DOMENICA XXII dopo PENTECOSTE

DOMENICA XXII dopo PENTECOSTE

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus
Ps CXXIX:3-4
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël. [Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: O Signore, esaudisci la mia supplica.]
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël. [Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Oratio
Orémus.
Deus, refúgium nostrum et virtus: adésto piis Ecclésiæ tuæ précibus, auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.
[Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta favorevolmente le umili preghiere della tua Chiesa, Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà, e fa che quanto con fede domandiamo, lo conseguiamo nella realtà.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Phil I:6-11
“Fratres: Confídimus in Dómino Jesu, quia, qui cœpit in vobis opus bonum, perfíciet usque in diem Christi Jesu. Sicut est mihi justum hoc sentíre pro ómnibus vobis: eo quod hábeam vos in corde, et in vínculis meis, etin defensióne, et confirmatióne Evangélii, sócios gáudii mei omnes vos esse.
Testis enim mihi est Deus, quómodo cúpiam omnes vos in viscéribus Jesu Christi. Et hoc oro, ut cáritas vestra magis ac magis abúndet in sciéntia et in omni sensu: ut probétis potióra, ut sitis sincéri et sine offénsa in diem Christi, repléti fructu justítiæ per Jesum Christum, in glóriam et laudem Dei”.

OMELIA I

[Mons. Bonomelli: Nuovo saggio di Omelie; vol. IV – Omelia XIX– Torino 1899]

” Ho fiducia che quegli il quale ha cominciato in voi l’opera buona, la compirà fino al giorno di Gesù Cristo. Siccome è giusto ch’io senta di tutti voi, perché io vi ho nel cuore, voi tutti che siete miei compagni nella grazia, così nelle mie catene come nella mia difesa e per la confermazione del Vangelo. Perché Iddio mi è testimonio con quanto affetto io vi ami tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E di questo vi prego, che la vostra carità abbondi di più in più in conoscenza ed in ogni sentimento: affinché discerniate le cose contrarie e siate schietti e senza inciampo per il giorno di Cristo, ripieni per Gesù Cristo del frutto di giustizia a gloria e lode di Dio „ (Ai Filippesi, capo I, vers. 6-11).

É questa la lezione della Epistola della corrente Domenica, che la Chiesa ha pigliato dal primo capo ai Filippesi. L’apostolo S. Paolo scrisse questa lettera da Roma tra il 60 e il 63 dell’era nostra, allorché vi era sostenuto in carcere la prima volta, sotto l’imperatore Nerone, come apparisce chiaramente dalla lettera stessa. Essa è indirizzata ai fedeli di Filippi, celebre città della Macedonia, oggidì miserabile villaggio. Fu in quella città che S. Paolo fondò la prima Chiesa cristiana (Atti Apost, XVI, 9-40) in Europa; Chiesa fiorentisma, che fu sì larga di conforti e di aiuti all’Apostolo prigioniero a Roma. È una delle lettere più affettuose scritte da S. Paolo, e che ci mostra come in lui si accoppiasse mirabilmente alla tempra adamantina dell’ apostolo la tenerezza d’un padre, e, direi quasi, di  una madre.  I versetti che vi ho riportati appartengono al proemio della lettera, e contengono i più lieti auguri spirituali. – Ed ora alla spiegazione. L’Apostolo, fatti, come suole in tutte le sue lettere, i più cordiali saluti ai fedeli, ai sacerdoti e diaconi (S. Paolo comincia tutte le sue lettere coi saluti, e spesso sono abbastanza diffusi. Una sola lettera fa eccezione, quella agli Ebrei. Della quale differenza si danno parecchie ragioni, che si leggono presso gli interpreti. S. Paolo qui saluta prima i fedeli, poi i vescovi e infine i diaconi o ministri. A Filippi v’erano forse molti vescovi? Non pare. Ve ne poteva essere uno, e forse quell’uno, Epafrodito, discepolo dell’Apostolo, era assente. Sembra che a quel tempo il nome di vescovo si desse anche ai semplici preti, e così intesa la cosa, il senso è piano. È bensì vero che questa interpretazione non è accolta da tutti; ma scioglie ogni difficoltà) che erano a Filippi, e assicuratili che serbava di loro tutti affettuosa memoria, dal primo dì ch’ebbero comune il Vangelo fino a quello in cui scrive, continuando gli auguri e le lodi da essi troppo bene meritate, dice: “Nutro fiducia che quegli il quale ha cominciata in voi l’opera buona, la compia fino al giorno di Gesù Cristo … Dopo le congratulazioni fatte ai Filippesi. che riguardano il passato, S. Paolo getta lo sguardo innanzi e sembra domandare a seì stesso: Come sarà per l’avvenire? Abbiamo cominciato felicemente: sta bene: saremo perseveranti nella fede e nella grazia ricevuta? — Risponde tosto: Ho fiducia che sì —. Ma in chi ripone egli la sua fiducia l’Apostolo? Negli uomini? nelle loro volontà sì mobili?, nelle loro forze sì deboli? nella propria vigilanza? Non mai! L’Apostolo la ripone in Dio, dicendo: ” Nutro fiducia che quegli il quale ha cominciata in voi l’opera buona, cioè la vostra conversione, la compirà fino al giorno di Gesù Cristo. „ Evidentemente quegli che ha cominciato è Dio, e Dio condurrà ogni cosa a termine felice. Voi comprendete, o carissimi, che in questa sentenza S. Paolo parla del principio e della fine della nostra santificazione: Cœpit… Perficiet parla del dono sì prezioso della chiamata alla fede, cœpit, e dell’altro non meno prezioso della perseveranza, perfieiet. Su questi due punti capitali che cosa ci insegna la fede e che cosa dobbiamo fermamente tenere? Nessuno ha diritto per sé o può meritare il dono della fede: esso è un dono affatto superiore alla nostra natura ed alle nostre forze, e come l’occhio non può meritare la luce, né l’orecchio l’armonia, così l’uomo non può meritare la fede che è la prima e fondamentale di tutte e grazie. Ma questa grazia prima e fondamentale Iddio, quanto è da sé, l’offre a tutti? Si, perché, per sua bontà, tutti vuol salvi, e non vuole che alcuno perisca; che se molti non la ricevono, non è da chiamarne in colpa Iddio, ma solamente la volontà degli uomini, che non fanno ciò che potrebbero e dovrebbero per riceverla. E quando l’uomo ha ricevuto la fede, la grazia prima, ed è fatto figliuolo adottivo di Dio, per conservare questa grazia e perseverare in essa fino al termine della vita, ha bisogno d’un’altra grazia? Sì: e senza di essa certamente l’uomo non potrebbe perseverare. E questa grazia della perseveranza l’uomo la può rigorosamente meritare? No: ma Iddio, buono com’è, la concede certamente a tutti quelli che corrispondono alla sua grazia, che gliela domandano umilmente e che da sé fanno ciò che possono (Concilio di Trento, Sess. VI  c. 13). Dov’è l’uomo che cominci la fabbrica e non la voglia condurre a fine? dov’è l’uomo che cominci un viaggio e non voglia finirlo? Come dunque Dio, sapientissimo, comincierebbe l’opera della nostra salute e non vorrebbe compirla? Come chiamarci alla fede e alla grazia e poi rifiutarci la perseveranza? No, no; Egli che ha cominciato, compirà l’opera: Qui cœpit in vobis opus bonum, perfidie. – Dilettissimi! Qual conforto! qual consolazione per noi! Iddio pietoso ha chiamato noi, tutti quanti siamo qui raccolti, alla fede: Egli dunque ha cominciato in noi l’opera sua, cioè la nostra santificazione: qual dubbio mai che non voglia altresì compirla? Qui cœpit… perficiet. Ma ricordiamo in pari tempo un’altra verità troppo necessaria, ed è questa : la nostra salvezza eterna dipende principalmente da Dio, dalla sua grazia, che comincia, accompagna e compie, e perciò qui S. Paolo parla soltanto di Dio; ma essa dipende anche da noi in secondo luogo, e se noi veniamo meno dalla nostra parte, torna inutile altresì ciò che Dio fa dal lato suo. Dio, ponetevelo bene nell’animo, non fallirà mai, mai dalla parte sua: il suo concorso non farà mai difetto, ne siamo sicurissimi: quello che può far difetto è il concorso nostro, a talché, se noi ci perderemo, la causa, e causa unica, saremo noi. – “Dio compirà l’opera buona, così S. Paolo, fino al giorno di Gesù Cristo. „ Che giorno è questo? Forse quello della nostra morte, nel quale si decide la nostra sorte eterna e si compie il dono della perseveranza? Indubbiamente sarebbe vero il dire che alla nostra morte si compie la perseveranza; ma, secondo il linguaggio dei Libri santi, il giorno di Dio. o di Gesù Cristo, è il giorno finale, il giorno del gran giudizio, nel quale si conferma la sentenza pronunciata il giorno della morte, e nel quale con un premio o con una pena eterna si suggella la sorte irrevocabile d’ogni uomo. Parve ad alcuni che l’Apostolo, col ricordare la perseveranza legata al giorno del giudizio finale, volesse indicare essere vicinissimo quel gran giorno: ma nulla di più erroneo. L’Apostolo qui ricorda il giorno del giudizio, e noi dice né vicino, né lontano; nella lettera seconda a quei di Tessalonica, li esorta a non smuoversi, né turbarsi, quasi  che quel giorno sia prossimo (capo II): che verrà quando lo si crederà meno, ripetendo presso a poco le stesse parole del Vangelo. Passiamo al versetto seguente. – “ Siccome è giusto ch’io senta di tutti voi, perché vi ho nel cuore, voi tutti che siete miei compagni nella grazia, così nelle mie catene, come nella mia difesa, e per la confermazione del Vangelo. „ S. Paolo aveva sortito un alto ingegno, aveva avuto una istruzione elevata ai piedi di Gamaliele, quale si poteva avere a quei tempi e in quei luoghi [L’istruzione presso gli Ebrei si riduceva pressoché allo studio della Scrittura santa e in particolare del Pentateuco, che racchiude tutta la legge divina, civile, criminale, penale, ceremoniale, ecc. ecc. – Il popolo ebreo era un popolo eminentemente isolato dagli altri, e tale l’aveva formato Mose per impedire, che cadesse nella idolatria. Per esso non vi è altra scienza che quella della sua legge e della sua storia nazionale, che si confondeva con la legge o rivelazione divina, che è la stessa cosa. Di ciò che esisteva fuori della nazione ebraica, arti, scienze, storia, lettere, ecc. ecc. l’ebreo non se ne occupava, anzi l’aveva in sospetto, e quasi in orrore, come una idolatria. Più tardi, dopo la cattività babilonese e più ancora dopo la diffusione della civiltà greca in Oriente, questo orrore degli Ebrei di tutto ciò che era pagano, venne scemando e ne abbiamo una prova al tempo dei Maccabei e nei libri stessi ispirati di quell’epoca, nei quali si vede un cotal riflesso della scienza greca. Era una conseguenza naturale del movimento politico e scientifico di quel tempo e del contatto forzato, che Israele aveva coi popoli vicini e colla civiltà greca e romana. Filone e Giuseppe Ebreo non sarebbero stati possibili due secoli prima. Paolo fu istruito da Gamaliele, e benché la sua istruzione fosse ristretta quasi tutta alla legge mosaica, secondo lo spirito dei farisei, gli intransigenti d’allora, pure ebbe qualche riverbero, qualche sprazzo della scienza e della cultura greca. (Vedi il Cardinal Meignan dove parla dei Maccabei, ecc. ecc.)], ma la sua conoscenza della lingua greca era molto imperfetta, come apparisce dalle lettere e come confessa egli stesso ai Corinti; si sente l’Ebreo che parla greco, e perciò lo stile è rotto, il periodo contorto, la parola e la struttura risentono la lingua ebraica e la difficoltà di rilevarne il senso più volte è grave assai, e ne abbiamo un saggio nel periodo che avete udito. In sostanza l’Apostolo, dopo aver detto che si tiene sicuro della perseveranza dei suoi Filippesi, mercé della grazia di Dio, afferma essere giusto che così pensi e dica, perché li ha in cuore: Eo quod habeam vos in corde. Noi pure spesso diciamo d’una persona, che amiamo vivamente: Io la tengo in cuore, la porto nel cuore, l’ho in cuore, e somiglianti espressioni. Siccome il cuore è lo strumento e la sede dell’amore,, così per esprimere che amiamo una persona, siamo soliti dire: L’ho in cuore. – “Voi persevererete nel Vangelo, così Paolo, lo spero; e mi è dolce sperarlo, perché vi amo: e come non vi amerei, mentre voi siete compagni della mia grazia, e mi siete larghi di aiuti nella mia carcere, nella difesa che sostengo per la professione del Vangelo? „ È da sapere che i buoni Filippesi, udita la prigionia di Paolo in Roma, si erano affrettati a mandargli Epafrodito per confortarlo e per soccorrerlo nei suoi bisogni. Quest’atto di amore e di tenerezza figliale aveva commosso l’Apostolo, ed ecco perché li chiama compagni e partecipi delle sue catene, della difesa e confermazione del Vangelo. L’amore fa sì che tanto le gioie come i dolori siano comuni tra le persone amate, e perciò rende necessario tra loro il soccorso vicendevole, e tutto questo in ragione dell’intensità dell’amore stesso; è questa una verità che non abbisogna di prova. L’amore tra i primi cristiani era grandissimo, tantoché gli stessi gentili, additando i Cristiani e meravigliando, dicevano: Vedete come questi cristiani si amano! — Ecco perché le Chiese di Grecia, come attesta S. Paolo, mandavano soccorso alle Chiese di Palestina travagliate dalla fame: era il primo esempio di scambievole carità che il mondo pagano stupefatto vedeva. Greci che soccorrevano Giudei, dei quali ignoravano la lingua, i paesi, tutto, fuorché la fede e la carità, nella quale si sentivano fratelli! Ecco come popoli, che non si conoscono, che sono divisi da monti, da mari, da interessi, da usi, da leggi, da memorie, in Cristo si stringono tra loro come fratelli, e si aiutano scambievolmente! È il carattere del Cristianesimo: tutti i membri della Chiesa Cattolica, sparsi ai quattro angoli della terra, congiungono le loro menti in una sola fede, congiungono i loro cuori in una sola speranza e nella stessa carità verso Dio e verso il prossimo, e creano quella stupenda solidarietà, che è la sua gloria e la sua forza. Paolo geme nel carcere a Roma; con lui gemono i cristiani di Filippi, di Corinto, di Tessalonica, di Efeso, di Gerusalemme; la Chiesa così forma un solo corpo, un solo cuore, e uno è per tutti e tutti per ciascuno. Questa ammirabile unione e solidarietà, che appariva nella Chiesa ai tempi di Paolo, apparisca anche in oggi: i fedeli stiano congiunti coi loro pastori, i pastori coi loro Vescovi, i Vescovi col Vescovo dei Vescovi : siano un solo corpo, comuni le tribolazioni, comuni i dolori, comuni le vittorie e i trionfi. “Poiché Iddio mi è testimonio con quanto affetto io vi ami tutti nelle viscere di Gesù Cristo. „ Non so dirvi come queste espressioni sì calde d’affetto e che si sentono traboccare dal cuore mi ricerchino tutte le fibre dell’anima e mi commuovano! Mi raffiguro il santo Apostolo, quell’uomo della tempra d’acciaio, nel fondo della sua carcere, pallido, macilente, disfatto dalle veglie, dai digiuni, dai patimenti, curvo sotto il peso degli anni e dei pensieri, carico di catene, col patibolo sotto gli occhi; eppure, dimentico di sé, egli trova espressioni di affetto paterno, e quasi temesse che i suoi cari Filippesi ne dubitassero, invoca Dio a testimonio di ciò che dice: “Dio mi è testimonio con quanto affetto vi ami rutti — Testis enim mihi est Deus, quomodo cupiam omnes vos. „ Egli non distingue tra ricchi e poveri, tra istruiti e non istruiti: sono tutti suoi figli, tutti li abbraccia con lo stesso affetto, come fa un padre con i suoi figli: Omnes vos. E perchè li ama tutti egualmente? Perché non guarda alle loro doti e qualità personali, ma tutti li considera in Gesù Cristo: In visceribus Christi! Ecco la gran legge della vera carità. – Se voi guardate l’uomo come è in se stesso, non rare volte vi sentirete mossi, non ad amarlo, ma sì a respingerlo. Questi è coperto di cenci schifosi, di piaghe fetenti; quello è grossolano, rozzo, ignorante, non capisce nulla, senza cuore; un terzo è pieno di vizi, dedito all’ubriachezza, ozioso, iracondo, petulante, insolente; se noi seguitiamo la natura, come potremo amare questi infelici, ancorché sappiamo che sono fratelli nostri? Noi sentiamo ripugnanza ad avvicinarli, a parlare con loro, a toccarli. Così è; ma se pensiamo a Dio che li ha creati, a Gesù Cristo che li ha amati fino a morire per loro, e darsi loro in cibo; in una parola, se noi li riguardiamo nelle viscere di Gesù Cristo: In visceribus Jesu Christi, cioè li riguardiamo nell’amore di Gesù Cristo, noi non possiamo non amarli; o rinnegare Gesù Cristo, od amarli con Lui e per Lui. Ecco come si spiega 1′ eroismo dei santi e delle anime innamorate di Gesù Cristo, che passano i loro giorni negli ospitali, nei lazzaretti, negli orfanotrofi, nelle case del dolore, nelle missioni in remotissime e barbare contrade, consacrandosi al servizio degli infermi, alla istruzione degli ignoranti, senza nemmeno conoscerli, con la certezza di non trovare in essi nemmeno la gratitudine. Amano nelle viscere di Gesù Cristo: In visceribus Jesu Christì. Guardano solo a Gesù Cristo, e da Lui solo attendono la loro mercede. Ed è cosa consolante e che prova lo spirito della Chiesa essere sempre lo stesso, il vedere ai giorni nostri i cattolici d’Europa che soccorrono le Chiese d’Oriente, le Missioni della Cina, gli orfanotrofi aperti in Africa, le scuole cristiane fondate in mezzo agli infedeli. Nella Chiesa cattolica spariscono i confini delle nazioni e non apparisce che la grande famiglia dei figli di Dio. “Vi amo in Gesù Cristo, o Filippesi, esclama l’Apostolo, e perché vi amo, vi desidero, vi prego ogni bene. „ E qual bene nell’ardore della tua carità domandi tu, o Paolo, ai tuoi figli? ” Che la vostra carità sempre più abbondi in conoscenza e in ogni buon sentimento. „ Quale carità? La carità vera, operata verso Dio e verso i fratelli; la carità, che è compimento della legge e la regina di tutte le virtù; la carità, che è congiunta alla scienza, in scientia, col conoscimento della verità e con il discernimento, ossia con la prudenza dell’operare. Giovi, poiché qui cade in acconcio, giovi rettificare qualche idea intorno alla carità, affinché non pigliamo abbaglio. Sembra che alcuni, udendo predicare e magnificare la carità, pensino ch’essa si riduca ad amare e beneficare indistintamente le persone tutte; che la carità per poco non badi alla verità, ed operi ad occhi chiusi. S. Paolo in questo luogo condanna siffatto pregiudizio, scrivendo: “La vostra carità cresca sempre più nella conoscenza e in ogni sentimento — In scientia et in omni sensu. ,, Tutti gli atti della nostra vita, anzi, tutti i pensieri, i desideri e le parole tutte, se siamo uomini, devono essere soggetti alla gran legge della ragione; se siamo Cristiani, alla legge della ragione e della fede: in altri termini, alla gran legge della verità. Essa, ed essa sola, è la guida d’ogni pensiero e d’ogni atto, e quello è bene che è conforme a verità, quello è male che alla verità non è conforme. Immaginare una virtù che non sia frutto della verità, è immaginare un bel colore senza luce, un bell’edificio senza ordine, un bel corpo senza la giusta proporzione delle varie membra. La verità è l’unica base della virtù, e per conseguenza anche della regina di tutte le virtù, che è la carità. Questa deve amare e operare secondo verità, e se esce dalla verità, e, peggio poi, se opera contro la verità, non è virtù, ma vizio. Il perché amare il prossimo, beneficare il prossimo perché vizioso, e col nostro amore e con la nostra beneficenza spingerlo maggiormente al vizio, o in esso raffermarlo: amare il prossimo e addormentarlo nell’errore per non recargli dispiacere, non è carità, ma offesa della carità, è un odiarlo; il medico che per amore dell’infermo gli risparmia la medicina amara, e non taglia il membro cancrenoso; il padre che per amore del figlio non lo corregge e non lo punisce, non amano, ma odiano l’infermo e il figlio. Nessuno ha avuto maggior carità di Gesù Cristo per gli uomini, per i quali diede la sua vita stessa; ma Egli non dissimulò i loro errori, non tacque le loro colpe, smascherò le loro passioni, non dubitò, al bisogno, di ferire anche il loro malinteso amor proprio per giovar loro: ecco la vera carità, la carità figlia della verità, congiunta alla scienza e alla prudenza, come S. Paolo la pregava ai suoi Filippesi: “La vostra carità abbondi sempre più nella conoscenza e in ogni sentimento. „ “Io prego Dio, così l’Apostolo, affinché la vostra carità sempre più abbondi insieme con la scienza e con la prudenza: „ e perché? ” Perché discerniate le cose contrarie, „ ossia “distinguiate le vere e le buone dalle false e cattive, e quelle abbracciate e queste fuggiate. „ È una espressione che troviamo in un’altra lettera di S. Paolo (I. ai Tessal., V, 21), dove scrive: “Mettete ogni cosa alla prova, e tenete ciò che è bene — Omnia probate, et quod bonum est tenete. „ Si accusa la nostra religione di offendere e quasi distruggere i diritti della ragione; voi qui udite S. Paolo esortare i fedeli ad usare la ragione per distinguere il bene dal male, il meglio dal bene, il vero dal falso, ed a regolarsi col conoscimento e con ogni prudenza : Scientia et omni prudentia. Certo codesta prova la si vuol fare alla luce della fede, ma sempre con la ragione, perché questa come quella viene da Dio, e se sono inviolabili i diritti della fede, lo sono pure anche quelli della ragione, e se si offende Dio rigettando la prima, lo si offende anche col non rispettare la seconda,. Noi rispetteremo l’una e l’altra, unendo e armonizzando tra loro il lume della fede e quello della ragione, perché entrambi, come vengono da Dio, così conducono a Dio, fonte di ogni verità. – Camminando dietro sì fida scorta, sarete trovati ” sinceri o schietti, e senza inciampo per il giorno di Cristo, „ cioè netti, puri nella fede e mondi d’ogni macchia nel giorno del giudizio, nel quale apparirà l’opera di ciascuno. In questi pochi versetti due volte l’Apostolo ci riduce alla mente una delle più terribili verità della fede, il giudizio di Dio, e bene a ragione; perché la certezza che verrà giorno nel quale ogni nostro pensiero ed affetto, ogni nostra parola ed opera saranno disvelate agli occhi di tutto il mondo e giudicate da Dio infallibile e inesorabile retributore, ci riempie di un salutare timore e quasi ci costringe a provvedere a noi stessi, a fare noi qui di presente quel giudizio, al quale non potremo sfuggire. “Giudicate voi stessi, così l’Apostolo in un altro luogo, e non sarete giudicati. „ Eccoci all’ultimo versetto: e così sarete “ripieni, per Gesù Cristo, del frutto di giustizia, a gloria e lode di Dio. „ Non basta essere mondi d’ogni macchia, ma fa mestieri essere ricchi del frutto di giustizia, che è quanto dire delle opere giuste e sante, senza delle quali la fede è morta. L’Apostolo ha cura di ricordarci un’altra verità, che per lui si ripete sì spesso, ed è, che sì la fede come le opere della fede, i frutti di giustizia, si debbono sempre ripetere dalla grazia, della quale Gesù Cristo è fonte: Per Jesum Chrìstum. E mentre tutto deriva a noi da Gesù Cristo, tutto poi è anche rivolto a lode e gloria di Dio, termine ultimo di tutte le opere sue e nostre. 

Graduale   
Ps 132:1-2
Ecce, quam bonum et quam jucúndum, habitáre fratres in unum!
[Oh, come è bello, com’è giocondo il convivere di tanti fratelli insieme!]
V. Sicut unguéntum in cápite, quod descéndit in barbam, barbam Aaron. [È come l’unguento versato sul capo, che scende alla barba, la barba di Aronne.]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps 113:11
Qui timent Dóminum sperent in eo: adjútor et protéctor eórum est.
Allelúja. [Quelli che temono il Signore sperino in Lui: Egli è loro protettore e loro rifugio. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII:15-21
In illo témpore: Abeúntes pharisaei consílium iniérunt, ut cáperent Jesum in sermóne. Et mittunt ei discípulos suos cum Herodiánis, dicéntes: Magíster, scimus, quia verax es et viam Dei in veritáte doces, et non est tibi cura de áliquo: non enim réspicis persónam hóminum: dic ergo nobis, quid tibi vidétur, licet censum dare Caesari, an non? Cógnita autem Jesus nequítia eórum, ait: Quid me tentátis, hypócritæ? Osténdite mihi numísma census. At illi obtulérunt ei denárium. Et ait illis Jesus: Cujus est imágo hæc et superscríptio? Dicunt ei: Caesaris. Tunc ait illis: Réddite ergo, quæ sunt Caesaris, Caesari; et, quæ sunt Dei, Deo.
[In quel tempo: Adunatisi, i Farisei tennero consiglio per sorprendere Gesú nel suo parlare. Gli mandarono i loro discepoli con gli Erodiani a dirgli: Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo la verità, e non hai riguardo per alcuno, poiché non guardi alla persona degli uomini: dicci il tuo parere: è lecito o no pagare il tributo a Cesare? Ma Gesú, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un denaro. E Gesú disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Ed allora Gesú: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio.]

OMELIA II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. III -1851-]

(Vangelo sec. S. Matteo XXII, 15-21)

Restituzione.

“Rendete a Cesare ciò ch’è di Cesare, ed a Dio ciò che è di Dio”. E questa la saggia, la divina risposta colla quale Cristo Signore confuse la malizia de’ Farisei. Si presentarono questi innanzi a Lui con meditata idea di perderLo in forza delle sue stesse parole, e così si fecero ad interrogarLo: “Maestro, noi sappiamo quanto siete veritiero, Voi non avete umani rispetti, non siete accettator di persone: diteci dunque: è lecito pagare a Cesare il tributo?” Se Gesù rispondeva di no, urtava gravemente con Cesare; se di sì, tiravasi addosso l’odio dei più zelanti della Sinagoga, che, come popolo sotto l’immediato dominio di Dio, pretendevano non esser soggetti a tributo verso la secolare potestà. Gesù Cristo, che scopre la trama, “Mostratemi, dice, la moneta destinata a tributo”. “Al vederla: “di chi è quest’impronta?” soggiunge. Rispondono: “di Cesare”. “Rendete, adunque, conchiude, quel che è di Cesare a Cesare, e a Dio quel che è di Dio”. –  “Reddite ergo quæ sunt Cæsaris Cæsari, et quæ sunt Dei Deo”. Un’opportuna riflessione è da farsi su queste parole del divin Redentore: perché nel suo rispondere antepone Cesare a Dio? Perché non disse piuttosto; rendete a Dio quel che è di Dio, e a Cesare quel che è di Cesare? Ecco, se mal non mi avviso il perché: Iddio non accetterà giammai l’omaggio che a Lui dobbiamo, se da noi non vengano prima adempiuti i nostri doveri col prossimo. Fra questi doveri i principali sono quel di giustizia, ed un fra questi dei più essenziali è la restituzione dell’altrui roba. Di questa restituzione sono a tenervi ragionamento, e passo senza più a dimostrarvi due impossibilità in questo genere. Impossibilità di salvarsi per chi non restituisce, sarà la prima; impossibilità ordinariamente parlando di restituire, sarà la seconda. La prima è assoluta, la seconda è morale. Uditemi attentamente.

I. Che sia assolutamente impossibile il salvarsi per chi non restituisce la roba altrui è cosa definita nelle divine Scritture. Annovera l’apostolo quei che non entreranno al possesso del Regno dei Cieli, e fra questi i ladri, “neque fures Regnum Dei possidebunt” (1 Cor. VI, 10). Ora un ingiusto ritentore dell’altrui roba è un vero ladro, e per conseguenza è escluso dal Regno dei cieli. – In un sol caso ha eccezione questa saldissima regola; allora quando l’iniquo usurpatore dell’altrui sostanze si trovi in istato di stretta impotenza. Se costui abbia animo disposto e volontà decisa di restituire potendo, e in questa disposizione lo colga la morte, egli si salverà, come appunto si salvò il buon ladro, che nella fiducia in Gesù Crocifisso, e nella contrizione del suo cuore ebbe o espressa, o implicita volontà di risarcire, se avesse potuto, i danni delle sue ruberie. Fuor di questo unico caso, per chi non restituisce non v’è salvezza:Non remittitur peccatum, nisi restituatur ablatum” (S. Agost.). – Ragioniamo per maggior chiarezza su questo proposito. Il suo voler restituire è lo stesso che chiudersi la porta del cielo. Quali sono i mezzi più validi ad entrar in cielo? Scegliamone alcuni dei principali, vale a dire, la preghiera, la limosina, la confessione sacramentale. Or tutti questi mezzi per se stessi efficacissimi son resi inutili da chi far non vuole la debita restituzione. Inutile la preghiera. Servi del Signore, alzate pure le vostre mani in mezzo al Santuario, dice il Re Salmista (Ps. CXXXIII), e sarete benedetti dal Fattore del cielo e della terra. Tutto l’opposto a chi tiene fra le mani la roba d’altri. Con che coraggio, dice a costoro Iddìo sdegnato, stendete a me le vostre mani supplichevoli, e al tempo stesso grondanti di umano sangue? Toglietevi dinanzi al mio cospetto, Io non vi ascolto: “manus enim vestræ sanguine plenae sunt” (Is. I, 15), sangue di vedove spogliate, sangue di assassinati pupilli, sangue di poveri oppressi, sangue d’operai non soddisfatti, sangue di creditori traditi. Se seguiterete a pregarmi con queste mani piene di sangue, ben lontano dall’esaudirvi, non vi degnerò neppure d’uno sguardo: “avertam oculos meos a vobis, non exaudiam”. – Inutile la limosina. Ha tanta virtù e tanta forza la limosina, che giunge a liberarci dalla morte, non dalla temporale morte, ma dalla morte spirituale ed eterna: “elemosyna a morte liberat” (Tob. XII, 9); poiché da questa doppia morte ci preserva, se siam vivi alla grazia, e se siamo morti pel grave peccato è efficace a muovere il cuor di Dio ad accordarci quelle grazie che ci faccian rivivere, che ci conducano a vera penitenza, che ci portino all’eterna vita. Tutto ciò corre assai bene per tutta sorta di peccatori, ma non per quelli che ingiustamente ritengono la roba altrui. “A questi, dice il Signore, onora Iddio con dar in limosina quel che è tuo, ma non già quello che ad altri appartiene”: “Honora Dominum de tua substantia(Prov. III, 9). Quel tanto che dai in limosina non è tuo; dallo a chi tu devi per titolo di rigorosa giustizia. Mi piace la limosina, ma più mi piace l’adempimento del mio dovere. La limosina alcuna volta è atto spontaneo di liberale elezione: la restituzione è sempre atto indispensabile di rigorosa giustizia. – Inutile infine la confessione. O voi, accostandovi al tribunale di Penitenza, manifestate l’obbligo che vi corre di restituire, o no. Se lo tacete, vi aggravate di un enorme sacrilegio; se lo confessate, il sacro ministro non può astenervi, se voi potendo non restituite. Il confessore in questo Sacramento ha la potestà o immediata o delegata d’assolvervi da ogni peccato, da ogni eresia, da ogni scomunica: ha la facoltà di sciogliervi da qualunque voto; così che se aveste a Dio promessa qualunque somma di denaro da distribuirsi ai poveri, o da applicarsi alla Chiesa, egli del tutto può dispensarvi da questo voto, o commutarlo in altra obbligazione; ma trattandosi d’obbligo di restituire, egli ha le mani legate, non può sciogliervi, non può disobbligarvi per alcun modo dalla medesima somma, bisogna restituire. – Dirò di più: Dio, Dio stesso, sebbene abbia di tutte le cose il supremo universale dominio, e possa trasferire da uno in altro il dominio d’ogni cosa, come già usò con gli Ebrei nell’uscir dall’ Egitto; pure di legge ordinaria e secondo la presente provvidenza non può dispensarvi da quella obbligazione, ch’Egli stesso v’impose; perché all’uso della sua padronanza si oppone la sua fedeltà e la veracità delle sue divine parole; onde convien conchiudere: o restituire, o dannarsi.

II. Dall’assoluta impossibilità di salvarsi senza la restituzione, passiamo a vedere l’impossibilità morale di restituire. Per morale impossibilità s’intende una somma difficoltà. A dimostrarvela notiamo una viva espressione del real Salmista. “Alcuni, dice egli (come sono i ladri, gli usurai, i prepotenti) si mangiano viva la povera gente, in guisa che divorano il pane: “Devorant plebem meam sicut escam panis” (Ps. XIII, 4). Il pane, o altro qualunque cibo, dalla mano portato alla bocca, e dalla bocca allo stomaco in forza del natural calore, si cangia in sangue, che si dirama in tutte le parti del corpo. Andate ora a cavar dalle vene quel cibo tramutato in sangue. Non altrimenti la roba tolta per furto o per usura, o posseduta di mala fede, si consuma in uso proprio, si confonde con le proprie sostanze, e passata così come in sangue e sostanza della persona e della famiglia, difficilmente si può estrarre, acciò ritorni alle mani del suo padrone. – Vediamolo in pratica. “So che devo restituire, dice colui, ma non già se restituendo io venga a decader dal mio stato”. Vi rispondono i Teologi: “se al vostro stato presente siete asceso per vie torte, per scale false, per frodi, per ingiustizie, voi siete tenuto a restituire anche col vostro decadimento. Come! siete innalzato sulle altrui rovine, e pretendete star sempre in alto calpestando le stesse rovine? No, no, dovete discender giù, la vostra altezza non è legittima, il vostro stato è affatto simile a quello di un assassino arricchito dell’altrui spoglie, ed è eguale in quello e in voi la necessità di restituire. – Se poi prima dei vostri latrocini eravate in possesso d’uno stato giustamente acquistato, consultate gli stessi Teologi, e vi diranno concordemente che se volete salvarvi conviene restringervi, bisogna con prudente risparmio e con studiosa economia troncare le spese superflue, giuochi, pompe, mode, cacce, conviti, splendidi trattamenti non sono più per voi finché con questa doverosa parsimonia non abbiate saldato i conti, e i debiti che avete col prossimo; poiché i vostri creditori, e tutti i da voi danneggi hanno diritto a tutto ciò che non è necessario al vostro onesto e discreto sostentamento. Ma qui sta appunto la difficoltà in adattarsi ad un restringimento economico per mettere da parte il superfluo al proprio stato, e restituire così il mal tolto, e riparare i cagionati danni. Eppure è indispensabile questa misura per chi si vuol salvare. Fingete che nei giorni del diluvio, quando Noè assegnava nell’arca il suo posto ad ogni specie d’animali, il leone, avvezzo ad aggirarsi per selve e per foreste, avesse rifiutato restringersi in una buca, e l’aquila, solita a spaziare nei vasti seni dell’aria, avesse ricusato racchiudersi in una gabbia, l’uno e l’altra sarebbero periti in quell’acque mortifere. È questa una figura di quel che a voi accadrà non restringendovi nel vostro trattamento, onde il superfluo vi porga un mezzo alla tanto necessaria restituzione. – “Io poi, dice un altro, voglio restituire, ma al presente non posso, restituirò alla prima raccolta”. Viene la raccolta, si toccano danari; ma questi abbisognano per farsi un abito, questi altri per coltivare quel terreno, per far un acquisto vantaggioso, e per cento altri bisogni in famiglia, e si ripete: per ora non posso. E così di tempo in tempo, di anno in anno si differisce, si prolunga or con uno, or con altro pretesto, e col dire restituirò, si palpa la coscienza, si fa tacere il rimorso, o si addormenta per modo che riduce tante anime al punto di morte col carico d’una restituzione non fatta, e per lo più impossibile a farsi. Di due obbligati alla restituzione fanno menzione le divine Scritture. Uno è Zaccheo, l’altro Antioco. Zaccheo pubblicano, visitato dal Salvatore e convertito davvero, dice a Gesù Cristo: “se qualcuno è stato da me defraudato, io restituisco sul momento”, – “si quid aliquem defraudati, reddo quadruplum(Luc. XIX, 8). Non dice, renderò, darò, restituirò, dice “reddo, restituisco subito, quel che dice lo manda ad effetto. Antioco per l’opposto, che aveva rubati i sacri vasi al tempio, promette che li renderà moltiplicati, ma queste promesse se le porta il vento (1 Macc. IX). Non si legge che desse alcun ordine o in voce o in iscritto, che si riparasse quel sacrilego spogliamento: si contentò abbondare di parole e di promesse, ma questa restituzione di lingua non bastò a salvarlo dalle mani dell’Onnipotente, non poté lo scellerato ottenere misericordia dal Signore. L’ottenne Zaccheo usuraio, e l’ottenne in tanta ampiezza, che egli e l’intera sua casa furono da Dio benedetti e salvati. Il perché già l’abbiamo veduto, perché pronto restituì sull’istante: “reddo quadruplum”. Si potrebbe qui domandare: “E perché Zaccheo restituì quattro volte tanto della roba tolta?” Ecco: Zaccheo da molti anni esercitava l’usura. In tanto tempo chi poteva calcolare i danni da lui cagionati a tante persone, a tante famiglie? Il danno primo della roba tolta, e l’ingiusta ritenzione della medesima, porta per l’ordinario dannosissime conseguenze, e perciò Zaccheo ravveduto volle restituire il quadruplo, “reddo guadruplum”. A queste conseguenze pochi fanno riflessione. Riflettete voi, se mai foste nel caso. Nel tempo che ingiustamente tenete roba o danaro del vostro prossimo, egli non può far uso del fatto suo: quel danaro, che sta in vostre mani, si potrebbe metterlo a traffico, potrebbe con quello coltivare la sua terra, ristorare la sua fabbrica, pagar i suoi debiti, comperare il necessario a prezzo più mite; e voi con restituire il puro capitale credete avere pienamente soddisfatto? Inganno, miei cari, inganno! Ma che dico, restituire il puro capitale? Con tanti danni cagionati per vostra colpa vi lusingate appagare la vostra sinderesi, soddisfare il prossimo, placar Dio, con dire e tornare a dire: restituirò. Oh “restituirò” infelice e seduttore, oh restituzione immaginaria, quant’anima porti all’impenitenza finale, all’eterna dannazione! – Deh per carità, fedeli amatissimi, rendete possibile almen per voi questa restituzione, che per gli altri è moralmente impossibile, attese le fallaci scuse, e i mendicati pretesti, coi quali l’uomo tenace studia ingannarsi, e perdersi per un fatale attacco alla roba, e per un più fatale accecamento differire la restituzione ad un incerto futuro. ”Reddite, dunque, se v’è cara la vostra salute, ve ne scongiuro con le parole dell’Apostolo, rendete a ciascuno, e senza dilazione, quel che di giustizia gli dovete”: “Reddite ergo omnibus debita” (Ad Tim. 1, IV,8). “Reddite”, vi ripeto colle parole di Gesù Cristo nell’odierno Vangelo, “Reddite ergo quæ sunt Cæsaris Cæsari, et quæ sunt Dei Deo”.

Credo…

Offertorium
Orémus
Esth XIV:12; 14:13
Recordáre mei, Dómine, omni potentátui dóminans: et da sermónem rectum in os meum, ut pláceant verba mea in conspéctu príncipis.
[Ricòrdati di me, o Signore, Tu che dòmini ogni potestà: e metti sulle mie labbra un linguaggio retto, affinché le mie parole siano gradite al cospetto del príncipe.]

Secreta
Da, miséricors Deus: ut hæc salutáris oblátio et a própriis nos reátibus indesinénter expédiat, et ab ómnibus tueátur advérsis. [offriamo, o Signore, i doni della nostra devozione: Ti siano graditi in onore di tutti i Santi e tornino a noi salutari per tua misericordia. ]

Communio
Ps XVI:6
Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína aurem tuam et exáudi verba mea.
[Ho gridato verso di Te, a ché Tu mi esaudisca, o Dio: porgi il tuo orecchio ed esaudisci le mie parole. ]

Postcommunio
Orémus.
Súmpsimus, Dómine, sacri dona mystérii, humíliter deprecántes: ut, quæ in tui commemoratiónem nos fácere præcepísti, in nostræ profíciant infirmitátis auxílium: [Ricevuti, o Signore, i doni di questo sacro mistero, umilmente Ti supplichiamo: affinché ciò che comandasti di compiere in memoria di Te, torni di aiuto alla nostra debolezza.]

AMORE DEL PROSSIMO

Amore del prossimo.

[G. Bertetti: I tesori di San Tommaso d’Aquino – SEI ed. Torino, 1918]

1. Amore che dobbiamo avere per tutti gli uomini del mondo, indistintamente. — 2. Amore che dobbiamo avere per alcuni uomini in particolare. — 3. Amore verso i nemici. — 4. Amore verso i peccatori. — 5. Eroismi d’amore (De perfect. Vitæ spirit., c. 13 e t 14; — De cantate, art. 7, 8, 9; — Sent., 3, dist. 28, art. 4; dist. 29, art. 6; dist. 30, art. 1-4; — S. Th, 2 a 2ae, q. 25, art. 6; q. 26, art. 11; — in Matth., 9).

1. Amore che dobbiamo avere per tutti gli uomini del mondo, indistintamente. — Essendo Dio il bene universale esistente sopra di noi, la perfezione dell’amore verso Dio richiede che tutto il cuor dell’uomo in qualche modo si volga a Dio, perciò la misura dell’amore verso Dio s’esprime convenientemente con queste parole: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ». Invece il nostro prossimo non è un bene universale esistente sopra di noi, ma un bene particolare costituito sotto di noi: e perciò non ci si determina la misura d’amare il prossimo con tutto il cuore, sebbene d’amarlo come noi stessi. Il nostro amore per il prossimo deve avere tre qualità: vuol essere vero, giusto, santo.

Amor vero. — Amare una persona per l’utilità che a noi possa derivarne non è un amarla come noi stessi: perché amiamo naturalmente noi stessi per davvero volendo il bene a noi stessi. Così dobbiamo amare il prossimo, desiderando il suo bene, la sua utilità, il suo diletto: e non desiderando da lui il nostro vantaggio e il nostro diletto. Chi cerca dal prossimo il bene utile o dilettevole, non ama il prossimo, come non ama precisamente se stesso, ma ama l’utile e il diletto: s’ama il prossimo nella stessa guisa che amiamo il cavallo e il vino, a cui non desideriamo il bene che desideriamo a noi stessi; ma piuttosto desideriamo di far nostro ciò che di buono essi hanno. Amar il prossimo come noi stessi vuol dire adunque amarlo di quel vero amore che si trova nella carità cristiana: poiché la carità procede « da un cuor puro, da una buona coscienza, da fede non simulata » (la Tim., 1, 5); l a carità «non cerca il proprio interesse», ma il bene di quegli che ama.

Amor retto. — Se amiamo il prossimo come noi stessi, gli desidereremo i beni nello stesso ordine onde li dobbiamo a noi desiderare: anzitutto i beni spirituali, poi i beni corporali, finalmente i beni esteriori. Desiderare al prossimo beni esteriori contro la salute del corpo, o beni del corpo contro la salute dell’anima, non è un amarlo come noi stessi.

Amor santo. — Santo è l’amore che s’ordina verso Dio, come sommo principe di tutti gli uomini, come fonte di beatitudine, come legislatore di tutta la giustizia. E poiché ciascun uomo deve considerarsi come una parte della comunità per cui tutti gli uomini convengono nel fine della beatitudine; e poiché il bene comune di questa grande comunità è Dio stesso in cui consiste la beatitudine di tutti: secondo la retta ragione e l’istinto di natura ciascuno ordina se stesso in Dio, come la parte s’ordina al bene del suo tutto. Questo si compie mediante la carità, per cui l’uomo ama se stesso per amor di Dio. Quando adunque amiamo il prossimo per amor di Dio, lo amiamo come noi stessi, e di qui l’amore diviene santo; « e questo comandamento ci è stato dato da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello» (la IOANN., 4, 21) . Vero, retto, santo dev’esser il nostro amore per il prossimo. Ma l’amore non si nutre solo d’affetto: vuole anche l’effetto; l’amore vuol essere efficace e operoso. Nessuno si contenta d’amare se stesso augurandosi che gli vengano tutti i beni e che se ne stiano lontani tutti i mali: ma ognuno si studia con tutte le forze di procacciarsi i beni e di tener lontani da sé i mali. Ebbene, noi ameremo il prossimo come noi stessi, se non solo con l’affetto gli desidereremo il bene e l’allontanamento del male, ma all’affetto faremo seguire l’effetto con l’efficacia delle opere. Perciò sta scritto: « Figliolini miei, non amiamo in parole e con la lingua, ma con l’opera e con verità » (la JOANN., 3, 18).

2. Amore che dobbiamo avere per alcuni uomini in particolare.

— Il precetto della carità non ci obbliga ad amare in atto e in modo speciale qualsiasi prossimo e a fargli del bene in modo speciale. A nessuno basterebbero le forze per pensare a tutti gli uomini e ad amarli tutti in atto e in modo speciale; a nessuno basterebbero le forze per far del bene e render servizi a tutti in particolare. La carità non ci obbliga né a uno speciale affetto di cuore né a uno speciale effetto d’opere verso chi non è congiunto a noi da qualche vincolo speciale, salvo quando lo vedessimo in necessità d’essere soccorso e non potesse aver soccorso da altri. Siam però tenuti da quell’affetto e da quell’effetto di carità, che ci porta ad amar tutti e a pregar per tutti, siam tenuti a non escludere neppur uno di coloro che non hanno con noi alcun vincolo speciale, come quei che sono nell’India o nell’Etiopia. Siam poi tenuti ad amare e a beneficare in modo speciale chi ci è unito per qualche ragione speciale d’amore. Essendo tutti i beni dell’uomo ordinati alla beatitudine eterna come a ultimo fine, l’amor di carità comprende sotto di sé tutte le affezioni umane, salvo quelle che si fondano sul peccato, il quale non può essere ordinato alla beatitudine eterna. In tal modo la carità ci comanda atti particolari di queste affezioni lecite e oneste: e quanto più profonde saranno queste affezioni, tanto più sensibili saranno gli effetti della carità. « Non potendo tu giovare a tutti, devi provvedere principalmente a quelli che, per ragione di luogo, di tempo o di qualsiasi altra cosa, ti sono per avventura più strettamente congiunti; ed è per te una fortuna che ci sia qualcuno a te più intimamente legato nelle cose temporali, per far cadere su di esso la scelta nelle tue opere di carità » ( S. AGOSTINO, De doctr. christ., 1, 28). Per altro, la carità inclina l’animo nostro in proporzione della necessità che abbiamo di tendere in Dio, come a nostro ultimo fine. A tale scopo ci è anzitutto necessario l’aiuto di Dio; poi la nostra cooperazione; in terzo luogo, la cooperazione del prossimo; infine, solo a mo’ di strumento, il nostro corpo e ciò ch’è necessario al nostro corpo. Perciò il nostro affetto sarà dalla carità inclinato in guisa da farci amare anzitutto e principalmente Dio, poscia noi stessi, in terzo luogo il prossimo, e fra i prossimi chi ci è più congiunto e che da natura è più atto ad aiutarci nella consecuzione del nostro fine. – Dunque secondo l’affetto e secondo l’effetto la carità vuole che sopra gli altri amiamo i nostri congiunti: « che se uno non ha cura dei suoi e massimamente di quei della sua casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore d’un infedele » (1a Tim., V, 8). Dobbiamo amare noi stessi più degli altri; dunque quanto più uno è vicino a noi, tanto più dobbiamo amarlo. E in questo ci conformiamo a Dio, perché amiamo quelli che son più uniti a noi, come anche Dio ama di più quelli che son più uniti a lui.

3. Amore verso i nemici. — Dio è l’oggetto proprio e per se stesso della carità; e tutto ciò che s’ama di carità, s’ama perché è cosa di Dio: come quando amiamo un uomo, amiamo per conseguenza anche coloro che gli appartengono, fossero pure nostri nemici. Ora tutti gli uomini appartengono a Dio, perché tutti furono da lui creati e tutti son capaci di quella beatitudine che consiste nel godimento di Dio. In tutti gli uomini adunque si rinviene questa ragione d’amore. Due cose pertanto noi troviamo in chi ha per noi qualche inimicizia: una, la ragione dell’amore, ossia quello che s’appartiene a Dio; l’altra la ragione dell’odio, ossia quello che è contrario a noi. In qualunque uomo noi troveremo questa duplice ragione d’amore e d’odio, è evidente che, se noi tralasceremo l’amore e ci appiglieremo all’odio, la ragione dell’odio prepondererà nel nostro cuore sulla ragione d’amore, l’inimicizia prepondererà sull’amore divino; e noi più di quanto amiamo Dio odieremo l’amicizia del nostro nemico, e tanto più odieremo questa amicizia quanto più ameremo il bene che c’è stato sottratto dal nostro nemico. Chiunque pertanto odia il nemico, ama qualche bene creato più di quanto ami Dio: il che è contrario alla carità. Dunque contrario alla carità è odiare il nemico. Dunque se dalla carità siamo obbligati a far preponderare in noi l’amor di Dio sull’amore di qualsiasi altra cosa, ne segue che da necessità di precetto siamo tenuti ad amare i nostri nemici. – Ma poiché la carità non ci obbliga ad amare i n modo speciale quei che non sono a noi uniti con vincoli speciali, e poiché coi nemici più nessun altro vincolo ci tiene avvinti, fuorché quello della carità, l’obbligo è soltanto di amarli, e con l’affetto e con l’effetto, in modo comune. Perciò, quanto all’affetto, noi dobbiamo desiderare ai nemici i beni eterni; ma non siamo obbligati ad augurar loro beni temporali. Anzi, richiedendo l’ordine di carità che amiamo noi stessi più degli altri, i congiunti più degli estranei, gli amici più dei nemici, il bene comune di molti più che il bene privato d’un solo, noi possiamo, senza offender la carità, augurar qualche male temporale ad alcuno, e godere se questo male gli accade; non in quanto è male toccato a costui, ma in quanto un tal male serve a impedire il male d’altri che siamo tenuti maggiormente ad amare, oppure il male della comunità o della Chiesa. – Quanto all’effetto siamo tenuti a cooperare anche coi nemici, come con qualsiasi altro uomo, in quelle cose che riguardano la vita eterna, secondo che il tempo, il luogo, il modo lo richiedono; siamo tenuti a non escluderli dalle nostre preghiere, senz’essere però obbligati a farne speciale menzione, come non siamo obbligati a farla neppure per gli amici. Così pure non siamo obbligati a cooperare coi nemici nei beni temporali, salvo il caso di necessità imminente: non dobbiamo però far loro del male, se non in quanto serva a impedire un male maggiore o a promuovere un bene maggiore.

4. Amore verso i peccatori. — Il peccato è contrario a Dio, ed è ostacolo alla beatitudine eterna. Perciò, secondo il peccato con cui essi fanno contro a Dio, son da odiarsi tutti i peccatori, anche il padre, la madre, i congiunti, (Luc., 14, 26). « Ho odiato gl’iniqui» (Ps. CXVIII, 113), diceva Davide, e lo diceva con perfetta carità. Odiava gl’iniqui come iniqui; ne odiava l’iniquità, ch’è il loro male. Questo è l’« odio perfetto », di cui dice lo stesso Davide: « gli odiai con odio perfetto » (Ps. CXVIII, 22). S’appartiene al medesimo ordine di cose, e ha la medesima ragione d’esserci, l’odiare il male d’alcuno e l’amare il suo bene. Appartiene alla carità e l’amore perfetto e l’odio perfetto. Ma se dobbiamo odiare nei peccatori il peccato, dobbiamo in pari tempo amare in essi la natura umana, per cui son fatti a immagine di Dio e son capaci di beatitudine eterna. Soltanto i demoni e i dannati dell’inferno non hanno più la possibilità di pervenire alla beatitudine eterna; una tal possibilità ce l’hanno tutt’i peccatori fin quando sono in vita. E quantunque sia proprio dell’amicizia il godere dei medesimi diletti, non perciò si deve sciogliere subito l’amicizia per chi da buono è diventato cattivo, fin quando c’è speranza di rinsavimento; anzi bisogna porgergli per il riacquisto della virtù maggior soccorso di quel che gli si porgerebbe per il riacquisto del denaro perduto. Amiamo i peccatori, non già volendo ciò ch’essi vogliono o godendo di ciò ond’essi godono; ma facendo in modo ch’essi vogliano ciò che noi vogliamo e godano di ciò onde noi godiamo. Aver però famigliarità coi peccatori allo scopo di convertirli, è cosa lodevole soltanto per gli uomini perfetti, di cui non c’è a temer pericolo di perversione: così il Signore, medico superiore a ogni pericolo di contagio, usava mangiare e bere coi pubblicani e coi peccatori. È cosa invece da evitarsi per gli uomini deboli nella virtù: a cagione appunto del pericolo prossimo di rovina spirituale in cui verrebbero a trovarsi. Quando poi certi peccatori cadono nell’estremo della malizia e diventano insanabili, allora bisogna troncar con essi ogni famigliarità. In questo ci dà esempio la legge divina e umana, le quali condannano a morte quei peccatori, da cui si presume piuttosto l’altrui danno che la loro emendazione. E il giudice li colpisce, non per odio contro di essi, ma per quell’amore di carità che ci fa anteporre il bene pubblico alla vita d’una singola persona. Tuttavia la morte inflitta dal giudice giova al peccatore, se si converte, a fargli espiare la colpa; e se non si converte, a fargli mettere almeno il colmo alle sue iniquità, togliendogli la possibilità di commettere altre colpe. – S’eviti pure la compagnia di quei peccatori pieni di superbia e di disprezzo, che dicono col loro contegno: « Alla larga da me, che non m’imbratti » (ISA., 65, 5). Talora, lo scansar i peccatori ci è suggerito dalla stessa loro utilità, affinché si vergognino e si convertano, come scrisse l’Apostolo: « Lo dico per farvi arrossire» ( l a Cor., VI, 5). Sempre poi e da tutti si deve fuggire la compagnia dei peccatori, quando fosse compagnia di peccato: « Uscite di mezzo ad essi, e separatevene (dice il Signore) e non toccate l’immondo » (2 a Cor., VI, 17).

5. Eroismi d’amore. — Fin qui abbiamo considerato ciò che la carità richiede da tutti per la perfezione dell’amore: vediamo ora ciò che oltrepassa nell’affetto e nell’effetto la comune perfezione, e cade non più sotto il comandamento, ma sotto il consiglio. Quanto all’affetto, la perfezione eroica si distingue dalla perfezione odinaria della carità:

Nell’estensione. — Quanto più s’estende a molti l’amore, tanto più è perfetto. Ebbene l’amore h a nell’estensione tre gradi: Il primo grado consiste nell’amar quelli che ci fecero benefìzi o che sono con noi uniti con qualche vincolo di naturale o di civile parentela; e di questo grado, determinato da legge d’amicizia, dice il Signore: « Se amerete quelli che vi amano, che premio avrete voi? non fanno forse altrettanto anche i pubblicani? E se saluterete solo i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? non fanno forse altrettanto i gentili? » (MATTH., V, 46, 47). – Il secondo grado estende l’affetto anche agli estranei, purché in essi non si rinvenga qualcosa di contrario a noi; e questo grado d’amore è determinato da legge di natura, perché, essendo tutti gli uomini della medesima natura, ogni uomo è naturalmente amico degli altri uomini; e noi naturalmente rimettiamo sul retto cammino chi ha sbagliato strada, solleviamo chi è caduto, e usiamo, anche verso sconosciuti, consimili altri servigi. Ma, poiché l’uomo ama naturalmente se stesso più di qualsiasi altro e naturalmente aborre ciò che s’oppone al suo amor proprio, ne deriva che l’amore speciale dei nemici sfugge ai limiti della natura. – Il terzo grado d’amore s’estende appunto anche ai nemici, secondo le parole del Redentore: « Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano » (MATTH., V, 44), e a dimostrare che qui si tratta di perfezione d’amore, conchiude: « Siate dunque perfetti, com’è perfetto il  ch’è nei cieli» (ib., 45). E che ciò sia oltre la perfezione comune l’afferma sant’Agostino: « Queste son cose proprie dei figli perfetti di Dio; a queste cose ogni fedele deve certamente aspirare, a questo affetto deve ciascun fedele trascinar l’animo suo pregando Dio e lottando contro se stesso. Tuttavia un bene sì grande, d’amare i nemici, non è dato a una moltitudine così grande come quella che c’immaginiamo sia esaudita, allorché preghiamo: « Perdona a noi i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori » (Enchir., 73). Non escludere il nemico dall’amore dovuto a tutti e non conservare in cuore alcun che di contrario a quest’amore generale, è cosa di precetto: ma che il nostro cuore si porti con atti positivi ad amare il nemico, anche fuor del caso di necessità, è cosa di perfezione, che solo può derivare dal divino amore. Poiché, mentre nelle altre affezioni noi siamo spinti ad amare da qualche altro bene, come da benefizi ricevuti, da comunanza di sangue e di patria, nient’altro che Dio solo ci può spingere ad amare i nemici, come creature di Dio fatte a sua immagine e somiglianza, capaci di beatitudine eterna.

2 ° Nell’intensità. — Quanto più intensamente si ama, tanto più facilmente si disprezza il resto per amor della persona amata. Da ciò che l’uomo disprezza per amor del prossimo, possiamo scorgere se vi sia la perfezione dell’amore e assegnare a questa perfezione tre gradi. Primo grado: disprezzare per amor del prossimo i beni esteriori, facendoli servire alle altrui necessità nei casi particolari (la Cor., XIII, 3 ) o spogliandocene del tutto ed erogandoli ai poveri (Cant., VIII, 7). Quest’è il consiglio dato dal Signore al giovane dell’Evangelo: « Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo: vieni e seguimi » (MATTH., XIX, 21). Così pure è perfezione il non ricusare di soffrir danno nei beni esteriori per amor di Dio e del prossimo (Hebr., X, 34; Prov., XII, 26). Si scostano da questo grado di perfezione coloro che non si curano di sovvenire con le loro sostanze alle necessità del prossimo; di qui il rimprovero mosso dall’Apostolo della carità: « Chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello nella necessità, e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai avrà ancora la carità di Dio?» (1a JOAN., 3, 17).  Secondo grado: esporre ai travagli il corpo per amor del prossimo, secondo l’esempio dell’Apostolo: « Non mangiammo a ufo il pane di veruno, ma con fatica e stento, lavorando giorno e notte, per non essere d’aggravio ad alcuno di voi » (2a Thess., III, 8). Così è perfezione il non ricusare di soffrir tribolazioni e persecuzioni per amor del prossimo (2a Cor., I, 6; 2a Tim., II, 9). Si scostano da questo grado di perfezione coloro che non sono disposti a rinunziare aver una comodità e a incontrare qualche incomodo per amor del prossimo (AMOS, VI , 4-6; EZECH, XIII, 5). Terzo grado: dare la vita per i nostri fratelli: « da questo abbiam conosciuto la carità di Dio, perché egli ha posto la sua vita per noi: e noi pure dobbiamo porre la vita pei fratelli » (la JOANN., III, 16). Quest’è l’estremo limite dell’amore: « nessuno ha carità più grande della carità di chi dà la sua vita per i suoi amici » (JOAN., 15, 13). Quanto all’affetto della carità, s’osservi che quanto più grandi sono i beni spesi per il prossimo, tanto più perfetto sarà l’amore. Anche qui abbiamo tre gradi. – Primo grado: esercitar opere di misericordia corporali. (MATTH. XXV). – Secondo grado: esercitar opere di misericordia spirituali, che però non eccedono l’umana condizione, come istruire gl’ignoranti, consigliare i dubbiosi, correggere gli erranti (JOB, IV, 3). Terzo grado: dispensare al prossimo beni spirituali e divini che eccedono la natura e la ragione, ossia l’insegnamento delle cose divine, guidar le anime a Dio, la comunicazione spirituale dei sacramenti (Gal., III, 5; 1a Thess., XI, 13; 2a Cor., XI, 2-4). Il dispensare beni siffatti è perfezione tutta singolare di fraterno amore, perché essi ci uniscono al nostro ultimo fine, in cui consiste la somma perfezione dell’uomo. Aumenta questa perfezione di fraterno amore, se i beni sovrannaturali si dispensano non solo a una persona o a due, ma a tutto quanto un popolo: perché, anche secondo i filosofi, il bene della moltitudine è più perfetto e più divino che il bene d’un uomo solo (Ephes., IV, 11; la Cor., XIV, 12).