UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: “UT FIDES NOSTRA”

“Ut fides nostra catholica”

Concilio di Trento, Sessio V [17 giugno 1546] – S. S. Paolo III

Il Concilio di Trento in una delle primissime sessioni, volle ribadire e sottolineare i fondamenti della fede cattolica, per cui non poteva non iniziare che dalla “questione” del peccato originale, poiché è proprio il peccato originale che rende necessaria, per la salvezza dell’uomo, le Redenzione operata dall’Incarnazione del Figlio di Dio, N. Signore Gesù-Cristo. È questo il caposaldo della nostra fede Cattolica, pilastro su cui è fondato tutto l’edificio teologico della Chiesa Cattolica. – Oggi infatti, nella demolizione del Cristianesimo e di tutta l’impalcatura dottrinale, è questo pilastro che si tenta di demolire, abbattere “si fieri potest”, mediante tutti i tentativi bislacchi della “gnosi” comunque travestita, sia essa platonica, neoplatonica, giudaico-talmudica, manicheo-buddhista, induista, taoista, musulmana, neopagana rinascimentale, fino alla gnosi cartesiana e modernista. Ma coloro che maggiormente soffrono di “indigestione” e “blocco enterico” nell’accostarsi al dogma biblico del peccato originale, sono gli aderenti a tutte le obbedienze massoniche, che addirittura computano il peccato originale, udite, udite … a Jeowah, il Dio dei Cristiani, e attribuiscono la redenzione dell’umanità al loro “falso” dio, il signore dell’universo, il serpente, baphomet-lucifero; è questa la blasfema, oltre che ridicola, “redenzione gnostica” di lucifero, il [falso] “signore dell’universo”. Queste deliranti proposizioni, purtroppo fanno capolino in diversi teologi della Nouvelle Theologie, quelli che, un tempo condannati, sono in gran rispolvero presso la setta del “novus ordo” usurpante il trono di S. Pietro. Senza addentrarci in questa melma maleodorante delle concezioni gnostiche [di cui si parla in altra serie del blog], vogliamo riproporre ai pochi veraci Cattolici del “pusillus grex”, le definizioni del Sacrosanto Concilio di Trento, definizioni inalterabili, infallibili, immodificabili in eterno, come tutta la parola di Dio, di Cui il Concilio, riunito sotto la guida del Vicario di Cristo, è l’espressione più compiuta. Fissiamo allora nella nostra mente, riguardandoli di tempo in tempo, questi santi decreti della Sessione V del Tridentino, la cui inosservanza ci carica di anatemi “ipso facto”, e la cui ignoranza non è ammessa in persone capaci di leggere, intendere e volere, pena l’eterna dannazione.

 CONCILIO DI TRENTO

SESSIONE V (I7 giugno 1546)

Decreto sul peccato originale.

Perché la nostra fede cattolica, senza la quale è impossibile piacere a Dio (Eb XI, 6.), rimossi gli errori, resti integra e pura e perché il popolo cristiano non sia turbato da ogni vento di dottrina (Ef IV, 14) dal momento che l’antico, famoso serpente (Cfr. Ap XII, 9; 20, 2), sempre nemico del genere umano, tra i moltissimi mali da cui è sconvolta la Chiesa di Dio in questi nostri tempi, ha suscitato nuovi e vecchi dissidi, anche nei riguardi del peccato originale e dei suoi rimedi il sacrosanto, ecumenico e generale Concilio Tridentino, legittimamente riunito nello Spirito santo, sotto la presidenza degli stessi tre legati della Sede Apostolica, volendo richiamare gli erranti e confermare gli incerti, seguendo le testimonianze delle sacre scritture, dei santi padri, dei concili più venerandi ed il giudizio e il consenso della Chiesa stessa, stabilisce, confessa e dichiara quanto segue sul peccato originale.

  1. Chi non ammette che il primo uomo Adamo, avendo trasgredito nel paradiso il comando di Dio, ha perso subito la santità e la giustizia, nelle quali era stato creato e che è incorso per questo peccato di prevaricazione nell’ira e nell’indignazione di Dio, e, quindi, nella morte, che Dio gli aveva prima minacciato, e, con la morte, nella schiavitù di colui che, in seguito, ebbe il potere della morte e cioè il demonio (Eb II, 14); e che Adamo per quel peccato di prevaricazione fu peggiorato nell’anima e nel corpo: sia anatema.
  2. Chi afferma che la prevaricazione di Adamo nocque a lui solo, e non anche alla sua

discendenza; che perdette per sé soltanto, e non anche per noi, la santità e giustizia che aveva ricevuto da Dio; o che egli, inquinato dal peccato di disobbedienza, abbia trasmesso a tutto il genere umano solo la morte e le pene del corpo, e non invece anche il peccato, che è la morte dell’anima: sia anatema. Contraddice infatti all’apostolo, che afferma: Per mezzo di un sol uomo il peccato entrò nel mondo e a causa del peccato la morte, e così la morte si trasmise a tutti gli uomini, perché in lui tutti peccarono (Rm V, 12).

  1. Chi afferma che il peccato di Adamo, uno per la sua origine, trasmesso con la generazione e non per imitazione, che aderisce a tutti, ed è proprio di ciascuno, possa esser tolto con le forze della natura umana, o con altro mezzo, al di fuori dei meriti dell’unico mediatore, il signore nostro Gesù-Cristo, che ci ha riconciliati con Dio per mezzo del suo sangue (Cfr. Rm 5, 9-10), diventato per noi giustizia, santificazione e redenzione (1 Cor 1, 30.); o nega che lo stesso merito di Gesù-Cristo venga applicato sia agli adulti che ai bambini col sacramento del battesimo, rettamente conferito secondo il modo proprio

della Chiesa: sia anatema. Perché non esiste sotto il cielo altro nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvi (At IV, 12.). Da cui l’espressione: Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo (Gv 1, 29) e l’altra: Tutti voi che siete stati battezzati, vi siete rivestiti di Cristo (Gal III, 27).

  1. Chi nega che i fanciulli, appena nati debbano esser battezzati, anche se figli di genitori battezzati oppure sostiene che essi sono battezzati per la remissione dei peccati, ma che non contraggono da Adamo alcun peccato originale, che sia necessario purificare col lavacro della rigenerazione per conseguire la vita eterna, e che, quindi, per loro la forma del battesimo per la remissione dei peccati non debba credersi vera, ma falsa sia anatema. Infatti, non si deve intendere in altro modo quello che dice l’apostolo: Per mezzo di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo, e col peccato la morte, così la morte si è trasmessa ad ogni uomo perché tutti gli uomini hanno peccato (Rm V, 12.), se non nel senso in cui la Chiesa cattolica universale l’ha sempre inteso. Secondo questa norma di fede per tradizione apostolica anche i bambini, che non hanno ancora potuto commettere peccato, vengono veramente battezzati, affinché in essi sia purificato con la rigenerazione quello che contrassero con la generazione. Se, infatti, uno non rinasce per l’acqua e lo Spirito santo, non può entrare nel regno di Dio (Gv III, 5).
  2. Chi nega che per la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, conferita nel Battesimo, sia rimesso il peccato originale, o anche se asserisce che tutto quello che è vero e proprio peccato, non viene tolto, ma solo cancellato o non imputato (Cfr. AGOSTINO, Contra duas epistolas Pelagianorum I, 13 (26) (CSEL 60, 445).) sia anatema. In quelli infatti che sono rinati a nuova vita Dio non trova nulla di odioso, perché non vi è dannazione per coloro (Cfr. Rm VIII, 1.) che col Battesimo sono stati sepolti con Cristo nella morte (Cfr. Rm VI, 4.), i quali non camminano secondo la carne (Rm VIII, 1 (solo nella vulgata).), ma spogliandosi dell’uomo vecchio e rivestendosi del nuovo (Cfr. Col 3, 9-10; Ef 4, 24.), che è stato creato secondo Dio, sono diventati innocenti, immacolati, puri, senza macchia, figli cari a Dio, eredi di Dio e coeredi di Cristo (Rm VIII, 17.); di modo che assolutamente nulla li trattiene dall’ingresso nel cielo. Questo santo Sinodo confessa che tuttavia nei battezzati rimane la concupiscenza o passione. Ma, essendo questa lasciata per la lotta, non può nuocere a quelli che non acconsentono e che le si oppongono virilmente con la grazia di Gesù Cristo. Anzi, chi avrà combattuto secondo le regole, sarà coronato (II Tm II, 5.). – Il santo Sinodo dichiara che mai la Chiesa cattolica ha inteso che venga chiamato “peccato” la concupiscenza, qualche volta chiamata dall’apostolo peccato (Cfr. Rm VII, 14, I7, 20.), per il fatto che nei rinati alla grazia non è un vero e proprio peccato, ma perché ha origine dal peccato e ad esso inclina. Chi pensasse il contrario sia anatema.
  3. Questo santo Sinodo dichiara tuttavia, che non è sua intenzione comprendere in questo decreto, dove si tratta del peccato originale, la beata ed immacolata vergine Maria, madre di Dio, ma che si debbano osservare a questo riguardo le costituzioni di Papa Sisto IV (Cc. 1 e 2, III, 12, in Exstrav. comm. (Fr 2, 770); C. 12. D. XXXVII (Fr 1, 139).), di felice memoria, sotto pena di incorrere nelle sanzioni in esse contenute che il Sinodo rinnova.

 

 

 

 

 

 

 

DOMENICA DI QUINQUAGESIMA [2018]

Introitus Ps XXX: 3-4

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guidami e assistimi.]

Ps XXX:2

In te, Dómine, sperávi, non confúndar in ætérnum: in justítia tua líbera me et éripe me. – [In Te, o Signore, ho sperato, ch’io non resti confuso in eterno: nella tua giustizia líberami e sàlvami.]

 

Esto mihi in Deum protectórem, et in locum refúgii, ut salvum me fácias: quóniam firmaméntum meum et refúgium meum es tu: et propter nomen tuum dux mihi eris, et enútries me. – [Sii mio protettore, o Dio, e mio luogo di rifugio per salvarmi: poiché tu sei la mia fortezza e il mio riparo: per il tuo nome guídami e assistimi.]

Orémus. Preces nostras, quaesumus, Dómine, cleménter exáudi: atque, a peccatórum vínculis absolútos, ab omni nos adversitáte custódi. [O Signore, Te ne preghiamo, esaudisci clemente le nostre preghiere: e liberati dai ceppi del peccato, preservaci da ogni avversità.]

Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

Amen.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.

1 Cor XIII:1-13

“Fratres: Si linguis hóminum loquar et Angelórum, caritátem autem non hábeam, factus sum velut æs sonans aut cýmbalum tínniens. Et si habúero prophétiam, et nóverim mystéria ómnia et omnem sciéntiam: et si habúero omnem fidem, ita ut montes tránsferam, caritátem autem non habúero, nihil sum. Et si distribúero in cibos páuperum omnes facultátes meas, et si tradídero corpus meum, ita ut árdeam, caritátem autem non habuero, nihil mihi prodest. Cáritas patiens est, benígna est: cáritas non æmulátur, non agit pérperam, non inflátur, non est ambitiósa, non quærit quæ sua sunt, non irritátur, non cógitat malum, non gaudet super iniquitáte, congáudet autem veritáti: ómnia suffert, ómnia credit, ómnia sperat, ómnia sústinet. Cáritas numquam éxcidit: sive prophétiæ evacuabúntur, sive linguæ cessábunt, sive sciéntia destruétur. Ex parte enim cognóscimus, et ex parte prophetámus. Cum autem vénerit quod perféctum est, evacuábitur quod ex parte est. Cum essem párvulus, loquébar ut párvulus, sapiébam ut párvulus, cogitábam ut párvulus. Quando autem factus sum vir, evacuávi quæ erant párvuli. Vidémus nunc per spéculum in ænígmate: tunc autem fácie ad fáciem. Nunc cognósco ex parte: tunc autem cognóscam, sicut et cógnitus sum. Nunc autem manent fides, spes, cáritas, tria hæc: major autem horum est cáritas.” –

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo Saggio di Omelie, vol. I, Marietti ed. Torino, 1899 – Om. XXV]

“Quand’io parlassi lingue di uomini e di angeli, se non ho carità, divento un rame sonoro e un cembalo tintinnante. Avessi anche profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza; e avessi anche tutta la fede fino a trasportare i monti, se non ho carità, sono un bel nulla. Spendessi pure tutte le mie facoltà in nutrire i poveri, e dessi alle fiamme il mio corpo, se non ho carità, tutto questo non mi giova nulla. La carità è longanime, è benigna; la carità non invidia, non è insolente, non si gonfia, non è scomposta, non cerca le cose proprie, non si inasprisce, non pensa male, non si rallegra della ingiustizia, ma della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sostiene. La carità non vien meno mai: le profezie avran fine, le lingue cesseranno e la scienza svanirà: perché ora conosciamo in parte e in parte profetiamo; ma quando tutto sarà perfetto, allora il parziale finirà. Allorché io era fanciullo, parlava da fanciullo, ragionava da fanciullo; ma allorché divenni uomo, ho smesse le cose da fanciullo. Finora vediamo le cose come in uno specchio, in enigma; ma allora vedremo faccia a faccia; finora conosco in parte, ma allora conoscerò come sono conosciuto. Queste tre cose durano al presente, fede, speranza e carità, ma la massima di queste è la carità „ (I. Cor. XIII, 1-13).

In questo tratto che vi ho recitato, voi avete l’intero capo decimoterzo della prima lettera di S. Paolo ai fedeli di Corinto. Voi stessi udendo queste sentenze, avrete compreso che in esse si racchiude un tesoro di sapienza pratica, un capolavoro di dottrina celeste. Mi duole che la strettezza del tempo mi tolga di sviluppare con qualche ampiezza questa sì sublime pagina dell’Apostolo: dovrò sfiorarla appena; ma la vostra attenzione supplisca alla brevità forzata del commento e approfondisca ciò ch’io avrò toccato di volo. – Nei primi tempi della Chiesa erano frequentissimi i doni straordinari tra i fedeli; doni di profezia, di diverse lingue, di conoscimenti dell’interno degli spiriti, di guarigioni miracolose; Dio ne era largo allora perché trattavasi di stabilire la fede: più tardi, scemando il bisogno, perché la fede era già stabilita, scemarono anche quei doni straordinari. Questi abbondavano nella Chiesa di Corinto, e san Paolo ne parla più volte, e dopo aver dato sapienti norme intorno all’uso di questi doni passa a dimostrare, che vi sono doni ben più eccellenti e desiderabili che quelli, dei quali i Corinti facevano tanto rumore, perché quei doni straordinari, anche sommi, sono nulla senza la carità, virtù regina e radice di tutte le altre, e qui comincia 1’insegnamento dell’Apostolo. Ascoltiamolo. – “Quand’io parlassi lingue di uomini e di Angeli, se non ho carità divento un rame sonoro e un cembalo tintinnante. Avessi anche profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi anche tutta la fede fino a trasportare i monti, se non ho carità, sono un bel nulla. „ Qui l’Apostolo vuol dimostrare che la carità, s’intende verso Dio e per conseguenza anche verso il prossimo, è la massima tra le virtù a talché senza di essa tutto il resto è inutile. Non occorre che vi dica, come questa carità, di cui parla l’Apostolo, stia riposta nel cuore e si traduca poi nelle opere. E gran cosa, così S. Paolo, parlare le lingue degli uomini, più gran cosa ancora sarebbe parlare la lingua degli Angeli e possedere il dono della profezia e penetrare tutti i misteri della terra e del cielo, grandissima cosa poi sarebbe aver tal fede da trasportare i monti. Chi non ammirerebbe l’uomo che tutto questo possedesse? chi non lo saluterebbe come un miracolo vivente? Ebbene, esclama l’Apostolo: vi dico che quest’uomo, se fosse privo di carità, non sarebbe altro che un rame, il quale percosso, dà un po’ di suono; sarebbe meno ancora, un nulla. Né qui si ferma l’Apostolo; ma, incalzando l’argomento, continua e dice: “Se spendessi tutte le mie facoltà in nutrire i poveri e dessi alle fiamme il mio corpo, se non ho carità tutto questo non mi giova nulla. „ Si direbbe che questa è una esagerazione, eppure è una verità indubitata. Come! direte voi: un uomo può dar tutte le sue sostanze ai poverelli, anzi dare la vita stessa e darla in mezzo alle fiamme e non avere carità e perdersi eternamente? Gesù Cristo non dice Egli nel Vangelo, che nessuno ha maggior carità di colui che dà la sua vita per il prossimo? Dare adunque la vita per il prossimo è avere la carità in grado sommo. Come dunque qui l’Apostolo suppone che altri si immoli per il prossimo e non abbia la carità e nulla gli giovi il sacrificio stesso della vita? come ciò può essere? Sì; quando un uomo facesse tutto questo, non per amore di Dio, per ubbidire a Lui, ma per ambizione, per orgoglio, per capriccio, per ostinazione e per altre cause somiglianti, certamente peccherebbe e anziché premio meriterebbe castigo, e qualche raro esempio di tanta follia non manca nella storia. I sacrifici che si fanno, anche i massimi, come quello delle sostanze e della vita, ricevono il valore e merito dal fine, dal motivo, per il quale si fanno; se non si fanno per Iddio, per la carità, che a Lui ci lega, che valgono? Nulla. Del resto S. Paolo in questo luogo non parla del fatto, ma fa un’ipotesi, come se dicesse: Posto pure che un uomo versasse tutti i suoi beni in seno agli indigenti fino a ridursi all’estrema miseria e che immolasse la sua vita istessa (cosa umanamente impossibile, se non ha la carità), tutto è gettato inutilmente. — Comprendete, o cari, qual sia il pregio della carità: con essa, tutto giova; senza di essa, nulla giova pel cielo. Qui S. Paolo, con uno di quei rapidi passaggi, che s’incontrano non raramente nelle sue lettere, prende a tratteggiare con mano maestra le qualità della carità cristiana. Consideriamole ad una ad una e non lo faremo senza frutto. – ” La carità è longanime. „ Chi ha il cuore ripieno di carità non solo possiede la pazienza, che è fortezza e grandezza d’animo, ma è longanime, cioè è temperato per modo che i dolori e le tribolazioni, per quanto siano lunghe ed aspre, non lo turbano e lo trovano sempre eguale. “La carità è benigna. „ La carità paziente, dice S. Bernardo, basta; ma la carità benigna colma la misura: la carità paziente ama quelli che tollera; la carità benigna, li ama ardentemente. La carità compone costantemente il viso a benevolenza inalterabile e mette sulle labbra parole di pace e d’amore. “La carità non invidia. „ Chi ama il prossimo per amore di Dio, lo ama come se stesso non conosce il tuo ed il mio e gode tanto del proprio come dell’altrui bene, e perciò non sa che cosa sia invidia. – “La carità non è insolente. La carità è sempre delicata e mette ogni studio in non recare offesa o dispiacere a chicchessia con atti, o parole, o in qualsiasi modo, perché il dispiacere altrui è dispiacere proprio; perciò serba la giusta misura in ogni cosa, sempre tranquilla e modesta. – “La carità non si gonfia. „ La vanità, l’orgoglio, l’arroganza sono frutti della mala pianta dell’amor proprio sregolato; questo domato e ridotto alla obbedienza, regna la carità, che è sempre umile, mansueta, dolce con tutti. – “La carità non è scomposta. „ La virtù che tutte le altre contiene e avviva, la carità, è madre dell’ ordine e dell’armonia in ogni cosa, e perciò elimina dolcemente ogni durezza, ogni scabrosità, tutto ciò che sia o sembri meno decente; essa, come dice graziosamente il Crisostomo, con le sue ali d’oro, copre i difetti di tutti quelli che abbraccia. – “La carità non cerca il suo interesse. Se noi volgiamo intorno gli occhi, vediamo che pur troppo gli uomini cercano le cose loro, quærunt quæ sua sunt. Per sé gli onori, per sé le ricchezze, per sé i piaceri, per sé ogni cosa: il loro io è il centro a cui convergono tutti i loro pensieri, desideri! e sforzi: la carità inverte le parti: dimentica sé per gli altri, ama dare più che ricevere, simile a Dio che dà a tutti sempre e largamente. – “La carità non si inasprisce, non pensa male. „ Certamente chi ama, fa opera di rimuovere dalla persona amata qualunque male e si ingegna di procurarle ogni bene: per far ciò non è raro che sia necessario usare modi fermi ed austeri e ricorrere a mezzi spiacevoli e dolorosi: il medico che vuole la guarigione dell’infermo, lo tormenta col ferro e col fuoco; il padre che vuole 1’emenda del figlio riottoso, lo rimprovera e punisce. Forseché diremo che qui la carità si inasprisce? No, mai, carissimi. Essa, anche quando castiga e ferisce e flagella è sempre dolce e amabile e trova mille vie per far sentire e toccare, che ama e fa tutto per amore. L’occhio, l’accento, l’atteggiamento, il tutto della persona vi dice che è sempre l’amore che opera, tanto più caro e ardente in quanto che soffre e fa soffrire suo malgrado, onde è vero il detto del poeta: “Né per sferza è però madre men pia”. – La carità non tradisce mai la verità, e se altri apertamente fa male, non dirà, né penserà che faccia bene, no, per fermo. Ma se nel fratello che fa male può supporre l’inavvertenza, la buona fede, un fine lodevole, un errore involontario, ella sarà ben lieta di pensarlo e dirlo, perché non pensa male se non forzata dalla verità e sempre a malincuore. – “La carità non si rallegra della ingiustizia, ma della verità. „ Sante parole! L’anima è fatta per la virtù, per la giustizia e per la verità, come l’occhio per la luce e l’orecchio per l’armonia, e per ciò essa gode e si letizia di tutto ciò che è conforme a virtù, a giustizia e a verità: è la sua musica, è la sua gioia più pura. Figliuoli, amate sempre la verità e la giustizia, fuggite e abbominate la menzogna e l’ingiustizia dovunque appariscano. . “La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sostiene. „ L’uomo informato alla vera carità tutto copre, cioè dissimula fin dove è possibile gli altrui difetti e pietosamente nasconde i loro falli, è inchinevole a credere alle altrui parole, perché tutti reputa buoni, spera sempre bene di tutti e tutti amorevolmente tollera senza lagnarsi e tollera perché spera. Non è poi mestieri l’osservare, che tutto si deve credere e tutto sperare secondo ragione e verità, perché dove la ragione e la verità non permettono il credere e lo sperare, sarebbe debolezza e stoltezza il credere e lo sperare, giacché non è mai virtù quella che si scompagna dalla verità. La Scrittura santa ci insegna che è leggero chi crede tosto senza motivi sufficienti. Ricordatelo bene, o dilettissimi. La religione non ci obbliga mai ad operare contro ragione, perché anche questa, come la religione, viene da Dio, e se noi prestassimo fede a tutto ciò che si dice, senza assicurarci della verità delle cose, meritamente cadremmo in disprezzo e offenderemmo la religione stessa. – L’Apostolo prosegue ancora enumerando altri pregi della carità in confronto degli altri doni sopra accennati della profezia, delle lingue e della scienza, e dice: “La carità non viene mai meno; le profezie avranno termine, le lingue cesseranno, e la scienza svanirà. „ Tutti questi doni, benché eccellenti, sono ristretti alla vita presente: sono mezzi più o meno efficaci per condurci a Dio, e alla morte cesseranno, ma non cesserà la carità. L’amore verso Dio e le sue immagini vive, acceso nelle anime qui in terra, allorché entreremo in cielo, si purificherà, crescerà a dismisura e durerà per tutti i secoli. – “Ora conosciamo in parte e in parte profetiamo, ma quando tutto sarà perfetto, allora finirà ciò che è parziale. „ Che cosa è la scienza nostra qui in terra? E una favilla, tenue favilla in confronto del sole: la nostra scienza quaggiù in terra, sia quanto vi piace grande e acuta, è sempre circoscritta a poche cose, mista a dubbi ed errori e mutevole: la profezia poi, che è parte della scienza infusa, non dà il conoscimento che di alcuni punti del futuro. Ebbene: quando porremo piede in cielo, spariranno tutti questi limiti e queste imperfezioni: alla scienza incerta e limitata, alla profezia sottentrerà la scienza piena e perfetta, perché tutto vedremo senza velo in Dio. — Qui l’Apostolo rischiara la cosa con una immagine graziosa e semplicissima. ” Quand’io ero fanciullo, parlavo da fanciullo, giudicavo da fanciullo, ragionavo da fanciullo; ma come divenni uomo, smisi ciò che era da fanciullo. „ È cosa che ciascuno di noi ha sperimentato. Il nodo di pensare, di operare, di ragionare varia secondo gli anni: a sei, a sette, a dieci, a dodici anni quali erano i nostri pensieri, discorsi e giudizi? Ditelo voi. Crescemmo e toccammo i quindici, i venti, i trent’anni; senza accorgerci, li mutammo in altri e certamente migliori e degni d’uomini fatti; passammo dall’imperfetto al perfetto relativo, dal fanciullesco al virile; così, dice S. Paolo, e in nodo ben più perfetto, ci muteremo, passando dalla terra al cielo. – Alcuni talvolta rinfacciano ad altri d’aver mutato, come se il mutarsi per se stesso fosse cosa biasimevole. Conviene distinguere: se si muta il vero in falso, il bene in male, è certo cosa altamente biasimevole; ma se si muta il falso in vero, il male in bene, l’imperfetto in perfetto, il bene in meglio, il meglio in ottimo, chi vorrà farne biasimo? Ogni cognizione che acquisto è un mutamento nell’anima mia, e in questo senso tutti ci mutiamo e sarebbe da stolti muoverne lamento o farne le meraviglie. – “Finora vediamo per ispecchio. in enigma. „ Nell’ordine presente del tempo vediamo le cose per riflesso, quasi in nube, come 1’immagine nello specchio; ma in cielo “vedremo faccia a faccia, cioè direttamente, senza mezzo, come sono in se medesime. Ora conosco in parte, ma allora conoscerò come sono conosciuto, ., non già con la perfezione infinita, con cui Dio conosce me (cosa impossibile), ma sì per modo diretto, senz’ombra di mezzo creato, e in Lui e per Lui conoscerò tutto quello che mi sarà possibile di conoscere. – “Queste tre cose, conchiude l’Apostolo, durano al presente, fede, speranza e carità, ma di queste la carità è la maggiore: „ la maggiore per le cose sopra dette. Carissimi! Dio è carità, come insegna san Giovanni; figli di Dio, figli della carità, mostriamoci tali costantemente nelle parole e nelle opere, che questo è il compimento della legge.

 Graduale : Ps LXXVI:15; LXXVI:16

Tu es Deus qui facis mirabília solus: notam fecísti in géntibus virtútem tuam. . [Tu sei Dio, il solo che operi meraviglie: hai fatto conoscere tra le genti la tua potenza.]

Liberásti in bráchio tuo pópulum tuum, fílios Israel et Joseph

[Liberasti con la tua forza il tuo popolo, i figli di Israele e di Giuseppe.]

Tratto: Ps XCIX:1-2

Jubiláte Deo, omnis terra: servíte Dómino in lætítia, V. Intráte in conspéctu ejus in exsultatióne: scitóte, quod Dóminus ipse est Deus. V. Ipse fecit nos, et non ipsi nos: nos autem pópulus ejus, et oves páscuæ ejus.

[Acclama a Dio, o terra tutta: servite il Signore in letizia. V. Entrate alla sua presenza con esultanza: sappiate che il Signore è Dio. V. Egli stesso ci ha fatti, e non noi stessi: noi siamo il suo popolo e il suo gregge.]

Evangelium

Luc XVIII:31-43

“In illo témpore: Assúmpsit Jesus duódecim, et ait illis: Ecce, ascéndimus Jerosólymam, et consummabúntur ómnia, quæ scripta sunt per Prophétas de Fílio hominis. Tradátur enim Géntibus, et illudétur, et flagellábitur, et conspuétur: et postquam flagelláverint, occídent eum, et tértia die resúrget. Et ipsi nihil horum intellexérunt, et erat verbum istud abscónditum ab eis, et non intellegébant quæ dicebántur. Factum est autem, cum appropinquáret Jéricho, cæcus quidam sedébat secus viam, mendícans. Et cum audíret turbam prætereúntem, interrogábat, quid hoc esset. Dixérunt autem ei, quod Jesus Nazarénus transíret. Et clamávit, dicens: Jesu, fili David, miserére mei. Et qui præíbant, increpábant eum, ut tacéret. Ipse vero multo magis clamábat: Fili David, miserére mei. Stans autem Jesus, jussit illum addúci ad se. Et cum appropinquásset, interrogávit illum, dicens: Quid tibi vis fáciam? At ille dixit: Dómine, ut vídeam. Et Jesus dixit illi: Réspice, fides tua te salvum fecit. Et conféstim vidit, et sequebátur illum, magníficans Deum. Et omnis plebs ut vidit, dedit laudem Deo.” –

Omelia II

[Mons. Bonomelli, Nuovo Saggio di Omelie, vol. I, Marietti ed. Torino, 1899 – Om. XXVI]

“Presi seco i dodici, Gesù disse loro: Ecco noi andiamo a Gerusalemme e tutte le cose scritte dai profeti intorno al Figliuol dell’uomo, saranno compiute. Perocché egli sarà dato in mano ai gentili, vilipeso, flagellato e sputacchiato. E poiché l’avranno flagellato, l’uccideranno e il terzo dì risorgerà. Ma essi non compresero nulla di queste cose, perché questo ragionamento era loro occulto e non intendevano le cose dette loro. Avvicinandosi a Gerico, avvenne, che un certo cieco stava lungo la via, chiedendo la limosina. Ora, questi, udito il rumore della folla che passava, domandò che cosa fosse, e gli risposero che passava Gesù di Nazaret. Allora egli si pose a gridare: Gesù, figliuolo di Davide, abbi pietà di me. E quelli che andavano innanzi lo sgridavano affinché tacesse. E Gesù, fermatosi, comandò che gli fosse menato, e come gli fu presso, lo interrogò, dicendo: Che vuoi ch’io ti faccia? e quegli: Signore, ch’io riabbia la vista. E Gesù gli disse: Vedi; la tua fede ti ha fatto salvo. E incontanente riebbe la vista e lo seguitava, glorificando Iddio; e tutto il popolo, veduto ciò, diede lode a Dio.„

È questo, o carissimi, l’odierno Vangelo, che la Chiesa ci propone a meditare in questa Domenica detta di Quinquagesima. Esso si divide in due parti ben distinte tra di loro: nella prima si contiene l’annunzio chiarissimo che Gesù Cristo fa della prossima sua passione, morte e risurrezione: nella seconda si narra il miracolo operato da Gesù Cristo presso a Gerico nella persona d’un cieco. Tutto questo avvenne nell’ultimo viaggio di Gesù Cristo dalla Galilea a Gerusalemme, poco prima della sua entrata trionfale in quella città. — Veniamo alla spiegazione. – “Presi seco i dodici, Gesù disse loro: Ecco noi entriamo a Gerusalemme e tutte le cose scritte dai profeti intorno al Figliuol dell’uomo saranno compiute. „ Gesù aveva settantadue discepoli e dodici Apostoli, che più o meno lo seguivano dovunque, massime verso la fine di sua vita; i dodici Apostoli poi erano ammessi a speciali confidenze, come tre fra i dodici erano ammessi a specialissime; è cosa manifesta dai Vangeli. Gesù adunque dalla Galilea movendo verso Gerusalemme per l’ultima volta, ebbe a sé i dodici Apostoli e disse loro chiaramente che i vaticini dei profeti intorno alla sua Persona erano prossimi a compirsi, e venendo più al particolare intorno a questi vaticini, soggiunse: “Il Figliuol dell’uomo, cioè l’uomo che vi parla, sarà consegnato ai gentili, e vilipeso, e flagellato, e sputacchiato, e poiché l’avranno flagellato, l’uccideranno e il terzo dì risorgerà. „ Ecco, o dilettissimi, una profezia sovra ogni altra splendidissima. Che cosa si domanda per avere una profezia nel senso rigoroso della parola e una prova divina della verità? Si domanda che si annunzi in termini chiari una cosa futura; una cosa futura affatto impossibile a prevedersi con la ragione umana, e che la cosa annunziata avvenga nel tempo, luogo e modo determinati. Ora queste parole di Gesù Cristo contengono esse una profezia, che abbia tutti questi caratteri? Indubitatamente. Gesù Cristo annunzia la vicina sua morte accompagnata da circostanze particolarissime: doveva avvenire in Gerusalemme, fra breve, per opera degli Ebrei e dei gentili, dopo essere stato vilipeso, flagellato, sputacchiato. Più: predice nettamente la risurrezione e ne fissa il giorno. Tutto questo poteva Egli predire, umanamente ragionando? No: perché tutto questo dipendeva dalla volontà altrui, volontà libera, che poteva fare e non fare a quel modo, e nessuno aveva manifestato e forse allora non ci pensava nemmeno. I termini, coi quali Gesù Cristo  annunzia tutto questo, non hanno ombra di incertezza, di ambiguità: la chiarezza non potrebbe essere maggiore. Dodici persone ascoltano quel vaticinio, lo riferiscono e ne sono testimoni oculari, e tanta è la certezza loro quanto all’adempimento, che tutti, a loro tempo morranno per Lui, che lo predisse. E il fatto della passione, della morte e della risurrezione, sì complesso e sì determinato, avvenne come fu predetto? Il mondo intero lo attesta. Noi dunque abbiamo in queste parole di Gesù una magnifica profezia adempiuta letteralmente e per conseguenza una prova luminosissima della sua divinità, perché Dio solo poteva conoscere tutto questo cumulo di fatti. Direte: Questa profezia prova che Gesù Cristo poteva essere ed era profeta, non mai che fosse Dio. Moltissimi furono i profeti, ma nessuno dalle loro profezie argomentò che essi fossero Dio. Obbiezione facilissima a sciogliersi: Molti, moltissimi furono i profeti, ma nessuno di loro disse: Io sono il Figliuolo di Dio e Dio. Solo l’affermò chiaramente e ripetutamente Gesù Cristo: le profezie pertanto fatte e perfettamente adempiute mostrano la sua divinità, se non vogliamo dire che Dio concorre col miracolo a provare 1′ errore e la bestemmia, e massimo errore, massima bestemmia sarebbe l’affermazione di Gesù: Io sono Dio! E perché Gesù Cristo volle fare agli Apostoli questa profezia? Evidentemente per prepararli a quella prova terribile, per togliere o almeno scemare l’effetto dello scandalo che la loro debolezza doveva risentire alla vista della sua morte obbrobriosa e per dar loro in mano un argomento perentorio della sua divina missione. “Voi vedete, così S. Giovanni Crisostomo fa parlare Gesù Cristo, voi vedete che volontariamente io vo alla morte. Allorché mi vedrete confitto in croce, badate di non considerarmi come un semplice uomo, perché se il poter morire è da uomo, il voler morire non è da uomo. „ Questa profezia pertanto era un atto di bontà e di misericordia coi suoi Apostoli, era un temperare la ferita acerbissima che avrebbero provato alla vista dello scempio e della morte crudelissima del divino Maestro. E perché Gesù Cristo disse tutto ai soli Apostoli e non a tutti i suoi discepoli e alle turbe che lo seguivano? Altre volte ciò aveva fatto, sebbene in modo men chiaro: poi, dicendolo ai dodici Apostoli, in qualche modo lo faceva conoscere anche agli altri, e forse con ciò volle dar loro un segno peculiare del suo amore. – Che dissero e fecero gli Apostoli, udendo quelle parole di Gesù Cristo? Non lo crederemmo se non lo leggessimo registrato nel Vangelo. “Essi non compresero nulla di queste cose, perché questo ragionamento era loro occulto e non intendevano le cose dette loro. „ Come ciò, o dilettissimi ? Forseché non capivano il senso materiale delle parole e non sapevano che cosa fosse l’essere dato in mano ai gentili, essere vilipeso, flagellato, sputacchiato, morire e risorgere? Certo che sì: essi comprendevano troppo bene il significato naturale delle parole, ma non comprendevano, non sapevano persuadersi che tutto questo avesse a compirsi nella persona del divino Maestro. Lo amavano, lo adoravano: attendevano da Lui la ristorazione del regno temporale d’Israele, aspettavano il suo trionfo tutto alla foggia ebraica, cioè materiale: come dunque comprendere tante umiliazioni, la morte, la risurrezione di Gesù Cristo? Non ricusavano fede alle parole di Lui, credevano anche, ma non potevano comporre tutte queste cose che a loro sembravano ripugnanti: confusi, sbigottiti, afflitti ascoltavano e tacevano: solamente i fatti avrebbero potuto snodare 1e loro difficoltà e illuminarli, e così avvenne. – Intanto ammiriamo la schiettezza veramente meravigliosa degli Evangelisti, che non esitarono a narrare tanta ignoranza degli Apostoli e a farla conoscere a tutto il mondo, e da loro apprendiamo noi pure ad amare la sincerità, ancorché ci costi assai, e a confessare, quando occorra, i nostri falli senza arrossire. Questo fatto della ignoranza degli Apostoli è anche una grande lezione per noi tutti. Gli Apostoli, formati alla scuola stessa di Gesù Cristo, non avevano ancora compreso la sostanza del suo insegnamento, che si riduce pressoché tutto alla scienza della croce: qual meraviglia pertanto che anche al giorno d’oggi molti cristiani si mostrino ripugnanti alla dottrina e alla pratica della croce, che è il succo del Vangelo? È dunque ben giusto che siam pieni di compatimento verso tanti cristiani ignoranti, pensando che lo erano anche gli Apostoli istruiti da Gesù Cristo istesso. S. Luca passa alla narrazione del miracolo del cieco, avvenuto presso Gerico (S. Matteo [XX, 29] e S. Marco [X, 46] parlano di due ciechi guariti da Gesù Cristo, e qui S. Luca d’un solo. Sembra certo che siano stati guariti l’uno nell’entrare, l’altro nell’uscire da Gerico; quei due Evangelisti li mettono insieme, S. Luca parla solamente del primo.). “Nell’accostarsi a Gerico, avvenne che un certo cieco stava lungo la via, domandando la limosina.„ Il Vangelista qui non dice il suo nome, ma è forse quel figliuolo di Timeo, del quale scrive S. Luca: come sogliono fare i ciechi poveri sedeva lungo la via, tendendo la mano e chiedendo la limosima a quanti passavano. – Il povero cieco udì l’insolito rumore della turba che precedeva e seguitava Gesù Cristo: tese l’orecchio, s’accorse di qualche cosa di straordinaria che avveniva e stimolato dalla naturale curiosità, a quelli che erano più presso, domandò che cosa fosse. E tosto gli fu risposto: “Che passava Gesù di Nazaret. „ Appena ebbe udito quel nome, che più volte era risuonato ai suoi orecchi come quello di un gran profeta, d’un taumaturgo, del Messia aspettato, nella sua mente balenò un lampo di speranza, anzi la certezza di riacquistare la vista. Levandosi, agitando le mani e muovendosi come poteva alla volta di Gesù, con quanta voce aveva in petto, gridava: “Gesù, figliuolo di Davide, abbi pietà di me. „ Semplicissima e sublime preghiera, che la fede e la speranza della guarigione mettono sulle labbra del poverello, che riconosce in Gesù il Figliuolo di Davide, ossia l’aspettato Salvatore del mondo. Egli gridava per modo, che i vicini stimarono bene dargli sulla voce e imporgli silenzio, parendo loro che turbasse tutti e particolarmente Gesù Cristo. Ma più gli si intimava di tacere e più alta egli levava la voce, ripetendo sempre il suo grido: “Figliuol di Davide, abbi pietà di me. „ Figliuoli amatissimi! questo cieco, che non fa che ripetere la stessa preghiera sì bella e sì eloquente, è un perfetto modello del modo con cui dobbiamo innalzare a Dio le nostre preci, con fede viva, con perseveranza, senza rispetti umani. Allora Gesù, udendo quelle grida e forse pregatone dai vicini, si fermò e con lui si fermò quella turba che lo accompagnava. Il cieco brancolando, condotto a mano da alcuni pietosi, commosso, anelante, fu ai piedi di Gesù, ripetendo sempre il suo grido: ” O Gesù, abbi pietà di me. „ Avutolo a sé vicino, Gesù, con voce amorevole, gli disse: “Che vuoi tu che ti faccia? „ Senza dubbio Gesù Cristo conosceva ciò che tutti conoscevano, la cecità del meschinello: Egli leggeva nel cuore di lui il desiderio, la domanda che voleva fare; ma volle che la facesse, sia perché apparisse meglio il miracolo, sia perché voleva che con la domanda i n qualche modo meritasse la guarigione. Il cieco, non appena ebbe udita la domanda di Gesù, con quell’ardore dell’anima, che potete immaginare e che tutto gli traspariva sul volto, rispose con tre sole parole: “Domine, ut videam — Signore, la vista. „ Quanta semplicità, quanta fede e quanta forza in queste parole: Signore, la vista! — Il momento era sublime: la turba si accalcava intorno a Gesù ed al cieco: i lontani si premevano per avvicinarsi, si levavano in punta di piedi per vedere: il silenzio assoluto e mille occhi erano fissi sopra il Salvatore e sopra il cieco, che, levando il viso, aspettava ansante una parola, la parola del miracolo. E Gesù la disse: “Vedi. „ Quella parola fu come un lampo, aperse gli occhi del cieco, che furono inondati di luce: attonito, fuor di sé per la gioia, gettò un grido di gratitudine, di amore, a cui si unirono le acclamazioni e gli applausi della folla, che glorificava Dio. Il miracolo è operato sulla pubblica via, alla presenza, sotto gli occhi di numerosissimo popolo, con una sola parola: “Respice — Vedi. „ È narrato da testimoni di veduta, che credono essi stessi in Gesù fino a morire per Lui. Chi potrà mai dubitare della virtù divina dell’operatore? Gesù Cristo attribuì il miracolo alla fede del cieco: “La tua fede ti ha salvato, „ cioè risanato; e in un senso è vero, perché se il cieco non avesse avuto fede in Lui, non avrebbe domandato il miracolo e Gesù non l’avrebbe operato. Carissimi! se non sono molti i ciechi degli occhi corporei, pur troppo moltissimi sono i ciechi degli occhi della mente: son ciechi tanti fratelli nostri, che hanno perduto la fede o che ne dubitano: son ciechi tanti, che, pure avendola, non si curano di operare secondo i suoi dettati: son ciechi tanti, che, dimentichi dei veraci beni del cielo, corrono dietro ai fallaci della terra, schiavi dell’orgoglio e della vanità, della gola e della lussuria e di tante altre passioni. – Deh! che tutti questi ciechi si alzino, si accostino a Gesù e, col cieco di Gerico, gridino a Lui: “Signore, la vista della mente, della fede, „ e Gesù che non rimandò mai un solo inesaudito e sconsolato, dirà loro: “Vedete; la vostra fede vi ha salvati. „

Credo

Offertorium

Orémus Ps CXVIII: 12-13

Benedíctus es, Dómine, doce me justificatiónes tuas: in lábiis meis pronuntiávi ómnia judícia oris tui. [Benedetto sei Tu, o Signore, insegnami i tuoi comandamenti: le mie labbra pronunciarono tutti i decreti della tua bocca.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [O Signore, Te ne preghiamo, quest’ostia ci purifichi dai nostri peccati: e, santificando i corpi e le ànime dei tuoi servi, li disponga alla celebrazione del sacrificio.]

Communio Ps LXXVII:29-30

Manducavérunt, et saturári sunt nimis, et desidérium eórum áttulit eis Dóminus: non sunt fraudáti a desidério suo. [Mangiarono e si saziarono, e il Signore appagò i loro desiderii: non furono delusi nelle loro speranze.]

Postcommunio

Orémus. Quaesumus, omnípotens Deus: ut, qui coeléstia aliménta percépimus, per hæc contra ómnia adversa muniámur. Per eundem … [Ti preghiamo, o Dio onnipotente, affinché, ricevuti i celesti alimenti, siamo muniti da questi contro ogni avversità.]

LO SCUDO DELLA FEDE: I. LA FEDE

I.

L A FEDE.

Il dovere di credere. — La fede in accordo con la ragione. — Con la libertà. — Con la scienza. — Perché taluni non credono. — Ciò che bisogna fare per credere.

 [A. Carmignola: Lo scudo della Fede, S.E.I. Ed. Torino, 1927]

 [Avviso il lettore che i dubbi, le difficoltà, le obbiezioni, le parole tutte dell’avversario saranno segnate con una lineetta, che serve pure ad indicare il meno, il difetto, il mancamento; e le risposte si indicheranno con una stelletta, simbolo della luce e della verità.]

– E quali cose ho io il dovere di credere?

Hai il dovere di credere a molte cose, ma qui annunziandoti il dovere di credere intendo di dire che devi credere alle verità, che insegna la Chiesa Cattolica.

— Io penso di compiere benissimo questo dovere, perché io suppongo che la più parte delle cose che la Chiesa Cattolica insegna, siano verità, e talune di esse non ho nessuna difficoltà a crederle tali.

Ed io debbo dirti invece che se tu fai così, adempì malissimo, anzi non adempì affatto il dovere di credere.

— E perché?

Primieramente perché tu pensi che in quanto alle verità della fede cristiana si possa prendere la parola credere nel senso del linguaggio ordinario, in cui tale parola per lo più non vuol dir altro se non supporre, immaginare, ritenere come possibile, non escludendo per tal guisa il dubbio e il timore dell’inganno. E poi perché tu ritieni che basti credere solamente alcune delle verità, che la Chiesa insegna.

— Che cosa vuol dunque dire in quanto alle verità che insegna la Chiesa la parola Credere?

Vuol dire confessare e tenere una cosa senza esitazione di sorta, senza assecondare il minimo dubbio, senza concepire il fin piccolo timore di non essere con la mente abbracciati alla verità.

— Ed è per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica che si deve credere cosi?

Per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica come verità di fede, cioè da doversi assolutamente credere, pena a non essere cristiano cattolico. Se tu negassi .anche una sola verità, o di una sola dubitassi, sarebbe lo stesso come se le negassi o ponessi in dubbio tutte.

— E perché mai?

Supponi un po’ che tornato tu da un viaggio mi raccontassi molte cose da te vedute con tutta certezza, e che io a talune di esse credessi e a tali altre ti dicessi di non voler credere, non ti darei più o meno gentilmente del bugiardo o dell’imbecille? e non ti recherei un’offesa come se non credessi a nulla di quanto tu narri?

— È… offesa durissima.

Allo stesso modo chi rigetta anche una sola delle verità della fede dà dell’ingannatore o dell’ingannato a Dio stesso, nega la sua sapienza ed infallibilità.

— A me pare però che sia difficile credere così a tutte le cose, che la Chiesa insegna come verità di fede.

Ti pare a primo aspetto, ma così non è. Dimmi, tu sei cristiano, non è vero?

— Sì perché ho ricevuto il Battesimo.

Dunque se sei cristiano, avendo ricevuto il Battesimo, sei anche atto a credere tatto ciò, che il cristiano deve credere. E quello che è di te, lo è di tutti gli altri cristiani.

— Non capisco.

Col diventar cristiani nel ricevere il Battesimo si riceve altresì da Dio in dono, senza alcun nostro merito, la virtù della fede, ossia una forza, una potenza, una capacità di credere a Dio e a tutte le verità, che Egli ci ha rivelate e che ci insegna per mezzo della Chiesa; virtù, forza, potenza, capacità, che l’uomo può e deve mettere in atto col concorso della sua volontà appena sia giunto all’uso di ragione col prestare il suo assenso alle verità suddette.

— Ed è questo un dovere assoluto?

Senza dubbio, perché sebbene tra le verità della fede ve ne siano di quelle, che noi con la stessa ragione possiamo riconoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è il Creatore dell’universo, che premia i buoni e castiga i cattivi, ed altre simili, non di meno ve ne sono molte altre, come ad esempio la Trinità e la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, che con la nostra ragione non potremmo riconoscere, se Dio non ce le avesse rivelate, e che quantunque rivelate non possiamo comprendere. – Ma tanto le une come le altre Iddio vuole assolutamente che le crediamo, e solo a questa condizione noi saremo salvi, avendo detto San Paolo a nome di Dio che « senza la fede è impossibile piacergli » (V. Lettera agli Ebrei, capo XI, versetto 6), ed essendo stato insegnato esplicitamente da Gesù Cristo che « colui il quale non avrà creduto sarà condannato » (V. Vangelo di S. Marco, capo XVI, versetto 10).

— Se è così, i bambini che muoiono prima dell’uso della ragione, andranno perduti?

Oh! no, caro mio, se essi hanno ricevuto il Battesimo. Perché essi, ancorché non arrivati all’uso della ragione, per il Battesimo posseggono la fede, di cui sono capaci. Già te l’ho detto che con questo sacramento riceviamo il dono della fede. È vero che fino all’uso della ragione rimane in noi mia virtù abituale, cioè un’attitudine a credere, senza che si sia ancora capaci di metterla in esercizio; è vero altresì che appena giunti all’uso di ragione dobbiamo renderla attuale col prestare l’assenso nostro alle verità cristiane, che impariamo a conoscere; ma precisamente perchè il bambino non ha l’uso della ragione per prestare tale assenso, può, morendo, salvarsi lo stesso e realmente si salva col dono della fede abituale.

— Ho inteso.

Ecco dunque come la fede ci è assolutamente necessaria e doverosa per salvarci.

— Ma la fede non è forse contraria alla ragione?

Così si dice, ma così non è. Non t’ho io appreso che la fede è dono di Dio? E la ragione non è data all’uomo dallo stesso Iddio, che ci ha creati ragionevoli?

— Così è senza dubbio.

E vuoi dunque che Iddio, il quale è l’autore sì della fede come della ragione, le metta in urto tra di loro? E poi non risiedono tutte e due nella stessa casa, che è l’intelletto? E non hanno forse per oggetto la stessa cosa, ossia la verità? La fede adunque e la ragione sono due sorelle nate dà un medesimo padre, abitanti nel medesimo luogo, aventi lo stesso oggetto, con questo solo divario che la ragione ha per oggetto le verità naturali, la fede quelle soprannaturali, la ragione ad un certo punto s’arresta e la fede invece si spinge più innanzi a contemplare un orizzonte più elevato e più vasto.

— Ma appunto perché la fede va assai più in là che non possa andare la ragione, non l’avvilisce forse?

Oseresti tu dire che i telescopio avvilisca l’occhio umano, perché lo aiuta a discoprire quegli astri, che sono invisibili ad occhio nudo?

— Eh! no. Tutt’altro!

Dunque non devesi neppur dire che la fede avvilisca la ragione, mentre invece l’aiuta a discoprire e conoscere tante verità, a cui di per sé non potrebbe giungere. « Non avete mai visto, dice a questo proposito un illustre apologista, in giorno di festa pubblica qualche buona e robusta figlia del popolo pigliare la sua piccola sorella tra le braccia e sollevarla al di sopra di una moltitudine di teste curiose, affinché potesse a suo agio contemplare una maestà che passava? Ecco la fede: allo stesso modo essa piglia tra le sue gagliarde braccia la sua piccola sorella, la ragione, e la solleva al disopra del mondo oscuro della natura, affinché possa contemplare il mondo luminoso del soprannaturale. » (Monsabrè). -E non solo la Fede aiuta la ragione a discoprire le verità soprannaturali, ma l’aiuta, eziandio a conoscere più presto e con tutta certezza le verità d’ordine naturale, le quali altrimenti non potrebbero conoscersi se non con grande difficoltà e dopo lungo studio, massime trattandosi di gente del popolo. – Ma anche la ragione rende dei servigi alla fede. È a lei che spetta di stabilire la verità della fede, cioè « è dessa che deve informarsi diligentemente del fatto della rivelazione, onde essa sia certa, che Dio ha parlato, e così possa offrirgli una sommissione ragionevole, come sapientemente insegna l’Apostolo » (Pio IX, Enciclica del 9 novembre 1846). Essa inoltre illustra e dilucida le parole oscure della fede, scioglie le difficoltà che si possono fare, trae le conseguenze da principii dalla fede stabiliti, coordina tra di loro tutte le verità rivelate, eccetera, eccetera. – Di modo che si deve dire, che quantunque la fede sia al di sopra della ragione, tuttavia non può esistere tra loro né dissenso, né separazione, essendo esse ordinate ad aiutarsi scambievolmente.

— Vuol dire adunque che ognuno affine di pervenire alla fede potrebbe e dovrebbe valersi della ragione.

Adagio, caro mio. Qui bisogna distinguere. Se si tratta di un pagano, di un buddista, di un mussulmano, di un razionalista, allora sì, affin di pervenire alla fede potrà e dovrà usare della ragione. È dessa che lo deve illuminare e disporre a ricevere la luce delle verità rivelate. Ma se si tratta di un cristiano cattolico, che crede, non gli è certamente lecito di sospendere l’assenso alle verità della fede o di mettere in dubbio la loro certezza per ricostruirne l’edificio con la sola ragione.

— Dunque se io, che son cristiano cattolico, le muovo difficoltà contro la fede unicamente per averne più che sia possibile le prove razionali faccio male?

In questo caso non fai male, purché tu tenga sempre salda la fede; giacche è pur certo che il cristiano cattolico, senza dubitare minimamente della sua fede, può con la ragione ricercare ed esaminare tutte le prove razionali, su cui le verità della fede si appoggiano, ossia pur tenendo fermissimamente tali verità cattoliche può, per confermarsi sempre più in esse e difendersi dagli assalti contro di esse, farne una specie di controprova.

— Ho inteso. Vuol dire adunque che possiamo continuare nei nostri ragionamenti.

Anzi faremo cosa utilissima.

— Non si potrà negare tuttavia che la fede sia contraria alla libertà dello spirito umano. Ho letto in un libro queste parole : « Bisogna serbar la mente integra. La integrità della mente ne richiede la libertà. È dovere trovarsi libero nel proprio pensiero. Pensiero violentato, tiranneggiato, è pensiero distrutto; il pensiero vuole la libertà come i nostri polmoni l’ossigeno, come la pianta la luce ». E dunque?

Senti, caro mio, le parole che tu hai lette, sono molto altisonanti. Ma se siano giuste è altra cosa. E qui facciamo bene ad intenderci. Se chi dice che lo spirito, il pensiero umano dev’essere libero, intende di dire che esso non può essere in alcun modo fisicamente forzato ad ammettere qualsiasi proposizione vera o falsa, dice cosa di tale evidenza, che non ha da farne poi tanto chiasso. Lo capisci questo?

— Lo capisco benissimo. È più che certo che nella mia mente posso fare i pensieri che voglio, e posso pensar bene e giusto o pensar male e falso senza che alcuno con la forza materiale, magari con la spada alla mano, possa impedirmelo.

Hai capito perfettamente. Ma se invece chi dice che il pensiero deve essere libero, che non deve essere violentato, tiranneggiato, intende di dire che la mente umana è in diritto di respingere qualsiasi proposizione, non solo le false, ma anche le vere, pare a te che dica giusto, o non piuttosto che abbia perduto il senno? Hai tu la libertà morale, vale a dire conforme a giustizia, di dire che una camera quadrata è rotonda? che il sole è buio pesto? che due più due fanno tre? che truffare il prossimo è cosa ottima? che ammazzare un innocente è l’azione più meritoria?

— Se io pretendessi d’avere tale libertà, temerei di essere mandato al manicomio.

  E perché?

— Perché se sono fisicamente libero di pensare quelle assurdità, non lo sono moralmente.

Benissimo. Ora ciò che è delle verità d’ordine naturale, lo ha da essere altresì di quelle religiose e d’ordine soprannaturale. Quando la ragione stessa ci ha fatto conoscere che si tratta propriamente di verità, perché rivelateci da Dio, che non s’inganna né può ingannarci, la mente non è più nella libertà morale di respingerle. Se non vuole infrangere la stessa legge di natura, che impone all’uomo di star soggetto a Dio in tutto il suo essere, non solo nella sua volontà, ma eziandio nel suo intelletto, nella sua mente, nel suo spirito deve assolutamente credere alle verità, che Dio gli ha rivelate come tali. E se non ci crede, ben sì capisce che fa male, malissimo. Del resto credendo alle verità, che Dio ci ha rivelate e che la Chiesa c’insegna, è vero che si faccia cosa contraria alla integrità, alla libertà dello spirito? è vero che si subisca una violenza, una tirannia? Di’ un po’: la strada è contraria al viandante, perché lo guida alla sua meta? le vene e le arterie sono tiranne al sangue, perché lo fanno convenevolmente circolare? e per servirmi dei paragoni del libro che hai letto, l’ossigeno è nemico ai polmoni, perché li fa ben respirare? e la luce è violenta contro la pianta, perché la disseta de’ suoi gaz e la incolora?

— Oh! tutt’altro

Così nessuno mai potrà dire, che la fede sia contraria alla integrità e libertà del pensiero, che lo violenti, che lo tiranneggi, perché lo conduce alla integrità del vero e lo fa vivere in esso. Sai che cosa è contrario allo spirito umano, che cosa lo violenta, e tiranneggia? È l’errore e l’ignoranza. Queste sì che sono catene che impediscono alla mente di levarsi su a spaziare liberamente nel campo della verità. Epperò coloro, che non vogliono saperne di credere, sono dessi propriamente, che nell’atto che si proclamano liberi pensatori, si rendono pensatori incatenati.

— Ciò è verissimo. Ma ho pur inteso varie volte a dire che la fede è contraria alla scienza.

E lo si dice e si scrive tanto, che questa insensataggine in certi libri, che pure passano per opere scientifiche, è diventato un luogo comune. Ma io ti dico invece che la fede è contraria all’ignoranza, perché ci fa conoscere le più grandi verità, che senza di essa non conosceremmo.

— Ma non è forse vero che la fede arresta la mente nelle cognizioni e impedisce il progresso scientifico?

La fede arresterà la mente, perché non cada negli errori e nelle falsità, ina non le impedirà mai di far acquisto della scienza e di progredire in essa.

— Dunque anche chi crede può studiare e diventare sapiente?

Perché no? Mancano forse i sapienti tra i credenti? Lo stesso D’Alembert, che fu miscredente, ha detto che la lista dei sapienti, che s’inchinarono alla fede, sarebbe interminabile. Non furono preti e frati, che nel medio evo oltre all’aver mantenuto in vita la classica letteratura scopersero la bussola, la polvere, la rotazione della terra, il movimento del cielo? E sempre, come anche oggidì, a far corona alla fede non si trovano un gran numero di filosofi, di poeti, di letterati, di scienziati d’ogni maniera? Potresti leggere a questo proposito una erudita conferenza del Padre Zham, che ha per titolo La Chiesa e la scienza, e vedresti come i più esimi cultori della scienza furono o ecclesiastici o fervidi credenti.

— E non c’è pericolo, che la scienza nel suo progredire arrivi a dimostrar falso qualche insegnamento della fede?

Quante volte si è pensato ciò dai nemici della fede! Ma poi… sempre furono scornati. Senti che cosa scrive in proposito il Canchy, uno dei più illuminati cultori della scienza: « Coltivate con ardore le scienze astratte e naturali; decomponete la materia, mettete in mostra le meraviglie della natura, esplorate se è possibile ogni angolo del creato; sfogliate in seguito gli annali delle nazioni, la storia degli antichi popoli, consultate dovunque gli antichi monumenti dei secoli passati. Ben lungi dallo spaventarmi per queste ricerche io provocherò di continuo gli scienziati, li spingerò a farlo con ogni sforzo; io non temerò che la verità, si levi a contraddire la verità o che i fatti e i documenti raccolti siano mai in urto coi nostri libri rivelati ». Ecco la bella sfida che un uomo di fede fa alla scienza. Credilo, amico mio, qui l’esito del passato è garante dell’avvenire, e in ogni passo che continuerà a dare la scienza la fede acquisterà una nuova e più solenne conferma della verità.

— Come mai adunque, per quel che sento a dire, vi sono tanti professori, tanti uomini d’ingegno, che disprezzano la fede nei libri che scrivono e dalle cattedre da cui insegnano?

Anzi tutto non devi credere che costoro siano veramente tanti come si dice. Non di meno ve ne sono, e sommandoli insieme fanno un certo qual numero. Di essi ve n’hanno di coloro, che sembrano provare un gusto matto, se a proposito ed a sproposito nelle loro lezioni possono entrare a sparlare di preti, di Chiesa, di fede per lanciarvi contro qualche vieta calunnia o per coprire tutto ciò del loro ridicolo. Costoro pur troppo dimostrano di essere dominati dalla brutta superbia, che li fa credere uomini superiori anche ai più grandi geni del Cristianesimo, e che pensano di avvilirsi nel rispettare quella fede, che tali gemi hanno creduto e seguito. Ma taluni di essi, negli errori che insegnano contro la fede e nel disprezzo, a cui la fanno segno, non sono altro che povere vittime dell’ignoranza, in cui si trovano rispetto alle sue verità. Certamente, essi conosceranno molte cose, ma non conoscono quel che più importerebbe di conoscere, sicché per questo riguardo un bambino, che crede a Dio suo creatore, e sa perché Dio l’ha creato, è di gran lunga più sapiente di loro. Non conoscendo la fede la snaturano e la combattono.

— Forse però nel combatterla saranno convinti di far bene?

Non credo. Perché ordinariamente al punto di morte si mostrano convinti di aver fatto male e mutano sentimenti. Un professore della città di Parigi, non sono molti anni, il senatore Littré, dopo essere stato maestro di materialismo, dopo avere fatta esplicita professione di sfacciata incredulità, nei suoi ultimi giorni ritornò a Dio, ed abiurati i suoi errori, morì pieno di fede.

— E perché vi sono ancora al mondo tanti altri che non credono?

È sempre la stessa cosa. A superbia ed ignoranza, aggiungi indifferenza, rispetto umano, passioni e scostumatezza, ed avrai le cause principali e vere della incredulità.

— Dunque: superbia…

Sì, vi sono alcuni talmente dominati da sì detestabile vizio, che non vogliono saperne di credere, solo perché non vogliono fare ciò che i più fanno. Crederebbero di abbassarsi, di avvilirsi ad essere uomini di fede, epperò van predicando che la fede è buona per le donne, pei fanciulli e per il popolo, quasi che non avessero anche gli uomini, gli adulti e le persone colte un’anima da salvare e che non si può salvare senza la fede. Ma anche per costoro si avvera, che chi si esalta sarà umiliato. E non è una umiliazione il credere che essi fanno, per lo più, alle sonnambule, ai mediums, agli spiritisti, alle tavole parlanti, al diavolo? Non è un’umiliazione il mettersi alla fin fine a paro delle bestie? Ascolta: Un giovane reduce da Parigi, ov’era stato agli studi, trovandosi in conversazione in casa d’una buona e brava signora, faceva superba mostra di miscredenza. E siccome non lo si approvava, prese a dire: « Come? sareste voi di quegli imbecilli, che credono all’insegnamento del prete? » « Scusi, rispose prontamente la padrona di casa, se non siamo tutti del suo parere. Vi sono due individui però, che al pari di lei non credono a nulla, e senza che siano andati a Parigi. « Chi sono dessi? li voglio tosto abbracciare ». « Sono il mio cane ed il mio cavallo ». – È facile immaginare con quanti palmi di naso rimanesse quel giovane.

— E dopo la superbia, l’ignoranza.

Sì, altri vi sono, una specie di semisapienti, che di religione non sanno se non ciò che hanno letto su pei romanzi e nei giornali, che danno scherni invece di prove e con ciò solo in nome di quella tintura di scienza, si credono in diritto di impancarsi a dottori e giudicar favole le verità della fede. A ciascuno di costoro però si potrebbero rivolgere i versi di Dante:

Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna

Per giudicar da lungi mille miglia

Con la veduta corta d’una spanna?

(Paradiso, Canto XIX) .

Al qual proposito si racconta che un uomo trovandosi un giorno in ferrovia con una signora, uditala vantarsi della sua incredulità, le domandò: « Ma avete voi studiata la religione? » e che quella rispose: « Perfettamente! Ho letto l’enciclopedia, le opere tutte di Voltaire, Diderot, d’Alembert ». « E Bossuet, Fénelon, Wiseman li avete Letti? » « Le pare!… Leggere quelle cose! Non le ho neppur mai vedute ». « Allora, o signora, perdonate, ma non avendo letto il prò e il contro, non potete più essere un’incredula, ma un’ignorante ». Risposta dura, ma vera.

— E dopo la superbia e l’ignoranza anche l’indifferenza.

Precisamente. Taluni pur troppo della fede non si danno alcun pensiero. I comodi della vita, l’amore sfrenato ai guadagni, il godimento dei piaceri, gli affari, i viaggi, i negozi, gli studi, gli uffizi, le preoccupazioni soverchie dei materiali interessi, e cose simili li inchiodano in una massima indifferenza per le cose di Dio e dell’anima. E se loro ne spunta in mente un pensiero, lo scacciano tosto come importuno, dicendogli quel che dissero taluni degli Ateniesi a S. Paolo, quando nell’Areopago prese a predicare le verità della fede: « Ti ascolteremo sopra di ciò un’altra volta ». – Altri ancora respingono la fede per viltà, per paura del rispetto umano. Al vederla tanto schernita, al sentir chiamare sciocchi ed ipocriti quelli che la seguono, al riconoscere che l’empietà è considerata come diploma di capacità per ottenere impieghi, favori, eccetera, taluni si spaventano e benché in fondo al cuore sentano il dovere di credere, al di fuori mostrano tuttavia di non credere, e non di rado si atteggiano ad increduli peggiori degli altri.

— Questo è vero. Non capisco però come anche le passioni…

Le passioni anzi sono la sorgente precipua della incredulità. Chi ha corrotto il cuore avrà altresì guasta la mente. Volendo continuare nella sua mala vita fa ogni sforzo per non credere alle verità della fede affine di non averle a temere. Rousseau diceva: « Datemi un uomo, che viva in modo da desiderare che il Vangelo sia vero, ed egli crederà nel Vangelo ». Oh! se tra le verità della fede non ci fosse quel Decalogo,- specie con quei due comandamenti 6° e 7°, si crederebbe dalla più parte con la massima facilità! L’incredulità invece è un guanciale comodo per la disonestà e per l’ingiustizia.

— Dunque se tanti non credono, non è propriamente perché siano intimamente persuasi di non dover credere.

No, non è propriamente così. La realtà dolorosa è questa, che costoro sono divenuti

miseri schiavi di qualche turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati.

— E se io non potessi credere?

Ti risponderò che questa sarebbe una pura illusione, che non ti scuserebbe un dì al tribunale dell’inesorabile Giudice. So bene che c’è chi dice: Io vorrei credere, ma non posso. Ma io gli domando: Che mezzi hai tu usato per giungere alla fede? Chi vuole il fine vuol pure i mezzi, e chi non cura i mezzi mostra evidentemente, che poco gl’importa del fine. Or questo è il caso tuo, se non hai la fede. Hai tu studiato la religione con amore sincero della verità? – Ti rechi ad ascoltare umilmente la parola di Dio, dalla quale appunto, come insegua S. Paolo, viene la fede? (V. Lettera ai Romani, capo X, versetto 17). Hai consultato qualche bravo sacerdote per esporgli i tuoi dubbi, per sciogliere le tue difficoltà? Hai preso tra mano qualche libro di religione, di apologetica cristiana? Hai smessa la lettura di certi romanzi, di certi giornali, pieni zeppi di errori, di accuse, di calunnie contro la fede? Ti sei liberato da certe compagnie, da certi convegni, da certe conversazioni, ove la fede è posta in ludibrio? – Hai cominciato a mondare il tuo cuore da certi vizi, da certe passioni? – Ti sei rivolto a Dio a pregarlo che illumini la tua mente? Fino a che non avrai fatto nulla di ciò, se non puoi credere la causa non è che tua.

— Ho inteso. E in quanto a me, fra l’altro, desidero appunto che ella continui ad illuminarmi.

 

INDULGENZE

INDULGENZE

[G. Bertotti: I Tesori di S. Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1918

1- Valore delle indulgenze. — 2. Chi può concederle. — 3. Condizioni per lucrarle (Sent, 4, dist. 20, q. 1).

1 . Valore delle indulgenze. — Tutti ammettono un valore nelle indulgenze: sarebbe empio il dire che la Chiesa fa opere inutili. Ma alcuni dicono ch’esse non valgono ad assolvere dal reato di pena che si possa secondo il giudizio di Dio meritare in purgatorio: ma che valgono soltanto ad assolvere dall’obbligo della penitenza imposta dal confessore o dalle disposizioni canoniche. Ma contro questa opinione sta anzi tutto il privilegio dato a Pietro che sia rimesso in cielo ciò ch’egli rimette in terra: quindi la remissione fatta innanzi alla Chiesa vale anche innanzi a Dio. Oltre a ciò la Chiesa concedendo le indulgenze arrecherebbe un danno maggiore dell’utilità, perché, assolvendo dalle penitenze ingiunte, ci riserberebbe a più gravi pene da scontarsi in purgatorio. – Le indulgenze valgono, e di fronte alla Chiesa e di fronte al giudizio di Dio, per la remissione della pena che rimane dopo la contrizione, la confessione e l’assoluzione sacramentale. La ragione poi per cui le indulgenze possono valere è quell’unità del corpo mistico, nella quale molti fecero opere di penitenza oltre la misura dei loro debiti e sostennero anche molte tribolazioni innocentemente e pazientemente, che avrebbero potuto servir d’espiazione a una moltitudine di pene, se loro fossero dovute. Tant’è l’abbondanza di questi meriti. che eccedono tutte le pene dovute ai viventi: sovra ogni altro merito, il merito di Gesù Cristo: merito, che, lungi dall’esaurirsi nei Sacramenti, sopravanza con la sua infinità l’efficacia esercitata nei Sacramenti. Ora si sa che uno può soddisfare per un altro. Ebbene i Santi, in cui si riscontra sovrabbondanza d’opere satisfattorie, compirono queste opere non a determinato vantaggio di chi avesse bisogno di remissione (la quale in tal caso s’otterrebbe senza bisogno d’alcuna indulgenza), ma le compirono a vantaggio comune di tutta la Chiesa, come l’Apostolo (Coloss., 1, 24) dice d’adempire nel suo corpo ciò che manca alla passione di Cristo a beneficio della Chiesa a cui scrive. Dunque tali meriti sono comuni a tutta la Chiesa. Le cose comuni a tutta una moltitudine son distribuite a ciascuno degli individui a piacimento di chi presiede alla moltitudine: perciò, come noi conseguiremmo la remissione della pena se un altro soddisfacesse per noi, altrettanto ci accadrà se la soddisfazione di un altro ci sarà distribuita da chi ne ha il potere. Le indulgenze dunque non tolgono la quantità della pena dovuta alla colpa, ma applicano la soddisfazione d’un altro che spontaneamente sostenne la pena dovuta alla nostra colpa. Chi riceve le indulgenze non è assolto, a rigor di termini, dal debito di pena, ma gli è dato di che pagare il suo debito. Benché le indulgenze molto valgano per la remissione della pena, tuttavia le altre opere di soddisfazione sono più meritorie rispetto al premio essenziale: il che è infinitamente meglio che la remissione della pena temporale. Nel conceder le indulgenze i ministri della Chiesa esercitano la loro potestà, non a distruzione, ma ad edificazione dei fedeli. Certo, ad evitare i peccati, la grazia ci presenta un maggior rimedio di quello che ne possa derivare dalla consuetudine delle buone opere. Ma acquistando le indulgenze, noi ci sentiamo portati con l’affetto verso la causa per cui furono concesse: perciò le indulgenze ci dispongono alla grazia e in tal modo riescono anche di rimedio per evitare i peccati. È tuttavia da consigliar sia quei che lucrano le indulgenze, che non s’astengano per questo dalle opere ingiunte di penitenza, trovando così anche in esse il rimedio per evitare i peccati, posto pure che si sia immuni dal debito di pena:, tanto più che talvolta s’è debitori più di quanto si creda. Nelle indulgenze, causa di remissione di pena non è altro che l’abbondanza dei meriti della Chiesa: abbondanza ch’è sufficiente a espiare tutta la pena. – Perciò la quantità di remissione non vuol essere proporzionata né alla divozione di chi acquista l’indulgenza né alla causa estrinseca per cui l’indulgenza fu accordata: ma ai meriti della Chiesa che sempre sovrabbondano. La remissione sarà conforme alla misura onde questi meriti sono applicati. Le indulgenze valgono senz’altro tantum quantum prædicantur, purché ci sia l’autorità in chi le concede, ci sia la carità in chi le riceve, ci sia nella causa la pietà che comprende l’onor di Dio e l’utilità del prossimo. – Essendo l’effetto dei Sacramenti determinato non dall’uomo, ma da Dio, il sacerdote non può in confessione tassare con la chiave dell’ordine quanto s’abbia a rimettere di pena dovuta, la quale invece si condona nella misura voluta da Dio. Ma la chiave di giurisdizione non è cosa sacramentale; soggiace all’arbitrio dell’uomo il suo effetto, ch’è la remissione per mezzo delle indulgenze: sta dunque all’arbitrio di chi concede delle indulgenze il determinare quanto si rimetta di pena.

2. Chi può concedere le indulgenze. — Le indulgenze hanno effetto in quanto le opere satisfattorie di uno si computano a un altro, non solo per forza di carità, ma anche per l’intenzione dell’operante diretta in qualche modo a tale scopo. Ora in tre modi può esser l’intenzione d’uno diretta a un altro: in modo singolare, in modo speciale, in modo generale. In modo singolare, quando uno soddisfa determinatamente per un altro, e così ciascuno può comunicar le sue opere ad altri. In modo speciale, come quando si prega per la propria congregazione, per la propria famiglia, per i benefattori, e a tale scopo s’ordinano anche le proprie opere satisfattorie: e così chi presiede a una congregazione può comunicar ad altri le opere satisfattorie applicando direttamente le intenzioni di quei che appartengono alla congregazione. In generale, quando si coordinano le opere al bene della Chiesa in generale: e così quei che presiede alla Chiesa, può in generale, applicandovi la sua intenzione, comunicar le opere a questo o a quello. E poiché l’uomo è parte della congregazione, e la congregazione è parte della Chiesa, nell’intenzione del bene privato sta in chi usa l’intenzione del bene della congregazione e del bene di tutta la Chiesa; quindi chi presiede alla Chiesa può comunicare le opere degl’individui che vi appartengono: ma non viceversa. Né la prima comunicazione in modo individuale, né la seconda in misura speciale, si chiama indulgenza, ma solo la terza in modo generale. E ciò per due ragioni: — 1° perché con le due prime comunicazioni l’uomo, benché sia sciolto dal reato di pena quanto a Dio, non è sciolto però dal debito di compier la soddisfazione ingiunta dal precetto della Chiesa, mentre che è sciolto anche da quesito debito con la terza comunicazione; — 2° perché in una sola persona o in una sola congregazione non v’è indeficienza di meriti da poter valere anche per tutti gli altri: ma nella Chiesa v’è un’assoluta indeficienza di meriti, principalmente per il merito di Gesù Cristo: perciò solo chi è capo della Chiesa può largire indulgenze. – Il Papa ha la pienezza della potestà pontificale, come il re nel regno: perciò la potestà, d’accordare indulgenze risiede pienamente nel Papa. Ma il Papa si assume i Vescovi a partecipar della sua cura, come il re mette i suoi giudici in ogni città: perciò il Papa nelle sue lettere chiama i soli Vescovi col nome di fratelli, gli altri col nome di figli. Anche i Vescovi dunque possono dar indulgenze, ma solo secondo la misura determinata loro dal Papa. – Essendo cosa di giurisdizione il dare indulgenze, e non perdendosi col peccato la giurisdizione, le indulgenze accordate da chi fosse in peccato mortale hanno il medesimo valore che avrebbero se fossero accordate dal più santo fra gli uomini: perché chi concede le indulgenze non rimette la pena in forza dei suoi meriti, ma in forza dei meriti riposti nel tesoro della Chiesa.

  1. Per lucrare le indulgenze bisogna far quello per cui fu data l’indulgenza. Se non s’adempie la condizione, non s’ottiene ciò che si dà sotto condizione: dandosi l’indulgenza sotto la condizione che si faccia una qualche determinata cosa, se non la si fa, non s’acquista l’indulgenza. – E non s’acquista neppure quando si tralascia d’adempire la condizione, non perché non si voglia, ma perché non si può: come quando l’indulgenza è accordata per qualche elemosina che un povero non può fare e che pur farebbe volentieri. La buona intenzione gli sarà computata per il premio essenziale, come se avesse fatto l’elemosina, non per gli altri premi accidentali, come sarebbe la remissione della pena temporale, e simili. – Possiamo con l’intenzione applicare le opere nostre a chiunque vogliamo e perciò possiamo soddisfare per chiunque vogliamo. Ma l’indulgenza non si può applicare fuorché con l’intenzione di chi la concede: ora l’intenzione di chi la concede è che si applichi a chi fa una determinata cosa. Chi dunque fa l’opera prescritta riceve l’indulgenza, ma non può trasferire ad altri l’intenzione di chi la concede; dunque uno non può acquistare l’indulgenza per un altro: Tuttavia se l’indulgenza fosse esplicitamente accordata per colui che fa e per quello a cui vantaggio si fa, varrebbe anche per quest’ultimo: ma allora chi fa quella determinata opera non darebbe ad altri l’indulgenza: la dà chi concede l’indulgenza sotto tal forma (L’odierno Diritto Canonico -C.J.C., can. 630- stabilisce che « nessuno, acquistando indulgenze, le può applicare ad altri viventi; alle anime poi del Purgatorio sono applicabili tutte le indulgenze concesse dal Romano Pontefice, salvo che consti altrimenti). – Per chi si trova in peccato mortale le indulgenze non valgono alla remissione della pena, perché a nessuno può esser perdonato il castigo, se prima non gli è perdonata la colpa: poiché chi non ha ottenuto l’opera di Dio nella remissione della colpa, non può conseguire la remissione della pena dal ministro della Chiesa né nelle indulgenze né nel foro penitenziale. Valgono almeno per ottenere la grazia? Potrebbero valere a ottener la grazia per il peccatore quei meriti che gli si comunicano mediante le indulgenze, come potrebbero valere per ottenergli la grazia e molti altri beni i meriti applicatigli anche da un semplice fedele. Ma non per questo fine s’accordano le indulgenze, sebbene per la remissione della pena, perciò non hanno valore per quei che si trovano nel peccato mortale. Un membro morto non riceve l’influsso dagli altri membri vivi: chi si trova nel peccato mortale è un membro morto, dunque non può con le indulgenze ricevere l’influsso derivato dai meriti dei membri vivi.

 

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA – 22- :

GNOSI, TEOLOGIA DI Satana -22 –

La gnosi in Dante, il “divin copione” col “vizietto”, nemico della Chiesa Cattolica Romana!

[Elaborato da: É. Couvert: “Visages e masques de la gnose”, Chirè en M. 2011]

Introduzione: il “Caso” Dante

Lo studio degli scritti del poeta fiorentino, ha costituito una scienza specifica peculiare al poeta, la “Dantologia”, formando una classe di interpreti specializzati, i “dantologi”. In effetti Dante ha mistificato buggerando i suoi lettori. Egli ha moltiplicato nei suoi scritti allegorie e simboli, e se le allegorie sono facilmente reperibili, i simboli invece sono ermetici, difficilmente decelabili. Dante ha nascosto il suo vero pensiero e dissimulato le sue intenzioni sottogiacenti in un simbolismo delirante, capace di dirottare i lettori verso le trappole più inestricabili; il lettore infatti viene anche lasciato “en suspens” sui diversi sensi possibili di uno stesso simbolo. Lo dice lo stesso Dante « O voi ch’avete l’intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconda sotto al velame de li versi strani » (Inf. IX, 61-63). Compiacersi del nascondere la propria dottrina e del prendere in giro i propri lettori, non è l’opera di un uomo onesto, ma piuttosto di un mistificatore che non vuole esprimere chiaramente il suo pensiero, indubbiamente perché esso non è trasparente. Così possiamo vedere i cosiddetti “dantologi” sforzarsi invano di dare a questi simboli un significato verosimile, che possa chiarire definitivamente i testi. Ma qui non entreremo in questo ambito, e ci accontenteremo di prendere i testi nel loro senso ovvio, quando ne hanno, e per il resto lasciamo agli interpreti ogni libertà nello sfidarsi in un gioco sterile. Ma nel “caso” Dante c’è dell’altro ancor più strano, si ha la sensazione che gli “specialisti” del poeta abbiano cercato soprattutto di “occultare” ed insabbiare ciò che potesse alterare la visione di mirabile stupore e l’aureola che essi hanno diffuso sul loro “idolo”. Uno di essi, Bernardo Sanvisenti, scrive: « Per il resto, ed è bene che noi medesimi e gli stranieri lo ricordiamo in questa vigilia del centenario dantesco, questo prodigio della natura che fu Dante, conservò celato nel più profondo del suo spirito, il segreto selle sue fonti o, se si vuole, della sua arte, e tutti coloro che credettero di averlo ritrovato, non fecero altro che illudersi … Il poema di Dante si presenta al nostro culto ammirevole con tutto il suo arcano, che sette secoli di studi e di letture, lungi dal rivelarlo, hanno mostrato trattarsi di materia che sfugge all’investigazione »… certamente ci sono voluti ben sette secoli ed il fatto casuale del riscontro in un erudito arabizzante, per conoscere infine la vera sorgente dell’autore che ha potuto così ingannare il mondo per così lungo tempo … perfino un Papa! – Un altro “dantologo”, F. Rossi, ha ancor meglio precisato: « La chiave del problema della Divina Commedia non viene dall’esterno, ma è nella prodigiosa ed inesauribile spontaneità dello spirito dantesco » … contro-verità palesemente manifesta ed ingannevole! Così gli interpreti, con tale alibi, non hanno cercato di indagare la vita personale dell’autore, né le sue “fonti”, né le condanne romane … cose tutte che avrebbero potuto intaccare l’immagine posticcia costruita, o demolire il “monumento” che essi hanno eretto [… monumenti che si vedono materialmente, tra l’altro, in tante piazze “laiche” italiane. Noi andremo dunque ad esplorare questi tre ambiti e svelare ciò che questi letterati hanno cercato strenuamente di dissimulare.

Sulla vita di Dante

Nella vita del poeta, esistono molte zone d’ombra che i “dantologi” non hanno mai cercato di chiarire. A partire dal suo esilio da Firenze, egli conduce una vita errante da mentecatto, sulla quale non si sa molto; questa ha avuto come fine il ritagliare il suo personaggio, confondere le piste e dare una diversa luce alla sua vera personalità. Nel Convivio, si traveste da antico romano, sullo stile di Catone il vecchio. Andiamo dunque a ristabilire qualche verità! Dante incontra in Purgatorio il suo vecchio amico e condiscepolo Forese e gli dice: « Se tu riduci a mente/ qual fosti meco, e qual io teco fui,/ ancor fia grave il memorar presente./ Di quella vita mi volse costui/ che mi va innanzi… » [Purg. XXIII-115 e segg.]; comunque Forese non prova alcun orrore particolare a questo riguardo, ed il figlio del poeta, Pietro Alighieri, per scusare suo padre, spiega che « il vizio ed il peccato di sodomia è frequente soprattutto tra i giovani dediti alle scienze e alla dottrina », e che la setta dei professori e degli studenti è abituata a questo vizio … ecco! – Non è allora proibito il pensare che le tendenze omosessuali non fossero estranee alle sue difficoltà familiari ed all’abbandono dei suoi. – Esaminiamo ugualmente il suo amore per Beatrice. Noi non ci interessiamo della diatriba degli eruditi sull’identità di questa Beatrice, non ci proponiamo di sapere se essa sia veramente esistita e sia solo un avatar, un’allegoria, ad esempio della teologia, come si è voluto far credere. Noi consideriamo semplicemente questo amore nella sua caratteristica fondamentale. Glorificare un essere virtuale, delineatosi dalla propria immaginazione, attribuirgli tutte le bellezze e le virtù desiderabili, tributargli un vero culto non configura certo un’attitudine cristiana. Si tratta infatti di una forma di quell’amor cortese cantato dai trovatori provenzali e dai poeti italiani del “dolce stil novo”,  sulla falsa riga di un amore spirituale e romantico della donna idealizzata, che ispirava tutta questa corrente letteraria con un misto confuso tra misticismo e sensualità. Abbiamo già dimostrato (v. Gnosi ed Islam 1-5) che questo amor cortese, cantato nelle “corti d’amore”, era di origine musulmana, trasmesso in Occidente a partire dai mistici arabi. Abbiamo indicato il libro-chiave di Denis de Rougemont, “L’amour et l’Occident”, che ha stabilito con precisione questa origine araba ed i veicoli che l’hanno trasmessa in Europa. Dante ne è dunque una ponte di trasmissione, e non dei meno importanti. – Noi abbiamo pure precisato che si tratta di un amore adulterino, praticato fuori dal matrimonio e stornato sempre dalla sua finalità che è la procreazione. È più facile amare un essere costruito a proprio gusto da se stessi, che la propria legittima sposa, un essere cioè di carne ed ossa che richiede un amore difficile, esigente, fedele, perseverante, un amore reale, dunque, non trasognato. Infine è bene precisare che l’incontro di Dante e Beatrice, sulla soglia del Paradiso, non ha alcuna rispondenza, alcun precedente nella letteratura cristiana, come invece lo era nella tradizione musulmana, come vedremo più avanti nello studio delle fonti. Su questo soggetto, abbiamo trovato riflessioni molto giudiziose presso uno scrittore romantico irlandese, Thomas Moore (Dublino 1779, Londra 1852): « Il poeta dante, che vagabonda lontano dalla sua donna e dai suoi figli, trascorre la totalità della sua vita senza riposo e distaccato da tutto, nutrendo il suo sogno immortale di Beatrice, mentre Petrarca, la cui unica figlia risiedeva sotto il suo tetto, dedicò trentatré anni alla poesia ed alla passione di un amore idealizzato … » – «  … È nella natura e nell’essenza del genio, l’essere occupato sempre ed intensamente da se stessi, come il proprio grande centro e la sorgente della propria forza. Tale è la sorella di Lia, Rachele, in Dante, seduta tutto il giorno a rimirarsi allo specchio (Purg. XXVII, 104-105), e le infermità ed anche le miserie del genio sono dimenticate nella considerazione della sua grandezza. Ma chi domanda al presente se Dante avesse ragione o torto nelle sue controversie familiari? E da quanti, tra coloro la cui immaginazione si attarda nell’amore alla sua Beatrice, è ricordato anche il nome di Gemma Donati? »

Le fonti di Dante

Senza dubbio Dante fornisce, tra le sue fonti, solo quelle che sono confessabili, come ad esempio “la consolazione” di Boezio e le referenze religiosamente corrette dell’epoca, con San Tommaso d’Aquino in evidenza, certamente Aristotele [anche se sappiamo che all’epoca esistevano traduzioni poco aderenti al pensiero del “filosofo”] ed anche, all’occasione, Averroè, anche se con qualche restrizione, ma … la fonte fondamentale, quella che è la chiave di tutta la sua opera, era rimasta sconosciuta e scrupolosamente celata nel segreto. C’è voluto, dopo secoli di ignoranza, un colpo del caso per rivelarla. Un erudito ha creduto di riconoscere in certi scritti musulmani della stessa epoca dantesca, delle espressioni, delle formule e delle idee che egli aveva già incontrato negli scritti del toscano. Egli si mette così all’opera e le conclusioni che ha pubblicato nel 1919, hanno rivoluzionato lo studio di questo poeta. Si tratta di Don Miguel Asin-Palacios, un prete spagnolo arabeggiante. Pubblicando la sua “escatologia musulmana”, egli dimostra che tutta la “divina commedia” era in realtà  una parafrasi di diverse opere arabe: “Il viaggio notturno di Maometto”  e “Le rivelazioni della Mecca” di Ibn Arabi, comparse sessant’anni prima della nascita di Dante; ed un’opera intitolata “La Risala” d’Abulala; la maggior parte delle scene riportate in queste opere, sono identiche nel poeta fiorentino e nel poeta arabo: una moltitudini di espressioni e di formule poetiche sono state confrontate fianco a fianco su due colonne da Asin-Palacios, confrontando il testo italiano con il testo arabo. Le analogie sono talmente numerose e precise che non è possibile evidentemente negare il plagio. Nel suo “Viaggio notturno”,  Ibn Arabi racconta la discesa agli inferi e l’ascesa al cielo di Maometto secondo la leggenda musulmana, anche se è opportuno ricordare che questa leggenda ha la sua fonte negli scritti apocrifi di origine giudeo-cristiana: “le ascensioni di Mosé”, “… di Henoch”, “… di Baruch”, “… di Isaia”, che sono state tradotte in arabo e che sono servite da modello al “sogno” di Maometto. Noi abbiamo già dimostrato che l’Islam ha tratto la sue origini dalla dottrina giudeo-nazarea tradotta in arabo e diffusa in Siria nel corso del sesto e settimo secolo della nostra era. Andiamo allora a riassumere rapidamente i considerevoli plagi operati da Dante nella sua “divina commedia”. Si trova tale e quale ad esempio, la bufera infernale del canto quinto dell’Inferno, con le raffiche ed i turbinii che affliggono i lussuriosi, il “vento nero”, il vento delle tenebre con cui Allah frusta i colpevoli, il fiume di sangue, le melme fangose, la pioggia di acqua ghiacciata e di fuoco, la grandine di piombo fuso che trafigge i sodomiti, le cloache di urina ed escrementi ove è immersa la cortigiana Thaïs, il sistema del “contrappasso”, questa legge del taglione che fa sì che ciascuno sia punito per il modo in cui ha peccato, il supplizio del freddo, più intollerabile del calore, lo “zambarin”, questa idea di un mondo che si pietrifica, si congela a mano a mano, sorta di lastra di ghiaccio galleggiante che costituisce l’ultimo grado di durezza, etc. I musulmani sono pieni di immaginazione per quanto riguarda le crudeltà, le “arti” cruenti e l’odio. Si resta certo sbigottiti dal fatto che un poeta sedicente cristiano si compiaccia del raccontare tali orrori. Ma continuiamo a costatare il “copia ed incolla”: sia Maometto che Dante si purificano mediante una triplice abluzione prima di entrare in Paradiso; sotto le ombre del giardino delle delizie il viaggiatore di Abulala incontra una bella fanciulla che Dio gli ha inviato, ella passeggia insieme a lui recitando preghiere divine e gli canta delle canzoni d’amore che precedentemente il poeta Imrulcaïs aveva composto per la sua benamata. Ecco poi che sulle rive di un fiume compare la diletta del viaggiatore in mezzo ad un corteo di Uri il cui splendore celeste abbaglia per bellezza; tale è pure l’incontro di Dante e Beatrice che noi possiamo leggere tal quale nel testo arabo. E continuiamo: come Maometto, Dante incontra Adamo e egli domanda quale lingua parlasse nel Paradiso terrestre; sulla soglia dell’ottava sfera, San Pietro interroga Dante e lo sottopone ad un esame di catechismo sulla fede e le virtù teologali: interrogazione simmetrica all’esame sul Corano prima di entrare nel Paradiso di Allah. Certi commentatori antichi hanno spiegato che Dante aveva inserito questo passo per esporre la dottrina ortodossa cristiana in risposta alle ripetute accuse degli inquisitori e dei suoi nemici che egli chiamava “mordituri”, cioè mordaci, e che gli rimproveravano le sue eresie … indubbiamente.  Se vogliamo continuare il parallelo, occorrerà mostrare come tutta la struttura del poema, dai cerchi dell’Inferno fino alla montagna del Purgatorio e le sfere celesti, sia interamente copiata da una tradizione giudaico-cristiana apocrifa, come risulta evidente nelle “Apocalissi gnostiche”, dei primi secoli cristiani, tradizioni poi passate all’Islam e da questo diffuse in tutto l’Occidente: ed è dimostrato come l’Islam abbia giocato un ruolo fondamentale come veicolo della gnosi nel medioevo a partire dalle crociate. (V. gli studi di E. Couvert pubblicati nei numeri precedenti).

I TEMI GNOSTICI NEL DIVIN “COPIONE”

Temi gnostici; nel corso dei suoi studi universitari a Bologna, il giovane Dante aveva fatto conoscenza con un professore di astrologia, Cecco d’Ascoli, principe degli astrologi, secondo il quale “un medico senza l’astrologia è un occhio che non può vedere”; questi dopo aver per un certo tempo operato a Bologna [non come oculista, per fortuna!], finì per essere bruciato a Firenze. Da questo strampalato astrologo, Dante estrasse questo pensiero, secondo il quale Dio agisce su di noi per mezzo dei “mondi”, che il nostro microcosmo sia sotto l’influsso di un macrocosmo che in noi detta il nostro destino. Per via di questa sacra “ebbrezza” da astrologo il poeta saluta, alla sua entrata nell’ottavo cielo, la  costellazione dei gemelli, il segno sotto il quale egli era nato! “O gloriose stelle, o lume presno di gran virtù, dalle quale io riconosco tale quel che sia il mio ingenio” (Par. XVIII, 73-93) teste o luce si è evoluto. Si è voluto vedere in Dante un filosofo tomista, perché ha fatto spesso riferimento a San Tommaso. Ora non è sufficiente citare San Tommaso, ma bisogna restare fedele al suo pensiero. – Un erudito italiano, B. Nardi, ha rivisitato il pensiero di Dante e non vi ha ritrovato assolutamente l’insegnamento dell’Aquinate. « La maggior parte di coloro che studiano Dante, egli scrive, non hanno voluto deliberatamente comprenderne il pensiero, accettando la leggenda inventata dai neo-tomisti che facevano di lui un fedele interprete di San Tommaso d’Aquino ». Nardi ha dimostrato invece che il poeta ha seguito un pensiero neoplatonico, esposto con linguaggio da pensiero scolastico, ma che si avvicina essenzialmente all’Averroismo e alle tradizioni arabe. Esse gli hanno trasmesso, come visto nei numeri precedenti, la metafisica plotiniana attraverso certe opere ben conosciute: la “teologia apocrifa di Aristotele”,  il “liber de causis” e la “Rivelazione” di Ermete Trismegista: si tratta ben dunque di una tradizione gnostica filtrata attraverso scrittori arabi. Gli gnostici avevano ripreso dagli astrologi la cosmogenesi delle sfere concentriche, costituenti una gerarchia dei mondi con dei cerchi (o delle “ruote” come li chiama Dante), animati da un movimento sempre più rapido a partire dalla terra che ne è il nucleo ed il centro. Nei loro scritti vi erano sette cieli, corrispondenti ai sette pianeti, mentre l’ottavo cielo, l’Ogdoade o Pleroma, era il cielo nel quale le anime dovevano fondersi in un gran “Tutto”. I neo-platonici hanno aggiunto due altri cerchi luminosi al fine di giungere al decimo cielo l’“Empireo”, dove risiede l’Abisso creatore, la sorgente di ogni vita ed il motore eterno (Parad. XXVIII, 36-39). Ora il cerchio dantesco, come simbolo della divinità, trae il suo principio della metafisica di Plotino; quest’ultimo immagina Dio al centro di un cerchio, di un focolaio di luce, dalla quale i raggi si diffondono e si attenuano man mano che si allontanano dal focolaio stesso. Le intelligenze delle sfere celesti riflettono come degli specchi questi raggi ed imprimono le forme nella materia: trattasi dunque di una “emanazione discendente”, che è il dogma fondamentale degli gnostici. Le sfere o cerchi concentrici, queste “ruote” come le chiama Dante, considerate come abitate dagli Angeli, dai Profeti, dagli eletti ripartiti secondo i loro meriti e descritti con evidente compiacenza dal poeta, non hanno alcuna corrispondenza della tradizione cristiana, né nella letteratura biblica, né presso i Padri della Chiesa, né nell’insegnamento comune della Chiesa: esse pertanto non possono provenire che dalle sorgenti islamiche, che hanno ritrasmesso e riversato in Occidente i temi tipici favoriti della gnosi primitiva diffusa dagli apocrifi giudeo-cristiani. E dagli scritti di Averroè, Dante riprende per conto suo delle tesi gnostiche ben conosciute. Egli ha trovato nel “De anima” di Averroè la teoria dell’unità dell’intelletto, che è la formula scolastica dell’anima universale del mondo, secondo la quale le nostre intelligenze personali non ci appartengono, ed i nostri pensieri si fondono nel “pensiero collettivo” dell’umanità. Una conseguenza di questo principio è che la nostra anima non è che una particella dell’universo, essa è dunque di natura divina! È Dante stesso che ce lo dice, giusto per non lasciarci nel dubbio: “si può vedere ormai ciò che è lo spirito. È questa fine e preziosissima parte dell’anima che è la divinità” [« Onde si puote omais vedere che è mente: che è quella fin e preziosissima parte dell’anima che è deitate » (Convivio, III, c. II, 19). Tale è la definizione dello “pneuma” presso gli gnostici. E dunque, quando la nostra “deità” tende verso il suo principio, essa spera questo ritorno all’unità primordiale cantata da tutti gli gnostici. Questo ce lo spiega Dante stesso dettagliatamente: “occorre sapere che l’anima nobile, nell’ultima età, vale a dire nella estrema vecchiaia, fa due cose: l’una è che essa ritorna a Dio, come al porto dal quale essa è partita, quando sta per entrare nel mare di questa vita. Bisogna saperlo: la morte naturale è per noi come un porto dopo una lunga navigazione, ed un riposo. Ed anche a coloro che tornano da un lungo viaggio prima di entrare nel porto della propria città, vengono incontro a lui i cittadini di questa città, così incontro all’anima nobile vengono i cittadini della vita eterna. Essa ritorna a Dio, all’anima nobile che ha questa età ed attende la fine di questa vita presente con grande desiderio, sembra di uscire dal rifugio e tornare alla casa propria … gli sembra di uscire dal viaggio e tornare nella sua città … gli sembra di uscire dal mare e ritrovare il suo porto”. È questo un tema tanto caro a Baudelaire, che egli ha trovato nella “Rivelazione” di Hermete Trismegisto. Secondo lui l’anima è esiliata in questo basso mondo, partita dall’ “azzurro”, essa è decaduta. Essa è all’estero, è per strada! “Leviamo l’ancora”! “Prepariamoci”! la morte è il “portico aperto sui cieli sconosciuti””. Ecco ancora un tema ben conosciuto, ricorrente in tutta le letteratura nel corso dei secoli, da Dante fino ai nostri moderni esoteristi. Più gnostico di così!

Dante contro i Papi

Dante è animato da un odio formidabile, violento ed implacabile contro la Chiesa, i Papi, i preti, i monaci, i religiosi tutti. Si è cercato di scusare i suoi improperi disseminati in tutti i suoi scritti; egli aveva a che fare, a suo dire, con una Chiesa molto avida di danaro, disordinata, sovraccarica di beni temporali che l’allontanavano dalla sua funzione propriamente spirituale; la Chiesa distogliendosi dalla sua strada perde la sua forma, cessa di essere se stessa, e diventa così una prostituta [“puttana sciella”, purg. XXXII, 123-160] staccata dall’albero di giustizia e complice dei re che Essa sostiene. Così la sua santa indignazione pone nell’ottavo cerchio del canto XIX dell’Inferno, i Papi, disprezzabili imitatori di Simone mago verso i quali rivolge invettive con parole pesanti, affidando allo stesso San Pietro il manifestare la sua collera fino a fargli maledire Bonifacio VIII e Giovanni XXII. San Pietro fa la voce grossa e dice: “Quelli ch’usurpa in terra il luogo mio, il luogo mio, il luogo mio, che  vaca ne la presenza del Figliuol di Dio, fatt’ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la puzza: onde ‘l perverso che cadde di qua su, là giù si placa … ” [colui che usurpa sulla terra il mio posto, il mio posto, il mio posto vacante nella presenza del Figlio di Dio, egli ha fatto del mio sepolcro una cloaca di sangue e di putridume, sebbene che il perverso che cade quaggiù dall’alto (Lucifero) sia sprofondato giù: a queste parole il sole in cielo arrossisce, Beatrice impallidisce, una eclissi adombra le luci celesti. Dante chiama l’imperatore a riformare la Chiesa ed uccidere la prostituta ed il gigante che pecca con lei, ad abbattere i chierici affamati di potenza e denaro ed il re di Francia che li spinge su questa strada]. – Dante dunque un eretico sedevacantista, che fa diventare eretico sedevacantista anche S. Pietro … orrore, chi l’avrebbe mai detto!!! – Ora Dante era terziario di S. Francesco, quest’odio contro la Chiesa e la sua gerarchia in lui non è solo personale, ma fa parte di una vera e propria eresia professata dai Fraticelli. Nel 1299 l’arcivescovo di Narbonne teneva a Béziers un sinodo provinciale nel quale condannava i terziari francescani “per essersi dati, sotto copertura di un ordine rispettabile, a delle pratiche non permesse dalla Chiesa, e di aver detto che il regno dell’anticristo, precursore della fine di un mondo corrotto e di una ulteriore rigenerazione, fosse cominciato, e per essersi consolati delle loro miserie, maledicendo la Chiesa stabilita, identificata con la Babilonia impura, con la prostituta dell’Apocalisse, persecutrice degli umiliati”. Tali erano le formule dei Fraticelli, identiche a quelle di Dante: “prostituta”, “l’anticristo”,  la “Babilonia”. Sono esattamente gli stessi insulti che saranno presto sulla bocca di Lutero. – Meglio ancora: Dante è colmo di pietà e di simpatia per le “povere” vittime delle condanne romane … esse sono beate ed in pace nell’antipurgatorio, ed infine ristabilite nel loro onore ed in felicità. Così il poeta si rivolge severamente contro gli autori delle scomuniche: “ … e voi mortali, state attenti ai giudizi che date perché noi che vediamo Dio non conosciamo ancora tutti gli eletti. [… e voi, mortali, tenetevi stretti a giudicar ché noi che vedremo Dio, non conosciamo ancor tutti gli eletti]”. senza dubbio le scomuniche e le canonizzazioni non appartengono all’ambito delle infallibilità, ma qui si tratta di rimarcare innanzitutto la sua indignazione rispetto all’autorità ecclesiastica: “per lor maledizioni sì non si perde che non possa tornar l’eterno amor”. – In De Monarchia, Dante ha intrapreso la giustificazione di un impero universale degli uomini uniti e pacificati sotto l’autorità unica dell’Imperatore. Egli ha eretto un ordine universale per la “universalis civitas humani generis”, la città umana unificata da un potere temporale laico destinato a soppiantare il potere temporale della Chiesa, una sorta di “Novus ordo” mondiale ante litteram (N.O.M.), gestito da un governo unico mondiale laico sovranazionale, con estromissione del potere temporale della Chiesa, cioè della Regalità di Cristo, sogno laicista di ispirazione giudaica che è stato il motivo di fondo di tutte le sette gnostiche, dalle neo-platiche alessandrine ai Nazareni-Ebioniti islamisti, dai templari ai rosacroce, dal neopaganesimo rinascimentale, fino alla massoneria attuale che lo sta attuando nell’ONU, loggia massonica non coperta anticamera del governo unico mondiale. Al tempo di Dante l’idea centrale del mondo occidentale era la Cristianità. I Re, gli imperatori, i principi, le repubbliche, tutti sotto l’autorità e la dipendenza della Chiesa che assicurava così la stabilità dei popoli, la ricerca del loro benessere mediante un ordine religioso al quale tutti erano sottomessi. È l’idea della Città di Dio di Sant’Agostino. Mai in quest’epoca i Cristiani avrebbero potuto immaginare un ordine temporale laico, una umanità unificata dalla ricerca del solo benessere temporale come suo fine proprio. I principi ed i Re si consideravano come i luogotenenti di Dio che aveva loro affidato i popoli per la ricerca di una felicità soprannaturale. Si proclamava che Gesù-Cristo dovesse regnare sulle anime e su tutte le istituzioni temporali. Dante per la prima volta è venuto a spaccare l’unità della cristianità medioevale. Egli ha voluto espellere dappertutto l’autorità del Pontefice Romano e confinarla esclusivamente nell’ordine spirituale puro, senza alcuna possibilità di esercitare qualche potere sulla società temporale: egli è dunque l’ancestre dello stato laico moderno, voluto, perseguito e realizzato dalle obbedienze massoniche di ogni tipo, che non ha più alcun riferimento né a Dio, né alla fede cristiana, e che ha cacciato il Crocifisso da tutta la vita pubblica. Egli è ugualmente l’ancestre del potere mondialista odierno che vuole unificare il mondo senza Dio, in vista di una felicità puramente materiale (di pochi padroni) e della pace dei cadaveri (dei molti, i popoli schiavizzati). È questo un punto fondamentale del pensiero dantesco, messo bene in luce da E. Gilson. – Nel 1329 il Papa Giovanni XXII condannò De Monarchia, che fu in seguito posto all’indice nel 1554. Questo esacerbato anticlericalismo di Dante ci spiega come mai abbia desiderato introdurre in Paradiso Jochim de Flore e Siger de Brabant. Jochim de Flore non fu condannato dalla Chiesa, ma San Tommaso e San Bonaventura non vedevano in lui che un falso profeta; tuttavia egli aveva pubblicato il suo “Vangelo eterno” che annunciava una terza era dell’umanità, era di carità e di libertà in cui l’ordine clericale della Chiesa visibile si riassorbiva in una chiesa puramente spirituale, una totale laicizzazione della società temporale così come Dante la sognava. È quanto oggi tra l’altro si stanno sforzando di fare gli antipapi recenti, da Roncalli agli attuali marrani, che stanno cancellando lo spirituale dalla dottrina come dalla liturgia, ed equiparando i chierici ai comuni laici, come ad esempio quelli dei “movimenti” eretico-religiosi” moderni, dai Neocatecumenali ai Focolarini, dall’Opus Dei ai falsi carismatici, etc. . – Siger de Brabant aveva insegnato certe verità care a Dante. Egli era un convinto averroista, ammetteva la creazione come credente, ma la negava, con Aristotele, come filosofo. Nelle sue “Questioni sull’anima intellettuale” (c. VII, in fine) egli aveva affermato che in “tale dubbio, bisogna aderire alla fede, la quale è al di sopra di ogni ragione umana! Dante faceva dire a San Tommaso che “era uno spirito dai pensieri gravi, e che doveva meritare il cielo”. Tuttavia Singer era stato colpito dalle condanne del 1270 e del 1277. Citato a comparire davanti al tribunale dell’Inquisizione di Francia, Simon du Val, il 23 ottobre del 1277, era fuggito e non era comparso. Fu pertanto scomunicato, ciò che giustificava dunque l’ammirazione che Dante provava per tutte le “vittime” delle autorità ecclesiastiche. –  Resta ancora un punto oscuro sulla vita di Dante: le sue condanne, che i “dantologi” hanno sistematicamente ammantato di un silenzio plumbeo. Si sa che egli era stato perseguito dall’Inquisizione Romana e che il suo errare in giro per l’Italia, non era per fini turistici, ma in realtà serviva solo a sfuggirla … Dopo la sua morte, fu intentato un processo contro la sua memoria ad Avignone, nel 1327, alla corte del Papa Giovanni XXII. Lo si accusava di essere un incantatore ed un negromante. Un negromante? Ma negromante è colui che fa parlare i morti … ciò che fu veramente Dante. Ignoriamo però i risultati di questo processo. – Il Papa Giovanni XXII inviò come legato in Italia suo nipote, il Cardinale Bertrand de Poyet con la missione di far bruciare dal carnefice il libro De Monarchia e disperdere le ceneri del poeta. La prima parte di questa missione fu eseguita effettivamente a Bologna. Quanto al seguito non ne sappiamo più nulla.

Il culto di Dante presso i romantici

Nel secolo XIX, gli scrittori romantici hanno rilanciato la moda Dante noi abbiamo dimostrato come il Romanticismo [lo vedremo nei prossimi numeri della “Gnosi, teologia di satana] sia stato una prodigiosa esplosione di gnosi in tutta Europa. Gli scrittori hanno dunque trovato nel pensiero dantesco come una prefigurazione delle loro passioni rivoluzionarie, e come una carica esplosiva capace di realizzare infine i loro sogni di sovversione religiosa. Si constata che i primi ammiratori di Dante appartengono al mondo degli “illuminati”, massoni ed occultisti, e che essi tendono a promuovere l’autore e la sua opera in senso esoterico molto anticristiano (anche recentemente questa moda è stata ripresa e cavalcata da un “guitto”, un comico legato al mondo massonico che, a suon di milioni di euro sottratti ai contribuenti, ha riletto in questa chiave l’opera di Dante in trasmissioni televisive popolari della Rai). – Già nel 1790 Wlliam Blake si volge a Dante; egli è un ammiratore entusiasta di Swedwnborg, ha letto Paracelso e Jacob Boehme, Milton e Dante. Egli “dialoga” con essi e nei suoi sogni “dialoga” spesso con Salomone, Maometto, Giulio Cesare, i costruttori delle Piramidi, etc. Nel 1800 e 1801 esegue pure un ritratto di Dante, poi compone novantotto disegni a colori per illustrare la Divina Commedia. Egli afferma che Dante è un perfetto ateo, ne rappresenta con varie illustrazioni la cosmografia che lo affascina. Ma è in Italia che il culto di Dante prende nel corso del XIX secolo delle proporzioni considerevoli. Egli costituisce il modello del “Risorgimento” … ecco che al suo nome l’Italia si risveglia, si solleva contro il potere pontificio, l’unico ostacolo all’unificazione del paese che bisogna abbattere. Mazzini è un rivoluzionario fanatico, un repubblicano appassionato, un massone “capo d’azione politica” degli Illuminati di Baviera, fondatore con A. Pike del Rito Palladico, [ancora attivo ad esempio nella famigerata loggia P2 = Rito Palladico 2], Massoneria cupola di altre obbedienze, mandante di numerosi omicidi e soppressioni di presunti nemici dei “figli della vedova”; l’empio genovese è animato da un odio formidabile contro la Chiesa: per lui Dante è il simbolo della nuova Italia, quella per la quale egli combatte (o meglio, restando nell’ombra, fa combattere gli altri …) egli scrive nel 1847: “ la patria si è incarnata in Dante, la sua grande anima ha presentito, con cinque secoli di anticipo, l’Italia: l’Italia iniziatrice eterna di unità religiosa e sociale dell’Europa; l’Italia messaggera di civilizzazione per le nazioni; l’Italia così come un giorno l’avremo. Quando saremo più degni di Dante, ammireremo le impronte gigantesche che egli ha lasciato nelle vie del pensiero sociale ed andremo tutti in pellegrinaggio a Ravenna, sulla sua tomba, sotto gli auspici dei destini futuri e delle forze necessarie per mantenerci all’altezza che mostrava ai suoi compatrioti”. Il suo amico Manzoni, ugualmente praticava il culto di Dante: « Tu, divino Alighieri, tu fosti maestro della collera e del sorriso. Il mondo giaceva in questa notte, allorché tu risplendesti, tu solo, il maestro, come quando il solo getta sulla terra nuova il suo primo sguardo, la valle lo ignora ancora, essa non beve ancora  la benevola pioggia vitale di luce … » Nel 1848, Mazzini poté infine realizzare il sogno di Dante. Egli, con il supporto degli Illuminati e della Massoneria inglese, espulse il Papa da Roma e proclamò la repubblica. Ma è nel 1870 che si realizzò ciò a cui aveva aspirato Dante nella sua opera: la destituzione del potere temporale del Papa [in attesa che si realizzasse poi la perdita del potere spirituale iniziata dai marrani del Conciliabolo Vaticano, detto secondo, e tuttora in atto per l’opera degli antipapi servi di lucifero …]. Un altro celebre romantico, il poeta inglese Shelley, fu anch’egli un appassionato del “Risorgimento” e dell’“unità di Italia”. Nella sua giovinezza aveva scritto un Saggio sulla necessità dell’ateismo; andò a fare anche un pellegrinaggio sulla tomba del poeta a Ravenna: così scrive alla sua sposa, Mary, il 15 agosto 1821: “Io ho visto la tomba di Dante ed adorato il luogo santo”. Nella sua “Difesa della poesia”, egli scrive: « La poesia di Dante può essere considerata come il ponte gettato sul fiume del tempo che unisce il mondo moderno e l’antico. Dante è stato il primo riformatore religioso e Lutero lo ha sorpassato piuttosto in rudezza ed acrimonia, in audacia nella censura dell’usurpazione papale. Dante è stato il primo a svegliare un’Europa assopita … ha riunito i grandi spiriti che presiedono alla resurrezione della coltura, il lucifero di questo gruppo di stelle che brillò nel XIV secolo nell’Italia repubblicana come un paradiso nell’oscurità del mondo e della notte. » E la sua sposa, Mary, scriveva da Roma, il 3 maggio 1843: « Il governo papale è considerato come il peggiore in Italia e l’autorità temporale della Chiesa è considerata come la principale fonte dei disastri della nazione. Questa non è una nuova asserzione, potete ricordare l’apostrofo di Dante: “Ah! Costantino! Di qual male fu non la conversione, ma questa dote che ricevette da te il primo ricco padre (il Papa)” -Inferno XIX, 115-17 ». – In Francia egualmente, Dante fu esaltato dai romantici. Il romanticismo ama il fantastico macabro, le guglie delle cattedrali, le stampe di Dürer e di Holbein. Si dà per così dire un senso tutto nuovo delle bellezze selvatiche, sublimi e grottesche insieme. Ci si chiede anche se Dante non sia la causa essenziale di questo lato oscuro e doloroso del romanticismo artistico francese. Le scene dell’inferno sono di un realismo intensamente espressivo. Si comincia così già ad ammirare il poeta della Divina Commedia. – Nel suo “Genio del Cristianesimo”, apparso nel 1802, Chateaubriand proponeva: « volete essere sconvolti, volete conoscere la poesia delle torture e gli inni della carne e del sangue? Discendete nell’Inferno di Dante e vi troverete movimenti, facce deformate, corpi contorti dalle torture, grida di disperazione, di odio e di rivolta … » – All’inizio del XIX secolo Dante era considerato in Francia un eretico, ma a partire dal 1830 diviene oggetto di ammirazione per i cattolici “tradizionalisti”. Viene letto con passione, spesso a La Chesnay da Lamennais. Viene acclamato con un entusiasmo senza pari, un ardore tutto nuovo, in precedenza sconosciuto. « Infine, scrive J. J. Ampere nel 1835, io mi son deciso a perseverare nel mio amore per la poesia di Dante, benché sia oggi come un furore universale, in Francia ed in Italia, ammirare a proposito o a sproposito l’autore della “Divina Commedia” che quasi nessuno leggeva fino a sessanta anni fa. » (in Revue des Deux Mondes, 1835).

Conclusione

« Strano destino quello del poeta! … Scrive senza stupirsi Marc Monnier. Egli era monarchico e lo hanno reso repubblicano, era cattolico e lo hanno fatto protestante, era virgiliano e lo hanno fatto romantico, … era per l’impero germanico e più di ogni altro è servito a formare la nazione italiana ». Destino effettivamente molto strano, quello di uno scrittore costretto a nascondere il suo pensiero in un linguaggio ermetico, ove ha accumulato le allegorie ed i simboli destinati ad ingannare i propri lettori in meandri complicati ed oscuri. Il poeta ha moltiplicato le chiavi di interpretazione, ciò che gli permetteva di sfuggire agli sguardi attenti dei censori ecclesiastici, conservando sempre una possibilità nella quale rifugiarsi in caso di condanna. Egli ha moltiplicato ugualmente le dichiarazioni di fede ortodossa per confondere le sue vere intenzioni. Ha condotto una vita errante per depistare i suoi inseguitori. – Questo ci fa pensare a Cartesio che ha utilizzato gli stessi metodi per darsi un’apparenza di onestà: una vita errante, dichiarazioni reiterate di buona fede religiosa. … – Per diversi secoli Dante è stato misconosciuto, forse disprezzato, soprattutto a causa dei suoi aspetti oscuri. C’è voluta la rivoluzione del XIX secolo, nella sua forma di sovversione religiosa, per ridare vita e gloria al poeta. La Cristianità è morta, uccisa dalla riforma protestante. La Scolastica è stata polverizzata da Cartesio, gli spiriti sono divenuti atti a ricevere e ad accettare infine il vero pensiero di Dante, sbarazzato dalle sue ombre, adattato al gusto rivoluzionario, decriptato e dunque rimesso in chiaro. – La nuova generazione romantica e rivoluzionaria ha reintrodotto il pensiero dantesco nella tradizione gnostica: Dante è ateo e luciferino, rientra nella lunga lista dei “Grandi iniziati”. Si possono infine riavvicinare i suoi simboli a quelli di Pitagora, di Platone, dei cabalisti e degli astrologi … si può alfine delineare “L’esoterismo di Dante” [titolo di un mediocrissimo libello di R. Guenon]. Il cerchio è chiuso: il genio letterario del poeta è stato messo al servizio della sovversione religiosa, finanche del “massonismo” oggi imperversante, che ne fa infatti una sua bandiera, ma questo è potuto accadere, verosimilmente, perché lo conteneva già in se stesso, benché nascosto, sigillato, rivestito ed incappucciato in una fraseologia pia ed edificante, tale da ingannare pure ad esempio, nientemeno che … Benedetto XV ! … In Præclara summorum, del 30 aprile 1921, documento redatto in occasione del centenario della morte di Dante, il Santo Padre Benedetto XV tende a sminuire il feroce anticlericalismo di Dante e la sua incrollabile avversione per il potere temporale della Chiesa ed in particolare per la figura del Papa definito, come visto, “padre ricco”, elementi evidenti oltretutto dalle condanne della Chiesa e di Papi canonici, oltre che dalle inchieste dell’Inquisizione e la messa all’Indice di sue opere; molte affermazioni del Sommo Pontefice, che servivano soprattutto ad incentivare gli studi della dottrina cristiana, inserendosi in ciò nella polemica contro B. Croce, all’epoca Ministro della pubblica istruzione, ed i fautori dell’educazione laica e priva di riferimenti cristiani e religiosi, peccano di informazioni all’epoca non sufficientemente elaborate o non disponibili, ma oramai acclarate dalla critica “senza grembiulino” più recente. Che l’argomento poi non appartenga a questioni dottrinali riguardanti la fede e la morale, quindi non attinenti né al Magistero Ordinario, né allo Straordinario, e che non intenda certamente essere motivo di una pur sospetta vaga canonizzazione, quindi non essendo in alcun modo impegnata l’Infallibilità Pontificia, rende possibile una critica serena sul piano storico, letterario e filosofico che non intacca naturalmente i principi cattolici che il Santo Padre ribadiva, e che in Dante purtroppo sono semplice “velo” di ben altre intenzioni e fonti, come visto, lontane mille miglia dal pensiero scolastico e soprattutto tomistico, evocato solo a parole, per sfuggire alle contestazioni degli inquisitori.

INFERNO -2-

INFERNO [2]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

3. – IL REPROBO È MALEDETTO DA DIO, DAL DEMONIO E DAGLI ALTRI REPROBI. — Dall’istante in cui il Giudice supremo avrà pronunziato contro i peccatori che entrano nell’eternità macchiati anche di un solo peccato mortale la terribile, irrevocabile sentenza: Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41), la maledizione di Dio non si allontanerà mai più da loro, ma li pigerà e li travolgerà per tutti i secoli. Della maledizione di Dio leggiamo nella Scrittura: « Amò la maledizione e gli pioverà sul capo; non volle la benedizione e si scosterà da lui. La maledizione lo coprirà come vestimento, entrerà come acqua nelle sue interiora, penetrerà come olio nelle sue midolla. Diventerà per lui come abito che mai non si depone, come fascia che gli cinge le reni » — Dilexit maledictionem et veniet ei; noluit benedictionem et elongabitur ab eo. Et induit maledictionem sicut vestimentum, et intravit sicut aqua in interiora eius. Fiat ei sicut vestimentum quo operitur; et sicut zona qua semper præcingitur (Psalm. CVIII, 16-18). Ecco dunque designati quattro terribili effetti della maledizione di Dio: 1° essa circonda all’esterno il reprobo…; 2 ° entra nell’interno e si appiglia alle potenze dell’anima …; 3 ° si spinge ancora più innanzi e la ferisce fin dentro la sua sostanza, come olio che penetra fino alle midolla…; 4° questa maledizione non l’abbandonerà mai un momento … Tale è l’infelice condizione del dannato sotto l’incubo della maledizione divina! . . . Un’anima creata a immagine di Dio, redenta col sangue di un Dio, essere maledetta dal suo Dio, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo solo ed unico bene! Chi può comprendere, chi può spiegare questo sommo, indefinibile male?… Mentre i peccatori sono in questo mondo, i demoni non cessano di adularli, per sedurli e precipitarli nell’inferno. Come già ai nostri progenitori, essi offrono loro ad ogni ora dei frutti vietati, dicendo: « Non morrete, ma diventerete come altrettanti dèi » — Nequaquam moriemini; eritis sicut dii (Gen. III, 4-5). Ma nell’inferno invece di adularli, malediranno senza fine quei ciechi che trangugiarono il veleno della seduzione… Nell’orribile prigione dove si scontano fra supplizi atroci le colpe della vita, si troveranno radunati insieme i compagni di dissolutezza che gareggiavano a chi più facesse onta al pudore. Là gli amici diventeranno carnefici degli amici; si svillaneggeranno a vicenda, si oltraggeranno, si caricheranno di amari rimproveri, si scaglieranno sanguinose ingiurie e orrende maledizioni. Là il padre negligente e scandaloso si troverà col figlio scapestrato che griderà furioso: Padre maledetto, sei tu che mi mettesti nella via del delitto; tu mi hai insegnato ad ingannare il semplice e l’incauto, a frodare l’artigiano; tu mi hai seminato in cuore i funesti germi dell’ambizione, tu mi hai insegnato a profanare la domenica, a bestemmiare, ad ubbriacarmi, a disprezzare i precetti della Chiesa. Tu sei l’autore della mia disgrazia; io ti maledico e ti maledirò in eterno! La figlia si avventerà quale furia contro sua madre, urlando: Madre disgraziata, perché darmi alla luce, se volevi prepararmi un’eternità di supplizi? Il tuo esempio mi fu continua scuola d’immodestia, di civetteria, di libertinaggio; la tua colpevole e frivola noncuranza, la tua rilassatezza mi ha perduta! Perché non mi hai strozzata di tua mano, in culla? Sii maledetta per sempre! E tutti gli echi dell’inferno ripeteranno: Sii maledetta per sempre! Là, o libertini scandalosi, vi troverete con le vittime delle vostre seduzioni; esse vi staranno sempre ai fianchi per pungervi e dilaniarvi e ciascuno dei loro rimproveri sarà acuta e ardente saetta che vi trafiggerà il cuore. – Corruttore abbominevole, assassino crudele, seduttore ipocrita, tu mi hai tolto la mia innocenza, rapito la mia verginità, rubato l’onore, involato la corona; mi hai ucciso l’anima e fatto perdere il mio Dio! Va, diavolo incarnato! in che ti aveva offeso l’anima mia immortale, destinata alla vita della eterna gloria, da meritare che tu le vibrassi il colpo di eterna morte? Soffri e disperati, o crudele, soffri per sempre! Nell’implacabile odio mio, ti maledico in eterno!

4. – MORTE NELL’INFERNO. — Dice il profeta che i reprobi saranno stipati come pecore nell’inferno e la morte ne farà suo pasto: — Sicut oves in inferno positi sunt; mors depascet (Psalm. XLVIII, 14). « Ottimo paragone è questo, scrive S. Bernardo: perduto il vello delle ricchezze, i reprobi duramente e interamente spogliati, sono gettati ad ardere nudi tra le fiamme eterne. La morte ne farà suo alimento, perché moriranno sempre alla vita e vivranno sempre per la morte; il loro corpo è abbandonato ai vermi, l’anima al fuoco fino al giorno in cui nuovamente congiunti in un’infelice unione, patiranno insieme i supplizi, essi che furono compagni nei vizi ». – « La morte, soggiunge S. Gerolamo, commentando le citate parole del Salmista, la morte sarà il mandriano dei dannati; è giusto che siano guardati e pasciuti dalla morte coloro che non vollero avere per buon pastore il Cristo ». « Il peccato consumato genera la morte » — Peccatum cum consummat um fuerit generat mortem ( IACOB. I, 15). « E non vi è morte, dice S. Agostino, tanto terribile e disgraziata, quanto la morte che non muore mai (Lib. VI, De Civ. cap. ultimo) ». – Quaggiù in terra, osserva anche S. Gregorio, il peccatore muore alla vita, nell’inferno vivrà della morte. La morte vive per voi, o reprobi sventurati, e la vostra fine è sempre sul cominciare. Il dannato sconterà tutti i suoi delitti, ma non sarà distrutto. La morte non lo annichila, perché se la vita di questa morte fosse distrutta, egli cesserebbe di esistere; ma affinché sia tormentato senza fine, è costretto a vivere nei supplizi; è giusto che quegli la cui vita su la terra fu una morte nel peccato, soffra nell’inferno una morte che sia una vita nei castighi (Mor. 1, XV, c. XII). «Nell’inferno, ripete altrove il medesimo santo, l’anima perde la vita della felicità, ma non il suo essere; di qui la dura necessità per lei, di soffrire la morte senza morire, di perire senza perire, di finire sempre senza finire mai; perché per essa la morte è immortale; è una consunzione senza consumazione, un fine senza termine. La morte è dunque per i dannati una morte immortale, un fine infinito, una distruzione indistruttibile (Dialog. 1. IV, 45) ». Come triste e terribile è la sorte dei reprobi! Poiché, come i cadaveri servono di pastura ai vermi, così le anime riprovate servono di alimento alla morte per tutta l’eternità e la loro vita sarà un nutrirsi della morte!… Nell’inferno la morte è sempre vivente; là è il suo regno, il suo trono; là trova una fecondità immancabile. Se dunque volete sapere che cosa sia l’inferno, udite: l’inferno è la dimora, il regno della morte; perché la morte eterna vi domina assoluta, regna su tutti i dannati, uomini e demoni e il suo impero non vedrà mai fine. Sulla terra, i peccatori stanno nel vestibolo dell’abitazione della morte, ma nell’inferno stanno nei più segreti appartamenti, nelle stanze più interne del suo palazzo. Il cielo è il regno della vita, perché ne è il re Iddio; l’inferno è il regno della morte, perché essa vi comanda e signoreggia sola padrona. « Mi fa spavento, esclama inorridito S. Bernardo, la morte sempre vivente; rabbrividisco al pensiero di cadere preda di quella morte che sempre vive, di quella vita che sempre muore; è questa la seconda morte che mai non toglie i sentimenti, eppure sempre uccide. O Dio! chi darà tal grazia ai peccatori, che muoiano una volta, perché non muoiano in eterno! (De consid. I, V. c. XII) ». – E poi a proposito di quelle parole d’Osea: « Diranno ai monti, rovesciatevi addosso a noi ed alle colline, seppelliteci » (OSE. X, 8), così continua: « Che vogliono i dannati se non la morte della morte, perché possano finalmente morire, o fuggire la morte”? Ma per quanto essi invochino la morte, la morte non verrà mai a liberarli ». (De Consid. I. V) – « Poiché nell’inferno, dice S. Gregorio, l’anima è immortalmente mortale, e mortalmente immortale. E immortale in modo però che può morire, ed è mortale in modo che non può morire: il vizio ed il tormento le tolgono bensì la vita beata, ma le lasciano la vita che dipende dalla sua essenza ( Moral. Lib. IV, c. VII ) ».

5. – COME I DEMONI TRATTANO I REPROBI. – — Udite come Isaia descrive l’accoglienza che si fa al reprobo nell’inferno: « Al suo primo comparire su la soglia dell’inferno, la casa della morte ne va sossopra; i demoni che v’imperano, gli si slanciano incontro a dargli il benvenuto e tutta la turba dei dannati, battendo a palma e levando orrende, altissime strida, gli dice: Anche tu sei stato ferito come noi! Anche tu sei divenuto simile a noi! La tua alterigia è caduta in fondo all’abisso, il tuo corpo giace in terra e i vermi saranno il tuo vestimento » — Infernus subter conturbatus est i n occursum adventus tui. Omnes principes surrexerunt de soliis suis, universi dicent tibi: Et tu vulneratus es sicut et nos, nostri similis effectus es. Detracta est ad inferos superbia tua, concidit cadaver tuum; subter te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes ( ISAI. XIV, 9-11). Tutti i demoni si attruppano alla porta dell’abisso e al presentarsi di un dannato, gridano con gioia infernale: Vieni, o reprobo, a dimorare con noi, in mezzo al fuoco, tra fiamme eterne; vieni a bearti del fumo dei tormenti, che ascende nei secoli. Vieni, che nulla tanto ci preme quanto premiarti dell’obbedienza con cui accogliesti le nostre sollecitazioni. Tu ci hai ascoltati e seguiti allorché ti andavamo susurrando: Bevi di questo liquore della voluttà, inebriati di collera, di bestemmia, ecc. … Tu ci porgevi orecchio su la terra, ascoltaci anche adesso che ti diciamo: Bevi il calice del fuoco misto a zolfo; tracanna la coppa della collera del Dio vivente; tuffa le labbra nel vaso del nostro furore… Tutti i demoni sono accaniti nel perseguitare e malmenare e straziare il reprobo. Vittima sulla terra delle loro suggestioni, diventa nell’inferno vittima del loro incessante furore… Meditate, o peccatori, queste terribili, ma salutari verità.

6. – DISPERAZIONE NELL’INFERNO. — I reprobi sono scomunicati e separati per sempre da Dio, dagli Angeli, dalla Chiesa. Essi né ricevono né possono ricevere aiuto né da Dio, né dagli Angeli, né dagli uomini, né da altra creatura di sorta. Dimenticati e abbandonati da Dio, dal cielo e dalla terra, ormai non hanno più modo di fare penitenza; le loro preghiere non hanno più valore, la redenzione non può più essere loro applicata; esclusi per sempre dalla misericordia sono condannati, per irrevocabile giudizio, a non vedere mai più Iddio, a dimorare eternamente con i demoni, in un fuoco che non sarà mai spento; tutte le creature visibili ed invisibili, corporali e spirituali sono loro nemiche; si odiano e si maltrattano a vicenda; sono privi di ogni carità e di riconciliazione; chiarissimamente comprendono e vivissimamente sentono quello che hanno perduto per sempre e quello che si guadagnarono col peccato; si vedono stremati di ogni mezzo, chiusa ogni via di giungere ad amare Dio … – In quest’orrendo stato, il reprobo digrigna i denti e si abbandona alla più desolante e crudele disperazione. Nella rabbia della sua irrimediabile disgrazia, va ripetendo: Il mio fine è perduto, non vi è più per me filo di speranza: — Periit finis meus, et spes mea a Domino (Lament. III, 18). Il mio smarrimento è senza uscita, non più scampo, non più vita; vana, impossibile è ogni speranza di vedere la fine delle mie disgrazie; esse non avranno più termine; non ne sarò mai più liberato; non avrò mai più minuto di riposo, di libertà, di gioia, di consolazione! L’orribile carcere donde non uscirò mai più, non ha porta! — Periit finis meus, et spes mea. — E non è questo, un argomento da invelenire la loro rabbia, da costringerli a digrignare i denti! – « In braccio all’orribile disperazione, essi fanno udire, dice S. Efrem, questo doloroso addio: Addio, apostoli, profeti, martiri, giusti tutti quanti! addio, senato dei patriarchi! addio, esercito degli anacoreti! addio, croce preziosa e vivificante! addio, eterno regno dei cieli, bella Gerusalemme, madre degli eletti, paradiso di delizie! addio anche a voi, Signora nostra, madre di Dio, genitrice di Colui che ha tanto amato gli uomini! Addio, padri e madri, figli e figlie, sposi e spose; addio, noi non ci rivedremo mai più! •> (Tract., de Abrenunt. et variis inferni poenis).

7. – GRADAZIONI DI SUPPLIZI. — « Giudizio severissimo aspetta quelli che sovrastano », dico la Sapienza, e quindi un castigo più rigoroso sta preparaper costoro nell’inferno: — Iudicium durissimum his qui præsunt fiet (VI, 6). I più famosi nei delitti, i più astuti nelle seduzioni, i più scandalosi nei costumi, i più furfanti negli impieghi, saranno condannati a più duri tormenti, sottoposti a più atroci supplizi, un fuoco più ardente, una notte più buia, un freddo più intenso, strazi più orrendi, angosce più cocenti, insomma un inferno più spaventoso dovranno provare quelli che nel mondo ebbero più facoltà di fare il male: — Potentes potenter tormenta patientur… Fortioribus fortior instat cruciatio (Ib. 7-9). « Molti appartamenti vi sono nella casa del padre mio », disse Gesù Cristo: In domo Patris mei multæ mansiones sunt (IOANN. XIV, 2); poiché i giusti hanno una gloria adeguata ai loro meriti, essendo da Dio premiati ciascuno secondo le sue opere. Or bene, il medesimo avviene nell’inferro: vi sono colà molti e diversi stalli; quanto più ree sono le anime che vi cadono, tanto più in basso e vicina ai demoni è la loro dimora, tanto più gravi sono i loro supplizi. La giustizia di Dio regna nell’inferno come nel cielo. Gli Apostoli tengono lassù u n luogo distinto dagli altri eletti, il loro seggio è vicino al trono dell’Agnello; Giuda, l’apostolo traditore, occupa nell’inferno uno stallo ben diverso da quelli della folla dei reprobi. Ogni peccato mortale merita l’inferno; perciò chi vi precipita carico di cento, di mille colpe gravi, deve incontrare tormenti cento, mille volte più gravi di quelli che soffre il reprobo il quale fu condannato per un solo peccato mortale; supposto che un peccato di quel primo reprobo sia in gravità affatto uguale a quello di questo secondo; perché vi sono peccati molto più gravi gli uni degli altri, ed i più gravi vanno soggetti a pena più grave… – Dio infinitamente saggio e giusto pesa tutto scrupolosamente e dà a ciascuno quello che gli tocca, sia premio o sia castigo… Come cieco ed infelice si mostra l’uomo che non cerca di accrescere ogni istante il tesoro dei meriti, lo splendore della sua corona; aumenta invece ogni momento i suoi peccati e l’acerbità dei suoi supplizi! …

8. – ETERNITÀ DELLE PENE INFERNALI. — Per quanto gravi, orribili, insopportabili siano i tormenti infernali, essi sarebbero ancora poca cosa se dovessero finire, ma l’eternità loro è il peggiore dei supplizi. Quel fine che sempre comincia, secondo l’espressione di S. Agostino: — Finis semper incipiet, — è ciò che propriamente forma l’inferno e dà alle pene che là si soffrono, l’ineffabile, indefinibile qualità che le distingue da tutte le altre pene, ancorché atrocissime. Tutti i reprobi soffriranno tra l’orrore e l’affanno, sempre vivranno della morte, sempre disperati di misericordia e di perdono. Eccola disgrazia delle disgrazie, l’inferno dell’inferno. Tormenti eterni! … Non vedere mai più Iddio, né la Santa Vergine, né i santi, né gli amici, né i fortunati parenti, né il cielo; e quel che è più, non poter nemmeno figurarsi una lontana ombra di speranza di vederli: ecco il sommo dei supplizi, ecco la più atroce delle torture! « Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno, sentenzierà il Giudice supremo, e a quell’intimazione, andranno i reprobi nel supplizio eterno e gli eletti nella vita eterna » — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum. Et ibunt hi in supplicium æternum, iusti autem in vitam æternam (MATTH. XXV, 41, 46). Già vediamo accennata questa sentenza in quelle parole di Daniele: « Quelli che dormono nella polvere della terra si sveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per l’ignominia la quale si vedranno sempre dinanzi » — Qui dormiunt in terræ pulvere evigilabunt; alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium ut videant semper (DAN. XII, 2). – Oh! se almeno a tutti i mali dell’inferno vi fosse un termine! Ma no; non vi sarà mai né termine, né fine, né sospensione, né diminuzione di pena; o Dio! che disgrazia, che infelicità è mai quella!… No, non vi è redenzione per il reprobo: « Il sangue che Gesù Cristo ha sparso sulla terra non penetra nell’inferno, dice S. Cipriano, perché tutto lo bevvero i peccatori (Serm.) » i quali pertanto, dice l’Apostolo, sconteranno la pena di un’eterna dannazione: — Pœnas dabunt in interitu æternas (Thess. II, I, 9). – «La miseria della pena, scrive Ugo da S. Vittore, cadrà sulla miseria della colpa, affinché restino insieme congiunte e fino a tanto che rimarrà la colpa, durerà la pena; ora siccome nell’inferno la colpa resta in eterno, così in eterno ancora restano la pena e il castigo » (Lib. de Anima). « E non è forse giusto, dice S. Gregorio, che coloro i quali avrebbero voluto sempre vivere per peccare sempre e dimostrarono questo loro desiderio col peccare sempre, finché vissero e non vollero mai separarsi dal peccato durante la vita, non siano mai dopo morte separati dal supplizio? (De pœnitentia, can. LX) ». «Bene sta, ripiglia S. Agostino, che la volontà la quale volle l’eterno godimento del peccato, sia punita con un’eterna severità di vendetta (In Spec. peccat.)», – Ogni peccato mortale importa di sua natura una punizione eterna. L’uomo, cadendo in colpa grave, si uccide per l’eternità e non può più risuscitare senza l’onnipotenza di Dio. Ora questo miracolo di risurrezione, a cui Dio punto non è tenuto, quando avviene, non avviene che nel tempo: ma giunto che sia l’uomo nell’inferno, il miracolo non ha più luogo: chi passa all’eternità macchiato di peccato mortale, vede la sua colpa e la pena di questa colpa diventare eterne… Dio è buono; ma appunto perché infinitamente buono deve odiare il peccato finché ne rimane traccia; ma non essendo mai distrutto il peccato nell’eternità, ne segue che sarà eternamente punito in forza dell’odio eterno che gli porta Iddio… La Scrittura ci dice che Dio ha viscere di misericordia per gli uomini, ma si dichiara ancora nel medesimo tempo che vi è un fuoco eterno, che Dio ha decretato eterne pene al peccato non cancellato dalla penitenza. Oseremo dire che Dio non è giusto! È vero che l’azione colpevole dura poco; ma il male più che nell’azione, sta nella malizia, nella disobbedienza, nella volontà. Accuserete voi d’ingiusta la legge umana, che punisce nel malfattore il delitto di un momento con lunghi anni di pena infamante?… « L’uomo peccatore, dice S. Gerolamo, deve soddisfare eternamente a Dio, perché era sua volontà di resistere eternamente a Dio» (In Psalm. XVIII). «In una volontà perversa non si deve tanto guardare all’effetto, dice S. Agostino, ma all’affetto del cuore; quantunque l’effetto fallisca, perché non dipende dall’uomo, è giusto che la volontà sia punita con pena proporzionata alla sua malvagia disposizione (De Civ. Dei)». Ora che altro vorrebbe il peccatore ostinato, se non che sempre vivere per burlarsi sempre di Dio e della sua coscienza? L’atto del peccato non dura, ma l’affetto al peccato dura sempre in fondo al cuore… Inoltre nell’inferno il peccatore è privo della grazia e senza di questa è impossibile ottenere il perdono dei peccati… Il peccato è un allontanamento volontario da Dio, è un disprezzo formale della Maestà divina, è l’amore della creatura preferita al Creatore, ossia un adulterio spirituale, è quindi la più enorme ingiuria che si possa fare a Dio. Misurate la gravità di una tale ingiuria con la grandezza del Dio ch’essa oltraggia e vedrete che è infinita nel suo oggetto perché intacca una grandezza infinita. Ma un essere finito nella sua essenza, non può sopportare una pena infinita in intensità; ne segue dunque la necessità di una pena infinita in durata. Le parole di Geremia: « Il peccato (dei reprobi) sta scritto con penna di ferro a punta di diamante e scolpito su tutta l’ampiezza dei loro cuori » — Peccatum scriptum est stylo ferreo, ungue adamantino, exaratum super latitudinem cordis eorum (XVII, 1), mentre denotano l’ostinata volontà dei peccatori nel mal fare, significano ancora che le loro colpe stanno scritte nel libro della morte a lettere di fuoco e che né acqua, né lagrima basteranno per tutta l’eternità a raderle o cancellarle. Sono scolpite nella memoria e nella coscienza dei reprobi e come verme roditore non cesseranno mai dal morderlo e divorarlo. Che disgrazia è mai questa eternità dei tormenti! Che sventura, essere condannato a vivere sepolto nelle fiamme eterne! O insensatezza degli uomini che per un vile piacere di un istante si precipitano in torture senza fine! O eternità di fuoco, di disperazione! O eternità, tormento incomparabile! O morte che non si trova mai compita! O vita che è un’eterna morte!… Si beve, si giuoca, sì scherza un momento; questo passa veloce ed ecco succedergli immantinente una calamità eterna! Così si va ridendo all’inferno, all’eterna infelicità! Vi si va, ma più non se ne torna; perché la fine della vita presente è il principio dell’eternità e questo principio è la fine delle cose di quaggiù. O fine che non termini! o morte che non sei la morte, mentre chiudi il tempo, apri l’eternità che non ha mai più fine!… Viviamo dunque in questo mondo così, che meritiamo di vivere eternamente…

9. – L’INFERNO È CONFORME ALLA GIUSTIZIA DI DIO. — Iddio non è autore del peccato, ma giusto estimatore e conservatore dell’ordine; punisce il disonore della colpa coll’onore della giustizia. « Tutte le cose fatte da Dio sono ottime», dice la Sacra Scrittura. (Gen. I , 31), egli non h a dunque fatto quello che si trova di malvagio nell’uomo. Quello che vi è di cattivo nell’uomo, è un disordine; ora ogni disordine merita castigo; ma chi si deve punire, domanda S. Agostino, se non l’autore? e chi è l’autore del peccato nell’uomo, se non lo stesso uomo ribelle a Dio? Questa punizione dell’uomo ribelle a Dio non è un disordine, anzi è l’ordine: la pena è l’ordine del misfatto. Quando io dico peccato, dico disordine, perché esprimo la ribellione; quando poi dico punito, dico cosa ordinatissima, perché è retto ordine che l’iniquità abbia castigo. Il peccatore, come un pazzo, si uccide per l’eternità; ammonito fa il sordo; vuole giustizia che sia punito… Qui viene a proposito l’avviso di San Paolo ai Galati: «Non illudetevi, con Dio non sì scherza. L’uomo raccoglierà di quello che h a seminato: se carne, mieterà dalla carne corruzione; se spirito, mieterà dallo spirito vita eterna » — Nolite errare, Deus non irridetur. Quæ enim seminaverit homo, hæc et metet. Quoniam qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem; qui autem seminat in spiritu, de spiritu metet vitam æternam (Gal. VI, 7-8). – La vera, la propria causa dell’inferno è il peccato: — Persecutionem passi ab ipsis factis suis (Sap. XI, 21). Quello che forma l’inferno, non è la pena, ma il peccato. Infatti, in che cosa consiste essenzialmente l’inferno? Nella privazione della vista e del godimento di Dio, ossia nell’essere separati da Dio, che è la felicità suprema; ora solo il peccato è la causa della separazione dell’uomo da Dio. Voi dunque, o peccatori ostinati, voi vi portate l’inferno nelle viscere, perché portate dentro di voi il peccato che vi fa di scendere vivi nell’inferno. Dio non sarebbe Dio se non fosse giusto; egli deve pagare ciascuno secondo i fatti propri… A chi dunque oppone: perché un inferno, sotto un Dio buono? la risposta viene chiara e facile: Appunto perché Dio è buono, è necessario l’inferno, come perché è infinitamente buono, vi dev’essere un inferno eterno; infatti dove sarebbe la bontà, l’equità, la rettitudine sua, se il disordine morale andasse impunito? Se i tribunali non punissero, non ostante la evidenza delle prove, il parricidio, l’omicidio, il furto, l’incendio, che ne sarebbe della giustizia e della società? Se piace un paradiso per ricompensare i buoni che patirono negli stenti e nelle avversità, perché non ammettere un inferno dove siano puniti i malvagi che vissero nell’empietà e nei delitti? Dio è buono e giusto; ma ognun vede che molte virtù anche eroiche, come il martirio, non hanno in questo mondo, o nessuna o certo una inadeguata ricompensa; vi sono non pochi delitti che su questa terra sfuggono ad ogni castigo; vuole dunque giustizia che vi sia e un paradiso e un inferno.

10. – MEZZI PER SCHIVARE L’INFERNO. — I mezzi che abbiamo per evitare l’inferno sono:

La preghiera. Volgiamoci a Dio gridando col profeta: « Deh! o Signore, non mi sommerga la tempesta delle onde, non m’inghiottisca l’abisso, non si chiuda sopra di me la bocca della voragine » — Non me demergat tempestas aquae neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum (Psalm. LXVIII, 16).

Il pensiero ed il timore dell’inferno. « Discendiamo nell’inferno mentre siamo vivi, dice un santo padre, se non vogliamo andarvi dopo morte ». – « Quanto si mostra sensato ed è felice, esclama S. Agostino, colui che in vita si dà tanto pensiero del supplizio, da scampare a pericolo di subirlo, dopo morte. Volesse Iddio che intendeste e comprendeste quello che è il mondo e quello che è l’inferno! Certamente voi allora temereste Iddio, desiderereste le cose celesti, disprezzereste il mondo e avreste orrore dell’inferno (In Spec. peccat.) » . – Infatti chi di voi può dimorare in mezzo a un fuoco divoratore, tra vampe ardenti e sempiterne? — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? — domanda Isaia (XXXIII, 14).

3 ° Il pentimento delle colpe, la detestazione e confessione dei peccati, la conversione della vita. « Chi darà al mio capo, gemeva S. Bernardo, un torrente di pioggia; ai miei occhi una fonte di lagrime; affinché prevenga col mio pianto e con i miei gemiti, il pianto unito allo stridore dei denti? (Serm. in XVI Cantic.) » .

INFERNO -1-

INFERNO [1]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

– 1. Che cosa è l’inferno? — 2. Pene dell’inferno: 1ª il fuoco; 2ª le tenebre; 3ª il verme roditore; 4ª la schiavitù; 5ª la separazione da Dio; 6ª ogni sorta di mali. — 3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

1. – CHE COSA È L’INFERNO! — L’inferno, a definirlo in una parola, è la privazione di ogni sorta di beni e l’abbondanza di ogni sorta di mali; la privazione di ogni piacere, il colmo di ogni tormento… Nell’inferno, non più ricchezze…, non più onori…, non più libertà…, non più gioia…, non più consolazione…, non più lumi …, non più speranza…, non più carità…, non più felicità…, non più riposo…, non più grazie…, non più Dio …, ecc., ecc. … Ma a farcene una sbiadita idea chiamiamo a breve rassegna le varie pene che costituiscono quello che si chiama inferno.

2. – PENE DELL’INFERNO. lª Il Fuoco. — « I reprobi, dice S. Paolo, sono condannati a stare in mezzo alle fiamme vendicatrici perché non vollero conoscere Iddio, né obbedire al Vangelo — In fiamma ignis dantis vindictam iis qui non noverunt Deum, et qui non obediunt Evangelio (II Thess. I , 8). La mano del Signore, come annunziava il Salmista, si stenderà sopra i suoi nemici e la sua destra afferrerà coloro che l’odiano; li getterà in un forno ardente: — Inveniatur manus tua omnibus inimicis tuis; dextera tua inveniat omnes qui te oderunt. Pones eos ut clibanum ignis (Psalmi. XX, 8-9); l’ira sua ha acceso un fuoco che avvamperà fino al fondo dell’inferno: — Ignis succensus est in furore meo, et ardebit usque ad inferni novissima (Deuter. XXXII, 22); e durerà, a tormento dei maledetti, per tutti i secoli, senza mai né spegnersi, né scemare: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41). Il fuoco dell’inferno fa patire all’anima, separata dal corpo, gli strazi medesimi che sentirebbe, se gli fosse unita e quando dopo il giudizio universale, lo avrà compagno, daranno ambedue continuo alimento al fuoco, senza che ne restino distrutti. « Il fuoco divino, dice Lattanzio, brucerà e ribrucerà sempre con la medesima attività ed energia gli empi e quanto toglierà ai corpi, tanto vi rimetterà per consumarli di nuovo; somministrando così a se medesimo un pascolo eterno (Divinus ignis, una eademque vi atque potentia, et cremabit impios, et recremabit, et quantum e corporibus absumet, tantum reponet; ac sibi ipsi aeternum pabulum subministrabit – Lib. VII, c. XXI) ». – Quindi il fuoco infernale, come supplizio ed effetto della vendetta divina, è il sommo dei mali; tanto più se si consideri: 1° che esso è un fuoco ardentissimo, cocentissimo, penetrantissimo… 2° Che abbrucia le anime non meno che i corpi, senza mai annientarli … 3° Che è un fuoco tenebroso, puzzolente, il quale tormenta i dannati non solamente con la sua intensità, ma ancora con la sua oscurità, col suo fumo densissimo, con l’intollerabile suo fetore di zolfo. « Pioverà (Iddio) sopra di loro i suoi lacci; il fuoco, lo zolfo, il vento delle tempeste saranno il calice che loro prepara » — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum, pars calicis eorum (Psalm. X, 6). S. Giovanni li vide affondare vivi in uno stagno di fuoco e zolfo e vomitare dalla bocca fiamme, iumo e zolfo: – Vivi mìssi sunt in stagnum ignis ardentis in sulphure (Apoc. XIX, 20): — De ore eorum procedit ignis et fumus et sulphur (Id. IX, 17). E più oltre: « In quanto ai vili, agli increduli, agli abbominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli avvelenatori, agli idolatri, ai mentitori, essi toccheranno per loro eredità lo stagno ardente di fuoco e zolfo, che è la seconda morte » — Timidis, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure, quod est mors secunda (Id. XXI, 8). 4° Finalmente, questo fuoco sarà eterno; non può né spegnersi, né diminuire mai e tiene in continua agitazione, in un tremito incessante, gli adoratori della bestia, dall’ira di Dio colà confinati: — Et fumus tormentorum eorum ascendet in sæcula sæculorum, nec habent requiem die ac nocte, qui adoraverunt bestiam (Id. XIV, 11). « Meditate, esclama qui S. Agostino, queste verità e di questo fuoco dell’inferno fatevi schermo contro le fiamme della concupiscenza che vi tormentano nella vita presente. Il fuoco materiale che serve ai nostri usi investe gli oggetti a cui si appicca e li consuma; ma il fuoco dell’inferno divora i reprobi, e ciò nulla meno sempre li conserva interi per sempre castigarli. Perciò si chiama inestinguibile, non solamente perché non si spegne mai, ma anche perché non uccide e non distrugge coloro che consuma. La potenza poi e l’efficacia di quella pena e di quel fuoco, non vi è né lingua né parola che possa esprimerla (Serm. CLXXXI) ».Venite a contemplare l’orrendo spettacolo delle vittime del fuoco infernale! Entrate in ispirito in quelle prigioni ardenti, osservate quegli schiavi legati con catene di fiamme! Essi non stanno semplicemente nel fuoco, nota Gesù Cristo, ma vi stanno sepolti: — Sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Guardate quel fuoco che divampa da quegli occhi ebbri di lascivia, o che si dilettarono tante volte di fermarsi in oggetti osceni! Mirate quel fuoco che entra ed esce a onde da quelle bocche che vomitarono tanto spesso canti impuri, parole sconce, esecrabili bestemmie e velenose maldicenze! Guardate come quelle fiamme avvolgono tutte le membra, come penetrano nelle midolle, come scorrono per tutte le vene per fare del reprobo un carbone acceso! Giustizia del mio Dio, quanto sei tremenda! Quelle vittime sciagurate non vedono che fuoco, non toccano, non inghiottono, non sentono, non sono che fuoco: — Crucior in hac fiamma (Luc. XVI, 24). Ah! « chi di voi, esclama Isaia, potrà dimorare con quel fuoco divoratore? Chi sosterrà quegli ardori sempiterni? » — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? ( ISAI. XXXIII, 14). Il fuoco di quaggiù, già tanto ardente, è il fuoco della bontà di Dio; pensate, quale sarà il fuoco infernale che è il fuoco della giustizia e della vendetta del Signore!…

Le tenebre. — I reprobi non vedranno più raggio di luce in eterno: — In æternum non videbit lumen (Psalm. XLVIII, 19), perchè sprofondati nell’abisso, nel regno delle tenebre, nella notte della morte: — Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis (Psalm. LXXXVII. 6), vi staranno come morti sempiterni: — In tenebrosis collocavit me, quasi mortuos sempiternos (Lament. III, 6). Il peccatore in vita, andava cercando l’oscurità delle tenebre per abbandonarsi senza ritegno alle brutali sue passioni e trova nell’inferno tenebre senza misura e senza fine, in punizione dei suoi misfatti … L’inferno, regno di satana, è regno di tenebre, di oscurità, di notte densissima ed eterna… Rappresentatevi un disgraziato incatenato in oscurissimo carcere, condannato a non uscirne più mai e a non più vedere un barlume di luce: o Dio, che desolante, disperata condizione sarebbe mai questa! meglio cento volte la morte. Lontana immagine dell’infelice stato dei reprobi, stipati nell’orrendo buio dell’inferno, nei densi vortici del fumo, che si alza dallo stagno del fuoco e dello zolfo, meno orribile e puzzolente delle colpe dei dannati! …

Il verme roditore. — Nell’inferno, nel fuoco che sempre brucia, si mantiene tuttavia, dice Gesù Cristo, sempre vivo in seno ai reprobi un verme che li rode del continuo senza mai consumarli: — Vermis eorum non moritur (MARC. IX, 43); adempiendosi in loro quel detto della Scrittura: « Il Signore darà la loro carne alla fiamma e ai vermi, affinché siano tormentati e straziati per sempre » —- Dabit ignem et vermes in carnea eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum ( IUDITH. X V I , 21). Questo verme roditore indica i rimorsi e gli inutili rammarichi dei dannati. – S. Cirillo dice: « I reprobi gemono continuamente e nessuno ha pietà di loro; gridano dal fondo dell’abisso e nessuno li ode; si lagnano e nessuno li soccorre; piangono e nessuno li compassiona. O peccatori riprovati, dove è ora la superbia del secolo? dove sono l’alterigia, le delicatezze, gli ornamenti, la potenza, il fasto, le ricchezze, la nobiltà, la forza, la seduttrice avvenenza, l’audacia altera ed insolente, la gioia nel misfatto? » (De exitu animæ). Il medesimo linguaggio tiene S. Efrem: « I dannati versano fiumi di amaro pianto e tra gemiti, singhiozzi e strida vanno gridando: Noi infelici! come mai abbiamo potuto sciupare in tanto torpore e negligenza il nostro tempo? Perché lasciarci cogliere così goffamente alle reti delle passioni? O come lo scherno e il disprezzo che noi facevamo delle cose sante si è riversato sul nostro capo! Dio ci parlava e noi ci turavamo le orecchie! ora noi gridiamo ed Egli è sordo. Che vantaggio abbiamo ora delle grandezze del mondo? Dov’è il padre che ci ha generati? dove la madre che ci mise alla luce? dove i figli, gli amici, le ricchezze, i poderi? dove la turba dei clienti, lo sciame dei parassiti e degli adulatori; dove i balli, i festini, le danze, i divertimenti, i conviti, le geniali conversazioni? » (Serm.). « In tre modi, osserva Innocenzo III, il verme roditore della coscienza lacera ì dannati: col ricordo, col pentimento troppo tardo e con le ambasce. I reprobi rammentano con un rammarico ed un rimorso ineffabile, infinito, quel che fecero nel mondo con tanto diletto; il pungolo della memoria punge tormentosamente coloro che lo stimolo del peccato aveva spinto al male » (In lib. Sap.). – « Il verme roditore, dice anche S. Bernardo, è la memoria del passato; nato nell’anima insieme col peccato, così tenacemente vi si aggrappa, che portato da lei con se nell’interno, più non se ne distaccherà in eterno; ma incessantemente rodendola e nutrendosi di questo alimento inconsumabile, prolungherà i n eterno la sua vita ». E poco dopo fa esclamare al reprobo: «Misero me! Perché, o madre mia, hai tu dato alla luce un figlio di dolore, di amarezza, di sdegno, di pianto e di rammarico eterno! ». Quindi conchiude tremante: «Ah! io inorridisco al pensiero di questo verme roditore! (De Consider. Lib. V) ». Il verme della coscienza, che rode fino al midollo e roderà eternamente i dannati, farà loro risonare del continuo agli orecchi queste lugubri, strazianti parole: Come avete voi venduto a prezzo così vile l’anima vostra così preziosa, l’anima unica ed immortale”? Come, per un breve ed abbietto piacere, vi siete gettati in queste fiamme spaventose ed inestinguibili? Voi potevate servirvi, secondo la volontà del Signore, di quanto possedevate e farvene scala per meritare la gloria eterna, per ascendere i seggi degli angeli e dei beati; ma voi stolti voleste abusare di tutto, perciò la vostra sorte sarà di abitare eternamente coi demoni. Poveri pazzi! perché siete stati così crudeli verso di voi medesimi? Perché cambiare la beatitudine eterna contro un sozzo alimento? Perché comprarvi, per un istante di vile piacere, un’eternità di sventura e di pianto? Che vi resta dei vostri colpevoli diletti? Tutto svanì come ombra, come sogno, come fumo. I dannati vedono i loro traviamenti e se li rimproverano essi medesimi dicendo gemebondi e inveleniti: Ah! se almeno, vittime di un destino inesorabile, noi non avessimo potuto evitare la fatale nostra sorte, sapremmo adattarci alla forza della necessita e meno dolorosa ci riuscirebbe l’infelice nostra condizione; ma il pensare che era in nostra facoltà il salvarci e che ci siamo perduti per nostra colpa, questo ci tormenta più di tutto! A noi soli dobbiamo l’orribile nostra disgrazia. Noi siamo gli artefici della nostra sventura, a noi soli dobbiamo imputare l’infinita, irreparabile perdita che abbiamo fatto di Dio. Da noi dipendeva il possederlo eternamente in cielo, il regnare con i santi; a noi stava aperta non meno che agli altri la porta di quel beato soggiorno; ma noi ci siam rifiutati d’entrarci e abbiamo abbandonato la strada che conduce lassù, per tenerci alla via spaziosa che ci ha condotti a perdizione: « O Israele, la tua perdita vien da te stesso » — Perditio tua ex te, Israel (OSE. X III, 9). Ah! ciechi ed insensati che fummo! valeva la spesa che per beni così fragili e così fugaci, quali sono i terreni, per insipidi e abbietti piaceri, dei quali non ci rimane che la memoria e l’onta, facessimo getto dei beni eterni, delle ineffabili delizie di cui ora godremmo nel regno della gloria? Conveniva che ci affezionassimo ad un’indegna creatura anziché al Creatore il quale solo poteva soddisfare i nostri immensi desideri? – Oh! che acutissima spina per i reprobi la perdita volontaria di Dio, del cielo, della salvezza eterna; che amaro cordoglio, che cocente rimorso strazierà loro le viscere! I n quell’inferno, dove l’anima ristretta in se stessa, non avrà più modo di uscire né mezzo di stordirsi, di distrarsi, ella sentirà tutta l’acerbità e lo strazio di questi rimorsi; ne sarà come cinta, assediata, punta da tutte le parti; su qualunque lato si volga, incespicherà in queste spine le quali penetreranno così profondamente in lei, che le sarà impossibile strapparle. Non passerà momento ch’ella non si rappresenti, si rimproveri i peccati commessi e quelli di cui fu cagione; l’abuso da lei fatto delle grazie concessele dal suo Dio: né già confusamente, o le une dietro le altre le si presenteranno innanzi le sue colpe, ma distintamente, tutte a un tratto e in tutta la loro deformità e le diranno: Ci riconosci? sei tu che ci hai fatte, noi siamo l’opera delle tue mani. Questo crudele pensiero — Io ho perduto Dio per mia colpa — non lascerà mai un istante il dannato che ne sarà incessantemente travagliato, afflitto, tormentato. Me disgraziato, andrà dicendo a se stesso, che ho mai fatto? Ho sacrificato il mio Dio, la mia anima, la mia eternità; ho attirato sopra di me supplizi eterni! ho abusato del sangue di Gesù Cristo e calpestate le sue grazie! io mi vedo ai fianchi il Calvario, vedo il sangue di Gesù gocciolarmi dalla croce sul capo e

alimentare la fiamma che mi divora! O reprobi sciagurati, voi ora vedete i vostri misfatti e ne avete orrore, ma è troppo tardi! Infelici! nessuno vi sforzava a peccare; il mondo, il demonio, le passioni vi invitavano e sollecitavano, ma non vi violentavano. Siete voi che avete liberamente scelto la morte in cambio della vita, il demonio invece di Dio, l’inferno in luogo del cielo!…

4ª La schiavitù. — I dannati, sono legati e incatenati tutti insieme, e cIascuno alla propria catena: ceppi particolari, ceppi universali; ma tutti arroventati ad un medesimo fuoco, tutti temprati nelle loro stesse lacrime, affinché non si spezzino e non si logorino. – Il Savio vide i disertori della divina Provvidenza giacere tutti legati ad una medesima catena di tenebre: — Una catena tenebrarum omnes erant colligati… Vinculis tenebrarum, et longœ noctis compediti… fugitivi perpetuæ Providentiæ iacuerunt (Sap. XVII, 17,2); li vide come covoni di paglia, legati insieme, consumarsi nel fuoco: — Stuppa collecta synagoga peccantium, et consummatio illorum fiamma ignis (Eccli. XXI, 10); la medesima similitudine f u adoperata da Gesù Cristo, quando simboleggiando i cattivi nella zizzania, disse che sarebbe stata falciata e, legata in covoni, gettata ad ardere: — Colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum (MATTH. XIII, 30). – Nelle galere, i condannati erano legati parecchi insieme, per modo che, quando un galeotto cammina, si ferma, monta, discende, imprime agli altri i medesimi movimenti. Scolorita imagine di quello che avviene nell’inferno! Tutti i reprobi, legati gli uni agli altri, sono costretti a subire tutti i movimenti, le agitazioni, i contorcimenti dì ogni reprobo; e ciascun condannato gli scotimenti e le agitazioni di tutti i dannati. In conseguenza di questa furiosa e incessante scossa, tutti gli echi dell’inferno rimbombano del continuo del confuso, assordante rumore prodotto dallo strascico delle pesanti catene dell’innumerevole torma dei demoni e dei reprobi. – Come leone incatenato e furibondo si agita, addenta rabbioso la sua catena e la rode ruggendo, così il dannato si travaglia continuamente a limare coi denti le sue catene, cerca di romperle senza che gli venga mai raggiunto lo scopo…

5ª La separazione da Dio. — L a privazione della vista di Dio forma la principale e più acerba pena dei dannati. Un Dio perduto! questo bene per eccellenza, l’autore, la sorgente di ogni bene; o cielo, che perdita! Può mai l’uomo sentirne tutta l’amarezza, misurarne tutta l’estensione? Non vi è mente che possa comprenderla. Chi vuole farsene una qualche idea, ricordi quell’invincibile brama di felicità di cui siamo tutti assetati. Questa brama è un sentimento profondo che ci signoreggia e ci segue dovunque; è il movente di tutti i nostri disegni, di tutte le nostre imprese e azioni. Questo desiderio è l’opera di Dio medesimo; è Lui che l’ha inserito nel cuore dell’uomo nell’atto medesimo che lo creava. Ora Dio solo può soddisfarlo; Egli ha fatto per sé il cuore dell’uomo ed Egli solo può contentarlo: perciò questo cuore chiama Iddio suo unico e sommo bene. Ma intanto l’uomo, distratto dalle inclinazioni e dal solletico dei sensi, si discosta da Dio e cerca altrove la soddisfazione dei suoi desideri; siccome però è fuori di strada, si sente agitato e conturbato per la mancanza di quell’oggetto che solo può formare la sua fortuna. E chiunque l’ha per poco provato ben può dire quanta inquietudine e quanto affanno gliene venne nei giorni di tale sventura. Viaggiatore sulla terra, se invece di alzare lo sguardo al cielo, lo fissa su ciò che lo circonda, se pone nelle ricchezze, negli onori, nei piaceri l’oggetto della sua felicità, con quanta foga non si getta dietro a queste chimere! Niente lo impedisce e lo trattiene; egli corre al vagheggiato oggetto, i rischi e i pericoli, invece di spegnere le sue voglie, le infiammano, gli ostacoli ne irritano l’ardore. Vedete il guerriero che affronta mille volte la morte sui campi di battaglia, per cingere una corona di quercia! Il mercadante si allontana dalla famiglia, dalla patria, dagli amici, valica monti, passa mari sconosciuti, sfida tempeste e naufragi, in cerca di fortuna. Chi può dire l’impeto violento delle brame di colui che è dominato dall’amore delle creature? La passione s’impadronisce di tutte le sue facoltà; il più breve indugio lo impazienta; il bisogno di possedere quello che ama lo assorbisce per tal modo, che qualche volta diventa più forte che lo stesso amore della vita; non di rado si vedono di quelli che si tolgono la vita per mania amorosa. I disgraziati si uccidono perché non sono riusciti a raggiungere quel fantasma che essi credevano dover formare la loro felicità. O ciechi e stupidi mortali, non vedete voi che niente di ciò che è in terra può soddisfare i desideri del vostro cuore? Mettete pure insieme tutti quanti i diletti, cambiateli, variateli a talento, moltiplicateli senza fine, ma non tardate a sentirne l’insufficienza e il vuoto. Incapaci a sbramare la fame del cuore, questi frutti della terra incantano e seducono all’apparenza, ma appena gustati danno amarezza e putredine. I piaceri, le affezioni del mondo si consumano ben presto e con dolore. Tutto passa e non si lascia dietro se non disgusto, angoscia, ansietà, inquietudine e quella vaga, indefinibile noia che forma, si può dire, la trama della vita umana. No, no, niente può quaggiù riempire il cuore umano; egli è troppo più grande che il mondo; domanda il suo Dio, vuole il suo Dio; cercava il suo Dio anche allora che un oggetto ingannatore lo sedusse e l’illuse… Quaggiù in terra l’uomo distratto e ingannato da ciò che lo circonda, non riflette su questa verità; agli occhi dei mondani poi passa del tutto inavvertita; ma nell’inferno non vi saranno più distrazioni, perché non vi saranno più illusioni. L’anima del peccatore che su la terra dormiva, si sveglia nell’inferno e vi si sveglia per non più addormentarsi. Ella vede, non più accecata e illusa, il suo Dio; lo vede come suo unico bene, come il solo oggetto che possa renderla felice. Ella vi si slancia allora con la celerità del lampo; ma un invisibile braccio la ferma, la respinge, un intervallo immenso la separa dal suo Dio; secondo quel che rispose Abramo dal cielo al ricco malvagio, che lo pregava di una goccia di acqua dall’inferno: « Figliuol mio, un grande abisso sta scavato tra noi e voi: chi vuole passare di qua a voi, non può, né da codesto luogo venire fin qua» — Fili … inter nos et vos chaos magnum firmatum est: ut hi, qui volunt hinc transire ad vos, non possint, neque inde huc transmeare (Luc. XVI, 26). Tuttavia l’anima piombata nell’inferno non cessa di volgere gli occhi al cielo; essa ci vede sempre il suo Dio, ne conosce la grandezza, ne scorge le perfezioni. Gran Dio, va gridando, non c’è dunque più riparo, io vi ho perduto e perdendo voi ho perduto tutto! Bel paradiso, per il quale io era fatta, mai, mai più non ti vedrò! O beato soggiorno; o patria di delizie, le tue porte mi stanno chiuse in faccia per sempre! Un trono di gloria mi stava in te preparato ed ora ne sono sbalzato in eterno! Cari parenti, diletti amici, che ne siete i fortunati abitatori, io vi ho dunque dato un eterno addio! non godrò mai più con voi della vista e della presenza del mio Dio! non gusterò mai di quel torrente di delizie, dal quale voi siete inondati! non sarò mai a parte con voi della vostra gloria! Sul vostro capo splende la corona dell’immortalità e quella ch’era a me destinata l’ho lasciata cader dal mio capo per sempre! Non vi è rimedio; io ho perduto ogni cosa e la mia perdita è irreparabile! – E intanto quest’anima s’infiamma di nuovo ardore, prende nuovo slancio, ma invano! Ella si sente stringere e inchiodare nell’inferno dalle catene che non può spezzare. Chi può immaginarsi l’acerbità di questa tortura; sentirsi attratta e spinta senza posa verso il cielo e vedersi del continuo risospinta e ricacciata nell’inferno! Essa tende a Dio come a suo centro, si porta a Lui con foga impetuosa; le onde di un mare in burrasca che si accavallano, si urtano, si sospingono e rompono senza tregua contro gli scogli, sono una debole immagine dell’agitazione, del turbamento di quell’anima. Dove vai tu, anima colpevole”? Bada che tu voli dinanzi al tuo giudice, tu ti getti nelle braccia del tuo nemico, sotto i colpi di un Dio onnipotente e punitore! Ma no; né questi riflessi, né queste apprensioni, né i castighi che si prepara possono frenare il violento impulso che la trascina. Ella si slancia per necessità di sua natura e il peso della sua iniquità la fa ricadere sopra se stessa; trova nei suoi peccati un muro insuperabile ai suoi più impetuosi desideri. – Ella s’innalza portata dal bisogno immenso che ha del suo Dio e tutti i divini attributi da lei oltraggiati la respingono; Dio la respinge per l’odio necessario che porta al peccato. Ella tenta nuovamente la prova di slanciarsi verso Dio e la rapidità e persistenza dei suoi sforzi le fanno comprendere che era fatta per godere Dio; ne è rigettata e il peso del colpo che la stritola, le fa meglio intendere che ha obbligato Dio a respingerla. Tutto il suo essere, tutte le sue tendenze la trascinano al seno della divinità e quella mano medesima che imprime questi movimenti alla sua volontà, con invincibile forza la respinge da sé. Ella s’innalza per disperazione, Dio la respinge per giusta vendetta. Due terribili movimenti se la palleggiano continuamente: di qua è tratta irresistibilmente verso Dio per possederlo, lontana dai demoni e dal fuoco per schivarlo; di là è costretta a ricadere, respinta da Dio e tirata dai demoni. Essa si spinge senza posa verso Dio e Dio la respingo continuamente; essa fugge sempre dai diavoli e i diavoli la tengono sempre incatenata in fondo all’abisso. Dio al quale essa tende, la fugge; i demoni, ch’essa abbomina, l’abbracciano. Ella fugge se stessa senza potersi fuggire; sospesa tra Dio e i demoni, tra il colmo della felicità e il sommo della miseria; egualmente infelice e quando si sforza d’avvicinare la sorgente di ogni bene e quando n’è violentemente strappata; tanto tormentata quando esce di se stessa, come quando è obbligata a rientrarvi, ella trova il suo Dio senza poterlo possedere, lo desidera senza poter gustare la dolcezza dei suoi desideri; l’odia, senza assaporare il triste conforto che dà talora l’odio; passa dalle tenebre alla luce, dalla luce alle tenebre; va di abisso in abisso, di orrore in orrore; porta l’inferno verso il cielo e riporta l’immagine del cielo fin nell’inferno medesimo. 0 crudele tormento!

6ª Ogni sorta di mali. — Dice S. Cipriano: « Il reprobo, spoglio di ogni vestimento, sarà bruciato da fiamme incorruttibili; il ricco, oggi vestito di porpora, sarà abbandonato nudo all’attività di un fuoco divoratore. Le passioni troveranno il loro supplizio e il loro alimento eterno nei loro propri ardori; i miseri dannati saranno consumati in caldaie roventi. Ahi! Che luogo crudele è l’inferno! luogo di pianto, di gemiti, di singhiozzi. Il reprobo aspira e respira l’orribile incendio dell’abisso e delle fiamme che si slanciano furiose come da un cratere, nell’orrenda notte delle tenebre. Da monti di fuoco franano macigni ardenti su tutti e su ciascuno dei dannati e li schiacciano. Lave bollenti ed infiammate di zolfo e pece e bitume formano un torrente impetuoso che li trascina e travolge in fondo all’abisso, dove restano annegati e seppelliti, come Faraone e il suo esercito nei gorghi del Mar Rosso. Le fiamme ardenti che riempiono l’inferno ne uscirebbero, se trovassero uno spiraglio, ma siccome l’inferno è ermeticamente chiuso col sigillo del Dio vendicatore, le fiamme che ne arroventano la volta si curvano e ricadono su se stesse, avviluppando in mille guise i dannati» (Serm. de Ascens. Domin.). – « Il ricco venne a morte e fu sepolto nell’inferno», disse Gesù Cristo — Mortuus est dives et sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Vivendo, aveva sepolto l’anima nella gozzoviglia; eccolo ora morto, giacere nel sepolcro dell’inferno e chiedere per grazia una goccia d’acqua. « O ricco miserabile! esclama il Crisostomo, tu supplichi Abramo e tu t’inganni! Abramo non può darti nulla, né concederti nulla, ma può soltanto ricevere. Specchiamoci in questo ricco che abbisogna del povero!» (Concio. I, de Lazaro). Io brucio in quest’incendio, deh, mi sia data una sola goccia d’acqua! grida il crapulone disgraziato. Ma se il fuoco dell’inferno ti accende tutto intero, gli risponde S. Pier Crisologo, se le fiamme ti circondano, perché non domandi altro sollievo se non refrigerio alla lingua?… Ah, risponde il santo, perché è la sua lingua, quella lingua che insultava il povero e negava l’elemosina, è troppo più atrocemente tormentata che tutte le altre membra (Serm. CXXIV). « Egli implora, dice S. Agostino, una goccia d’acqua da colui che lo aveva pregato di una briciola di pane; la misericordia gli è negata a proporzione della sua avarizia. Questo ricco, sempre duro, sempre spietato, vuole ora venire in aiuto dei suoi fratelli; ma troppo tardi tenero e pietoso, non otterrà nulla di quello che domanda. Il povero Lazzaro si acquista la beatitudine con la stessa sua povertà; il ricco malvagio si procura l’infelicità col suo oro. O ricco! con che fronte implori tu una stilla d’acqua, tu che rifiutasti una briciola di pane? Tu avresti quello che domandi, se avessi donato quello che ti era chiesto» (Serm. CX, de Temp.). – Nell’altra vita, il ricco malvagio ha per palazzo l’inferno medesimo; per vivande il fuoco, lo zolfo, il fiele e rettili di ogni sorta; per profumi la più nauseante e insopportabile puzza; per amici, i demoni; per adulatori, manigoldi che lo flagellano; per sinfonia, pianti, strida, urli orrendi; invece di porpora è cinto di fiamme; zolfo e pece gli servono di vestimenta; ha per luce le tenebre, per compagnia i demoni i quali come cani arrabbiati, si mordono e lacerano tra di loro. Insomma tutti i membri del corpo, tutte le facoltà, tutte le potenze dell’anima, che furono strumento ai piaceri, sono tormentate da castighi e flagelli propri a ciascun senso e a ciascuna facoltà… – « Il reprobo, dice l’Apocalisse, beverà del vino dell’ira di Dio, mescolato col vino schietto nel calice della sua vendetta e sarà tormentato con fuoco e zolfo » — Bibet de vino iræ Dei, quod mixtum est mero in calice iræ ipsius, et cruciabitur igne et sulphure (Apoc. XVI, 10). Meditino i peccatori su queste frasi e vi troveranno i frutti e i castighi del peccato in queste pene: 1° Il dannato beverà il fiele della collera del Signore… 2° Questo fiele sarà senza goccia d’acqua, ossia di consolazione e farà le veci di ogni genere di supplizio… 3° Il reprobo si ciberà di fuoco e zolfo… 4° Sarà oggetto di scherno e di vitupero agli angeli ed ai santi, in presenza dell’Agnello… 5° Il fumo dei suoi tormenti esala per i secoli dei secoli… 6° Non godrà un istante di tregua… Considerando queste cose, dicano a se stessi: vorremo noi essere così pazzi, che per un sorso di miele ingannatore, per un piacere passeggero, ci anneghiamo in un mare di fiele? saremo così storditi, che per una soddisfazione vergognosa ci gettiamo a occhi chiusi per sempre nell’inferno? Ah no! non sia mai! quello che quaggiù diletta, passa in un attimo, quello che nell’inferno tormenta, dura in eterno: — Momentaneum quod delectat, æternum. quod cruciat (AUG., Serm. XC). – «L’inferno, scrive Ugo da S. Vittore, è un luogo che non si può misurare, è un baratro senza fondo, pieno di ogni sorta di dolori e di tutti i tormenti immaginabili» (Lib. IV, de Anim.). In esso è lo scolo di ogni feccia di ribaldi, di assassini, di adulteri, di ladri, ecc. … La vista è del continuo funestata da orribili spettri, da spaventosi fantasmi; la carne è assiderata dal più intenso freddo mentre divampa accesa d’inestinguibile fuoco. Oltre ciò, ogni passione vi trova il suo speciale castigo: il beone sarà arso da una sete divorante, e avrà per bevanda il fiele; l’orgoglioso sarà coperto di onta e di ignominia, di fango, di marciume; l’impudico ingoierà fuoco; il vanitoso vestirà sudici cenci; l’avaro sarà nella miseria; l’accidioso sarà eternamente stimolato, punzecchiato e senza riposo; la bellezza si muterà in ributtante laidezza; la potenza in schiavitù; la gloria in vitupero… Dio, secondo le energiche allegorie del Salmista, pioverà lacci sui miseri dannati, assegnerà per loro porzione il fuoco, lo zolfo e il turbinìo delle procelle, li abbevererà alla coppa di un’amara mistura; e della feccia di quel calice, che andrà qua e là spargendo, saranno costretti a bere tutti quanti i peccatori: — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum pars calicis eorum (Psalm. X, 6). — Calix in manu Domini vini meri plenus misto; fæx eius non est exinanita; bibent omnes peccatores terræ (Psalm. LXXIV, 7-8). Ecco l’orrendo quadro che dei terribili spettri infernali ci dà il Savio: « Là sono animali di generi non più veduti, di sconosciute forme, di inaudita ferocia; dalla bocca vomitano fuoco, dalle nari sbuffano nubi di denso fumo, sprizzano dagli occhi fiamme ardenti; con i morsi uccidono, col fiato appestano, la sola vista fa allibire di spavento » — Novi generis, ira plenas, ignotas bestias, vaporem igneum spirantes, fumi odorem proferentes, horrendas ab oculis scintillas emittentes, quarum non solum læsura poterat illos exterminare, sed et aspectus per timorem occidere (Sap. XI, 19-20). « Là tonfi di pietre che rotolano, muggire di belve, scorrazzare di animali, da cui rintrona fra quei monti di fiamme, un’eco spaventosa » — Sonus præcipitatarum petrarum, animalium cursus, mugientium valida bestiarum vox, resonans de altissimis montibus echo, defìcientes faciebant illos præ timore (Ib. XVII, 18). Tutto si rivolta contro i reprobi e muove loro accanitissima guerra… Nel mondo, il peccatore abusava di ogni cosa, tutto insozzava, tutto profanava; nell’inferno tutto gli si convertirà in istrumento di supplizio e di tortura … Immaginate quanti generi di tormenti, di strazi, di pene può inventare la più raffinata barbarie e pensate che, messe a confronto del fuoco e dei patimenti dell’inferno, non danno che una smorta immagine, un’ombra leggera della realtà. Là si avvera in tutta la sua crudezza ed estensione quella minaccia del Signore: « Accumulerò sopra di loro tutti i mali, lancerò contro di essi tutte le mie saette » — Congregabo super eos mala, et sagittas eas complebo in eis (Deuter. XXXII, 25). Li darò in cibo alle belve, li getterò preda al furore dei serpenti; saranno consunti dalla fame e serviranno di pasto agli uccelli di rapina (Ib. 24). – Nell’inferno è un continuo piangere, gemere, urlare, tremare della persona e digrignare i denti. E un oceano immenso di fuoco che si agita, s’innalza e si sprofonda; sono ondate di fiamme che s’incalzano, si accavallano, mugghiano e trascinano una turba di uomini e di demoni, che si sfiatano senza posa in strazianti e disperati lamenti. Bruciare nel fuoco, gridando mercé senza speranza; non poter né uscire, né muoversi di quella nera prigione, di quel tenebroso caos; essere guardato da manigoldi feroci, carico di catene, inseguito continuamente dai demoni con artigli da sparviere, flagellati a colpi di frusta; tuffati nelle fiamme, annegati i n un torrente di pece e zolfo; distesi su letti di carboni ardenti, inestinguibili; perseguitati dal verme roditore, da un giudice inesorabile; non trovare scampo, non sperare difesa da nessuna creatura, ma da tutte essere accusato: ecco la condizione dei dannati, esclama S. Cirillo Alessandrino (Orat, de Animæ excessu). I reprobi nell’inferno sono rosi dall’invidia, dalla, gelosia, dalla collera, dall’odio, dalla tristezza, dalle angosce, dai rimorsi, dalla disperazione… – La pena dell’inferno è pena lunghissima che si perde nell’eternità; è pena estesissima, che affligge tutti i sensi, tutti i membri del corpo, tutte le potenze, tutte le facoltà dell’anima; è pena altissima, che priva di Dio, del cielo, della felicità degli eletti; è pena profondissima, che crocifigge l’interno dell’anima, la inchioda in fondo all’abisso infernale… « O quanto è grande, esclama S. Prospero, la disgrazia di essere estraneo dall’ineffabile gioia della divina contemplazione, venire escluso dalla beata società dei santi, di non giungere mai alla cittadinanza del paradiso, di essere morto alla vita del cielo, di vivere per l’eterna morte; di essere cacciato per sempre, col dragone e con gli angeli suoi, nello stagno del fuoco, dove si trova la seconda morte, l’esilio, la dannazione, il supplizio della vita; di stare sepolto in mezzo a fiamme tenebrose, in un lago di fuoco che arde e non consuma mai, che abbrucia e agghiaccia a un tempo; di non vedere nulla e di soffrire tutti i tormenti immaginabili! Là sono gemiti incessanti, crocifissione perpetua, dolore infinito! Pensare a queste pene, vuol dire dare l’addio a tutti i vizi e ripudiare tutte le seduzioni delle passioni » (De Vita contemp. lib. III). – Nell’inferno, il fuoco punisce la lussuria dei reprobi; una tempesta di pietre infiammate fiacca la loro boria e il loro fasto; la fame castiga la loro golosità; la morte colpisce la loro vita empia e scandalosa; le zanne delle bestie feroci dilaniano la violenza e la tirannia con cui oppressero i poveri e le anime pie. Il leone li sbrana; lo scorpione li strazia; il serpente fa loro scontare la malignità e la gelosia che li ha travagliati. Onta, confusione eterna! Là i più ricchi non si distinguono dai pezzenti; i più alti giacciono nell’infimo luogo; i più saggi sono convinti di essere stati i più stolti; coloro che si stimarono di più sono i più disprezzati; i più vanitosi della loro bellezza sono i più schifosi; quelli che furono più profumati saranno i più fetenti; quelli che amavano dominare su tutti sono calpestati da tutti, ecc…. [1- Continua]

GNOSI TEOLOGIA DI sATANA -21- GNOSI ED ISLAM (5)

Gnosi, teologia di satana

“omnes dii gentium dæmonia

GNOSI ED ISLAM (5)

[da E. Couvert: “Visages et masques de la gnose”]

ALLE FONTI DELL’ISLAM

Nel secolo VII dopo Gesù-Cristo, appariva nel vicino Oriente una nuova religione. Essa si impose in pochi anni in Siria e Palestina, quasi senza resistenze. Gli imperatori di Bisanzio si mostrarono impotenti a riconquistare i loro territori fortemente ridimensionati dalla perdita di belle provincie, ove erano impiantati da vari secoli. Un secolo più tardi, appariva la leggenda di Maometto, fondatore di questa nuova religione. – Come spiegare tali avvenimenti? Gli islamologi si sono dimostrati impotenti a darci una giustificazione ragionevole e verosimile. Essi si sono ingegnati con sterili risultati, a stabilire delle concordanze tra il libro del Corano e la vita di Maometto. Essi hanno creduto di poter mettere in parallelo le sure del Corano con gli episodi della vita di Maometto, sprecando la loro intelligenza in questo gioco completamente assurdo, nel quale si sono inceppati. Da alcuni anni, diciamo abbastanza recentemente, alcuni ricercatori indipendenti hanno fatto dei progressi prodigiosi in questo ambito. Essi hanno eliminato e messo tra parentesi la vita leggendaria di Maometto, che formava come uno schermo nello spirito degli islamologi precedenti; hanno poi studiato il Corano in se stesso e in riferimento ad altre fonti religiose alle quali i loro predecessori non avevano prestato attenzione. Essi ne hanno concluso che l’Islam nel VII secolo non era una religione nuova, ma al contrario una religione molto antica e ben impiantata in Siria ove si è sviluppata nel corso dei secoli precedenti. Gli stessi hanno potuto pure verificare che la nozione di Arabia si applicava alla Siria e che la leggenda di Maometto aveva avuto come scopo di spostare il centro religioso dell’Islam verso il sud della penisola arabica. In questo capitolo, presentiamo i lavori di questi ultimi islamologi allo scopo di completare i nostri studi precedenti ai quali sarà bene riportarsi.

Il romanzo di Maometto secondo Hanna Zakarias

Quando le nostre ricerche sulla gnosi ci hanno condotto all’Islam, dominava nelle pubblicazioni tradizionali una tesi diventata obbligatoria: quella del rabbino di La Mecca, sostenuta dal p. Gabriel Théry, domenicano, sotto lo pseudonimo di Hanna Zakarias. Siamo rimasti per molto tempo perplessi e diffidenti davanti a questa tesi, ma senza poterne in quest’epoca mostrarne la falsità. Da allora, fortunatamente, essa è stata abbandonata, dopo avere ottenebrato gli spiriti per diversi decenni. – L’autore comincia con l’affermare: “Noi scriviamo un romanzo su Maometto”. Contro-verità manifesta! Tutta la sua recita è costruita come un romanzo. Il p. Théry conosce bene il mondo arabo ed i costumi musulmani e può così descriverci gli episodi della vita di Maometto con i colori e le luci dell’Oriente. Noi assistiamo alle sceneggiate del giovane uomo, al suo matrimonio con Khadidja, alle sue scene di ménage domestico. Tutto questo viene presentato abilmente come verosimile e pittoresco. – L’autore giunge così alla sua tesi: “ Tutto ciò che Maometto conosce ora della religione, lo ha appreso dal rabbino de La Mecca: non è che il riflesso del maestro unico. I nostri “coranizzanti” non hanno affatto compreso che evocano Zoroastro, la chiesa siriana, il manicheismo”. – Tutto questo “romanzo” è perentorio e non ammette replica. Tutto il dialogo che segue questa affermazione è interamente inventato, senza alcun supporto nella realtà. Il p. Théry è certamente incapace di fornire delle referenze storiche a questo dialogo del giovane Maometto con il rabbino. Si constata solamente che egli si contenta di condire la sua recita di referenze al Corano, secondo la moda degli agiografi cristiani, referenze assolutamente fittizie e convenzionali. – Dopo avere scritto: « Se gli atti dell’Islam sono stati composti, redatti e scritti in arabo da un giudeo, è inimmaginabile che si possano trovare in questo libro dei riferimenti cristiani, per il fatto che questo libro è ferocemente anticristiano”. Certamente esso è anticristiano, ma non bisogna errare sulla parola “cristiana”, e noi vedremo perché. – Hanna Zakarias deve certo riconoscere che stranamente « il rabbino legge gli apocrifi, il “Vangelo dell’infanzia”, e senza dubbio il “pseudo-Matteo” oltre al “protovangelo di Giacomo”. » Queste sono certe fonti cristiane. Come potevano allora arrivare fino a lui? Ma non importa! … Poiché siamo nel genere romanzesco, è sufficiente inventare un “curato” residente a La Mecca. “Sfortunatamente però non possediamo il testo delle predicazioni del signor “curato de La Mecca”, precisa l’autore con serietà! Così possiamo attribuirgli tutta una controversia con il rabbino onde spiegare i riferimenti giudeo-cristiani del Corano. – Un altro domenicano, il p. Jomier comincia a rispondere ad Henna Zakarias nel corso di una recensione pubblicata nella rivista “Études” del gennaio 1961, intitolata: “Le idee di Hanna Zakarias”. Il p. Théry cerca l’autore del Corano: « È precisamente là che inizia il “romanzo” di Hanna Zakarias, egli scrive: secondo lui, questo personaggio (il rabbino) è l’autore del Corano. Senza tener conto del fatto che l’espressione “figlio d’Israele” nel Corano è molto ampia, poiché designa sia i giudei che i Cristiani e, per il fatto stesso, anche tutti i membri delle sette giudeo-cristiane, Hanna Zakarias vede nel personaggio un giudeo, e per di più il rabbino de La Mecca, senza sapere se all’epoca ci fosse effettivamente a La Mecca una comunità giudea organizzata. I testi sono muti su questo punto ». E il p. Jomier fa notare che « il modo di parlare di Gesù non è ammesso dai circoli rabbinici ortodossi. Quando ci si riferisce alla forza del titolo di Messia nella tradizione giudaica, è impensabile che tale cerchia abbia riconosciuto Gesù come Messia, così come ne parla espressamente il Corano in questo senso. Bisognerebbe evidentemente allora cercare nell’ambito delle sette giudeo-cristiane eterodosse. Di questo gruppo Hanna Zakarias non parla che di passaggio …». Un rabbino dunque non poteva aver scritto il Corano e quando si potrà dimostrare, come ha fatto Patricia Crône, in Mekkantrade, che La Mecca non esisteva ai tempi presunti di Maometto, non resterà più che dire addio e al rabbino de La Mecca, e al “curato” de La Mecca e a … Maometto” stesso. – Che questa tesi possa aver avuto un tale successo, oltrepassa ogni comprensione! Questo dimostra in definitiva che si può raccontare la vita di Maometto senza scrivere un romanzo.

L’Islam dei Nazareni

Secondo l’autore del Corano, « I veri adoratori di Allah sono i Nazara, i Sabeei, e gli Zoroastriani ». Non bisogna tradurre “Nazara” con “cristiani”, ma con “Nazareni”. Si tratta degli eredi della prima comunità cristiana di Gerusalemme che si sono progressivamente separati dal resto della Chiesa e sono andati alla deriva verso la gnosi, e già ne abbiamo esposto la dottrina e constatate le diverse corrispondenze con il testo del Corano. – Questi Nazareni si dicono discepoli di San Giacomo il Minore, che essi soprannominano “Giacomo il giusto” (As sadik Jacob). Essi affermano che quest’ultimo avesse ricevuto dal Signore una gnosi di vita ed un insegnamento segreto. Ne ritroviamo gli esposti nelle “omelie clementine”. – I Sabei si chiamano ancora Mandei, elkasaiti o cristiani di San Giovanni Battista; essi insegnano una gnosi di vita come gli Zoroastriani. – L’autore del Corano si chiamava Ommaya. Egli scriveva sotto la direzione di un monaco nazareno e percorreva le chiese della Siria. Un giorno, egli precisa, « c’era un monaco che mi ha insegnato che ci sarebbero sei ritorni (cioè sei secoli) dopo Gesù-Cristo. Cinque sono passati e non ne resta che uno. Ora io desidero essere profeta e temo che la missione mi sfugga ». Si è pure tentato di identificare questo monaco, si sono citati dei nomi: Sarkis, Sergius, Bahira; ecco questo è più serio. Joseph Azzi ha pubblicato a Beyrouth ed in arabo una tesi intitolata: “Il sacerdote ed il Profeta. Alle fonti del Corano”. Si tratta di un certo Waraq ibn Nawfil. Questa tesi è stata tradotta in francese con il titolo: “Il Vangelo di Waraqa e la sua lettura in arabo”, pista da seguire … Bartolomeo di Edessa ci precisa che, al suo tempo, il testo autentico del Corano si trovava nella “trulla”, diciamo l’armadio della chiesa del Precursore a Damasco che sorgeva, egli dice, sul sito di un’antica sinagoga; essa è oggi la grande moschea di Damasco, anticamente chiesa-sinagoga dei Sabei. – Infine Cristoforo Luxenburg ha dimostrato recentemente che il testo del Corano presupponeva un prototipo in siriaco. Il Corano era dunque un manuale di dottrina dei giudeo-Cristiani chiamati “Nazareni”, tradotto in arabo per condurre alla loro religione gli arabi della Siria. In seguito a tutte queste recenti scoperte si impone una conclusione:  l’Islam non è una nuova religione, non si è avuta mai una “rivelazione”, e non c’è un fondatore, come afferma la leggenda di Maometto. L’Islam o “sottomissione a Dio” non è che la traduzione in arabo della religione dei “Nazareni”, praticata da diversi secoli in Siria, come vedremo. – L’ispiratore del Corano è un religioso, un monaco, un “ebionita”, un “povero”. Gli ebioniti avevano compreso i consigli della perfezione insegnati da Gesù come estensione del voto di “nazirato”, praticato sotto la religione giudaica. San Giacomo il minore aveva pronunciato questo voto e San Paolo era salito a Gerusalemme per pronunciare il medesimo voto ma ne fu distolto da una rivolta che poteva costargli la vita. Noi abbiamo commentato questa “sura della luce” nella quale l’autore del Corano esalta la vita consacrata. “Noi abbiamo messo nel loro cuore il monachesimo che essi hanno istaurato, precisa il Corano: noi non lo abbiamo prescritto ed essi non hanno fatto ciò che per desiderio di essere graditi a Dio, ma non lo hanno osservato con rettitudine. E tu troverai, sì, troverai, che gli uomini più vicini all’amicizia, sono, per i credenti coloro che dicono: noi siamo nazara. Ecco perché tra loro non ci sono sacerdoti e monaci e non si gonfiano di orgoglio”. Poi il Corano presenta questi monaci che vegliano alla luce del santuario occupati nella preghiera e nello studio della Scrittura santa. – Ahimè, convertendosi alla religione dei Nazareni, gli arabi della Siria hanno rigettato ogni idea di vita ascetica, tuttavia è rimasto nella pratica corrente dei musulmani una certa attitudine che non può spiegarsi se non con un’intenzione di imitare i religiosi ebioniti. – Innanzitutto l’uso del digiuno, che presso i monaci durava l’intero giorno fino al tramontare del sole. In effetti, così come i giudei, i musulmani hanno conservato la suddivisione della giornata a partire dal tramonto del sole della vigilia. E questa pratica era corrente al tempo anche presso i cristiani, come ci segnala S. Agostino. Da qui il ramadan. – In seguito l’uso del velo è attestato nei primi cristiani ed è proseguito nella pratica musulmana, benché non sia indicata nel corano. – L’uso di togliersi le scarpe e di entrare a piedi nudi nella Casa di Dio è attestato nella Bibbia: « Dio dice, non ti avvicinare, togli i tuoi calzari dai piedi, perché il luogo sul quale sei, è una terra santa ». L’uso delle cinque preghiere al giorno è pure di origine monastica. Questi sono quindi dei residui “fossili” di una pratica di vita consacrata per la quale gli arabi provavano una repulsione istintiva.

Il ruolo di Maria nel Corano

L’autore del Corano insiste nel ricordare che Gesù è il figlio di Maria. Gesù è dunque il Figlio di Maria per non dire che Egli è il Figlio di Dio. Gesù è secondo Ommaya [l’autore del Corano], il Servo di Yawhé (ansar) e non il Salvatore del mondo.  Gesù è collocato al livello dei profeti ebrei. Egli non è dunque il Gesù dei Cristiani. Il Corano insiste: « Quando Gesù, figlio di Maria ha detto: o figli di Israele, io sono l’inviato di Dio a voi ». Noi abbiamo precedentemente mostrato l’errore fondamentale di Hanna Zakarias, che attribuiva la redazione del Corano ad un rabbino. Egli ci fa precisare qui che ha tuttavia compreso il ruolo di Maria nell’esegesi musulmana: « Se il rabbino ha cercato un’altra genealogia per Maria, lo ha fatto volontariamente, con una scopo ben determinato. È unicamente per porre Maria nel ciclo mosaico e chiuderlo. Affermando che Ella era la sorella di Mosè, toglieva ogni velleità di fare di Maria la futura Madre di Dio. Non si può mettere Maria in contraddizione con suo fratello. Il monoteismo del Sinai diventa allora un affare di famiglia! Confinare Maria nella famiglia di Mosè, era togliere ai giudei rinnegati che qui rappresentano i Cristiani, ogni tentativo di proferire la più grande blasfemia religiosa che possa esistere per un giudeo: fare di Gesù un altro Yahvé ». – Maria è dunque figlia di Imram, questa famiglia che Dio ha scelto a motivo della religione che essa praticava, perché i suoi membri erano sostenitori dell’Islam (ahl al Islam). Ella è stata riservata al culto del Tempio, secondo il Vangelo dello pseudo-Matteo. Ella è sorella di Mosè ed Aronne: « O sorella di Aronne, tuo padre non era un padre indegno, né tua madre una prostituta ». Ma occorre tornare ai giudei-cristiani: essi attendevano il ritorno di Gesù, la ricostruzione del Tempio e la restaurazione del Regno di Israele. Gesù doveva ristabilire il culto sacrificale del Tempio e dunque il sacerdozio levitico al quale era affidato. Ora Gesù era Figlio di Davide, dunque un Re-Messia, bisognava che fosse anche un Messia-Sacerdote di Israele, dunque un erede del sacerdozio levitico. Per questo bisognava collegare sua madre alla famiglia di Aronne. – Per i Nazareni, Gesù era certamente il Messia, ma riservato alla salvezza del popolo giudeo, un “Messia di Israele”, al quale bisognava appioppare il titolo di “Messia di Aronne”, come vediamo nei testi ebioniti trovati a Qumran. – Rispetto a questa pretesa, i Cristiani della Grande Chiesa affermavano al contrario che il Cristo era venuto per la salvezza del mondo intero, una salvezza universale, e dunque che il suo sacerdozio non era nell’ordine di Aronne, ma secondo l’ordine di Melchisedech, sacerdote universale ed eterno, senza genealogia, non circonciso, anteriore e più grande di Abramo, sacerdote dell’Altissimo, offerente un sacrificio di pane e di vino: « perché la sinagoga dei giudei, sacrificava a Dio secondo il rito di Aronne, scrive San Giovanni Crisostomo, non il pane ed il vino, ma delle vacche e degli agnelli, Dio proclama, rivolgendosi a Gesù-Cristo. Tu sei sacerdote in eterno al modo di Melchisedech ». – Questo riferimento a Melchisedech faceva orrore ai giudo-cristiani, perché esso mandava in frantumi la loro immensa speranza nella ricostruzione del Tempio e l’arrivo tanto atteso del Regno di Israele, e gli arabi si sono ritrovati eredi di questa attesa messianica. Noi vedremo in seguito che essi abbandonano ogni intenzione di ristabilire il Tempio ed il Regno, e al contrario si distaccano da questa pretesa inventando la leggenda di Maometto, che cercano di situare fino al fondo dell’Arabia desertica per “occultare” l’origine giudaico-cristiana della loro religione. – Ed ugualmente convertendosi alla religione dei Nazareni, gli Arabi abbandonano pure ogni idea di sacrificio e di sacerdozio. Evidentemente, essi non sono il popolo eletto e le loro moschee sono prive di ogni presenza della Divinità: niente altare e niente tabernacolo, uno spazio vuoto e senza vita …

Scritti ebioniti e testo coranico

Si sono recentemente riletti dei testi ebioniti alla luce del Corano e si sono constatati  rimarchevoli paralleli ed anche formulazioni identiche da una parte e dall’altra.  Si tratta delle “Omelie Clementine”, scritte a Roma nel III secolo da un religioso ebionita. – Per i Nazareni occorre assolutamente negare la divinità di Gesù ed eliminare ogni credenza in un Dio Salvatore. Questo è infatti pure un tema centrale del Corano. Come distruggere la credenza nella divinità di Gesù? Inizialmente iscrivere Gesù all’interno di una successione di profeti. Nella diciassettesima omelia, si legge una catena di rivelatori che hanno avuto lo spirito e trasmesso lo stesso insegnamento nel corso dei secoli: Adamo, Henoch, Noè, Abramo , Isacco, Giacobbe, Mosè, Gesù. – In capo viene Adamo … egli era dunque un profeta, insegnava una rivelazione, una sorta di religione primitiva alla quale tutti i suoi successori aderiscono. Era allora difficile capire anche il peccato originale e la caduta dal Paradiso terrestre. Si comprende così come mai il Corano rigetti la dottrina cristiana de peccato originale. Il secondo di chiama Henoch, personaggio al quale gli gnostici fanno costantemente riferimento. L’autore dell’Episola agli Ebrei ha ritenuto che Henoch non abbia conosciuto la morte e lo vede in cielo con i giusti ed i Santi. Il libro di Henoch è stato ritrovato in numerosi esemplari nelle grotte del Qumran, esso appartiene dunque ala letteratura ebionita. Il “Libro dei giubilei” egualmente, afferma che egli fu il primo uomo a conoscere l’arte di scrivere e gli attribuisce la funzione di registrare in cielo i peccati degli uomini in vista del giudizio finale. Nella tradizione musulmana, Henoch fu il primo uomo che pose la canna sul papiro per scrivere; ecco perché egli fu soprannominato Idris (da d.s.r., studiare). Man mano che i Nazareni si sono staccati dalla Grande Chiesa cristiana, sono caduti nelle trappole degli gnostici. Essi hanno affermato che questi profeti successivi non erano che figure cangianti o delle “reincarnazioni” di uno stesso ed unico profeta « che, secondo la terza omelia, dopo l’inizio del mondo, cambiava nome nei tempi in cui la forma traversava i tempi di questo mondo ».  Così dunque Gesù non è che una reincarnazione dei suoi predecessori ed insegna la stessa dottrina! – Qui ci troviamo in piena gnosi il cui primo maestro è Adam-Kadmon, che ha ricevuto evidentemente la rivelazione del serpente. La successione dei profeti nei giudeo-cristiani diviene allora quella dei grandi iniziati della gnosi. Si è trovato nell’Asia centrale a Turfan, la « Lista dei profeti dell’umanità: Sem, Shem, Enoch, Nicoteo, Hénoch, Gesù. L’apostolo di luce che viene ogni volta nel suo tempo, si riveste della chiesa di carne dell’umanità e diviene capo in seno alla chiesa di giustizia. Egli è l’emanazione della Nous-Luce, padre di tutti gli apostoli » . Come distruggere ancora la credenza nella divinità di Gesù? Bisogna negare la sua resurrezione e dunque la sua crocifissione. Il Cristo non è stato crocifisso. Per gli ebioniti è stato elevato da Dio giusto prima di essere inchiodato sulla croce. Gli si è sostituito un altro corpo. Come Henoch, come Elia, come Mosè, Gesù è stato elevato verso Dio: « Dio dice a Gesù: Io sto per richiamarti a me, elevarti a me, ti libero dagli increduli ». Il tema della elevazione da parte di Dio è biblico e si ritrova nel Corano. Dio non esclude che il profeta sia perseguitato, al contrario questo è un marchio della sua elezione divina, ma finalmente lo libera e lo conduce fino alla sua intimità. Gesù è dunque un giusto, fortificato nello spirito di santità. Egli è paragonato agli Angeli nell’Eternità. Il Corano afferma così la natura angelica del Verbo, insegnato dai giudeo-cristiani, come in precedenza abbiamo visto. – Infine le pseudo-clementine presentano una professione di fede molto vicina a quella del Corano:  « Venerare solo Dio e credere al solo profeta della verità ».  La ripetizione della parola “solo” mostra che Gesù non è divino, ed è la ragion d’essere della formula. In una leggenda di origine giudaico-cristiana passata nell’Islam, la “Leggenda dei sette dormienti di Efeso”, si segnala l’episodio di uno di essi che, al ritorno da Efeso vede fluttuare una bandiera verde sulla porta della città, con la seguente iscrizione: « Non c’è che un solo Dio, e Gesù è il suo spirito ». Si può ritrovare questo insegnamento in Siria, sulle iscrizioni lapidarie degli antichi villaggi cristiani. Tra Aleppo, Antiochia ed Hamah, nei paesi ove si sono rifugiati i giudeo-cristiani, dopo la sconfitta di Bar-Cocheba, sulle colline rocciose, senza acqua e quasi deserte, si levano dei resti e delle rovine senza numero, mirabilmente conservate, risalenti ai primi secoli cristiani. Si tratta di intere città, con le loro case, le loro strade, le loro tombe, e le loro chiese. L’invasione musulmana ha distrutto tutto. – Ora, la maggior parte della case portavano sulle loro facciate il monogramma di Cristo, con le lettere A e Ω. Si legge, al di sopra del monogramma una pia epigrafe: “il Cristo trionfa sempre”, non c’è che un solo Dio ed il Cristo è Dio”, altrove “alleluja”. – Ma ecco che altri iscrizioni recano un messaggio dissonante molto strano. La formula “Non c’è che un Dio solo” è completata dalle parole: “Benedetto il suo nome per sempre”. Il tetragramma sacro rimpiazza la formula cristiana. Siamo dunque in famiglie giudeo-cristiane ove la divinità di Cristo è negata. Assistiamo qui ad un dialogo-contestazione tra i cristiani della Grande Chiesa, che affermano la divinità di Gesù, ed i giudeo-cristiani che la negano. Noi arriviamo così alla formula musulmana: “Allah solo è Dio e Maometto è il suo profeta”, nella quale la parola “Maometto” ha preso il posto di Gesù, ma il parallelo tra tutte queste formule è rimarchevole ed invita a pensare che la parola “Maometto” designi proprio Gesù-Cristo. È quanto ci resta da dimostrare.

Maometto o Gesù-Cristo?

L’autore del Corano ci da un insegnamento completo su Gesù e su Maria, insegnamento coerente, improntato agli apocrifi giudeo-cristiani: lo Pseudo-Matteo, il protovangelo di Giacomo, il Vangelo dell’Infanzia, il Libro dei Giubilei, Omelie clementine, Libro di Henoch, come già visto. – Gesù è il vero profeta dell’Islam. Egli è l’erede di tutta la tradizione biblica … rivista e corretta dai Nazareni. Il Corano precisa che non si tratta di una nuova religione, ancor meno di una nuova rivelazione. Ed insiste fortemente sulla non divinità Gesù: è il leitmotiv di tutti i suoi sviluppi. Roger Arnaldez ci ha presentato con grande chiarezza questo insegnamento. – Quanto all’esistenza di un supposto Maometto, non ne parla mai. La parola “mahammed, appare più volte nel testo, ma sempre a proposito di Gesù. Esso non è il nome proprio di un uomo, ma un qualificativo che significa “degno di essere amato, degno di essere lodato”. Gesù in effetti è degno di essere amato, degno di essere lodato, ma soprattutto di essere adorato. Molto recentemente, degli specialisti dell’Islam si sono applicati nel comprendere questa espressione. Alfred-Louis de Prémare commenta questo versetto del Corano. « Gesù dice: io sono l’inviato di Allah a voi, annunziante la buona novella di un inviato che verrà dopo di me ed il cui nome sarà ahamad ». Ciò che vuol dire: il cui nome sarà lodato fino al punto più alto. Sarà un qualificativo nella forma elativa, cioè superlativa secondo la grammatica araba. E l’autore continua: “Noi conosciamo nella fede cristiana primitiva l’importanza dell’annuncio dello Spirito Santo e la realizzazione di questo annunzio dello Spirito Santo e la realizzazione di questo annuncio attraverso gli Atti e le Epistole degli Apostoli”. Lo Spirito Santo è chiamato “Paraclito”, in aramaico Menahemana”. A partire da questa assonanza si giunge a “mohammed” ed ecco come questa espressione è stata all’origine della leggenda di Maometto. – Continuiamo il nostro inventario, esso ci condurrà molto lontano. Un altro recente specialista dell’Islam, il già citato Cristophe Luxenberg, ha studiato attentamente il duomo di Rocher costruito nel VII secolo sul luogo del tempio. Questo duomo era in precedenza un santuario cristiano, costruito da architetti bizantini sul modello del Santo Sepolcro. Esso riposa su dodici colonne e quattro paia di pilastri. Il califfo Abd-el-Maljk vi ha posto delle iscrizioni prese dal Corano. Ecco l’iscrizione principale: « Nel nome di Dio misericordioso e clemente. Di Dio non ce n’è che uno solo. Non c’è “associato”. Egli ha la sovranità, a Lui si rivolge la lode,  Mahammed è il servo e l’inviato di Dio. Che Dio ed i suoi Angeli benedicano il profeta. Voi credenti beneditelo e salutatelo come conviene. Voi, genti delle Scritture non oltrepassate il limite della vostra religione e non dite contro Dio se non la verità. Cristo-Gesù, il figlio di Maria, è unicamente l’inviato di Dio e la sua parola che Egli ha proiettato in Maria è un suo spirito. Ecco perché credete in Dio ed al suo inviato e non dite tre. Dio è unicamente un solo Dio. Egli sia lodato! Il Cristo non disdegnerà di essere il servo di Dio, non più degli Angeli che sono vicini a Dio. Dio, benedetto il tuo inviato e tuo servo, il figlio di Maria. Pace sia su di lui nel giorno in cui è nato, il giorno in cui è morto ed il giorno in cui sarà nuovamente svegliato alla vita … La vera religione per Dio è la sottomissione (l’Islam dunque) ». Questa iscrizione è notevole, essa dimostra che la parola “mohammed” si applica a Gesù-Cristo. Egli è l’unico profeta, il servo (ansar), l’inviato (l’Angelo) di Dio, ma bisogna “salutarlo come conviene”. Perché? Perché Egli è l’unico inviato di Dio. È quindi solo Lui il profeta dell’Islam. Ed è anche uno Spirito di Dio (espressione che abbiamo già trovato nella “Leggenda dei sette dormienti di Efeso”). « Credete in Dio e al suo inviato e non dite tre ». non c’è che un solo inviato di Dio ed è Gesù-Cristo, perché non bisogna associarlo a Dio e formare una Trinità. Tutto ciò è molto chiaro ed è impossibile negare che, ogni volta che l’autore del Corano impiega il termine “mohammed”, designa Gesù. Non può essere più chiaro di così! – E Cristophe Luxenberg ha precisato che bisogna tradurre: « Egli è degno di essere lodato come il servo e l’inviato di Dio », esattamente ciò che è il senso del termine “mohammed”. Così dunque l’autore del Corano ignora totalmente l’esistenza di Maometto, fondatore di religione.

Conclusione

 La leggenda di Maometto è dunque una formidabile impostura che avvelena da secoli i popoli del vicino-Oriente. È inconcepibile come da vari secoli, gli specialisti dell’Islam, gli “islamologi ufficiali e patentati” non abbiano compreso ciò che Cristophe Luxenberg ha infine con semplicità dimostrato. C’è voluto un prodigioso accecamento per continuare a raccontarci gli episodi di questa leggenda invece di rigettarli come un mito assurdo. Per la prima volta, Cristophe Luxenburg ha avuto il coraggio di proclamare questa verità fondamentale, che il “mohammed” del Corano è niente altri che … Gesù-Cristo. E certo, gli ci è voluto un gran coraggio, perché questa affermazione distrugge completamente tutta la religione musulmana e mostra che i suoi autori ed i suoi commentatori sono degli impostori. E che dire poi degli “asini” del Conciliabolo Vaticano II, i “ladri” conciliari che, in Nostra Ætate, hanno messo in mostra tutta la loro malafede e l’ignoranza abissale che trova giustificazione solo nella volontà di sprofondare tutte le anime nell’abisso preparato per satana e per coloro che lo servono e lo seguono! Ed oggi l’impostura modernista continua con il satanico ecumenismo, dirupo di perdizione che porta allo sfacelo totale di popoli ed anime guidate dai mondialisti masso-marrani, il “buffone ed il giullare usurpanti”, sepolcri imbiancati, con talare a ricoprire i vasi di vermi immondi e putrescenti, e non solo metaforicamente. Che Dio ce ne liberi e ci guidi alla salvezza mediante la sua unica e vera Chiesa, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica Romana, con S. Pietro, Principe degli Apostoli ed il Vicario di Cristo in terra.

Ausilium Christianorum, ora pro nobis!

Cunctas hǽreses sola interemísti in univérso mundo.

Exsurgat Deus et dissipentur inimici ejus!

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: PROBE NOSTIS

Questa breve enciclica di Gregorio XVI, inizia mettendo in rilievo la situazione della Chiesa Cattolica, attaccata frontalmente da ogni genere di empietà, e riaffermando la fiducia nel Signore Nostro Gesù-Cristo che ha promesso solennemente che la sua Chiesa non potrà mai soccombere sotto qualsiasi genere di sventura, o dagli attacchi portati da nemici frontali, o peggio ancora, infiltrati nel suo interno come una “quinta colonna”. Elogia poi il ruolo di “Propaganda Fidei” e dei missionari che pure all’epoca, impavidi e coraggiosi anche di fronte alla morte, diffondevano il Vangelo di Salvezza loro affidato dal Divino Maestro a tanti fratelli lontani altrimenti destinati all’eterna dannazione. Il Sommo Pontefice incita tutti i cristiani veri, alla battaglia contro il demonio, divenuta aspra e senza quartiere. – Oggi tale battaglia deve essere ancor più decisa di allora, perché il demonio opera in tutte le istituzioni, finanche nei palazzi e nelle strutture un tempo della Chiesa, oggi travestite con abito cattolico, ma al servizio del maligno che ha fatto il suo ingresso ufficiale in Vaticano il 29 giugno del 1963 nella Cappella Palatina, e che oggi vi domina incontrastato con i suo “giullari”, buffoni, sguatteri e burattini. C’è effettivamente da restare sgomenti nel constatare i “successi” della “scimmia” di Dio, che ha rimesso tutto in discussione, ha fatto che venissero impugnate, senza battere ciglio, tutte le Verità conosciute, ha prodotto uno stato di confusione impressionante coinvolgendo anche i pochi in buona fede, benché ipovedenti e che non vogliono rendersi conto della situazione oramai chiarissima più dell’acqua di fonte cristallina, preferendo tenere, come gli struzzi, la testa sotto la sabbia. Ma proprio da questo “Breve”, il vero Cattolico del “pusillus grex” deve trarre fiducia nel leggere le parole del Sommo Pontefice Leone Magno ivi riportate, davanti alle tragiche difficoltà dell’ora presente: « è necessario che noi tutti non dobbiamo preoccuparci di non poterle superare con le nostre forze, poiché Cristo è il nostro consiglio e la nostra forza, e senza di Lui nulla possiamo, mentre con Lui possiamo tutto. Egli, nel confermare i predicatori del Vangelo e i ministri dei Sacramenti, disse: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli”. E ancora: “Vi ho detto queste parole perché in me abbiate pace; sarete oppressi nel mondo, ma abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo”. Essendo senza dubbio manifeste queste promesse, non dobbiamo lasciarci intimidire dagli scandali per non apparire ingrati verso la scelta che ha fatto Dio, il cui aiuto è tanto potente quanto sono vere le sue promesse… »  – E allora, resistiamo fiduciosi senza mai perdere la fede, restando aggrappati ben saldi alla Roccia della Dottrina, della Tradizione Apostolica, della Scrittura interpretata dai Padri, del Magistero Apostolico invariabile ed infallibile, ed al timoniere dell’Arca di salvezza, il Vicario di Cristo in terra, il Santo Padre “in esilio” sì, ma vivo e vegeto dal 3 maggio del 1991, S. S. Gregorio XVIII, successore di Cardinal Siri, il “vero” Papa eletto il 26 ottobre del 1958, col nome di Gregorio XVII., sostituito truffaldinamente dagli agenti giudaico-massonici. Non abbiamo timore alcuno, e come San Paolo ai Romani, diciamo:  “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Dio giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù, che è morto, anzi, che è risuscitato, sta alla destra di Dio e intercede per noi? Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? [O forse la massoneria dell’empietà, o forse gli gnostici della setta vaticana, o gli antipapi servi del baphomet? o forse il gran kahal dei rigettati con la turpe finanza mondialista?] … Proprio come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore, e … della sua “vera” Chiesa Cattolica. [Rom. VIII]

BREVE
DEL SOMMO PONTEFICE
GREGORIO XVI

PROBE NOSTIS

A tutti i Patriarchi, Primati, Arcivescovi e Vescovi.

Il Papa Gregorio XVI.

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Sapete bene, Venerabili Fratelli, da quante sciagure, in quest’epoca funesta, sia oppressa da ogni dove la Chiesa Cattolica e in che deplorevole modo sia perseguitata; e neppure ignorate da quale colluvie di errori d’ogni sorta, da quale sfrenata audacia di corrotti sia come battuta la santa Religione e con quale astuzia e con quali frodi gli eretici e gli increduli tentino di pervertire i cuori o le menti dei fedeli. Vi è noto, in una parola, come quasi non vi sia genere d’impresa o di tentativi ai quali non si ricorra pur di distruggere dalle fondamenta, se fosse possibile, l’incrollabile edificio della Città Santa. Infatti, tralasciando ogni altra considerazione, forse che non siamo noi costretti a vedere in ogni dove (oh, dolore!) moltiplicarsi impunemente i più scaltri nemici della verità, i quali non solo coprono la Religione di scherno, la Chiesa di contumelie e i cattolici d’insulti e di calunnie, ma invadono anche città e villaggi, vi istituiscono scuole di errore e di empietà, e vi spargono con la stampa i veleni delle loro dottrine anche con l’uso delle scienze naturali e delle più recenti invenzioni per nascondere maggiormente l’inganno? Forse che non entrano nei tuguri dei poveri, non percorrono le campagne e non s’insinuano familiarmente fra l’infima plebe e i contadini? Pertanto nulla lasciano d’intentato, pur di attrarre nelle loro congreghe e di indurre ad abbandonare la fede cattolica il popolo ignorante e soprattutto la gioventù, ora con bibbie alterate e in volgare, ora con giornali pestiferi e con altri libelli di piccolo formato, ora con capziosi discorsi o con simulata carità o, infine, con elargizioni di danaro. – Accenniamo ad una realtà, Venerabili Fratelli, che non solo vi è nota, ma di cui voi stessi siete testimoni; voi che con dolore ma senza tacere (come è vostro dovere pastorale) siete costretti a tollerare nelle vostre diocesi i predetti propagatori di eresie e di incredulità e quegli arroganti araldi che, procedendo talvolta sotto le vesti di agnelli, sono nell’intimo lupi rapaci che non cessano di insidiare il gregge e di farne strage. Che altro? Non esiste ormai nel mondo una remota regione presso la quale le ben note centrali degli eretici e degli increduli, senza badare a spese, non inviino i loro agenti ed emissari che in modo subdolo o palese, a ranghi serrati e sfrontatamente, muovono guerra alla Religione Cattolica, ai suoi pastori e ai suoi ministri, strappano i fedeli dal grembo della Chiesa, ed impediscono agli infedeli di entrarvi. – Quindi è facile intuire quante tribolazioni affliggano notte e giorno Noi che, oberati dalla cura di tutto l’ovile di Cristo e dalla sollecitudine verso tutte le Chiese, dobbiamo rendere ragione di ogni cosa al divino Principe dei pastori. Pertanto con questa lettera, Venerabili Fratelli, abbiamo deciso di ricordare a Noi e a Voi le cause dei comuni affanni, affinché in raccoglimento ripensiate quanto giovi alla Chiesa che tutti i sacri Vescovi, raddoppiando il loro impegno, concentrando le loro fatiche e compiendo ogni sforzo, contrastino l’impeto di tanti frementi nemici della Religione, rendano inservibili i loro dardi, ammoniscano e premuniscano i fedeli contro le lusinghe seduttrici di cui essi fanno uso frequente. Noi, come sapete, Ci siamo adoperati per volgere a questo fine ogni occasione, né desisteremo da tale assunto: così non ignoriamo in che modo anche voi avete agito finora, e confidiamo che vi impegnerete ancora con crescente zelo. – Tuttavia, perché il coraggio non ci venga meno fra le difficoltà, «è necessario che noi tutti non dobbiamo preoccuparci di non poterle superare con le nostre forze, poiché Cristo è il nostro consiglio e la nostra forza, e senza di Lui nulla possiamo, mentre con Lui possiamo tutto. Egli, nel confermare i predicatori del Vangelo e i ministri dei Sacramenti, disse: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla consumazione dei secoli”. E ancora: “Vi ho detto queste parole perché in me abbiate pace; sarete oppressi nel mondo, ma abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo”. Essendo senza dubbio manifeste queste promesse, non dobbiamo lasciarci intimidire dagli scandali per non apparire ingrati verso la scelta che ha fatto Dio, il cui aiuto è tanto potente quanto sono vere le sue promesse»(circa con queste parole San Leone M. s’indirizzò per lettera a Rustico di Narbonne). – Ora, chi non vede anche in questa nostra età palesi frutti della divina promessa, che non vennero né verranno mai meno alla Chiesa? Essi appaiono manifesti nella irremovibile fermezza della Chiesa tra tante aggressioni dei nemici suoi, nel diffondersi della Religione tra tanti sconvolgimenti e pericoli, e nella consolazione con cui «il Padre delle misericordie e il Dio di ogni consolazione ci consola in ogni nostra tribolazione». Mentre infatti per un verso dobbiamo piangere sul danno che in alcune regioni ha patito e patisce la Religione Cattolica, d’altra parte dobbiamo rallegrarci dei frequenti trionfi che anche in quelle regioni (come sappiamo) si sono celebrati e si celebrano grazie all’invitta costanza dei cattolici e dei loro pastori: così, grande gioia Ci recano, tra tanti ostacoli, i suoi felici e mirabili progressi, a tal punto che anche i suoi avversari si rendono conto che l’oppressione e le angherie subite dalla Chiesa, non di rado contribuiscono alla sua gloria e a confermare sempre più i fedeli nella Religione Cattolica. – Ma parliamo ora delle missioni cattoliche: quale motivo di letizia non offrono a Noi e alla Chiesa tutta i copiosi frutti di quelle missioni e i progressi della fede in America, nelle Indie e anche in altre terre d’infedeli? Non ignorate infatti, Venerabili Fratelli, come, anche nei Nostri tempi, in quelle regioni siano ampiamente cresciuti il numero e lo zelo indefesso di uomini apostolici che senza alcun sostegno di danaro e di armi, ma muniti soltanto dello scudo della fede, non solo con la voce e con gli scritti, in privato e in pubblico non temono di combattere, con grande successo, «le battaglie del Signore» contro le eresie e l’incredulità, ma anche infiammati dall’ardore di carità e per nulla dissuasi dalle asperità del cammino o dal peso delle fatiche, per terra e per mare cercano coloro che giacciono nelle tenebre e nell’ombra della morte per chiamarli alla luce e alla vita della Religione Cattolica. Perciò, intrepidi al cospetto di ogni pericolo, percorrono con grande coraggio le selve e le caverne dei barbari, li attirano a poco a poco con soavità cristiana alla vera fede e li dispongono alla vera virtù: infine col lavacro rigeneratore li sottraggono alla schiavitù del demonio e li restituiscono alla libertà dei figli adottivi di Dio. – Non possiamo, senza lacrime di dolore, esecrare la crudeltà dei persecutori e dei carnefici, ma con lacrime di consolazione contempliamo invece l’eroica costanza dei confessori della fede che qui ricordano le gloriose gesta compiute dai recenti martiri dell’Estremo Oriente, le lodi dei quali abbiamo pronunciato, non molto tempo addietro, in un’Allocuzione concistoriale. Fumigano ancora le contrade del Tonchino e della Cocincina del sangue di numerosi sacri prelati, di presbiteri e di fedeli colà residenti, che, rinnovando gli esempi dei martiri cristiani, (da cui trassero luce i primi secoli della Chiesa) sono andati incontro, con animo impavido tra i tormenti, a una crudelissima morte per Cristo e per testimonianza di fede. Quale può darsi, dunque, più luminoso trionfo della Chiesa e della Religione? Quale maggiore vergogna per coloro che la perseguitano, che il vedere, anche in questi tempi, confermate nei fatti le divine promesse di protezione e di aiuto eterni per cui (usando le parole di San Leone) «la Religione fondata sul Sacramento della Croce di Cristo non può essere distrutta da alcun genere di crudeltà»? – Tutto ciò che abbiamo fin qui ricordato, Venerabili Fratelli, è motivo di consolazione e di gloria per la Religione Cattolica; ma non mancano altri motivi di conforto, fra le tante tribolazioni che affliggono la Chiesa: le pie istituzioni che si estendono per il bene della Religione e della comunità cristiana, e che talora sono un aiuto e un sostegno per le stesse sacre missioni apostoliche. Infatti, quale vero cattolico non gioisce considerando la provvidenza di Dio onnipotente che, come ha promesso, assiste e protegge sempre la sua Chiesa, e secondo l’opportunità dei tempi, dei luoghi e delle altre circostanze, suscita in essa nuove comunità le quali, sotto l’autorità della stessa Chiesa, ciascuna a proprio modo, contribuiscono con forze congiunte ai doveri della carità, alla istruzione dei fedeli e alla diffusione della fede? – Tra l’altro, un lieto spettacolo per il mondo cattolico e motivo di stupore per gli stessi acattolici offrono quelle tante e tanto diffuse comunità di pie donne che, vivendo insieme secondo le regole di San Vincenzo de’ Paoli o in altri istituti approvati, e segnalandosi per lo splendore delle loro cristiane virtù, si dedicano tutte alacremente o a distogliere le donne dalla via della perdizione, o a educare le fanciulle alla Religione, alla solida pietà, e a lavori adatti alla loro condizione, o a mitigare in ogni modo le afflizioni del prossimo, senza che siano trattenute o dalla naturale fragilità del sesso o dal timore di qualsivoglia pericolo. – Né arrecano minor gioia a Noi e a tutti i buoni le altre associazioni di fedeli che del pari si sono formate in molte tra le più illustri città; il loro scopo e il loro impegno consistono nell’opporre ai libri perversi le loro o le altrui opere utili, alle aberrazioni intellettuali la purezza della dottrina, alle ingiurie e alle calunnie la mansuetudine e la carità. – Infine, come si potrà parlare, senza grande lode, di quella celebre Società che non solo nei Paesi cattolici ma anche in terre di acattolici e di infedeli raggiunge sempre nuovi sviluppi e a tutti i fedeli di ogni condizione apre una facile via per rendersi benemeriti delle missioni apostoliche e per diventare essi pure partecipi dei beni spirituali che ne derivano? Già avete compreso che stiamo parlando della notissima società che va sotto il nome di «Propagazione della Fede». – Ora, dopo aver confidato a Voi, Venerabili Fratelli, le angosce che Ci provengono dalle sventure, ma anche le consolazioni che Ci procurano i trionfi della Religione Cattolica, non resta che comunicare a voi la sollecitudine, che Ci assilla, per la maggiore prosperità delle Società tanto benemerite verso la Religione. Pertanto vi esortiamo caldamente nel Signore di favorire, proteggere e accrescere quelle Società entro i confini delle vostre diocesi. – Soprattutto poi vi raccomandiamo la ricordata società di «Propagazione della Fede» fondata fin dall’anno 1822 nell’antichissima e nobilissima città di Lione e poi diffusa ovunque con mirabile rapidità e successo. Né certo con minor calore seguiamo le altre consimili comunità che, formatesi a Vienna o altrove, sia pure con altro nome, concorrono con pari entusiasmo a questa opera di propagazione della fede, sorretta anche dal favore religiosissimo dei Principi cattolici. Opera, questa, veramente grande e santissima, che si sostiene, si allarga, si accresce con le modeste offerte e con le quotidiane preci innalzate a Dio dagli amici di quella; opera che, rivolta a sostenere gli operai apostolici, a esercitare la carità cristiana verso i neofiti, a liberare i fedeli dall’impeto delle persecuzioni, è da Noi considerata degnissima di ammirazione e di amore da parte di tutti i buoni. Né si può credere che senza un particolare disegno della Provvidenza divina sia toccato alla Chiesa, in questi ultimi tempi, un vantaggio, una utilità così grande. Mentre infatti con artifici di ogni genere il nemico infernale tormenta la diletta Sposa di Cristo, nulla di più opportuno poteva accaderle che la difesa e gli sforzi congiunti di tutti i fedeli che sono infiammati dal desiderio di diffondere la verità cattolica e di guadagnare tutti a Cristo. – Perciò Noi, collocati, benché indegni, nella suprema specola della Chiesa, non abbiamo tralasciato alcuna opportunità per testimoniare chiaramente (seguendo le vestigia dei Nostri Predecessori) la Nostra propensione per tale insigne opera e per spronare verso di essa, con opportuni incitamenti, la carità dei fedeli. Anche Voi dunque, Venerabili Fratelli, che siete stati chiamati a condividere la Nostra sollecitudine, agite con impegno affinché quell’opera così grande raggiunga di giorno in giorno un maggiore incremento nel gregge a ciascuno affidato. «Suonate la tromba in Sion», e fate sì che con le ammonizioni e con la persuasione paterna, coloro che non si sono ancora uniti come compagni a questa piissima Società, vi entrino gioiosamente, e che coloro che già ne fanno parte, perseverino nel loro proposito. – Per certo è questo il tempo «in cui, incrudelendo il diavolo in tutto il mondo, la schiera cristiana deve combattere» (circa con queste parole San Leone M. s’indirizzò per lettera a Rustico di Narbonne); perciò questo è il tempo di provvedere con ogni cura che ai sacerdoti che piangono, pregano e soffrono per la fede, si uniscano in questa santa cospirazione i fedeli. Pertanto Noi Ci innalziamo alla fermissima speranza che Dio continuerà a sostenere, con la destra della sua onnipotenza, la sua Chiesa in un frangente così grave per la Religione e in una battaglia così dura e duratura contro i nemici, e che la rallegrerà con la costanza, la carità e la devozione dei fedeli; propiziato dalle insistenti preghiere e dalle pie azioni dei pastori e del gregge, possa Egli concederle finalmente con misericordia la pace e la tranquillità desiderate. – Frattanto a Voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i chierici e laici affidati alle vostre cure, impartiamo con affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso Santa Maria Maggiore, sotto l’anello del Pescatore, il 18 settembre 1840, anno decimo del Nostro Pontificato.

 

 

 

 

DOMENICA DI SESSAGESIMA [2018]

Incipit 
In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIII:23-26

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem: quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? adhaesit in terra venter noster: exsúrge, Dómine, ádjuva nos, et líbera nos. [Risvégliati, perché dormi, o Signore? Déstati, e non rigettarci per sempre. Perché nascondi il tuo volto diméntico della nostra tribolazione? Giace a terra il nostro corpo: sorgi in nostro aiuto, o Signore, e líberaci.]

Ps XLIII:2 – Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis. [O Dio, lo udimmo coi nostri orecchi: ce lo hanno raccontato i nostri padri.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui cónspicis, quia ex nulla nostra actióne confídimus: concéde propítius; ut, contra advérsa ómnia, Doctóris géntium protectióne muniámur. – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[O Dio, che vedi come noi non confidiamo in alcuna òpera nostra, concédici propizio d’esser difesi da ogni avversità, per intercessione del Dottore delle genti. – Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. – Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

2 Cor XI:19-33; XII:1-9.

“Fratres: Libénter suffértis insipiéntens: cum sitis ipsi sapiéntes. Sustinétis enim, si quis vos in servitútem rédigit, si quis dévorat, si quis áccipit, si quis extóllitur, si quis in fáciem vos cædit. Secúndum ignobilitátem dico, quasi nos infírmi fuérimus in hac parte. In quo quis audet, – in insipiéntia dico – áudeo et ego: Hebraei sunt, et ego: Israelítæ sunt, et ego: Semen Abrahæ sunt, et ego: Minístri Christi sunt, – ut minus sápiens dico – plus ego: in labóribus plúrimis, in carcéribus abundántius, in plagis supra modum, in mórtibus frequénter. A Judaeis quínquies quadragénas, una minus, accépi. Ter virgis cæsus sum, semel lapidátus sum, ter naufrágium feci, nocte et die in profúndo maris fui: in itinéribus sæpe, perículis fluminum, perículis latrónum, perículis ex génere, perículis ex géntibus, perículis in civitáte, perículis in solitúdine, perículis in mari, perículis in falsis frátribus: in labóre et ærúmna, in vigíliis multis, in fame et siti, in jejúniis multis, in frigóre et nuditáte: præter illa, quæ extrínsecus sunt, instántia mea cotidiána, sollicitúdo ómnium Ecclesiárum. Quis infirmátur, et ego non infírmor? quis scandalizátur, et ego non uror? Si gloriári opórtet: quæ infirmitátis meæ sunt, gloriábor. Deus et Pater Dómini nostri Jesu Christi, qui est benedíctus in saecula, scit quod non méntior. Damásci præpósitus gentis Arétæ regis, custodiébat civitátem Damascenórum, ut me comprehénderet: et per fenéstram in sporta dimíssus sum per murum, et sic effúgi manus ejus. Si gloriári opórtet – non éxpedit quidem, – véniam autem ad visiónes et revelatiónes Dómini. Scio hóminem in Christo ante annos quatuórdecim, – sive in córpore néscio, sive extra corpus néscio, Deus scit – raptum hujúsmodi usque ad tértium coelum. Et scio hujúsmodi hóminem, – sive in córpore, sive extra corpus néscio, Deus scit:- quóniam raptus est in paradisum: et audivit arcána verba, quæ non licet homini loqui. Pro hujúsmodi gloriábor: pro me autem nihil gloriábor nisi in infirmitátibus meis. Nam, et si volúero gloriári, non ero insípiens: veritátem enim dicam: parco autem, ne quis me exístimet supra id, quod videt in me, aut áliquid audit ex me. Et ne magnitúdo revelatiónem extóllat me, datus est mihi stímulus carnis meæ ángelus sátanæ, qui me colaphízet. Propter quod ter Dóminum rogávi, ut discéderet a me: et dixit mihi: Súfficit tibi grátia mea: nam virtus in infirmitáte perfícitur. Libénter ígitur gloriábor in infirmitátibus meis, ut inhábitet in me virtus Christi.”

Deo gratias.

Omelia I

[Mons. Bonomelli, Nuovo saggio di Omelie, Marietti ed. – Torino, 1899, vol. I, om. XXIII – imprim.]

“Essendo voi savi, volentieri sopportate gli insipienti. E invero, se alcuno vi tratta da schiavi, se alcuno vi divora, se alcuno vi raggira, se alcuno si innalza, se alcuno vi schiaffeggia, voi lo sopportate. Lo dico a vergogna, come se noi da questo lato fossimo deboli: eppure in ciò, onde altri si vanta (lo dico da pazzo), anch’io me ne vanto. Sono essi Ebrei? Io ancora. Son essi Israeliti? Io ancora. Sono progenie di Abramo? Io ancora. Sono essi ministri di Cristo? Parlo da pazzo: io lo sono più di loro: nei travagli più sbattuto, nelle carceri più macerato di loro, nelle battiture oltre ogni misura, spesso nelle fauci della morte. Dai Giudei cinque volte ricevetti quaranta colpi, meno uno; tre volte fui vergheggiato, una volta lapidato, tre volte naufragai, restando un dì ed una notte in balia del mare. Spesse volte in viaggi, in pericoli di fiumi, in pericoli di ladroni, in pericoli da quelli della mia nazione, in pericoli dai gentili, in pericoli in città, in pericoli in luoghi deserti, in pericoli in mare, in pericoli tra falsi fratelli: tra fatiche e calamità, in veglie, in fame e sete, in prolungati digiuni, in freddo e nudità: oltre alle cose esterne, l’ansia che porto di tutte le Chiese, mi stringe. Chi mai è debole, ch’io non sia debole con lui? Chi è scandalizzato, ch’io non ne bruci? Se conviene vantarsi, io vanterò gli effetti della mia debolezza. Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, che sia benedetto in eterno, sa ch’io non mentisco. In Damasco, il capo della mia nazione, governatore del re Areta, aveva poste guardie nella città dei Damasceni per pigliarmi. Ma io fui calato dal muro per una finestra, in una sporta e così scampai dalle sue mani. Se mette conto gloriarmi (non è certo spediente), verrò alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un cristiano, il quale quattordici anni or sono, fu rapito (se nel corpo o fuori del corpo, io non lo so, lo sa Iddio) fino al terzo cielo; so che quest’uomo (se nel corpo o fuori del corpo, io non lo so, lo sa Iddio) fu rapito in paradiso e vi udì parole ineffabili, che a nessun uomo è lecito profferire. Io mi glorierò di quel tale, ma non mi glorierò di me stesso, se non nelle mie debolezze. Perocché s’io volessi gloriarmi, non sarei stolto, perché direi il vero; tuttavia me ne rimango, affinché altri non mi stimi da più di ciò, che vede in me, od ode cosa di me. E perché l’altezza delle rivelazioni non mi faccia salire in orgoglio, mi fu dato un pungolo nella mia carne, un ministro di satana che mi tormenti. Onde tre volte ho pregato il Signore perché quello si partisse da me, e mi disse: Ti basti la mia grazia, perché la potenza si compie nella debolezza. Di gran cuore adunque mi glorierò delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo alberghi in me „ (II. Cor. XI, 19-33; XII, 1-9).

Non ho potuto dispensarmi dal riportare tutto intero questo tratto abbastanza lungo della epistola odierna per attenermi alla consuetudine universalmente stabilita. D’altra parte in questo tratto dell’epistola, che avete udito, vi è tanta forza, tanto calore, tanto nerbo di eloquenza popolare e serrata da gareggiare con i sommi oratori, ed era mio dovere farvelo gustare nella nativa sua semplicità e robustezza. Si direbbe che in queste in due pagine il grande Apostolo volle versare tutta l’anima sua, anima di fuoco. – Voi comprendete che la strettezza del tempo non mi permette di commentare ad uno ad uno questi ventiquattro versetti, come siam soliti fare: in quella vece, assommando insieme le cose dette dall’Apostolo, mi studierò di cavarne alcuni punti, che ne sono come la sostanza e il succo, e li verremo meditando insieme. S. Paolo aveva fondato la Chiesa di Corinto, composta di gentili e in parte di Ebrei ivi stabiliti. Quella Chiesa era fiorente, come apparisce dalle lettere dell’Apostolo; ma ben presto vi nacquero dei partiti, per sopire i quali S. Paolo scrisse la sua prima lettera. Poco appresso vi si recò Tito e ne recò ottime notizie all’Apostolo; ma dovette pure riferirgli che a Corinto non erano interamente cessati i dissidi e che colà v’erano ancor molti, massime Ebrei convertiti, i quali combattevano lo stesso Apostolo, lo gridavano nemico di Mosè e delle istituzioni nazionali ed osavano mettere in dubbio la sua missione e dignità di Apostolo. – Scopo della lettera, particolarmente nella parte recitàtavi, è di mostrare con le opere la sua dignità di Apostolo e che non ha fatto meno degli altri, anzi più degli altri, e tesse a rapidi tocchi le incredibili fatiche e i patimenti senza numero e senza nome, che sostenne per la causa di Gesù Cristo e per la salvezza delle anime. Si direbbe che l’Apostolo volesse fare il più splendido panegirico delle proprie imprese e gloriose conquiste. Da tutto questo noi apprendiamo in primo luogo, che i maggiori santi, lo stesso Apostolo per eccellenza, permettendolo Iddio, quaggiù non vanno immuni dalle contraddizioni e dalle prove più dure. S. Paolo, quest’uomo meraviglioso per l’ingegno e per la tempra d’acciaio della sua volontà, in un istante si decide di lasciare il mosaismo, di cui era campione fanatico e si fa discepolo di Gesù Cristo: chiamato da Lui stesso all’apostolato, affronta ogni sorta di nemici, Giudei e gentili; soffre esili e carceri, è vergheggiato e lapidato: la sua è la vita più travagliosa che si possa immaginare: va da Damasco ad Antiochia, a Tarso, a Gerusalemme, in Arabia, ritorna a Gerusalemme; poi ripiglia i suoi viaggi nell’Asia Minore, a Cipro, in Grecia, in Macedonia, e poi rifà il viaggio per Gerusalemme, poi rivede le Chiese fondate e carico di catene è condotto a Roma. È quasi impossibile narrare tutte le fatiche e le opere apostoliche di quest’uomo straordinario. Eppure questo apostolo, questo vaso di elezione, non sfugge alle censure, alle accuse, alle calunnie dei Cristiani, forse da lui stesso convertiti: si vede caduto in sospetto di nemico di Mosè e della legge, di falso apostolo, è obbligato a difendersi e ricordare i titoli della divina sua missione. Quali conseguenze dobbiamo dedurre, o cari? Parecchie, e questa in primo luogo: che gli uomini stessi più virtuosi, più fedeli ai loro doveri, attese le debolezze, l’ignoranza e le passioni comuni, devono rassegnarsi a vedere bene spesso travisate le loro intenzioni, anche più rette, e non meravigliarsi d’essere fatti segno essi medesimi di calunnie e persecuzioni. Basti loro la testimonianza della coscienza retta dinanzi a Dio, e da Lui aspettino pazientemente la giustizia, che tardi o tosto deve pur venire. Tengano dinanzi agli occhi della fede l’esempio luminoso dell’Apostolo, che ebbe feroci avversari tra gli stessi Cristiani. In secondo luogo consideriamo qual fu la condotta dell’Apostolo accusato e calunniato. – Si danno casi, nei quali chi è accusato e calunniato può tacere e rimetter a Dio la sua causa; ma vi sono casi, nei quali l’accusato e il calunniato non solo può, ma deve difendersi e smascherare i suoi avversari e calunniatori. Allorché l’accusato o calunniato tiene un ufficio e ha bisogno della stima pubblica per adempirlo debitamente, e questa gli è tolta o scemata e ne deriva danno altrui, egli può e deve mettere a nudo le arti inique dei tristi, vendicare il suo buon nome e se occorre può tradurli anche dinanzi ai tribunali. S. Paolo, negli Atti apostolici, nelle sue lettere e segnatamente in questo luogo ce ne porge uno splendido esempio. Egli nella sua difesa non ebbe certamente di mira di confondere e svergognare i suoi avversari per il vile piacere di umiliarli, per un basso sentimento di vendetta: in quell’anima sublime siffatti sentimenti non potevano entrare: egli si propose soltanto di conservare al suo apostolato quell’onore e quella fiducia, che si richiedevano perché l’opera sua fosse fruttuosa: suo fine principale e santo era il bene e la salvezza delle anime: del resto non si curava punto. – Si dice, e meritamente, che la lode in bocca propria non istà bene: Laus in ore proprio sordescit. Nulla di più vero. Il sentimento della propria debolezza, il dubbio troppo ragionevole d’essere cattivi giudici in causa propria, la modestia più elementare, che si fa sentire e si impone anche ai più orgogliosi ci vietano di far le lodi di noi stessi sotto pena di cadere sotto il biasimo e le risa del pubblico. Ma talora può accadere che altri per difendersi e per mettere in luce la propria innocenza e procurare il bene altrui possa e debba anche ricordar quelle opere, che fruttano lode, e ciò senz’ombra di vanità o di arroganza; e in questa congiuntura si trovò S. Paolo allorché scrisse la seconda lettera ai Corinti! Egli non esitò punto a fare la storia del suo apostolato, che era la storia della sua conversione miracolosa, delle sue rivelazioni prodigiose, dei suoi dolori, delle persecuzioni sostenute, delle sue opere e del suo zelo instancabile. Tutto questo narra l’Apostolo, non per farsene un vanto, per menarne pompa innanzi ai Corinti, ma solamente per fiaccare la baldanza di coloro che si camuffavano da Apostoli di Cristo che mettevano in dubbio la sua missione e per tal modo fuorviavano i fedeli. Ed è sì vero che l’Apostolo non parlava di sé e delle cose sue per averne vana lode, che due volte protesta di far ciò a malincuore, e dichiara di parlare da stolto, quasi in insipientia, da pazzo; ma voi, dice altrove, voi a ciò mi avete costretto. Non è dunque cosa biasimevole, nè da persone vane parlare di sé e delle opere proprie meritevoli di lode quando sia necessario per difendere se stessi, salvare il proprio onore o procurare il bene delle anime. – Né S. Paolo si fermò a ricordare le sole opere del suo apostolato, delle quali quasi tutti erano testimonio: stringendo più davvicino i suoi avversari, non stette in forse di appellare ad altre e più gagliarde prove del suo apostolato, prove che a lui solo erano note e che i Corinti dovevano ammettere sulla sua parola, perché “Iddio sa ch’io non mentisco Scit quod non mentior. „ E qui S. Paolo parla del suo rapimento al più alto dei cieli e di cose là vedute ed udite, che a nessun uomo è dato di dire; afferma che è certissimo di questo fatto, avvenuto quattordici anni prima, ma che non saprebbe dire se sia stato rapito colassù con lo spirito, od anche con il corpo. Era questo, per sentenza di S. Paolo, il suggello supremo del suo apostolato e la prova massima della sua autorità. Ma pervenuto a questa prova massima della sua missione divina, a questo argomento sommo della sua gloria, S. Paolo ritorna sopra di sé, ricorda il proprio nulla e non vuole che altri lo stimi da più ch’egli non è. Si direbbe che l’Apostolo ad un tratto dalle altezze dei cieli precipita sulla terra e alle grandezze dei doni celesti ricevuti contrappone le debolezze e le miserie della sua natura. Egli parla di un pungolo della carne, di un ministro di satana, che lo schiaffeggia e tormenta: questo pungolo della carne e ministro di satana S. Paolo non disse che cosa fosse. Alcuni pensarono che fosse la concupiscenza, che lo travagliava; ma non sembra probabile che l’Apostolo parlasse di questa miseria umana e molto meno che potesse poi gloriarsene, come fa subito dopo. Si può dunque credere che accennasse a qualche grande tribolazione o dolore acuto che lo tormentava stranamente che noi ignoriamo e doveva essere noto ai Corinti. Era sì pungente questo dolore, che l’Apostolo dichiara d’aver pregato tre volte, cioè molte volte Iddio, affinché ne lo liberasse, ma gli fu risposto, probabilmente per ispirazione interna, che dovesse accontentarsi della grazia necessaria per sopportarlo, perché la potenza o la forza si compie e si affina nella debolezza. In un impeto di fede, di amore e di umiltà l’Apostolo esclama: “Di gran cuore adunque io mi glorierò nelle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo dimori in me. „ Condannati a soffrire nel corpo e nello spirito; messi continuamente alle prove più amare dai nemici esterni ed interni; travagliati da noie e timori d’ogni maniera, noi pure bene spesso gridiamo a Dio che ne liberi, e Dio sembra sordo alle nostre preghiere, e le nostre pene, le nostre amarezze continuano e forse crescono ogni dì. E perché? Perché per noi è bene il soffrire: ci tiene umili, ci fa sentire e conoscere il nostro nulla, ingenera in noi un santo timore, ci obbliga di ricorrere a Dio ed abbandonarci in Lui, ci stacca dalle cose della terra, ci porge occasione di meriti sempre maggiori. In mezzo pertanto alle nostre pene ed agli aspri combattimenti della vita, pieni di fiducia e di santa gioia esclamiamo con S. Paolo: “Di gran cuore mi glorierò nelle mie debolezze, affinché la forza di Cristo dimori in me! „

Graduale Ps LXXXII:19; 82:14

Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus: tu solus Altíssimus super omnem terram, [Riconòscano le genti, o Dio, che tu solo sei l’Altissimo, sovrano di tutta la terra.]

Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

[V. Dio mio, ridúcili come grumolo rotante e paglia travolta dal vento.]

 Ps LIX:4; LIX:6

Commovísti, Dómine, terram, et conturbásti eam.

Sana contritiónes ejus, quia mota est.

Ut fúgiant a fácie arcus: ut liberéntur elécti tui.

[Hai scosso la terra, o Signore, l’hai sconquassata.

Risana le sue ferite, perché minaccia rovina.

Affinché sfuggano al tiro dell’arco e siano liberati i tuoi eletti.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

Gloria tibi, Domine!

Luc VIII:4-15

“In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Jesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres coeli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli ejus, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.”

[“In quel tempo: radunandosi grandissima turba di popolo, e accorrendo gente a Gesù da tutte le città. Egli disse questa parabola: Andò il seminatore a seminare la sua semenza: e nel seminarla parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli dell’aria la divorarono; parte cadde sopra le pietre, e, nata che fu, seccò, perché non aveva umore; parte cadde fra le spine, e le spine che nacquero insieme la soffocarono; parte cadde in terra buona, e, nata, fruttò cento per uno. Detto questo esclamò: Chi ha orecchie per intendere, intenda. E i suoi discepoli gli domandavano che significasse questa parabola. Egli disse: A voi è concesso di intendere il mistero del regno di Dio, ma a tutti gli altri solo per via di parabola: onde, pur vedendo non vedano, e udendo non intendano. La parabola dunque significa questo: La semenza è la parola di Dio. Ora, quelli che sono lungo la strada, sono coloro che ascoltano: e poi viene il diavolo e porta via la parola dal loro cuore, perché non si salvino col credere. Quelli caduti sopra la pietra, sono quelli che udita la parola l’accolgono con allegrezza, ma questi non hanno radice: essi credono per un tempo, ma nell’ora della tentazione si tirano indietro. Semenza caduta tra le spine sono coloro che hanno ascoltato, ma a lungo andare restano soffocati dalle sollecitudini, dalle ricchezze e dai piaceri della vita, e non portano il frutto a maturità. La semenza caduta in buona terra indica coloro che in un cuore buono e perfetto ritengono la parola ascoltata, e portano frutto mediante la pazienza.”]

Lode a Te, o Cristo.

OMELIA II

[Mons. Bonomelli; op. cit. Omelia XXIV]

È questo, o figliuoli miei, il Vangelo, che la Chiesa ci fa leggere in questa Domenica e che io tolgo a commentarvi. Il significato della parabola, che avete udita, è certissimo, perché Gesù Cristo medesimo si compiacque porgerlo agli Apostoli, che gliene fecero domanda. Nulla di più semplice e di più istruttivo di questa parabola in ciascuna delle sue parti, e voi medesimi siatene giudici. – “Raccoltasi una grande moltitudine, e accorrendosi da tutte le città a Gesù, Egli disse in parabola. „ Gesù si trovava nelle parti di Galilea, sulle rive del lago di Tiberiade o Genesaret, presso alla cittadella o borgata di Cafarnao: da poco tempo aveva cominciato la sua predicazione. La fama dei suoi miracoli, la semplicità e la sublimità della sua dottrina, l’unzione della sua parola, che andava dritta al cuore, il tutto insieme della sua persona, da cui traluceva un raggio della nascosta divinità, commuovevano i popoli, che pieni d’un sacro entusiasmo lo seguivano dovunque e pendevano estatici dalle sue labbra. Quelle turbe, sì avide di udire la parola di Dio, ci danno un grande esempio e ci insegnano come dobbiamo accorrere noi pure ad udirla con amore e rispetto, allorché si annunzia nelle nostre chiese. È sempre la stessa dottrina che si annunzia, ancorché diverse siano le persone che ve la porgono. – Gesù prese a dire in parabola: “Uscì un seminatore a seminare il suo seme, e nel seminare una parte cadde lungo la via e fu calpestato e gli uccelli dell’aria lo mangiarono: ed altro ne cadde sopra dei sassi, e nato appena, disseccò per difetto di umore. Altro cadde in mezzo alle spine, e le spine, germogliate insieme, lo soffocarono. Altro poi cadde nella terra buona, e nato fruttò il centuplo. Dicendo queste cose, esclamava: Chi ha orecchi da udire, oda. „ Certamente questa parabola non era difficile ad intendersi, e perciò Gesù Cristo conchiuse, dicendo, chi ha orecchi da udire, oda; il che voleva dire, chi ha fior di mente, la mediti e la comprenderà. Ma crederei di non errare, affermando, che buon numero di quelli che ascoltavano Gesù Cristo, non compresero il senso della parabola, giacché, come tosto vedremo, gli stessi Apostoli confessarono di non averlo compreso. Che dovevano fare quelle turbe? Ciò che poco appresso fecero gli Apostoli, domandarne a Gesù stesso la spiegazione, che senza dubbio l’avrebbe data, come la diede agli Apostoli. Ma le turbe, per trascuratezza, o per orgoglio, o per altra cagione, non la chiesero e rimasero nella loro ignoranza. Dilettissimi! In ciò non imitiamole. Allorché alla mente nostra si affacciano difficoltà, che non possiamo da noi stessi sciogliere, dubbi che ci angustiano, che forse mettono a pericolo la nostra fede, chiediamo lume a chi può darcelo, e l’acquisto della verità sarà il premio della nostra umiltà. Dov’è l’uomo che conosca tutto? che non abbia bisogno di lume? che sdegni di ricorrere ad altri allorché n’abbia bisogno? Nessuna meraviglia adunque, che anche persone dotte ed alto locate abbiano bisogno d’essere ammaestrate in certe verità della fede, che ignorano o non conoscono chiaramente. Saranno dottissime nelle scienze umane, ma non di rado accade che nella scienza della religione siano meno istruite e bisognose d’essere meglio illuminate. Non arrossiscano di chiedere questo lume a chi può darlo. Ma quanto raramente ciò avviene! – I discepoli poi, trovatisi soli con Gesù, come narra S. Marco, gli chiesero che volesse dire quella parabola. „ Vedete umiltà e confidenza filiale dei discepoli! Non hanno capito il senso della parabola: non si vergognano di confessarsi ignoranti e pregano il divino Maestro ad illuminarli; ed Egli con paterna amorevolezza risponde: “A voi è dato conoscere il mistero del regno di Dio, „ cioè a voi spiegherò le cose occulte della mia dottrina, ossia il senso della parabola. “Agli altri parlo in parabole, sicché vedendo non vedano e ascoltando non intendano. „ Ma, come, o Signore? voi siete il maestro per eccellenza: voi siete venuto per istruire i poverelli e parlate in parabole, affinché vedendo non vedano, ascoltando non intendano? Voi dunque volete che rimangano nelle tenebre dell’ignoranza e che per essi sia inutile la vostra venuta, la vostra parola? Perché dunque predicate se non volete che vi intendano? — Voi comprendete che sarebbe bestemmia orribile il solo sospettare che Gesù parlasse in parabole per non essere inteso. Egli anzi parlava in parabole per acconciarsi alla loro debolezza: se avesse annunziata più chiaramente la verità, anche meno l’avrebbero intesa: la nascondeva sotto il velo della parabola per temperarne la luce, perché non li offendesse troppo vivamente e li allontanasse e così accrescesse la loro colpa. Parlava in parabole, perché chi le intendeva, ne traeva alimento di vita; chi non le intendeva, poteva domandarne la spiegazione e l’avrebbe avuta, e chi non la domandava, non si rendeva reo di maggior colpa, né correva il rischio di calpestare le perle. Dette queste parole ai suoi cari Apostoli, Gesù spiega la parabola. Udiamolo. “Il seme è la parola di Dio, „ cioè rappresenta la parola di Dio. Vediamo come il seme raffiguri la parola di Dio. Il seme si affida alla terra: posto sotto terra, riscaldato dal sole e irrigato dalla pioggia, mette le sue radici, si assimila la terra, cresce, germoglia il fiore e poi dà moltiplicato il frutto, che è sempre in ragione della fecondità del suolo che lo riceve, del calore del sole, dell’umido della pioggia e dell’opera che l’agricoltore vi spende intorno. – La parola di Dio, ossia la verità chiusa entro la parola di Dio, come il seme entro la sua corteccia, per l’orecchio discende al cuore: esso l’accoglie in sé, l’ama, la fa propria. Che avvien allora? Tra l’anima e la verità avviene un connubio misterioso sotto l’azione della grazia divina, che è luce e acqua fecondatrice. L’anima pensa, vuole, opera secondo la verità ricevuta; dirò meglio, la verità germoglia nell’anima, cresce, si ammanta di fiori, si copre di frutti, e i fiori e i frutti sono i pensieri, i desideri buoni, le opere sante. Un solo seme ci dà venti, cinquanta, mille frutti: una sola verità praticata dall’uomo, quanti pensieri ed affetti buoni e quante opere sante ci può dare! – La moltiplicazione del seme è opera del seme istesso e della terra, del sole e dell’acqua e del lavoro dell’industre agricoltore: le opere buone e sante sono il frutto della verità, della libertà umana, della grazia divina e della cooperazione dell’uomo. Senza il seme, senza la verità, nessun frutto: il seme senza la cooperazione dell’uomo rimane sterile ed infruttuoso. Voi vedete, o cari, come sapientissimamente Gesù Cristo sotto l’immagine del seme adombrasse la parola di Dio, o la verità, e sotto l’immagine del terreno raffigurasse il cuore umano. – Gesù prosegue e dice: “Quelli che sono lungo la via, sono quelli che ascoltano; ma dopo viene il diavolo e porta via dai loro cuori la parola, affinché col credere non si salvino. „ Il seme fu gettato e cadde in parte lungo la via, cioè sull’estremo lembo del terreno, dove passano gli uomini, e quello fu calpestato o mangiato dagli uccelli. Vi sono raffigurati quegli uomini, che ascoltano la parola di Dio, che ricevono la verità, ma non vi può mettere radice. Quanti, o cari, vengono in chiesa, ascoltano la parola di Dio, conoscono la verità e, uscendo di qui, più non se ne rammentano! E il seme calpestato sulla via o rapito dagli uccelli e dal demonio. Nostra prima cura pertanto sia quella di ricevere nel nostro cuore la parola di Dio e con essa la verità, di imprimervela fortemente, affinché il nemico non ce la involi e noi restiamo come la pubblica via, su cui non spunta mai il germoglio d’un granello. “Quelli poi di sopra i sassi, son coloro, ì quali, udita la parola, la ricevono con gioia; ma questi, non avendo radice, credono per poco e al tempo della prova si ritraggono. „ Fate che il seme cada in mezzo ai sassi, cioè in terreno petroso, con pochissimo fondo. Il seme, riscaldato dal sole, mette le prime barbe, spunta dal suolo, comincia a distendere le sue foglioline; ma, poi, riarso dal sole e non potendo ficcare le radici in terreno che lo alimenti, imbianca, intristisce e muore senza dare ombra di frutto. – Eccovi un’immagine della parola di Dio sparsa in certe anime, che l’ascoltano e la ricevono volentieri, ma senza energia, senza saldezza di volontà. La parola di Dio, ossia la verità, non può mettervi radici profonde; queste rimangono a fior di terra, senza umore, e prima di gettare il frutto, la povera pianticella inaridisce e muore. È necessario, o cari, che le verità della fede penetrino ben addentro nel terreno del nostro cuore, vi si abbarbichino fortemente mercé della volontà, che le abbracci, le ami e le faccia proprie: allora potranno soffiare i venti delle tentazioni e il nemico muoverci più aspra battaglia; ma reggeremo saldi alla prova. – “Il seme caduto nelle spine significa coloro che ascoltarono, ma dalle cure, dalle ricchezze e dai piaceri della vita restano soffocati e non portano frutto. „ Avrete rilevato certamente la gradazione della parabola: il primo seme cade lungo la via e non nasce nemmeno; il secondo cade un terreno petroso, nasce, ma muore tosto; il terzo cade in terreno, ma le spine lo soffocano. Non rare volte avrete visto sparso il buon seme in terra ferace: ma appena il buon seme spunta rigoglioso, ecco i cardi, le ortiche, le spine ed altre male erbe germogliare d’ogni parte e coprire e soffocare il buon seme, se la mano dell’agricoltore non le sbarbica prontamente. Le verità divine sono piantate nel nostro cuore mercé dell’istruzione: vi crescono vigorose e ben presto darebbero frutto abbondante; ma le cure delle cose terrene, la fame delle ricchezze, la sete dei piaceri, la febbre dell’ambizione, l’amore sregolato di noi stessi, in una parola, le passioni scomposte ci fanno perdere di vista le verità, non ce ne diamo più pensiero alcuno e rimangono nel nostro cuore come se non ci fossero. Come le male erbe rubano al buon seme il succo vitale e lo fanno miseramente perire, cosi le passioni, le cure mondane, i piaceri sensuali rapiscono all’anima le sue forze e condannano alla infecondità od alla morte il seme celeste della verità. Che fare? Ciò che fa il contadino, che taglia e svelle senza pietà le male erbe: tagliamo e, se è possibile, svelliamo i rei germogli delle nostre passioni, particolarmente dell’avarizia, della gola e della lussuria. “Il seme che cade in terra buona, significa coloro i quali, udita la parola, la conservano in un cuor retto e buono, e danno frutto con la pazienza. „ S. Matteo (XIII, 3, seg.) e S. Marco (IV, 3, seguenti) riferiscono più ampiamente questa parte della parabola e dicono che il seme caduto in buona terra fruttò dove il trenta, dove il sessanta e dove il cento per uno: qui san Luca dice in generale che diede frutto con la pazienza. Notate bene, o dilettissimi, le singole parole del Vangelo, perché non ve n’è una sola inutile. Gesù Cristo parla di coloro che ascoltano la parola di Dio e ricevono le verità, e sono come terra buona rispetto al seme si sparge. Chi sono costoro? Quelli che hanno un cuor retto e buono. Intendete, o fratelli miei? Cuor retto e buono hanno coloro che accorrono ad udire la parola di Dio per amore della verità, col desiderio vivo di abbracciarla e di farne tesoro, attuandola nelle opere; che non secondano una curiosità mondana, che non appuntano il ministro sacro che la annunzia, per alcuni difetti di forma, che guardano più ai modi che alla sostanza: cuor retto e buono hanno coloro che ascoltano docilmente, come gli Apostoli ascoltavano Gesù, e cercano solo di piacere a Lui e fare la sua volontà. Questi danno il frutto copioso, purché (ponete mente a quest’ultima condizione) abbiano pazienza: In patientia. – Il mettere in pratica le verità conosciute, massime in certi casi, è cosa ardua e domanda saldezza di propositi, costanza incrollabile e spirito di sacrificio a tutta prova. Per non venir meno in mezzo alle tante traversie della vita cristiana, non occorre il dirlo, si esige la pazienza: In patientìa; quella pazienza, alla quale sola, dice san Paolo, “è legato il conseguimento delle divine promesse.„

Offertorium

Orémus Ps XVI:5; XVI:6-7

Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi nei tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino. Inclina l’orecchio verso di me, e ascolta le mie parole. Fa risplendere la tua misericordia, tu che salvi chi spera in Te, o Signore.]

Secreta

Oblátum tibi, Dómine, sacrifícium, vivíficet nos semper et múniat.

[Il sacrificio a Te offerto, o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca.]

Communio

Ps XLII:4

Introíbo ad altáre Dei, ad Deum, qui lætíficat juventútem meam. [Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut, quos tuis réficis sacraméntis, tibi étiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, affinché quelli che nutri coi tuoi sacramenti, Ti servano degnamente con una condotta a Te gradita.]