, se lo Spirito di Dio non ci muove e non ci guida, a ragione si deve dire che non siamo figli di Dio. Guardando alle opere nostre, ai pensieri, agli affetti, onde si informa il nostro spirito, troviamo noi d’essere simili a Dio e figli di Dio, perché mossi ed informati del suo Spirito? Se, si, rallegriamoci e ringraziamone il buon Dio; se, no, facciamo del nostro meglio per essere tali almeno in avvenire. – “E veramente, voi non avete ricevuto di nuovo lo spirito di servaggio a timore”; è questa la sentenza che segue la spiegata e la rincalza. Noi siamo figli di Dio, guidati dal suo Spirito; e come potrebbe essere altrimenti? dice l’Apostolo. Noi, uomini della nuova legge, discepoli di Gesù Cristo, non abbiamo ricevuto lo spirito della legge antica, lo spirito di quella legge e quello spirito era proprio, non di figli, ma di servi, non di figli che amano il padre, ma di servi che temono il padrone. Che vuol dir ciò, o carissimi? L’indole e lo spirito della legge mosaica era quello di incutere timore con le pene gravissime temporali e con esse frenare le passioni e metterle in orrore il peccato, onde quella legge riguardava soltanto le opere esterne e non poteva, se non indirettamente, esercitare l’azione sua sull’interno e formare il cuore. Gli Ebrei servivano a Dio più per timore che per amore, erano più servi che figli; ma noi, dice S. Paolo, siamo informati ad un’altra scuola: lo spirito che abbiamo ricevuto, quello di figli adottivi di Dio; è tale spirito che ci diritto di chiamare Iddio col dolce nome di Padre: “In quo clamamus: Abba, Pater”. Dio Padre, per opera dello Spirito Santo congiunse la Persona del Figliuol suo con la natura umana assunta, e lo congiunse per modo che l’Uomo-Cristo è vero Dio; Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo, con la grazia, con la carità e soprattutto con la S. Eucaristia, congiunge gli omini a se stesso, per guisa che formano con Lui una cosa sola, vivono della sua vita, partecipano della sua stessa natura e diventano anch’essi figli, non naturali, che è impossibile, ma adottivi, e come tali possono chiamare Dio loro padre. Che cosa importi questa eccelsa dignità di figliuoli adottivi di Dio, lo spiegai in altra omelia, e perciò qui me ne passo. – E possiamo noi sapere se abbiamo veramente in noi lo Spirito di Dio e se siamo suoi figli? Sì, risponde S. Paolo: “Per lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che noi siamo figli di Dio. „ – Noi possiamo avere una certezza di fede come quella che abbiamo p. es. della presenza reale di Gesù Cristo nella S. Eucaristia, e questa è la massima ed esclude qualunque ombra, ancorché lievissima, di dubbio; perché il nostro assenso si appoggia all’autorità stesso di Dio, che non può né ingannare, né ingannarsi: e possiamo avere una certezza umana, che esclude pur questa ogni dubbio e che appoggia alla nostra ragione od alla testimonianza altrui; così io sono certo che ogni effetto suppone la sua causa e che esiste il Giappone, benché io non l’abbia veduto. Chi mai, che sia sano di mente, potrà dubitare di queste due verità? Ebbene: noi siamo certi, dice S. Paolo, d’essere figli di Dio. E d’onde questa certezza? A qual prova si appoggia? Alla testimonianza che lo Spirito di Dio ci rende internamente. E questa una certezza di fede (Il Concilio di Trento insegnò, che l’uomo giustificato non è tenuto a credere per fede di essere nel numero dei predestinati, e che nessuno sa con assoluta ed infallibile certezza di essere predestinato, se non lo conosce per via di speciale rivelazione. -Sess. VI, Can. 15, 16.-) se non vi è una speciale rivelazione di Dio, della quale qui l’Apostolo non fa cenno e che è fuori di questione, perché parla in generale di tutti i fedeli, dicendo: “Perché lo stesso Spirito rende testimonianza allo spirito nostro, che siamo figli, di Dio. „ È questa dunque una certezza umana, maggiore o minore, secondo le persone e secondo le circostanze, che tiene, a così dire, il mezzo tra la certezza assoluta e la congettura. Ma in qual maniera poi lo Spirito Santo ci accerta che siamo figli di Dio e perciò adorni della sua grazia? Lo Spirito di Dio nella Scrittura santa e nell’insegnamento ordinario della Chiesa ci dice chiaramente, che chi crede le verità della fede, ed osserva la legge divina ed adempie come meglio può i propri doveri tutti, costui si santifica e si salva: ora, se interrogando schiettamente la nostra coscienza, essa ci dice che tutto questo noi abbiamo fatto e facciamo, noi abbiamo l’umana certezza d’essere nella sua grazia e di salvarci. Come siamo noi certi di godere l’amicizia di questa o quella persona? Come siamo noi certi che i genitori ci amino? Guardando alle opere loro e nostre, considerando il complesso delle cose tutte, noi teniamo con maggior o minore certezza di poter riposare sulla fedeltà degli amici e sull’amore dei nostri genitori, tantoché assai volte non ci si affaccia un’ombra sola di dubbio. Similmente, ragguagliata ogni cosa, possiamo dire dell’amicizia e dell’amore di Dio. – Alcuni provano angustie penose e grandi timori perché ignorano se sono in grazia di Dio od in peccato, se si salveranno o perderanno, e si sentono stringere il cuore. Nessuno sa con assoluta certezza se è degno d’odio o di amore, come insegna la S. Scrittura: il nostro cuore è un abisso e solamente l’occhio di Dio vi legge con tutta chiarezza; con tutto ciò a noi pure è dato leggervi alcun poco e tanto, da poterne avere una cotale certezza, che ci procuri quella pace che quaggiù è possibile . – Carissimi! volete voi sapere se siete veramente in grazia di Dio e per conseguenza suoi figliuoli? Sì, mi rispondete voi ad una voce e mi domandate: “Come ottenere questa certezza sì desiderata e sì consolante?” Raccoglietevi in voi stessi, nel santuario della vostra coscienza, e mettendovi faccia a faccia con essa, indirizzatele queste domande semplicissime: Credo io tutto ciò che insegna la Chiesa, madre mia? Se conoscessi d’aver commesso un peccato grave, me ne pentirei di cuore e sinceramente me ne confesserei? Se Dio, ora, in questo punto, mi comandasse un sacrificio grande, doloroso, sarei io pronto a farlo, sostenuto dalla sua grazia? Se in questo istante mi si offrisse un grande onore, un tesoro a patto di offendere Dio con un peccato mortale, avrei io il coraggio di respingere quell’onore e quel tesoro? Se la vostra coscienza vi risponde: Sì, consolatevi, la grazie di Dio è in voi e voi siete suoi figli. È una prova che ciascuno può fare in se stesso ogni qual volta gli piaccia (sono questi i segni che siamo in grazia di Dio indicati da S. Francesco di Sales. Iddio poi vuole che la nostra certezza sia sempre accompagnata da un po’ di timore per scuotere la nostra pigrizia. “Perpende, dulcissima filia, così S. Gregorio M. ad una pia dama di corte, quia mater negligentiæ solet esse securitas. Habere ergo in hac vita non debes securitatem, per quam negligens reddaris”). – Se siamo figli, siamo altresì eredi, eredi di Dio, ma coeredi di Cristo. „ Con questa sentenza si chiude la lezione della nostra Epistola. Se siamo figli di Dio e perciò nell’anima nostra simili a Lui, quale ne sarà la conseguenza? quale il frutto? “Saremo eredi di Dio. „ il Figlio di Dio, il figlio docile ed amorevole, che adempie tutti i suoi doveri, ha diritto alla eredità del padre: così noi, se adempiremo fedelmente i doveri nostri verso Dio che ci ha adottati per sola sua bontà, saremo eredi suoi. Di quali beni saremo noi eredi? Di tutti i beni, onde risulta la eterna felicità, fonte dei quali è il possesso di Dio medesimo. – Direte: i figli,- siano essi naturali od adottivi, non ricevono la eredità che alla morte del padre; ora Dio, Padre nostro, non muore mai, né può morire: perché dunque i beni, che un giorno ci darà su in cielo, si chiamano eredità? Si chiamano eredità, per indicare i rapporti che passano tra Dio rimuneratore e gli uomini rimunerati, che sono appunto i rapporti tra padre adottante e i figli adottati. Oltreché, noi siamo fratelli di Gesù Cristo secondo la sua natura umana: Gesù Cristo, in quanto uomo, ricevette dal Padre tutti i beni, come Figliuol suo naturale, e questi beni si chiamano la sua eredità; il perché, per ragione di analogia, pure i nostri beni futuri si dicono eredità. Nell’ordine naturale i figli qui sulla terra ricevono l’eredità dopo la morte dei genitori; nell’ordine sovrannaturale i figli devono morire prima di riceverla dal Padre immortale; ad ogni modo, per avere questi beni, deve sempre precedere la morte, e perciò si chiama eredità. Eredi di Dio! “Hæredes Dei!” Quale dignità! Quale grandezza è la nostra! Quei beni sono certamente un dono gratuito di Dio, se consideriamo la loro radice, che è la grazia, ma ci sono anche dovuti, se poniamo mente alla nostra prerogativa di figli di Dio e alle opere nostre, frutto della grazia. La eredità è dovuta ai figli per giustizia: poteva Iddio non adottarci; ma dopo l’adozione non può negarcela; Egli stesso ce ne ha dato il diritto. Eredi di Dio! Queste parole svegliano nella mente dell’Apostolo un’altra idea nobilissima e subito la nota, dicendo: “E coeredi di Cristo. „ Sì, siamo figli di Dio, e quindi eredi suoi; figli ed eredi di Dio, perché il Figlio di Dio si fece uomo e fratello nostro, e per Lui ed in Lui, Figlio naturale ed erede necessario della eredità paterna, noi pure siamo figli per adozione di Dio e suoi eredi. Tutto dunque abbiamo per Gesù Cristo e perciò a Lui si devono tutte le grazie e la gloria di tanta grandezza. a cui siamo sollevati. – O poveri che mi ascoltate; che bagnate di sudore il vostro pane quotidiano, che non possedete un palmo di terra, che soffrite tutti i mali ed i dolori, che sono inseparabili compagni della povertà e della miseria, rallegratevi, gioite: levate i vostri occhi al cielo, esso è vostro. Iddio il Padrone d’ogni cosa, ha un Figliuolo, unico Figliuolo: Egli ha diritto al possesso di tutti i beni del Padre suo; per eccesso di bontà Egli ha voluto associare voi tutti ai suoi diritti sulla eredità paterna; voi sarete suoi coeredi, a quest’unica condizione, che vi riuniate a Lui con la fede, con la speranza e con la carità, e dietro a Lui portiate quella croce ch’Egli per primo portò dinanzi a voi.

 Graduale Ps XXX:3

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias. [Sii per me, o Dio, protezione e luogo di rifugio: affinché mi salvi.]

Ps LXX:1 V. Deus, in te sperávi: Dómine, non confúndar in ætérnum. Allelúja, allelúja. [V. O Dio, in Te ho sperato: ch’io non sia confuso in eterno, o Signore. Allelúia, allelúia]

Alleluja Ps XLVII:2

Alleluja, Alleluja.

Magnus Dóminus, et laudábilis valde, in civitáte Dei nostri, in monte sancto ejus. Allelúja. [Grande è il Signore, degnissimo di lode nella sua città e sul suo santo monte. Allelúia].

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam. Luc XVI: 1-9

In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis parábolam hanc: Homo quidam erat dives, qui habébat víllicum: et hic diffamátus est apud illum, quasi dissipásset bona ipsíus. Et vocávit illum et ait illi: Quid hoc audio de te? redde ratiónem villicatiónis tuæ: jam enim non póteris villicáre. Ait autem víllicus intra se: Quid fáciam, quia dóminus meus aufert a me villicatiónem? fódere non váleo, mendicáre erubésco. Scio, quid fáciam, ut, cum amótus fúero a villicatióne, recípiant me in domos suas. Convocátis itaque síngulis debitóribus dómini sui, dicébat primo: Quantum debes dómino meo? At ille dixit: Centum cados ólei. Dixítque illi: Accipe cautiónem tuam: et sede cito, scribe quinquagínta. Deínde álii dixit: Tu vero quantum debes? Qui ait: Centum coros trítici. Ait illi: Accipe lítteras tuas, et scribe octogínta. Et laudávit dóminus víllicum iniquitátis, quia prudénter fecísset: quia fílii hujus saeculi prudentióres fíliis lucis in generatióne sua sunt. Et ego vobis dico: fácite vobis amicos de mammóna iniquitátis: ut, cum defecéritis, recípiant vos in ætérna tabernácula.

Omelia II

[Mons. G. Bonomelli, ut supra, om. XVIII]

“Gesù disse ai suoi discepoli: Vi era un certo ricco, che aveva un amministratore: questo fu accusato presso il padrone di avere sperperati i beni di lui. Ed egli, chiamatolo, gli disse: Che è ciò ch’io odo di te? Rendi conto del fatto tuo, perché non potrai più oltre ritenere l’amministrazione. Allora colui disse tra sé: Che farò io ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Non posso vangare, ho rossore a cercare la limosina. So bene quel che farò, affinché, rimosso dalla amministrazione, alcuni mi abbiano ad accogliere in casa loro. Chiamati dunque a sé ad uno ad uno i debitori del suo padrone, disse al primo: Che debito hai tu col mio padrone? E quegli disse: Cento barili di olio: ed egli a lui: Prendi la tua quietanza e siedi presto e scrivi cinquanta. Poi disse ad un altro: E tu quanto devi? Cento staia di grano. E l’altro a lui: Prendi la tua quietanza e scrivi ottanta. E il Signore lodò l’amministratore fraudolento, perché aveva operato con avvedutezza; con ciò sia che i figliuoli di questo secolo, nel genere loro, siano più avveduti che i figliuoli della luce. Ed io dico a voi: Con le ingiuste ricchezze fatevi degli amici, affinché quando verrete meno, quelli vi accolgano negli eterni tabernacoli „ (S. Luca, c. XVI . 1-9).

Gli scribi ed i farisei come erano duri e crudeli con i peccatori, così si mostravano stretti ed avari coi poverelli. Gesù per guarirli dalla prima infermità, recitò loro le tre parabole del buon pastore, che va in cerca della pecorella smarrita, poi della donna che ha perduta una delle dieci dramme, e finalmente del padre, che accoglie il figliuol prodigo: queste tre parabole leggiamo nel c. xv di S. Luca. Per guarire poi quegli scribi e farisei dell’altra infermità non meno grave dell’avarizia, Gesù, nel capo seguente, propone la parabola, che avete udito e insegna a loro e a tutti qual uso dobbiamo fare delle ricchezze malamente acquistate. La parabola ci presenta un lato che di primo tratto può sembrare uno scandalo e la sanzione d’una truffa: ma se voi porgerete attento l’orecchio alla spiegazione, vedrete dileguarsi ogni ombra di ingiustizia e comprenderete in tutta la sua semplicità e verità l’insegnamento del divino Maestro. – Gesù disse a’ suoi discepoli. „ Come ho avvertito, le tre parabole che precedono, e questa che le segue immediatamente, come apparisce dal contesto del Vangelo, sono rivolte in modo particolare agli scribi ed ai farisei, ma ciò non toglie che siano utili a tutti. Ben è vero che gli Apostoli e i discepoli di Gesàù, erano quasi tutti poveri e che perciò l’applicazione della parabola non li poteva  gran fatto interessare: ma se non a loro direttamente, ai futuri discepoli poteva e doveva tornare utile e necessaria, e perciò quelle parole: “Gesù disse ai suoi discepoli, „ si vogliono intendere in senso largo, e si ha da riferire a tutti i credenti di tutti i tempi.  Segue la parabola, che vi ho recitata. In essa abbiamo il padrone, il suo fattore o amministratore e i debitori verso del padrone. Amministratore o fattore è colui, che non è padrone dei beni, ma ne tiene il governo a nome del padrone e li deve curare ed amministrare nell’interesse del padrone, al quale deve renderne conto e dal quale deve poi ricevere la sua mercede. – Noi tutti, quanti siamo uomini e Cristiani, e noi specialmente Sacerdoti, non siamo che amministratori dei beni della terra, non padroni, come osserva S. Ambrogio (1). Dio solo è padrone assoluto d’ogni cosa, perché Egli ne è il creatore e conservatore e può i disporre a talento; noi non ne abbiamo che l’uso temporaneo, ne siamo soltanto dispensatori, e nell’uso e nella distribuzione dobbiamo attenerci alla volontà del padrone, legge sovrana, alla quale dobbiamo conformarci. O padrone, o signore, o ricco, che mi ascolti, non dir mai: Queste cose son mie, posso farne ciò che mi piace: posso spendere in passatempi, in pranzi, in vesti, in lusso, in piaceri i miei denari e le mie sostanze e nessuno ha diritto di chiedermene ragione. No, gli uomini non potranno domandartene conto legalmente, perché la legge riconosce nel padrone il diritto di fare delle cose sue ciò che gli piace, appunto perché padrone, ma te lo comanderà bene Iddio, del quale sei amministratore. Che risponderai allorché ti dirà: Rendimi conto della tua amministrazione? „ A Lui non potrai sottrarre nulla, né sfuggire all’infallibile suo giudizio. Quello che sprecasti in lusso, in gozzoviglie, in bagordi, in piaceri forse colpevoli, potevi usarlo a vestire il fratello coperto di cenci e soffrente la fame: il tuo superfluo poteva fornire il necessario al penurioso. Ah! miei cari, se ci considerassimo tutti come amministratori e dispensatori dei beni del Signore e rammentassimo il conto che dovremo renderne, non si farebbe tanto scialacquo da una parte e tanta penuria dall’altra. E qui lasciate che tocchi una differenza notabile tra la legge umana e la legge divina. La legge umana, generalmente parlando, ammette nel padrone il potere anche di distruggere ciò che è suo, anche quando lo fa per capriccio. Uno per capriccio potrebbe bruciare la casa sua e il granaio, mentre i poveri sono affamati; tutti biasimeranno il capriccioso padrone, lo malediranno, se volete, ma la legge non lo può punire, perché non offende rigorosamente il diritto altrui; ma la legge naturale e divina lo riprova e non sfuggirà il giudizio di Dio. Voi vedete pertanto come la legge divina, di cui è depositaria e interprete la Chiesa, spinga la sua azione oltre i confini della legge umana,  e giovi a questa e ne avvalori la efficacia. – Ritorniamo alla nostra parabola. “L’amministratore fu accusato di avere sperperato i beni del padrone. „ La cosa era manifesta: l’amministratore viveva splendidamente, banchettava, largheggiava, sfoggiava come un gran signore e conveniva non aver occhi per non vedere, che doveva cacciare liberamente le mani negli averi del suo padrone; se ne sussurrava dovunque e, come suole accadere, qualcuno fu dal padrone e per sentimento di giustizia o per invidia e malanimo o per altra causa qualunque, gli riferì le voci sinistre che correvano sull’amministratore: Et hìc diffamatus est apud illum, quasi dissipasset bona sua. Il padrone, udite quelle voci, fece ciò che avrebbe fatto qualunque altro padrone, per non vedere sciupato il suo patrimonio; chiamato tostamente a sé il fattore infedele, e, avutolo innanzi, con piglio severo gli disse: “Che ciò ch’io odo di te? Rendimi conto del fatto tuo, perché non potrai più ritenere l’amministrazione. „ – Ecco, o cari, il primo e più naturale castigo, che Dio può e suole infliggere a chi usa male dei doni ricevuti, il castigo di levargli i beni stessi. E chi può muoverne lamento? Dov’è il padrone che lasci l’amministrazione de’ suoi beni in mano d’un fattore infedele ed anche solo caduto in sospetto di essere infedele? Anzi non è raro il caso che questi beni se li toglie egli stesso colui che ne abusa, e Dio lo punisce con le opere delle sue mani. Questi era ricco sfondato: si gettò al mal vivere, al lusso, a tutte le intemperanze del mangiare del bere: vedetelo sopra un letto di dolori, percosso da infermità insanabile; quegli godeva d’un’alta reputazione, e la sua condotta l’ha mortalmente ferita; quell’altro aveva la felicità della pace domestica; ora l’ha perduta e perché? Perché non seppe vincere se stesso e la mala educazione dei figli ha portato in casa la discordia. Ditemi, o cari: non è egli vero che troppe volte sono gli uomini che puniscono se stessi, che si privano di quei beni della perdita dei quali si lagnano? L’esperienza quotidiana lo dimostra e l’amministratore del Vangelo ne è una prova. La perdita del suo ufficio non la dovette alla durezza del padrone, ma sì alla sua condotta disonesta. – L’amministratore, udita l’intimazione del padrone, comprese tutta la gravità ed il pericolo del suo stato; la perdita dell’ufficio, con cui campava la vita, era inevitabile. Che fare? Raccolse i suoi pensieri e, chinata la testa fra le palme delle mani, prese a ragionare fra stesso, e disse: ” Che farò io, ora che il padrone mi toglie l’amministrazione? Come potrò vivere? Andrò a lavorare la terra come codesti contadini, che sudano sotto la sferza del sole e svolgono la gleba? Sono innanzi negli anni, non ho l’abitudine e non lo potrei fare. Stenderò la mano, chiedendo la limosina? Io che sin qui sono vissuto onorato ed agiato? Sarebbe per me vergogna intollerabile. Né l’una, né l’altra cosa: Fòdere non valeo, mendicare erubesco. Eppure è forza trovare un modo per uscire dal mal passo e provvedere a me stesso. Una cosa è degna di considerazione in questo amministratore, ed è che seco stesso riconosce il suo fallo, né pensa tampoco a coprire, o negare audacemente la sua colpa. – Dopo avere seco stesso considerato a lungo ciò che in tanta distretta gli conveniva, gli balenò alla mente un pensiero, lo colse, deliberò, e disse: ” Ora so bene ciò che farò, affinché, quando mi sarà tolta l’amministrazione, alcuni mi abbiano a ricevere in casa loro. „ – Osservate, o cari, come quest’uomo riconosce la sua infedeltà, confessa dinanzi alla propria coscienza il furto commesso, non cerca nemmeno di mascherarlo; ma egli non mostra pentimento alcuno, non fa la risoluzione generosa del figliuol prodigo, che disse: muoio di fame, andrò dal padre mio e gli dirò: Ho peccato contro Dio e contro di te”. Egli poteva gettarsi ai piedi del padrone, confessare il suo fallo, appellare alla sua carità  e domandargli perdono e di metterlo nel numero dei suoi servi; nulla di tutto ciò, nessun pentimento, nessun indizio di ravvedimento, di emenda, non pensa che allo stato miserabile in cui tra breve si troverà. – Senza dubbio non è male pensare al proprio stato ed al modo di provvedere onestamente a se medesimo ed ai bisogni futuri del corpo; ma oltre i bisogni del corpo vi sono quelli dell’anima, e questi sono senza confronto più importanti che quelli del corpo, onde a questi anzi tutto è da provvedere. Ma così non fece l’amministratore del Vangelo, e pur troppo in ciò lo imitano tanti Cristiani. In conseguenza delle loro malfrenate passioni e dei loro peccati trovansi ridotti in tristi condizioni, rovinati  nelle sostanze, nell’onore, nella salute stessa del corpo; gemono sotto il peso dei danni materiali, fanno ogni opera per cessarli, ma non si danno pensiero di rimuovere le cause che sono i peccati, di detestarli e riconciliarsi con Dio. Cecità incredibile! Non vogliono gli effetti, ma ne vogliono le cause; si studiano di sfuggire al castigo che Dio infligge per il peccato, ma vivono nel peccato e lo amano! E qual fu il partito, al quale si attenne l’amministratore infedele? Eccolo: “Chiamati ad uno ad uno i debitori del suo padrone disse al primo: Quanto devi tu al mio padrone? E quegli disse: Cento barili di olio; e lui: Prendi la tua quietanza e siedi e scrivi: Cinquanta. Quindi disse ad un altro: E tu quanto devi? E quegli: Cento staia di grano. E l’altro a lui: Prendi la tua quietanza e scrivi: Ottanta. „ – Questo amministratore, alle truffe già commesse a danno del padrone, ne aggiunge un’altra e forse più grave di tutte, dando ai debitori le obbligazioni per iscritto e lasciandole loro alterare, anzi esortandoli egli stesso ad alterarle, tantoché amministratore e debitore si fanno complici della falsificazione e del latrocinio, ciascuno con l’intento del proprio vantaggio: i debitori per diminuire il loro debito, l’amministratore per farseli amici e benevoli, e perché lo ricevano in casa, allorché sarà cacciato dal padrone. Noi, udendo questa truffa ordita di comune accordo tra l’amministratore e i debitori a danno del padrone, ci sentiamo indignati e la nostra coscienza si rivolta a questa ribalderia con tanta facilità disinvoltura consumata, e sta bene. Ma, siamo schietti, o cari fratelli: in mezzo alle nostre proteste di onestà, in mezzo alle lodi ed ai panegirici, che oggi a voce ed in iscritto si fanno della giustizia e della lealtà, in onta agli articoli del codice penale, le frodi, gli inganni, le falsificazioni ed i conseguenti latrocini di questo genere sono forse sì rari, come si potrebbe credere? Ohimè! me ne appello a voi stessi. Troppo spesso siamo spettatori di contratti fraudolenti, di usure enormi, di promesse violate, di obblighi calpestati, di alterazioni di firme e di fallimenti, che non sono sempre effetti di sventure fortuite, perché i falliti talora arricchiscono; e tutto questo perché? Per accumulare ricchezze, per vivere più lautamente, per grandeggiare in lusso, in conviti, in passatempi, e via dicendo. L’amministratore iniquo del Vangelo e i debitori non meno iniqui di lui, trovano troppi imitatori nella nostra società cristiana e la esecrabile fame del danaro, figlia della esecrabile fame de’ piaceri, continua l’opera sua demolitrice della pubblica morale. – Ma ritorniamo alla nostra parabola. Il padrone dovette ben presto conoscere la nuova truffa compiuta con tanta destrezza dal suo amministratore; lo cacciò via, come si rileva dal contesto del Vangelo, ma “il Signore, cioè Gesù Cristo, dice S. Matteo, lodò l’amministratore fraudolento, perché aveva operato con avvedutezza. „ Come? voi mi domanderete attoniti; come? Gesù Cristo lodò l’amministratore infedele e artefice della frode dei debitori? Come? Gesù Cristo adunque consacra l’inganno ed il furto? Ma questa è bestemmia: Laudavit Dominus vìllicum iniquitatis! Non turbatevi, o cari; Gesù Cristo, l’Uomo-Dio non può certamente approvare l’ingiustizia; sarebbe una bestemmia pure il pensarlo. Come dunque si vuole intendere quella sentenza dell’Evangelista: “Il Signore lodò l’amministratore fraudolento? „ Molto facilmente si intende e si spiega; Gesù non lodò, nè poteva lodare l’inganno, la frode ed il furto, ma la prudenza, la prontezza, l’industria, l’ingegno, col quale l’amministratore provvide a se stesso: Laudavit Dominus … quìa prudenter fecisset. Quando noi pure, udendo le scaltrezze con le quali taluno ha frodato il prossimo ed ha condotto a termine felice un inganno, un delitto anche atrocissimo, diciamo: Bravo! è un uomo d’ingegno! e lo ammiriamo. Nessuno di noi per fermo approva od ammira l’inganno e il delitto commesso, anzi lo detestiamo ad una voce, ma lodiamo e ammiriamo l’astuzia e l’ingegno, con cui fu compiuto, perché questo si considera separatamente dall’uso fattone, e per se stesso è buono e può essere degno di ammirazione, ed è unicamente in questo senso che Gesù Cristo lodò l’ingiusto amministratore. – Dalla parabola il divino Maestro discende a due applicazioni, che è prezzo dell’opera considerare particolarmente. “Conciossiaché i figliuoli di questo secolo, nel genere loro, ossia nel loro modo di operare, sono più avveduti, che non i figliuoli della luce. „ Chi sono i figliuoli di questo secolo? Indubbiamente gli uomini mondani, i tristi, i malvagi schiavi delle passioni. Chi sono i figli della luce? Evidentemente, per ragione dell’opposizione e secondo il linguaggio biblico, sono gli uomini spirituali, i credenti, quelli che hanno la luce della fede. L’amministratore disonesto, i debitori falsari e ladri, per sentenza di Gesù Cristo, sono messi tra i figli di questo secolo, e ciò conferma la spiegazione data or ora, allorché vi dicevo che Gesù non lodò l’opera dell’amministratore e dei debitori, ma sì la loro avvedutezza; e ciò è sì vero che l’Evangelista chiama l’amministratore: Villicum iniquìtatis, uomo ingiusto e fraudolento, benché gli dia lode di prudente, in quantochè provvide a se stesso. Gesù disse che i tristi sono più avveduti, s’intende alcuna dei buoni, nel loro modo di operare, ed è verità provata dall’esperienza direi quasi quotidiana. Noi vediamo molti uomini di mondo non ad altro intesi, che ad accumulare ricchezze, a salire in alto, a godere, in una parola, a raggiungere il loro fine affatto mondano. Quanti  sottili artifizi per riuscire! quante fatiche! Quanti sforzi! quanti sacrifici! Non si danno pace né giorno, né notte, e tutto ciò per servire alle loro passioni, per l’acquisto di beni fugaci, se pure meritano il nome di beni. – Vedete d’altra parte i figli della luce, i credenti, i buoni! Essi attendono ai beni imperituri del cielo, alla santificazione di se stessi, al servizio di Dio: non è egli vero, o cari che assai volte, a nostra vergogna, i figli del secolo fanno più assai per servire al mondo, loro padrone, che non i figli della luce per servire a Dio? Non è egli vero che lo zelo, il coraggio, l’attività di questi è vinta al paragone di quelli? Non è egli vero che il troppo spesso è servito meglio dai suoi seguaci, che non lo sia Gesù Cristo da’ suoi discepoli? Ecco il lamento che fa Gesù Cristo nel luogo citato. Miei cari! se noi esamineremo sinceramente noi stessi, facilmente troveremo d’aver fatto per il mondo, per le nostre passioni, molto più di quello che abbiamo fatto per Iddio, benché a quello non dobbiamo nulla e tutto a questo! E un fatto, che ci  deve umiliare in faccia alla nostra coscienza! Il divino Maestro conchiude la parabola con  una sentenza, che ne è il frutto principale,  dicendo: “Ed io vi dico: Fatevi amici con le ricchezze ingiuste, affinché quando verrete meno, ossia sloggerete dalla terra, quelli vi ricevano negli eterni tabernacoli. ,, – L’amministratore infedele usò dei beni che aveva, facendosi degli amici, che a tempo opportuno l’avrebbero aiutato; il somigliante fate voi, ci dice il Salvatore. Avete dei beni materiali? abbondanti ricchezze? Questi beni, queste ricchezze sono talora ingiuste, perché acquistate malamente, con usure, con inganni, con contratti illeciti; sono dette ingiuste anche, perché, quantunque acquistate onestamente, sono sempre incentivi al male, considerata la debolezza umana; ebbene, dice Cristo, volgete queste ricchezze all’acquisto del cielo, deponetele nelle mani dei poveri, ed essi vi riceveranno un giorno negli eterni tabernacoli, perché il fatto a loro, Dio lo reputa fatto a se stesso.- Direte: Ma se le ricchezze, che abbiamo, sono frutto di ingiustizie, queste dobbiamo riparare, e restituire il maltolto a chi si deve, e non convertirlo in limosine ai poverelli. Dite  il vero, e così senza dubbio si deve fare; ma allorché non è possibile rendere il mal tolto a chi si dovrebbe, come non di rado accade, allora vada ai poveri, lenisca i loro dolori, e noi li avremo nostri avvocati dinanzi  Dio. La sostanza è questa: non solo, vivendo sulla terra, dobbiamo acquistare il cielo, ma egli è con la terra che noi dobbiamo acquistare il cielo, vale a dire è col buon uso dei beni della terra che ci procureremo i beni del cielo.

Credo …

Offertorium

Orémus Ps XVII:28; XVII:32

Pópulum húmilem salvum fácies, Dómine, et óculos superbórum humiliábis: quóniam quis Deus præter te, Dómine? [Tu, o Signore, salverai l’umile popolo e umilierai gli occhi dei superbi, poiché chi è Dio all’infuori di Te, o Signore?]

Secreta

Súscipe, quǽsumus, Dómine, múnera, quæ tibi de tua largitáte deférimus: ut hæc sacrosáncta mystéria, grátiæ tuæ operánte virtúte, et præséntis vitæ nos conversatióne sanctíficent, et ad gáudia sempitérna perdúcant. [Gradisci, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che noi, partecipi dell’abbondanza dei tuoi beni, Ti offriamo, affinché questi sacrosanti misteri, per opera della tua grazia, ci santífichino nella pratica della vita presente e ci conducano ai gaudii sempiterni.]

Communio Ps XXXIII:9 Gustáte et vidéte, quóniam suávis est Dóminus: beátus vir, qui sperat in eo. [Gustate e vedete quanto soave è il Signore: beato l’uomo che spera in Lui.]

Postcommunio

Orémus.

Sit nobis, Dómine, reparátio mentis et córporis cæléste mystérium: ut, cujus exséquimur cultum, sentiámus efféctum. [O Signore, che questo celeste mistero giovi al rinnovamento dello spirito e del corpo, affinché di ciò che celebriamo sentiamo l’effetto.]

LO SCUDO DELLA FEDE (XIX)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

XIX. LA CREAZIONE.

Iddio nel creare il mondo non si è servito di materia preesistente. Non l’ha tratto dalla sua sostanza. — L’ha cavato dal nulla. — Perché e quando Iddio l’ha creato. — I sei giorni della creazione. — Se Dio crei nuovi mondi e se i corpi celesti siano abitati.

— Questo mondo, che esiste, ha desso avuto un principio, oppure dura da tutta l’eternità?

Se il mondo esistesse fin dall’eternità come dicono certi cervelli balzani, non avrebbe un principio di esistenza, e conseguentemente esisterebbe da se stesso e per propria essenza. – Il mondo dunque sarebbe il Dio da adorarsi nel mondo. E si può dire una bestialità maggiore?

— Si deve dunque ritenere sul serio, che sia Iddio, che abbia creato tutto ciò che esiste?

E ti par questa una domanda da fare? Il mondo creato da Dio è una verità di fede, di cui non si può menomamente dubitare. Recitando il Credo devi dire: Credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra ». Il libro del Genesi, che è il primo della Sacra Scrittura, e fu scritto da Mosè, incomincia con queste parole: « Nel principio Dio creò il cielo e la terra ». S. Paolo nella sua lettera ai Colossesi, al capo I, versetto 16, dice che « per Lui sono state fatte tutte le cose nei cieli e in terra, le visibili e le invisibili ». Come vedi adunque, si tratta qui di una verità divinamente rivelata.

— Ma come ha fatto Iddio a creare? Si è forse servito di una materia preesistente?

* Se si fosse servito di una materia preesistente, da quanto tempo tale materia sarebbe esistita? Non avendola mai creata sarebbe esistita da tutta l’eternità. Sarebbe stata adunque infinita nella durata e per conseguenza nella grandezza, nell’intelligenza, nella vita, in ogni perfezione. Così vi sarebbero due infiniti, ciò che è assurdo. – No, Dio nel creare non si è servito di nessuna materia preesistente, ma il tutto ha cavato dal nulla. Perciocché creare, notalo bene, non è disporre, ordinare, trasformare, perfezionare o simili, ma è fare sì che esista una cosa che prima non era. Un artista per fare una statua si serve del marmo che già esiste, epperò non si può dire creatore della sua statua nel vero senso della parola. Iddio invece è Creatore dell’universo, perché non essendovi nulla all’infuori di sé, ha fatto che tutto l’universo esistesse.

— E perché dunque dinanzi ad una bella statua, mettiamo il Mosè di Michelangelo, siamo soliti di dire che è una sua stupenda creazione?

Noi siamo soliti di dire così, per modo di dire, ed anche perché la cosa in parte e sotto un aspetto è vera. Di fatti l’artista, che vuol fare una statua, crea nella sua intelligenza la figura, la forma, l’atteggiamento, che vuol dare alla statua; figura, forma, atteggiamento, che poi nell’esecuzione imprime realmente al marmo, che scalpella. Sotto questo aspetto l’artista si può dire autore e creatore della sua statua e la sua statua una creazione sua, cioè una creazione nella figura, nella forma, nell’atteggiamento che ha, ma solo in questo senso. – Al contrario Iddio è Creatore non solo delle forme, delle figure, dello stato di tutti gli esseri che esistono fuori di Lui, ma è l’Autore altresì di tutta la sostanza, di tutta la materia, di tutti gli elementi, di cui gli esseri si compongono.

— E questa sostanza, di cui Iddio ha creato il mondo, l’avrebbe forse tratta dalla sostanza sua?

Il credere ciò sarebbe un gravissimo errore. Perché la sostanza di Dio è indivisibile.

Essendo egli, come già ti spiegai parlando della natura di Dio, un essere semplicissimo, la sua sostanza non ha parti, altrimenti sarebbe soggetta a perire. Là dov’essa è, è necessariamente tutta intera, perfetta, infinita. Se dunque Dio avesse tratto il mondo dalla sua sostanza, questa sostanza divina sarebbe tutta intera, perfetta, infinita nel mondo, e per conseguenza il mondo stesso sarebbe infinito. Ora è così? Hai bisogno forse di dimostrazioni per conoscere che il mondo, composto di parti, che può esistere e non esistere, è finito e non già infinito? – Dunque il mondo non è stato tratto dalla sostanza divina, ma è stato cavato dal nulla.

— Ma io non posso capire questo cavare le cose dal nulla. Dal nulla non si fa nulla.

* Che tu non possa capire la creazione delle cose dal nulla non devi meravigliarti punto: non sei il solo. Si tratta qui di un mistero, e il mistero è mistero per tutti. Ma non perciò si tratta di cosa impossibile. Tu dici: « Dal nulla non si fa nulla ». Se con ciò intendi di dire che non si dà effetto senza causa, dici cosa giustissima, epperò vedendo il mondo ad esistere e comprendendo che non ha potuto dare a se stesso l’esistenza, devi precisamente inferire che è Dio la causa prima, che lo ha fatto esistere. Se poi dicendo : « Dal nulla si fa nulla », intendi dire che il nulla non è alcunché, da cui quasi da materia preesistente si possa cavare qualche cosa, dici certamente una verità, la quale però non si oppone affatto a che Iddio, senza che nulla esistesse, abbia creato il mondo. Se da ultimo tu vuoi parlare come i materialisti, e dire « essere impossibile fare qualche cosa senza materia, da cui si possa trarre », tu dirai cosa giustissima riferendola all’uomo, agli Angeli, a qualunque causa creata. Oh! non professiamo noi come verità incontrastabile che nessuno mai, all’infuori di Dio, sarebbe capace di creare, cioè di cavare dal niente, un solo filo d’erba? Ma se tu invece vuoi riferirla a Dio, e vuoi dire che è impossibile anche per Lui fare alcuna cosa senza materia, da cui trarla, allora dici una falsità enorme, e neghi a Dio l’onnipotenza e l’opera della creazione.

— Dunque Iddio ha creato Egli veramente tutto?

Sì, ogni cosa fu fatta da Lui.

— Ed è solamente il Padre che ha creato?

No; il Padre col Figlio e con lo Spirito Santo, con un solo, comune e medesimo atto.

— Perché dunque nel credo si dice soltanto: Credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra?

Si dice così perché dalla Scrittura si suole attribuire in particolare la creazione al Padre, la redenzione al Figlio, e la santificazione allo Spirito Santo, benché tutte e tre le Divine Persone abbiano cooperato insieme e alla creazione, e alla redenzione e alla santificazione. – Quindi è che si può dire benissimo: Dio, oppure la SS. Trinità ci ha creati, ci ha redenti, ci ha santificati, oppure; Il Padre ha creato il mondo, il Figliuolo lo ha redento, lo Spirito Santo lo ha santificato.

— E non poteva Iddio fare a meno di creare il mondo?

Altro che. E quale forza poteva mai spingerlo e determinarlo a creare? Non una forza esterna, perché fuori di Lui non c’era nulla; non una forza interna, perché Egli era perfettissimo da se stesso e di nulla poteva abbisognare.

— E perché dunque ha creato?

Perché nella sua infinita bontà gli è piaciuto che vi fossero altri esseri partecipi delle sue perfezioni, i quali a guisa di capolavori manifestassero ed esaltassero la sua grandezza, la sua potenza, la sua sapienza, la sua bontà, e così Egli rimanesse glorificato. E poi perché le stesse creature godessero dei beni creati, e noi uomini fossimo felici, giovandoci della creazione della nostra vita quaggiù e specialmente come mezzo per acquistarci l’eterna felicità.

— E quando è che Iddio prese a creare?

La nostra cronologia incomincia da circa sei mila anni, il che indica che l’uomo fu creato sei mila anni fa. Ma per il resto non possiamo dir nulla di preciso, perché la Sacra Scrittura non lo dice.

— E dei sei giorni della creazione che devesi pensare.

Puoi pensare a piacimento che siano veramente sei giorni di ventiquattro ore, e puoi credere che siano sei epoche indeterminate, come credono valenti interpreti e teologi, e puoi credere anche che siano sei giorni tipici, metaforici. La Chiesa su ciò lascia ampia libertà, e gli uomini della scienza possono, nella misura del tempo s’intende, riportare indietro l’esistenza del mondo quanto vogliono.

— Ma se io ritengo che i sei giorni della creazione siano sei giorni di ventiquattro ore, come posso conciliare i nuovi ritrovati della geologia, dell’etnografia, della archeologia, della paleontologia, e di altre simili scienze?

Ritieni caro mio, che i ritrovati delle scienze moderne, più che realtà e dimostrazioni evidenti, sono in gran parte semplici ipotesi e congetture. E poi considera che essendo Iddio onnipotente, cioè potendo creare in un attimo tutto ciò che vuole, sarebbe empio e ridicolo mettere in dubbio che Dio abbia potuto creare il mondo in sei giorni ordinari, e crearlo quale apparisce, producendo con la sua infinita virtù quei fenomeni e quegli effetti, che secondo le leggi di natura chiederebbero milioni e milioni di anni.

— Ma Mosè dice che Dio creò prima la luce e poi il sole. Come ci poteva essere la luce senza il sole?

* Ci poteva essere benissimo. Se noi possiamo generare la luce con l’elettricità e con la combustione, forse che Iddio avesse difficoltà a generare la luce senza sole?

— Mosè dice anche che il sole e la luna sono i luminari maggiori; eppure sappiamo benissimo che vi sono degli astri immensamente più grandi.

Mosè ha parlato come parliamo presentemente anche noi nel linguaggio popolare, che stando all’apparenza diciamo il sole e la luna più grandi delle stelle, e non intese parlare come parla un astronomo.

— A proposito di sole mi viene in mente che nella Storia Sacra si dice che « Giosuè fermò il sole ». E ciò non è contrario alla scienza, che ci mostra la terra girare attorno al sole?

E con tutta questa scienza non diciamo anche noi che il sole si leva, che il sole cade, che il sole è già alto, che il sole non c’è? Su queste espressioni popolari, com’è pure quella relativa a Giosuè, non bisogna sofisticare, ma prenderle per quel che valgono.

— È vero. Tornando ai sei giorni della creazione, ed anche ritenendoli per sei lunghe epoche, non si oppongono forse le scienze moderne a quanto racconta Mosè nel libro della Genesi intorno alla creazione stessa?

Mente affatto, anzi vi si accordano perfettamente. Senza dubbio Mosè non ha scritto la creazione del mondo in formule teologiche esattamente didattiche, e nemmeno ne ha fatto la esposizione scientifica, come potrebbe fare un geologo. Egli in certa guisa ha visto passare innanzi a’ suoi occhi successivamente sei quadri, come Iddio glieli mostrava, ed ha riferito la scena di ogni quadro in complesso, senza discendere come avrebbe potuto, ad infiniti particolari. Con tutto ciò i ritrovati della scienza si accordano onninamente con lui.

— Mi ha detto che quei sei giorni potrei riguardarli altresì come sei giorni tipici, metaforici. Questo non lo capisco.

Te lo spiegherò volentieri. Mosè avendo da fare con un popolo di dura cervice, e desiderando egli di indurlo facilmente a santificare il sabato, ossia il giorno festivo a quel popolo prescritto da Dio, dopo di aver detto che « Iddio a principio creò il cielo e la terra », enumera poi matematicamente sei giorni, in cui Iddio a guisa di operaio fece comparire al mondo i suoi diversi esseri, e finisce col dire che nel giorno settimo si riposò da ogni opera compiuta. Ora potrebbe essere benissimo che questi sette giorni così indicati da Mosè non siano che una figura tipica, di cui egli siasi servito per stabilire un’analogia tra l’azione e il riposo eli Dio da una parte, e il lavoro e il riposo degli uomini dall’altra; quasi per dire agli ebrei: Vedete? Iddio dopo aver lavorato da divino artefice per sei giorni, nel settimo si riposò. Dunque fate lo stesso anche voi: seguite il divino modello.

— In questo caso il racconto di Mosè sarebbe un’ingegnosa bugia?

No, e in questo caso Iddio, come dice un passo della Sacra Scrittura nell’Ecclesiastico, al capo XVIII, versetto primo, avrebbe creato tutto insieme, e i sei giorni, indicanti l’una dopo l’altra le diverse opere da Dio create, sarebbero giorni metaforici esprimenti in realtà l’ordine della mutua relazione, dipendenza, successione e distribuzione nel tempo e nello spazio di quelle opere, come vennero preordinate nella mente di Dio. Così Iddio da principio avrebbe con un atto solo della sua volontà creato l’universo, l’insieme di tutte quante le creature, con tutti i loro principii, con tutte le loro categorie, con tutte le relazioni, e con tutti i legami attivi e passivi di causa e di effetto, e poscia queste creature di per sé, senza nuovi atti della divina volontà, ma sempre in forza del primo atto, si sarebbero svolte e individuate, presentate e sussistite le une dopo le altre, nello spazio e nel tempo naturalmente.

— Mi sembra di aver capito: ma questa spiegazione intorno alla creazione non l’ho mai intesa.

Eppure è una spiegazione bellissima e data da molti ingegni moderni, e specialmente dallo Stoppani, il quale in queste materie è superiore ad ogni eccezione; e se tu lo desiderassi, potresti approfondirti meglio in questa idea col leggere il suo magnifico libro Sulla Cosmogonia Mosaica.

— È vero quel che dicono taluni che Dio continua tuttora a creare dei nuovi mondi, o

secondo l’ultima spiegazione datami ne faccia comparire dei nuovi a manifestarsi?

Può esserlo benissimo. Come ogni giorno e quasi ad ogni istante crea nuove anime, perché non potrebbe anche creare dei nuovi mondi?

— E si può ritenere come vero, che i corpi celesti disseminati nello spazio siano abitati da esseri viventi, ragionevoli, ancorché per natura diversissimi da noi?

Altro che. Ciò non è accertato, ma si può ben crederlo. « Armato di nuovo strumento ottico, ossia dello spettroscopio, il genio scientifico, dice Bougaud, ha preso ardimento. Ciascun astro è stato studiato e quasi anatomizzato. Gli si è fatto render ragione di ciò che conteneva nel suo seno ; e lo si è talmente avvicinato allo sguardo che si è potuto delinearne la mappa. Si è veduto perfettamente il levarsi e il declinare del giorno sopra certi globi; cadere le nevi in autunno e sciogliersi alla primavera sopra certi altri; altrove si sono distinti i mari, i laghi, i continenti; si è constatata l’atmosfera che li circonda; si sono vedute delle nubi, delle piogge, e si è quasi potuto dire qual tempo faceva in certi giorni sul tal pianeta. Finalmente si sono riunite delle prove così forti, così positive per dimostrare che la vita esiste in altri luoghi oltreché sul nostro globo, che ben presto sarà tanto impossibile rivocarlo in dubbio, come lo fu in tempo di Galileo, negare la rotazione della terra ». Oh! sì, la fecondità di Dio creatore è infinita, e la sua onnipotenza e sapienza si può manifestare in mille modi diversi, come meravigliosamente si manifesta anche solo in quel mondo che noi conosciamo. Sicché aveva ben ragione un poeta di cantare:

“Il mondo è un libro senza fin, né mezzo;

Per vivere ciascun ne legge un pezzo.

Sì profondo ne è l’accento,

Che scrutarlo invano io tento:

Vede il mondo Inocchio mio,

L’alma mia vi scerne Iddio.”

(Victor Hugo, Canti del crepuscolo, xx)

FALSI PROFETI

FALSI PROFETI

(Sac. G. Colombo, Pensieri sui Vangeli vol. Terzo. Milano,1939)

« Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti, come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire.

« Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? »

Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in Paradiso ma guardate alle loro azioni. Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». – L’immagine di Gesù che si stringe d’attorno i suoi apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti, deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se fin dall’inizio del secolo III, essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). – Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri, non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, mi ha diviso la predica in due punti: i falsi profeti della fede; i falsi profeti dei costumi.

I FALSI PROFETI DELLA FEDE

Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata, un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice: « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). – Questo fatto della storia sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste da pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete sotto il puzzo di Lutero e della sua esecrabile eresia: e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. – Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono cristiano anch’io — vi diranno forse — sono cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un falso profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credeteci! Perché quell’angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli:

1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina Cristiana! Dottrina Cristiana!

2 ) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti.

Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in una casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». – E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum.

I FALSI PROFETI DEI COSTUMI

Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, — dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché né uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime.

Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero della stampa cattiva ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico : « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto ? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti Dei ».

Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca della bestia feroce. « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ».

Le amicizie, — Talvolta il falso profeta si presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffigura Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica a un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè, Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). – Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinata dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ».

I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S . Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf., libr. V I , cap. 8).

CONCLUSIONE

Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che cosa vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom., XVI, 17 s.). – « Vi sono ancora molti chiaccheroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza di essi è immonda… » (Tit., I, 10 s.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di San Paolo.

CATECHISMO DI BALTIMORA 3 (XII) – Lez. 35-37

CATECHISMO DI BALTIMORA 3 (XII) – Lez. 35-37

[Dal terzo Concilio generale di Baltimora

Versione 1891]

LEZIONE 35 –

PRIMO E SECONDO PRECETTO DELLA CHIESA

D. 1325. Sono i Precetti della Chiesa pure Comandamenti di Dio?

R. I Precetti della Chiesa sono anch’essi dei Comandamenti di Dio, perché sono stabiliti con la sua autorità, e siamo quindi tenuti, sotto pena di peccato, ad osservarli.

D. 1326. Qual è la differenza tra i Comandamenti di Dio ed i Precetti della Chiesa?

R. I Comandamenti di Dio sono stati dati da Dio a Mosè sul Monte Sinai; i Precetti della Chiesa sono stati dati in diverse occasioni dalla legittima Autorità della Chiesa. I Comandamenti dati da Dio stesso non possono essere modificati dalla Chiesa; ma i Precetti della Chiesa possono essere cambiati dalla sua autorità come la necessità lo richieda.

D. 1327. Quali sono i Precetti capitali della Chiesa?

R. I Precetti capitali della Chiesa sono sei:

– Ascoltare la Messa la Domenica e nei giorni festivi di precetto.

– Digiunare ed astenersi nei giorni comandati.

– Confessarsi almeno una volta all’anno.

– Ricevere la Santa Eucaristia durante il periodo di Pasqua.

– Contribuire al sostegno dei nostri pastori.

– Non sposare persone non Cattoliche, nè che siano nostri consanguinei fino al terzo grado di parentela, né privatamente senza testimoni, né solennizzando il matrimonio nei tempi proibiti.

D. 1328. Perché la Chiesa ha istituito i Precetti?

R. La Chiesa ha istituito i Precetti per insegnare ai fedeli come adorare Dio e per proteggerli dalla negligenza nei loro doveri religiosi.

D. 1329. È peccato mortale non ascoltare la Messa di Domenica o in una festa di precetto?

R. Sì, è peccato mortale non ascoltare la Messa di Domenica o in una festa di precetto, a meno che non siamo scusati di un serio motivo. Commettono anche peccato mortale coloro che, avendo altri sotto la loro autorità, impediscono loro l’ascolto della Messa, senza una valida ragione.

D. 1330. Che cosa è un “grave motivo” che possa scusare dall’obbligo di sentire la Messa?

R. Una “grave ragione” che scusi dall’obbligo di ascoltar la Messa è qualsiasi motivo che renda impossibile o molto difficile partecipare alla Messa, come la malattia severa, la grande distanza dalla Chiesa, o la necessità di certe opere che non possono essere trascurate o rinviate.

D. 1331. I bambini sono obbligati, sotto pena di peccato mortale, come gli adulti, ad ascoltare la Messa la Domenica e nei giorni festivi di precetto?

R. Sì, i bambini che abbiano raggiunto l’uso della ragione, come gli adulti, sono tenuti sotto pena di peccato mortale, ad ascoltare la Messa la Domenica e nei giorni festivi di precetto; ma se essi ne sono impediti dai genitori o da altri, il peccato ricade su coloro che lo impediscono.

D. 1332. Perché sono stati istituiti dalla Chiesa i giorni festivi?

R. I giorni festivi sono stati istituiti dalla Chiesa per richiamare alla nostra mente i grandi misteri della Religione, nonché la virtù e l’anniversario dei Santi.

D. 1333. Quanti giorni festivi di obbligo ci sono in questo Paese?

R. In questo Paese ci sono sei giorni festivi di precetto, vale a dire:

– Festa dell’Immacolata Concezione (8 dicembre);

– Natale (25 dicembre);

  1. – Festa della circoncisione di nostro Signore (1 ° gennaio);

– Festa dell’Ascensione di nostro Signore (quaranta giorni dopo Pasqua);

– Festa dell’Assunzione della Beata Vergine (15 agosto); e

– Festa di tutti i Santi (1 novembre).

D. 1334. Come dovremmo trascorrere le feste di precetto?

R. Dovremmo trascorrere le feste di precetto come la Domenica.

D. 1335. Perché certi giorni festivi sono chiamati giorni festivi di precetto?

R. Alcuni giorni festivi sono chiamati giorni festivi di precetto, perché in questi giorni siamo obbligati, sotto pena di peccato mortale, ad ascoltare la Messa e non compiere opere servili, come facciamo la Domenica.

D. 1336. Che cosa deve fare chi è obbligato a lavorare in una Festa di precetto?

R. Chi è obbligato a lavorare in una Festa di precetto, dovrebbe, se possibile, ascoltare la Messa prima di andare a lavorare, e dovrebbe anche rendere conto di questa necessità nella confessione, in modo da ottenere un parere sull’argomento dal Confessore.

D. 1337. Cosa si intende per “giorni di digiuno”?

R. I giorni di digiuno sono giorni in cui ci è permesso un solo pasto completo.

D. 1338. È permesso nel giorni di digiuno prendere cibo oltre un pasto completo?

R. Nei giorni di digiuno, oltre a un pasto completo, è consentito prendere due altri pasti, senza carni, per mantenersi in forza, in base alle esigenze di ciascuno. Ma questi due piatti senza carne, sommati, non devono uguagliare un altro pasto completo.

D. 1339. Chi sono tenuti a digiunare?

R. Tutte le persone oltre i 21 anno, e sotto 59 anni di età, la cui salute e occupazione consentiranno loro di digiunare.

D. 1340. La Chiesa scusi alcune classi di persone dall’obbligo del digiuno?

R. La Chiesa scusa alcune categorie di persone dall’obbligo di digiunare, a causa della loro età, delle condizioni di salute, della natura del loro lavoro, o delle circostanze in cui vivono. Queste cose sono spiegate nel regolamento per la Quaresima, che sono lette pubblicamente nelle chiese ogni anno.

D. 1341. Cosa deve fare chi dubita del proprio obbligo al digiuno?

R. Nel caso di dubbio, in materia di digiuno, deve essere consultato il parroco o il confessore.

D. 1342. Quando cadono durante l’anno principalmente i giorni di digiuno?

R. I giorni di digiuno cadono principalmente durante l’anno durante la Quaresima e l’Avvento, le Tempora, le veglie o le vigilie di alcune grandi feste. In una veglia che cade di Domenica, il digiuno non viene però osservato.

D. 1343. Che cosa si intende per Quaresima, Avvento, tempora e le vigilie delle grandi feste?

R. La Quaresima è il periodo di sette settimane di penitenza che precedono la Pasqua. L’avvento si svolge nelle quattro settimane di preparazione precedenti il Natale. Le Tempora sono i tre giorni che contraddistinguono ciascuna delle quattro stagioni dell’anno come giorni speciale di preghiera e di ringraziamento. Le Veglie sono i giorni immediatamente precedenti le grandi Feste istituite come loro preparazione spirituale.

D. 1344. Che cosa si intende per giorni di astinenza?

R. I giorni di astinenza sono giorni nei quali non può essere consumata nessun tipo di carne (astinenza completa), oppure nei quali essa possa essere consumata solo una volta al giorno (astinenza parziale). Questo è spiegato nel regolamento per la Quaresima. Tutti i venerdì dell’anno sono giorni di astinenza, tranne quando una festa di precetto cada il venerdì al di fuori della Quaresima.

D. 1345. I bambini e le persone non in grado di digiunare sono obbligati ad astenersi nei giorni di astinenza?

R. Sì, i bambini, fin dall’età di sette anni e le persone che non riescono a digiunare, sono tenuti ad astenersi nei giorni di astinenza, a meno che non siano dispensati per una ragione seria.

D. 1346. Perché la Chiesa ci ordina di digiunare e di astenerci?

R. La Chiesa ci comanda di digiunare e di astenerci, perché possiamo mortificare le nostre passioni e soddisfare per i nostri peccati.

D. 1347. Cosa si intende per “nostre passioni”, e per “mortificare le nostre passioni?

R. Per “nostre passioni” si intendono i nostri desideri peccaminosi e le nostre inclinazioni. Mortificarle significa vietarle, e nel superarle, esse hanno meno potere di condurci al peccato.

D. 1348. Perché la Chiesa ordinarci di astenerci dalla carne il venerdì?

R. La Chiesa ci comanda di astenerci dalla carne il venerdì in onore del giorno in cui morì il nostro Salvatore.

LEZIONE 36

IL TERZO, QUARTO, QUINTO E SESTO PRECETTO DELLA CHIESA.

D. 1349. Cosa si intende con il Precetto di confessarci almeno una volta all’anno?

R. Con il comando di confessarci, almeno una volta all’anno si intende che siamo obbligati, sotto pena di peccato mortale, a confessarci nel corso dell’anno .

D. 1350. Dovremmo confessarci solo una volta all’anno?

R. Noi dovremmo confessarci frequentemente, se vogliamo condurre una buona vita.

D. 1351. Dovremmo andare a confessarci a tempo debito, anche se pensiamo che non abbiamo commesso alcun peccato dalla nostra ultima confessione?

R. Noi dovremmo andarci a confessarsi a tempo debito anche se pensiamo che non abbiamo commesso peccato dalla nostra ultima Confessione, perché il Sacramento della Penitenza ha per oggetto non solo il perdono dei peccati, ma ci concede anche la grazia di rafforzare l’anima contro la tentazione.

D. 1352. Anche i bambini dovrebbero andare alla confessione?

R. I bambini devono andare alla confessione quando sono abbastanza grandi per commettere peccato, che comunemente è ritenuta l’età di sette anni.

D. 1353. Commette peccato chi trascura di ricevere la Comunione durante il periodo di Pasqua?

R. Colui che trascura di ricevere la Comunione durante il periodo di Pasqua commette un peccato mortale.

D. 1354. Qual è il tempo di Pasqua?

R. Il tempo di Pasqua tempo è, in questo Paese, il tempo tra la prima domenica di Quaresima e la domenica della SS. Trinità.

D. 1355. Quando cade la domenica della SS. Trinità?

R. La Domenica della Santissima Trinità è la domenica successiva alla Pentecoste, cioè otto settimane dopo la Pasqua; in tal modo ci sono ben quattordici settimane in cui si può rispettare il precetto della Chiesa per ricevere la Santa comunione tra la prima domenica di Quaresima e la domenica della SS. Trinità.

D. 1356. Siamo noi obbligati a contribuire al sostegno dei nostri pastori?

R. Sì, siamo obbligati a contribuire al sostegno dei nostri pastori e a versare la nostra quota per le spese della Chiesa e della scuola.

D. 1357. Dove ha avuto origine il dovere di contribuire al sostegno della Chiesa e del clero?

R. Il dovere di contribuire al sostegno della Chiesa e del clero ha avuto origine fin dall’antica legge, quando Dio ordinò a tutti, di contribuire al sostegno del tempio e dei suoi sacerdoti.

D. 1358. Che cosa implica l’obbligo di sostenere la Chiesa e la scuola?

R. L’obbligo di sostenere la Chiesa e la scuola implica il dovere di utilizzare Chiesa e la scuola partecipando al culto religioso in quella e attendendo all’educazione cattolica nell’altra; infatti se la Chiesa e la scuola non fossero necessarie per il nostro benessere spirituale, non ci sarebbe stato comandato di sostenerle.

D. 1359. Il quinto precetto della Chiesa contempla il sostegno solo dei nostri pastori, della Chiesa e della scuola?

R. Il quinto precetto della Chiesa, comprende anche il sostentamento del nostro Santo Padre, il Papa, dei Vescovi, dei sacerdoti, delle missioni, delle istituzioni religiose e della Religione in generale.

D. 1360. Qual è il significato del precetto di non contrarre matrimonio entro il terzo grado di parentela?

R. Il significato del precetto di non contrarre matrimonio entro il terzo grado di parentela è che a nessuno è permesso di sposarsi con persona consanguinea entro il terzo grado di parentela.

D. 1361. Chi sono coloro che rientrano nel terzo grado di parentela?

R. I cugini di secondo grado costituiscono un terzo grado di consanguineità, e persone di cui il rapporto è ancora più prossimo ai cugini di secondo grado, hanno un grado maggiore di affinità. È pertanto vietato a persone così consanguinee contrarre matrimonio senza una dispensa o un permesso speciale della Chiesa.

D. 1362. Ci sono altre relazioni oltre alla consanguineità che rendono il matrimonio illegale senza una dispensa?

R. Sì, ci sono altre relazioni, oltre al rapporto di consanguineità che rendono il matrimonio illegale senza una dispensa, vale a dire, le relazioni contratto in matrimonio, che sono denominati gradi di affinità, e il rapporto contrattato essendo padrini di Battesimo, che si chiama affinità spirituale.

D. 1363. Cosa dovrebbero fare le persone per sposarsi, se sospettano di essere consanguinei?

R. Le persone, nel contrarre matrimonio, se sospettano di avere affinità reciproche, dovrebbero far conoscere i fatti al Sacerdote: egli esamina così il grado di parentela e può procurarsi una dispensa se necessario.

D. 1364. Cosa è il significato del precetto di non sposarsi privatamente?

R. Il comando di non sposarsi privatamente significa che nessuno deve sposarsi senza la benedizione del Sacerdoti di Dio, o senza testimoni.

D. 1365. Costituisce peccato per i Cattolici l’essere sposati davanti al ministro di un’altra religione?

R. Sì, è un peccato mortale per i Cattolici l’essere sposati davanti al ministro di un’altra religione, ed incorrono pure nella scomunica la cui assoluzione è riservata al Vescovo.

D. 1366. Qual è il significato del precetto di non solennizzare il matrimonio nei tempi proibiti?

R. Il significato del precetto di non rendere solenne il matrimonio nei tempi proibiti è che durante la Quaresima e l’Avvento la cerimonia del matrimonio non deve essere eseguita con pompa o con una Messa nuziale.

D. 1367. Cos’è la Messa nuziale?

R. La Messa nuziale è una Messa istituita dalla Chiesa per invocare una benedizione speciale sulla coppia di sposi.

D. 1368. I Cattolici dovrebbero sposarsi in una Messa nuziale?

R. I Cattolici dovrebbero essere sposati in una Messa nuziale, sia per mostrare una maggiore riverenza per il Santissimo Sacramento, sia per invocare ricche benedizioni sulla loro vita coniugale.

D. 1369. Quali limitazioni la Chiesa pone sulle cerimonie di matrimonio quando una delle persone non sia un Cattolica?

R. La Chiesa pone numerose restrizioni sulle cerimonie di matrimonio quando una delle persone non sia Cattolico. Il matrimonio non può aver luogo nella Chiesa; il sacerdote non può indossare i suoi paramenti sacri, né utilizzare l’acqua santa, né benedire l’anello, né lo stesso matrimonio. La Chiesa pone queste restrizioni per mostrare la sua sgradevolezza per tali matrimoni, comunemente chiamato matrimoni misti.

D. 1370. Perché i matrimoni misti non sono graditi alla Chiesa?

R. La Chiesa non ama i matrimoni misti perché tali matrimoni sono spesso infelici, danno luogo a molte controversie, mettono in pericolo la fede del membro cattolico della famiglia ed impediscono la formazione religiosa dei figli.

LEZIONE 37 –

IL GIUDIZIO FINALE E LA RESURREZIONE: INFERNO, PURGATORIO E PARADISO.

D. 1371. Quando ci Cristo giudicherà?

R. Cristo ci giudicherà immediatamente dopo la nostra morte e l’ultimo giorno.

D. 1372. Come è chiamato il giudizio che dobbiamo subire immediatamente dopo la morte?

R. La sentenza che dobbiamo subire immediatamente dopo la morte è chiamata il giudizio particolare.

D. 1373. Dove si terrà il giudizio particolare?

R. Il giudizio particolare si terrà nel luogo dove ogni persona muore, e l’anima andrà subito verso la sua ricompensa o punizione.

D. 1374. Come è chiamato il giudizio che tutti gli uomini devono subire nell’ultimo giorno?

R. La sentenza che tutti gli uomini devono subire nell’ultimo giorno è chiamata il giudizio universale.

D. 1375. La sentenza pronunziata nel giudizio particolare verrà modificata nel giudizio generale?

R. La sentenza emessa nel giudizio particolare, non verrà modificata al giudizio universale, ma sarà confermata e resa pubblica a tutti.

D. 1376. Perché Cristo giudica uomini immediatamente dopo la morte?

R. Cristo giudica gli uomini immediatamente dopo la morte per premiarli o punirli secondo le loro opere.

D. 1377. Come possiamo prepararci ogni giorno per il nostro giudizio?

R. Possiamo prepararci ogni giorno al nostro giudizio mediante un buon esame di coscienza, in cui dobbiamo scoprire i nostri peccati ed imparare a temere la punizione che essi meritano.

D. 1378. Che cosa sono i premi o le punizioni assegnate alle anime degli uomini dopo il giudizio particolare?

R. I premi o punizio ni assegnate alle anime degli uomini, dopo il giudizio particolare sono il Paradiso, il Purgatorio e l’Inferno.

D. 1379. Che cosa è l’Inferno?

R. L’inferno è una condizione in cui i malvagi sono condannati, in cui sono privati della vista di Dio per tutta l’eternità e sono in terribili tormenti.

D. 1380. I dannati soffriranno nel corpo e nella mente?

R. I dannati soffriranno in mente e il corpo, perché la mente e il corpo hanno una parte distinta nei loro peccati. La mente soffre il “dolore della perdita”, con cui si viene torturato dal pensiero di aver perduto Dio per sempre, mentre il corpo soffre il “dolore di senso”, con il quale viene torturato in tutti le suoi membra e nei sensi.

D. 1381. Che cosa è il Purgatorio?

R. Il Purgatorio è lo stato in cui soffrono per un certo tempo coloro che muoiono colpevoli di peccati veniali, o senza aver soddisfatto con la penitenza dovuta per i loro peccati.

D. 1382. Perché questo stato è chiamato Purgatorio?

R. Questo stato è chiamato Purgatorio perché in esso le anime eliminano e vengono purificate da tutte le loro macchie; e non si tratta, pertanto, di uno stato permanente o duraturo dell’anima.

D. 1383. Le anime del Purgatorio sono sicure della loro salvezza?

R. Le anime del Purgatorio sono sicure della loro salvezza, ed entreranno in paradiso, non appena purificati completamente e rese degne di godere di quella presenza di Dio che si chiama: la visione beatifica.

D. 1384. Conosciamo quali siano le anime del Purgatorio, e per quanto tempo debbano rimanere lì?

R. Noi non sappiamo quali siano le anime del Purgatorio, né per quanto tempo debbano rimanere lì; da qui continuiamo a pregare per tutte le persone che sono morte apparentemente nella vera fede e libere da peccato mortale. Essi sono chiamati i fedeli defunti.

D. 1385. I fedeli sulla terra possono aiutare le anime del Purgatorio?

R. Sì, i fedeli sulla terra possono aiutare le anime del Purgatorio con le loro preghiere, digiuni, elemosine, opere; con le indulgenze e facendo celebrare Messe per loro.

D. 1386. Dal momento che Dio ama le anime del Purgatorio, perché le punisce?

R. Proprio perché Dio ama le anime del Purgatorio, Egli le punisce poiché la sua santità richiede che nulla di contaminato possa entrare in Paradiso e la sua giustizia richiede che tutti siano puniti o ricompensati secondo ciò che meritano.

D. 1387. Se ognuno è giudicato immediatamente dopo la morte, che bisogno c’è di un giudizio universale?

R. Vi è necessità di un giudizio universale, anche se ognuno è già giudicato immediatamente dopo la morte, per il fatto che la Provvidenza di Dio, che, sulla terra, spesso consente ai buoni di soffrire ed ai malvagi di prosperare, possa infine apparire davanti a tutti gli uomini.

D. 1388. Cosa si intende per “Provvidenza di Dio”?

R. Per “Provvidenza di Dio” si intende il modo in cui Egli preserva, provvede, regola e governa il mondo e vi diriga tutte le cose con la sua volontà infinita.

D. 1389. Ci sono altre ragioni per il Giudizio Universale?

R. Sì, ci sono altre ragioni per il Giudizio Universale, soprattutto perché Cristo nostro Signore possa essere visto da tutto il mondo che gli ha negato l’onore alla sua prima venuta, così da essere costretto a riconoscerlo come suo Dio e Redentore.

D. 1390. I nostri corpi condivideranno la ricompensa o la punizione delle nostre anime?

R. I nostri corpi condivideranno la ricompensa o la punizione delle nostre anime, perché mediante la Risurrezione essi saranno ancora Uniti ad esse.

D. 1391. Quando avverrà la Risurrezione generale di tutti i defunti?

R. La Risurrezione generale di tutti i morti si svolgerà prima del Giudizio Universale, quando gli stessi corpi in cui abbiamo vissuto sulla terra, usciranno dalla tomba e saranno ricongiunti alla nostra anima, rimanendo uniti con essa per sempre, in Cielo o all’Inferno.

D. 1392. In che stato saranno i corpi alla Risurrezione?

R. I corpi dei giusti risorgeranno gloriosi ed immortali.

D. 1393. Risorgeranno anche i corpi dei dannati?

R. Anche corpi dei dannati risorgeranno, ma essi saranno condannati alle pene eterne.

D. 1394. Perché portiamo rispetto per i corpi dei morti?

R. Dobbiamo portare rispetto per i corpi dei morti, perché questi erano la dimora dell’anima, il mezzo attraverso il quale ha ricevuto i Sacramenti, e perché sono stati creati per occupare un posto in Paradiso.

D. 1395. Che cosa è il Cielo?

R. Il Cielo è lo stato di vita eterna in cui si vede Dio faccia a faccia, si è come Lui nella gloria e si gode la felicità eterna.

D. 1396. In che cosa consiste la felicità nei cieli?

R. La felicità in Paradiso consiste nel vedere la bellezza di Dio, nel conoscerlo come Egli è nell’avere ogni desiderio pienamente soddisfatti.

D. 1397. Cosa dice s. Paolo del cielo?

R. S. Paolo dice del cielo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano“. (I. Cor II, 9.)

D. 1398. La ricompensa nel cielo, o le punizioni nell’inferno sono le stesse per tutti coloro che entrano in uno di questi stati?

R. I premi del Cielo e le punizioni nell’Inferno non sono le stesse per tutti coloro che entrano in uno di questi stati, perché ogni ricompensa o punizione è proporzionata alla quantità di bene o di male che si è fatto in questo mondo. Ma siccome il Paradiso e l’Inferno sono eterni, ognuno gode la sua ricompensa o soffre la sua punizione per sempre.

D. 1399. Quali sono le parole che dovremmo tenere sempre in mente?

R. Noi dovremmo tenere sempre in mente queste parole del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo: “Cosa giova ad un uomo guadagnare il mondo intero e soffrire la perdita della propria anima?”, “ … cosa darà l’uomo in cambio della sua anima?” – “Il Figlio dell’uomo verrà nella gloria del Padre suo con i suoi Angeli”; e “…Egli renderà a ciascuno secondo le sue opere”.

R. 1400. Quali sono le verità religiose essenziali che dobbiamo conoscere e alle quali dobbiamo credere.

R. Le essenziali verità religiose che dobbiamo conoscere e alle quali credere sono:

– C’è un solo Dio, che ricompensa i buoni e punisce i malvagi.

– In Dio ci sono tre Persone Divine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo e queste Persone Divine sono chiamate la Santissima Trinità.

– Gesù Cristo, seconda Persona della Santissima Trinità, si è fatto uomo ed è morto per la nostra redenzione.

– Alla nostra salvezza è necessaria la grazia di Dio.

– L’anima umana è immortale.

(Fine)

 

CATECHISMO DI BALTIMORA 3 (XI) – Lez. 32-34

CATECHISMO DI BALTIMORA (XI) – Lez. 32-34

[Dal terzo Concilio generale di Baltimora

Versione 1891]

LEZIONE 32 –

DAL SECONDO AL QUARTO COMANDAMENTO

D. 1217. Qual è il secondo Comandamento?

R. Il secondo Comandamento è: tu non nominerai il Nome del Signore tuo Dio invano.

D. 1218. Che cosa si intende per “Nome di Dio invano”?

R. Per “Nome di Dio invano” si intende il nominarlo senza riverenza, come maledirlo o utilizzandolo in maniera leggera e spensierata, come esclamazione.

D. 1219. Cosa ci viene comandato dal secondo Comandamento?

R. Dal secondo Comandamento ci viene ordinato di parlare con riverenza di Dio e dei Santi e di tutte le cose sante, e di mantenere i nostri legittimi giuramenti e i voti.

D. 1220. È peccaminoso usare le parole della sacra Scrittura in senso cattivo o mondano?

R. Si, è peccaminoso usare le parole della Sacra Scrittura in senso cattivo o mondano, scherzare su di esse, ridicolizzarne il significato sacro, o in generale darne un significato che sappiamo essere quello che Dio non ha voluto trasmettere con esse.

D. 1221. Che cosa è un giuramento?

R. Un giuramento è l’invocare Dio per testimoniare la verità di ciò che noi diciamo.

D. 1222. Come è fatto di solito un giuramento?

R. Un giuramento è fatto solitamente ponendo la mano sulla Bibbia o alzando la mano verso il cielo come segno che noi chiamiamo Dio a testimoniare che quello che stiamo dicendo è sotto giuramento e vero, al meglio della nostra conoscenza.

D. 1223. Cos’è lo spergiuro?

R. Spergiuro è il peccato che si commette quando consapevolmente si fa un falso giuramento: Giura che sia la verità ciò che sa essere falso. Dare falsa testimonianza è un reato contro la legge del nostro Paese e un peccato mortale davanti a Dio.

D. 1224. Chi ha il diritto di farci prestare giuramento?

R. Tutte le persone alle quali la legge del nostro Paese ha dato tale autorità, hanno il diritto di farci prestare giuramento. Essi sono principalmente giudici, magistrati e funzionari pubblici, che hanno il dovere di far rispettare le leggi. In materia religiosa i Vescovi e gli altri ai quali è data autorità, hanno anche il diritto di farci prestare giuramento.

D. 1225. Quando possiamo prestare un giuramento?

R. Noi possiamo prestare giuramento quando è ordinato dall’autorità legittima o necessario per l’onore di Dio o per conto nostro o per il bene del nostro prossimo.

D. 1226. Quando un giuramento è necessario per l’onore di Dio o per il nostro o il bene del nostro prossimo?

R. Un giuramento può essere richiesto per l’onore di Dio o per il bene nostro o del nostro prossimo, quando siamo chiamati a difendere la nostra Religione contro false accuse; o per proteggere la proprietà o il buon nome nostro o del nostro prossimo; o quando siamo chiamati a dare una testimonianza che permetterà alle autorità legali di scoprire la colpevolezza o l’innocenza di una persona accusata.

D. 1227. È mai possibile che si prometta sotto giuramento, nelle società segrete o altrove, di obbedire ad altri in tutto ciò che di bene o di male si comandi?

R. No, non è mai permesso promettere sotto giuramento, nelle società segrete o altrove, l’obbedienza ad altro in qualunque cosa questi comandi di buono o di male, perché con tale giuramento ci dichiariamo noi stessi pronti e disposti a commettere peccato, se venisse ordinato di farlo, mentre Dio ci comanda di evitare anche il solo pericolo di peccare. Quindi la Chiesa vieta di partecipare a qualsiasi società in cui siano fatti tali giuramenti dai loro membri.

D. 1228. A quali associazioni ci viene in generale proibito di unirci?

R. In generale ci è proibito di partecipare:

– A tutte le società condannate dalla Chiesa;

– A tutte le società il cui oggetto è illecito e i mezzi utilizzati peccaminosi;

– Alle società in cui vengono violati i diritti e le libertà della nostra coscienza da giuramenti temerari o pericolosi;

– Alle società in cui venga utilizzato qualsiasi tipo di cerimonia religiosa o forma di culto falso.

D. 1229. Sono proibite le associazioni sindacali o le associazioni benefiche?

R. I sindacati e le associazioni benefiche non sono di per sé vietate perché abbiano finalità legali, che essi possono garantire con mezzi leciti. La Chiesa incoraggia ogni società che aiuti i suoi membri spiritualmente o materialmente in modo legale e censura o rinnega ogni società che utilizzi mezzi illeciti o peccaminosi onde garantire anche un fine supposto buono; la Chiesa non può mai permettere a chiunque di fare del male perché da esso possa derivarne bene.

D. 1230. È lecito per voto o promessa, una rigorosa obbedienza al superiore religioso?

R. È lecito per voto o promessa, una rigorosa obbedienza al superiore religioso, perché tale superiore può esigere obbedienza solo nelle cose che hanno la sanzione di Dio o della sua Chiesa.

D. 1231. Che cosa è necessario onde fare un giuramento legittimo?

R. Per rendere lecito un giuramento è necessario che ciò che giuriamo sia vero e che ci sia una causa sufficiente per prestare tale giuramento.

D. 1232. Che cosa è un voto?

R. Un voto è una deliberata promessa fatta a Dio di fare qualcosa che Gli piaccia.

D. 1233. Quali sono i voti fatti più frequentemente?

R. I voti fatti più frequentemente sono i tre voti di povertà, castità e obbedienza, presi da persone che vivono in comunità religiosa o consacrata a Dio. A persone che vivono nel mondo è talvolta permesso di rendere tali voti privatamente, ma questo non dovrebbe mai essere fatto senza il consiglio e il consenso del loro confessore.

D. 1234. Cosa si richiede a chi fa i voti di povertà, castità ed obbedienza?

R. I voti di povertà, castità e obbedienza richiedono che coloro che li facciano non posseggano né acquisiscano alcuna proprietà o beni per sé solo; che non si sposino né si rendano colpevoli di atti di libidine, e che dovranno rigorosamente obbedire ai loro legittimi superiori.

D. 1235. È sempre stato un costume dei pii cristiani, fare i voti e promesse a Dio?

R. È stato sempre costume dei pii cristiani il fare i voti e promesse a Dio: per implorare il suo aiuto per qualche fine speciale, o per ringraziarlo di qualche beneficio ricevuto. Sono stati promessi pellegrinaggi, buone opere, elemosine o si è giurato di erigere chiese, conventi, ospedali o scuole.

D. 1236. Che cosa è un pellegrinaggio?

R. Un pellegrinaggio è un viaggio in un luogo santo fatto in un modo religioso e per uno scopo religioso.

D. 1237. È un peccato non soddisfare i nostri voti?

R. Si, non per soddisfare i nostri voti è un peccato, mortale o veniale, secondo la natura del voto e l’intenzione che abbiamo avuto nel farlo.

D. 1238. Siamo tenuti a fare un giuramento o un voto illecito?

R. No, noi non stiamo tenuti, ma, al contrario, ci è positivamente vietato fare un giuramento o un voto illecito. In tale giuramento o nel fare tal voto, siamo colpevoli di peccato, e saremmo colpevoli di peccato ancora maggiore nel mantenerli.

D. 1239. Che cosa proibisce il secondo Comandamento?

R. Il secondo Comandamento proibisce tutti i giuramenti falsi, temerari, ingiusti e inutili, la bestemmia, le maledizioni e le parole volgari.

D. 1240. Quando un giuramento, è temerario, ingiusto o inutile?

R. Un giuramento è avventato quando non siamo sicuri della verità di ciò che noi giuriamo; è ingiusto quando ferisce un altro illecitamente; ed è inutile quando non c’è nessuna buona ragione per prenderlo.

D. 1241. Che cosa è una bestemmia, e quali sono le parole volgari?

R. La bestemmia è qualsiasi parola o azione intesa come un insulto a Dio. Anche il dire che Egli sia crudele o il trovare un difetto nelle sue opere è una bestemmia. È un peccato molto maggiore dell’imprecazione o del nominare il nome di Dio invano. La volgarità è dire parole cattive, irriverenti o irreligiose.

D. 1242. Qual è il terzo Comandamento?

R. Il terzo Comandamento è: ricordati di santificare il giorno del riposo.

D. 1243. Cosa ci comanda il terzo Comandamento?

R. Con il terzo Comandamento ci viene ingiunto di santificare il giorno del Signore e le feste dell’obbligo, nelle quali noi siamo tenuti a mettere il nostro tempo al servizio e al culto di Dio.

D. 1244. Cosa sono i giorni festivi di precetto?

R. I giorni festivi di precetto sono delle feste particolari della Chiesa nelle quali siamo obbligati, sotto pena di peccato mortale, ad ascoltare la Messa ed astenerci dai lavori corporali o servili quando questo possa essere fatto senza grandi perdite o inconvenienti. Chi, a causa di varie circostanze, non possa rinunciare al lavoro nelle feste d’obbligo, dovrebbe fare ogni sforzo per ascoltare la Messa e dovrebbe anche giustificare in confessione la necessità di lavorare nei giorni festivi.

D. 1245. Come dobbiamo fare noi per adorare Dio la domenica e nei giorni festivi di precetto?

R. Dobbiamo adorare Dio la domenica e nei giorni festivi di precetto, ascoltando la Messa, pregando e facendo altre opere buone.

D. 1246. Qual è il nome di alcune delle opere buone consigliate per la Domenica.

R. Alcune delle opere buone consigliate per la Domenica sono: la lettura di libri o documenti religiosi, lo studio e l’insegnamento del Catechismo, il portare sollievo ai poveri o ai malati, la visita al Santissimo Sacramento, la frequentazione dei Vespri, la recita de Santo Rosario o altre devozioni nella Chiesa; anche la frequenza di riunioni dei sodalizi o delle associazioni religiose. Non è necessario spendere tutta la domenica in tali opere buone, ma dobbiamo dedicare qualche tempo ad esse, affinché per amor di Dio possiamo fare un po’ più di ciò che rigorosamente ci viene ordinato.

D. 1247. È vietato, quindi, cercare piaceri o godimenti domenicali?

R. Non è proibito cercare piaceri leciti o qualche godimento di Domenica, soprattutto da coloro che sono occupati durante tutta la settimana, perché Dio non ha inteso istituire la Domenica come una punizione, ma come un beneficio per noi. Pertanto, dopo aver ascoltato la Messa, possiamo concederci qualche ricreazione quando sia necessaria o utile per noi; ma dovremmo evitare qualsiasi divertimento volgare, rumoroso o vergognoso che trasforma il giorno di riposo e di preghiera in un giorno di scandalo e di peccato.

D. 1248. Il giorno di sabato e la Domenica sono uguali?

R. Giorno di sabato e la Domenica non sono uguali. Il sabato è il settimo giorno della settimana è il giorno che è stato ritenuto Santo nella legge antica; la domenica è il primo giorno della settimana ed è il giorno che è ritenuto Santo nella nuova legge.

D. 1249. Cosa si intende per “vecchia” e “nuova” legge?

R. La legge antica significa la legge o la religione data agli Ebrei; la nuova legge significa la legge o la Religione data ai Cristiani.

D. 1250. Perché la Chiesa ci ordina di santificare la Domenica anziché il sabato?

R. La Chiesa ci comanda di santificare la Domenica anziché il sabato perché fu di Domenica che Cristo risuscitò dai morti e di Domenica ha mandato lo Spirito Santo sugli Apostoli.

D. 1251. Riteniamo santa la Domenica invece del sabato, anche per qualche altro motivo?

R. Dobbiamo santificare la Domenica invece del sabato anche per insegnare che la legge antica non è più vincolante ora per noi, e che dobbiamo osservare la nuova legge, che ha preso il suo posto.

D. 1252. Che cosa proibisce il terzo Comandamento?

R. Il terzo Comandamento proibisce tutte i lavori servili inutili e quant’altro possa ostacolare il dovuto rispetto del giorno del Signore.

D. 1253. Quali sono le opere servili?

R. Le opere servili sono quelle che richiedono un impegno del corpo più che della mente.

D. 1254. Da che cosa le opere servili derivano il loro nome?

R. Le opere servili derivano il loro nome dal fatto che tali opere venivano fatte in precedenza dai servi. Di conseguenza, la lettura, lo scrittura, lo studiare e, in generale, tutte le opere che gli schiavi di solito non eseguivano non sono considerate opere servili.

D. 1255. Le opere servili di Domenica non sono mai lecite?

R. Le opere servili sono lecite la Domenica quando le imponga l’onore di Dio, il bene del nostro prossimo o una impellente necessità.

D. 1256. Si diano alcuni esempi di quando l’onore di Dio, il bene del nostro prossimo o la necessità possano richiedere le opere servili di Domenica.

R. L’onore di Dio, il bene del nostro prossimo o le necessità possono richiedere opere servili di Domenica come, ad esempio, la ricerca di un posto nella santa Messa, il salvataggio di beni da tempeste o da incidenti, la cottura di cibi o simili opere.

LEZIONE 33 – DAL QUARTO AL SETTIMO COMANDAMENTO

D. 1257. Qual è il quarto Comandamento?

R. Il quarto Comandamento è: Onora tuo padre e tua madre.

D. 1258. Che cosa si intende con la parola “onora” in questo Comandamento?

R. Con la parola “onore” in questo Comandamento, si intende tutto ciò che sia necessario per il benessere spirituale e materiale dei nostri genitori, la dimostrazione di un giusto rispetto e l’adempimento nel fare tutti i nostri doveri.

D. 1259. Cosa ci comandato il quarto Comandamento?

R. Dal quarto Comandamento ci viene imposto di onorare, amare e rispettare i nostri genitori in tutto ciò che non sia peccato.

D. 1260. Perché dovremmo rifiutarci di obbedire ai genitori o ai superiori che ci comandano di peccare?

R. Noi dovremmo rifiutarci di obbedire ai genitori o ai superiori che ci comandano di peccare, perché non agiscono in questo caso con l’autorità di Dio, ma al contrario ed in violazione delle sue leggi.

D. 1261. Noi siamo tenuti a onorare e rispettare altri oltre che i nostri genitori?

R. Siamo anche tenuti ad onorare e rispettare i nostri Vescovi, pastori, magistrati, insegnanti ed altri legittimi superiori.

D. 1262. Cosa sono i magistrati?

R. Per magistrati si intendono tutti i funzionari di qualsiasi rango che abbiano un legittimo diritto per legge, sopra noi e sui nostri affari o possedimenti temporali.

D. 1263. Cosa sono i legittimi superiori?

R. Per legittimi superiori si intendono tutte le persone a cui siamo in qualche modo sottoposti, come i datori di lavoro o altri sotto la cui autorità viviamo o lavoriamo.

D. 1264. Qual è il dovere di servitori o operai ai loro datori di lavoro?

R. Il dovere dei servi o degli operai verso i loro datori di lavoro è quello di servire fedelmente e onestamente, secondo i loro accordi evitando di danneggiare le loro proprietà o la reputazione.

D. 1265. I genitori ed i superiori hanno eventuali doveri verso coloro che sono sottoposti alla loro autorità?

R. Dovere dei genitori e dei superiori è il prendersi cura di tutti coloro che si trovano sotto la loro autorità dando loro l’esempio ed una giusta direzione.

D. 1266. Se i genitori o i superiori trascurano il loro dovere o abusano della loro autorità in un qualunque particolare ambito, dovremmo seguire la loro direzione e l’esempio in quel particolare ambito?

R. Se i genitori o i superiori trascurano il loro dovere o abusano della loro autorità in qualsiasi particolare non dobbiamo seguire la loro direzione o l’esempio dato in particolare, ma seguire sempre i dettami della nostra coscienza nell’adempimento del nostro dovere.

D. 1267. Qual è il dovere dei datori di lavoro nei confronti dei loro dipendenti od operai?

R. Il dovere dei datori di lavoro nei confronti dei loro dipendenti od operai è quello di badare che essi siano provvisti del necessario, trattati gentilmente ed onestamente, secondo i loro accordi, e che siano giustamente corrisposti i loro salari al momento pattuito.

D. 1268. Che cosa proibisce il quarto Comandamento?

R. Il quarto Comandamento proibisce ogni disobbedienza, il disprezzo e l’ostinazione verso i nostri genitori o verso i legittimi superiori.

D. 1269. Cosa si intende per disprezzo e testardaggine?

R. Disprezzo è l’intenzionale mancanza di rispetto per la legittima autorità, mentre per testardaggine ostinata è la determinazione a non cedere alla legittima autorità.

D. 1270. Qual è il quinto Comandamento?

R. Il quinto Comandamento è: non uccidere.

D. 1271. Quale uccisione proibisce questo Comandamento?

R. Questo Comandamento proibisce l’uccisione solo degli esseri umani.

D. 1272. Come facciamo a sapere che questo Comandamento proibisca l’uccisione solo degli esseri umani?

R. Noi sappiamo che questo Comandamento proibisce l’uccisione solo degli esseri umani, perché, dopo aver dato questo Comandamento, Dio ordinò che gli animali venissero uccisi per il sacrificio nel tempio di Gerusalemme, e Dio non contraddice se stesso.

D. 1273. Cosa ci viene comandato dal quinto Comandamento?

R. Dal quinto Comandamento ci viene comandato di vivere in pace ed in unione con il nostro prossimo, di rispettarne i diritti, di cercare il suo benessere spirituale e corporale e di prenderci cura della nostra vita e salute.

D. 1274. Qual peccato è distruggere la propria vita, o commettere suicidio, come è chiamato questo atto?

R. Distruggere la propria vita o suicidarsi, come viene chiamato questo atto, è un peccato mortale, e le persone che volontariamente e consapevolmente commettono tale atto, muoiono in uno stato di peccato mortale e sono privati della sepoltura cristiana. È anche errato esporsi inutilmente al pericolo di morte con atti temerari e rischiosi.

D. 1275. È lecito per qualche motivo togliere deliberatamente ed intenzionalmente la vita ad una persona innocente?

R. Non è lecito mai per qualunque causa, togliere la vita deliberatamente e intenzionalmente ad una persona innocente. Tali atti sono sempre omicidio e non possono essere scusati mai per qualsiasi motivo, anche se ritenuto importante o necessario.

D. 1276. In quali circostanze può la vita umana essere legittimamente tolta?

R. La vita umana può essere legittimamente tolta:

– Per autodifesa, quando si venga ingiustamente attaccati e non si abbia nessun altro mezzo per salvare la propria vita;

– In una guerra giusta, quando la sicurezza o i diritti della nazione lo richiedano;

– Nell’esecuzione legale di un criminale trovato, con prove inoppugnabili, colpevole di un crimine punibile con la morte quando la conservazione dell’ordine pubblico ed il bene della Comunità richiedano tale esecuzione.

D. 1277. Che cosa proibisce il quinto Comandamento?

R. Il quinto Comandamento proibisce tutti gli omicidio dolosi, i combattimenti, la rabbia, l’odio, vendetta e il cattivo esempio.

D. 1278. Il quinto Comandamento può essere violato, pure dando scandalo o cattivo esempio es inducendo altri a peccare?

R. Il quinto Comandamento può essere violato anche dando scandalo o cattivo esempio ed inducendo altri a peccare, perché tali atti possono distruggere la vita dell’anima conducendola in peccato mortale.

D. 1279. Che cosa è lo scandalo?

R. Scandalo è qualsiasi parola peccaminosa, atto od omissione che disponga gli altri al peccato, o che diminuisce il loro rispetto per Dio e la Religione Santa.

D. 1280. Perché i combattimenti o duelli, la rabbia, l’odio e la vendetta sono proibiti dal quinto Comandamento?

R. La lotta e duelli, la rabbia, l’odio e lavendetta sono proibiti dal quinto Comandamento perché essendo peccati in se stessi, possono condurre all’omicidio. I Comandamenti vietano non solo tutto ciò che li viola, ma anche tutto ciò che può essere causa di una loro violazione.

D. 1281. Qual è il sesto Comandamento?

R. Il sesto Comandamento è: non commettere adulterio.

D. 1282. Cosa ci impone il sesto Comandamento?

R. Dal sesto Comandamento ci viene comandato di essere puri nel pensiero e modesti di tutti i nostri sguardi, parole e azioni.

D. 1283. È peccato ascoltare le conversazione, le canzoni o gli scherzi immodesti?

R. Si, è peccato ascoltare conversazioni, canzoni o facezie immodeste quando possiamo evitarlo, per mostrare che in alcun modo prendiamo piacere in queste cose.

D. 1284. Che cosa proibisce il sesto Comandamento?

R. Il sesto Comandamento proibisce tutte le libertà dell’impudicizia con altra persona che non sia il proprio coniuge; inoltre tutte le immodestie con noi stessi o verso altri mediante sguardi, vestiti, parole ed azioni.

D. 1285. Perché i peccati di impurità sono i più pericolosi?

R. I peccati di impurità sono i più pericolosi:

– perché in generale più numerose sono le tentazioni;

– perché, se intenzionali, sono sempre mortali, e

– perché, più di altri peccati, conducono alla perdita della fede.

D. 1286. Il sesto Comandamento proibisce la lettura di giornali e libri cattivi e immodesti?

R. Si, il sesto Comandamento vieta la lettura di giornali e libri cattivi e immodesti.

D. 1287. Che cosa si dovrebbe fare con i giornali ed i libri immodesti?

R. I libri ed i giornali immodesti dovrebbero essere distrutti al più presto, appena possibile, e se non possiamo distruggerli da noi stessi, dovremmo indurre i loro proprietari a farlo.

D. 1288. Quali libri la Chiesa ritiene cattivi?

R. La Chiesa ritiene malvagi tutti i libri contenenti insegnamenti contrario alla fede o alla morale, o che volontariamente travisano la Dottrina e la pratica cattolica.

D. 1289. Quali sono i luoghi pericolosi per la virtù della purezza?

R. Pericolosi per la virtù della purezza sono i teatri indecenti ed i luoghi analoghi di divertimento, poiché le loro rappresentazioni sono spesso destinate a suggerire cose immodeste.

LEZIONE 34 – DAL SETTIMO AL DECIMO COMANDAMENTO D.

D. 1290. Qual è il settimo comandamento?

R. Il settimo Comandamento è: non rubare.

D. 1291. Cos’è il peccato di rubare?

R. Il rubare può essere un peccato mortale o veniale, secondo l’importo rubato, le modalità o i tempi in cui è compiuto. Varie circostanze possono rendere il peccato più o meno grave, e dovrebbero essere sempre precisate nella Confessione.

D. 1292. Può mai essere un sacrilegio il rubare?

R. Sì, rubare è un sacrilegio, quando la cosa rubata appartiene alla Chiesa e quando il furto avviene nella Chiesa.

D. 1293. Quali peccati sono equivalenti al rubare?

R. Lo sono tutti i peccati di imbroglio, frode o nocumento all’altrui proprietà; anche il prendere in prestito o l’acquisto con l’intenzione di non mai ripagare, equivalgono a rubare.

D. 1294. In quali altri modi può una persona peccato contro l’onestà?

R. Le persone possono peccare contro l’onestà anche ricevendo consapevolmente, acquistando o condividendo beni rubati; allo stesso modo lo è il dare o prendere tangenti per scopi disonesti.

D. 1295. Cosa ci viene ordinato con il settimo Comandamento?

R. Con il settimo Comandamento ci viene ordinato di dare a tutti gli uomini ciò che appartiene a loro e di rispettarne la proprietà.

D. 1296. Come possono le persone che lavorano per gli altri, essere colpevole di disonestà?

R. Le persone che lavorano per gli altri possono essere colpevoli di disonestà lavorando meno del tempo per il quale sono pagati, facendo un cattivo lavoro o impiegando materiali scadenti senza che il loro datore di lavoro ne sia a conoscenza.

D. 1297. In quale altro modo una persona può essere colpevole di disonestà?

R. Una persona può essere colpevole di disonestà nell’ottenere denaro o beni con pretesti ingannevoli, e utilizzandoli per scopi diversi da quelli per i quali siano stati dati.

D. 1298. Che cosa proibisce il settimo Comandamento?

R. Il settimo Comandamento proibisce tutto quanto sia ingiusto prendere o l’appropriarsi di ciò che appartiene a un altro.

D. 1299. Cosa dobbiamo fare con le cose trovate?

R. Dobbiamo restituire le cose trovato ai loro legittimi proprietari appena possibile, e dobbiamo anche usare tutti i mezzi ragionevoli per trovare i proprietari se a noi sconosciuti.

D. 1300. Cosa dobbiamo fare se scopriamo che abbiamo comprato della merce rubata?

R. Se scopriamo di aver comprato merci rubate e conosciamo i loro legittimi proprietari, dobbiamo loro restituire la merce al più presto senza un risarcimento da parte del proprietario per quello che abbiamo pagato per la merce.

D. 1301. Siamo costretti a restituire beni illecitamente acquisiti?

R. Sì, siamo tenuti a restituire i beni illeciti, o il valore di essi, per quanto siamo in grado; altrimenti noi non possiamo essere perdonati.

D. 1302. Cosa dobbiamo fare se non possiamo restituire tutto ciò che dobbiamo, o se la persona alla quale dovremmo ripristinare sia morta?

R. Se non possiamo restituire tutto che dobbiamo, dobbiamo restituire quanto possibile, e se la persona a cui noi dovremmo restituire sia morta, dobbiamo restituire ai suoi figli o agli eredi, e se questi non possono essere ritrovati, possiamo farne elemosine ai poveri.

D. 1303. Cosa deve fare chi non può pagare i suoi debiti e vuole ancora ricevere i sacramenti?

R. Uno che non possa pagare i suoi debiti e ancora vuole ricevere i Sacramenti deve sinceramente promettere di ripagare quanto prima e deve immediatamente fare ogni sforzo in merito.

D. 1304. Siamo obbligati a riparare i danni che abbiamo provocato ingiustamente?

R. Sì, siamo tenuti a riparare i danni che abbiamo provocato ingiustamente.

D. 1305. Qual è l’ottavo Comandamento?

R. L’ottavo comandamento è: non darai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.

D. 1306. Cosa ci ordina l’ottavo comandamento?

R. Con l’ottavo Comandamento ci viene ordinato di dire la verità in tutte le cose e di stare attenti all’onore e alla reputazione di ognuno.

D. 1307. Che cosa è una bugia?

R. Una bugia è un peccato commesso consapevolmente nel dire ciò che è falso con l’intenzione di ingannare. Giurare circa una cosa menzognera rende il peccato maggiore, e tale giuramento è chiamato spergiuro. La finzione, l’ipocrisia, la falsa lode, il millantato credito, ecc., sono simili alle bugie.

D. 1308. Come possiamo conoscere il grado di colpevolezza di una bugia?

R. Possiamo conoscere il grado di peccaminosità in una bugia dalla quantità del danno che essa fa e dall’intenzione avuta nel raccontarla.

D. 1309. Ci scuserà un buon motivo per dire una bugia?

R. Una ragione, benché buona, non scuserà il profferire una bugia, perché una bugia è sempre un male in sé. Essa non è mai permessa, anche se fatta con l’intenzione di fare una cosa che non sia cattiva in sé.

D. 1310. Che cosa proibisce l’ottavo Comandamento?

R. L’ottavo Comandamento proibisce tutte le sentenze temerarie, la maldicenza, le calunnie e le menzogne.

D. 1311. Che cosa sono qualche escursionista, maldicenza, calunnia e giudizio temerario?

R. Il giudizio temerario è credere che una persona sia colpevole di peccato senza una causa sufficiente. La maldicenza è il dire cose cattive di un altro in sua assenza. La calunnia è dire bugie su di un altro con l’intenzione di ferirlo. La detrazione è rivelare i peccati altrui senza che ce ne sia la necessità.

D. 1312. È  permesso mai riferire le colpe di un altro?

R. È permesso dire le colpe di un altro quando sia necessario farle conoscere ai suoi genitori o ai superiori, di modo tale che i difetti possano essere corretti e così verrebbe impedito un peccato più grave.

D. 1313. Che cosa è racconto riportato, e perché è sbagliato?

R. Il racconto-riportato è l’atto di raccontare a persone ciò altri hanno detto su di loro, soprattutto se le cose che hanno detto sono malvagie. Esso è un errore, perché dà luogo a rabbia, odio, risentimento e malevolenza ed è spesso causa di peccati maggiori.

D. 1314. Cosa devono fare coloro che hanno mentito sul loro prossimo e gravemente ferito la loro reputazione?

R. Coloro che hanno mentito circa il loro prossimo e ne hanno ferito gravemente l’onore, devono riparare il danno fatto, per quanto siano in grado; nel caso contrario essi non saranno perdonati.

D. 1315. Qual è il nono Comandamento?

R. Il nono Comandamento è: non desiderare la donna del tuo prossimo.

D. 1316. Cosa ci ordina il nono Comandamento?

R. Dal nono comandamento ci viene imposto di mantenerci puri nel pensiero e nei desideri.

D. 1317. Che cosa proibisce il nono Comandamento?

R. Il nono Comandamento proibisce di desiderare un’altra donna o un altro uomo, nonché tutti i pensieri impuri illeciti, ed i pensieri immodesti.

D. 1318. I desideri ed i pensieri impuri sono sempre peccati?

R. Si, i desideri ed i pensieri impuri sono sempre peccati, a meno che essi ci dispiacciano e si cerca di eliminarli.

D. 1319. Qual è il decimo Comandamento?

R. Il decimo Comandamento è: non desiderare i beni del tuo prossimo.

D. 1320. Che cosa significa desiderare?

R. Desiderare, bramare, significa aver desiderio di ottenere ingiustamente ciò che un altro possiede o il rimpiangere di non poterlo avere al par di lui.

D. 1321. Cosa ci viene comandato dal decimo Comandamento?

R. Dal decimo Comandamento ci viene comandato di accontentarci di tutto quello che abbiamo e di gioire del benessere del nostro prossimo.

D. 1322. Non dovremmo, quindi, provare a migliorare la nostra posizione nel mondo?

R. Certamente, noi dovremmo cercare di migliorare la nostra posizione nel mondo, purché lo si possa fare onestamente e senza esporci a maggiori tentazioni o peccati.

D. 1323. Che cosa proibisce il decimo Comandamento?

R. Il decimo comandamento proibisce tutti i desideri di possedere o ritenere ingiustamente ciò che appartiene ad altri.

D. 1324. In che cosa consiste la differenza tra il sesto Comandamento ed il nono e tra il settimo ed il decimo?

R. Il sesto Comandamento si differenzia dal nono in questo, che il sesto si riferisce principalmente ad atti esterni di impurità, mentre il nono si riferisce più ai peccati di pensiero contro la purezza. Il settimo comandamento si riferisce principalmente ad atti esterni di disonestà, mentre il decimo si riferisce più ai pensieri contro l’onestà.

CATECHISMO DI BALTIMORA 3 (X)- Lez. 29-31

CATECHISMO DI BALTIMORA 3 (X)- Lez. 29-31

[Dal terzo Concilio generale di Baltimora

Versione 1891]

LEZIONE 29 – SUI COMANDAMENTI DI DIO

D. 1125. È sufficiente appartenere alla Chiesa di Dio per essere salvati?

R. No, non è sufficiente appartenere alla Chiesa per essere salvati, ma dobbiamo anche osservare i Comandamenti di Dio e della Chiesa.

D. 1126. I precetti della Chiesa sono anch’essi Comandamenti di Dio?

R. I precetti della Chiesa sono anche essi Comandamenti di Dio, poiché sono stati emanati con la sua autorità e sotto la guida dello Spirito Santo; tuttavia, la Chiesa può cambiare o abolire i propri comandamenti, mentre non è possibile modificare o abolire i Comandamenti dati direttamente da Dio.

D. 1127. Quali sono i Comandamenti che contengono tutta la legge di Dio?

R. I Comandamenti che contengono tutta la legge di Dio sono questi due:

1. Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente;

2. Amerai il prossimo tuo come te stesso.

D. 1128. Perché questi due Comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo contengono tutta la legge di Dio?

R. Questi due Comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo contengono tutta la legge di Dio, perché tutti gli altri Comandamenti sono dati per aiutarci ad osservare questi due, o direttamente o per evitare ciò che si oppone a loro.

D. 1129. Si spieghino ulteriormente come i due Comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo contengano l’insegnamento di tutti i dieci Comandamenti.

R. I due Comandamenti dell’amore di Dio e del prossimo contengono l’insegnamento dei dieci Comandamenti, perché: i primi tre dei dieci Comandamenti si riferiscono a Dio e ci obbligano ad adorare Lui solo, a rispettare il suo Nome e servirlo come Egli vuole e così facendo queste cose, lo ameremo; in secondo luogo poi, gli ultimi sette tra i dieci comandamenti, si riferiscono al nostro prossimo e vietano di danneggiarlo nel corpo, nell’anima, nelle cose sue proprie o nella reputazione, e se lo amiamo non gli faremo alcun danno in ognuna di queste cose, ma, al contrario, cercheremo di aiutarlo per quanto possibile.

D. 1130. Quali sono i Comandamenti di Dio?

R. I Comandamenti di Dio sono questi dieci:

1.-Io sono il Signore tuo Dio, che ti fece uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avrai dèi stranieri oltre a me. Non ti farai alcuna scultura, né immagine di qualsiasi cosa che sia lassù nel cielo o sulla terra, né di quelle cose che sono nelle acque o sotto la terra. Non li adorare, non li servire.

2. – Tu non userai il Nome del Signore tuo Dio invano.

3. – Ricordati di santificare il giorno del riposo.

4. -Onora tuo padre e tua madre.

5. – Non uccidere.

6. – Non commettere adulterio.

7. – Non rubare.

8. – Non attestare il falso contro il tuo prossimo.

9. – Non desiderare la moglie del tuo prossimo.

10. – Non desiderare i beni del tuo prossimo.

D. 1131. Che cosa significa, una “scultura” o “immagine di nulla che sia nei cieli, sulla terra o nelle acque” nel primo Comandamento?

R. Il primo Comandamento, con “scultura” o “nulla che somigli a cosa che è nei cieli, sulla terra o nelle acque”, intende la statua, la rappresentazione o l’immagine di qualsiasi creatura del cielo o di qualsiasi animale sulla terra o nell’acqua destinata ad essere un idolo ed essere adorata come un Dio.

D. 1132. Chi ha dato i dieci Comandamenti?

R. Dio stesso diede i dieci Comandamenti a Mosè sul Monte Sinai, confermati poi da Cristo nostro Signore.

D. 1133. Come e quando sono stati dati i Comandamenti a Mosè?

R. I Comandamenti, scritti su due tavole di pietra, sono stati dati a Mosè in mezzo al fuoco e al fumo, tra tuoni e fulmini, dai quali Dio parlò sulla montagna, circa cinquanta giorni dopo che gli Israeliti furono liberati dalla schiavitù dell’Egitto e durante il viaggio attraverso il deserto verso la terra promessa.

D. 1134. Che cosa intendiamo quando diciamo che Cristo confermò i Comandamenti?

R. Quando diciamo che Cristo confermò i Comandamenti intendiamo dire che Egli fermamente li ha approvati e ci ha dato, con il suo insegnamento, una conoscenza più completa e più chiara del loro significato e della loro importanza.

D. 1135. Chiunque era tenuto a osservare i Comandamenti, anche prima che fossero stati dati a Mosè?

R. Tutte le persone, fin dall’inizio del mondo, furono obbligate a osservare i Comandamenti: da sempre è stato peccaminoso bestemmiare Dio, uccidere, rubare o violare gli altri Comandamenti, anche se non erano stati scritti fino al tempo di Mosè.

D. 1136. Quanti tipi di leggi avevano gli Ebrei prima della venuta di nostro Signore?

R. Prima della venuta di nostro Signore gli Ebrei avevano tre tipi di leggi:
1. Leggi civili, che regolano gli affari della loro nazione;
2. Un cerimoniale di leggi, che regolavano la loro adorazione nel tempio;
3. Leggi morali, che guidavano la loro credenza religiosa e le loro azioni.

D. 1137. A quale di queste leggi appartenevano i dieci Comandamenti?

R. I dieci Comandamenti appartengono alla legge morale, perché sono un compendio o un breve resoconto di ciò che dobbiamo fare per salvare le nostre anime; proprio come il Credo degli Apostoli è un compendio di ciò che noi dobbiamo credere.

D. 1138. Quando le leggi civili e i cerimoniali degli Ebrei cessarono di esistere?

R. Le leggi civili degli Ebrei cessarono di esistere quando il popolo ebraico, poco prima della venuta di Cristo, ha cessato di essere come nazione indipendente. Le leggi cerimoniali cessarono di esistere quando la religione ebraica ha cessato di essere la vera religione; cioè, quando Cristo ha stabilito la Religione cristiana, di cui la religione ebraica era solo una figura o una promessa.

D. 1139. Perché non vennero abolite anche le leggi morali degli Ebrei quando venne fondata la Religione cristiana?

R. Le leggi morali degli ebrei non sono abolite dall’istituzione della Religione Cristiana, perché racchiudono la verità e la virtù, sono state rivelate da Dio, e tutto ciò che Dio ha rivelato come vero, è sempre vero, e tutto ciò che ha condannato come male, continua ad essere sempre male.

LEZIONE 30 – IL PRIMO COMANDAMENTO

D. 1140. Qual è il primo Comandamento?

R. Il primo Comandamento è: Io sono il Signore tuo Dio: non avrai dèi stranieri oltre me.

D. 1141. Che cosa significa nel Comandamento il termine “dèi”?

R. Gli dèi nel Comandamento significa: “idoli” o “falsi dei”, che gli Israeliti adorarono frequentemente quando, con i loro peccati, abbandonavano il vero Dio.

D. 1142. Come possiamo anche noi, in un certo modo, adorare gli dèi?

R. Anche noi, in un certo senso, possiamo adorare gli dèi abbandonando la salvezza delle nostre anime per la ricchezza, gli onori, i vizi sociali, i piaceri mondani, ecc., così da offendere Dio, rinunciando alla nostra fede e abbandonando la pratica della nostra Religione per la loro ricerca.

D. 1143. Come il primo Comandamento ci aiuta ad osservare il grande Comandamento dell’amore di Dio?

R. Il primo Comandamento ci aiuta ad osservare il grande Comandamento dell’amore di Dio, perché esso ci comanda di adorare soltanto Dio.

D. 1144. Come adoriamo Dio?

R. Noi adoriamo Dio con la fede, la speranza e la carità, con preghiera ed il sacrificio.

D. 1145. Con quali preghiere adoriamo Dio?

R. Noi adoriamo Dio con tutte le nostre preghiere, ma in particolare con la preghiera pubblica della Chiesa e, soprattutto, con il santo Sacrificio della Messa.

D. 1146. Come viene violato il primo Comandamento?

R. La violazione del Comandamento avviene:

– quando si dà ad una creatura l’onore che appartiene a Dio solo;

– con una falsa adorazione;

– attribuendo ad una creatura una perfezione che appartiene solo a Dio.

D. 1147. Che cosa è l’onore che appartiene solo a Dio?

R. L’onore che appartiene solo a Dio è un onore divino, al Quale solo offriamo sacrificio, incenso o preghiera, unicamente per se stesso e per la propria gloria. Dare tale onore a qualsiasi altra creatura, quantunque santissima, sarebbe idolatria.

D. 1148. Come possiamo offrire una falsa adorazione a Dio?

R. Offriamo il culto falso a Dio rifiutando la Religione che Egli ha istituito e seguendone una a nostra piacimento, con una forma di culto che Egli non ha mai autorizzato, approvato o sanzionato [tipico esempio ne è il Novus Ordo –ndr.-].

D. 1149. Perché noi dobbiamo servire Dio con il culto della Religione che Egli ha istituito e non con nessun altro?

R. Noi dobbiamo servire Dio nella forma della Religione ha Egli ha istituito e non in altro modo, perché il Cielo non è un diritto, ma una ricompensa promessa, un dono gratuito di Dio, che noi dobbiamo meritare nel modo in cui a Lui piace e con il quale ci dirige.

D. 1150. Quando noi attribuiamo a una creatura una perfezione che appartiene solo a Dio?

R. Noi attribuiamo ad una creatura una perfezione che appartiene solo a Dio, quando crediamo che possieda una conoscenza o un potere indipendentemente da Dio e che possa così, senza il suo aiuto, conoscere il futuro od operare miracoli.

D. 1151. Coloro che fanno uso di incantesimi, amuleti e scongiuri, o che credono nei sogni, nei medium, negli spiritisti, cartomanti e simili, peccano contro il primo Comandamento.

R. Chi ricorre ad incantesimi, talismani, scongiuri, magia, o crede ai sogni, ai medium, agli spiritisti, ai cartomanti e simili, pecca contro il primo Comandamento, perché attribuisce a delle creature delle perfezioni che appartengono solo a Dio.

D. 1152. Cosa sono gli incantesimi e gli scongiuri?

R. Incantesimi e scongiuri, sono determinate parole, dicendo le quali, persone superstiziose credono di scongiurare il male, procacciarsi fortuna o produrre qualche effetto soprannaturale o portentoso. Possono essere anche oggetti o articoli indossati allo stesso scopo.

D. 1153. Non sono formule di scongiuro anche gli Agnus Dei, le medaglie, scapolari, ecc, che indossiamo sui nostri corpi?

R. Gli Agnus Deis, le medaglie, gli scapolari, ecc., che indossiamo sui nostri corpi, non sono cose che producono effetti miracolosi, dalle quali ci aspettiamo aiuto per loro virtù propria, ma, attraverso la benedizione che hanno ricevuto dalla Chiesa, ci aspettiamo aiuto solo da Dio, dalla Madre Sua o dal Santo in onore del quale li indossiamo. Al contrario, coloro che indossano gli amuleti si aspettano aiuto dalla virtù loro propria, o da qualche spirito maligno.

D. 1154. Da che cosa dobbiamo noi stare in guardia in tutte le nostre devozioni e pratiche religiose?

R. In tutte le nostre devozioni e pratiche religiose, noi dobbiamo guardarci attentamente dal richiedere a Dio che compia miracoli quando pure le cause naturali possono portare a ciò che speriamo di ottenere. Dio a volte potrà miracolosamente aiutarci ma, di regola, solo quando tutti i mezzi naturali hanno fallito.

D. 1155. Cosa sono i sogni, e perché è vietato di credere in essi?

R. I sogni sono i pensieri che abbiamo nel sonno, quando la nostra volontà non è in grado di guidarli. È vietato credere in essi, perché sono spesso ridicoli, irragionevoli o malvagi e non sono diretti dalla ragione o dalla fede.

D. 1156. I brutti sogni sono peccaminoso in se stessi?

R. I brutti sogni non sono peccaminosi in se stessi, perché noi non possiamo impedirli, ma li possiamo rendere peccaminosi:

  1. Alimentando il piacere certe cose, quando siamo svegli e
  2. Con le cattive letture o gli sguardi immodesti, pensieri, parole, azioni, visione di spettacoli, prima di andare a dormire; per nessun’altra cosa potremmo ritenerci responsabili di brutti sogni.

D. 1157. Non si è Dio, nella legge antica, frequentemente degnato di avvalersi dei sogni come mezzo per far conoscere la propria volontà?

R. Dio frequentemente nella legge antica si è avvalso dei sogni come mezzo per far conoscere la sua volontà; ma in tali occasioni ha sempre dato prova che ciò che Egli faceva conoscere, non era un semplice sogno, ma piuttosto una rivelazione o una ispirazione. Ma ora Egli non fa più uso di tali mezzi, perché rende nota la sua volontà attraverso l’ispirazione della sua Chiesa.

D. 1158. Cosa sono i medium e gli spiritisti?

D. Medium e spiritisti sono persone che fingono di conversare con i morti o con gli spiriti di un altro supposto mondo. Inoltre fanno finta di dare questo potere agli altri, affinché possano sapere cosa stia succedendo in paradiso, in purgatorio o all’inferno.

D. 1159. Quale altra pratica è molto pericolosa per la fede e la morale?

D. Un’altra pratica molto pericoloso per la fede e la morale è l’uso del mesmerismo o ipnotismo, perché è suscettibile di abusi peccaminosi, priva una persona per un certo tempo del controllo della sua ragione, ponendo il suo corpo e la sua mente interamente nel potere di un altro.

D. 1160. Cosa sono i veggenti?

R. I veggenti sono degli impostori che, per passato apprendimento o indovinando, fanno finta di conoscere anche il futuro e di essere in grado di rivelarlo a chi paga per la sua conoscenza. Inoltre fanno finta di sapere tutto ciò che riguarda cose perse o rubate nonché i pensieri segreti, le azioni o le intenzioni degli altri.

D. 1161. Com’è che credendo agli incantesimi, agli scongiuri, a medium, a spiritisti e cartomanti, attribuiamo alle creature le perfezioni di Dio?

R. Credendo ad incantesimi, a scongiuri, medium, spiritisti e indovini, attribuiamo alle creature le perfezioni di Dio perché ci aspettiamo che queste creature compiano miracoli, rivelino le sentenze nascoste di Dio e facciano conoscere i suoi disegni per il futuro riguardo alle sue creature, cose che evidentemente solo Dio stesso può fare.

D. 1162. È peccaminoso consultare medium, spiritisti, cartomanti e simili, anche quando non crediamo in essi, magari solo per semplice curiosità di sentire cosa dicono?

R. Si, è peccaminoso consultare medium, spiritisti, cartomanti e simili, anche quando noi non crediamo in essi, magari per la semplice curiosità di sentire che cosa dicono:
1. perché è sbagliato esporci al pericolo di peccare anche se non abbiamo intenzione di peccare;

2. perché possiamo dare scandalo ad altri che non possono sapere che vi andiamo solo per mera curiosità;

3. perché con la nostra finta convinzione incoraggiamo questi impostori a continuare le loro pratiche malvagie.

D. 1163. Peccati contro la fede, la speranza e la carità sono anche peccati contro il primo Comandamento?

R. Si, i peccati contro la fede, la speranza e la carità sono peccati contro il primo Comandamento.

D. 1164. Come fa una persona a peccare contro la fede?

R. Una persona pecca contro la fede:
1. Nel non cercare di conoscere ciò che Dio abbia insegnato;
2. Rifiutando di credere a tutto ciò che Dio ha insegnato;
3. Trascurando di professare la fede in ciò che Dio ha insegnato.

D. 1165. Come riusciamo a non conoscere ciò che Dio abbia insegnato?

R. Riusciamo a non conoscere ciò che Dio abbia insegnato, trascurando di imparare la dottrina cristiana.

D. 1166. Che cosa significa che dobbiamo apprendere la dottrina cristiana?

R. Abbiamo molti mezzi di apprendimento della dottrina cristiana: in gioventù abbiamo il Catechismo e le istruzioni speciali adatte alla nostra età; più tardi abbiamo sermoni, missioni, ritiri, sodalizi religiosi e associazioni attraverso i quali possiamo imparare. In tutti i tempi, abbiamo libri di istruzione e, soprattutto, i sacerdoti della Chiesa, sempre pronti ad insegnare. Dio non scuserà la nostra ignoranza se trascuriamo di apprendere la nostra Religione, dal momento che ce ne ha dato tutti i mezzi.

D. 1167. Dovremmo imparare la dottrina cristiana solo per il nostro bene?

R. Noi dovremmo imparare la dottrina cristiana non solo per il nostro bene, ma per il bene anche di altri che sinceramente desiderano imparare da noi le verità della nostra Santa Fede.

D. 1168. Come dovrebbero essere fornite tali istruzioni a coloro che ce le chiedessero?

R. Tali istruzioni dovrebbero essere date a chi ce le chiedesse, in un genere e spirito cristiano, senza controversie od offendendo. Non dovremmo mai tentare di spiegare però, le verità della nostra Religione, se non siamo assolutamente certi di quello che diciamo. Quando non siamo in grado di rispondere a ciò che ci viene chiesto, dovremmo, a chi lo richieda, inviarlo al sacerdote o ad altri meglio istruiti di noi.

D. 1169. Chi sono quelli che non credono a tutto ciò che Dio abbia insegnato?

R. Coloro che non credono a tutto ciò che Dio ha insegnato, sono gli eretici e gli infedeli.

D. 1170. Si denominino le diverse classi di miscredenti ed i loro argomenti.

R. Le diverse classi di miscredenti sono:
1. Gli atei, che negano che vi sia un Dio;
2. I deisti, che ammettono che ci sia un Dio, ma negano che Egli abbia rivelato una religione;
3. Gli agnostici, che non ammettono, né negano l’esistenza di Dio;
4. Gli infedeli, che non sono mai stati battezzati e che, per mancanza di fede, si rifiutano di essere battezzati;
5. Gli eretici, che sono stati battezzati Cristiani, ma non credono a tutti gli articoli di fede;
6. Gli scismatici, che sono stati battezzati e credono tutti gli articoli di fede, ma non vogliono sottomettersi all’autorità del Papa;
7. Gli apostati, che hanno rifiutato la vera Religione, in cui hanno creduto precedentemente, unendosi ad una falsa religione;
8. I razionalisti e materialisti, che credono solo nelle cose materiali.

D. 1171. La negazione di un solo articolo di fede farà di una persona un eretico?

R. La negazione di un solo articolo di fede farà di una persona un eretico, colpevole di peccato mortale, perché la Sacra Scrittura dice: “ognuno deve osservare tutta la legge, e rifiutandone un solo punto si diventa colpevole di tutto.”

D. 1172. Che cosa è un articolo di fede?

R. Un articolo di fede è una verità rivelata così importante e così certa che nessuno possa negarla o dubitarne senza rifiutare la testimonianza di Dio. La Chiesa molto chiaramente sottolinea quali verità siano articoli di fede, così da poterli distinguere dalle Pie credenze e dalle tradizioni, così che nessuno possa essere colpevole del peccato di eresia senza saperlo.

D. 1173. Chi sono coloro che trascurano di professare la loro fede in ciò che Dio ha insegnato?

R. Coloro che trascurano di professare la loro fede in ciò che Dio ha insegnato sono tutti coloro che non riescono a riconoscere la vera Chiesa in cui credere veramente.

D. 1174. Quali sono le persone che, membri della Chiesa, sono negligenti nel professare la loro fede?

R. Sono le persone che pur membri della Chiesa, trascurano di professare le loro convinzioni vivendo contrariamente agli insegnamenti della Chiesa: cioè, con il trascurare la Messa o i Sacramenti, facendo ingiuria al loro prossimo e disonorando la propria religione con una vita peccaminosa e scandalosa.

D. 1175. Che cosa impedisce principalmente alle persone che credono nella Chiesa di diventarne membri?

R. È principalmente la mancanza di coraggio cristiano che impedisce a soggetti che credono nella Chiesa di diventarne membri. Essi temono troppo l’opinione o la disapprovazione degli altri, la perdita di posizioni, cariche sociali o di ricchezza, ed in generale, le prove che potrebbero dover soffrire per amore della vera fede.

D. 1176. Cosa dice nostro Signore di coloro che trascurano la vera Religione per il rispetto di parenti o amici, o per paura della sofferenza?

R. Il Signore dice di coloro che trascurano la vera Religione per il rispetto di parenti o amici, o per paura della sofferenza: “colui che ama il padre o la madre più di Me, non è degno di Me; e colui che ama il figlio o la figlia più di Me, non è degno di Me”; anche: “… chiunque non porta la propria croce e non viene dietro di Me non può essere mio discepolo.”

D. 1177. Quale scusa certuni trovano per aver trascurato di ricercare ed abbracciare la vera Religione?

R. Alcuni recano come scusa per trascurare di cercare ed abbracciare la vera Religione, quella di vivere nella religione in cui sono nati, e che una religione è buona come un altra se crediamo che stiamo servendo Dio.

D. 1178. Come dimostriamo che tale scusa è falsa e assurda?

R. Si dimostra che tale scusa è falsa e assurda perché:

1. È falso ed assurdo dire che dovremmo rimanere nell’errore dopo che lo abbiamo scoperto;

2. Perché se una religione è buona come un’altra, nostro Signore non avrebbe abolito la religione ebraica, né gli Apostoli avrebbero predicato contro l’eresia.

D. 1179. Possibile mai che costoro non riescano a professare la loro fede nella vera Chiesa in cui credono, aspettando di essere salvati in quello stato?

R. A coloro che non riescono a professare la loro fede nella vera Chiesa in cui credono ed aspettano di potersi salvare mentre sono in quello stato, Cristo ha detto: ” … chiunque mi rinnegherà davanti agli uomini, Io pure lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.”

D. 1180. Siamo obbligati a rendere aperta professione della nostra fede?

R. Noi siamo obbligati a rendere aperta professione della nostra fede, spesso sia come onore a Dio, e se il bene spirituale del nostro prossimo o nostro lo richieda. “Chiunque”, dice Cristo, “mi riconoscerà davanti agli uomini, anche Io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli.”

D. 1181. Quando per onore di Dio, e per il bene spirituale del nostro prossimo o per il nostro bene ci viene imposto di fare un’aperta professione della nostra fede?

R. Per onore di Dio, per il bene spirituale del nostro prossimo, o per il nostro ci viene imposto di fare un’aperta professione della nostra fede quando non possiamo nascondere la nostra Religione senza violare qualche legge di Dio o della sua Chiesa, o senza dare scandalo agli altri od esporci al pericolo di peccare. Le pratiche di pietà non comandate possono essere omesse senza che vi sia nessuna negazione della fede.

D. 1182. Quali sono i peccati contro la speranza?

R. I peccati contro la speranza sono la presunzione e la disperazione della salvezza.

D. 1183. Che cosa è la presunzione?

R. La presunzione è l’aspettativa di salvezza senza che si faccia un uso corretto dei mezzi necessari per ottenerla.

D. 1184. Come possiamo essere colpevoli di presunzione?

R. Noi potremmo essere colpevoli di presunzione:
1. Omettendo la confessione quando si è nello stato di peccato mortale;
2. Ritardando l’emendamento della nostra vita ed il pentimento per i peccati del passato;
3. Con l’essere indifferenti al numero di volte in cui cediamo a qualsiasi tentazione, dopo che, ceduto una volta, abbiamo infranto la nostra risoluzione di resistervi;
4. Pensando che possiamo evitare il peccato, senza evitarne però l’occasione prossima;
5. Presumendo troppo in noi stessi e trascurando di seguire i consigli del nostro confessore per quanto riguarda i peccati che confessiamo.

D. 1185. Che cosa è la disperazione?

R. La disperazione è la perdita della speranza nella misericordia di Dio.

D. 1186. Come possiamo essere colpevoli di disperazione?

R. Noi possiamo essere colpevoli di disperazione, credendo di non poter resistere a certe tentazioni, di non poter superare certi peccati, o modificare la nostra vita in modo da piacere a Dio.

D. 1187. Tutti i peccati di presunzione e di disperazione sono gravi allo stesso modo?

R. Non tutti i peccati di presunzione e disperazione sono gravi allo stesso modo. Essi possono essere molto lievi o gravi, in proporzione al grado con cui neghiamo la giustizia o la misericordia di Dio.

D. 1188. Come pecchiamo contro l’amore di Dio?

R. Si pecca contro l’amore di Dio con tutti i peccati, ma soprattutto con il peccato mortale.

LEZIONE 31 – IL PRIMO COMANDAMENTO
(Sull’onore e l’invocazione dei Santi)

D. 1189. Il primo comandamento proibisce l’onore dei Santi?

R. Il primo Comandamento non proibisce l’onore dei Santi, ma piuttosto lo approva; perché onorando i Santi, che sono gli amici selezionati di Dio, noi onoriamo Dio stesso.

D. 1190. Cosa significa “invocazione”?

R. L’invocazione è chiedere ad un altro aiuto o protezione, specialmente quando siamo in uno stato di bisogno o pericolo. Si usa specialmente per quanto riguarda l’invocazione di Dio o dei Santi, e quindi significa “preghiera”.

D. 1191. Come dimostriamo che onorando i Santi, noi onoriamo Dio stesso?

R. Dobbiamo onorare i Santi perché essi onorano Dio. Pertanto, è bene per noi che li onoriamo, perché essi onorano Dio.

D. 1192. Si dia un altro motivo perché onoriamo Dio onorando i Santi.

R. Un’altra ragione perché noi onoriamo Dio onorando i Santi è questa: come noi onoriamo il nostro paese, onorando i suoi eroi, così noi onoriamo la nostra Religione onorando i suoi Santi. Onorando la nostra Religione onoriamo Dio, che ce lo ha insegnato. Di conseguenza, onorando i Santi onoriamo Dio, perché essi per amore della Religione divennero eroi nella loro fede.

D. 1193. Il primo Comandamento non proibisce di pregare i Santi?

R. No, il primo comandamento non ci vieta di pregare per i Santi.

D. 1194. Perché il primo Comandamento non ci vieta di pregare per i Santi?

R. Il primo Comandamento non proibisce di pregare i Santi, perché se siamo autorizzati a chiedere le preghiere di altre creature amiche sulla terra, ci viene consentito anche di richiedere le preghiere dei nostri amici in cielo. Inoltre, i Santi hanno interesse ad accrescere il nostro benessere, perché tutto ciò che tende a renderci più buoni, tende anche alla gloria di Dio.

D. 1195. Che cosa intendiamo per pregare per i Santi?

R. Per pregare per i Santi, intendiamo chiedendo loro aiuto e la loro preghiera di intercessione.

D. 1196. Ma non facciamo un affronto a Dio, rivolgendo le nostre preghiere ai Santi?

R. No, non facciamo affronto a Dio offrendo le nostre preghiere ai Santi, ma, al contrario, mostriamo un maggiore rispetto per la sua maestà e la sua santità, riconoscendo, con le nostre preghiere ai Santi, che siamo indegni di rivolgerci a Lui da noi stessi e che noi, pertanto, chiediamo ai suoi amici Santi che ci ottengano ciò che noi stessi non siamo degni di chiedere.

D. 1197. Come facciamo a sapere che i Santi ci ascoltano?

R. Noi sappiamo che i Santi ci ascoltano, perché essi sono con Dio, che fa loro conoscere le nostre preghiere per essi.

D. 1198. Perché crediamo che i Santi ci aiuteranno?

R. Noi crediamo che i Santi ci aiuteranno perché anche loro sono membri della stessa Chiesa, ci amano come loro fratelli.

D. 1199. Com’è che i Santi e noi siamo membri della stessa Chiesa?

R. I Santi e noi siamo membri della stessa Chiesa, perché la Chiesa del cielo e la Chiesa sulla terra sono la stessa Chiesa, e tutti i suoi membri sono in comunione tra loro.

D. 1200. Come si chiama la comunione dei membri della Chiesa?

R. La comunione dei membri della Chiesa si chiama Comunione dei Santi.

D. 1201. Che cosa significa la comunione dei santi?

R. La Comunione dei santi significa l’Unione che esiste tra i membri della Chiesa sulla terra da una parte, con i Beati del cielo e con le anime sofferenti del Purgatorio.

D. 1202. Quali vantaggi derivano dalla Comunione dei Santi?

R. Dalla comunione dei Santi derivano i seguenti vantaggi: i fedeli sulla terra si assistono reciprocamente con le loro preghiere e con le opere buone, e sono aiutati dall’intercessione dei Santi in cielo, mentre entrambi, i Santi in cielo e i fedeli sulla terra aiutano le anime in Purgatorio.

D. 1203. Come possiamo meglio onorare i Santi, e dove dovremmo imparare loro virtù?

R. Noi possiamo meglio onorare i Santi imitando le loro virtù, apprendendole dai resoconti scritti delle loro vite. Tra i Santi troveremo modelli per ogni età, condizione o stato di vita.

D. 1204. Il primo Comandamento ci vieta di onorare le reliquie?

R. No, il primo Comandamento non ci vieta di onorare le reliquie, perché le reliquie sono i corpi dei Santi oppure oggetti collegati direttamente a loro o a nostro Signore.

D. 1205. Quanti tipi o classi di reliquie ci sono?

R. Esistono tre tipi o classi di reliquie:
1. Il corpo o una parte del corpo di un Santo;
2. Oggetti, indumenti o libri, utilizzati dal Santo;
3. Oggetti che hanno toccato una reliquia del corpo o altre reliquie.

D. 1206. Cosa c’è speciale in una reliquia della vera croce sulla quale nostro Signore è morto e anche degli strumenti della sua passione?

R. Le reliquie della vera croce e le reliquie delle spine, dei chiodi, ecc., impiegati nella passione, hanno diritto a una venerazione molto speciale, e hanno alcuni privilegi per quanto riguarda il loro uso e il modo di conservarle che non hanno altre reliquie. Una reliquia della vera Croce non è mai conservata o trasportata con altre reliquie

D. 1207. Quale venerazione la Chiesa permette di dare alle reliquie?

R. La Chiesa ci permette di dare alle reliquie una venerazione simile a quella che diamo alle immagini. Non veneriamo le reliquie per amor loro, ma per l’amore delle persone che esse rappresentano. Le anime dei Santi canonizzati sono certamente in cielo, e siamo certi che lo saranno anche i loro corpi. Di conseguenza, potremmo onorare i loro corpi perché glorificati in cielo così come furono santificati sulla terra.

D. 1208. Quale cura richiede la Chiesa nell’esame e nella distribuzione delle reliquie?

R. La Chiesa prende la massima cura nell’esame e nella distribuzione delle reliquie.

1. Dovrà essere determinata la canonizzazione o la beatificazione della persona di cui abbiamo la reliquia.

2. Le reliquie vengono inviate in pacchetti sigillati, che devono essere aperti solo dal Vescovo della diocesi a cui vengono inviate le reliquie, e ogni reliquia o pacchetto dovrà essere accompagnato da un documento o da uno scritto cartaceo dimostrante la sua autenticità.

3. Le reliquie non possono essere esposea alla pubblica venerazione, fin quando il Vescovo non le abbia esaminate e pronunciato l’autentica, vale a dire che siano quello che si sostiene esse siano.

D. 1209. Di che cosa dovremmo essere certi prima di utilizzare qualsiasi reliquia o nel darla ad altri?

R. Prima di utilizzare qualsiasi reliquia o darla ad altri, dovremmo essere certi che siano state soddisfatte tutte le disposizioni della Chiesa al riguardo, e che la reliquia sia davvero, per quanto dato possibile sapere, ciò che crediamo essa sia.

D. 1210. Dio stesso ha onorato le reliquie?

R. Dio stesso ha onorato frequentemente le reliquie permettendo miracoli avvenuti attraverso di loro. C’è un esempio dato nella Bibbia, nel IV libro dei Re, dove è riportato che un uomo morto, è tornato in vita quando il suo corpo ha toccato le ossa, vale a dire le reliquie, del Santo profeta Eliseo.

D. 1211. Il primo comandamento proibisce la realizzazione di immagini?

R. Il primo Comandamento vieta la realizzazione di immagini se sono fatte per essere adorate come divinità, ma non vieta la loro realizzazione quando ci eccitano la mente a Gesù Cristo, alla sua Madre Santissima e ai Santi.

D. 1212 Come indichiamo che la realizzazione di immagini sia vietata dal primo Comandamento solo quando questo sia fatto per il culto.

R. Si dimostra che è solo per il culto che il primo comandamento vieti la realizzazione di immagini:
1. Perché nessuno pensa sia peccaminoso scolpire le statue o fare fotografie o quadri di parenti o amici;
2. Perché Dio stesso ha comandato la realizzazione di immagini per il tempio dopo aver dato il primo Comandamento, e Dio non contraddice se stesso.

D. 1213. È giusto mostrare rispetto per le immagini e le immagini di Cristo e i suoi Santi?

R. Si, è giusto mostrare rispetto per le rappresentazioni e le immagini di Cristo e dei Santi, perché esse sono loro riferimenti e memoriali.

D. 1214. Abbiamo in questo paese ogni civile personalizzato simile a quello di onorare le immagini e le immagini dei Santi?

R. Noi abbiamo, nei nostri Paesi, consuetudini civili assai simili a quella di onorare le rappresentazioni e le immagini dei Santi, ad esempio le decorazioni di giorni memorabili, i fiori, le bandiere o gli emblemi di cittadini patrioti, poste innanzi alle statue dei nostri eroi civili deceduti, per onorare le persone che queste statue rappresentano; e come noi possiamo disonorare un uomo abusando della sua immagine, così possiamo onorarlo trattandolo con rispetto e riverenza.

D. 1215. È consentito pregare per il crocifisso o per le immagini e le reliquie dei Santi?

R. No, non è consentito pregare per il crocefisso o per le immagini e reliquie dei Santi, perché essi non hanno vita, né il potere di aiutarci, né i sensi per ascoltarci.

D. 1216. Perché allora preghiamo davanti al crocifisso, alle immagini e alle reliquie dei Santi?

R. Noi preghiamo davanti al Crocifisso, ad immagini e reliquie di Santi perché esse animano la nostra devozione con desideri ed affetti pii, ricordandoci di Cristo e dei Santi, dei quali possiamo imitare le virtù.