UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI APOSTATI DI TORNO: AD CÆLI REGINAM

Benché questa lettera enciclica di S. S. Pio XII sia stata scritta per istituire la festa di Maria Regina, pure vogliamo proporla in vista della grandiosa festività dell’Assunta in cielo, dogma di fede promulgato dallo stesso Sommo Pontefice. In realtà le due feste sono intimamente collegate e compongono una inscindibile unità devozionale, così evidente tra l’altro nei Misteri Gloriosi del Santo Rosario. È alla Vergine Maria che devono rivolgersi i pochi residui Cattolici attuali, il “piccolo gregge” unito al Santo Padre in esilio, per affrontare questi infausti tempi di apostasia in cui la sinagoga di satana si è rivestita come “angelo di luce” e, tragica parodia della Chiesa di Cristo, Una, Santa, Cattolica ed Apostolica, sta sprofondando una infinità di anime la dove “ci sarà pianto e stridor di denti”. Affidiamoci dunque con gioia, riconoscenza e gratitudine alla Madre nostra e Regina dell’universo, la Quale ci ricorda che proprio in tali circostanze, profetizzate evangelicamente da millenni, il Figlio suo rivolge a noi, come all’epoca ai suoi Apostoli, l’incoraggiamento: “… confidite, ego vici mundum!”, e ci sostiene con la certezza della biblica parola divina: “ … et IPSA conteret caput tuum”. Prepariamoci alla straordinaria Festa della nostra Madre e Regina meditando questa enciclica breve, ma densissima dello spirito mariano del Papa di Fatima!

PIO XII

LETTERA ENCICLICA

AD CÆLI REGINAM

“DIGNITÀ REGALE DELLA SANTA VERGINE MARIA”

Fin dai primi secoli della Chiesa Cattolica il popolo cristiano ha elevato supplici preghiere e inni di lode e di devozione alla Regina del cielo, sia nelle circostanze liete, sia, e molto più, nei periodi di gravi angustie e pericoli; né vennero meno le speranze riposte nella Madre del Re divino, Gesù Cristo, mai s’illanguidì la fede, dalla quale abbiamo imparato che la Vergine Maria, Madre di Dio, presiede all’universo con cuore materno, come è coronata di gloria nella beatitudine celeste. – Ora, dopo le grandi rovine che, anche sotto i Nostri occhi, hanno distrutto fiorenti città, paesi e villaggi; davanti al doloroso spettacolo di tali e tanti mali morali, che si avanzano paurosamente in limacciose ondate, mentre vediamo scalzare le basi stesse della giustizia e trionfare la corruzione, in questo incerto e spaventoso stato di cose, Noi siamo presi da sommo dispiacere e perciò ricorriamo fiduciosi alla Nostra Regina Maria, mettendo ai piedi di Lei, insieme col Nostro, i sentimenti di devozione di tutti i fedeli, che si gloriano del nome di cristiani. – È gradito e utile ricordare che Noi stessi, il 1° novembre dell’anno santo 1950, abbiamo decretato, dinanzi a una grande moltitudine di em.mi cardinali, di venerandi vescovi, di sacerdoti e di cristiani, venuti da ogni parte del mondo, il dogma dell’assunzione della beatissima vergine Maria in cielo, dove, presente in anima e corpo, regna tra i cori degli angeli e dei santi, insieme al suo unigenito Figlio. Inoltre, ricorrendo il centenario della definizione dogmatica fatta dal Nostro predecessore, Pio IX, di imm. mem., sulla Madre di Dio concepita senza alcuna macchia di peccato originale, abbiamo indetto l’anno mariano, nel quale con gran gioia vediamo che non solo in questa alma città – specialmente nella Basilica Liberiana, dove innumerevoli folle continuano a professare apertamente la loro fede e il loro ardente amore alla Madre celeste – ma anche in tutte le parti del mondo la devozione verso la Vergine, Madre di Dio, rifiorisce sempre più; mentre i principali santuari di Maria hanno accolto e accolgono ancora pellegrinaggi imponenti di fedeli devoti. – Tutti poi sanno che Noi, ogni qualvolta Ce n’è stata offerta la possibilità, cioè quando abbiamo potuto rivolgere la parola ai Nostri figli, venuti a trovarci, e quando abbiamo indirizzato messaggi anche ai popoli lontani per mezzo delle onde radiofoniche, non abbiamo cessato di esortare tutti coloro, ai quali abbiamo potuto rivolgerCi, ad amare la nostra benignissima e potentissima Madre di un amore tenero e vivo, come conviene a figli. In proposito, ricordiamo particolarmente il radiomessaggio, che abbiamo indirizzato al popolo portoghese, nell’incoronazione della taumaturga Madonna di Fatima, da Noi stessi chiamato radiomessaggio della «regalità» di Maria. – Pertanto, quasi a coronamento di tutte queste testimonianze della Nostra pietà mariana, cui il popolo cristiano ha risposto con tanta passione, per concludere utilmente e felicemente l’anno mariano che volge al termine e per venire incontro alle insistenti richieste, che Ci sono pervenute da ogni parte, abbiamo stabilito di istituire la festa liturgica della «beata Maria vergine regina». – Non si tratta certo di una nuova verità proposta al popolo cristiano, perché il fondamento e le ragioni della dignità regale di Maria, abbondantemente espresse in ogni età, si trovano nei documenti antichi della chiesa e nei libri della sacra liturgia. – Ora vogliamo richiamarle nella presente enciclica per rinnovare le lodi della nostra Madre celeste e per renderne più viva la devozione nelle anime, con vantaggio spirituale.

I

Il popolo cristiano ha sempre creduto a ragione, anche nei secoli passati, che colei, dalla quale nacque il Figlio dell’Altissimo, che «regnerà eternamente nella casa di Giacobbe» (Lc 1, 32), (sarà) «Principe della pace» (Is 9, 6), «Re dei re e Signore dei signori» (Ap XIX, 16), al di sopra di tutte le altre creature di Dio ricevette singolarissimi privilegi di grazia. Considerando poi gli intimi legami che uniscono la madre al figlio, attribuì facilmente alla Madre di Dio una regale preminenza su tutte le cose. – Si comprende quindi facilmente come già gli antichi scrittori della chiesa, avvalendosi delle parole dell’arcangelo san Gabriele, che predisse il regno eterno del Figlio di Maria (cf. Lc 1, 32-33), e di quelle di Elisabetta, che s’inchinò davanti a lei, chiamandola «madre del mio Signore» (Lc 1, 43), abbiano, denominando Maria «madre del Re» e «madre del Signore», voluto significare che dalla regalità del Figlio dovesse derivare alla Madre una certa elevatezza e preminenza. – Pertanto sant’Efrem, con fervida ispirazione poetica, così fa parlare Maria: «Il cielo mi sorregga con il suo braccio, perché io sono più onorata di esso. Il cielo, infatti, fu soltanto tuo trono, non tua madre. Ora quanto è più da onorarsi e da venerarsi la madre del Re del suo trono!». E altrove così egli prega Maria: «… Vergine augusta e Padrona, Regina, Signora, proteggimi sotto le tue ali, custodiscimi, affinché non esulti contro di me satana, che semina rovine, né trionfi contro di me l’iniquo avversario». – San Gregorio di Nazianzo chiama Maria Madre del Re di tutto l’universo», «Madre vergine, [che] ha partorito il Re di tutto il mondo», mentre Prudenzio ci parla della Madre, che si meraviglia «di aver generato Dio come uomo sì, ma anche come sommo re». – La dignità regale di Maria è poi chiaramente asserita da coloro che la chiamano «Signora», «Dominatrice», «Regina». Secondo un’omelia attribuita a Origene, Elisabetta apostrofa Maria «Madre del mio Signore», e anche: «Tu sei la mia signora». – Lo stesso concetto si può dedurre da un testo di san Girolamo, nel quale espone il suo pensiero circa le varie interpretazioni del nome di Maria: «Si deve sapere che Maria, nella lingua siriaca, significa Signora». – Ugualmente si esprime, dopo di lui, san Pietro Crisologo: «Il nome ebraico Maria si traduce “Domina” in latino: l’angelo dunque la saluta “Signora” perché sia esente da timore servile la Madre del Dominatore; che per volontà del Figlio nasce e si chiama Signora». – Sant’Epifanio, vescovo di Costantinopoli, scrive al sommo pontefice Ormisda, che si deve implorare l’unità della Chiesa «per la grazia della santa e consostanziale Trinità e per l’intercessione della nostra santa Signora, gloriosa Vergine e Madre di Dio, Maria». – Un autore di questo stesso tempo si rivolge con solennità alla beata Vergine seduta alla destra di Dio, invocandone il patrocinio, con queste parole: «Signora dei mortali, santissima Madre di Dio». – Sant’Andrea di Creta attribuisce spesso la dignità regale alla Vergine; ne sono prova i seguenti passi: «(Gesù Cristo) portò in questo giorno come regina del genere umano dalla dimora terrena (ai cieli) la sua Madre sempre Vergine, nel cui seno, pur rimanendo Dio, prese l’umana carne». E altrove: «Regina di tutti gli uomini, perché fedele di fatto al significato del suo nome, eccettuato soltanto Dio, si trova al di sopra di tutte le cose». – San Germano poi così si rivolge all’umile Vergine: «Siedi, o signora: essendo tu regina e più eminente di tutti i re ti spetta sedere nel posto più alto»; e la chiama. «Signora di tutti coloro che abitano la terra». – San Giovanni Damasceno la proclama «Regina, Padrona, Signora» e anche «Signora di tutte le creature»; e un antico scrittore della Chiesa occidentale la chiama «Regina felice», «Regina eterna, presso il Figlio Re», della quale «il bianco capo è ornato di aurea corona». – Sant’Ildefonso di Toledo riassume tutti i titoli di onore in questo saluto: «O mia Signora, o mia Dominatrice: tu sei mia Signora, o Madre del mio Signore… Signora tra le ancelle, Regina tra le sorelle». – I teologi della Chiesa, raccogliendo l’insegnamento di queste e di molte altre testimonianze antiche, hanno chiamato la beatissima Vergine Regina di tutte le cose create, Regina del mondo; signora dell’universo. – I sommi Pastori della Chiesa non mancarono di approvare e incoraggiare la devozione del popolo cristiano verso la celeste Madre e Regina con esortazioni e lodi. Lasciando da parte i documenti dei Papi recenti, ricorderemo che già nel secolo settimo il Nostro predecessore san Martino I, chiamò Maria «Nostra Signora gloriosa, sempre Vergine»; sant’Agatone, nella lettera sinodale, inviata ai Padri del sesto Concilio ecumenico, la chiamò «Nostra Signora, veramente e propriamente Madre di Dio»; e nel secolo VIII, Gregorio II, in una lettera inviata al patriarca san Germano, letta tra le acclamazioni dei Padri del settimo Concilio ecumenico, proclamava Maria «Signora di tutti e vera Madre di Dio» e «Signora di tutti i cristiani». – Ricorderemo parimenti che il Nostro predecessore di immortale memoria Sisto IV, nella lettera apostolica Cum præexcelsa, in cui accenna con favore alla dottrina dell’Immacolata Concezione della beata Vergine, comincia proprio con le parole che dicono Maria «Regina, che sempre vigile intercede presso il Re, che ha generato». Parimenti Benedetto XIV, nella lettera apostolica Gloriosæ Dominæ, chiama Maria «Regina del cielo e della terra», affermando che il sommo Re ha, in qualche modo, affidato a lei il suo proprio impero. – Onde sant’Alfonso, tenendo presente tutta la tradizione dei secoli che lo hanno preceduto, poté scrivere con somma devozione: «Poiché la Vergine Maria fu esaltata ad essere la Madre del Re dei re, con giusta ragione la Chiesa l’onora col titolo di Regina».

II

La sacra liturgia, che è lo specchio fedele dell’insegnamento tramandato dai Padri e affidato al popolo cristiano, ha cantato nel corso dei secoli e canta continuamente sia in Oriente che in Occidente le glorie della celeste Regina. – Fervidi accenti risuonano dall’Oriente: «O Madre di Dio, oggi sei trasferita al cielo sui carri dei Cherubini, i Serafini si onorano di essere ai tuoi ordini, mentre le schiere dei celesti Eserciti si prostrano dinanzi a te». – E ancora: «O giusto, beatissimo (Giuseppe), per la tua origine regale sei stato fra tutti prescelto a essere lo sposo della Regina Immacolata, la quale darà alla luce in modo ineffabile il re Gesù». E inoltre: «Scioglierò un inno alla Madre Regina, alla quale mi rivolgo con gioia, per cantare lietamente le sue glorie. … O Signora, la nostra lingua non ti può celebrare degnamente, perché tu, che hai dato alla luce Cristo, nostro Re, sei stata esaltata al di sopra dei Serafini. … Salve, o Regina del mondo, salve, o Maria, Signora di tutti noi». – Nel «Messale» etiopico si legge: « O Maria, centro di tutto il mondo … tu sei più grande dei Cherubini pluriveggenti e dei Serafini dalle molte ali. … Il cielo e la terra sono ricolmi della santità della tua gloria». – Fa eco la liturgia della Chiesa latina con l’antica e dolcissima preghiera «Salve, Regina», le gioconde antifone «Ave, o Regina dei cieli», «Regina del cielo, rallégrati, alleluia» e altri testi, che si recitano in varie feste della Beata Vergine Maria: «Come Regina stette alla tua destra con un abito dorato, rivestita di vari ornamenti»; «La terra e il popolo cantano la tua potenza, o Regina»; «Oggi la Vergine Maria sale al cielo: godete, perché regna con Cristo in eterno». – A tali canti si devono aggiungere le Litanie lauretane, che richiamano i devoti a invocare ripetutamente Maria Regina; e nel quinto mistero glorioso del santo rosario, la mistica corona della celeste regina, i fedeli contemplano in pia meditazione già da molti secoli, il regno di Maria, che abbraccia il cielo e la terra. – Infine l’arte ispirata ai principi della fede cristiana e perciò fedele interprete della spontanea e schietta devozione popolare, fin dal Concilio di Efeso, è solita rappresentare Maria come Regina e Imperatrice, seduta in trono e ornata delle insegne regali, cinta il capo di corona e circondata dalle schiere degli Angeli e dei Santi, come Colei che domina non soltanto sulle forze della natura, ma anche sui malvagi assalti di satana. L’iconografia, anche per quel che riguarda la dignità regale della Beata Vergine Maria, si è arricchita in ogni secolo di opere di grandissimo valore artistico, arrivando fino a raffigurare il divin Redentore nell’atto di cingere il capo della Madre sua con fulgida corona. – I Pontefici Romani non hanno mancato di favorire questa devozione del popolo, decorando spesso di diadema, con le proprie mani o per mezzo di legati pontifici, le immagini della Vergine Madre di Dio, già distinte per singolare venerazione.

III

Come abbiamo sopra accennato, venerabili fratelli, l’argomento principale, su cui si fonda la dignità regale di Maria, già evidente nei testi della tradizione antica e nella sacra liturgia, è senza alcun dubbio la sua divina maternità. Nelle sacre Scritture infatti, del Figlio, che sarà partorito dalla Vergine, si afferma: «Sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà nella casa di Giacobbe eternamente e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 32-33); e inoltre Maria è proclamata «Madre del Signore» (Lc 1, 43). Ne segue logicamente che ella stessa è Regina, avendo dato la vita a un Figlio; che nel medesimo istante del concepimento, anche come uomo, era Re e Signore di tutte le cose, per l’unione ipostatica della natura umana col Verbo. San Giovanni Damasceno scrive dunque a buon diritto: «È veramente diventata la Signora di tutta la creazione, nel momento in cui divenne Madre del Creatore» e lo stesso arcangelo Gabriele può dirsi il primo araldo della dignità regale di Maria. – Tuttavia la beatissima Vergine si deve proclamare regina non soltanto per la maternità divina, ma anche per la parte singolare che, per volontà di Dio, ebbe nell’opera della nostra salvezza eterna. «Quale pensiero – scrive il Nostro predecessore di felice memoria Pio XI – potremmo avere più dolce e soave di questo, che Cristo è nostro Re non solo per diritto nativo, ma anche per diritto acquisito e cioè per la redenzione? Ripensino tutti gli uomini dimentichi quanto costammo al nostro Salvatore: “Non siete stati redenti con oro o argento, beni corruttibili, … ma col sangue prezioso di Cristo, agnello immacolato e incontaminato” (1 Pt 1;18-19). Non apparteniamo dunque a noi stessi, perché “Cristo a caro prezzo” (1 Cor VI, 20) ci ha comprati». – Ora nel compimento dell’opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo, onde giustamente si canta nella sacra liturgia: «Santa Maria, regina del cielo e signora del mondo, affranta dal dolore, se ne stava in piedi presso la croce del Signore nostro Gesù Cristo». E un piissimo discepolo di sant’Anselmo poteva scrivere nel medioevo: «Come … Dio, creando tutte le cose nella sua potenza, è padre e signore di tutto, così Maria, riparando tutte le cose con i suoi meriti, è la Madre e la Signora di tutto: Dio è signore di tutte le cose, perché le ha costituite nella loro propria natura con il suo comando, e Maria è signora di tutte le cose, riportandole alla loro originale dignità con la grazia che ella meritò». Infatti: «Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra Signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza». – Da queste premesse si può così argomentare: se Maria, nell’opera della salute spirituale, per volontà di Dio, fu associata a Cristo Gesù, principio di salvezza, e in maniera simile a quella con cui Eva fu associata ad Adamo, principio di morte, sicché si può affermare che la nostra redenzione si compì se­condo una certa «ricapitolazione», per cui il genere umano, assoggettato alla morte, per causa di una vergine, si salva anche per mezzo di una Vergine; se inoltre si può dire che questa gloriosissima Signora venne scelta a Madre di Cristo proprio «per essere a lui associata nella redenzione del genere umano» e se realmente «fu lei, che esente da ogni colpa personale o ereditaria, strettissimamente sempre unita al suo Figlio, lo ha offerto sul Golgota all’eterno Padre sacrificando insieme l’amore e i diritti materni, quale nuova Eva, per tutta la posterità di Adamo, macchiata dalla sua caduta miseranda»; se ne potrà legittimamente concludere che, come Cristo, il nuovo Adamo, è nostro Re non solo perché Figlio di Dio, ma anche perché nostro redentore, così, secondo una certa analogia, si può affermare parimenti che la beatissima Vergine è Regina, non solo perché Madre di Dio, ma anche perché quale nuova Eva è stata associata al nuovo Adamo. – È certo che in senso pieno, proprio e assoluto, soltanto Gesù Cristo, Dio e uomo, è Re; tuttavia, anche Maria, sia come Madre di Cristo Dio, sia come socia nell’opera del divin Redentore, e nella lotta con i nemici e nel trionfo ottenuto su tutti, ne partecipa la dignità regale, sia pure in maniera limitata e analogica. Infatti da questa unione con Cristo Re deriva a lei tale splendida sublimità, da superare l’eccellenza di tutte le cose create: da questa stessa unione con Cristo nasce quella regale potenza, per cui Ella può dispensare i tesori del regno del divin Redentore; infine dalla stessa unione con Cristo ha origine l’inesauribile efficacia della sua materna intercessione presso il Figlio e presso il Padre. – Nessun dubbio pertanto che Maria santissima sopravanzi in dignità tutta la creazione e abbia su tutti il primato, dopo il suo Figliuolo. «Tu infine – canta san Sofronio – hai di gran lunga sopravanzato ogni creatura. … Che cosa può esistere di più sublime di tale gioia, o Vergine Madre? Che cosa può esistere di più elevato di tale grazia, che per volontà divina tu sola hai avuto in sorte?». E va ancora più oltre nella lode san Germano: «La tua onorifica dignità ti pone al di sopra di tutta la creazione: la tua sublimità ti fa superiore agli angeli». San Giovanni Damasceno poi giunge a scrivere la seguente espressione: «È infinita la differenza tra i servi di Dio e la sua Madre». – Per aiutarci a comprendere la sublime dignità che la Madre di Dio ha raggiunto al di sopra di tutte le creature, possiamo ripensare che la santissima Vergine, fin dal primo istante del suo concepimento, fu ricolma di tale abbondanza di grazie da superare la grazia di tutti i santi. Onde – come scrisse il Nostro predecessore Pio XI di fel. mem. nella lettera apostolica Ineffabilis Deus – «ha con tanta munificenza arricchito Maria con l’abbondanza di doni celesti, tratti dal tesoro della divinità, di gran lunga al di sopra degli Angeli e di tutti i Santi, che Ella, del tutto immune da ogni macchia di peccato, in tutta la sua bellezza e perfezione, avesse tale pienezza d’innocenza e di santità che non se ne può pensare una più grande al di sotto di Dio e che all’infuori di Dio nessuno riuscirà mai a comprendere». – Inoltre la beata Vergine non ha avuto soltanto il supremo grado, dopo Cristo, dell’eccellenza e della perfezione, ma anche una partecipazione di quell’influsso, con cui il suo Figlio e Redentore nostro giustamente si dice che regna sulla mente e sulla volontà degli uomini. Se infatti il Verbo opera i miracoli e infonde la grazia per mezzo dell’umanità che ha assunto, se si serve dei Sacramenti dei suoi Santi come di strumenti per la salvezza delle anime, perché non può servirsi dell’ufficio e dell’opera della Madre sua Santissima per distribuire a noi i frutti della redenzione? «Con animo veramente materno – così dice lo stesso predecessore Nostro Pio IX di imm. mem. – trattando l’affare della nostra salute Ella è sollecita di tutto il genere umano, essendo costituita dal Signore Regina del cielo e della terra ed esaltata sopra tutti i cori degli Angeli e sopra tutti i gradi dei Santi in cielo, stando alla destra del suo unigenito Figlio; Gesù Cristo, Signore nostro, con le sue materne suppliche impetra efficacissimamente, ottiene quanto chiede, né può rimanere inesaudita». A questo proposito l’altro predecessore Nostro di fel. mem., Leone XIII, dichiarò che alla beata vergine Maria è stato concesso un potere «quasi immenso» nell’elargizione delle grazie; e san Pio X aggiunge che Maria compie questo suo ufficio «come per diritto materno». – Godano dunque tutti i fedeli cristiani di sottomettersi all’impero della Vergine Madre di Dio, la quale, mentre dispone di un potere regale, arde di materno amore. – Però in queste e altre questioni, che riguardano la Beata Vergine, i teologi e i predicatori della divina parola abbiano cura di evitare certe deviazioni per non cadere in un doppio errore; si guardino cioè da opinioni prive di fondamento e che con espressioni esagerate oltrepassano i limiti del vero; e dall’altra parte si guardino pure da un’eccessiva ristrettezza di mente nel considerare quella singolare, sublime, anzi quasi divina dignità della Madre di Dio, che il dottore angelico ci insegna ad attribuirle «per ragione del bene infinito, che è Dio». – Del resto, in questo, come in altri campi della dottrina cristiana, «la norma prossima e universale» è per tutti il magistero vivo della chiesa, che Cristo ha costituito «anche per illustrare e spiegare quelle cose, che nel deposito della fede sono contenute solo oscuramente e quasi implicitamente».

IV

Dai monumenti dell’antichità cristiana, dalle preghiere della liturgia, dall’innata devozione del popolo cristiano, dalle opere d’arte, da ogni parte abbiamo raccolto espressioni e accenti; secondo i quali la Vergine Madre di Dio primeggia per la sua dignità regale; e abbiamo anche mostrato che le ragioni, che la sacra teologia ha dedotto dal tesoro della fede divina, confermano pienamente questa verità. Di tante testimonianze riportate si forma un concerto, la cui eco risuona larghissimamente, per celebrare il sommo fastigio della dignità regale della Madre di Dio e degli uomini, la quale è stata «esaltata ai regni celesti, al di sopra dei cori angelici ». – EssendoCi poi fatta la convinzione dopo mature ponderate riflessioni, che ne verranno grandi vantaggi alla Chiesa se questa verità solidamente dimostrata risplenda più evidente davanti a tutti, quasi lucerna più luminosa sul suo candelabro, con la Nostra Autorità Apostolica, decretiamo e istituiamo la Festa di Maria Regina, da celebrarsi ogni anno in tutto il mondo il giorno 31 maggio. Ordiniamo ugualmente che indetto giorno sia rinnovata la Consacrazione del genere umano al Cuore Immacolato della Beata Vergine Maria. In questo gesto infatti è riposta grande speranza che possa sorgere una nuova era, allietata dalla pace cristiana e dal trionfo della Religione. – Procurino dunque tutti di avvicinarsi ora con maggior fiducia di prima, quanti ricorrono al trono di grazia e di misericordia della Regina e Madre nostra, per chiedere soccorso nelle avversità, luce nelle tenebre, conforto nel dolore e nel pianto, e, ciò che conta più di tutto, si sforzino di liberarsi dalla schiavitù del peccato, per poter presentare un ossequio immutabile, penetrato dalla fragrante devozione di figli, allo scettro regale di sì grande Madre. I suoi templi siano frequentati dalle folle dei fedeli, per celebrarne le feste; la pia corona del Rosario sia nelle mani di tutti per riunire insieme, nelle chiese, nelle case, negli ospedali, nelle carceri, sia i piccoli gruppi, sia le grandi adunanze di fedeli, a cantare le sue glorie. Sia in sommo onore il nome di Maria, più dolce del nettare, più prezioso di qualunque gemma; e nessuno osi pronunciare empie bestemmie, indice di animo corrotto, contro questo nome ornato di tanta maestà e venerando per la grazia materna; e neppure si osi mancare in qualche modo di rispetto ad esso. – Tutti si sforzino di imitare, con vigile e diligente cura, nei propri costumi e nella propria anima, le grandi virtù della Regina celeste e nostra Madre amantissima. Ne deriverà di conseguenza che i cristiani, venerando e imitando sì grande Regina e Madre, si sentano infine veramente fratelli, e, sprezzanti dell’invidia e degli smodati desideri delle ricchezze, promuovano l’amore sociale, rispettino i diritti dei poveri e amino la pace, Nessuno dunque si reputi figlio di Maria, degno di essere accolto sotto la sua potentissima tutela, se sull’esempio di Lei non si dimostrerà mite, giusto e casto, contribuendo con amore alla vera fraternità, non ledendo e nuocendo, ma aiutando e confortando. – In molti paesi della terra vi sono persone ingiustamente perseguitate per la loro professione cristiana e private dei diritti umani e divini della libertà: per allontanare questi mali nulla valgono finora le giustificate richieste e le ripetute proteste. A questi figli innocenti e tormentati rivolga i suoi occhi di misericordia, che con la loro luce portano il sereno allontanando i nembi e le tempeste, la potente Signora delle cose e dei tempi, che sa placare le violenze con il suo piede verginale; e conceda anche a loro di poter presto godere della dovuta libertà per la pratica aperta dei doveri religiosi, sicché servendo la causa dell’evangelo, con opera concorde e con egregie virtù, che nelle asprezze rifulgono ad esempio, giovino anche alla solidità e al progresso della città terrena. – Pensiamo anche che la festa istituita con questa lettera enciclica, affinché tutti più chiaramente riconoscano e con più cura onorino il clemente e materno impero della Madre di Dio, possa contribuire assai a che si conservi, si consolidi e si renda perenne la pace dei popoli, minacciata quasi ogni giorno da avvenimenti pieni di ansietà. Non è ella l’arcobaleno posto sulle nubi verso Dio, come segno di pacifica alleanza? (cf. Gn 9, 13). «Mira l’arcobaleno e benedici colui che l’ha fatto; esso è molto bello nel suo splendore, abbraccia il cielo nel suo cerchio radioso e le mani dell’Altissimo lo hanno teso» (Eccli XLIII, 12-13). Chiunque pertanto onora la Signora dei celesti e dei mortali – e nessuno si creda esente da questo tributo di riconoscenza e di amore – la invochi come Regina potentissima, Mediatrice di pace; rispetti e difenda la pace, che non è ingiustizia impunita né sfrenata licenza, ma è invece concordia bene ordinata sotto il segno e il comando della volontà di Dio: a fomentare e accrescere tale concordia spingono le materne esortazioni e gli ordini di Maria Vergine. – Desiderando moltissimo che la Regina e Madre del popolo cristiano accolga questi Nostri voti e rallegri della sua pace le terre scosse dall’odio, e a noi tutti mostri, dopo questo esilio, Gesù, che sarà la nostra pace e la nostra gioia in eterno, a voi, venerabili fratelli, e ai vostri fedeli, impartiamo di cuore l’Apostolica Benedizione, come auspicio dell’aiuto di Dio onnipotente e in testimonianza del Nostro amore.

Roma, presso San Pietro, nella festività della maternità di Maria Vergine, l’11 ottobre 1954, XVI del Nostro pontificato.

 

DOMENICA X dopo PENTECOSTE

Introitus
Ps LIV:17; 18; 20; 23
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante saecula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]
Ps LIV:2
Exáudi, Deus, oratiónem meam, et ne despéxeris deprecatiónem meam: inténde mihi et exáudi me.
[O Signore, esaudisci la mia preghiera e non disprezzare la mia supplica: ascoltami ed esaudiscimi.]
Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam, ab his, qui appropínquant mihi: et humiliávit eos, qui est ante sæcula et manet in ætérnum: jacta cogitátum tuum in Dómino, et ipse te enútriet. [Quando invocai il Signore, esaudí la mia preghiera, salvandomi da quelli che stavano contro di me: e li umiliò, Egli che è prima di tutti i secoli e sarà in eterno: abbandona al Signore ogni tua cura ed Egli ti nutrirà.]

Oratio

Orémus.
Deus, qui omnipoténtiam tuam parcéndo máxime et miserándo maniféstas: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, ad tua promíssa curréntes, cœléstium bonórum fácias esse consórtes.
[O Dio, che manifesti la tua onnipotenza soprattutto perdonando e compatendo, moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché quanti anelano alle tue promesse, Tu li renda partecipi dei beni celesti.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.
1 Cor XII:2-11
Fratres: Scitis, quóniam, cum gentes essétis, ad simulácra muta prout ducebámini eúntes. Ideo notum vobisfacio, quod nemo in Spíritu Dei loquens, dicit anáthema Jesu. Et nemo potest dícere, Dóminus Jesus, nisi in Spíritu Sancto. Divisiónes vero gratiárum sunt, idem autem Spíritus. Et divisiónes ministratiónum sunt, idem autem Dóminus. Et divisiónes operatiónum sunt, idem vero Deus, qui operátur ómnia in ómnibus. Unicuíque autem datur manifestátio Spíritus ad utilitátem. Alii quidem per Spíritum datur sermo sapiéntiæ álii autem sermo sciéntiæ secúndum eúndem Spíritum: álteri fides in eódem Spíritu: álii grátia sanitátum in uno Spíritu: álii operátio virtútum, álii prophétia, álii discrétio spirítuum, álii génera linguárum, álii interpretátio sermónum. Hæc autem ómnia operátur unus atque idem Spíritus, dívidens síngulis, prout vult.

Omelia I

[Mons. G. Bonomelli, Omelie, vol III – Torino, 1899. Omelia XXI]

« Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli muti, come vi menavano. Perciò vi dico, che nessuno, parlando nello Spirito di Dio, può dire anatema a Gesù; e che nessuno può dire Signore Gesù, se non per lo Spirito Santo. Vi sono poi diversi doni, ma lo Spirito è medesimo: e sono diversi ministeri, ma è lo stesso Signore; e sono diverse operazioni, ma è lo stesso Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno poi è data la manifestazione dello Spirito ad utilità. Perciocché ad uno è data per lo Spirito parola di sapienza, ad altro di scienza, secondo lo Spirito stesso. Ad altro la fede per il medesimo Spirito, ad altri doni di guarigioni nello stesso Spirito. Ad altro l’operare portenti, ad altro profezia, ad altro il discernere gli spiriti, ad altro generi di lingue, ad altro interpretazioni di lingue. Ora tutte queste cose le opera quell’uno e medesimo Spirito, dividendole a ciascuno come vuole „ (I. Cor. XII, 2-11).

Lo scopo della prima lettera di S. Paolo ai Corinti (le sentenze che or ora avete udite spettano a quella lettera) è vario, come apparisce a chi la legge anche solo superficialmente. Si studia di togliere i dissidi, che turbavano la pace di quella Chiesa e vuole, che smesse le pretensioni a sapienza, riconosca nei sacri ministri Colui che li manda. Usando della sua autorità, separa dalla Chiesa l’incestuoso: stabilisce come devono regolarsi, quanto al mangiar le carni offerte agli idoli e dichiara la dottrina di Cristo intorno al matrimonio ed alla verginità, e dà le norme intorno al modo di celebrare la cena e di ricevere la S. Eucaristia. Nella primitiva Chiesa erano assai frequenti i doni straordinari, secondo la promessa di Cristo. L’Apostolo per cessare i pericoli e la confusione, che ne potevano derivare nella Chiesa, ricorda ai fedeli la dottrina cattolica intorno a questi doni e poi traccia le regole pratiche, alle quali si devono attenere nell’uso dei medesimi. Nella lezione, che debbo spiegare, si espone la dottrina cattolica rispetto a tutti i doni celesti, ed essa è ben meritevole di tutta la vostra attenzione. Dio è il Padre dei lumi, dice S. Giacomo, – è la fonte inesauribile di tutti i doni, siano naturali, siano sovrannaturali. I doni di Dio, che appartengono all’ordine sovrannaturale si sogliono partire in due grandi classi: alla prima classe spettano i doni più eccellenti, quelli che per se stessi ci fanno grati a Dio, ci costituiscono suoi amici, anzi suoi figliuoli e partecipi della sua stessa natura; tal è la grazia di Dio santificante. Alla seconda classe di doni sovrannaturali appartengono quelli, che propriamente non ci fanno amici di Dio, ma che ci possono condurre a lui e che si possono trovare e si trovano di fatti anche in uomini peccatori. Così taluno può avere il dono della profezia, di far miracoli e andate dicendo, e vivere in peccato ed anche perdersi. Questi doni sovrannaturali nessuno può meritarli; Iddio li concede a chi vuole secondo i consigli della sua sapienza, e direttamente hanno per fine, non il bene di chi li riceve, ma sì il bene altrui. Così il potere sacerdotale è volto principalmente alla salvezza delle anime e può trovarsi e validamente si esercita anche da chi ne è indegno e vive nel peccato e nello scandalo. S. Paolo nel luogo, che siamo per ispiegare, ragiona dei doni sovrannaturali della seconda classe, a quei tempi molto comuni, perché erano ordinati a diffondere e stabilire la fede e la religione, ch’era in sul suo nascere. – L’Apostolo scrive a ai Corinti, molti dei quali erano stati Gentili, e dopo aver detto loro: – Quanto ai doni spirituali non voglio che ne siate ignari, ,, prosegue e scrive: ” Voi sapete, che, essendo Gentili, andavate agli idoli mutoli, come vi menavano. „ Con destrezza affatto naturale S. Paolo contrappone lo stato presente a quello, in cui poco prima si trovavano quei suoi neofiti allo scopo manifesto di far loro conoscere l’immenso beneficio ricevuto. Non potete dimenticarlo, par che dica l’Apostolo: pochi anni or sono voi eravate idolatri e adoravate statue mute e come pecore vi lasciavate condurre a’ loro piedi. Voi, esseri dotati di ragione e di libera volontà, prestavate il vostro culto ad idoli muti, sordi, senza vita. Quale vergogna per voi caduti sì basso! Ora avete conosciuto Dio, il vero Dio, puro spirito e lui solo adorate, lui, sorgente d’ogni bene e perciò siete capaci di conoscere il pregio eccelso de’ suoi doni e il modo di usarne a vostra santificazione. “Il perché vi significo, continua S. Paolo, che nessuno, parlando nello Spirito di Dio può dire anatema a Gesù. „ Dire anatema significa maledire, bestemmiare, esecrare, ed è forma di parlare ebraica. Volete conoscere chi ha lo Spirito di Dio e possiede la verità – Volete conoscere i veri dottori e distinguerli dai falsi, dagli impostori? Tenete questa regola: Chi sente bene di Gesù Cristo, lo riconosce, lo confessa qual è, nostro Salvatore: chi l’onora e l’ama, costui ha lo Spirito di Dio, è nella verità, e potete sicuramente ascoltarlo e seguirlo. In quei primi principi, erano già sorti non pochi maestri, che insegnavano perverse dottrine: chi diceva ch’era uomo soltanto e non Dio: chi affermava che non aveva corpo vero, ma solo apparente, e perciò solo apparentemente aveva patito ed era morto, e chi altri errori spacciava intorno a Gesù Cristo. Ebbene: chiunque erra intorno a Gesù Cristo e lo bestemmia, sappiatelo bene. non parla nel suo spirito, e fuggitelo. Questo stesso criterio è ripetutamente stabilito quarant’anni dopo da S. Ignazio M. nelle sue magnifiche lettere, che sembrano l’eco di quelle di san Paolo, del quale dovette essere discepolo. Per contrario, “Nessuno può pronunziare Signore Gesù, se non per lo Spirito santo. „ In altri termini: Chi riconosce Gesù per Signore, lo confessa, lo benedice, questi ha lo spirito di lui, e in lui dovete riconoscere un suo sincero discepolo. Una grande verità è qui affermata dall’Apostolo, ed è questa: Nessuno, sia quanto si voglia pieno d’ingegno e di dottrina, senza la grazia divina, senza l’aiuto dello Spirito Santo, può credere e sperare, come si deve,, in Gesù Cristo, e nemmeno invocarlo a salute. Senza gli occhi potreste voi vedere le cose? Senza gli orecchi potreste voi udire? Senza la ragione potreste voi ragionare e senza volontà potreste voi volere? Certo che no, e non occorre dimostrarlo. Similmente senza la grazia di Dio, che illumina la nostra mente ed eccita ed avvalora la nostra volontà, noi non solo non possiamo credere, né sperare, né amare Iddio, ma nemmeno fare il minimo atto od avere il minimo pensiero, che a lui ci guidi e ci renda accettevoli. In una parola: senza l’aiuto della grazia divina non possiamo fare né poco, né molto, in ordine alla nostra salvezza, ma nulla, perfettamente nulla: non possiamo nemmeno pronunciare o invocare, come si deve, il nome di Gesù! “Nemo potest dicere Dominus Jesus nìsì in Spiritu sancto”. Quale argomento di umiliarci dinanzi a Dio e di riconoscere la necessità assoluta della sua grazia e di chiederla con ogni istanza! Tutti i beni, tutte le grazie vengono da Dio, e senza di lui non abbiamo, né possiamo fare cosa alcuna: è verità di fede. “Sono poi diversi i doni, ma lo Spirito è il medesimo. „ I doni, dei quali qui si discorre, sono quelli, che si chiamano gratis dati, per es. i miracoli, le profezie, i doni del sacro ministero e via via: essi sono vari e più innanzi li nomina distintamente, ma la causa o il principio, che li produce è un solo, lo Spirito santo. Quantunque tutti questi doni vengano tutti egualmente dalle tre divine Persone, nondimeno si attribuiscono specialmente allo Spirito santo, perché esso è l’Amore sostanziale del Padre e del Figlio, e questi doni sono un frutto od una conseguenza dell’amore di Dio verso di noi. – “E diversi sono i ministeri, ma è lo stesso Signore. „ La parola ministeri, qui usata, significa i diversi uffici o servigi che sono nella Chiesa, per es. l’ufficio di diacono, di prete, di vescovo; sono diversi, è vero, ma è un solo e medesimo chi li ha istituiti, che è Gesù Cristo, fondatore della Chiesa. – “E diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Dio che opera tutto in tutti. „ Colla parola operazioni S. Paolo indica la potenza, la forza od efficacia, per cui le grazie e i ministeri sacri producono i loro effetti variamente; ma il  principio, da cui derivano, è sempre Dio e più propriamente il Padre, che è il principio senza principio del Figlio e dello Spirito Santo. E Dio opera tutto in tutte le cose: “Operatur omnia in omnibus”. Questa espressione o sentenza, perché non sia torta a cattivo senso, richiede un po’ di spiegazione. – Senza fallo tutte le cose che esistono, tanto nell’ordine naturale, che nel sovrannaturale, tutte muovono da Dio, sono effetto dell’azione divina: Qui operatur omnia. Ma Dio opera o produce anche gli effetti, che derivano dalle cause seconde? Il fuoco brucia, la luce illumina, l’acqua bagna, l’albero germoglia il suo frutto: questi effetti sono essi prodotti da Dio stesso? Certamente il fuoco brucia per sé, e la luce lumina per sé, e l’acqua per sé bagna, e l’albero per sé fruttifica; ma perché poi tutte teste cose producono questi effetti? D’onde traggono le forze per produrli? Essi fanno ciò che fanno, perché tale è la loro natura, né potrebbero fare diversamente da quello che fanno; ma la forza per cui producono gli effetti, che noi vediamo, fondamentalmente la ricevono da Dio solo, che le ha create, tantoché possiamo dire, che è Dio che opera per loro e tutto opera in ciascuna di loro. Onde è verità certissima il dire, che Dio brucia col fuoco, ci illumina colla luce, ci disseta coll’acqua, ci nutre coi frutti degli alberi e ci veste colle lane delle pecore: Deus operatur omnia in omnibus. Tutti i servigi, che noi riceviamo ad ogni istante dalle creature, che ne circondano, li riceviamo veramente da Dio, poiché esse non fanno che ciò che Dio creatore vuole facciano: sono esecutrici fedeli e infallibili delle sue leggi e de’ suoi voleri. – È dunque un linguaggio pieno di verità quello che si ode sì spesso sulle labbra del popolo credente: Dio ci ha dato la pioggia! Dio ci dà il calore del sole! Dio ne ha concesso un raccolto abbondante! Dio ci ha mandata questa siccità! e via dicendo. È dunque un linguaggio pieno di verità e a torto gli uomini della scienza lo biasimano quasi erroneo e contrario alla scienza. Il popolo in tutti i fenomeni naturali vede e riconosce la Causa prima senza negare le cause seconde, e quella li ascrive: gli uomini della scienza non badano alla causa prima e si fermano alle cause seconde. Questi ragionano bene, e ragionerebbero meglio se quando è necessario e conveniente dalle cause seconde risalissero, alla Causa prima, e quelli riconoscendo la prima debbono riconoscere anche le cause seconde o immediate: ma questi meritano compatimento se non le ricordano, perché spesso le ignorano: ma il loro linguaggio è sempre vero e sapiente. Ma vi sono creature, fornite di ragione e libertà, come gli angeli e gli uomini; anch’esse operano secondo la loro natura. Ma come? Sicuramente in modo ben diverso da quello che tengono le creature irragionevoli. Le creature ragionevoli operano liberamente, possono fare e non fare, a questo e a quel modo, e Iddio non le sforza, ma rispetta egli stesso quella libertà, che loro ha data. Ma la forza di fare ciò che fanno, sia bene, sia male, da chi la ricevono? Anch’esse tutte e sempre la ricevono da Dio solo e perciò è giusto il dire, che anche in esse Dio opera tutto in ciascuna: Operatur omnia in omnibus. Non opera, né può operare il male, ch’egli non vuole, né può volere, ma la forza, con cui l’uomo fa il male, anche questa viene da Dio. È vero pertanto che tutto è dono di Dio, in qualunque ordine di cose, e ch’egli opera tutto in ogni cosa. Dio è un solo e nella semplicissima sua unità produce la più sterminata varietà di effetti: diversissimi sono i doni, eppure un solo è lo Spirito, da cui scaturiscono. – S. Cirillo di Gerusalemme spiega la cosa con una similitudine, che non è senza grazia. Uditelo: “Vedete, così il santo in una delle sue mirabili catechesi, vedete l’acqua; essa è una sola e da per tutto la stessa, senza colore proprio; fate che si spanda sopra un prato e lo irrighi; dovunque spuntano fiori per colore e fragranza differentissimi tra loro. Similmente la grazia dello Spirito Santo: essa è una sola in se stessa, eppure variamente partecipata produce vari effetti, ond’è verissima la sentenza dell’Apostolo: Diverse sono le operazioni, ma è lo stesso Iddio, che opera tutto in tutti. „ S. Paolo ora discende ai doni particolari, che Dio concede a vantaggio della Chiesa: “A ciascuno è data la manifestazione dello Spirito a fine di utilità; „ il che vuol dire, che il dono dello Spirito santo, nel quale lo stesso Spirito Santo si fa conoscere, come il sole si manifesta nei suoi raggi, ha per fine proprio il bene della Chiesa. E in vero; ad uno è data la parola di sapienza per lo Spirito Santo: “Alii quidem datur sermo sapientìæ”. Che è quanto dire, lo Spirito Santo ad uno largisce il dono di spiegare i misteri più alti della dottrina evangelica, di gustare e far gustare colla parola le verità più sublimi e farne sentire tutta l’altezza e la profondità, la lunghezza e la larghezza, come altrove scrive lo stesso Apostolo:  “Ad un altro è data la parola della scienza, secondo lo stesso Spirito. „ Noi possiamo conoscere semplicemente le verità, averne la nozione precisa, e possiamo conoscerle, assaporarne la bellezza e la dolcezza e praticarle: questo secondo dicesi dono della sapienza, quel primo, dono della scienza. Non occorre il dire che la sapienza sovrasta alla scienza e ne è, a così dire, il fine. Un teologo o filosofo può conoscere nettamente le verità della fede, spiegarvele e mostrarvele ad evidenza senza praticarle: S. Francesco d’Assisi, che passa le notti intere, meditando quelle parole; ” Mio Dio, voi siete tutto per me, „ si delizia nella contemplazione della verità: egli possiede il dono della sapienza. La scienza è luce, sì, ma luce fredda: la sapienza è luce che spande per tutte le fibre dell’anima il tepore ed il calore della vita, che ci fa amare e praticare la verità. – Seguitiamo l’Apostolo nella sua lunga enumerazione dei doni celesti: ” Ad un altro è data la fede nello stesso Spirito: „ “Alteri fides in eodem Spiritu”. Gesù Cristo un giorno disse agli Apostoli: ” Se voi avete fede, direte a questo monte: Tirati in là e gettati in mare, e il monte ubbidirà. „ E di questa fede, operatrice di miracoli, non della fede ordinaria e comune, teologica che Gesù Cristo ragiona. Questa è un dono singolare, punto necessaria per salvarsi, ma solo per operare miracoli. – “Ad altri sono dati doni di guarigioni nello stesso Spirito. „ Gesù Cristo e gli Apostoli assai volte con una parola, con un cenno, con una preghiera, coll’ombra della loro persona scacciavano le infermità più ostinate e restituivano ai miseri, che n’erano travagliati, la perfetta guarigione. Questo dono speciale di guarire gli infermi era assai comune nella Chiesa dei primi secoli, e qui è ricordato da S. Paolo: ” Ad altro è dato operare prodigi: „ Alii operatio virtutum. Nella sentenza precedente S. Paolo accenna in particolare il dono di risanare gli infermi, qui designa più largamente il dono di far miracoli: Alii operatio virtutum, che è molto più ampio del far guarigioni, giacche comprende qualunque miracolo. ” Ad altri è data la profezia. „ Ve lo dissi altra volta: la parola profezia ha parécchi significati distinti nei Libri santi, e due sono i principali: talora la parola profezia importa conoscimento e annunzio di cose future affatto superiori alle forze umane, e questo è il significato più comune e più proprio: tal altra si usa per significare semplicemente l’annunzio di verità divine, onde profeta e predicatore o apostolo equivalgono. In questo luogo la parola profezia suona precisamente il dono di dichiarare in pubblico le verità della fede, e i sensi della Scrittura santa, in modo piano ed intelligibile. – “Ad altro, continua S. Paolo, è dato il discernere gli spiriti: „ Alii discretio spirituum. Che dono è questo, dilettissimi? Ciò che avviene in fondo al nostro spirito, i pensieri, che si affacciano alla nostra mente, gli affetti e desideri, che spuntano nel nostro cuore, non sono manifesti che a Dio solo: i demoni, anzi gli stessi Angeli, senza una illustrazione particolare di Dio, non possono spingere lo sguardo nei penetrali del nostro spirito e leggervi ciò che vi passa. Possono, come noi uomini e più di noi uomini, perché dotati di acume assai maggiore, possono argomentare i pensieri e gli affetti interni dagli atti esterni ed averne una cognizione congetturale, ma non certa ed assoluta. Conoscere pertanto con sicurezza gli occulti pensieri e leggere nel libro delle coscienze a Dio solo è riservato e a quegli uomini, che Iddio rischiara della sua luce: esso è un dono affatto sovraumano, ed era frequente in quei primordi della Chiesa. “Ad altro, prosegue ancora S. Paolo, è dato di avere generi di lingue: „ Alii genera linguarum. Nessun uomo può parlare una lingua ignota: la è cosa evidente: il perché se una persona favella in una lingua ad essa ignota, è forza arguire che lo fa per virtù divina, che è un dono dall’alto. Ebbene: il dì della Pentecoste avvenne questo miracolo e avvenne pubblicamente per le vie di Gerusalemme, come si narra nel libro degli Atti apostolici. Gli Apostoli annunziavano il Vangelo nella loro lingua nativa e le turbe, che li ascoltavano, benché ignare di quella, li intendevano, onde attonite esclamavano: Come avviene, che noi li intendiamo ciascuno nel nostro linguaggio? Quel fatto ebbe a ripetersi più volte e se n’ebbero prove indubitate nelle predicazioni di S. Francesco Xaverio. Ai tempi apostolici questo miracolo del favellare in una lingua ignota non doveva essere infrequente, perché S. Paolo ne parla qui e in altro luogo più innanzi. Ma se alcuni  parlavano linguaggi stranieri e mostravano in sé la virtù divina, vi erano altri, che li spiegavano, illustrati sempre dallo stesso Spirito, onde S. Paolo soggiunge: “Ad un altro è data l’interpretazione delle lingue: „ Alii interpretatio sermonum. Il parlare improvvisamente una lingua affatto ignota in mezzo all’adunanza dei fedeli mostrava l’azione divina ed era una prova della verità della fede, ma non illuminava le menti, che udivano accenti strani senza afferrarne il senso: stupivano gli uditori, ma nulla apprendevano, e ciò che più importa è che  le menti siano illustrate dalla luce del vero. Ed  ecco che Iddio, aggiungendo miracolo a miracolo, in mezzo all’assemblea dei fedeli, ad un tratto dava a qualcuno il dono di interpretare quelle lingue straniere e ne spiegava i sensi, tantoché i presenti ne ritraevano edificazione. – “Tutte queste cose, conchiude il nostro Apostolo, opera un solo e medesimo Spirito, spartendole a ciascuno come vuole. „ Sono dodici doni diversi, che in questo luogo sono partitamente numerati da S. Paolo: doni che avevano per iscopo diretto di mostrare la divinità della fede, di rassodarla negli animi e propagarla rapidamente, e che per se stessi non erano tali da santificare né quelli che li possedevano, né quelli che n’erano testimoni. Questi doni se nella Chiesa non vennero, né  verranno meno giammai, sono senza fallo assai più rari, perché minore è il bisogno, e a quella prova della divina origine della cristiana religione altre splendidissime sono sottentrate [Quando gli Apostoli cominciarono la predicazione evangelica, i miracoli erano una necessità, e perciò erano frequentissimi: più tardi la stessa propagazione e conservazione della Chiesa divennero un miracolo permanente, e l’adempimento delle profezie a tutti manifesto, può tenere il luogo di tutti i miracoli.]. – Tutti quei doni sì magnifici e sì vari sgorgavano dalla stessa fonte, da Dio, causa suprema d’ogni cosa, da Dio, che li dà a chi vuole, come vuole, quanto vuole e quando vuole perché nessuno può dirgli: Io ho il diritto di averli. L’unica ragione della partecipazione di questi doni è la volontà sovrana del donatore. – Carissimi figliuoli! Iddio dispone ogni cosa in numero, peso e misura, e come non abbonda nelle cose superflue, così non manca nelle necessarie. Gli Apostoli, annunziando il Vangelo, dovevano provarne la verità e la divina origine ai Giudei ed ai Gentili: come potevano ciò fare senza miracoli, che scuotessero quei popoli rozzi, ignoranti, schiavi di superstizioni antichissime? Si trattava di insegnare e far abbracciare una dottrina, che aveva per autore un uomo vissuto poverissimo, morto sulla croce; una dottrina, che imponeva misteri inscrutabili, che muoveva guerra asprissima a tutte le passioni: una dottrina, che veniva proposta da pescatori, da uomini sprezzati, senza cultura, senza autorità. Come far credere e tenere fermissimamente questa dottrina senza l’intervento immediato di Dio, senza la prova irrecusabile dei miracoli? E i miracoli furono fatti, si moltiplicarono sui passi degli Apostoli e dei loro discepoli, miracoli solenni, indubitati, quasi continui, come ne fanno fede gli Atti apostolici e S. Paolo in questa lettera, e la Chiesa fu stabilita. Poiché la Chiesa fu stabilita, la necessità dei miracoli se non cessò al tutto, certamente scemò di molto, ed ecco perché i miracoli nel corso dei secoli furono meno frequenti. A noi per credere la divinità della nostra religione non occorrono nuovi miracoli; basta la cognizione certa di quelli, che accompagnarono la sua comparsa sulla terra: basta il compimento delle profezie, che si avverano sotto i nostri occhi, e la forza delle quali cresce di giorno in giorno; a noi basta la sola vista di questa Chiesa, che inerme e sempre combattuta attraverso i secoli, e sulla via da lei percorsa spande tanta luce di verità, tal serie e tal cumulo di benefici d’ogni maniera da mostrare ad evidenza, essere ella opera, non degli uomini, ma di Dio. – Un’altra osservazione ed ho finito. I miracoli sono fatti visibili, certi, che ci attestano la presenza di Dio: sono la sua voce, che risuona sulla terra, l’opera immediata della sua mano, e perciò grandissimo è in tutti il desiderio di vederli, di toccarli. Per vedere un miracolo che non farebbero i popoli? Basta la sola fama, la sola voce d’un miracolo per agitarli, per far loro intraprendere lunghi viaggi,  per riempirli di gioia o di timore, per imporre loro i maggiori sacrifici. Sì, i miracoli son cose grandi e per esserne testimoni è  bene spesa qualunque fatica; ma io, grida S. Paolo, vi addito cose ancor più grandi, doni senza confronto più eccelsi, che voi potete acquistare: “Æmulaminì charismata melìora et adhuc excellentìorern viam vobis demonstro”. Io suppongo che ciascuno di voi parli per divina virtù tutte le lingue della terra e le intenda: che conosca tutti i segreti dei cuori, che con una parola risani tutte le infermità, che comandi a tutta la natura, che sappia tutti gli avvenimenti dell’avvenire, che richiami a vita novella i morti. Qual potenza! Qual gloria! Qual felicità! Ebbene: io vi dico, che chiunque di voi ha viva la fede in cuore, chiunque possiede la carità, pratica l’umiltà, la mortificazione, l’obbedienza; chiunque in breve è adorno delle virtù proprie del cristiano, è di gran lunga superiore a chi avesse il potere di operare tutti i miracoli più strepitosi. Perché? Perché con questo potere sì glorioso potrebbe miseramente perdere l’anima sua, doveché col possesso della virtù egli è caro a Dio e assicura l’eterna sua salvezza. Una vecchierella pia e virtuosa dinanzi a Dio è più grande del massimo operatore di miracoli, a talché di Giovanni Battista sta scritto, che non fece alcun miracolo, eppure tra i figli di donna non sorse chi fosse maggiore di lui [Questa sentenza evangelica non vuol dire, come taluno parve credere, che il Precursore fosse veramente il più gran santo che sia stato sulla terra: essa significa soltanto che Giovanni Battista fu il maggiore dei profeti per ragione del suo ufficio.]

Graduale
Ps XVI:8; LXVIII:2
Custódi me, Dómine, ut pupíllam óculi: sub umbra alárum tuárum prótege me.
[Custodiscimi, o Signore, come la pupilla dell’occhio: proteggimi sotto l’ombra delle tue ali.]
V. De vultu tuo judícium meum pródeat: óculi tui vídeant æquitátem. [Venga da Te proclamato il mio diritto: poiché i tuoi occhi vedono l’equità.]

Alleluja
Allelúja, allelúja

 Ps LXIV:2
Te decet hymnus, Deus, in Sion: et tibi redde tu votum in Jerúsalem.
Allelúja. [A Te, o Dio, si addice l’inno in Sion: a Te si sciolga il voto in Gerusalemme. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
R. Gloria tibi, Domine!
Luc XVIII:9-14.
In illo témpore: Dixit Jesus ad quosdam, qui in se confidébant tamquam justi et aspernabántur céteros, parábolam istam: Duo hómines ascendérunt in templum, ut orárent: unus pharisæus, et alter publicánus. Pharisaeus stans, hæc apud se orábat: Deus, grátias ago tibi, quia non sum sicut céteri hóminum: raptóres, injústi, adúlteri: velut étiam hic publicánus. Jejúno bis in sábbato: décimas do ómnium, quæ possídeo. Et publicánus a longe stans nolébat nec óculos ad cœlum leváre: sed percutiébat pectus suum, dicens: Deus, propítius esto mihi peccatóri.Dico vobis: descéndit hic justificátus in domum suam ab illo: quia omnis qui se exáltat, humiliábitur: et qui se humíliat, exaltábitur.”  [In quel tempo: Ad alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri, Gesú disse questa parabola: Due uomini salirono al tempio per pregare: uno era fariseo, l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava cosí entro di sé: Signore, Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, o come anche questo pubblicano. Io digiuno due volte il sabato e dò le decime di tutto quello che posseggo. E il pubblicano, stando lontano, non osava neppure levare lo sguardo in alto, ma si percuoteva il petto, dicendo: O Dio, sii clemente con me peccatore. Orbene, io vi dico che questi ritornò a casa sua giustificato a preferenza dell’altro, poiché chi si esalta verrà umiliato e chi si umilia verrà esalato.]

Omelia II

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

-Opere buone-

Il Fariseo descritto da Gesù Cristo nell’odierno Vangelo si può rassomigliare a quella canna là nel deserto agitata dal vento, di cui lo stesso divin Salvatore ad altro proposito fa menzione. Osservate: una canna è ritta, vuota, infeconda; eppur se la muove un leggero vento, par che applauda a sé stessa col rumorio delle foglie. Mirate se non è questa l’immagine più espressiva del Fariseo superbo. Ritto in piedi innanzi all’altare, vuoto di meriti, sterile di opere buone, fa plauso a sé stesso, e si vanta per uomo singolare e virtuoso; e, Signore, dice, io non sono già come il restante degli uomini, ingiusti, adulteri, rapaci. In ogni settimana io fo due digiuni, pago puntualmente le decime di tutto ciò che possiedo. Un pubblicano per l’opposto in fondo del Tempio, come un albero carico di frutti, che piega i rami, e curva la cima fin sul terreno, sta cogli occhi e col capo chini al suolo, e battendosi il petto, chiede pietà e perdono, e si confessa peccatore. Diversa è la disposizione d’entrambi, diversa la sorte. Il primo accresce la sua malizia e la sua colpa, il secondo se n’esce giustificato dal Tempio. Oh quanti cristiani sono imitatori del Fariseo! E perché stanno lontani da alcuni vivi più enormi, si lusingano d’ottener salute, ancorché tralascino l’opere buone. Quanti cristiani contenti delle foglie d’un apparente virtù sperano conseguir l’eterna mercede! A disingannare costoro passo senza più a dimostrare come una vita senza opere buone equivale ad una vita rea, e come una virtù di esterna apparenza non si distingue dal vizio. Incominciamo.

I. – Molti, che alieni dalle opere della cristiana pietà menano una vita sterile, oziosa, indifferente in tutto ciò che riguarda il bene dell’anima, ed il servizio di Dio, a sedare i rimorsi della propria coscienza, o sedotti da una non sempre scusabile ignoranza, sogliono uscire in queste espressioni: Io non faccio alcun male, non rubo, non bestemmio, non fo torto a persona, e in così dire credono aver fatto il tutto per andar salvi. – Voi dunque dite: “Non faccio alcun male”. E che male, io rispondo, fece quel servo nell’Evangelio? a cui il suo padrone diede un talento da mettere a traffico? Non consumò già quel danaro in crapule, in giuochi, in gozzoviglie, anzi lo custodì gelosamente; ma perché lo tenne ozioso fu condannato e punito. “Io non faccio alcun male”: e che male fecero quelle cinque vergini dall’Evangelo chiamate stolte? Non macchiarono già né in fatti, né in pensieri la loro purezza, eppure perché negligenti a provvedersi di olio per andar incontro al divino sposo, furono escluse per sempre dalle nozze celesti. “Io non faccio alcun male”: e che male fece quella ficaia da Gesù Cristo maledetta? Non aveva già prodotti frutti velenosi o nocivi; eppure perché infruttuosa la maledisse. Fu quella ficaia un immagine della riprovata Sinagoga, ed è altresì una figura d’un anima pigra, trascurata, sterile di buone operazioni, e come tale non può aspettarsi che la divina maledizione. – In effetti Cristo giudice alla fine del mondo non dirà rivolto ai reprobi: lungi da me, bestemmiatori, ladri, sacrileghi, adulteri, fornicatori; perché tutti questi portando scritti in fronte i loro delitti, e il carattere della loro riprovazione, non vi à bisogno di somiglianti invettive. Dirà ad essi bensì, andate, maledetti, al fuoco eterno, perché avete omesse le opere della cristiana carità. Io era affamato nella persona dei miei poverelli, e non mi avete soccorso, era ignudo, e non mi avete coperto, era infermo e non mi siete comparsi davanti. Dunque, quand’anche non si fosse fatto altro male, l’omissione delle opere buone è un motivo più che sufficiente, e giustissimo per meritare condanna di morte eterna. – Due cose, dice il re Profeta, si richiedono per operare la nostra salute, declinar dal male, e praticare il bene: “Diverte a malo, et fac bonum” (Psal. XXXIII, 14). Son questi i due piedi, coi quali si cammina per la strada del paradiso, sono queste le due ali, con le quali si vola al cielo. – Chi si allontana dal male va con un piè solo, e pretende volare con una sol’ala; ma con un sol piede non può far lunga strada, ma con un’ala sola il volo si converte in caduta. Voi vi astenete dal male, questo è tenersi sul negativo; ma per salvarsi non basta una bontà negativa, è necessaria una positiva bontà. Anche una statua à una bontà negativa, perché non fa né può far male alcuno; ma non ha alcun merito, né può aver alcun premio. – Tutti quei cristiani dunque che nulla fanno di positivo bene, si possono rassomigliare, col citato re Profeta, agl’idoli del paganesimo, così da esso descritti; hanno questi falsi Dei, fatti per man degli uomini, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non sentono, hanno lingua e non parlano, hanno mani e non palpano, hanno piedi e non camminano. Tali sono quelli trascurati e neghittosi nel ben operare. Hanno occhi, e non vedono il pericolo a cui gli espone una vita così discorde dalle verità della fede: hanno orecchie, e non ascoltano la parola di Dio, né le voci e i reclami della rea coscienza: hanno lingua, e non pregano, né si confessano interamente: hanno mani, ossia facoltà di travagliare per la loro salvezza, e stanno “tota die otiosi”: hanno piedi finalmente, ma non battono quella strada che conduce al cielo. Or che sarà di quest’idoli, di questi simulacri? Che ne sarà? Incorreranno la divina maledizione al par degl’idoli pagani, come sta scritto nel libro della Sapienza : “Idolum maledictum. . . et qui fecit illud” (Sap. XIV, 18).

II. “Ma noi, parmi d’essere qui interrotto da chi va dicendo, noi ben persuasi, che senza buone opere non si può sperar salute, frequentiamo i Sacramenti e le ecclesiastiche funzioni, facciamo limosine, visitiamo infermi, e tanti altri atti pratichiamo di religione e di cristiane virtù”. Assai mi consola quanto voi asserite. Ma siccome può nascer dubbio se l’opere vostre siano in realtà, o in apparenza virtuose, contentatevi che per puro zelo ed amor delle vostre anime io le chiami ad esame. Voi frequentemente vi confessate e comunicate. Fin qui questi sono verbi, vi dirò col beato Alberto Magno precettore di S. Tommaso l’angelico, “verba, sunt ista”; ma i verbi non bastano per il merito e per la salute; è necessario che ai verbi si aggiungano gli avverbi. Mi spiego: confessarsi, comunicarsi, questi son verbi, confessarsi bene, comunicarsi fruttuosamente, questi sono avverbi. Voi frequentate i Sacramenti, ma frequentate altresì le conversazioni pericolose, ove si parla, si burla, si ride a spese della santa onestà; frequentate i Sacramenti, e frequentate del pari le bettole, i giuochi, i ridotti: accusate le vostre colpe nel tribunale di penitenza, ma ricadete con la stessa facilità nelle medesime colpe: ricevete sulla vostra lingua Gesù sacramentato, ma la vostra lingua è sempre mordace, impura, mormoratrice: accogliete in seno il mansueto Agnello di Dio, ma siete sempre impazienti, iracondi, collerici, se è così, le vostre confessioni, le vostre comunioni sono foglie e non frutti, sono veleno e non medicina. E voi che vantate opere di pietà e di virtù, venite qua. In prima, un atto, per essere virtuoso e meritevole, fa d’uopo indirizzarlo a un buon fine. Se fate limosina per esser veduti e stimati dagli uomini, l’azione per sé ottima e santa, diventa rea, peccaminosa pel fine obliquo di vana ostentazione. Dite altrettanto di qualunque altro atto di virtù. Il fine buono o malvagio, dicono i Teologi con S. Agostino, fa buona o malvagia la vostra azione: “Noveris ex fine a vitiis discernendas esse virtutes”. – In secondo luogo: sia buono, sia retto il vostro fine, se voi non siete in grazia di Dio, le opere vostre tuttoché naturalmente buone, potranno bensì esservi giovevoli a piegar il cuore di Dio, a concedervi grazia di ravvedimento e dì conversione, ma in ordine alla vita eterna sono di nessun valore, sono cadaveri di virtù, sono opere morte. Avete mai veduto nelle grandi città qualche superbo mausoleo innalzato per tomba e per memoria d’illustre personaggio? In mezzo sta locata un’urna marmorea, che racchiude il corpo del rinomato defunto; stanno intorno in atto dolente diverse statue esprimenti le virtù reali o supposte del morto soggetto. Evvi la giustizia che piange, la clemenza che si scopre il volto, la pietà che si asciuga le lacrime, la prudenza che ad una mano appoggia la fronte. Tutte queste sono virtù di marmo, virtù simboliche che fanno onore ad uno scheletro. Per non dissimil guisa, se per alcun grave peccato siete morti alla grazia, le virtù da voi praticate sono, in ordine al merito di vita eterna, simulacri di virtù, vane immagini di un’anima incadaverita. Dunque, fratelli amatissimi, non ci pasciamo di vento, come l’odierno Fariseo, non ci vantiamo di foglie. – È vero che il divin maestro c’inculca a dare, coll’opere buone, esteriore esempio edificante, onde ne sia glorificato il Padre celeste: “Videant opera vestra bona, et glorificent patrem vestrum qui in cœlis est” (Matth. V, 16); ma se agli atti esterni di pietà e di religione ci obbliga il buon esempio, l’intenzione, dice S. Gregorio Magno (Ad Philip. II, 12), l’intenzione occulta del nostro spirito, veduta da Dio solo, dev’essere pura, a Dio diretta, a Dio piacente, e custodita nel segreto del cuore. Purifichiamo pertanto la nostra intenzione nell’operare il bene: non siamo così facili ad approvare noi stessi e la morale nostra condotta. Temendo, tremando, ci esorta S. Paolo, operate la vostra salute: “Cum metu et tremore, vestram salutem operamini”. Semplice, temente Iddio e santo era Giobbe, eppur temeva di tutte l’opere sue “Verebar omnia opera mea” (Job. IX, 21). Non crediamo così agevolmente d’essere giusti o giustificati. Son ripresi nel Vangelo odierno quei che in sé confidando si reputavano giusti: “Qui in se confidebant tamquam justi”. Temiamo, miei cari, sull’incertezza di salvarci, e temiamo sul pericolo di perderci. Ancora uno sguardo al penitente pubblicano: compreso da salutare spavento non ardisce inoltrarsi nel Tempio; ma dietro al Fariseo si tiene in fondo, umiliato, confuso, non osa alzar gli occhi dal pavimento, si confessa peccatore, e come tale implora la divina clemenza, e a colpi sonori si batte il petto: Percutiebat pectus suum”. Tre cose sono da osservarsi a nostra istruzione su questo battersi il petto, sulla scorta di Teofilatto, Eutimio, e S. Agostino. Il moto della mano, il petto percosso, e il suono del colpo. Nel moto della mano son figurate l’opere buone necessarie a praticarsi per chi vuole andar salvo: nel petto percosso il pentimento del cuore per le colpe commesse, e la riparazione delle stesse colla penitenza: finalmente nel suono del colpo il buon esempio che nasce dall’emendazione della vita. – Ecco la norma che dobbiamo seguire per evitare la condanna del Fariseo, per ottenere, come il Pubblicano, il perdono, la grazia giustificante, e la vita eterna, che Dio ci conceda. 

Credo…

Offertorium
Orémus
Ps XXIV:1-3
Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam: neque irrídeant me inimíci mei: étenim univérsi, qui te exspéctant, non confundéntur.
[A Te, o Signore, ho innalzata l’ànima mia: o Dio mio, in Te confido, che io non abbia ad arrossire: che non mi irridano i miei nemici: poiché quanti a Te si affidano non saranno confusi.]

Secreta
Tibi, Dómine, sacrifícia dicáta reddántur: quæ sic ad honórem nóminis tui deferénda tribuísti, ut eadem remédia fíeri nostra præstáres. [A Te, o Signore, siano consacrate queste oblazioni, che in questo modo volesti offerte ad onore del tuo nome, da giovare pure a nostro rimedio.]

Communio
Ps L:21.
Acceptábis sacrificium justítiæ, oblatiónes et holocáusta, super altáre tuum, Dómine. [Gradirai, o Signore, il sacrificio di giustizia, le oblazioni e gli olocausti sopra il tuo altare.]

Postcommunio
Orémus.
Quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, quos divínis reparáre non désinis sacraméntis, tuis non destítuas benígnus auxíliis.
[Ti preghiamo, o Signore Dio nostro: affinché benigno non privi dei tuoi aiuti coloro che non tralasci di rinnovare con divini sacramenti.]

 

 

Nostra Signora di Fatima e la Russia

 

[Attualità di Fatima, Città della Pieve – 1953, impr. ]

Il nostro mondo si è così abituato a giudicare gli eventi temporali in termini di altri eventi, che sta perdendo di vista un altro e più grande sistema di giudizio, cioè l’Eterno, che irrompe nella storia per annullare i valori meschini e triviali dello spazio e del tempo. Poiché da coloro che vivono in un universo bidimensionale, costituito soltanto dalla destra e dalla sinistra, non si può pretendere che conoscano queste manifestazioni celesti, sarà bene ricordare che le due più importanti si verificarono quando il mondo ne aveva più bisogno e quando ne era meno consapevole. Una di queste rivelazioni ebbe luogo nell’anno in cui nacquero le idee che crearono il nostro mondo decristianizzato, l’altra ebbe luogo nell’anno in cui tali idee furono tradotte in pratica. Se c’è un anno cui possiamo fare risalire la nascita del mondo moderno — e dicendo « mondo moderno » intendiamo contrapporlo al mondo cristiano — dovrebbe essere all’incirca l’anno 1858. Proprio in quell’anno John Stuart Mill scrisse l’Essay on Liberty ( « Saggio sulla Libertà » ) in cui la libertà veniva identificata nella licenza e nell’assenza di responsabilità sociale; in quello stesso anno Darwin aveva terminato la sua Origin of the Species ( « Origine della Specie» ) con la quale distoglieva l’uomo dalla visione del fine eterno e lo induceva a guardare indietro, al passato animale. Nell’anno 1858 Karl Marx, fondatore del comunismo, scrisse l’introduzione alla Critica dell’Economia Politica, nella quale glorificava l’economia come base della vita e della cultura. Da questi uomini sono venute le idee che hanno dominato il mondo per quasi un secolo — ossia, che l’uomo ha origine non già divina, bensì animale; che la sua libertà è licenza ed evasione dall’autorità e dalla legge; che, svuotato dello spirito, l’uomo è una parte integrale della materia del cosmo e perciò non ha bisogno della religione. – In quello stesso 1858, anno indubbiamente importante, l’11 febbraio, ai piedi dei Pirenei in Francia, nel piccolo villaggio di Lourdes, la Vergine Benedetta cominciò la prima di 18 apparizioni a una contadinella la cui famiglia si chiamava Soubirous. Costei è ora conosciuta come Santa Bernadette. Quattro anni dopo che la Chiesa aveva definito la dottrina dell’Immacolata Concezione, il cielo si aprì e la Signora, così bella, disse Bernadette, che certamente non poteva essere di questa terra, parlò a Bernadette in questi termini: « Io sono l’Immacolata Concezione ». Nello stesso momento in cui il mondo negava il peccato originale e, senza saperlo, diceva che ogni creatura era concepita immacolatamente, la Nostra Madre Benedetta affermava che tale prerogativa era unicamente Sua : « Io sono l’Immacolata Concezione». Ella non disse: « Io sono stata concepita immacolatamente ». C’era come un’identificazione analoga tra Lei e l’Immacolata Concezione che Dio aveva fatta sul Monte Sinai quando aveva detto: « Io sono Colui che è » . Come l’esistere è proprio di Dio, così l’Immacolata Concezione è propria della Vergine Benedetta. Se solo e unicamente Lei fu concepita immacolatamente, ne segue che chiunque altro è nato in stato di peccato originale; se non c’è peccato originale, allora tutti sono stati concepiti immacolatamente. L’attribuire alla Vergine l’unicità del privilegio contraddiceva a tutte le idee che il mondo decristianizzato cominciava allora a generare. A coloro che credono che l’uomo appartenga esclusivamente alla terra, il cielo oppone che la Madre invita gli uomini a recarsi in pellegrinaggio al suo santuario in testimonianza dello spirito; per rispondere a coloro che riducono l’uomo ad animale, e l’animale a natura, la Bella Signora esorta gli uomini ad elevarsi al di sopra dell’animale alla loro suprema vocazione nel Suo Figlio Divino; a coloro che degenerano la libertà in licenza, l’Eterno riafferma che solo la Divina Verità può donarci la gloriosa libertà dei figli di Dio; quelli che dicono che la religione è l’oppio del popolo, Ella desta dell’oppio della menzogna alla realtà della gloriosa possibilità dell’uomo di diventare un erede del cielo.

COINCIDENZA DI EVENTI

Ma il mondo non ascoltò il richiamo celeste ai valori dello spirito. Le idee pagane del 1858, che l’uomo è un animale, che la libertà è isolamento dalla legge, che la religione è antiumana, varcarono ben presto l a copertina di un libro e le quattro mura di un’aula scolastica per concretarsi infine nella violenza della Prima Guerra Mondiale 1914-1918. Questa guerra fu l’attuazione delle false idee del 1858. Il mondo laico diventò carne da cannone. A considerare un solo anno di quella Guerra Mondiale, l’anno 1917 appare come il più significativo per gli eventi che si verificarono in tre parti del mondo. Il 13 maggio di quell’anno Benedetto XV impose le mani su Monsignor Pacelli, facendone un successore degli Apostoli. Mentre le campane di Roma suonavano l’Angelus di mezzogiorno, la Chiesa riceveva un nuovo vescovo che un giorno, per i remoti disegni della provvidenza, sarebbe asceso al trono di Pietro e avrebbe governato la Chiesa Universale come nostro Santo Padre, col nome di Pio XII. In Russia il 13 maggio 1917, Maria Alexandrowna stava insegnando catechismo in una delle chiese di Mosca. Sui banchi della chiesa stavano davanti a lei 200 fanciulli. Improvvisamente si udì un terribile rumore in direzione della porta principale: entrarono alcuni uomini a cavallo, caricarono fino in fondo alla navata della grande chiesa, rovesciarono la balaustrata della Comunione, distrussero l’altare, ritornarono quindi indietro distruggendo le statue e infine caricarono i fanciulli uccidendone alcuni. Maria Alexandrowna si precipitò urlando fuori dalla chiesa. Fu quella la prima di quelle violenze sporadiche che presagivano l’imminente rivoluzione comunista. Maria Alexandrowna corse da un rivoluzionario che doveva poi diventare famoso, e quando gli gridò: « E’ avvenuta una cosa terribile! Stavo insegnando il catechismo in chiesa quando sono entrati alcuni uomini a cavallo, hanno distrutto la chiesa, hanno travolto i ragazzi e ne hanno ucciso alcuni ». Lenin, il rivoluzionario, rispose : « Lo so li ho mandati io » . – In Portogallo, il 13 maggio 1917, tre fanciulli della Parrocchia di Fatima, Giacinta. Francesco e Lucia erano intenti a sorvegliare il gregge quando la campana della chiesa parrocchiale suonò l’Angelus. I tre pastorelli s’inginocchiarono e, com’era loro costume quotidiano, recitarono insieme il rosario. Quando ebbero terminato, decisero di costruire una « casetta » dove rifugiarsi nei giorni di tempesta. Ma i piccoli architetti furono improvvisamente interrotti da un lampo accecante e guardarono ansiosamente il cielo. – Nessuna nuvola velava la radiosità del sole di mezzogiorno. Impauriti, i fanciulli cominciarono a correre quando, proprio due passi innanzi, in mezzo al fogliame di un alce verdissimo, videro una « bella signora » più splendente del sole. Con un gesto di gentilezza materna la signora disse: « Non abbiate paura, non vi farò del male ». La signora era bellissima: dimostrava dai 15 ai 18 anni di età. La sua veste, bianca come la neve e trattenuta al collo da un cordone d’oro scendeva giù fino ai piedi che erano appena visibili, sfiorando i rami dell’albero. Un velo bianco ricamato d’orò le copriva la testa e le spalle, e ricadeva anche esso fino ai piedi come un manto. Le sue mani erano unite all’altezza del petto in atteggiamento di preghiera; un rosario di lucide perle con una croce d’argento le pendeva dalla mano destra. Il suo volto d’incomparabile bellezza scintillava in un alone brillante come il sole, ma appariva come velato da uno sguardo di leggera tristezza. Lucia fu la prima a parlare: « Donde vieni ? ». – « Vengo dal Cielo », rispose la signora. « Dal Cielo! E perché sei venuta sin qui? » domandò Lucia. – « Son venuta a chiedervi di trovarvi qui il tredicesimo giorno di ogni mese a quest’ora per sei mesi di seguito. Nel mese di ottobre vi dirò chi sono e che cosa voglio ». In quello stesso momento, mentre nell’estremità orientale dell’Europa l’Anticristo si scatenava contro l’idea stessa di Dio e contro la società in uno dei più terribili spargimenti di sangue della storia, nell’estremità occidentale dell’Europa appariva radioso quel grande ed eterno nemico del serpente infernale.

IL SEGRETO DI FATIMA E LA RUSSIA

Delle sei apparizioni della Madre Benedetta a quei fanciulli, la più importante fu l’apparizione del 13 luglio 1917. Bisogna ricordare che quello che era il terzo anno della prima guerra mondiale, a proposito de’la quale Ella disse: « Questa guerra sta per finire. Se la gente farà quello che io ho detto, molte anime si salveranno e troveranno pace ». « Ma » aggiunse, « se l a gente non cessa di offendere Dio, non passerà molto tempo, e precisamente durante il prossimo Pontificato, che un’altra e più terribile guerra avrà inizio » . Infatti fu durante il Pontificato di Pio XI che cominciò la terribile guerra spagnola, preludio alla Seconda Guerra Mondiale. Durante quel periodo i Rossi, nel loro odio per la religione, massacrarono 13 prelati, 14.000 preti e religiosi, e distrussero 22.000 tra chiese e cappelle. La Madre Benedetta diede poi un segno indicatore dell’inizio effettivo della seconda guerra mondiale. « Quando vedrete una notte illuminata da una luce ignota, saprete che quello è il segno che Dio vi dà per avvertirvi che è vicino il castigo del mondo per le sue tante trasgressioni, mediante la guerra, la carestia e la persecuzione della Chiesa e del Santo Padre » . Più tardi, a Lucia venne domandato quando era realmente apparso il segno, ed ella rispose che era stato quella straordinarissima aurora boreale che aveva illuminato una gran parte dell’Europa nella notte sul 26 gennaio 1938. Parlando della guerra a venire, Lucia disse: «Sarà orribile, orribile » . Tutti i castighi di Dio sono condizionali e possono essère evitati con la penitenza. La Madre Benedetta, va rilevato, aveva detto che la seconda guerra mondiale poteva essere evitata, poiché aveva aggiunto : « Per evitarla, chiederò la Consacrazione del mondo al mio Cuore Immacolato, e la Comunione in riparazione il primo sabato di ogni mese. Se le mie richieste saranno esaudite, la Russia si convertirà: ci sarà la pace. Altrimenti la Russia spargerà il terrore in tutto il mondo causando guerre e persecuzioni contro la Chiesa. I buoni soffriranno il martirio, e il Santo Padre avrà molto da soffrire. Molte nazioni saranno distrutte » . Il Vescovo di Fatima non ha creduto opportuno informarci di una parte di quel messaggio. Che conteneva quella parte del messaggio, non lo sappiamo. Evidentemente non doveva contenere buone notizie, e sembra pure che si riferisse ai nostri tempi. In ogni modo, ci è stata detta la conclusione del messaggio, piena di speranza e di letizia: « Ma alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre consacrerà la Russia al Cuore Immacolato, e la Russia sarà convertita e una nuova èra di pace sarà concessa al mondo ». La rivelazione finale ebbe luogo il 13 ottobre, giorno i n cui la Madre Benedetta promise di operare un miracolo in modo che tutti i presenti potessero credere nelle Sue apparizioni. La sera del 12 ottobre tutte le strade di Fatima erano ingombre di veicoli e pellegrini che si recavano al luogo dell’apparizione. Testimone fu una folla di 60.000 persone le quali erano convenute a mezzogiorno del 13 e di cui molte erano miscredenti e irridevano alla religione.

LA DONNA VESTITA DI SOLE E L’ORA DELLE TENEBRE

Qui non ci curiamo di provare l’autenticità dei fenomeni di Fatima, poiché coloro che credono nel regno dello Spirito e nella Madre di Dio sono disposti ad accettarli, e coloro che respingono lo Spirito non li accetteranno mai, a nessuna condizione. Quale significato dobbiamo dare all’apparente caduta del sole attestata dal popolo che si trovava a Fatima in quel giorni di ottobre del 1917? Non abbiamo alcun modo di conoscenza diretta, ma poiché il suo effetto generale fu così sconcertante, possiamo argomentare. Quel fenomeno poteva costituire il presagio del giorno in cui gli uomini avrebbero sottratto al sole una parte dell’energia atomica e l’avrebbero usata non per illuminare il mondo, ma come una bomba da lanciare dal cielo sulle popolazioni inermi. In passato, quando 1a carestia guastava la terra, quando la guerra devastava l’eredità accumulata nel corso dei secoli, quando gli uomini si sbranavano tra loro e grandi campi di concentramento simili a Moloch inghiottivano milioni di esseri, gli uomini potevano pur sempre rivolgere al cielo il loro sguardo di speranza. Se questa terra era crudele, almeno il cielo sarebbe stato benigno. Questo l’apparizione presagiva che adesso per un certi tempo persino il cielo si sarebbe rivolto contro l’uomo e che i suoi fuochi si sarebbero scatenati sugli inermi figli di Dio. Se sia stato o non un preavviso della bomba atomica, non sappiamo: una cosa è certa, e cioè che non era la fine della speranza, poiché i n mezzo a tutte le nuvole c’è pur sempre nei cieli la visione della Signora, come la Luna sotto i Piedi, una corona de stelle intorno alla Testa, ed il Sole sopra. Il Cielo non è contro di noi e non ci distruggerà finché Ella regnerà Signora dei Cieli. – Potrebbe essere tuttavia interessante domandarsi perché Dio Onnipotente nei Suoi provvidenziali rapporti con l’Universo abbia ritenuti opportuno di darci in quel giorno una rivelazione della Sua Madre Benedetta allo scopo di riportarci alla preghiera e alla penitenza. Una ragione che si presenta subito alla mente è questa: poiché il mondo ha perduto Cristo, può darsi che lo riconquisti per mezzo di Maria. Quando, a 12 anni, Nostro Signore Benedetto si perdette, fu la Madre Benedetta a rirovarLo. Ora che Egli è stato nuovamente perduto, può darsi che per mezzo di Maria il mondo riconquisti Cristo suo Salvatore. Un’altra ragione è che la Divina Provvidenza ha affidato a una donna il potere di domare il male. In quell’abominevole giorno in cui il male s’introdusse nel mondo, Dio parlò al serpente nel Giardino dell’Eden e gli disse: « I o metterò inimicizia tra te e la donna, tra il tuo seme e il suo seme: questo ti schiaccerà la testa e tu gli ferirai il tallone » (Gen. III, 15). In altre parole, il male avrà una progenie ed un seme. Anche la bontà avrà una progenie ed un seme. Sarà mediante il potere della donna che il male verrà schiacciato. Noi viviamo adesso in un’ora di male, perché, sebbene la bontà abbia il suo giorno, il male ha la sua ora. Ciò disse chiaramente Nostro Signore Benedetto la notte che Giuda penetrò nell’Orto di Getsemani: « Ma questa è l’ora vostra, e la podestà delle tenebre » (Luca XXII, 53). Tutto ciò che il male può fare in quell’ora è di spengere le luci del mondo; ma può farlo. Se allora noi viviamo in un’ora di male, come possiamo debellare lo spirito di Satana se non con il potere di quella Donna alla quale Dio Onnipotente ha dato il mandato di schiacciare la testa del serpente? Non si ode più la menzogna secondo la quale la Chiesa Cattolica adorerebbe Maria o La porrebbe sullo stesso piano di Dio, o Maria prenderebbe il posto di Dio. Gli uomini stanno invece cominciando a riconoscere la verità della tradizione cristiana, ossia che, come per colpa di Eva il peccato s’introdusse nel mondo, così per opera di una nuova Eva, Maria, la Redenzione dal peccato penetrerà nel mondo. Il Vescovo metodista G. Bromley Oxnam, nel suo Behold thy Mother (« Guarda la Madre Tua »), commentario delle parole di Nostro Signore a Giovanni che stava ai piedi della Croce, scrive: «Lo scopo morale è scritto nella natura delle cose? L’universo fu concepito per i pazzi? Aspettano la condanna i dittatori che si pavoneggiano sul palcoscenico per una breve ora, rifiutandosi di ripetere le rime del Dramma Eterno, negligendo le istruzioni del Divino Direttore? Ci sarà un sipario finale, e udranno essi : « Tu hai pesato nelle bilance ed hai trovato mancanze? ». In una parola, c’è qualcosa in ciò che Gesù volle rivelare, questo qualcosa che è rivelato nella vita di una vera madre? E’ questo qualcosa che abbiamo definito la realizzazione dell’essere nel dono assoluto di sé per gli altri, è questo qualcosa la legge che deve governare?… L a pace attende una revisione fondamentale dei concetti contemporanei di sovranità? Il diritto di proprietà è da connettersi con l’uso che il proprietario fa della proprietà? Ecco dei problemi che rendono perplessi, ma che dobbiamo affrontare se vogliamo avere la pace permanente e che d’altra parte non possiamo affrontare se non nel giusto spirito. « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . L’uomo necessita di una nuova impresa unificatrice, tanto grande da unire tutti gli uomini. La classe sociale, la razza e la nazione sono concetti troppo piccoli. Questa impresa va ricercata nella dottrina cristiana della solidarietà della famiglia umana, nell’ideale di fratellanza? E qual è lo spirito, onde è maggiormente permeata? « E stava là con Lui ai piedi della Croce la Madre Sua… » . Lo spirito che Ella ha rivelato nel servire il Figlio Suo non era altro che lo spirito che Egli capì che bisognava rivelare se Egli voleva essere il Salvatore universale. Ed Ella andò con Lui. Portò un cuore infranto al Calvario, ma in quel cuore infranto rive1a ciò che Egli aveva rivelato nel Suo corpo infranto, ossia lo spirito che deve pur sempre governare il genere umano. Occorre un grande atto di fede per credere, come si è creduto da tanto tempo, che Gesù Cristo diventerà il Sovrano dei re della terra. Prima che Egli regni, gli uomini devono mirare lo spirito incarnato in Lui, ampiamente rivelato nei cuori delle madri di ogni dove. E’ lo spirito che deve governare il genere umano. Quando gli uomini lo sapranno e lo metteranno in pratica, quando intenderanno il vero significato di una madre che sta ai piedi di una croce, allora Egli diventerà il Sovrano dei re della terra. L’essere si realizza nel dono assoluto di sé agli altri, e tutti gli uomini diventano liberi nello spirito e nel1a pratica di questa legge. « E stava là con Lui ai piedi della Croce I Madre Sua » .

LA PREMESSA DELLA PACE INDICATA DA FATIMA

L a rivelazione di Fatima ci fa ricordare che viviamo in un universo morale, che il male ci distrugge, che il bene ci conserva; che i mali principali del mondo non stanno nella politica, nell’economia, ma nei nostri cuori e nelle nostre anime, e che la rigenerazione spirituale è la sola condizione per il miglioramento sociale. La Russia Sovietica non è il solo pericolo per il mondo occidentale; il pericolo è piuttosto la de spiritualizzazione del mondo occidentale cui la Russia ha dato forma e sostanza sociale. La seconda guerra mondiale è avvenuta perché, secondo quanto aveva detto Nostra Signora di Fatima, non c’era emendamento nei cuori e nelle anime degli uomini. Il pericolo di una terza guerra mondiale sta precisamente in questo, e non propriamente nell’Internazionale Comunista. Il mondo occidentale è scandalizzato del sistema sovietico, ma soprattutto perché vede che il proprio ateismo individuale è socializzato e attuato su una scala quasi cosmica. Il grande problema da affrontare non è né l’individualismo né il collettivismo, perché né questo né quello sono di primaria importanza; non è, sul piano economico, tra la libera iniziativa e il socialismo, perché nessuno di questi due sistemi è della massima importanza; la lotta ha invece per oggetto l’anima umana. Questo è un altro modo per dire che la crisi investe la libertà nel senso spirituale della parola. La guerra non acquisterà l’atmosfera del mondo, ma risulterà solo nell’atomizzazione dell’uomo, una realtà di cui la bomba atomica non è che un simbolo. Visto che il male non è interamente esterno, una guerra non potrà eliminarlo. Qualsiasi guerra mondiale non è che la oggettivazione del male che sta nelle singole vite degli uomini. Una guerra macrocosmica è il riflesso della guerra microcosmica che si combatte entro i cuori degli individui. E siccome il Cristiano lo sa meglio di chiunque altro, sua al massimo grado è la responsabilità dell’attuale situazione mondiale. Il mondo è quel che è perché ognuno di noi è quel che è. Il compito proprio del Cristiano è di discernere nelle due guerre mondiali avvenute nello spazio di 21 anni il giudizio di Dio sul nostro modo di vivere. Finché il Cristiano riterrà di non poter prendere che due direzioni, « Destra » o « Sinistra », non solo non porterà alcun contributo al mondo, ma renderà il mondo ancora peggiore, in quanto non intenderà che oltre al piano orizzontale della vita c’è anche quello vertica1e che porta a Dio e dove si trovano le due direzioni più importanti: quella « verso l’interno » e quella « verso l’alto » . Non trovando capri espiatori, siano essi i partiti politici o il comunismo, potremo sfuggire alla responsabilità di portare, come Cristo nell’Orto di Getsemani, il fardello della colpa del mondo. La rivelazione di Fatima ammonì i Cristiani che il cosiddetto problema della Russia è il problema dei Cristiani: che mediante la preghiera, la penitenza e la riparazione, e non mediante la guerra, l’abuso e la aggressione, la Russia potrà riunirsi alla società del’e nazioni amanti della libertà. – Non c’è « cortina di ferro » per questa visione del mondo, perché le preghiere non passano attraverso una cortina di ferro ma al di sopra di essa, come le particelle radioattive lasciate libere nell’atmosfera vengono trasportate su monti e continenti. La conversione della Russia è l a condizione essenziale per la pace del mondo, ma la conversione della Russia è condizionata dalla nostra stessa riconversione. Può darsi benissimo che proprio l’odio che la Russia mostra oggi verso il Cristianesimo provi che essa vi è più vicina che non l’uomo « spregiudicato » del mondo occidentale il quale non dice mai le sue preghiere. La Russia deve pensare a Cristo per poterLo odiare, ma l’uomo indifferente non vi pensa affatto.

OTTIMISMO CRISTIANO DI FRONTE AL PERICOLO RUSSO

Gli atteggiamenti che possiamo assumere verso la vita e la storia non sono che tre: 1°) L’ottimismo fatuo, che crede che la vita si muova necessariamente verso una meta prospera, grazie all’educazione, alla scienza e alle leggi dell’evoluzione.

2°) Il pessimismo del totalitarismo, che crede che la natura umana sia intrisecamente bacata e che occorra il potere dittatoriale dello Stato per controllare gli impulsi anarchici degli individui, i quali non sono degni di fiducia. In questo schema di cose la libertà deve essere tolta ai singoli e immessa ne1la collettività. Anche questa visione della vita si è dimostrata insoddisfacente in quanto ripone l a speranza in un futuro remoto senza pertanto garantire che possa mai realizzarsi.

3°) Il Cristianesimo, che giunge all’ottimismo attraverso il pessimismo; a una resurrezione attraverso una passione e a una corona di gloria attraverso una corona di spine; alla gloria della Domenica di Pasqua attraverso l’ignominia del Venerdì Santo. Il Cristianesimo, proclama che il seme caduto sulla terra, se non muore, rimane infecondo; se invece muore, germoglierà in una nuova vita. Questo ottimismo del Cristianesimo si verifica non già mediante un potere proveniente da noi stessi o dalla natura, bensì mediante e attraverso il potere di Dio; non attraverso l’addomesticamento di impulsi erranti da parte di uno Stato, né mediante lo spargimento del sangue altrui, bensì mediante la legge di sacrificio in cui si rivela l’amore. – A coloro che sono momentaneamente scoraggiati per la persecuzione di cui è oggetto la Chiesa, bisogna ricordare che la Chiesa è meno una cosa continua che una vita che muore e risorge. Il Signore Risorto disse alla Maddalena: « Non mi toccare » (Giov. XX, 17). « Non mi tenere entro il sepolcro, né pensare che Io debba sempre essere come ero prima della mia Resurrezione ». La Maddalena aveva dimenticato che ora Egli era nel giardino e non nel sepolcro, che Egli era una Sorgente vivente di Vita e non un corpo morto da essere ricoperto d’unguenti. Anche noi siamo pronti a credere che la Chiesa debba essere sempre la stessa in ogni età, dimenticando che il Suo Dio è Uno che sapeva come uscire dal sepolcro. Un’accusa che è stata spesso rivolta alla Chiesa è che essa non si adegua al mondo moderno. Il che è assolutamente vero. L a Chiesa non si è mai adeguata ai tempi in cui è esistita, poiché se si fosse adeguata ai tempi sarebbe perita con essi e non sarebbe sopravissuta. Nella Chiesa c’è qualche cosa che è sempre la stessa, e tuttavia qualche cosa che è molto diversa. – Quello che è lo stesso è che « Gesù Cristo è lo stesso di ieri, di oggi e di sempre ». Quello che è diverso è il fatto che la Chiesa riesce sempre a convertire ogni nuova èra, non come una vecchia religione, ma come una nuova religione. Gli alberi che germogliano in primavera sono gli stessi alberi che l’anno prima affondavano saldamente nel suolo, e c’è in loro qualcosa di nuovo, in quantoché se non fossero morti non potrebbero rivivere. La Chiesa non è una sopravvissuta. E’ più volte ritornata in questo mondo occidentale cosi rapidamente mutevole, allo scopo di riconvertire il mondo. Di volta in volta la vecchia pietra veniva scartata dai muratori, ma entro un secolo è stata ripresa dal mucchio dei detriti ed è diventata la pietra angolare del tempio della pace. Qui sta la grande differenza tra la Chiesa e le civiltà laiche: la Chiesa ha il potere di rinnovarsi, le civiltà no. Le civiltà si esauriscono e periscono, ma senza mai rinnovarsi. Quando una civiltà come Babilonia, Sparta e Atene adempie alla sua missione e si esaurisce, scompare per sempre dalla faccia della terra. Non si sa di alcuna civiltà che sia perita e sia risorta. La Chiesa è diversa: ha il potere di sorgere dal sepolcro, di essere apparentemente sconfitta da un’epoca, e di riuscire poi improvvisamente vittoriosa, « poiché le porte dell’Inferno non prevarranno su di essa ». – La Chiesa è stata spesso « uccisa », una volta dall’eresia di Ario, un’altra volta dall’eresia degli Albigesi, poi da Voltaire, indi da Darwin, e ora dalle tre forme di totalitarismo, rossa, bruna e nera, ma per una ragione o per l’altra, mentre ogni epoca successiva suonava la campana per annunciarne la condanna, era la Chiesa che finiva per sotterrare l’epoca. In questo momento specifico c’è di quelli che pensano che perché viviamo in giorni di persecuzione e perché in Europa la Chiesa è scesa un’altra volta nelle catacombe, essi debbano versare pie e reverenti lacrime sul suo sepolcro, e non capiscono che se volessero attraversare le loro lacrime, come avvenne alla Maddalena, vedrebbero il Figlio di Dio camminare ancora una volta vittorioso sulle colline del mattino. Si è creduto che dopo 1900 anni di esperienza il mondo rinunciasse a portare unguenti per la sepoltura della Chiesa. Si è supposto che la Chiesa fosse stata uccisa durante le prime dieci persecuzioni; si è supposto che fosse avvizzita sotto la luce dell’età della ragione; si è supposto che fosse stata ingoiata dalla terra nell’età della rivoluzione; si è supposto che fosse stata superata dal progresso della scienza e dell’evoluzione; e ora si suppone che sia stata sepolta nei giorni delle rivoluzioni antireligiose dei nostri tempi. Ma la realtà è che la Chiesa viene sepolta proprio nelle viscere della terra, là dove si scavano le catacombe e donde un giorno essa riemergerà per riconquistare la terra. Se in questo momento noi scendiamo nelle catacombe, è solo perché Cristo scese nel sepolcro. Il mondo ha un bell’aspettarsi di vedervelo giacere per sempre nella tomba, come ha un bell’aspettarsi l’assideramento di una stella, poiché « il cielo e la terra passeranno, ma la Mia Parola non passerà ». – All’inizio di questo secolo Francis Thompson rappresentò l’imminente persecuzione della Chiesa come Lilium Regis, e ne cantò quindi la vittoria finale:

“O Giglio del Re! bassa giace la tua ala d’argento.

E lunga è stata l’ora della tua detronizzazione;

E il tuo profumo di Paradiso sparge nel vento notturno i suoi sospiri,

Né alcuno carpirà i segreti del suo significato.

O Giglio del Re! Io penso ad una cosa grave.

O pazienza, dolentissima tra le figlie!

Attenta, l’ora è vicina del tremor della terra,

E rossa sarà la rottura delle acque.

Mantieniti forte sopra il tuo stelo, quando la tempesta parlerà con te,

Sotto la tenda delle misericordie del Re;

Ed il giusto saprà che vicina è la tua ora.

Vicina la tua ora possente nell’alba.

Quando le nazioni giaceranno nel sangue, e i loro re saranno una razza decaduta,

Guarda su, o dolentissima tra le figlie!

Alza la testa e ascolta quali suoni stanno nelle tenebre,

Che i Suoi piedi stanno arrivando a te sulle acque!

O Giglio del Re! Io non ti vedrò cantare,

Io non vedrò l’ora della tua incoronazione!

Ma il mio Canto vedrà, e si sveglierà come un fiore smosso dai venti dell’alba,

e aspirerà con gioia i profumi del suo significato.

O Giglio del Re, ricorda allora la cosa.

Che questa bocca morta cantò; e le tue figlie,

Mentre danzano innanzi al Suo cammino, cantano là nel Giorno

Ciò che io cantai quando la Notte copriva le acque”

[The Poema of Francis Thompson – London, Oxford University Press, 1937,

p. 122.].  –

La catastrofe è la condizione della grandezza. La Chiesa è come un agnello tosato ad ogni primavera, ma che seguita a vivere. La speciale stagione in cui viviamo sarà allora il tempo per la tosatura dell’agnello di Cristo, quando forse persino i pastori non avranno che bastoni di ferro. Sta alla Chiesa utilizzare la sconfitta. – Toynbee ci dice che ci sono state tre filosofie circa il rapporto tra Cristianesimo e civiltà. – La prima è che il Cristianesimo è nemico della civiltà. Questo punto di vista fu sviluppato nei giorni dell’Impero Romano da Marco Aurelio, poi da Giuliano l’Apostata, nel secolo scorso da Gibbon e poi da Marx e dai suoi seguaci. – Il secondo punto di vista è quello del liberalismo storico, che ritiene il Cristianesimo la maniglia della civiltà, una specie di ponte di transizione sulla lacuna che passa tra una civiltà e un’altra. La religione ha la capacità utile e subordinata di portare alla luce una nuova civiltà laica dopo la morte di quella precedente. La Chiesa è, perciò, una specie di costruzione morale, un’ambulanza, un’introduzione a un ordine nuovo, una levatrice per una civiltà più progressiva. – Il terzo punto di vista, quello giusto, è che le civiltà prosperano e decadono per facilitare lo sviluppo del regno di Dio in questo mondo. E’ il crollo delle civiltà laiche che costituisce l’introduzione a qualcosa di più alto. Quanto aveva affermato Eschilo, ossia che il sapore viene attraverso la sofferenza, fu riaffermato a Emmaus in questi termini: che la gloria viene attraverso le tribolazioni e la catastrofe. Può darsi che, come disse Toynbee, « tutte le sofferenze delle civiltà sono le stazioni della Croce lungo la strada della Crocifissione e che la religione è un carro. Sembra che le ruote sulle quali ascende al cielo siano le cadute periodiche delle civiltà terrene » (Arnold Toynbee, Burg Memorial Lectur, p. 22). Le civiltà sono cicliche, sono ricorrenti. Passano attraverso i medesimi fenomeni della nascita e della morte e non ritornano mai in vita. La  religione, invece, è un continuo movimento lineare verso l’alto, ascendente a nuove altezze dopo il decadere di ogni singola civiltà. Come la civiltà cristiana nacque dalla decadenza del mondo greco-romano, così un nuovo ordine cristiano sorgerà dalla decadenza del liberalismo storico e del comunismo. Ciò cui stiamo assistendo attualmente non è il declino della Chiesa, sebbene la morte di una civiltà che è stata egocentrica e che ha tentato di far trionfare l’egoismo e di bilanciare le forze opposte mediante la tolleranza intesa come indifferenza per il vero, o ricorrendo a organizzazioni esteriori per compensare la perdita della vitalità e della virtù personali. Da questa tirannia in cui gli uomini marciano in processione pensando di essere originali, e dalla morte di cui soffre la Chiesa, sorgerà una rinascita di fede per cui una nuova generazione apprenderà che l a Chiesa non è al mondo per migliorare la natura umana, ma per redimerla: non per migliorare gli uomini, ma per salvarli. Ciò cui noi attualmente assistiamo è quindi l a morte di una era di civiltà, ma non la morte di Colui che è il Signore dell’Universo. – Ogni civiltà che muore perseguita, e nel mezzo di tale persecuzione il Cristo ci dice ciò che disse ai discepoli di Emmaus: « Non deve il Figlio dell’Uomo soffrire per poter entrare nella Sua Gloria? ». E’ proprio nel colmo di un apparente indebolimento che Dio si rivela nel modo più chiaro. Allorché più disperata è la condizione del mondo, un nuovo fattore irrompe dall’esterno e muta completamente la situazione. Quando il caos e la paura e la potenza delle tenebre sembrano invincibili, lo scopo di Dio avanza poiché Egli fa la Sua apparizione in quei momenti della storia in cui le cose sono quanto mai oscure. Come ci fu un’invasione divina a Betlemme, così ora c’è un’invasione divina dopo il Calvario. Come nell’antichità gli Ebrei furono salvati dalla schiavitù per volere del Signore che sparti per essi le acque del mar Rosso e dalle stesse acque fece inghiottire i loro inseguitori, così anche ora, quando gli uomini si accalcano nella paura, il potere di Dio si manifesta. Il regno di Dio non si sviluppa fuori della storia, ma si manifesta attraverso la storia. La resurrezione fu la scoperta del significato della storia, poiché se la Crocifissione fosse stata la fine, il potere che si nascondeva dietro Nostro Signore non sarebbe stato commesso a difendere l’innocenza. – Oggi, al colmo della nostra paura, oggi che per difenderci dal nemico abbiamo barricato ogni porta, Cristo appare in mezzo a noi e ci ricorda di stare in pace. Ciò che di peggio può succedere alla Chiesa è di essere tollerata. In quanto oggi vive nella paura e viene perseguitata, la Chiesa si trova in una condizione psicologica quanto mai favorevole per conservare la sua vera natura. Se Cristo fosse stato un successo terreno, allora sarebbe potuto essere imitato soltanto nelle cose di questa terra. Se Egli fosse stato un fallimento e non fosse mai risorto, allora saremmo vendicativi, e noi che siamo i Suoi seguaci odieremmo gli Ebrei, i Romani e i Greci. Se Egli avesse scritto un libro, noi saremmo tutti professori, ma se Egli venne in questo mondo per portarci alla vittoria attraverso la sconfitta, allora chi sarà mai senza speranza? Quantunque noi di questa generazione abbiamo visto due guerre mondiali in 21 anni, quantunque la prima guerra sia stata combattuta per assicurare al mondo una democrazia senza Dio, e la seconda per realizzare un imperialismo senza Dio, e la minaccia della terza sia che la democrazia senza Dio possa lottare con l’imperialismo senza Dio, noi dobbiamo ancora credere, sebbene le porte siano chiuse alla Divinità e i brividi della paura ci percorrano, nella possibilità di un’altra Invasione Divina di quel potere extrastorico in quest’ora buia. Noi che abbiamo fede nella gloria e nella certezza della Sua resurrezione, sappiamo che abbiamo già vinto, solo la notizia non è ancora trapelata!

AMERICA E RUSSIA NELLA LUCE DI MARIA

Gli Americani in quanto tali non possono dimenticare la relazione tra l’America e la Donna alla quale Dio diede il potere di schiacciare la testa del serpente. Il Concilio di Baltimora dell’8 dicembre 1846 consacrò gli Stati Uniti all’Immacolata Concezione della Nostra Madre Benedetta. Solo dopo 8 anni la Chiesa definiva il dogma dell’Immacolata Concezione. L’8 dicembre 1941,festa dell’Immacolata Concezione, gli Stati Uniti dichiararono guerra al Giappone. Il 13 maggio 1945, Giorno della Madre, quando tutta la Chiesa celebrò il Giorno Sodalizio di Nostra Signora, il Governo degli Stati Uniti proclamò un Risorgimento Nazionale per il Giorno della Vittoria in Europa. Il 15 agosto 1945, Festa dell’Assunzione della nostra Madre Benedetta, gli Stati Uniti conseguirono la vittoria nella guerra contro il Giappone. Il 19 agosto 1945 fu dal Governo degli Stati Uniti dichiarato Giorno ufficiale della Vittoria sul Giappone e si diede il caso che fosse l’anniversario di una della apparizioni di Nostra Signora di Fatima. Il 1° settembre 1945, primo sabato del mese che Nostra Signora di Fatima volle fosse a Lei consacrato, il generale Mac Arthur accettò la resa del Giappone a bordo della Missouri. L’8 settembre 1945, Natalità di Nostra Signora, la prima bandiera americana sventolò a Tokio, e mentre veniva spiegata al vento il generale Mac Arthur disse : « Fatela sventolare in tutta la sua gloria come un simbolo di vittoria per la giustizia ». – Sotto l’ispirazione e suggerimenti della Signora di Fatima, possa un giorno l’America vedere la grande solidarietà spirituale che esiste tra il 97 per cento del popolo russo che non fa parte del partito comunista, e l’idealismo, l’amore di pace, la generosità e l’amicizia del popolo americano. Sopra la tomba di Dostojevskij, Pushkin pronunciò un elogio che esprimeva l’alto destino del popolo russo : « Il nostro destino è un’universalità conquistata non dalla spada, ma dalla forza di fratellanza e dal nostro desiderio di vedere la restaurazione della concordia tra gli uomini » – Questo è stato sempre l’ideale dell’America. Ora che una minoranza vuole guastare le pacifiche ablazioni tra il popolo russo e il popolo americano, non solo l’America, ma la coscienza dell’occidente deve addossarsi il dolce fardello di restaurare le relazioni tra l’America e Dio, tra 1’America e la Madre di Cristo « sul cui corpo, come su una torre di avorio, Egli si arrampicò per baciare sulle labbra di lei una mistica rosa ».

Tu sei più tenera con i nostri sogni, Madre Nostra,

Del savio che c i tesse i sogni per ombra.

Dio è più buono con gli dèi che Lo derisero

Che non gli uomini con gli dèi che hanno creato…

Cos’è la casa del cuore prosciolto,

E dov’è il nido della libertà,

E dove dal mondo il mondo si rifugerà.

E l’uomo sarà padrone, se non con Te?

L a saggezza è assisa sul suo trono di tuono.

Lo Specchio della Giustizia acceca il giorno —

Dove sono le torri che non son quelle della Città,

E i trofei e le fanfare, dove sono?

Là dove oltre il labirinto del mondo che si gira

Le vie remote che volgono alla strada del Re.

[G. K . Chesterton, Queen or Seven Sicords – London: Sheed and Ward, 1926), p. 23.]

Mons. Fulton J. Sheen. Vescovo ausiliare di New York.

Mons. Fulton [quando era ancora cattolico] con S. S. Pio XII

 

LE TRE VERITA’

LE TRE VERITA’ CHE DISTRUGGONO 

I FALLACI INGANNI DEL “nemico” INFERNALE [e cioè:

1° L’ECUMENISMO MASSONICO,

2° L’INDIFFERENTISMO RELIGIOSO MONDIALISTA,

3° IL NOACHISMO TALMUDICO!]

[da: “IL CRISTIANO RAGIONEVOLE” – Discorso preliminare sopra la verità della Religione Cristiana, il quale servir deve di fondamento a tutte le istruzioni. – Mons. Billot: “Discorsi parrocchiali per le Domeniche”; S. Cioffi ed. Napoli, 1840]

Dopo lo stabilimento della religione cristiana i ministri del Vangelo credevano soddisfare al loro dovere, applicandosi solamente a ben stabilire la verità della sua morale, e ad ispirare ai popoli la pratica delle virtù, che ella insegna. Ma da che nel seno medesimo del Cristianesimo si è formata una fazione di spiriti increduli che, per abbattere sin dai fondamenti la morale della religione, si sollevano sfacciatamente contro i dogmi, e, non contenti di scuoter essi il giogo della fede, si sforzano di distruggerla negli altri, è dovere di un ministro del Vangelo 1’affaticarsi, quanto mai può e sa, a stabilire la verità della religione, sia per confondere l’empietà di quelli che non vogliono credere, sia per assodare ed animar la credenza dei fedeli, che è esposta al naufragio tra le tempeste da cui è agitala, e che non è sterile in un gran numero di cristiani se non perché non si fa da essi attenzione sufficiente ai motivi di credibilità che muover debbono ogni spirito ragionevole a sottomettersi alle verità della fede. Prima di entrare nella materia, si richiede una ragione esente da ogni pregiudizio e libera dalla schiavitù delle passioni, le quali sono gli ostacoli ordinari alle buone impressioni che questi motivi far possono sopra lo spirito: una ragione ben purificata deve arruolarsi sotto lo stendardo di una religione che se la presenta in tutta la sua maestà e con tutto lo splendore delle verità che l’accompagnano. – Vi è tanta armonia tra la religione e la ragione che basta esser ragionevole per diventar ben presto cristiano. Questo soggetto per altro è tanto più importante quanto che si tratta di combattere i nemici domestici della religione, più a temersi da essa che i nemici stranieri, i quali l’hanno attaccata a forza aperta, e le cui guerre non hanno servito che a darle un nuovo lustro; laddove a combattere, le porta colpi tanto più pericolosi quanto che assale l’uomo per il suo debole, servendosi delle sue passioni per sottrarlo all’impero della fede. Potessimo noi dissipare le nebbie che lo spirito delle tenebre ha di già sparso in qualche spirito tra noi! Potessimo noi svellere la zizzania che l’uomo nemico ha sopra seminato nel campo del padre di famiglia! Per riuscire in questo disegno facciamo vedere:

1.° che vi è una Religione rivelata da Dio;

2.°che questa è la Religione Cristiana;

3.° che la vera religione non si trova che nella CHIESA Cattolica, Apostolica Romana.

PRIMA VERITÀ

Necessità di una Religione rivelata

da Dio.

Vi è un Dio Creatore di tutte le cose, il quale si manifesta in una maniera si sensibile nelle sue opere che bisogna chiudere gli occhi alla luce per dubitare della sua esistenza. Questo bel mondo che noi vediamo non si è fatto da sé stesso; incapace di agire, non ha potuto darsi l’esistenza; egli è dunque 1’effetto di una cagione superiore, che era prima di lui. Il bell’ordine che noi ammiriamo nell’universo, che vi regna da tanti secoli con una maniera si costante, non può essere altresì che l’effetto di un’intelligenza infinita, la quale il tutto col suo potere sostiene, e colla sua sapienza governa. Queste idee di un primo principio di tutte le cose son nate con noi; non vi ha alcun uomo ragionevole che possa cancellarle dalla sua mente e che non senta la sua dipendenza da un Essere supremo. Sarebbe essere tanto cieco quanto il caso l’attribuirgli un’opera così perfetta come l’universo. Ora la più perfetta, la più eccellente delle opere di Dio è fuori di dubbio l’uomo » che racchiude in sé le perfezioni delle altre e ne è, per così dire, il compendio. Ma per qual fine ha Dio formato questa creatura così perfetta? Ciò non poteva essere che per venire da essa servito e glorificato: e per questo appunto le ha dato un’anima capace di conoscerlo e di amarlo. Infatti un essere intelligente e buono nulla fa invano, neppur agisce se non per fini buoni: or siccome Dio è un agente infinitamente perfetto, Egli si propone sempre nelle sue operazioni il fine più perfetto, che è Egli stesso. Per essere dunque conosciuto, amato e glorificato dall’uomo, Dio gli ha dato l’essere: altrimenti converrebbe dire che Dio non ha fatto l’uomo che per l’uomo stesso; il che non si può supporre in un artefice così eccellente, in un’intelligenza così perfetta, come Dio. Giacché Dio nulla fa invano, avrebbe Egli dato all’uomo delle facoltà che lo portano a Lui per via di conoscenza, affinché l’uomo non ne facesse alcun uso? E se 1’uomo deve far uso delle facoltà che Dio gli ha date, se egli deve conoscere, amare e glorificare l’Autor del suo essere, deve sperarne delle ricompense, perché Dio è un padrone infinitamente buono, il quale non può lasciar senza ricompensa i servigi che l’uomo può e deve rendergli; se l’uomo ricusa a Dio il culto che gli è dovuto, deve temere i suoi castighi, perché Dio è un padrone infinitamente giusto, il quale non può lasciare impunita l’ingiustizia che 1’uomo farebbe alla sua gloria, ricusandogli il culto che è obbligato di rendergli. – Supposti questi principi, conviene dunque accordare che v’è una religione rivelata da Dio, che deve insegnare all’uomo la maniera di glorificare il suo Creatore, i mezzi di cui deve servirsi per meritare le sue ricompense e per evitare i suoi castighi. Imperciocché, se la gloria di Dio esigeva che l’uomo riconoscesse con alcuni omaggi la sovranità del suo essere, esigeva la sua sapienza ch’egli insegnasse all’uomo il genere di culto che praticar doveva per dimostrare a Dio la sua dipendenza. Ora si è la religione che all’uomo tutto questo insegna; poiché la religione altro non è che un commercio tra Dio e l’uomo pel quale Iddio manifesta i suoi voleri all’uomo, insegnandogli gli omaggi che da lui esige, e l’uomo adempie verso Dio quanto gli deve. Ed esigeva pure la grandezza ed autorità di Dio che intimasse egli stesso i voleri all’uomo, e l’uomo non poteva apprendere che da Dio medesimo quel che far doveva per glorificarlo. – Ed in vero, non è forse cosa giusta che il servo sia sottomesso al suo padrone, il suddito al suo re, la creatura a Dio? Non è forse convenevole che questa creatura riconosca con qualche omaggio la sua dipendenza dal Creatore? Ma da chi il servo ed il suddito apprender devono i servigi al loro padrone dovuti, se non dal padrone medesimo? Qual sarebbe l’autorità di un padrone che avessi servi i quali far non volessero se non se ciò che loro piacesse e disponessero di sé medesimi e delle loro azioni senza consultare il loro padrone e senza aver altra regola che la propria fantasia ed il proprio capriccio? Non tocca forse al padrone piuttosto che al servo il regolare e prescrivere i servigi che gli sono dovuti? Vi sarebbe forse subordinazione o piuttosto non sarebbe un disordine nella società se un suddito non rendesse al suo padrone, al suo re, che un servizio arbitrario? E che? L’autorità di Dio sopra le sue creature è forse minore, o piuttosto non è ella superiore a quella di tutti i padroni sopra i loro servi, di tutti i re sopra i loro sudditi? Non è cosa giusta per lo meno di accordare a Dio il medesimo privilegio che i padroni e i re della terra hanno, in virtù della loro autorità, di far delle leggi? Tocca dunque a Dio, che ha ogni autorità sopra l’uomo, a prescrivergli, e non già all’uomo a prescrivere a sé stesso il culto e i servigi che dovuti sono all’Essere supremo: in conseguenza Dio ha dovuto comunicarsi all’ uomo per mezzo d’una religione rivelata, nella quale l’uomo imparasse il genere di servigio ch’egli deve rendere all’Autore del suo essere. Voleva la gloria dì Dio ch’egli si servisse di questa via per far sentire all’uomo la sua autorità; voleva altresì la sua sapienza ch’ ei gli desse questa regola di condotta per guidarlo. Imperciochè il dire, come gl’increduli, che Dio ha dato all’uomo la ragione per condurlo o che tocca ad essi insegnargli il culto ch’egli deve al suo sovrano egli è un cadere nei più grandi assurdi. La ragione stessa ci fornisce 1’armi per combattere questo sistema: poiché in primo luogo sarebbe sempre vero in questa supposizione che Iddio avrebbe abbandonato la sua autorità alla volontà dell’uomo, il quale diverrebbe il solo arbitro del culto e dell’omaggio che vorrebbe rendere al suo Creatore: il che è contrario ai principi che abbiamo pur ora stabiliti. Ma l’ammettere questo mostruoso sistema egli è esporre l’uomo ai più grandi eccessi ed aprir la porta alla sfrenatezza di tutte le passioni. Non deve forse la sapienza di Dio ovviare a tutti questi inconvenienti, dando all’uomo tutt’altra guida che la sua ragione? Infatti di che non è capace l’uomo abbandonato a se stesso? In quali errori non può egli cadere con la sola sua ragione? Chiaramente ce lo insegna l’esperienza di tanti secoli. Non si sono forse veduti uomini, che si vantano di averne assai, offrire incensi ai loro simili, ad uomini soggetti alle loro passioni medesime, prostrarsi ancora avanti statue di legno o di pietra, e per fino render gli onori divini ai più vili animali, alle piante più comuni?Ah! se non fossimo rischiarati dal lume della fede, noi stessi forse caduti saremmo in simili mancamenti. Ma voglio che, facendo noi un miglior uso di nostra ragione, riconosciamo un Essere supremo Creatore di tutte le cose, cui noi dobbiamo servire e glorificare; sin là giunger può la ragione: tra qual genere di culto c’insegnerà ella a rendergli questa ragione? Sa ella il trae a cui Iddio creandoci ci ha destinati? Può ella da sé stessa scoprire le ricompense che dobbiamo sperarne, i castighi che dobbiamo temerne, i mezzi di cui dobbiamo servirci per meritare le une ed evitare gli altri? questo è ciò ch’ella non potrà decidere giammai. Essa riconoscerà sempre l’insufficienza delle sue cognizioni ed il bisogno che ha di un lume superiore per guidarla nella strada che tener deve. Perciocché finalmente non si può negare che questa è limitata nelle sue cognizioni, variabile nelle sue idee, incerta nei giudizi che forma sopra le cose che non le sono evidenti, incapace per conseguenza a fissarci a qualche cosa di certo. Sono forse necessarie altre prove che i diversi pareri, i quali diviso hanno i più grandi ingegni del mondo intorno alla religione? Tra tutte le sette opposte che regnano nel mondo non vediamo noi forse che ciascuno pretende di aver la ragione della sua parte, che ciascuno abbonda nei suoi sentimenti? Donde procede dunque tanta diversità di opinioni tra coloro che pretendono di seguire la ragione? Prova certissima che ella non è una regola infallibile e che ha bisogno di una regola superiore per determinarsi. Ah! se noi avessimo altra guida che questa guida cieca in materia di credere, cadremmo ben presto nel precipizio dell’errore; il nostro spirito, dice l’Apostolo, sarebbe qua e là fluttuante, come un fanciullo, trasportato da ogni vento di dottrina, senza sapere a che attenersi. Ora è egli credibile che la previdenza di Dio, che il tutto governa con tanta sapienza; che ha stabilito un sì bell’ordine dell’universo tra le creature anche inanimate, che ha provveduto con tanta bontà a tutti i bisogni dell’uomo, 1’abbia abbandonato in un punto cosi essenziale e lasciato nelle sue incertezze in continua perplessità sopra ciò che far deve per glorificare il suo Creatore, meritar te sue ricompense, evitare i suoi castighi? Il dire che Dio ha lasciato all’uomo la libertà di condursi con i suoi lumi e di seguire la religione che gli piacerebbe val quanto dire che Dio approva il capriccio e la menzogna; poiché è impossibile che la verità, la quale è una sola, si trovi in diversi sentimenti contrari gli uni agli altri; val quanto dire che Dio, indifferente sulla condotta degli uomini, soffrirebbe tranquillamente negli uni l’idolatria, la superstizione; negli altri il vizio, 1’empietà. Queste idee sono elleno compatibili con quella di una provvidenza in finitamente saggia? Richiedeva dunque la sapienza di Dio ch’Egli non abbandonasse 1’uomo a sé stesso, ma che gli fissasse in una religione rivelata troverebbe la maniera d’adempier agli omaggi ch’ egli deve al suo Creatore. Questa religione era necessaria all’uomo non solo per preservare il suo spirito dagli errori in cui poteva cadere, ma ancora per servire di freno alle sue passioni e rattenerlo dai disordini ai quali abbandonar si poteva. – Ed invero, se non vi fosse religione alcuna che servisse di riparo alle passioni dell’uomo, non vi sarebbe alcun vizio che non innalzasse lo stendardo: si vedrebbe l’ingiustizia, la vendetta, l’impurità regnar baldanzoso; il mondo non sarebbe più che un teatro spaventevole di disordine, di libertinaggio, di ogni sorta di dissolutezza. Imperciocché, se non vi è religione alcuna, chi terrà in freno le passioni ? Forse i castighi di un Dio? Ma, rigettata la religione, più non si temono i castighi che Dio minaccia ai peccatori. E che temer non si deve da un uomo che nulla teme, che nulla spera? Forse la giustizia degli uomini? Ma la giustizia umana non punisce che i delitti pubblici: tutto ciò dunque che si facesse in segreto resterebbe impunito. La ragione potrebbe ella servir di ritegno alle passioni? Ma questa ragione non è forse spesse fiate talmente accecata dalla passione che confuse restano l’una con l’altra? Quanti pretesti oppone questa ragione per giustificar i propri sregolamenti? Non riguardasi forse come giusto e ragionevole, dice S. Agostino, tutto ciò ch’è conforme alle inclinazioni? Perciò se la religione non viene in aiuto della ragione sedotta dalla passione, 1’uomo si crederà lecito di accordar alle sue passioni tutto quello ch’esse gli domanderanno: non vi sarà alcuno eccesso cui 1’uomo non si abbandoni per soddisfare ai suoi desideri; i piaceri del senso saranno riguardati come inclinazioni e diritti della natura; i beni dei privati non saranno più sicuri dalle invasioni di un ingiusto usurpatore, né la vita stessa contro le persecuzioni di un vendicativo. Non vi sarà più subordinazione tra gli uomini, perché ogni uomo, riguardandosi uguale ad un altro, si crederà libero da ogni dipendenza. Non vi saranno più amici in cui altri confidare si possa, non promessa su cui riposare, non fedeltà nei matrimoni, non integrità nel commercio; la società umana non sarà più che un orribile composto di traditori, di perfidi, contro cui converrà sempre star in guardia; i più astuti e i più forti daranno sempre la legge ai più semplici e ai più deboli. Imperciocché, torno a dirvi, se non vi è religione alcuna che proponga all’uomo delle ricompense per la virtù e che riserbi dei castighi ai vizi; se non vi è alcun’eternità avvenire, qual ce l’insegna la religione, che incoraggiamento vi sarà per la virtù, e qual argine si potrebbe opporre al vizio? Se tutto perir deve col corpo, 1’uomo si riguarderà in questa vita come suo ultimo fine, riferirà ogni cosa ai suoi piaceri, ai suoi interessi; pretenderà aver diritto di tutto loro sacrificare « nulla risparmierà per rendersi felice quanto potrà in questo mondo; e su questo principio, ch’egli crederà fondato sulla ragione, non vi sarà disordine alcuno cui non si abbandoni, allorché vi troverà un qualche piacere; sacrificherà insomma alla sua passione la giustizia, la buona fede, le promesse eziandio più sacre. Tali sono le conseguenze a cui conduce l’irreligione: tale è altresì la condotta ordinaria dei nemici della religione, i quali non la rigettano, se non perché essa contraria le loro passioni e li molesta nel godimento dei loro piaceri: essi crederebbero volentieri quanto ella insegna, se viver li lasciasse a loro genio. Ma in vano pretendono di sottrarsi al suo impero: all’ora della morte saranno anch’essi giudicati secondo la verità e le massime del santo Vangelo. – Inoltre, se questi increduli di cui il mondo è inondato seguitassero i lumi di una retta ragione, accorderebbero senza difficoltà che la religione era necessaria per contener le passioni dentro i limiti del dovere, per assicurare la pace e la tranquillità tra gli uomini: se non s’accecano a sostenere che la provvidenza di Dio abbia loro anche in questo punto mancato e che la sua divina sapienza, la quale regola con tanta armonia l’universo, abbia abbandonato il genere umano alla con incredibile, né si può senza bestemmia asserire. Ah! riconosciamo piuttosto nella religione uno dei più amabili effetti della provvidenza sopra gli uomini, giacché questa religione serve di freno alle loro passioni, le allontana dal vizio e le anima alla virtù; essa è che mantiene il buon ordine nella società, che produce ed assicura 1’unione nelle famiglie; essa è che fa render giustizia a chi e dovuta e ispira l’ubbidienza ai superiori, essa è il fondamento di tutte le virtù, il carattere dell’uomo dabbene, il principio e la cagione dei buoni uffici che gli uomini ricevono gli uni dagli altri. La sola differenza tra un uomo che ha religione, e colui che non ne ha, basta per far decidere in suo favore e farne riconoscere la necessità. Ma qual è la vera religione? questo è ciò che conviene dimostrare.

SECONDA VERITÀ

La Religione Cristiana è la sola vera.

Siccome non havvi che un Dio solo così non può esservi che una sola religione, perciocché la religione è la strada per andare a Dio. Non si può andare a Dio che per la strada della verità: or la verità, la quale non è che una sola, non può trovarsi in differenti religioni opposte le une alle altre. Ma qual è questa sola religione vera che si dee seguire a preferenza di tutte le altre? Ella è senza dubbio la religione cristiana, perché essa sola è munita dei caratteri di divinità, i quali non si trovano in alcun’altra, e che devono farla riguardare come una religione rivelata da Dio. Questi caratteri noi li troveremo nell’ adempimento delle profezie che hanno annunziato i misteri di lei, nei miracoli che Dio ha fatto per confermarla, e nella santità della dottrina e della morale ch’ella insegna. Questi sono i segni da cui dobbiamo riconoscerla per una religione divina, con quest’arme deve essa convincere ogni spirito ragionevole.

Le profezie. A Dio solo spetta il predire l’avvenire, le cui circostanze non dipendono dalla concatenazione delle cause naturali, ma dalla pura determinazione delle cause libere. L’umano intendimento è troppo limitato per poter penetrare in questa sorta di avvenimenti. – Or la religione cristiana è stata annunciata prima del suo stabilimento da profezie di cui ricusare non si può l’autenticità, poiché ci sono state trasmesse dai Giudei medesimi, nemici della nostra religione: profezie sì chiare e sì circostanziate che, a confrontarle con tutti i misteri della religione da esse predetti, si direbbe che sono piuttosto storie di cose passate che predizioni di fatti futuri. Vi si vede chiaramente il luogo della nascita del Messia, la sua missione, i suoi prodigi, le circostanze della sua vita e della sua morte, la sua risurrezione, la sua sepoltura, la sua ascensione al cielo, lo stabilimento della Chiesa su le rovine della sinagoga, la desolazione, la dispersione del popolo ebreo, che non ha voluto riconoscere il Messia. Tutti questi avvenimenti predetti sono accaduti in una maniera si conforme alle predizioni fatte che i pagani medesimi col solo lume della ragione ne hanno riconosciuto il compimento; e questa conformità di fatti colle profezie faceva tanta impressione sul loro spirito che si determinavano ad abbracciare la religione cristiana. Su di che S. Agostino fa questo ragionamento, capacissimo a convincere qualunque spirito in favore della religione cristiana: una religione che è stata predetta da tanti oracoli verificati in tutte le loro circostanze, deve senza dubbio essere riguardata come una religione divina. Or tale è la religione cristiana: basta confrontare i fatti colle profezie. Ma donde sapete voi, dicono i pagani, che gli oracoli sopra la religione hanno un carattere di divinità? Non alla nostra testimonianza dovete voi rapportarvene, rispondiamo loro; ella vi potrebbe essere sospetta: ma sono i Giudei nostri nemici che ci hanno trasmessi questi oracoli nei libri che li contengono e che essi ci assicurano esser divini. Voi dovete tanto più loro prestar fede quanto che han conservato questi libri di generazione in generazione come il loro più prezioso tesoro, come la storia della loro nazione, che i padri avevano cura di far leggere ai propri figliuoli, che i re e i sudditi avevano tra le mani e che conteneva la religione di un popolo intero. Lo stesso s. Agostino, indirizzandosi ai Giudei per convincerli della verità della nostra religione, “voi ci avete trasmessi, lor dice, i libri contenenti le profezie che annunziano i nostri misteri; voi ciò non ostante non volete riconoscere l’adempimento di questi misteri, che noi vi riconosciamo. Ma se non volete creder a noi, ascoltate su questo soggetto la testimonianza dei pagani, i quali, guidati dal solo lume della ragione, trovano tanto di conformità tra le profezie e i fatti da esse annunziati, che se questi libri sono divini, non può alcuno non riconoscerla per una religione rivelata da Dio. Voi ci dite che questi libri sono divini: i pagani riconoscono la connessione tra le profezie ch’essi contengono e gli avvenimenti che sono venuti dopo. E perché dunque ricusare di abbracciar una religione la cui verità è appoggiata sopra i vostri oracoli e sopra la ragion medesima dei pagani?”. – Cosi è, conchiude S. Agostino, i nostri nemici ci somministrano l’armi contro sé medesimi a favore della nostra religione, ed il loro proprio consenso ridonda in nostro vantaggio: “Salutem ex inimicis”. Sarebbe questo il luogo di riferire alcune di queste profezie, il cui adempimento prova la verità della religione cristiana: ma tra il gran numero che potrebbe citarsene fermiamoci a quella il cui avvenimento si fa sentire nel modo più palpabile, nella situazione in cui si trova oggi giorno il popolo ebreo. Questo popolo, che di sua propria confessione, e per testimonianza delle altre nazioni, era un popolo assai florido, che possedeva una delle più ricche porzioni della terra, che aveva i suoi re, il suo tempio, i suoi sacrifici, si trova al giorno d’oggi in un’intera desolazione, senza forma di governo, senza sacerdoti, senza tempio, senza sacrifici, errante, vagabondo nelle diverse parti del mondo, odiato, aborrito da tutte le nazioni della terra, senza speranza di mai più ricuperare il suo primiero splendore. Sì può qui non riconoscere la famosa profezia di Daniele, il quale lungo tempo aranti aveva predetto che, venuto il Messia e messo a morte dal suo popolo, questo popolo sarebbe disperso, desolato, che sarebbe distrutto il suo tempio, aboliti i suoi sacrifici, e che la sua desolazione durerebbe sino alla consumazione dei secoli? Dallo stesso popolo ebreo abbiamo noi ricevuta questa profezia, dunque non è supposta: essa si è verificata in tutte le sue circostanze; noi ne vediamo sotto i nostri occhi l’adempimento; questo popolo sarà un monumento eterno della verità della nostra religione. Si sono veduti sparire i più grandi imperi del mondo; quello degli Assiri, dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani, dei Greci, quello anche dei Romani, che ha distrutti gli altri imperi e quello dei Giudei non sussistono più: nulla di meno questa nazione sussiste sempre senza capo, senz’appoggio, carica dell’odio delle altre nazioni. Iddio ciò permette per far vedere in essa la verità della nostra religione, di cui ne sono, per cosi dire, i predicatori muti e forzati; perciocché la loro situazione fa vedere in una maniera sensibile la missione del Legislatore divino, che essi non han voluto riconoscere, che è venuto a compire ciò che la loro religione aveva predetto, e che, sostituendo la realtà del Nuovo Testamento alle figure del Vecchio, ci ha dato una religione egualmente antica che il mondo; perché la sostanza di questa religione era rinchiusa nella religione giudaica, e questa non era vera avanti del Messia che per la unione e la relazione che aveva colla religione cristiana. – Veniamo ora alle prove dei miracoli.

I miracoli. Si può dire dei miracoli riguardo alla religione ciò che il reale Profeta diceva dell’opere di Dio, le quali annunziano la sua gloria, che è un linguaggio chiaro ed intelligibile che si fa intendere a tutto il mondo, essendo adattato alla capacità sì del savio che dell’ignorante: “Non sunt loquelæ neque sermones quorum non audiamur voces eorum”. È una luce viva e penetrante che rischiara le menti più grossolane. Non avvi intelletto sì ottuso che non debba arrendersi ad una evidenza così convincente. Infatti non si ricerca gran raziocinio per convenire che Dio, fare un miracolo per confermare una menzogna: se dunque ha fatto miracoli per autorizzare la religione cristiana, conviene conchiudere ch’essa è vera. Or, che Dio abbia manifestate con prodigi le verità della nostra religione, non si può negare senza contraddire i principi della certezza e i lumi del buon senso. Leggansi le storie dell’antico e del nuovo Testamento, gli annali della Chiesa, gli scritti di tanti eruditi: si osservi nei monumenti di quei miracoli, che ancora sussistono, e si vedranno miracoli d’ogni genere operati in favore della religione: malattie d’ogni sorta in un subito risanate, ciechi illuminati, ossessi liberati, morti risuscitati, tempeste calmate, elementi che hanno sospeso la loro attività, leggi della natura interamente cangiate in mille occasioni in cui si trattava della gloria e della verità della religione: miracoli operati non in un sol luogo né avanti a qualche testimonio, ma in un’infinità di luoghi, innanzi a migliaia di testimoni, che li hanno esaminati con l’ultima esattezza, che gli hanno attestati per tutto ciò che eravi di più sacro, che li han sostenuti col sacrificio di quanto avevano di più caro, coll’effusione medesima del loro sangue; il che non avrebbero fatto, se non ne fossero stati ben convinti e ben persuasi: miracoli che han convertito alla religione i suoi più crudeli nemici, non solo il basso popolo, ma eziandio i grandi e i dotti, i quali non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero conosciuta 1’evidenza dei miracoli: miracoli di cui si vedono ancora in molti luoghi monumenti autentici, che non avrebbero innalzati, se i fatti non fossero stati ben provati: miracoli per altro che riguardar non si potevano come effetti del caso, poiché si sono operati in circostanze di elezione, alle preghiere di quelli che domandavano qualche favore dal cielo o che volevano confermare qualche dogma della fede: miracoli per conseguenza che non potevano riguardarsi come l’effetto di qualche causa naturale ed incognita; ma che potevano sicuramente attribuirsi all’onnipotenza di Dio, che operava contro le leggi fisiche della natura in favore della religione. Imperciocché egli è certo che Dio ha dato all’uomo lumi per giudicar delle cose secondo 1’esperienza che ne ha; conseguentemente, quando in materia di credere vede un fatto che sorpassa le forze della natura, può giudicare che Dio n’è l’autore: poiché, se fosse l’effetto d’una causa naturale, né gli desse Iddio alcun mezzo per scoprirne l’illusione, sopra Dio medesimo ricadrebbe il suo errore: conseguenza che non si può ammettere senza far ingiuria alla somma veracità e alla provvidenza di Dio. Perciocché bisogna o negar la provvidenza o dire che non ha potuto permettere fatti straordinari che ci avrebbero indotti in errore in materia di religione; molto meno ancora dar all’uomo cognizioni che lo porterebbero a credere cose che non sono. Vedano gl’increduli il partito che prender vogliono. Negheranno che questi miracoli siano accaduti? Ma conviene per questo accusare di falsità tutta la rispettabile antichità, le storie di più secoli e di molti paesi del mondo, gli scritti di tanti uomini sapienti, di tanti santi personaggi, da cui sono stati raccontati appunto come li avevano appresi da testimoni oculari, e a cui avrebbero data certamente la mentita, se le cose non erano in tal modo accadute come le han pubblicate. Come mai questi santi e dotti personaggi avrebbero spacciato come tante verità fatti i quali non sarebbero stati che favole e chimere, essi che nessun interesse avevano a spacciarli, e all’opposto sarebbe stato di loro vantaggio il rigettarli? Come questi fatti avrebbero ottenuta la credenza non solo del semplice popolo, ma eziandio dei più grandi ingegni del mondo? É forse credibile che tante nazioni, di diversi paesi e di secoli differenti, abbiano tutte insieme dato nel delirio e nell’illusione sopra cose che contrariavano le loro passioni e che conseguentemente loro importava di non credere? Le persone illuminate avrebbero prese tante favole come verità per sì lungo tempo e sì costantemente come han fatto? Forse non dobbiamo almeno prestar tanta fede alle storie dei miracoli della religione, quanta alle storie profane degli imperatori, dei re, dei popoli della terra? Non abbiamo maggior fondamento di ricusarla alle une che alle altre. Se si vuol mettere in dubbio tutto quello che si è fatto nei secoli scorsi. nulla più vi è di certo nel mondo; i secoli avvenire saranno in diritto di non credere ciò che ai giorni nostri succede: tali sono gli assurdi a cui l’irreligione conduce. Quando gli increduli volessero contrastare qualche fatto miracoloso che si cita in favore della religione, possono essi ragionevolmente dubitare di quelli, che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno operato? L’universo che li ha veduti, non ha potuto resistervi; strascinato dalla forza di questi miracoli l’universo ha cangiato di credenza ed è divenuto cristiano. Possono dubitare di quelli che sono approvati dalla Chiesa dopo un esame il più esatto e che reggono alla prova della critica più severa? E se a tutti questi fatti se ne aggiunge un’infinità d’altri riferiti da autori degni di fede, può negarsi che non ne sia almen accaduto qualcheduno? E non sarebbe una follia il metterli tutti in dubbio? Come poter resistere ad un’infinità di testimoni, ad un cumulo di prove cavate da tante storie, dalla morte di tanti migliaia di martiri, da tanti monumenti che ancora sussistono? E ciò tutto insieme non fa un peso di ragioni, sotto cui ogni mente deve piegare? Se noi non abbiamo qui un’evidenza appoggiata sopra la testimonianza dei sensi, abbiamo almeno una morale evidenza, ch’equivale alla più grande certezza e che non si può prudentemente rigettare. E quante cose non credono gl’increduli di cui non hanno tanta certezza, quanta loro se ne fa vedere nei fatti della religione? Appunto perché questa religione non si accomoda alle loro perverse inclinazioni, perciò loro piace di contrastare la verità dei suoi miracoli. Ma almeno contrastare non possono un prodigio, che hanno a vanti gli occhi, il quale suppone e sorpassa anche tutti gli altri, ed è la religione medesima. SI, la religione cristiana deve comparire a qualunque pensi dirittamente il più grande dei prodigi, ossia che la consideri nel suo stabilimento, ossia che la esamini nel suo progresso e nella sua durata. Ch’era la religione cristiana nel suo cominciamento, e come si è ella stabilita? Noi tutti lo sappiamo, e i suoi nemici negare non possono. Simile al piccolo grano della senapa, per servirmi delle parole del Vangelo e nello stesso tempo giustificarlo, questa religione non fu da principio conosciuta che in un piccolo angolo del mondo dove fu annunziata da un uomo povero ed abbietto nel suo esteriore, che non aveva alcun soccorso umano per attirar gli uomini al suo partito, che fu scacciato, disprezzato da quei medesimi tra i quali era nato. Quali uomini si associò Egli per lo stabilimento di questa religione? Non furono né conquistatori che con lo strepito delle loro armi abbiano portato il terrore tra le nazioni della terra, né sapienti che colla loro eloquenza abbiano trionfato degl’intelletti: se questo fosse stato, la religione si sarebbe riguardata come opera degli uomini. Si valse al contrario di ciò che vi era di più debole e di più abbietto per confondere e ridurre quanto vi era di più forte e di più grande. Furono dodici poveri, ignoranti, rozzi, deboli ed imperfetti, che non avevano né talenti né eloquenza né ricchezze. E che cosa insegnare dovevan agli altri questi uomini sì poco capaci d’istruirli? Una religione ripiena di oscurità, che propone misteri impenetrabili allo spirito umano, massime del tutto opposte alle inclinazioni più naturali, l’odio di sé  medesimo, l’amore dei nemici, la mortificazione dei sensi, il crocifiggimento della carne. E a chi questi uomini insegnar dovevano questi misteri impenetrabili, queste massime ripugnanti? Non al semplice popolo soltanto, ma ai più grandi ingegni del mondo, ai re, ai potentati della terra, che avevano in orrore e la dottrina che loro si predicava e gli uomini che l’annunziavano; che il minacciavano dei supplizi più orribili, della morte più crudele. Ciò non pertanto, oh prodigio dell’ onnipotenza e della sapienza di Dio! Questa religione, benché impenetrabile alla mente umana, benché tutta spiacevole alle inclinazioni del cuore, è stata non solo annunziata ma persuasa al popolo e, quel che è più, ai sapienti, ai più dotti filosofi, che non erano capaci di lasciarsi sorprendere e che non l’avrebbero certamente abbracciata, se non avessero avute ragioni bastanti che li convincessero. Essa è stata annunziata, persuasa ai re, ai potentati più formidabili: essa ha fatto piegare sotto il suo giogo le teste coronate: essa è stata seguita, abbracciata da un’infinità di nazioni, le quali tutte varie di costumi, di carattere, di lingua, riunite si sono sotto i suoi stendardi, e questo non ostanti tutti gli ostacoli che formati si sono contro il suo stabilimento, malgrado tutte le persecuzioni che suscitate le hanno contro, alla vista dei supplizi orribili di cui si minacciavano i seguaci di lei, e a cui molti sono stati condannati. Il sangue stesso dei discepoli era come una semente che ne produceva un’infinità d’altri. E non bisogna dunque convenire ch’eravi in ciò del miracoloso, e che un tale cambiamento nell’universo non poteva essere che opera dell’onnipotenza di Dio? “A Domino factum est istud”. Imperciocché, per ragionare quivi con S. Agostino, o la conversione del mondo alla religione cristiana è stata la conseguenza e l’effetto dei miracoli, o si è fatta senza miracoli. Se questa conversione fu l’effetto dei miracoli, dunque Dio ne fu l’autore: se si è fatta senza miracoli, egli è il più grande dei miracoli che il mondo siasi convertito senza miracoli; e chi non vuol credere deve esser riguardato come un prodigio di incredulità. Ora è certo 1.° che la Religione non si è stabilita senza miracoli, perché la conversione dell’universo è un miracolo il quale suppone tutti gli altri. Infatti, come mai schiere innumerevoli di persone d’ogni stato, d’ogni sesso, d’ogni paese avrebbero abbracciato una religione sì impenetrabile nei suoi misteri, sì ripugnante nelle sue massime, non avessero avuto prove convincenti della sua verità? Negar non si può che gli Apostoli non abbiano convertito un gran numero di Giudei loro contemporanei. Ad essi primieramente fu annunziato il Vangelo; ne furono essi le prime conquiste, principalmente allorché alla festa della Pentecoste i giudei radunati da diversi paesi del mondo udirono predicar gli Apostoli e se ne convertirono più migliaia. Ora una conversione sì pronta e sì generale si sarebbe ella operata, se Gesù Cristo e gli Apostoli non avessero fatto alcun miracolo per persuadere la religione che predicavano? Poiché, se gli Apostoli avessero annunziato miracoli che Gesù Cristo non avesse operati, non avrebbero data loro la mentita quelli che, avendolo veduto, potevano rendere testimonianza del contrario? o se gli Apostoli stessi non avessero operati miracoli, li avrebbero creduti? li avrebbero seguiti? Giudichiamone da quanto sono per supporre: se qualche uomo della feccia del popolo dicendosi inviato da Dio, intraprendesse al giorno d’oggi a promulgare una nuova religione; che si associasse a quest’effetto dodici persone della sua medesima condizione, senza talenti, senza ricchezze, senza credito, che quest’uomo in odio della sua religione fosse messo a morte con un supplizio infame, e che né egli né i suoi seguaci avessero data altra prova della Religione che predicherebbero se non la loro semplice testimonianza, chi è che seguir vorrebbe questa religione, quand’anche fosse meno severa di quella che noi professiamo? Come dunque Gesù Cristo e gli apostoli avrebbero stabilita una religione sì austera sopra le rovine dell’idolatria, la quale favoriva tutte le passioni, se non avessero date altre prove che la loro semplice testimonianza, e se la forza della loro parola non fosse stata sostenuta, come dice s. Paolo, da quella dei prodigi? Non sono gli uomini sì facili a rinunziare ai loro primi pregiudizi; non si abbandona così facilmente e senza motivi tutto ciò che lusinga le naturali inclinazioni per abbracciare tutto ciò che vi è di più austero e di più malagevole. Giudichiamone da noi medesimi, i quali, benché istruiti e convinti delle verità di nostra religione, proviamo tanta fatica a seguirne le massime. I predicatori del Vangelo avrebbero avuto bel dire che predicavano la pura verità e che dovevasi loro prestar fede: ciascuno si sarebbe beffato di essi, nè li avrebbe alcuno seguiti giammai, se non avessero dati segni evidenti di una missione divina. Inoltre, come mai questi predicatori del Vangelo, come gli Apostoli intrapreso avrebbero di stabilire la loro dottrina a costo di quanto avevano di più caro della loro vita medesima? Come si sarebbero essi offerti a soffrire tutto il furor dei tiranni, il rigor dei supplizi più orrendi per sostenere una religione di cui avrebbero conosciuta la falsità? – Se Gesù Cristo che aveva dato per prova della sua missione il miracolo del suo risorgimento non fosse, siccome disse loro, risuscitato, come continuato avrebbero a seguir il partito di un uomo, il quale ingannati li avesse, non avendo essi alcun interesse di seguirlo, essendo all’opposto di loro grande vantaggio l’abbandonarlo, giacché si trattava della loro fortuna, della loro vita? Non sarebbe stato in essi un eccesso di follia e di stravaganza il sostenere, a sì gran costo un’insigne falsità? È egli credibile che gli Apostoli e tanti altri abbiano preso piacere a lasciarsi imprigionare, tormentare, crocifiggere per render testimonianza alla risurrezione di Gesù Cristo e alla verità della religione, se non ne avessero avute prove certe ed evidenti? Una testimonianza che tanto ha costato non deve essere per noi una prova invincibile che la religione cristiana si è stabilita per via di miracoli? – Se questa religione si è stabilita senza miracoli, ho detto in secondo luogo, ch’era il più grande dei miracoli, che ciò si sia fatto senza miracolo. E una più grande meraviglia, dice S. Giovanni Grisostomo, che dodici poveri pescatori, come erano gli Apostoli, abbiano convertito il mondo intero, che non se dodici uomini della feccia del popolo senza forze, senza danaro, senz’armi, senza equipaggi militari avessero intrapreso di far la conquista dell’impero romano, che dava la legge a tutta la terra, e ne fossero venuti a capo. Questa meraviglia è accaduta, noi la vediamo coi nostri occhi; non cerchiamo più altri miracoli. Infatti al vedere che, malgrado le guerre più sanguinose e crudeli che suscitate si sono contro la religione, ella si è stabilita con tanta rapidità e sostenuta con tanto successo, come se ciò accaduto fosse a forza d’eloquenza e d’armi; ch’ella ha estese le sue conquiste con la povertà della croce più lungi che i Cesari non hanno estesi i confini del loro impero con armate formidabili e milioni di soldati, si può egli non riconoscervi l’opera dell’onnipotenza di Dio? Al vedere che questa religione è stata abbracciata cosi universalmente, che ha durato sì lungo tempo, malgrado la severità delle sue massime cotanto ripugnanti alla natura, dobbiamo conchiudere che Dio solo poteva assoggettare in tal modo lo spirito ed il cuore dell’ uomo. – Se questa religione era opera d’uomini, sarebbe ben presto caduta da sé stessa; ben presto il mondo se ne sarebbe annoiato. Questo è il ragionamento che faceva un famoso dottor della legge tra i Giudei radunati per condannare a morte gli Apostoli. “Se questa impresa, diceva loro, è opera d’uomini; essa cadrà da sé stessa, siccome abbiamo veduto cadere altre sette; ma se è opera di Dio, invano tentate distruggerla; essa sussisterà vostro mal grado. Ora se, per testimonianza di un nemico dichiarato della religione cristiana, potevasi riguardare come opera di Dio ove si fosse sostenuta anche senza contraddizione, tanto più deve ella esser riguardata per tale dopo di aver sostenuto tutto il fuoco delle persecuzioni e sofferta tutta la violenza delle tempeste. Io domando ad ogni men ragionevole se questo non è portare un carattere di divinità e se tutt’altra autorità, fuorché quella di Dio, poteva in tal modo sottoporre i cuori degli uomini alle più severe leggi, alle massime più ripugnanti: “A Domino factum est istud”. – No, non possiamo ricusare di seguire una religione che mostrasi con tanto splendore sia dell’adempimento delle sue profezie, sia nell’evidenza dei suoi miracoli, sia nel suo prodigioso stabilimento. Se noi restiamo ingannati seguitandola, sopra Dio ricadrebbe il nostro errore, poiché la sua verità è stabilita sopra tante prove capaci ad appagar la ragione, che Dio ci ha dato per condurci. O non vi è in Dio provvidenza alcuna, e ci ha dato lumi fallaci per giudicar delle cose; o se vi è una provvidenza ed una retta ragione nell’uomo, bisogna necessariamente convenire della verità della religione cristiana.

Santità della religione. Aggiungiamo ancora un tratto di verità, che il carattere di santità di cui è munita la religione nostra, che riguardar si deve come un carattere di divinità. Vi fu mai infatti religione sì santa nel suo Autore, nella sua dottrina, nei suoi seguaci? Vediamolo partitamente, e ne resteremo ben presto convinti. L’autore della religione cristiana è Gesù Cristo, l’uomo più santo che sia stato giammai. Uno sguardo sulla storia della sua vita ci fa vedere l’innocenza più pura, lo staccamento più universale, 1’umiltà più profonda, la mansuetudine più inalterabile, la purità più esatta, la mortificazione più austera, la condotta più irreprensibile, in una parola, le virtù più eroiche. Si diportò durante tutta sua vita mortale in un modo sì santo e sì edificante che non temeva di sfidare i suoi nemici a fargli il minimo rimprovero: Quis ex vobis arguet me de peccato? non sono solamente i suoi storici, i suoi discepoli, ma ancora i suoi nemici hanno reso testimonianza alla sua santità. Quantunque 1’abbiano accusato avanti ai giudici per farlo condannare, l’esame più critico non trovò giammai motivo di condanna sopra le sue azioni ; Pilato stesso non poté tenersi dal riconoscere la innocenza dì Lui; “Nullam Invenio in eo causam”. La fama ed il grido della santità di Lui aveva fatta tanta impressione sopra lo spirito dei pagani medesimi, i quali lo conoscevano, che un imperatore romano propose in senato di metterlo nel numero degli Dei, Giuseppe ebreo, storico non sospetto, lo riguarda carne uomo divino. Maometto stesso gli dà la qualità di gran profeta. Ma lasciamo questi elogi stranieri per venire a quello che merita la santità della dottrina di Lui. Qual dottrina ci ha Egli insagnata nel suo Vangelo! Che purità nella sua morale! Che perfezione nelle massime che la compongono! Questa dottrina non solo condanna tutti i vizi, ma abbraccia ancora la pratica di tutte le virtù. Non solo condanna i vizi più gravi e che da sè stessi fanno orrore alla natura, come l’omicidio, il furto, l’adulterio; ma ancora i mancamenti più leggieri, così i vizi che si formano nel cuore come quelli che si manifestano al di fuori. Essa proibisce sino i cattivi desideri, sino lo stesso pensar male. – Vuole questa santa religione che il cuore dell’uomo sia talmente regolato che soffochi sino i primi principi, sino i primi sentimenti del male, Non vuole che si conservi il minimo risentimento e neppure l’indifferenza contro del suo prossimo; che alcuno si fermi anche ad un solo pensiero contrario alla modestia. Si può portar più lungi l’odio e l’orrore del peccato? Essa abbraccia la pratica di tutte le virtù e di tutti i doveri riguardo a Dio, al prossimo è a sé stesso. Riguardo a Dio, ella prescrive il culto più perfetto, i sacrifici più grandi, le cerimonie più maestose nel divino servizio. Riguardo al prossimo, l’amore più sincero e più efficace; amore che deve portarsi sino ad amare i suoi più crudeli nemici, sino a fare del bene a quelli che ci fan del male, sino a pregare pei propri persecutori. Vi è forse un’altra religione, fuorché quella rivelata da Dia, che possa portare l’uomo ad atti sì eroici? Riguardo a noi medesimi, quali sono mai i doveri che questa santa religione ci prescrive? Un intero staccamento dai beni del mondo; una rinunzia perfetta ai piaceri del senso, un generoso dispregio degli onori, e della gloria del secolo, la pazienza nelle afflizioni, l’amore delle umiliazioni e dei patimenti, 1’abnegazione di sé stesso, una mortificazione continua dei sensi e delle passioni. Un altra religione, ripeto, fuorché quella rivelata da Dio poteva portar l’uomo ad una perfezione sì alta? Possiamo, leggendo il Vangelo, non convenire che la dottrina in essa contenuta è venuta dal cielo ed è stata dettata da una sovrana sapienza? Sente ciascuno, anche suo malgrado, che la morale di essa viene da Dio ed a Dio conduce, che non possiamo temere d’ingannarci seguitandola e che dobbiamo tutto sperare osservando i suoi precetti. – Lo splendore della sua santità fu quello ancora che le attirò un si gran numero di discepoli, e la santità dei suoi discepoli non ebbe minor forza per propagarla di quel che abbia avuto l’autenticità dei suoi miracoli. E nel vero qual sono stati i discepoli della religione? Qual vita santa non hanno essi menata? Leggiamo le vite dei santi che hanno edificato il mondo coi loro esempi. Voi vi vedrete uomini sì staccati dai beni del mondo che rinunziavano a tutto e vendevano tutto quel che avevano per darlo ai poveri, che amavano il loro prossimo sino a perdonare le ingiurie più atroci ed abbracciare i carnefici che li facevano morire; che si davano interamente a tutti i rigori della penitenza; che ancor vivi si seppellivano nelle solitudini per non occuparsi che di Dio e della speranza di un’eterna felicità. E quante ancora ne vediamo di queste anime generose che fanno simili sacrifici! Quante anime sante che rinunziano a tutte le speranze del secolo per prendere il partito del ritiro, dove menano una vita più angelica che umana! Quanti in mezzo al mondo medesimo si vedono ancora fedeli cristiani che seguitando i sentimenti della loro religione, adempiono con edificazione tutti i doveri che loro impone; che sono poveri nell’abbondanza, umili negli onori, pazienti nelle afflizioni, sobri, casti, temperanti, e che perdonano le ingiurie e gli affronti più atroci. Se tutti i discepoli della religione non sono tali non bisogna ad essa imputarlo, ma bensì alle malvagie disposizioni di coloro che non vogliono seguirne le massime. Se tutti seguissero queste massime sante e salutevoli, la società dei cristiani sarebbe la più perfetta e la più felice: sarebbe una società di santi i quali non avrebbero che un cuore ed un’anima sola; dove non vi sarebbero né dispute né contese sopra i beni e gli onori del mondo, dove i ricchi non si solleverebbero con orgoglio sopra i poveri; dove i poveri riceverebbero dai ricchi tutti gli aiuti necessari alle loro miserie; dove ciascuno, in una parola, sarebbe a gara premuroso di prevenirsi, di rendersi servigio gli uni agli altri. Tali furono i primi discepoli che la religione formò, e fu il loro esempio che attirò al seno di lei un sì gran numero d’idolatri, i quali non potevano persuadersi che una religione che regolava sì bene la società e portava gli uomini a sì gran virtù non fosse una religione inspirata od emanata dal cielo. I nemici che l’attaccano le renderebbero al giorno d’oggi la medesima testimonianza, se non fossero accecati dalle loro sregolate passioni, che molestate si trovano dalla severità del Vangelo, del quale non per altro motivo si sforzano di scuotere il giogo che per vivere a loro capriccio. Ma in ciò ancora rendono essi, senza volerlo, testimonianza alle verità della fede; poiché non rigettano la religione se non perché si oppone alle loro inclinazioni perverse, prova certissima ch’ella è santa e che viene da Dio, il quale è il principio di ogni santità. Siamo santi, siamo ragionevoli, e persuasi saremo facilmente della verità della religione. Questo è il migliore ed il più sicuro partito che l’uomo possa prendere per esser tranquillo, felice e contento anche in questa vita, lo non chiedo all’incredulo che una seria riflessione su questo punto per determinarlo a sottoporsi al giogo della religione. Vedrà egli senza fatica che il cristiano è più prudente e più ragionevole di lui, e che gli torna più conto il seguir il partito della religione che il combatterla e rigettarla. – Infatti ragioni l’incredulo, l’empio, il libertino quanto gli piacerà sopra la religione; metta in dubbio, neghi pure le verità più sodamente stabilite, inventi sistemi a suo grado per combattere i misteri delle fede: oltreché egli cade in assurdi più incomprensibili che i misteri medesimi ch’ei vuole combattere, qualunque sistema possa egli immaginare per mettere al coperto le sue passioni, non potrà giammai assicurarsi contro i terrori che una religione conforme al buon senso deve ispirargli. Derida pure la credenza del fedele; cerchi pure qualche apparenza di ragione per accecarsi e far illusione a se stesso sopra le terribili verità che non vuol credere; ardisco sfidarlo che, con tutte le sue sottigliezze, i suoi raggiri, le sue critiche maligne sopra la religione arrivi a persuadersi ch’ella non è vera. Tutto quel che può fare si è di negare, di dubitare, di combattere con qualche sofisma le verità sante che noi crediamo; ma potrà egli mai avanzare qualche cosa di positivo e di certo che le distrugge? Imperciocché, per persuadersi che la religione è falsa, converrebbe far vedere ad evidenza che tutto ciò che si dice della sua propagazione miracolosa, dei prodigi operati da Gesù Cristo, dagli Apostoli e dai suoi seguaci non è vero. E come mai il proverebbe l’incredulo? È egli forse stato in tutti i luoghi ed in tutti i tempi in cui le cose sono accadute, per scoprire l’inganno, se stato vi fosse, e per rigettare come falsi tutti quei fatti? Non vi è per lo meno altrettanto fondamento di credere tutto ciò che ne vien riferito che di non crederlo? Quanto dunque potrebbe guadagnare di più l’incredulo sarebbe di dubitare e di un dubbio assai malfondato. Non andrà mai più lungi, qualunque sforzo possa fare la sua mente e qualunque sistema possa egli immaginare. Già in questo dubbio, io domando, chi dei due è il più tranquillo? il cristiano, che ha la fede, o l’incredulo, che non l’ha? Egli è facile il provare che il cristiano; perciocché o la nostra religione è vera, o tale non è. Se essa non è vera, se quanto ci si dice delle ricompense e dei castighi di un’altra vita è falso, se non v’è né paradiso né inferno, il cristiano nulla arrischia nel crederlo poiché, se non ve n’è alcuno, non arrischia punto di essere eternamente infelice. Ma se la religione cristiana è vera, come è dimostrato da tutte le prove che si sono date e che sono capaci di appagare qualunque spirito ragionevole, voi, o empi, voi, o increduli, aspettar vi dovete di essere un giorno rinchiusi in quel luogo d’orrore e di disperazione che sarà il soggiorno dei peccatori, voi attender dovete di provare a vostro danno ciò che la religione mi obbliga di credere su questo soggetto. Qualunque ragione allegar possiate per giustificare la vostra condotta, dubitare per lo meno dovete di correr ogni rischio di una eterna disgrazia col non prendere il partito migliore per evitarla. Ora, in un dubbio ed in un rischio si grande come questo, può alcuno essere felice e tranquillo? E il cristiano che crede ed opera conformemente alla sua credenza non è egli più saggio e più tranquillo che colui che non crede? Si priva, è vero, il cristiano di qualche piacere che trova il libertino nell’appagar le sue passioni, ma non è forse meglio privarsi di qualche piacere passeggero per assicurarsi una felicità eterna, che mettersi al pericolo di uno stato eternamente infelice, per goder d’un piacere che a guisa d’un baleno svanisce ? Per poco che voglia l’incredulo rientrar in se stesso lo sfido a poter calmare i rimorsi della sua coscienza ed esser tranquillo sopra il timore d’una eternità infelice. Imperciocché, cosi deve dir tra sé stesso, se la religione cristiana è vera, ed io non la seguito, l’inferno sarà dopo questa vita la mia sorte; almeno corro rischio di precipitarmivi. Or questo pensiero, quest’agitazione, questo timore, che è sì ben fondato, non è egli capace d’intorbidare tutti i piaceri? Non ha forse qualche cosa di più amaro che i piaceri non hanno di dolce? Qualunque cosa l’empio possa fare, dire o pensare, l’infelicità avvenire non dipende dalle sue idee: sebbene non la creda, non è perciò men vera, e deve per lo meno temere di cadervi. Invano vorrebbe assicurarsi contro se stesso, la fede metterà sempre il terrore nel suo cuore. Or vi è piacere al mondo che possa uguagliare questo timore, o si può godere di qualche tranquillità in questo stato? Laddove il cristiano privo dei piaceri vietati, oppresso, se il volete, dai mali della vita, se ne sta tranquillo sopra la sua eterna sorte e può dire a se stesso: i mali di questa vita passeranno; ma se la religione che professo è vera, come ho tutto il fondamento di credere, io sarò ben ricompensato con un bene eterno, che mi è serbato nel cielo. Il cristiano dunque non arrischia che di soffrire per qualche tempo e non per un’eternità, egli sacrifica poco per aver molto, ed anche non sacrifica che piaceri che Dio gli proibisce; anzi gode egli, mentre vive di qualche soddisfazione permessa: laddove l’incredulo, 1’empio sacrifica tutto per aver poco, si espone ad una miseria eterna per alcuni piaceri d’un momento, di cui non gli resta altro che una trista rimembranza. Or io domando: chi dei due è il più saggio ed il più contento? Ah! per poco che l’incredulo abbia a cuore i suoi veri interessi, sarà ben tosto il discepolo di una religione che tutti rende beati i suoi seguaci, All’ora della morte soprattutto noi l’aspettiamo per sapere che cosa penserà. Potrà egli allora esser tranquillo sopra i sistemi che ha avuto durante sua vita? Potrà persuadersi che la sua anima morrà insieme col corpo e che non debba essa comparire avanti ad un Giudice supremo che deciderà della sua eterna sorte? Persisterà egli a credere che la religione non è che un pregiudizio della nascita e della educazione? O piuttosto non riconoscerà egli forse che questo preteso pregiudizio era appoggiato con giudizio sopra un sodo fondamento? Oh allora si che le passioni ammorzate daranno luogo alla religione, che si risveglierà e si mostrerà in tutta la sua forza ed in tutto lo splendore della sua verità! Oh allora si che questi pretesi spiriti forti diverranno deboli in faccia allo spavento di un giudizio terribile che li minaccia e li aspetta! Vorrebbe allora l’incredulo aver creduto e vissuto da buon cristiano. Ve ne ha ben pochi che non chiamino allora la religione in loro soccorso e non cerchino nei rimedi ch’ella offre al peccatore di che assicurarsi contro un avvenire infelice. – Ma è troppo tardi aprir gli occhi quando le tenebre son venute, e farsi a viaggiare quando il sole è tramontato, lo non domando ai nemici della religione che di essere ragionevoli e di aver a cuore i loro veri interessi per seguir il partito.

TERZA VERITÀ’.

La vera religione non si trova che nella

Chiesa Cattolica, Apostolica, Romana.

Dimostrata la necessità d’una religione rivelata e la verità della religione cristiana, è cosa facile provare che nella sola Chiesa Romana si trova la vera religione. E che sia la verità, gl’increduli medesimi, che irresoluti sono sul partito della religione, convengono non esser d’ uopo di seguirne alcuna; ma che, se devesi seguirne una, alla sola religione romana bisogna attaccarsi, perché nelle altre tante falsità e varietà s’incontrano che riguardar non si possono come religioni da Dio rivelate. – Non tratteremo noi questo punto in tutta l’estensione con che trattar si potrebbe: ne daremo soltanto alcune prove principali, capaci di convincere ogni spirito ragionevole. La Religione è la strada che dee condurci a Dio ed il mezzo di cui Iddio vuol servirsi per salvare gli uomini. In conseguenza questa religione non ha potuto esser nascosta, ma ha dovuto e deve ancora essere conosciuta e manifestata da segni che visibile la rendano a coloro che vogliono e debbono abbracciarla per esser salvi. Imperciocché come mai si potrebbe seguire, se non si conoscesse? É dunque necessario che vi sia una società d’uomini che ne facciano professione pubblica e che insegnar la possano a quelli che l’ignorano. In questa società esser vi debbono capi rivestiti dell’autorità di Dio, i quali possano condurla, ossia per istruire gl’ignoranti e i semplici che fanno il maggior numero e che capaci non sono di giudicare né di determinarsi da sé stessi sopra i punti della loro credenza, ossia per finire le dispute tra le persone dotte che pensano differentemente sopra la Religione, che spesse volte si ostinano nelle opinioni le più contrario alla fede e al buon senso e che hanno bisogno, come il semplice popolo, di un’autorità suprema ed infallibile la quale corregga i loro pregiudizi, fissi la loro incertezza e la riduca all’unità della fede. Se Dio non avesse stabilito nella Religione un tribunale infallibile per decider le differenze tutte che ad ogni momento insorgono tra gli uomini, la sua provvidenza avrebbe loro mancato in un punto essenziale; vi sarebbero state altrettante religioni, quanti spiriti privati, che a loro talento ne avrebbero spiegato i dogmi: assurdità che non si può ammettere in modo alcuno. – Or questa società d’uomini condotti da capi rivestiti dell’ autorità di Dio o, per meglio dire, questi capi medesimi che conducono la società dei fedeli son ciò che noi chiamiamo la Chiesa. Essa è che conserva il deposito della Religione, colonna della verità e regola di nostra fede; essa è, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, quella città posta sul monte alla vista di tutto il mondo, in cui le nazioni tutte della terra possono radunarsi. Essa è la fiaccola collocata sul candeliere per illuminar tutti i popoli; e coll’aiuto di questa fiaccola possiamo noi camminare con sicurezza negli oscuri sentieri della fede. Ma tra tutte le società che si vantano al giorno d’oggi di seguitare la religione cristiana, dove troveremo noi questa vera Chiesa depositaria degli oracoli di Gesù Cristo ed appoggio della verità? Non ne cerchiamo altra fuorché la Chiesa Romana, di cui noi siamo i figliuoli. Essa sola, ad esclusione di tutte le altre sette, può gloriarsi di essere la vera Chiesa di Gesù Cristo. Ed invero qual è la Chiesa di Gesù Cristo? È quella ch’Egli stesso ha fondata, di cui ha dato il governo ai suoi Apostoli e stabilito per capo s. Pietro principe degli Apostoli, allorché gli disse: Tu sei Pietro, e sopra questa pietra io edificherò la mia chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno giammai contro di essa: “Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo ecclesiam meam; et portæ inferi non prævalebunt adversus eam. Questa Chiesa non è stabilita per un qualche tempo; essa deve durare sino alla consumazione dei tempi, professando sempre la medesima fede. Dunque bisogna che, non essendo sulla terra s. Pietro e gli Apostoli per governare la Chiesa, i loro successori abbiano la stessa autorità per conservare il sacro deposito della fede; altrimenti Gesù Cristo avrebbe abbandonata la sua Chiesa all’errore e alla menzogna. Ma chi sono i successori di s. Pietro e degli Apostoli? Sono i Sommi Pontefici e i Vescovi. Dunque hanno ricevuto nella loro persona la giurisdizione e l’autorità infallibile per governare la chiesa di Roma. Qual altra società, fuorché la chiesa di Roma, può vantarsi di avere la successione degli Apostoli e dei primi pastori? La tradizione e la Storia di tutti i secoli ne sono una prova convincente. Sappiamo l’origine di tutte le sette, il tempo in cui hanno incominciato senz’avere alcuna missione; nel loro stabilimento mostrano esse un carattere di divisione e di falsità. Avanti la nascita di queste sette dunque sussisteva la Chiesa Romana; essa era la vera Chiesa: altrimenti converrebbe dire che pel corso di più secoli non v’è stata alcuna Chiesa visibile; il che è contro l’oracolo di Gesù Cristo, che ha stabilita la sua durata sino alla consumazione dei secoli. – Non è forse la Chiesa di Roma quella che fu sempre vittoriosa di tutte le eresie che insorte sono nel mondo dopo lo stabilimento della Religione Cristiana? Quanti di questi mostri non ha Ella atterrati, di cui più non si vede vestigio alcuno? Per confessione dei suoi nemici medesimi, Ella è stata nei primi secoli riconosciuta per vera. Ora, se essa è stata tale nel suo cominciamento, deve sempre esserlo; perché, secondo l’oracolo di Gesù Cristo, le porte dell’inferno prevaler non possono contro la vera Chiesa: il che sarebbe nulladimeno avvenuto; se la Chiesa di Roma fosse caduta nell’errore. Ma no: 1’oracolo di Gesù Cristo sussisterà sempre, sarà egli sempre colla sua Chiesa come ha promesso, sino alla consumazione dei secoli. Dobbiamo noi dunque ascoltare la voce dei pastori i quali governano questa Chiesa come la voce di Gesù Cristo medesimo; disprezzar questa voce si è disprezzare quella di Gesù Cristo, come Egli stesso ce ne assicura: “Qui vos spernit, me spernit”. Se i Pastori della Chiesa ci ingannassero, sopra Gesù Cristo medesimo ricadrebbe questo errore, poiché sono stati da Lui stesso destinati a condurci: “Posuit episcopos regere ecclexiam Dei”. Ora Gesù Cristo non può ingannarci, né per conseguenza la Chiesa, che è suo oracolo. Tale si è la regola che i grandi uomini han sempre seguita, come un S. Agostino, un S. Girolamo. Il primo aveva tanto rispetto per l’autorità della Chiesa che protestavasi che senza di essa non presterebbe fede alcuna allo stesso Vangelo: “Ego Evangelio non crederem, nisi me moveret Ecclcsiæ auctoritas”; poiché, a dir vero, si è per l’autorità della Chiesa che noi siamo assicurati essere il Vangelo la parola di Dio. Più cose, diceva questo santo dottore, mi ritengono nel seno della Chiesa: la successione dei pastori non interrotta, l’autorità confermata dai miracoli, la conformità di dottrina dei secoli presenti con quella dei secoli primitivi, lo mi unisco, diceva S. Girolamo, colla cattedra di S.Pietro: chiunque non è nella sua nave, è sicuro di naufragare. Tralascio per brevità molte e molte altre autorità di egual peso. – Finalmente, per ristringere in poche parole quanto sin qui abbiamo detto, la santa Chiesa Romana possiede sola i caratteri della vera Chiesa, i quali non si trovano in verun’altra società, e sono l’antichità, l’infallibilità, la santità. Carattere di antichità: ella sussiste da Gesù Cristo in poi per una successione di pastori che ha durato sino a noi. Carattere d’infallibilità, che Gesù Cristo le ha dato e che le conserverà sino al fine dei secoli: dal suo tribunale tutti gli errori che sono comparsi nel Cristianesimo hanno ricevuta la loro condanna. Carattere di santità: egli è in questa Chiesa che s’insegna la morale più perfetta e che si trovano i mezzi più sicuri per giungere alla più alta santità. Dal suo seno sono uscite quelle schiere innumerabili di martiri che han sigillato col loro sangue le verità della fede; quel gran numero di dottori che hanno illuminato il mondo col loro sapere ed i cui scritti vengono dai nemici medesimi della Chiesa ammirati ed adottati. E non appartiene finalmente a questa Chiesa quella prodigiosa moltitudine di santi d’ogni stato, i quali dai primi secoli sino a noi hanno edificato il mondo colla loro virtù, e la cui memoria è in venerazione in tutto il mondo cristiano? Questi santi sono stati della comunione della Chiesa Romana, sono stati suoi allievi, suoi figliuoli. Si può a questi tratti non riconoscerla per la vera Chiesa? E se è la vera Chiesa, dunque essa sola è depositaria della vera Religione e la regola di nostra fede, regola infallibile che deve terminar tutte le differenze sopra gli articoli della Religione. E però non prima la Chiesa ci propone qualche verità a credere ovvero condanna alcun errore, noi dobbiamo sottometterci, credere senza esitare ed interdirci ogni, disputa: l’umiltà cristiana c’insegnerà questa sommissione di spirito e di cuore; il solo orgoglio negli uni e il diletto di carità negli altri rendono perpetue tra di noi queste dispute. Convinti che obbedire alla Chiesa è lo stesso che obbedire a Dio, temiamo di porre limiti alla nostra obbedienza per voler troppo accordare al nostro proprio sapere. – Quando la Chiesa ha parlato, tutto è finito; altro partito a prendere non ci resta che una intera sommissione: ora noi dobbiamo questa sommissione alla Chiesa, ossia che Ella c’istruisca con la voce dei pastori radunati in Concilio, oppure dispersi nelle loro sedi, perciocché fanno sempre un corpo medesimo con Gesù Cristo, che è il Capo invisibile della Chiesa, ed essi sono si nell’uno che nell’altro caso la voce di Dio. Di più Gesù Cristo ha promesso di esser sempre colla sua Chiesa sino alla consumazione dei secoli: ora i pastori non sono sempre radunati insieme; dunque hanno la medesima autorità essendo dispersi. Un’altra prova: la Chiesa radunata non ha autorità se non in quanto che rappresenta la Chiesa dispersa: ma chi rappresenta un altro non può avere maggiore autorità di lui: dunque la Chiesa dispersa è un giudice infallibile, come la Chiesa radunata. – Eccovi prove bastanti per soddisfare qualunque spirito ragionevole, il quale altro non cerca che la verità. Quantunque la fede ci presenti misteri impenetrabili allo spirito umano, Iddio li ha resi credibili questi misteri con l’evidenza della rivelazione e con l’autorità, ch’Egli ha dato alla sua Chiesa per assicurarci della sua divina parola. – L’oscurità dei misteri la il merito della fede, l’evidenza della rivelazione rende ragionevole il nostro ossequio. Non si lamenti dunque l’incredulo che Dio esiga da lui una sommissione cieca e tirannica, poiché egli nulla chiede di contrario alla ragione e ci permette di valerci della nostra ragione per sottometterci al giogo della fede. Conveniva forse, per credere i misteri, che Dio li mettesse in tale evidenza che tolto ci avesse il merito della fede? Perciocché qual merito vi è a credere ciò che comparisce evidente e facilmente si comprende? Bastava dunque che la rivelazione di questi misteri fosse posta in tale evidenza da non potere essere rigettati senza colpa. Ecco quanto poteva l’uomo domandare da Dio. Ha egli forse diritto di non credere misteri impenetrabili alla mente umana, perché non li comprende? Ma quanti segreti nella natura in cui siamo astretti a confessare la nostra ignoranza! Sarebbe alcuno ben fondato a non crederli perché non li comprende? Teniamoci dunque entro i limiti del nostro corto intendimento, camminiamo con la semplicità della fede per le strade in cui ella ci conduce; poiché non possiamo trovare felicità se non nella sommissione ad una Religione che è si conforme al buon senso: “Beati qui non viderunt et crediderunt”. Invano l’incredulo cercar vorrebbe questa soda felicità negli oggetti creati, nei piaceri dei sensi; non vi troverà mai onde soddisfare pienamente i suoi desideri, e mancherà sempre qualche cosa nel suo cuore che gli impedirà di essere interamente felice. Questo cuore, che è infinito nei suoi desideri, sospirerà sempre per tutt’altra felicità che quella di quaggiù, ne troverà giammai una stabile assicuranza che nella sommissione alle verità della fede e nella pratica delle sue massime, il che fa la vera pace dell’anima; egli è impossibile trovarne una più pura e più vera. Invitiamo gl’increduli a farne l’esperienza; non potranno tenersi dal rendere giustizia ala verità, si risparmieranno il timore di un’eterna miseria, e troveranno nella fede la consolazione più soda contro le amarezze della vita presente ed un pegno sicuro della felicità della vita avvenire. Cosi sia.

… et IPSA conteret caput tuum!

 

San Lorenzo Martire

Omelia del S. S. GREGORIO XVII nel giorno di S. LORENZO – S. Messa (1981)

Le parole di Gesù: “Se il chicco di grano non cade in terra e non muore, non reca frutto” (cfr. Gv XII, 24), sono state dette per spiegare agli Apostoli il mistero della Sua Passione e Morte, del Suo sacrificio completo. Erano duri a comprendere: avrebbero fatto presto capire se si parlava di gloria, ma si parlava di Croce. Ecco lo scopo per cui queste parole sono state dette. Ora vediamo di dipanare queste parole e apprenderle in tutto il loro significato, quello che segue non è altro che un commento, una continuazione del concetto, fino all’invito: “Chi vuol venire dietro a me, faccia come ho fatto io: mi segua nella via della croce”(cfr. Gv XII, 26). Ripeto: cerchiamo di dipanare. Che cosa vuol dire Nostro Signore? Vuol dire questo: “ per salvare il mondo peccatore ci vogliono dei sacrifici”. Questa è l’affermazione generale. ” E per questo il sacrificio ultimo, determinativo lo prendo io stesso”. Ma dice a noi: “La vostra parte ve la dovete prendere”. C’è un altro elemento compreso in queste parole, l’elemento più propizio per un mondo che è soltanto di prova per la vita eterna: è la sofferenza, il sacrificio. In realtà queste parole per noi suonano dure, però, quando guardiamo ai nostri genitori, capiamo che hanno fatto la loro parte a prezzo di sacrifici; quando guardiamo a degli amici, se ne abbiamo,  guardiamo se per noi sanno fare sacrifici. Tutto diventa siglato da un’eterna Provvidenza, quando porta con sé il sacrificio. – Ma andiamo avanti. Il sacrificio è necessario per gioire. Guardate: il mondo oggi muore di noia; per togliersi questa noia, fa cose incredibili, che noi non oseremmo dare per penitenza anche a chi avesse commesso cento omicidi; le fa tutti i sabati e tutte le domeniche: fugge! E che cosa trova? Guardate le facce al lunedì mattina, e vi diranno che cosa hanno trovato. Non è forse vero che per mangiare bene bisogno avere appetito, cioè bisogna che prima preceda quella tal cosa che in se stessa è desiderabile, ma che non è gaudiosa, perché aver fame non è proprio una gioia? Per poter dormire bene di sera bisogna essere stanchi morti. Chi apre la porta della gioia – attenti – è sempre il sacrificio; non è quello, il sacrificio, che apre la porta soltanto della gioia, ma è anche la premessa di tutti i gaudi possibili, onesti e duraturi in questo mondo. Ecco il significato del Vangelo. – Siccome i veri commentatori del Vangelo sono i Santi. Il commento a questo Vangelo oggi lo fa S. Lorenzo, del quale in questa chiesa a lui dedicata da almeno dodici o tredici secoli celebriamo il ricordo della sua nascita al cielo, perché per i martiri, ma anche per gli altri, il giorno della morte è il giorno della nascita al cielo. Noi ricordiamo questo santo. Badate bene che questo poteva fuggire, perché, quando hanno preso e ucciso immediatamente il Papa Sisto II, del quale lui era diacono, nelle catacombe di Callisto, l’hanno lasciato. Lorenzo poteva fuggire; non è fuggito. Era il cancelliere della Chiesa romana; nello stesso posto aveva l’ufficio, dove oggi sorge il palazzo della Cancelleria apostolica. Sapeva che Valeriano aveva indetto la persecuzione dei cristiani per poter ricapitalizzare lo Stato che era estenuato – cosa facile a succedere in tutti i tempi – e sperava di metter mano sopra il tesoro della Chiesa, che al secolo III per il mantenimento della Chiesa stessa e dei poveri romani era già costituito. Lui ha distribuito tutto ai poveri, e, nonostante la boria imperiale, di poveri a Roma ce ne erano molti. Ha distribuito tutto. Dopo tre giorni dall’uccisione di Sisto, vanno a prendere lui e gli chiedono i denari, l’oro, e lui dice, mostrando una turba di poveri: “Ecco i tesori: sono questi”. Si sono sentiti burlati (perché anche in questa burla, l’aspetto di burla, si vede la grandezza dell’uomo) e per questo motivo, nonostante il fatto che era cittadino romano sebbene nato in Spagna e aveva diritto di morire semmai con l’unico colpo di scure, non hanno osservato la legge e lo hanno condannato a morire di fuoco lento. Sopra la sua tomba, nella basilica di S. Lorenzo in Campo Verano a Roma, c’è ancora la tavola di marmo bucherellata; ha un grande spessore, ha i buchi radi per potere prolungare al massimo il martirio. Se lo avessero messo su una semplice graticola, come quella che il Tavarone ha dipinto nell’affresco dell’abside, dopo cinque minuti era fritto; no, è stato un martirio lentissimo, atroce, superato con la dignità di un uomo, che sapeva di servire Iddio e sapeva che il dolore era l’anticamera della gioia. – Perché l’insegnamento che lascia S. Lorenzo è questo: quello che a noi sembra sacrificio, di fatto è sempre, anche nelle piccole cose umane, l’anticamera della gioia. Questo non per voler rovesciare il mondo, no; perché il mondo quando è rovesciato – e lo è – per metterlo a posto bisogna rovesciarlo un’altra volta!

LO SPIRITISMO (2)

CAPITOLO XXXIV.

(seguito del precedente.)

Frutti dello spiritismo — Negazione sempre più generale del Cristianesimo — Libertà data a tutte le passioni — Pazzia — Suicidio — Statistiche — Ultimo ostacolo all’invadimento satanico: il Papato — Grido della presente guerra : Roma o morte — Timore, generale sentimento d’Europa — Unico mezzo di calmarlo rimettersi sotto il governo dello Spirito Santo — maniera di farlo.

La novella religione dà i suoi frutti. È dote essenziale d’ogni dottrina concretarsi in fatti, che ne sono i frutti naturali. Sinora, fra i più palesi effetti dello spiritismo s’annovera, nell’ordine religioso, la negazione che si fa sempre più generale del Cristianesimo, come opera divina e come religione positiva; il diminuirsi del timore de’ divini giudizi, la fede della metempsicosi, la quale portando in pieno secolo decimonono gli errori dello gnosticismo teorico, mena allo gnosticismo pratico, vale a dire allo sbrigliamento degli scorretti appetiti. – E potrebbe forse accadere altrimenti? Venir fuori a proclamare in mezzo ad un mondo come il nostro, che le pratiche del cattolicismo punto non sono obbligatorie; e che qualunque vita s’abbia menata, se ne potrà saldare i conti con pene transitorie; che queste pene medesime andranno sempre scemando, finché si giunga a perfetta ed eterna felicità; non è egli un gettar legna sul fuoco e stimolar le passioni in modo terribilmente efficace? « Le strade derivate, dicono con ragione gli spiritisti, hanno fatto cadere le barriere materiali. La parola d’ordine dello spiritismo: senza carità non vi è salute, farà cadere tutte le barriere morali. Farà in special maniera cessare l’antagonismo religioso, cagione di tanti odi e sanguinosi conflitti; attesoché allora ebrei, cattolici, protestanti, turchi, si stenderanno la mano, adorando, ciascuno alla sua maniera, l’unico Iddio di misericordia e di pace ch’é lo stesso per tutti. [Rivista spiritisti a , ivi, p. 23.]- [Questi concetti di spiritismo pratico, o satanismo operante, sono oggi addirittura spacciati dal “novus ordo” degli adoratori del baphomet-luciferino, nei sacri palazzi un tempo cattolici, come modello per i fedeli-ignoranti che si pretendono cattolici –ndr.-] » E in altro luogo: «Il principio della pluralità delle esistenze, ha soprattutto una singolare tendenza a entrar nell’opinione delle moltitudini, e nella filosofìa moderna. » [Ivi,, p. 5.]. E noi lo crediamo facilmente. Di tutti questi errori più o meno seducenti, qual’ è il finale resultato? quello che il demonio ha sempre ambito e che unicamente ambisce: la perdita delle anime, cioè la separazione eterna del Verbo redentore: « Satana, dice san Cipriano, non ha altro desiderio che di allontanare gli uomini da Dio e attirarli al suo culto, togliendo loro l’intelligenza della vera religione. Punto». egli cerca di farsi dei compagni del suo supplizio, di coloro che rende con i suoi inganni, partecipi del suo delitto.» – E sant’Agostino: «I demoni fìngono d’essere costretti dai maghi a cui obbediscono volentieri, a fine di allacciarli essi e gli altri, più fortemente nelle loro reti e di ritenerveli. » « Il demonio, aggiunge Alfonso di Castro, finge d’esser preso per prenderti meglio; vinto, a fine di vincerti, sottomesso alla tua volontà, per sottometterti alla sua; prigioniero per metterti nei suoi ferri; finge d’essere attaccato, per le tue invocazioni ad una statua, ad una pietra (a una tavola) all’oggetto di attaccarti con le catene del peccato e di trascinarti nell’inferno. » E in mezzo a nazioni battezzate, si lascia tranquillamente propagarsi una simile religione? – Nell’ordine sociale, i suoi effetti non sono punto meno funesti. Per ciò stesso che egli tende a distruggere il Cristianesimo, lo spiritismo prepara la rovina della società. Bisogna aggiungere che i principali agenti della Rivoluzione europea sono spiritisti, e che gli oracoli degli Spiriti, circa i futuri avvenimenti sono mandati da Garibaldi. Fra esso e i capi dello spiritismo vi è una attivissima corrispondenza. Nell’ordine civile o domestico, la nuova Religione si rivela con la pazzia e col suicidio. Cosi doveva essere. satana é l’implacabile nemico dell’uomo: chiunque scherza con esso, scherza col fuoco. Vittima della sua temerità, egli si trova colla pazzia quando credeva abbracciar la ragione: in seno alla morte, credendo andare alla vita: imperocché, uccidere l’uomo nell’anima e nel corpo, è il supremo intento del grande omicida. – Son questi adunque i due grandi contrassegni del regno di satana, che si manifestano sul mondo presente, segni che lo Spiritismo ha resi più che mai chiari e spiccati. Ahimè! guardate che terribile forza ha la muta eloquenza delle seguenti cifre. Il numero dei pazzi in cura ne’manicomi in Francia, era nel 1835, quando s’ebbe a farne per la prima volta il novero, di 10,539. Nel 1851, di pazzi o scemi, ricoverati ne’pubblici ospizi, o dimoranti nelle loro case, se ne contarono 44,960. Nel 1856 il numero dei pazzi propriamente detti crebbe a 35,031; dei quali 11,714 nelle loro case, e 23,515 negli spedali. Nel 1861, negli 86 dipartimenti dell’antica Francia, si contarono 14,853 pazzi propriamente detti a domicilio, e quindi quasi 20 per cento più che nel 1856. Il l° gennaio del 1860, il numero de’pazzi negli spedali era di 28,706. « Siccome questo numero cresce incessantemente; noi non esitiamo punto a metterlo, pel giugno 1861, di 29;500: onde risulterebbe un totale di 44,353 pazzi, nei manicomi o a domicilio. Sommando insieme pazzi, scemi e cretini, si ha per l’antica Francia, nel 1861, un totale di 80,839 di cotesti infermi. » [Giornale della Società di statistica di Parigi. Del movimento dell’alienazione mentale, ecc., del signor Legoyfc capo di divisione e di statistica generale in Francia, marzo 1863. — L’Inghilterra segue lo stessa progresso. Al 1° gennaio 1864 vi si contavano 44,695 pazzi per l’ Inghilterra e il paese di Galles, e questo numero non rappresenta tutto che imperfettamente le reali proporzioni della pazzia in tutto il regno.]. – Dal che si vede che nei ventisei ultimi passati anni il numero dei pazzi noverati in Francia si è quasi triplicato. [Statistica della Francia . 2a serie, t. III, 2a parte — e Censimento del ministero dell’Interno, 1861.] – Non è altrimenti un calunniare lo spiritismo, l’attribuirgli gran parte del merito di cotesto bel progresso. Or sono dieci anni, negli Stati Uniti, si calcolava che nei casi di pazzia e di suicidio esso ci entrava per un decimo. In un suo ragguaglio sullo Spiritismo, considerato come causa di pazzia, e letto recentemente alla società degli studi medici di Lione, il Dott. Burlet cosi riepilogava le sue conclusioni: « L’influenza della pretesa dottrina spiritica è oggidì ben dimostrata dalla scienza. Le osservazioni che la mostrano vera e reale si contano a migliaia. Ci sembra cosa posta fuori di dubbio che lo spiritismo può venir collocato fra le più feconde cagioni dell’alienazione mentale » [Nampon, Disc. sullo spirit., p. 41 e 43]. E una lettera da Lione, posteriore a codesto ragguaglio dice: « È un fatto, che, dopo l’invasione dello Spiritismo nelle nostre mura, il numero di coloro che s’ebbero a chiudere nell’ospedale per cagione di pazzia, si è più che duplicato. » Somigliante progresso appalesasi dovunque pianta le sue tende lo spiritismo. L’arcivescovo di Bordeaux, in una sua pastorale per la Quaresima del 1863, diceva al suo clero: « Difendete la cattolica verità contro le pratiche misteriose, le evocazioni, le malie, cose che rammentano tristi epoche nella storia del mondo, e che, troppo sovente, hanno, fra gli altri loro lacrimevoli effetti, quello altresì di produrre la pazzia. » E, notato che il numero dei pazzi si è in questi ultimi tempi triplicato, il cardinale soggiunge: « Sì è giunti, fra le congreghe, che noi crediamo dover nostro segnalare alla sollecitudine deinostri padri di famiglia, al segno di formulare dottrine contrarie a quelle della Chiesa. State costantemente sulla breccia; allontanate i fedeli da’luoghi in cui si esercitano queste dannevoli superstizioni.» Segno manifesto dell’influenza del demonio si è, anco  più della pazzia, il suicidio. Suprema violazione della legge divina, negazione assoluta della fede del genere umano, questo disperato delitto non è in natura. Ogni essere ripugna alla sua propria distruzione: mortem horret, dice sant’Agostino, non opinio sed natura, di guisa che le bestie medesime non si uccidono volontariamente. Il pensiero del suicidio, che rende l’uomo inferiore alle bestie, non può dunque venirgli che da suggestione fuori della sua natura. Ora, gli ispiratori del pensiero sono due soltanto: Lo Spirito Santo, e Satana. Non viene dallo Spirito Santo: che anzi lo vieta e condanna: Non occides. Viene dunque da satana, il grande omicida, che, fin dal principio del mondo, non ha mai cessato, e non cesserà mai, di odiare l’uomo di mortalissimo odio. E se vien dal demonio il pensiero, che dire del delitto stesso del suicidio ? Per spingere l’uomo a distruggere sé stesso, oh Dio! che dominio non bisogna mai che abbia sopra di lui! E l’uomo suicida, quanto più consuma l’orrendo delitto a sangue freddo, dà segno che è tanto meno libero di sé  stesso: proprio com’è il moderno suicidio. Pertanto, tutte le volte che sentirete dire che un uomo s’é dato a sangue freddo la morte, dite pure francamente, ch’egli era in balìa del demonio. Parimente se troverete nella storia tempo, in cui il suicidio si mostri più frequente, dite pure anche allora: il demonio in questo tempo volle avere una gran signoria. E se voi v’abbattete a trovar tempo in cui il suicidio sia più frequente che in altri mai; che lo si commetta a sangue freddo, per qualsiasi motivo, in ogni età e condizione dell’uomo; in modo insomma che cessi d’incutere orrore e spavento, ahimè! quello sarà tempo di dover tremare. E si ha un bel negarlo, ma pur troppo si può dirlo ad alta voce, e senza paura di errare, che il demonio sul tempo nostro regna con signoria, quasi diremmo, sovrana: la storia é li pronta a confermarlo. Quando, nell’antico mondo, il suicidio desolava in miseranda guisa l’umana società, il regno di satana era al suo apogèo: codesto delitto n’è il segno e la misura. Divenuto simile alla Bestia che adorava, l’uomo s’era abbrutito. E non credeva più a nulla, nemmeno a sé stesso: a sanare il mondo, a purgarlo della profonda sua corruzione, ci voleva il ferro dei barbari, e il diluvio di sangue. Scacciato dal Cristianesimo, il suicidio ricomparve in Europa in un col Risorgimento; in modo che di mano in mano che questo andava recando i suoi frutti, il suicidio cresceva ancor esso; imperocché egli è uno di quei frutti. Presentemente s’è fatto tale che, in questa parte, i tempi nostri passano gli antichi. Lo si commette per i più leggieri motivi, da uomini e donne, da fanciulli e da vecchi, da ricchi e da poveri, nelle campagne, del pari che nelle città. Non fa più orrore né spavento: se ne leggono i casi come una novella della giornata. La, legge civile più non lo punisce: e sa male che la Chiesa il condanni: per la coscienza di molti non è più manco peccato. – Volete vedere, nel suo laido splendore, codesto segno, del regno di Satana sul mondo presente ? Nel 1783, Mercier scriveva nel suo Quadro di Parigi: « Da alcuni anni in qua, si contano circa venticinque suicidi per anno, in Parigi. » E nelle provincie, allora, era delitto quasiché ignoto, e sempre orribile; cosicché un solo caso che ne avvenisse, bastava a gettar lo spavento in tutto un paese. Mezzo secolo dopo il Mercier, Parigi fu spettatrice di cinquantasei suicidi in un mese. Del resto, ecco qui, per la Francia, la statistica ufficiale del suicidio nel 1861. « Il numero de’ suicidi in Francia è, tratta una media, da 10 a 11 al di, cioè 3899 all’ anno. « Figurano in cotesto numero 842 donne, e 3057 uomini: 16 fanciulli furono suicidi: 9 di 15 anni ; 3 di 14: 2 di 13: 2 di 11, « 49 nonagenari, di cui 38 uomini, e 11 donne. » [Statistic a pubblicata dal Ministero della giustizia. Nel 1866 il numero dei suicidi in Francia è stato di 5,119, cioè 173 di più che nel 1865. S tatistica id. 1868.]. – Da quanto reca l’esattissimo e molto ben fatto libro intitolato: Del suicidio in Francia, pubblicato nel 1862, dal sig. Ippolito Blanc, capo d’uffizio nel ministero dell’istruzione pubblica, il numero dei suicidi in Francia, dal 1827 al 1858, vale a dire in 32 anni, crebbe sino all’ enorme somma totale di 99,662. Gran Dio, in trentadue anni, nel regno cristianissimo, novantanove mila uomini volontariamente uccisi di propria mano! Sarà egli lo Spirito Santo che ha ispirato sì orrenda strage ? E poi si nega l’operar di satana sul mondo! E si celia su d’esso! E si parla di miglioramento morale sempre crescente! – E non è da pretermettere che la Frància, in cotesto satanico macello, punto non fa eccezione: anzi in tal progresso di nuovo genere non primeggia nè anco. Da’ quanto ricavasi dai più recenti documenti ufficiali, i vari stati d’Eùropa danno; sovra un milione di abitanti, i seguenti numeri di suicidi:

.- Belgio ……. 57  – Prussia…………………. 108

.- Svezia…………………. 67 – Sassonia…………… 202

.- Inghilterra……………. 84 – Ginevra…………………..267

.- Francia ………. 100   .- Danimarca ………………….. 288 –

.- Norvegia……………….108 [Annali d’igiene pubblica, gennaio 1862, p. 85. Quanto alla Russia, ecco quel.che ne dice il sig. D. K. Schedo-Ferroti nei suoi Studi sull’avvenire della Russia, pubblicati in Berlino, 1863. « Si conta gran numero di sètte in Russia; eccone qui alcune, che più vannp segnalate per la stravaganza delle loro dottrine. « I Kapitoni, cosi detti dal loro capo, il monaco Kapiton, formano la più antica delle sètte, senza clero: essi considerano il suicidarsi per la fede come la più meritoria delle azioni. « I bespopowzì, della Siberia, credono che 1’Anticristo è venuto e regna sulla chiesa russa, onde fa d’uopo evitare ogni contatto coi suoi servi o aderenti. Come buon mezzo d’involarsi al pericolo di cader vittima delle astuzie del demonio, raccomandano specialmente il suicidio col fuoco; e tali raccomandazioni non sono punto vane ; attesoché, in un dì, 1700 persone perirono volontariamente per via dell’immacolato battesimo del fuoco, implorato dal loro capo. – « I pomoreni e i fllipponi professano la stessa credenza sull’efficacia del suicidio per la fede. « Ve ne sono dei mostruosi, come per es. gli uccisori di bambini, i quali stimano atto meritorio mandare al cielo l’anima di un tenero bambino: i soffocatori, i quali credono che il cielo non sarà aperto se non a coloro che muoiono di morte violenta, e si fanno un dovere di soffocare o accoppare quei dei loro congiunti, nei quali una qualche grave malattia faccia temer la sventura d’una morte naturale. Anzi i più fanatici spacciano fin anche i loro amici vegeti e sani. – Oggi le “società sedicenti civili, lo fanno con l’eutanasia” – ndr. –]. – E in questo conto non entrano che i suicidi ufficialmente denunziati. Quanti ve n’ha che, per un motivo o per un altro, sfuggono alla pubblicità ufficiale! Tale si è la sanguinosa via in cui, da quattro secoli, cammina l’Europa, l’antica Città del bene. Al vedere il suicidio, abolito già dal Cristianesimo, tornato, col Risorgimento, endemico in Europa, che altro conchiuderne se non che il Risorgimento fu il ritorno del Satanismo in Europa: che il grande omicida ha ricuperato parte del suo impero e regna sui nuovi suoi soggetti con signoria pari all’antica? che dico? con signoria ancora più estesa; attesoché la si vede, a certi segni, maggiore d’ assai dell’antica. – E lo spiritismo la va facendo crescere sempre più [Ecco alcune confessioni che abbiamo raccolte dalla bocca stessa di spiritisti avanzatissimi nelle pratiche dello spiritismo, e testimoni dei fatti che ci confidavano. « Lo spiritismo è pieno di pericoli per la salute a ed anche per la vita. Dappertutto ove si sviluppa con una certa intensità, sorgono malattie anomali, un immenso numero di casi di pazzia e la deplorevole propagazione del suicidio, che vanno a colpire coloro che vi si danno con ardore. » Ravvedutisi non senza fatica dei loro errori, gli stessi spiritisti ci riferivano moltissimi casi di suicidio e di follia, avvenuti tra i loro fratelli in spiritismo. La loro testimonianza non faceva che confermare la nostra personale esperienza» A questo proposito la Vera buona novella racconta che a Firenze dove il magnetismo ed il sonnambulismo contano numerosi osservanti, un empio si è dato al mestiere dello spiritismo. Egli ha trovato per medium una povera giovane, e si è messo ad evocare gli spiriti infernali. A forza di essere chiamati, gli spiriti, che non sono sordi, sono venuti: son venuti così spesso che hanno stimato per la più corta di stabilirsi a dimora presso la giovane, la quale a quest’ora, è diventata ossessa e sul punto di morire.]; imperocché lo spiritismo toglie il timor dell’inferno, anzi gli spiriti bene, spesso invitano a venir con essi i viventi e ad entrare, per via della morte, in una nuova incarnazione più perfetta, od anche a godersi lo stato di puri spiriti. Da quanto confessano gli spiritisti medesimi, confermato dai molti fatti riferiti dai giornali, dalle osservazioni dei medici, dai ragguagli datine dalle famiglie, risulta pur troppo chiarissima l’influenza omicida della novella religione. – Si giudichi adesso se la Chiesa ha avuto ragione di condannare gli spiriti, i sonnambuli, i magnetizzatori, i loro libri e le loro pratiche. Sino dall’anno 1856, il Sommo Pontefice segnalava le pratiche diaboliche che avevano per fine di evocare le anime dei morti, e raccomandava a tutti i vescovi del mondo cattolico di adoperare tutte le forze, per estirpare queste pratiche abusive. [Enciclica del 4 agosto 1856].  – Quantunque il decreto non nomini lo spiritismo col suo proprio nome, attesoché a quest’ epoca non si era ancor bene smascherato, nulladimeno egli è chiaramente condannato con queste parole: evocare le anime del morti e ottenere risposte, è una cosa illecita ed eretica. Più tardi, avvenne più direttamente, allorquando lo stesso Pio IX, mediante il decreto della S. Congregazione del Santo Uffizio data del 20 aprile, e della Congregazione del Concilio del 25 dello stesso mese 1864 condannò tutte le opere di Allan Kardec, che trattano dello spiritismo, e tutte le altre opere concernenti le stesse materie: omnes libri similia tractantes. – Infine il Padre Perrone, gesuita romano, stabilì teologicamente la proposizione seguente che è la condanna delle moderne pratiche diaboliche: « Il magnetismo animale, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro insieme non sono altra cosa che la restaurazione della superstizione pagana e dell’impero del demonio. [De Virt. Relig. Etc., p. 351] – Una sola cosa impedisce tuttavia allo spiritismo di recare tutti i suoi frutti: il Cattolicesimo. Or il Cattolicesimo si personifica nel Papato; e satana lo sa molto meglio ancora di Garibaldi e Mazzini. Quindi i fatti,di cui siamo spettatori: l’accanita sua guerra contro di Roma. Dal suo babelico concilio fino alla venuta del Messia, i perseveranti sforzi del principe delle tenebre mirarono ad un solo scopo: formare la sua gigantesca città, e stabilirne Roma capitale. Ci riuscì, imperocché con l’essere padrone di Roma, era padrone del mondo. Ed invero, non sì tosto comparvero gli Apostoli armati di Spirito Santo, Roma diventò l’oggetto del combattimento. Roma o Morte., era il grido della Città del bene e della Città del male, che per tre secoli echeggio da Oriente ad Occidente; ed undici milioni di martiri attestano quanto grande fosse e tremendo il conflitto. – Per il Verbo incarnato, Roma vuol dir l’impero: per satana, morte vuol dire perdita di Roma e dell’impero., Chi non resterà stupito al vedere, dopo diciotto secoli, Roma diventare un’altra volta oggetto della pugna; ed il grido di guerra Roma o morte servire di parola d’intesa ai due campi opposti? Fra tutti i segni dei tempi, questo, per nostro avviso, non è punto il meno degno di attenzione. Che Roma sia il grido del mondo attuale, il grido che passa ogni altro, è fatto che non ha bisogno di prova. Re e popoli, diplomatici e filosofi, scrittori e soldati, cattolici e rivoluzionari, tutti agognano Roma per diversi motivi. Oggidì più che mai l’odio e l’amore si contendono Roma; e tutto ciò che parla di Roma scuote gli animi, ed eccita la duplice passione del bene e del male.- Questo dramma supremo, di che il mondo fu spettatore solo una volta, di che cosa è prova? Di quel medesimo che diciotto secoli fa. Prova che Roma è la regina del mondo; prova che satana, cacciato di regno, e stretto in catene dal Redentore, tenta spezzare quelle catene e rifare la sua città; città formidabile, in quanto che va composta di gran parte d’Europa, tolta al Cristianesimo. Prova che, per ricostituirla qual era una volta, non gli resta più che renderle Roma, sua antica capitale; ch’ei la vuole ad ogni costo, e per conquistarla cammina alla testa d’immenso esercito di rinnegati, non facendo, come già altre volte, distinzione tra mezzo e mezzo, e ripromettendosi una non lontana vittoria, la quale, giusta il detto di Pio IX, rìcomincierà l’era dei Cesari e dei secoli pagani, vale a dire farà ricadere il mondo nella morale e materiale schiavitù, da cui lo aveva liberato il cristianesimo.[Encic. 8 ic. 1849]. – Detto verissimo. Ora s’egli è chiaro che il mondo va sempre peggio sottraendosi all’influenza dello Spirito Santo, è chiaro non meno che esso cade, in pari misura, sotto l’impero dello Spirito maligno, e si sottopone per sua grande sventura a tutte le conseguenze della sua colpevole infedeltà. Il passato è storia dell’avvenire. Non ostante le lusinghiere predizioni dei loro falsi profeti, i popoli dei tempi nostri hanno un cotal presentimento di quel che li aspetta: essi hanno paura. È questo indefinibile sentimento, ignoto in tempi regolari, un contrassegno dei nostri. – L’Europa soggioga città reputate inespugnabili, e pure ha paura. Con pochi soldati ottiene, in lontani paesi, splendide vittorie su potenti nemici, e pure ha paura. Vegliano alla sua difesa quattro milioni di baionette, e pure ha paura. Doma gli elementi, annulla le distanze da popoli a popoli, vanta i prodigi della sua industria; l’oro scorre abbondante nelle sue mani; alle rustiche divise ha sostituita la seta; la natura tutta s’è fatta tributaria del suo lusso; la sua vita somiglia al convito di Baldassarre; e pure ha paura. Dappertutto regna la paura. Le nazioni hanno paura delle nazioni: i re hanno paura dei popoli, e i popoli hanno paura dei re. L’uomo ha paura dell’uomo. La società ha paura del presente, e più ancora dell’avvenire ; chi ha paura di qualcheduno, o di qualche cosa, il cui nome è un mistero. Perché ha ella paura ? Perché l’istinto della sua propria conservazione 1’avverte che non è più retta dallo spirito di verità, di giustizia, di carità, senza del quale non v’ha ordine possibile, né società durevole, né sicurezza per alcuno. E questo temere non è altrimenti vano. Per le nazioni si come per gl’individui, tra la Città del bene e la Città del male, tra Cristo e Belial, non si dà punto di mezzo. – Or, ritornando nel mondo, satana, checché ne dicono i suoi apologisti, ci ritorna qual è, fu, e sarà sempre: l’odio. Lasciate che cotesto forzato dell’inferno, esca della sua galera, sciolto e libero della camicia di forza che si chiama Cattolicesimo, e vedrete quel che farà. Padre della superbia e della crudeltà, della menzogna e della voluttà fallace, farà domani quello che ha fatto in tutti i tempi che fu dio e re, quel che seguita a far tuttavia in tutti i popoli ancor sottoposti al suo impero. La guerra sarà generale; la terra diventerà un campo di rovine; lacrime e sangue scorreranno a torrenti: il genere umano avvilito, sarà fatto segno ad Oltraggi non rammentati ancor dalla storia, giusto castigo di una ribellione allo Spirito Santo, simile al’quale la storia parimente non conta. Salvo un miracolo, tale si è, non accade dissimularlo, lo spalancato abisso, a cui camminiamo. Come arrestarci sul fatale pendio? Via tutti i mezzi di salvamento, che viene a proporre 1’umana sapienza. No, cento volte no; l’Europa infedele allo Spirito Santo non sarà salvata né dalla filosofia, né dalla diplomazia, né dall’assolutismo, né dalla democrazia, né dall’ oro, né dall’industria, né dalle arti, né dalle banche, né dal vapore, né dall’elettrico, né dal lusso, né dalle belle parole, né dalle baionette, né dai cannoni rigati, né dalle navi corazzate. Come dunque vorrà ella esser salvata, se lo dev’essere? La risposta è facile: perdutosi per essersi dato in braccio allo spirito del male, il mondo moderno sì come 1’antico, non andrà salvo che col darsi allo spirito del bene. Il flgliuol prodigo non risorge a vita se non ritornando nelle braccia di suo padre. Attesi gl’incalcolabili pericoli onde, nell’ora che corre, è minacciata la vecchia Europa, questo ritorno allo Spirito Santo, pronto, sincero, universale, è la prima necessità urgentissima. A fine di farla vedere finanche ai ciechi, noi ci siamo indotti a rinfrescar la memoria dell’esistenza, dimenticata troppo, dei due spiriti opposti, che si contendono l’impero del mondo e con sovrana autorità lo governano: e abbiamo posta in chiaro l’ineluttabile alternativa, in cui si trova il genere umano, di vivere sotto l’impero dell’uno ò dell’altro. Finalmente la storia universale, riepilogata in breve nella descrizione parallela delle due Città, ci ha detto quel che ridonda all’uomo dall’essere cittadino della Città del bene, o cittadino della Città del male. – Ma il solo sapere quel che bisogna fare, punto non basta, e resta a indicare i mezzi corrispondenti. I quali tutti consistono e riduconsi nel conoscere lo Spirito Santo, all’oggetto di amarlo, invocarlo, rimetterci sotto il suo impero, e restarvi. Finora abbiamo mostrata l’opera più dell’artefice: l’opera esteriore e generale, più che l’opera intima e particolare; il corpo piuttosto che l’anima. Or’è d’uopo far conoscere in se stessa quest’Anima divina dell’uomo e del mondo: questo Spirito Creatore, a cui il cielo e la terra vanno debitori del loro splendido ammanto: questo Spirito vivificatore, che ci nutre come l’aria, che ci circonda come la luce: questo Spirito santificatore, Autore del mondo della grazia e delle sue magnifiche realtà. E’ si vogliono spiegare le multiformi sue operazioni nell’ordine della natura e nell’ordine della grazia, si nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Teologica, acciocché sia esatta; semplice e in certo modo catechetica, acciocché la verità sia nelle mani del Sacerdote un pane più facile a rompere alle menti meno forti e capaci, tale dev’essere la seconda parte del nostro lavoro. La quale, diciamolo schiettamente, è, più ancor della prima, superiore alle nostre forze. Vi ci accingiamo tuttavia, confortati nella nostra debolezza da due cose: cioè dalla benevola indulgenza delle persone illuminate, le quali intendono la difficoltà di tale lavoro; e dalla infinita bontà di Colui per cui lavoriamo : “Da mihi sedium tuarum assistricem saptentiamut im eum sit et mecum làboret” [Sap., IX, 4.].

LO SPIRITISMO (1)

 

[J.- J. Gaume – “Il Trattato dello Spirito Santo” – Firenze, 1887: Vol. I, Capp. XXXIII e XXXIV]

Capit. XXXIII

Lo Spiritismo.

Farsi adorare, supremo scopo di Satana — Lo spiritismo — Sua apparizione — Sua pratica — Sua dottrina — Sue mire — Forma una nuova religione — Suo simbolo — Suoi regolamenti — Sue finanze — Suoi mezzi di propagazione — Numero crescente dei suoi adepti.

Farsi adorare, il Verbo incarnato è re, è Dio: per tale duplice titolo a Lui spettano gli omaggi e le adorazioni del genere umano. Satana, implacabile nemico del Verbo, vuole ad ogni costo pigliarne il posto, e come re e come Dio. Tale si è lo scopo supremo cui sempre mirò, cui ottenne nel mondo antico, e ancora ottiene in tutti i popoli non cristiani. La storia entra come testimone di questo fatto, antico quanto l’umana progenie. A tale uopo, nel mondo antico, egli aveva diffuso tre grandi errori, che arretravano tutta quanta la terra: il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Piantati negli animi, questi tre errori soppiantavano radicalmente il Verbo Redentore, la cui Incarnazione pareva quindi impossibile, oppure incredibile. Preparato in questa guisa il terreno, satana montava a piè pari sui troni e sugli altari. E la ragione n’è semplice assai: l’uomo non può stare senza un Signore né un Dio. Creato per ubbidire e adorare, bisogna, checché egli faccia, che ubbidisca e adori: Gesù Cristo Dio e re, ovvero satana dio e re, non c’é via di mezzo. Or, esaminando gli errori dominanti nell’Europa moderna, agevolmente, si trova che si riducono ai tre antichi sistemi; il panteismo, il materialismo ed il razionalismo. Adesso come in antico, il supremo loro termine è la distruzione del domma dell’incarnazione. Se tutto è Dio, non accade incarnazione veruna: se tutto è materia, incarnazione non si dà: se non v’ha verità che passi i limiti della ragione, non occorre parlar di misteri, e perciò nemmeno d’Incarnazione. Fa egli mestieri di dire che la negazione diretta di questo domma fondamentale torna a saltar fuori fra noi con tale sfoggio di audace ignoranza, qual non s’era mai visto dal Vangelo in poi? E s’ha egli ad aggiungere che la si vede accolta con tale calore da doverne chinare la fronte per la vergogna e tremare? È un segno dei tempi. Senza l’elemento cattolico, che lotta tuttavia per mantenere sul divino suo seggio la persona del Verbo incarnato, il mondo presente tornerebbe come l’antico. E quanto più quell’elemento viene scemando, tanto più s’appiana la via al demonio per risalire sovra i suoi antichi altari. La ragione lo dice, e la storia lo conferma: l’uomo presente siccome l’antico ha bisogno d’un Dio: detronizzando il Verbo, si cade in satana. – Al mirare l’Europa volgente le spalle al Cristianesimo, tale caduta potevasi preveder facilmente: e v’ebbe chi la previde, annunziò, dimostrò da più di venti anni. Ma i veggenti furono trattati da sognatori. Nel secolo decimonono, il mondo tornare al paganesimo! Insensato chi il dice, sciocco chi il crede. Intanto, il paganesimo, ne’ suoi elementi costitutivi, seguitava ad invadere la società; già era il paganesimo stesso. Per paganizzare gli animi, non fa altrimenti mestieri trarre fuori idoli materiali: il mondo era pagano prima che la mano dell’uomo presentasse alle sue adorazioni dèi di marmo o di bronzo. Il paganesimo è la negazione del Verbo incarnato e del sovrannaturale divino; e, qual conseguenza inevitabile, l’adorazione di ciò che non è il vero Dio, di ciò che non è il vero sovrannaturale. Or, adorare ciò che non è il vero Dio, è adorare un dio falso, è adorare satana, è essere pagano. « Abbia o non abbia l’oggetto dell’idolatria una forma plastica, è nondimeno sempre idolatria, » così Tertulliano. – Siccome l’anima chiama il corpo, così il culto interiore chiama il culto esteriore. In antico, satana godevasi l’uno e l’altro; e ancor se li gode nei popoli idolatri. Or bene, satana punto non muta né invecchia. E’ vuol essere quel che già fu: avere quello che già ebbe. E lo vuole tanto più, in quanto che gli oracoli, le evocazioni, le apparizioni, le guarigioni, i prestigi erano il precipuo mezzo del suo regno, e parte integrante della sua religione. Era dunque più che certo che tosto o tardi, sarebbe ritornato con tutto quell’accompagnamento di pratiche vittoriose, destramente modificate secondo i tempi e le persone. Cosi parlava la logica, la quale aspettava con fede, anzi, con terrore, la conferma dei suoi ragionamenti. Stavano le cose in questi termini, quand’ecco, nel popolo più razionalista del mondo, apparire mille strani fenomeni, attribuiti ad agenti sovrannaturali, e al cui aggregato, fu dato il nome di Spiritismo, ossia Religione degli spiriti. Uno de’ suoi pontefici ve ne fa la storia cosi: « Verso il 1850, la pubblica attenzione venne, negli Stati Uniti d’America, chiamata su diversi fenomeni strani, consistenti in rumori, colpi e movimenti d’oggetti, senza causa conosciuta. Tali fenomeni accadevano spesso spontaneamente, con intensità e persistenza singolari; ma si notò ancora che in più speciale maniera manifestavansi sotto l’influenza di certe persone, alle quali si diede il nome di Mediums, è che in certa qual maniera potevano eccitarli a lor senno: onde s’ebbe modo di replicare gli esperimenti. « S’adoperarono a tale uopo specialmente tavole; non perché tale oggetto vada meglio d’un altro; ma solo perché é mobile, più comodo, s’ebbero giri della tavola, poi movimenti in tutti i versi, scosse, arrovesciamenti, alzamenti, forti colpi, ecc. È il fenomeno che in principio chiamavasi delle Tavole giranti ». «Non si tardò a riconoscere, in quei fenomeni, effetti intelligenti: infatti il muoversi della tavola ubbidiva alla volontà: la tavola volgevasi a destra od a sinistra, verso una persona designata, drizzavasi, al comando: su uno o due piedi picchiava il richiesto numero di colpi, batteva il tempo, ecc. Restò fin d’allora evidente che la cagione di tali fenomeni punto non era meramente fisica; e, secondo 1’assioma: Se ogni effetto ha una causa, ogni effetto intelligente deve avere una causa intelligente, si conchiuse che la causa di tale fenomeno doveva essere un’intelligenza. » Non c’è che dire; il ragionamento è giusto, sì come il fatto medesimo è incontestabile; ma quale si era la natura di questa intelligenza? Qui stava il punto: « Cosi sul primo si pensò che potesse essere un riflesso dell’intelligenza del medium, o degli astanti: ma l’esperienza mostrò che questo era impossibile; attesoché, si ottennero cose interamente estranee al pensiero ed alle cognizioni delle persone presenti, ed anzi contrarie alle loro idee, volontà, desideri: non poteva dunque appartenere che ad un essere invisibile. E semplicissimo era il mezzo di rendersene certi. Non sognava altro che mettersi in conversazione con quell’essere: il che si faceva mediante un numero di colpi fissati, significanti si, ovvero no, sulle lettere dell’alfabeto: e in questa guisa s’avevano le risposte alle fatte domande. » È il fenomeno detto delle Tavole parlanti. Tutti gli esseri, che cosi si comunicarono, interrogati sulla loro natura, dichiararono di essere Spiriti ed appartenere al mondo invisibile. Or, quei medesimi effetti essendosi manifestati in molti luoghi, per mezzo di persone diverse, ed essendo d’altra parte stati osservati da uomini gravissimi ed illuminatissimi, non era possibile che fossero giuoco d’una illusione. Dall’America passò quel fenomeno in Francia, e nell’altre parti d’Europa: dove, per alcuni anni, le tavole giranti e parlanti furono cosa di moda, e divertimento delle brigate; poi quando se n’ebbe abbastanza, si lasciarono da parte per altre distrazioni. Le comunicazioni a colpi battuti erano lente ed imperfette. Si trovò che mettendo per acconcio modo una matita in qualche oggetto mobile, per es. in un paniere, in un tavolino, su cui si ponessero le dita, quell’oggetto prendeva a muoversi, e segnare caratteri. Vennesi poi a conoscere che tali oggetti erano meramente accessori, e se ne poteva far senza. L’esperienza mostrò che lo Spirito, operante su corpo inerte per volgerlo a suo senno, poteva altresì operare sul braccio o la mano, per guidar la matita. S’ebbero allora i Mediums Scriventi, vale a dire persone scriventi in maniera involontaria sotto l’impulso degli Spiriti, de’ quali venivano quindi ad essere strumenti e interpreti. Allora le comunicazioni non ebbero più limite….» – Ai Mediums scriventi, s’aggiungono oggidì i Mediums evocatori, ed i Mediums risanatori. I primi, numerosissimi da due anni in qua, ottengono dagli spiriti i più strani fenomeni; apparizioni di spettri, o di fiamme fosforescenti, suoni articolati, scritture spontanee, rigidità e insensibilità di tutte le membra del corpo, immobilità istantanea di tutti gli orologi d’un appartamento, ecc. [Tutti sanno che i fenomeni dello Spiritismo sono andati crescendo col crescer dei suoi addetti. Non più soltanto con tavole giranti, o scriventi, ma con assunzione temporanea di umane sembianze, Satana scimmia perpetua dell’Uomo Dio, comunica coi suoi adoratori. Questi fenomeni dei quali i periodici spiritistici parlano con frequenza, sono avvenuti in presenza a persone di troppa, serietà da poterli mettere in dubbio. La ossessione poi, quantunque non completa, delle persone ci è rivelata da quei fenomeni che oggi chiamano ipnotici, mediante i quali a volontà dell‘ipnotizzante, anche con distanza di luogo e di tempo la persona ipnotizzata compie per necessità azioni che mai vorrebbe compiere fuori dell’ipnosi. — Chi volesse le sicure riprove dei più strani fenomeni spiritistici, non ha che a leggere The spiritualist, e The Medium, and Daybreak oppure The spiritual Sdentist. (N, d. Ed.). Gli altri, tendono a moltiplicarsi, secondoché gli spiriti hanno annunziato, affine di propagare lo Spiritismo, per l’impressione che questo nuovo genere di fenomeni non può mancar di produrre sulle moltitudini; perché non v’ha alcuno, anche de’ più increduli a cui non piaccia la sua salute…. Tra il magnetizzatore ed il medium risanatore, passa questa capital differenza, che il primo magnetizza col suo proprio fluido, e l’altro col fluido epurato degli spiriti. I medium risanatori sono un de’ mille mezzi provvidenziali, per accelerare il trionfo dello Spiritismo.[Rivista spiritica, del gennaio 1804 p. 10 e 11. — Che i demoni possano operare delle guarigioni più o meno reali la cosa non sembra dubbia. Tertulliano ne dà il segreto: ed i numerosi ex voto appesi alle mura dei templi pagani antichi, attestano la credenza dei popoli; checché se ne dica gli spiriti non arrivano ora fin qui. Il loro gran medium che guarisce, lo zuavo Jacob, la cui fama occupava tutta Parigi, l’anno passato 1867 ha finito col fare un fiasco completo. » – Tali sono, finora, i principali fenomeni spiritistici e i modi ordinari di comunicazione cogli spiriti. Ma, in fin dei conti, che s’ha egli a pensare di codesti fenomeni, e che spiriti sono quelli? Dire, come certuni fanno: « Io nego tutti questi fenomeni, perché finora non ne ho veduto alcuno, torna allo stesso che dire: Io nego l’esistenza della città di Pechino, perché non vi sono mai stato. È un dire a coloro che vi parlano di quei fenomeni: voi siete ingannati, o ingannatori. Or bene, si noti che chi fa tal complimento, lo fa non a poche persone, facili ad essere tratte in inganno, o complici interessati di grossa menzogna: ma a migliaia dì persone, gravi e rispettabili, di ogni paese, le quali fra loro punto non conoscendosi, né pur mai essendosi vedute, si troverebbero allucinate lo stesso dì, nella stessa ora: o s’accorderebbero per affermare come vero un fatto materialmente falso. E insomma un dire: Io nego perché nego: cioè perché voglio dire una sciocchezza; attesoché sciocchezza vera è negare senza provare. Se la tenga chi vuole, e noi andiamo innanzi. – Dire con altri: « Questi fenomeni esistono, ma non hanno niente di sovrannaturale. Giuochi di fisica, ciurmerie, o al più al più effetti di certe influenze dei fluidi; altro non c’è. » Giuochi di fisica! E la prova? « Ah la prova si è che il nostro famoso prestidigitatore, Robert Houdinì ne fa dei somiglianti. » Voi dunque avete veduto da Robert-Houdin quello che migliaia di testimoni affermano di aver veduto dagli Spiriti, tavole che giravano, si alzavano, battevano il tempo, al contatto del dito mignolo d’un fanciullo? Dunque avete veduto tavole intelligenti, che rispondevano alle vostre interrogazioni, e scrivevano esse medesime le risposte? Dunque avete, veduto Robert-Houdin dirvi quel che accadeva cento miglia lontano; scoprirvi cose note a voi soli? L’avete sentito, al semplice contatto dei vostri capelli, esattamente descrivervi una qualche interna malattia, di cui finora nessun medico valse a guarirvi, e spiegarvene la natura, e nominarvi, pur non essendo medico ne chimico, con precisione e con i loro nomi scientifici, i rimedi necessari a guarirne? Oh! No. Robert-Houdini non v’ha fatto vedere nulla di simile. Ciurmerie, e la prova? Ahi la prova, si è che ai tempi nostri i ciarlatani sono tanti e sì destri, che non c’è più da fidarsene. » Vero, verissimo che i ciarlatani, ai tempi che corrono, sono molti e d’una destrezza da non si dire: e voi farete ottimamente a guardarvene. Ma la questione non è questa. Si tratta di sapere le ragioni che voi avete di credere che gli Spiriti son ciarlatani, e i testimoni dei loro fenomeni, gente prezzolata o illusa. Fuori dunque le ragioni, se volete che discutiamo: imperocché ben sapete che su quel che non si conosce, non si da’ discussione. « Le ragioni, voi rispondete, io le ho già dette: io non posso ammettere l’intervento .degli spiriti in questo genere di fenomeni. » Dire che voi non potete, è dire che non potete: non é un recare prove, ma niente altro che affermare la vostra, impotenza, né più né meno. Ma che volete? a questa vostra impotenza, trionfalmente risponde la potenza del testimoniare, mille volte ripetuto, di migliaia di testimoni oculari, sani di mente e di corpo, e come voi, dotati di ragione e forniti di scienza, di esperienza, di sangue freddo e di diffidenza: più che voi per avventura non pensate. Risponde, anzi più, la testimonianza di .tutto il mondo, da migliaia d’ anni; imperocché migliaia d’anni sono che il mondo vede Spiritisti. Or bene, da queste due testimonianze esce una voce che domina tutte le altre e dice: No, i fenomeni dello Spiritismo non sono ciurmerie.L’influenze dei fluidi! E la prova? « Ah! la prova, si è che i fluidi sono agenti misteriosi, atti a produrre effetti da stordire, e che a noi paiono sovrannaturali, comecché siano naturalissimi. » Ammettiamo i fluidi; ma prima ditemi di grazia quello che in sostanza è un fluido. L’avete voi veduto? toccato? analizzato? Che colore ha? di che elementi è composto? È cosa spirituale o materiale? Se è cosa materiale, spiegatemi come possa un agente materiale produrre effetti non materiali: farmi leggere cogli occhi chiusi, vedere a distanza, sapere quello che si fa in lontani paesi, da. me non mai veduti, e dove non conosco persona. Se poi il fluido è qualche cosa di natura spirituale, allora siamo d’accordo; quello a cui voi date nome di fluido, noi lo chiamiamo Spirito. Ma voi a dare un’esatta definizione del fluido vi trovate impacciato: perché voi stesso lo dite un agente. Se è un agente misterioso, dunque non lo conoscete, o lo conoscete troppo poco da potergli, con certezza, attribuire questi o quelli effetti. Questa maniera di ragionare non è però nuova, né recente: imperocché già tutta la materialistica-setta di Epicuro l’adoperava contro gli oracoli ed i prestigi, vale a dire contro l’antico Spiritismo. A detta loro, tutti quei fenomeni procedevano da sotterranee esalazioni d’ignota natura: e i poveretti non s’accorgevano che la paura del sovrannaturale li faceva dare in contraddizioni ed assurdi: badiamo di non caderci anche noi. E sarebbe in verità un cadervi, se ci contentassimo di mal definite parole per sostituirle a fatti veri e reali. Insomma, salvo dare nel pirronismo universale, è giuocoforza ammettere nel loro complesso, la realtà dei fenomeni spiritistici, e la spiritualità degli agenti che li producono. Ma che spiriti son questi? Non possono essere altro che angeli buoni o cattivi, anime sante ovvero anime dannate. Or, angeli buoni né  anime sante non sono: imperocché, prima di tutto, gli angeli buoni e. le anime sante non stanno altrimenti ai cenni dell’uomo, nel senso che vengano, in maniera sensibile, alla chiamata del primo venuto, per soddisfare la sua curiosità e servirgli di spasso: non si è mai veduto, né detto, né creduto nulla di simile. E poi, Iddio vieta, sotto severissime pene, l’interrogare i morti. I pretesi morti che rispondono, disobbediscono a Dio; e perciò non sono santi. Che sono essi dunque? anime dannate, o demoni. Ma anche i dannati non stanno altrimenti, più che i santi, ai cenni di chiunque li evochi. Quali saranno dunque codesti spiriti, che rispondono? I demoni; che stanno attorno a noi, pronti sempre ad ingannarci; al quale intento hanno mille arti e mezzi. Cosi, in perentoria maniera, la ragiona Monsignor vescovo di Poitiers: « Se non è lecito, dice il dotto prelato, interrogare i morti, e se, per conseguenza, Iddio loro non dà facoltà di rispondere alle interrogazioni, che i vivi non possono loro fare lecitamente, onde credete voi che vengano codeste risposte, che altri si vanta di ottenere, e talvolta ottiene? Evidentemente, che possa rispondere a queste colpevoli interrogazioni, altri non v’ha se non lo Spirito delle tenebre. È dunque la comunicazione cogli spiriti, né più né meno che il commercio con i demoni. È quindi un ritornare ai mostruosi disordini e dannose superstizioni, che misero per tanti secoli, e mettono ancora, i popoli pagani sotto la vituperosa servitù delle potenze infernali. [Istr. past. tom. Ili, p. 48, 45.] » – All’autorità dell’ illustre vescovo – aggiungiamo quella di un teologo romano, la cui recente opera é onorata di una lettera del Sovrano Pontefice, Pio IX. « Il Magnetismo animale, dice il P. Perrone, il sonnambulismo e lo spiritismo nel loro complesso, non sono altro che la restaurazione della superstizione pagana, e dell’impero del demonio.» Gli Spiritisti, negando la personalità dei demoni fan loro proteste contro tal ragionare; ma poi sostengono, contro i loro princìpi, e in modo da doverne andare confusi, come fra poco vedremo, che le comunicazioni cogli Spiriti sono un fatto, noto fin dagli antichissimi tempi. « La realtà dei fenomeni spiritistici, così essi, trovò molti contradditori. Gli uni non ci seppero vedere altro che una ciurmeria…. I materialisti misero l’esistenza degli Spiriti nel novero delle favole assurde…. Altri, non potendo negare i fatti, sotto l’impero d’un certo ordine di idee  (Intendi il clero e i cattolici, fedeli alle dottrine rivelate), attribuirono tali fenomeni a mera influenza del Diavolo, e con questo intesero, di spaventar ì timidi.. Ma oggidì la paura del Diavolo ha molto e poi molto perduto del suo prestigio. Se ne è parlato tanto, lo si è presentato in tante maniere, che la gente si è addimesticata con tale idea; e molti hanno detto; bene! e si vuol cogliere l’occasione di vedere una volta che cosa infine è il diavolo. Onde venne che, salvo poche donne di timorata coscienza, l’annunzio dell’arrivo del vero diavolo aveva alcun che di solleticante, per coloro che non l’avevano mai veduto, se non in pittura, o al teatro: di guisa che per molte persone fu un efficace stimolo. » (Àllan Kardec. Lo spiritualismo nella sua più semplice espressione). – In altro luogo, questo medesimo oracolista dello Spiritismo, dopo aver fatta, senza pensarvi, una giusta pittura delle generali disposizioni del mondo moderno rispetto al demonio, dice: « Sebbene i fenomeni Spiritistici si siano in questi ultimi tempi manifestati in maniera più generale, nondimeno v’han mille prove ch’ebbero luogo fin da’più remoti tempi. Questa, di cui noi siamo al presente testimoni, non è dunque una moderna scoperta: è il- ridestarsi dell’antichità; ma dell’antichità sciolta e libera da quella mistica farraggine, che ha prodotto le superstizioni dell’antichità illuminata dalla civiltà e dal progresso nelle cose positive…. (Vuol dire, dell’antichità qual era prima del Cristianesimo, e quale ritorna secondo che il cristianesimo va perdendo terreno. Queste parole del Sig. Allan Kardec valgono, tant’oro. Se noi l’avessimo pagato per sostenere la nostra gran tesi del paganesimo moderno, non avrebbe potuto dir’meglio). – « Il fatto delle comunicazioni col mondo invisibile si trova in termini non equivoci nelle narrazioni bibliche, in s, Agostino, s. Girolamo, s. Giovanni Grisostomo, s. Gregorio Nazianzeno. I più sapienti filosofi dell’antichità l’hanno ammesso; Platone, Zoroastro, Confucio, Pitagora… Lo troviamo nei misteri e negli oracoli … negli indovini e fattucchieri del Medio Evo…. In tutto lo stuolo delle ninfei dei geni buoni e cattivi, delle siili, de’gnomi, delle fate, dei folletti, ecc. » (Rivista spiritistica, 8 gennaio 1858.). Tale dunque si è la bella genealogia dello Spiritismo. Da quanto confessa il loro più solenne maestro, gli spiritisti moderni hanno per antenati e colleghi tutte le pitonesse, tutte, le maliarde, tutti gli Spiriti dei tempi antichi. Quest’antichità loro piace, e se ne vantano. Cosi vediamo compiacersi i Protestanti d’aver per loro antenati gli Ussiti, i Valdesi, gli Albigesi, e per mezzo di essi farsi su, fino ai primi tempi della Chiesa. Nel programma d’una magnetizzatrice, dimorante in uno dei bei quartieri di Parigi, leggiamo (marzo 1864): « La scienza, di cui ci accingiamo a parlare ai nostri lettori, è certamente una delle più antiche ed importanti per l’umana specie. Prima del secolo decimosesto, era questa scienza conosciuta sotto il nome di Spirito, di sortilegio e di magia. Due secoli dopo, il dottore Mesmer ravvisò, in questa scienza non definita, un potente agente che s’insinua per influenza- celeste, presso i nervi, de’quali sviluppa l’attività, ecc. » – Il summenzionato messere, che dello Spiritismo ha tessuto la genealogia che abbiamo veduto, dice giusto, giustissimo: i fenomeni spiritistici dei tempi nostri sono i medesimi dell’antichità pagana, e dei popoli che ancora giacciono nelle tenebre dell’idolatria. Qual differenza infatti trovate voi, se non forse nella forma, tra le evocazioni  gli oracoli, le consultazioni, i prestigi che vediamo, dopo diciotto secoli di Cristianesimo, ricomparire in Europa, e quanto avveniva, due mila anni fa, a Claros, a Dodona, a Preneste, in tutte le città dei Greci e dei barbari, come dice Plutarco, e quanto tuttavia avviene in Africa, nelle Indie, nel Tibet, nella Cina, insomma dovunque non fu predicato il Vangelo? Se l’autore non fosse stato accecato dal suo premeditato intento, avrebbe conchiuso dicendo: l’identità degli effetti mostra l’identità della causa. Or, l’antichità tutta attribuisce a’demoni, e non alle anime dei morti, i fenomeni dello spiritismo: dunque se non si può far contestazione sul fatto, nemmeno sulla causa. (I cattolici si rammenteranno che sarebbe altrettanto pericoloso che assurdo, il negare nel loro complesso l’autenticità delle manifestazioni diaboliche attuali, La negazione del soprannaturale satanico, conduce alla negazione del soprannaturale divino. Quello satanico non è tale che per rapporto a noi; rapporto ai demoni è naturale. Questo è il significato che noi diamo a questa parola nel corso dell’opera nostra). – Che tutta l”antichità attribuisca ai demoni cotali fenomeni, è fatto che nessuno può negare senza dar nello scetticismo. E avendolo noi già provato, basti qui recar Tertulliano; il quale strappando, già ben diciasette secoli fa, la maschera ai pretesi morti di Allan Kàrdec e degli spiritisti moderni, diceva: « La magìa promette di evocare i morti. Che dunque diremo essere la magìa? quello che la dicono quasi tutti, un inganno. Ma è inganno che è noto soltanto a noi cristiani, che sappiamo i fatti degli spiriti maligni. I demoni sono autori della magia, per mezzo della quale si danno per morti. Ben s’invocano dunque i morti giovani, e di morte violenta; ma sono i demoni che operano, sotto la maschera dell’anime. » [Magia…. quæ animas…. evocaturam te ab inferum incolatum  pollicetur. Quid ergo dicemus magiam? quod omnes pene, fallaciam. Sed ratio fallaciæ solos non fugit cbristianos, qui spiritualia nequìziæ novimus…. In qua se dæmones perinde mortuos fingunt…. Itaque invocantur quidem Ahoxi et Biothanati, sed dæmones operantur sub obtentu earum (animarum). De Anim c. LVII]. Sant’Agostino aggiunge: « Questi «piriti, ingannatori non per natura ma per malizia, si dantio per iddii o per tante anime dèi morti, e non per demoni come sono realmente. » – Al chiaro parlare della tradizione, i Padri aggiungevano l’autorità detratti. Colle prove alla mano, essi disvelavano la natura di quei pretesi morti, facendo notare gli errori .e l’immoralità della loro dottrina; e nulla è mutato. Non ostante tutti i suoi artifizi, in nessuna altra cosa il demonio si mostra più evidentemente che nell’insegnamento che dà ai moderni spiritisti, coll’incarico di farsi suoi organi. E il suo insegnamento, strano miscuglio di vero e di falso, adesso come già in altri tempi, finisce con errori radicali. In fatti, il Cattolicesimo è la verità, tutta la verità, niente altro che tutta la verità; ed ogni affermazione contraria è errore, e viene senz’altro dal Padre della menzogna. – Or bene, gli Spiriti insegnano sei errori, vale a dire sei negazioni, che menano alla totale distruzione del Cattolicesimo. Essi negano: 1° resistenza dei demoni; – 2° Teternità delle pene ; – 3° la risurrezione dei corpi; – 4° il peccato originale; – 5° la rivelazione cristiana; – 6° e per conseguenza la divinità stessa di nostro Signore. – Mano alle prove. Per l’organo di tutti i loro medium e specialmente per bocca del loro gran sacerdote, Allan-Kardec, gli Spiritisti dicono: « Lo spiritismo, così essi, impugna l’eternità delle pene, il fuoco materiale dell’inferno, la personalità del diavolo. Secondo la dottrina degli spiriti intorno a’demoni, il diavolo è la personificazione del male; è un essere allegorico, che ha in sé tutte le male passioni degli spiriti imperfetti. Gli spiriti altro non sono che le anime. « Gli Spiriti prendono temporaneamente un corpo materiale. Quelli che seguono la via del bene camminano avanti più presto, sono meno lenti a giungere alla mèta e vi giungono senza penar tanto…. Il perfezionamento dello Spirito è frutto del suo proprio lavoro. Non potendo, in una sola esistenza corporale, acquistare tutte le qualità morali e intellettuali, che lo devono condurre alla mèta, e vi giunge per mezzo di varie esistenze successive, in ciascuna delle quali fa alcuni passi innanzi nella via del progresso…. Quando un’ esistenza fu male spesa, resta senza profitto per lo spirito, il quale deve ricominciarla da capo, in condizioni più o meno penose, secondo la sua negligenza e mal volere…. « Gli Spiriti, incarnandosi, recano seco quello che hanno acquistato nelle esistenze precedenti. Le cattive inclinazioni naturali formano quei rimasugli d’imperfezioni dello Spirito, di cui non s’è interamente purgato: sono i segni delle colpe che ha commesse ed il vero peccato originale…. Dicendo che l’anima, rinascendo, porta seco il germe della sua imperfezione, delle sue esistenze antecedenti, viene a darsi del peccato originale una spiegazione logica, che ognun può intendere ed ammettere…. « Nelle sue incarnazioni susseguenti: essendosi lo spirito a poco a poco spogliato delle sue impurità e perfezionato col lavoro, giunge al termine delle sue esistenze corporali, appartiene allora all’ordine degli spiriti puri, ossia degli angeli, e gode ad un tempo la piena vista di Dio ed una perfetta felicità in eterno. (Intorno alla pretesa rincarnazione delle anime, gli spiritisti non sono d’accordo. Allan Kardec e la sua scuola lo sostengono; Pierart e la sua scuola lo negano radicalmente. Ma spiritisti e spiritualisti, Kardec e Pierart sono d’accordo per attaccare il Cristianesimo e sostituirvi la religione degli Spiriti). – « Lo Spiritismo è indipendente da ogni culto particolare…. E’ non ne prescrive alcuno, né bada a dommi particolari..,. Si può dunque essere cattolico, greco o romano, protestante, ebreo o turco…. ed essere spiritista; e se n’ha la prova in ciò che lo Spiritismo ha seguaci in tutte le sètte…. Uomini di qualsiasi classe, sètta, colore, voi siete tutti fratelli: perché Dio tutti vi chiama a sé. Stendetevi dunque la mano, qualunque sia la vostra maniera di adorarlo, e non mandatevi a vicenda l’anatema; imperocché l’anatema è la violazione della legge di carità proclamata da Cristo. » [Lo spiritismo nella sua più semplice espressione, p. 15, 16, 18, 19, 21, 22, 28, 5a ediz. 1868 — e Istruzioni pratiche sulle manifestazioni spiritiche, passim, Parigi, 1858. — Voi non sapete ciò che vi dite: il Cristo del quale voi invocate l’autorità non ha Egli lanciato l’anatema contro quegli che non crede? « Colui che non crederà sarà condannato; è già giudicato, Colui che non ascolta la Chiesa deve essere tenuto per un pagano e un pubblicano. » La vostra carità senza la fede è una chimera. L’unione dei cuori suppone l’unione degli intelletti. — Gli stessi errori sono insegnati in tutti i libri e giornali spiritisti]. [Oggi si sente lo stesso ritornello, “siamo tutti fratelli” nelle logge massoniche e nella “sinagoga di satana” del “novus ordo”, la cui radice culturale è con tutta evidenza la stessa: lo spiritismo infernale ed il culto del baphomet! – ndr.-]. – Il credereste? per render loro agevole la via, lo Spiritismo ha l’audacia di mettere i suoi errori in bocca a persone le più santamente cattoliche; san Giovanni Evangelista, san Paolo, sant’Agostino, san Luigi, san Vincenzo dei Paoli, i nostri celebri predicatori e perfino il ven. curato d’Ars tornano dall’altro mondo, a dire ai vivi che i nostri dommi sacrosanti sono favole; ed essi, per conseguenza, ingannati od impostori! Non è questa in verità la più radicale e perfida negazione del Cattolicismo, che mai si sia veduta tra i popoli cristiani? [Il povero mons. Gaume si sbagliava, ma non poteva certo immaginare che la negazione più perfida sarebbe avvenuta dal 1958 in poi, nella falsa chiesa-sinagoga dell’uomo, con il diabolico ecumenismo del “novus ordo”– ndr. -]  Ne volete di più per far conoscere la natura degli Spiriti che rispondono alla chiamata degli Spiriti? Nondimeno, il distruggere la religione del Verbo incarnato non è altro che la parte, direm cosi, negativa dell’opera: ha la sua parte positiva nel sostituire alla religione del Verbo la religion degli Spiriti, vale a dire dei demoni. « Gli Spiriti annunziano, vel dice Allan Kardec, che i tempi, segnati dalla Provvidenza per una manifestazione universale, sono giunti [basta dare un’occhiata alle 4 logge massoniche in Vaticano! –ndr.- ]: e che, essendo essi ministri di Dio e strumenti della sua volontà, la loro missione è d’istruire ed illuminare gli uomini, aprendo un’era nuova per la rigenerazione del genere umano…. – « Parecchi scrittori di buona fede, che hanno impugnato a spada tratta lo spiritismo, rinunziano ad una lotta ravvisata inutile. Di vero, la necessità d’una trasformazione morale va facendosi ogni dì meglio sentire. Lo sfacelo del vecchio mondo è imminente; attesoché le idee da lui predicate non corrispondono più all’altezza, cui è giunta l’umanità intelligente. Si sente che ci vuole qualche cosa di meglio di quel che esiste, e nel mondo attuale lo si cerca invano. Gira per aria qualche cosa come una elettrica corrente preannunziatrice, e ognuno sta in aspettazione; ma ciascuno intende altresì che non è all’umanità che tocca indietreggiare. » [Rivista spiritista, gennaio 1864, p. 4 e 5.]. – Ma dove anderà ella? Gli spiriti dichiarano a voce unanime ch’essa va allo spiritismo. « Lo Spiritismo,, dicono, è la Religione dell’avvenire. [Ne abbiamo un esempio nel cosiddetto “rinnovamento nello spirito … non Santo, movimento trainante del “novus ordo” – ndr. –]”.  Lo spiritismo è la religione legata agli uomini da Cristo, purificata da tutti gli errori, che il loro orgoglio o la loro ignoranza vi hanno introdotto…. -Lo Spiritismo è lontano dall’essere una nuova religione, ma la stessa essenza dei principii sublimi che il Cristo ha legati agli uomini, presentiti da Socrate e da Platone; imperocché niente è venuto a distruggere, bensì ad appurare la legge mosaica, come oggi lo spiritismo quella del cristianesimo. » [La Verità giornale spiritista di Lione, L’Avvenire, Monitore dello spiritismo, 24 novembre 1864. Quest’ultimo giornale aveva per redattore in capo, Alis d’Ambel, luogotenente di Allan Kardec, il quale secondo l’uso troppo comune tra gli spiritisti, sì è suicidato.]. – Altrove: « Lo spiritismo chiarisce tutto; egli é la sintesi di tutte le scienze, di tutte le rivelazioni, di tutte le religioni. Come il Cristianesimo di cui è il complemento e la consacrazione, così lo spiritismo avrà i suoi Giuda: e come questa dottrina sacra, così gli bisognerà rovesciare, migliaia di ostacoli che il vecchio mondo e le vecchie credenze coalizzate dirigono e dirigeranno da tutte le parti contro di lei. » [Avvenire id.,8 settembre 1864]. Uno dei loro medium, parlando sotto l’influenza dello Spirito, è ancor più esplicito : « Si, lo spiritismo è una religione, poiché essa procede dalla onnipotenza dell’Altissimo, ma non come nel vostro mondo s’intende questa parola, vale a dire contornata da culto esteriore, di simulacri, di canti,, corteggio obbligato di tutte le istituzioni, le quali sino a questo giorno hanno preso questo titolo. Lo Spiritismo è la religione del cuore, lo spirito dei pensieri emessi da Cristo…. Oggi la religione cristiana non vive più, atterrita alla sua volta da un cattolicismo pagano…. cioè da quella religione falsata dalle tradizioni, dalle dispute teologiche, dai concili che l’attuale spiritismo ha per missione di rigenerare. » [Come sopra, 17 novembre 1864]. [Sembra di riascoltare il “benemerito” patriarca universale degli “Illuminati di Baviera”, quando si faceva adorare come Principe degli Apostoli! – ndr. -]]. Medesime dottrine o piuttosto medesime bestemmie sulle labbra di un altro Spirito parlante a Parigi per l’organo del medium P. S. Leymarie: « Le tendenze dell’uomo hanno cambiato ; l’epoca attuale,* come la crisalide, sembra trasformarsi per prendere ali: la scienza degli Spiriti, impossibile cinquant’anni fa, adesso s’identifica col generale buon senso. Voi ascoltate queste voci amiche che vengono a distruggere le vostre incertezze. Il loro programma è un lavoro di propaganda spirituale. Quel che vogliono è la rinnovazione delle idee religiose come base e condizione della società europea, riorganizzata su nuovi principi…. È un lavoro religioso tale che sarà l’opera capitale di questo secolo; e uno dei più grandi movimenti dell’intelligenza umana dopo Gesù Cristo. » [Avvenire, Monitore dello Spiritismo, 17 novembre 1864]. E altrove : « Si, lo spiritismo è altresì una leva potente che deve rendere alla morale cristiana il suo movimento normale ed effettivo attraversato da tanti secoli. Si, l’unico suo scopo e il suo effetto immediato è per l’appunto la rigenerazione dell’umanità.  » [Avvenire, monitore dello spiritismo, 17 nov. 1864]. – Più sotto : « Se qualcuno vi domanda ciò che lo spiritismo ha insegnato, dite, che egli ha da principio insegnato ciò che la maggior parte degli uomini avevano bisogno di sapere, cioè che cosa é l’anima; ciò che essa diventa dopo la morte; se vi sono delle purgazioni o stati intermedi; qual progresso vi si compie…. che Dio in questo momento prepara la razza umana ad una universale restaurazione; che nessun cristianesimo vale una festuca, salvo il cristianesimo primitivo, e che il vecchio cadavere delle Chiese oggidì esistenti, deve da prima ricevere un nuovo alito di vita se esse vogliono rivivere. » [Spiritual Magazine, apr. 1863] – [sembra un discorso dopo l’Angelus attuale! –ndr.- ] Potremmo citare cento altri passi simili, in cui gli Spiriti dichiarano che il Cattolicismo è una istituzione decrepita; il Nostro Signore Gesù Cristo un semplice mortale, la Chiesa una maestra d’errori, tutte le religioni tante sette non intelligenti, e lo spiritismo la sola vera religione, là religione dell’avvenire. Non contenti di predicare nei loro libri, nei loro giornali, nelle loro assemblee, nelle loro conversazioni particolari, la religione degli Spiriti, gli addetti la predicano anche pubblicamente e la propagano con successo. Essi la praticano, e qual nome dare a quel che noi vediamo? – L’ evocazione degli spiriti, la consultazione orale, l’idromanzia, la negromanzia, l’ornitomanzia, la divinazione, il magnetismo, il sonnambulismo artificiale ed altre pratiche spiritiste, esercitate senza scrupolo e senza spavento, da una moltitudine di persone, nell’antico e nel nuovo mondo, non sono essi forse nient’altro che un avviamento verso il culto dei demoni, o piuttosto non sono questo culto medesimo? Così lo comprendono gli spiriti. Ci hanno detto: per essi lo spiritismo non è una semplice scuola di filosofia, ma una religione, e lo provano con la loro condotta. Ogni religione mira a mettere l’uomo in diretta relazione col mondo sovrannaturale, con mezzi sovrannaturali, allo scopo di ottenere effetti sovrannaturali. Lo scopo palese degli spiritisti è di mettersi in immediata comunicazione cogli Spiriti. Il mezzo che usano, è la preghiera. La preghiera è l’atto fondamentale di ogni religione, il cui carattere n’é quindi determinato. Il Cattolicismo è la vera religione, perché la sua preghiera è indirizzata al vero Dio. Il paganesimo è religione falsa, perché la sua preghiera è indirizzata al demonio. Lo spiritismo, che indirizza la sua preghiera ai demoni celati sotto la maschera dei morti, è dunque una religione, ed una religione falsa. [Perfìn nel linguaggio affettano i religiosi loro intendimenti, parlandosi o scrivendosi; si chiamano: cari fratelli nello spiritismo.]. –  Il che appare tanto più vero, in quanto hanno costoro per scopo, d’ottenere il dono di guarire i malati, e la potestà di scacciare i demoni. « I nostri medium risanatori, così eglino stessi, cominciano con innalzare la loro anima a Dio…. Iddio, sollecito, manda loro potenti aiuti…. Sono gli spiriti buoni che vengono a comunicare il benefico loro fluido al medium, il qual lo trasmette al malato. Quindi é che il magnetismo adoperato dai medium risanatori, è cosi efficace, e produce quelle guarigioni che son dette miracolose e che son dovute semplicemente alla natura del fluido effuso sul medium. Attesoché questi benefici fluidi sono proprietà degli spiriti superiori, è quindi necessario ottenere il concorso di questi; e perciò ci vuole la preghiera e l’invocazione. 1 » [Bivista spiritica, gennaio 1864, p. 8-10]. Aggiungono che la preghiera è necessaria specialmente nel caso di ossessione; perché bisogna avere il diritto d’imporre la sua autorità allo spirito.  [Id., p. 12]. Essi annunziano che fra breve le ossessioni diventeranno frequentissime, e saranno il trionfo dello spiritismo. « Codesti casi di possessione, secondo che è annunziato, si hanno a moltiplicare con grande energia, di qui a qualche tempo, acciocché sia fatta ben bene palese l’inefficacia dei mezzi adoperati finora. Anzi una circostanza di cui noi non possiamo ancora parlare, ma che .ha una cotale analogia con quanto avvenne ai tempi di Cristo, contribuirà a sviluppare questa specie di epidemia diabolica. Non v’ha dubbio pertanto che si vedranno medium speciali, forniti della potestà di cacciare gli spiriti cattivi, come gli apostoli avevano quella di cacciare i demoni…. per dare agli increduli una novella prova dell’esistenza degli spiriti. » [Ibid., p. 12. — Non ammettendo gli spiritisti, angeli cattivi, quel che da loro vien chiamato demonio, altro non vuol essere che un’anima impurificata. Tutto è nuovo: idee e parole]. – Intanto che si aspetta codesta epidemia diabolica, gli Spiritisti già si trovano aver alle mani alcune speciali ossessioni, e malattie credute incurabili. Ecco in che modo gli addetti risanatori scrivono ai loro capi: «Stiamo in questo punto curando un secondo epilettico. La malattia questa volta sarà per avventura più malagevole a guarire, perché é ereditaria. Il padre ha lasciato ai suoi quattro figliuoli il germe di codesta affezione. Ma con l’aiuto di Dio e degli spiriti buoni, noi speriamo di riuscirne a bene in tutti e quattro. Caro maestro, noi chiediamo l’aiuto delle vostre preghiere e quelle dei nostri fratelli di Parigi. Sarà per noi quest’aiuto incoraggiamento e stimolo ai nostri sforzi. E poi, i vostri buoni spiriti-possono venire ad aiutarci. « M. G-…. di L…. ci deve condurre suo cognato, cui un spirito malefico soggioga da due anni in qua. La nostra guida spirituale Lamennais c’incarica della cura di questa ostinata ossessione. Iddio ci darà egli altresì la podestà di scacciare i demoni? Se così fosse, altro non avremmo a fare che umiliarci per si alto favore. » Lettera d’un ufficiale de’Cacciatori, che dice: «Noi passiamo le lunghe ore d’inverno attendendo con ardore allo svolgimento delle nostre facoltà medianimiche. La triade dei 4° Cacciatori, sempre unita, sempre vivente, si ispira ai suoi doveri. » Ibid., p. 6, e 7]. – Per ottenerlo, i maestri, giusta gli oracoli loro venuti dall’altro mondo, rispondono: «Ad agire sullo Spirito ossessore, vuolsi l’azione non meno energica d’uno spirito buono disincarnato… Questo vi mostra quel che dovrete fare d’or innanzi, in caso di possessione manifesta. Bisogna chiamar in vostro aiuto la persona d’uno spirito elevato, fornito ad un tempo di potenza morale e fluidica; come, per es., l’eccellente curato d’Ars, e voi sapete che sull’assistenza di questo degno e santo Vanney potete contare…. Quando si magnetizzerà Giulio bisognerà innanzi tutto cominciare colla’ fervente evocazione del curato d’Ars e degli altri Spiriti buoni, che ordinariamente si comunicano fra voi, pregandoli di agire contro i cattivi Spiriti che molestano codesta fanciulla, e che fuggiranno dinanzi alle limane loro falangi » [Rivista spiritistica, p. 16-17]. – Tranne lo scherno vituperoso e inaudito, con cui satana pretende d’avere per complici dei suoi prestigi gli Apostoli e i santi del cielo, non è egli cotesto precisamente quello che in altri tempi già facevano i pagani, e ancora fanno i moderni idolatri? Non invocano essi forse continuamente i genii buoni contro i cattivi? Finora gli Spiriti buoni degli Spiritisti si sono, per lo manco pubblicamente, contentati di chieder preghiere: ma se chiedessero poi, per prezzo dei loro favori, una genuflessione, un granello d’incenso, un voto, un’offerta qualunque, è egli ben certo che tale omaggio lor sarà diniegato? È egli ben certo che non esigeranno tale omaggio, che non ne esigeranno anzi di maggiori? In questa materia non accade asseverare per certo, né questo né quello. Quando si fa ciò che il demonio volle ed ottenne dagli antichi pagani, ciò che vuole e ancora ottiene da’moderni idolatri; quando si pensa che sotto l’influenza1 dello spirito del 93 che punto non era lo Spirito Santo, la Francia ufficiale ha adorata una cortigiana, e che Parigi edificò un tempio a Cibele, s’intende che nulla v’ha d’impossibile. Quanto a noi, restiamo con la triste convinzione che se lo Spiritismo giungesse a dominare la società, e venisse  vaghezza agli Spiriti di chiedere, come già altre volte, combattimenti di gladiatori, ne sarebbero contentati, e la gente trarrebbe in folla allo spettacolo. – Essi la praticano pubblicamente. Lo spiritismo ha preso corpo; egli si è autenticamente costituito sotto il nome di Società parigina degli studi spiritisti, alla quale vanno a congiungersi i gruppi spiritisti della Francia e dell’estero. Dietro il parere del Ministro dell’Interno e della Sicurezza generale, il governo francese, che ha dichiarato la franco-massoneria società d’ utilità pubblica, ha riconosciuto ed autorizzato lo spiritismo per decreto del prefetto di polizia, in data del 13 aprile 1858. [Regolamento della Società Parigina degli studi spiritisti, p. 1]. In perfetta armonia con lo spirito moderno e col principio ateo dell’eguaglianza dei culti, questa società forma, come essa medesima lo dice, il nucleo di una nuova religione, la quale ammette nel suo seno uomini di ogni casta, di ogni setta, di ogni colore, alla sola condizione di credere agli Spiriti e di accettare le loro dottrine. – À fine di provvedere alle spese del culto, la religione spiritista ha le sue finanze. L’articolo 15 del regolamento reca: « Per provvedere alle spese della Società, si paga una tassa annuale di 24 lire pei titolari, e di lire 20 per gli associati liberi. I membri titolari, nella loro accettazione, pagano inoltre un diritto d’entrata di 10 lire una volta tanto. » Codeste tasse, formando considerevoli somme à disposizione dei capi della società, riescono nelle loro mani, potenti mezzi di propagazione. – Ha le sue adunanze periodiche. Art. 17 : « Le sedute della società hanno luogo tutti i venerdì alle 8 della sera. Niuno può prendere la parola senza averla prima ottenuta dal presidente. Tutte le domande indirizzate agli Spiriti devono farsi per mezzo del presidente. » – Art. 21. « Le sedute particolari sono riservate Smembri della società. Si tengono il primo, il terzo e, se v’ è, il quinto venerdì d’ogni mese. » – Art. 22. « Le sedute generali han luogo il secondo e quarto venerdì d’ogni mese. » Secondo ché abbiamo visto, in codeste congreghe tutte le domande si devono dal presidente indirizzare agli Spiriti, e ognuno deve ascoltarle in religioso silenzio. In alcune, l’evocazion degli Spiriti si fa con questa formula: « Io prego Iddio onnipotente di porgere orecchio alla mia supplica, di permettere ad uno Spirito buono (oppure allo spirito di tal persona) di venir qui fino a me, di farmi scrivere sotto la sua influenza. » L’evocatore prende una penna, oppure una matita, la cui punta mette lievemente sulla calia, aspettando che lo Spirito venga egli stesso a guidargli la mano. « Questa mano, dicono gli Spiritisti, è una macchina che lo Spirito disincarnato signoreggia a talento. » Il fatto sta che i medium possono discorrere di cose affatto diverse da quelle che scrivono, con le persone astanti, e pur mentre il loro braccio va con una prestezza bene spesso meravigliosa. La è, sotto altra forma, una continuazione delle antiche pitonesse. Essi la propagano con successo. Lo Spiritismo ha i suoi predicatori ed Apostoli. In America, paese suo natio, ventidue grandi giornali sono diventati suoi organi. In Francia ne conta dieci, a Parigi la Rivista Spiritista (mensile) redatta da Allan Kardec, la Rivista Spiritualista (mensile) redatta da Pierart; [La Rivista spiritista esce ogni mese, e se ne tirano 1800 copie: della Rivista spiritualistica, 600: le quali cifre, paragonate alle migliori Riviste cattoliche, similmente periodiche, sono in verità enormi. L’Avvenire Monitore dello Spiritismo (settimanale); a Lione, la Verità, giornale della spiritismo (settimanale) ; a Bordeaux, l’Alveare Bordelese (bimestrale); il Salvatore dei popoli (settimanale); La luce per tutti (settimanale); La voce dell’altro mondo (settimanale) ; a Tolosa, il Medium evangelico, (idem); a Marsiglia, L’eco del mondo di là (idem); Il Belgio ne ha due: Il mondo musicale (idem), a Bruxelles ; la Rivista Spiritista a Anversa (mensile). Torino, gli Annali dello Spiritismo (mensile); Bologna la Luce; Napoli ha il suo; Palermo pure; Londra i suoi; Spiritual Magazine; Spiritual Times; la Germania i suoi. Possiamo aggiungere l’Almanacco Spiritista che si stampa a Bordeaux. Appena abbiamo noi in Francia ed in Italia altrettanti organi assolutamente cattolici. Oltre a queste pubblicazioni periodiche, libri d’ogni prezzo e formato, altri dotti ed altri popolari, avidamente letti, attivamente spacciati, propalano le risposte degli Spiriti, e le loro dottrine, per irrecusabile prova delle quali sono fatti valere i prestigi. E niuno creda che noi diciamo queste cose a caso, alla leggiera. Abbiamo sottecchi più di sessanta opere spiritistiche, di recente pubblicazione, delle quali altre sono alla terza, altre alla quinta, altre alla sesta, altre alla duodecima edizione. Ed una delle più pericolose di codeste opere, per il suo prezzo e formato, è, per l’Europa, tradotta in tedesco, in portoghese, in polacco, in italiano, in spagnolo; e, per l’oriente, in greco moderno. Nel 1863 quest’opera contava già cinque edizioni. Lo stesso avviene in Inghilterra; l’Allemagna è di tali opere inondata. Aggiungasi che da qualche tempo esiste a Parigi una scuola di spiritismo tenuta da due donne; una locanda spiritista, e nel dipartimento dell’Oise uno stabilimento di educazione spiritista. Londra ha un liceo spiritista, diretto da un sig. Powell.Per conseguenza, La religione degli Spìriti ha i suoi discepoli in tutte le età ed in tutte le classi della società. Le officine, la borghesia, i tribunali, la nobiltà, la, medicina, l’esercito soprattutto gli forniscono il loro contingente. D’anno in anno questo contingente aumenta in un modo spaventoso. «Quest’anno 1863, scrive Allan Kardec, è segnato dall’accrescimento del numero dei gruppi di società che si sono formati in una moltitudine di località dove ancora non ve n’erano, tanto in Francia che all’estero; segno evidente dell’aumento del numero degli addetti e della diffusione della dottrina. Parigi che era rimasta addietro, cede talmente all’impulso generale e comincerà a muoversi. Ogni giorno vede formarsi delle particolari riunioni per uno scopo eminentemente serio e in eccellenti condizioni; la società che noi presiediamo vede con gioia moltiplicarsi intorno a sé dei vivaci rampolli, atti a spargere la buona sementa. Se per un istante si è potuto concepire qualche timore sull’effetto di certe dissensioni nel modo di considerare lo spiritismo, un fatto é di natura da dissiparli completamente; si è il numero sempre crescente delle società, le quali, da tutti i paesi si pongono spontaneamente sotto il patrocinio di quella di Parigi e inalberano la sua bandiera. » [Stato dello Spiritismo al 1863. Rivista spiritica, gennaio, 1864]. – I ragguagli che abbiamo potuto aver fra le mani, danno, che Parigi ha non meno di cinquanta mila Spiritisti, o persone di ogni condizione, dedite abitualmente, come attori o spettatori alle pratiche dello Spiritismo. Calcolare il numero degli Spiritisti a Parigi, sul numero dei centri di riunioni ufficialmente noti, e su quelli dei membri che li frequentano, sarebbe un errore. Oltre i crocchi pubblici, vi sono le riunioni private, chiamate dagli Spiritisti riunioni di famiglia. Possiamo affermare che queste riunioni sono più che moltiplicate, quasi che permanenti, frequentatissime e che si trovano in tutti i quartieri di Parigi. In queste riunioni, prolungate sino a notte avanzata, migliaia di Cristiani fanno ciò che facevano i pagani a Delfo, a Claros, in tutti i tempi d’oracoli, evocazioni, e consultazioni, precedute o seguite da preghiere agli Spiriti. – Possiamo altresì affermare che a Parigi molti medici hanno al loro servizio, per consultar sulle malattie; sonnambule, fanciulle o donne; dì guisa che il magnetismo artificiale diventa una professione come un’altra; e i sonnambuli punto non temono, al pari delle altre professioni, di spargere i loro programmi e procacciarsi clienti. – Ne sia, fra gli altri una prova, questo che fu fatto girar per Parigi (marzo 1864); « Belle maraviglie del onagnetismo e del sonnambulismo e delle loro applicazioni rigeneratrici. — La signora F., dopo aver fatti con buon esito parecchi corsi e subiti gli esami dei professori medico-magnetizzatori, esercita da dieci anni questa meravigliosa scienza, con soddisfazione delle persone da lei pienamente guarite. Può trovarsi, ad ogni ora, in sua casa, via S.-H. dove si é sicuri di avere una sonnambula di primo grado di lucidità, colla quale s’entra in relazione; e soddisfa ad ogni domanda. « Si può alla sonnambula fare ogni possibile domanda, senza tuttavia offendere la buona creanza; si può chiedere ogni parere o consulto sulla probabile riuscita d’un matrimonio, d’un processo, d’una speranza di futura o presente eredità; su ogni smarrimento d’oggetti, o denaro, anche sotterrato o nascosto. La sonnambula risponderà ad rem con lucidità e presenza di spirito sui risultati di cose lontane, anche, milleduecento leghe. Se la persona che consulta ha una malattia qualunque, la consultata sentirà da sé stessa la parte malata, e potrà dare consigli, senza aver mai imparata la maniera di guarire. » Leggesi ancora il seguente annunzio: Sibilla moderna, sonnambula eminentemente lucida, via della Senna, 16, primo piano, a Parigi. Avvenire politico e privato. Malattie inveterate e incurabili. Spiegazione dei sogni, previsioni, ricerche e informazioni diverse. Riceve tutti i giorni dalle ore 10 alle ore 5. Si può avere la consultazione mediante lettere indirizzate franche alla Sibilla. Se queste promesse non avessero altra malleveria che la parola della sonnambula, sarebbe permesso di dubitarne; ma c’è ben altro. Le riferite domande sono né più né meno che le stesse che si proponevano agli antichi oracoli; a tal segno che, leggendole, quasi ti crederesti leggere una pagina di Porfirio. Ispirate dal medesimo spirito, sciolte con analogo procedimento, e quelle e queste hanno dunque lo stesso valore. Or bene, l’autorità degli oracoli era stabilita, stabilitissima; vale a dire, in altri termini, falsissimo crederebbe, chi pensasse tutto essere stato falsità nelle loro risposte. – A guisa di Parigi procedono le provincie. Tra tutte, la città della SS. Vergine, Lione, si distingue pel suo fervore al nuovo culto e pel numero degli aderenti che essa gli dà. È a tal punto, ci scrive da questa città una persona bene informata, che il capo dello spiritismo, Allan Kardec, il quale passando da Lione nel 1861, vi contava appena quattro o cinque mila spiritisti, nel 1862 punto non teme di portar quel numero a venticinquemila. Credo però di non essere lontano dal vero, riducendo tal numero a quindici o ventimila. » – Bordeaux conta circa diecimila spiritisti. Metz, Nancy, Lisieux, Oléron, Marennes, Le Havre, Saumur, Marsilia, Arbois, Strasburgo, Brest, Montreuil-sur-Mer, Carcagsonne, Chauny, Lavai, Angers, Moulins, Gallóne vicino a Tullìns, Passy, Saint-Ètienne, Tolosa, Limoges, Pontfouchard, Marmande, Macon, Valence, Niort, Douai, Pau, Villenave-de-Rions, Cadenet, Grenoble, Besangon, posseggono tanti gruppi di spiritisti più o meno numerosi. Fuori di Francia, Bruxelles, Anversa, Pietroburgo, Algeri, Constantina, Smirne, Palermo, Napoli, Torino, Firenze, gareggiano di zelo per lo spiritismo e altre pratiche diaboliche. [Nel numero del 21 marzo 1861, il giornale italiano il Movimento contiene quest’annunzio: Trovasi da qualche giorno in Genova il signor Francesco Guidi, professore di magnetologia. E gli percorre l’Europa da undici anni dando delle pubbliche sedute di magnetismo. Ne darà una sabato sera al Teatro Nazionale di Sant’Agostino. »Gli stessi cattolici che vogliono occuparsi dello spiritismo ne costatano i progressi. « Al tempo nostro non si vive più, poiché non c’è tempo; ma si consuma la vita, di maniera che gli avvenimenti invecchiano rapidamente, e cessano presto d’attrarre l’attenzione, anche quando le loro conseguenze continuano a svolgersi. Ecco perché il pubblico ha cessato da qualche tempo di occuparsi dello spiritismo, quantunque il mostro non cessi di crescere. Sì, non bisogna dissimularselo, lo spiritismo non cessa di guadagnare nuovi sèttari, favorito com’é dalla generale tolleranza…. Abbiamo raccolto numerosi fatti e degni di un serio esame. »Fondati su fatti a noi molto ben noti, e su altri, non così noti a noi, ma che ci paiono autentici, gli spiritisti proclamano baldanzosamente i loro progressi sempre crescenti. « Dacché egli apparve, lo Spiritismo non ha mai cessato di crescere, non ostante la guerra fattagli; e al presente ha piantata la sua bandiera su tutti i punti del globo. I suoi aderenti si contano a milioni; e se si pone mente alla via che ha fatta da dieci anni in qua, tra gl’innumerevoli ostacoli opposti, si può giudicare quel che sarà di qui a dieci anni, tanto più che gli ostacoli scemano di mano in mano che va innanzi. » [Discorso del presidente della Società spiritica di Marennes, Rivista ecc., gennaio 1864]. In Oriente lo stesso progresso. Il Presidente della Società Spiritista di Costantinopoli cosi si esprime: Voi conoscete da lungo tempo la mia devozione alla causa spiritista. Secondato dai Signori Valauri e Montani, io non trascuro nessuna occasione per farla penetrare nello spirito della popolazione di Costantinopoli. Perciò, confesso con legittima soddisfazione che i nostri sforzi non sono stati infruttuosi…. Laonde noi che rappresentiamo gli spiritisti di Costantinopoli gridiamo : coraggio!… L’idea spiritista non é più una grande incognita. Come una rugiada penetrante essa ha fatto rinvigorire il vecchio globo. Essa ha già fatto il giro del mondo, e dovunque essa penetra, ha fatto sorgere dei ferventi adepti. Non è questa una prova evidente del suo intrinseco valore? Cosi lo spiritismo deve da qui innanzi camminare a testa alta…. Il passato è finito, l’èra dell’inferno è chiusa. L’èra della pace, della libertà e dell’amore sorge all’orizzonte. Gloria a Dio nel più alto dei cieli. » [Costantinopoli, 8 novembre 1864 ; il vostro fratello in spiritismo. B. Bepos. Avvenire Monitore dello Spiritismo, 20 aprile 1865]. – Finalmente, da calcoli fatti altrove, colla maggiore esattezza possibile, si ha che il numero degli spiritisti è di cinque milioni. [Vedi l’ottima rivista napoletana La Scienza e la fede, giugno 1863, p. 374.]. – Misuriamo adesso il cammino che lo spiritismo ha fatto dopo sedici anni. Nella sua origine non era che un divertimento, una moda, un giuoco, tutt’al più un oggetto di curiosità più o meno vana. Propagato da principio come una traccia di polvere nell’antico e nel nuovo mondo, sembrava ora scomparso. Lo si credeva morto e non era che addormentato. Con la guerra d’Italia si è risvegliato più vivace che mai. Gettando la maschera, di semplice passatempo è diventato Società dotta; e, cosa seria, uomini di tutte le condizioni se ne occupano. « Nei saloni come nelle fabbriche, si fanno oggi adunanze per lo studio dei nostri fenomeni. Non è più come al principio delle tavole giranti, quando ci si contentava del fenomeno innocente di alcuni responsi insignificanti col si o col no. Oggi, è cosa grave e seria. L’evocazione si fa religiosamente. Punto ciarlatanismo, e niente di scenico. Tutto si fa semplicemente; e le comunicazioni hanno un non so che di carattere elevato e profondo che incute rispetto e attenzione, ». – Però lo spiritismo ha fatto un passo di più. Oggi ei si traduce in culto, e si proclama la religione dell’avvenire, la religione che deve sottentrare a tutte le altre. Il suo simbolo, come dettato dagli Spiriti medesimi, e redatto dal loro gran sacerdote Allan Kardec, è la negazione radicale del cristianesimo, e l’affermazione dommatica degli errori fondamentali dell’antico paganesimo. Concentrare tutta la nostra attenzione sopra altri punti, per quanto possano sembrare importanti, e lasciare inosservato questo fatto minaccioso, sotto pretesto che il tempo farà pronta giustizia degli spiritisti, come l’ha fatta dei suoi predecessori, sarebbe agli occhi nostri una illusione deplorevole. Al contrario noi diciamo che lo spiritismo è una potenza con cui bisogna seriamente contare. Da una parte è l’incarnazione religiosa della Rivoluzione, vale a dire del paganesimo, come il socialismo ne sarà l’incarnazione sociale. Dall’altra, notabili differenze lo distinguono dal Mesmerismo, dal Sonnambulismo, dal Magnetismo, e altre pratiche diaboliche dei secoli passati. Queste differenze sono tra le altre; l’estensione del fenomeno ; la sua rapida propagazione; la sua negazione confessata del cristianesimo; lo stabilimento della religione degli Spiriti. Fermiamoci per un istante a quest’ultima differenza. Il pericolo grande dello spiritismo è, ch’esso viene a tempo per lui opportuno. Credere che l’indebolimento attuale della fede conduca il mondo al protestantismo, al giudaismo, al maomettismo, all’ateismo sarebbe un errore. – L’Europa incredula non pensa punto a farsi protestante, ebrea, o maomettana. Quanto all’ateismo non sarà, come alcuno ha detto, l’ultima religione della umanità. L’ateismo è una negazione: il mondo non può vivere di negazione; non è mai vissuto così. In qualunque modo gli è necessaria una affermazione religiosa. Ora non cessiamo di ripeterlo: tra la religione di Gesù Cristo, e la religione di Belial, tra il cristianesimo e il satanismo, non vi è via di mezzo. Il inondo moderno che volge il dorso al Cristianesimo, dove va egli ? Va al satanismo: e lo spiritismo non è altra cosa che il satanismo, imperii dœmonis instauratio. – Se dunque il clero non oppone allo spiritismo una potente lega, e se Dio non interviene da sovrano in questa lotta decisiva, chi impedirà al nuovo culto di prendere, avanti la fine di questo secolo, proporzioni sconosciute? La prima condizione di questa lega, è di istruire solidamente i fedeli non solo nei catechismi, ma altresì nei sermoni e nei libri, sulla potenza degli angeli buoni e malvagi. In questo punto la nostra educazione è da fare o da rifarsi. Si aggiunga che lo Spiritismo è aiutato da potenti ausiliari. Per preparargli la via, liberandogli il terreno, lavorano notte e giorno due armate innumerevoli: le società segrete, e i Solidari. Come dubitare della gravità della situazione ? Come non vedere che oggidì la Chiesa si trova avviluppata nella Città del male, e che all’ordine sociale, in Europa, minato nelle fondamenta, sovrasta qualche inaudita catastrofe? Tale condizione di cose fa venire in mente il detto di sant’Agostino : « In quella guisa che lo Spirito di verità spinge gli uomini a farsi compagni degli angeli santi, così lo spirito dell’empietà li spinge alla società dei demoni. – “Sicut veritas hortatur homines fieri socios sanctorum angelorum, ita seducit impietas ad societatem dæmoniorum”. –Epist. CII; n. 19.- » E non par egli proprio anche il caso di rammentare la predizione dell’Apostolo: « Ma lo spirito dice apertamente che, negli ultimi tempi, alcuni apostateranno dalla fede, dando retta agli spiriti ingannatori; e alle dottrine de’demoni? »  “Spiritus autem manifeste dicit, quia in novissim is temporibus discedent quidam a fide, attendentes spiritibus erroris et doctrinis dæmoniorum”. I Tim . IV, 1]. [Continua …]

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO: “CASTI CONNUBI”

Basta leggere anche sommariamente questa lettera Enciclica di S.S. Pio XI, per capire qual è il chiarissimo pensiero cattolico su di una materia così delicata e fondante dell’esistenza spirituale del cristiano. In epoca in cui si parla, nella totale apostasia, tracimata addirittura nel cosiddetto “divorzio breve cattolico” [che, sia ben chiaro, di cattolico non ha assolutamente nulla, se non per gli stolti ciechi che si ostinano a non voler aprire gli occhi!], che rende la dissoluzione del matrimonio più rapido e semplice fin’anche delle leggi degli stati laico-massonici … in attesa di vederci propinare, da menti di invertiti maniaco-demenziali, schifose, luride e stercoracee iniziative, come quella delle bestiali nozze sodomitiche … una volta “peccato che grida vendetta agli occhi di Dio”, ed oggi “vizietto impuro dei falsi chierici” da sdoganare agli stolti acclamanti ed ossequienti. Una vergogna inaudita, che suona scandalo agli uomini e grida vendetta agli occhi di Dio. I servi del baphomet-lucifero, che usurpano dal 1958 tutti i templi, i palazzi sacri, gli uffici e la giurisdizione della Gerarchia cattolica, hanno oramai perso ogni timore di mostrare i loro attributi [corna, coda, artigli, etc.] ai loro adepti della setta ecumenico-mondialista del “novus ordo” da essi capeggiata, sostenuti dalle stampelle dei sedevacantisti eretico-scismatici e dai tradizionalisti disobbedienti fallibilisti, acefali “fai da te”, nel contempo tutti ben fieri di viaggiare spediti verso il fuoco eterno guidando come mercenari [finti chierici mai tonsurati e mai validamente ordinati, senza missione né giurisdizione] i loro agnelli ignari, ma colpevoli di ignoranza volontaria, verso lo stesso luogo di dannazione eterna. Chi vuole almeno avere una pallida idea di cosa sia il matrimonio cattolico e la vita coniugale per la Chiesa di Cristo, non ha che da sgranare gli occhi davanti a tanta sapienza di dottrina cristiana. È vero che senza Grazia, non si comprende comunque nulla, ma il Signore potrebbe, nella sua infinita bontà, risvegliare qualche sopito spirito immemore della dottrina Cattolica. Per questo preghiamo in particolare e, per l’intercessione della Vergine Maria Assunta in cielo, invochiamo il potente intervento dello Spirito Santo! Che Dio ci conceda! L’Enciclica è indubbiamente lunga, ma si legge tutta d’un fiato, venendo pervasi dalla gioia della verità che scende dritta nell’animo del cristiano verace. Successivamente occorrerà fissarne i punti essenziali per poterne godere i frutti personalmente e in famiglia!

LETTERA ENCICLICA
CASTI CONNUBII*
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE:
SUL MATRIMONIO CRISTIANO.
PIO PP. XI
VENERABILI FRATELLI
SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

 Quanto grande sia la dignità del casto connubio, si può principalmente riconoscere, Venerabili Fratelli, da ciò che Nostro Signore Gesù Cristo, Figlio dell’Eterno Padre, quando assunse la natura dell’uomo decaduto, in quella amorosissima economia con la quale compì la totale riparazione del nostro genere umano, non solo volle comprendere in maniera particolare anche questo principio e fondamento della società domestica e quindi del consorzio umano, ma richiamandolo inoltre alla primitiva purità dell’istituzione divina, lo elevò a vero e « grande » Sacramento della Nuova Legge, affidandone perciò tutta la disciplina e la cura alla Chiesa sua Sposa. – Ma perché da questo rinnovamento del matrimonio si possano raccogliere i frutti desiderati presso i popoli di ogni regione e di ogni età, si debbono anzitutto illuminare le menti degli uomini con la vera dottrina di Cristo intorno al matrimonio; inoltre occorre che i coniugi cristiani, con la grazia divina che internamente ne corrobora la debole volontà, conformino in tutto pensieri e condotta a quella purissima legge di Cristo, al fine di ottenerne per sé e per la propria famiglia la vera pace e felicità. – Purtroppo tuttavia, non solamente Noi che da questa Apostolica Sede come da una specola guardiamo con occhi paterni tutto il mondo, ma voi pure, Venerabili Fratelli, certamente vedete e insieme con Noi amaramente lamentate come tanti uomini, dimentichi di quell’opera divina di restaurazione, o ignorino del tutto la grande santità del matrimonio cristiano o sfrontatamente la neghino, o persino qua e là vadano conculcandola, seguendo i falsi princìpi di una certa nuova e del tutto perversa moralità. E poiché si sono cominciati a diffondere anche tra i fedeli questi perniciosissimi errori e questi depravati costumi, che tentano d’insinuarsi insensibilmente ma sempre più profondamente, abbiamo creduto essere dovere del Nostro ufficio di Vicario di Gesù Cristo in terra di supremo Pastore e Maestro, alzare la Nostra voce apostolica per allontanare le pecorelle a Noi affidate dai pascoli avvelenati e, per quanto dipende da Noi, custodirle immuni. – Abbiamo perciò deciso, Venerabili Fratelli, di parlare a voi e per mezzo vostro a tutta la Chiesa di Cristo e a tutto il genere umano, della natura del matrimonio cristiano, della sua dignità, dei vantaggi e benefìci che ne derivano alla famiglia e alla stessa umana società, degli errori contrari a questo gravissimo punto della dottrina evangelica, dei vizi che si oppongono alla stessa vita coniugale, e infine dei principali rimedi da apportarvi. E in ciò intendiamo seguire le orme del Nostro predecessore Leone XIII, di s. m., la cui Enciclica « Arcanum » scritta or sono cinquant’anni intorno al matrimonio cristiano, con questa Nostra Enciclica facciamo Nostra e confermiamo e, mentre esponiamo alquanto più diffusamente alcuni punti per riguardo alle condizioni e ai bisogni del tempo nostro, dichiariamo che essa non solo non è andata in disuso ma conserva tutto il suo vigore. – E per esordire da quella stessa Enciclica, che quasi unicamente mira a rivendicare la divina istituzione, la dignità sacramentale e la perpetua indissolubilità del matrimonio, resti anzitutto stabilito questo inconcusso inviolabile fondamento: che il matrimonio non fu istituito né restaurato dagli uomini, ma da Dio; non dagli uomini ma da Dio, autore della natura, e da Gesù Cristo, Redentore della medesima natura, fu presidiato di leggi e confermato e nobilitato. Tali leggi perciò non possono andar soggette ad alcun giudizio umano e ad alcuna contraria convenzione, nemmeno degli stessi coniugi. Questa è la dottrina della Sacra Scrittura, questa la costante ed universale tradizione della Chiesa; questa la solenne definizione del Concilio Tridentino che proclama e conferma con le parole stesse della Sacra Scrittura l’origine da Dio Creatore della perpetuità e indissolubilità del vincolo del matrimonio, e la sua stabilità ed unità. – Benché però il matrimonio di sua natura sia d’istituzione divina, anche l’umana volontà arreca in esso il suo contributo, e questo nobilissimo. Infatti ogni particolare matrimonio, in quanto unione coniugale fra quest’uomo e questa donna, non può cominciare ad esistere se non dal libero consenso di ambedue gli sposi; e questo atto libero della volontà, col quale ambedue le parti danno e accettano il diritto proprio del connubio, è talmente necessario perché esista vero matrimonio, che non può venire supplito da nessuna autorità umana. Senonché tale libertà a questo soltanto si riferisce: che i contraenti vogliano realmente contrarre matrimonio e contrarlo con questa determinata persona; ma la natura del matrimonio è assolutamente sottratta alla libertà umana, in modo che una volta che uno abbia contratto matrimonio, resta soggetto alle sue leggi e alle sue proprietà essenziali. Infatti il Dottore Angelico, trattando della fede e della prole, dice «Questo è causato dallo stesso patto coniugale, così che se nel consenso, che fa il matrimonio, si esprimesse qualche cosa di contrario a ciò, non esisterebbe vero matrimonio ». – Mediante il connubio, dunque, si congiungono e si stringono intimamente gli animi, e questi prima e più fortemente che non i corpi, né già per un passeggero affetto dei sensi o dell’animo, ma per un decreto fermo e deliberato di volontà; e da questa fusione di anime, così avendo Dio stabilito, sorge un vincolo sacro ed inviolabile. – Tale natura, affatto propria e speciale di questo contratto, lo rende totalmente diverso, non solo dagli accoppiamenti fatti per cieco istinto naturale fra gli animali, in cui non può esservi ragione o volontà deliberata, ma altresì da quegli instabili connubii umani, che sono disgiunti da qualsivoglia vero ed onesto vincolo di volontà e destituiti di qualsiasi diritto di domestica convivenza. – Da qui già appare manifesto che la legittima autorità ha diritto e dovere di frenare, impedire e punire questi turpi connubii, contrari a ragione e a natura; ma trattandosi qui di cosa che consegue alla stessa natura umana, non è meno certo quello che apertamente ammoniva il Nostro predecessore Leone XIII di f. m. «Nella scelta del genere di vita, non è dubbio che è in potere ed arbitrio dei singoli il preferire l’una delle due: o seguire il consiglio di Gesù Cristo intorno alla verginità, oppure obbligarsi col vincolo matrimoniale. Nessuna legge umana può togliere all’uomo il diritto naturale e primitivo del coniugio; o in qualsivoglia modo circoscrivere la cagione principale delle nozze, stabilita da principio per autorità di Dio: Crescete e moltiplicatevi ». Pertanto il sacro consorzio del vero connubio viene costituito e dalla divina e dall’umana volontà; da Dio provengono l’istituzione, le leggi, i fini, i beni del matrimonio; dall’uomo, con l’aiuto e la cooperazione di Dio, dipende l’esistenza di qualsivoglia matrimonio particolare coi doveri e coi beni stabiliti da Dio, mediante la donazione generosa della propria persona ad altra persona per tutta la vita.

I

Ma mentre Ci accingiamo ad esporre quali e quanto grandi siano questi beni divinamente concessi al vero matrimonio, Ci vengono alla mente, Venerabili Fratelli, le parole di quel preclarissimo Dottore della Chiesa che, non molto tempo addietro, commemorammo con l’Enciclica « Ad salutem » nel XV centenario dalla sua morte ; «Tutti questi — dice Sant’Agostino — sono i beni per i quali le nozze sono buone: la prole, la fede, il sacramento ». Che poi a buon diritto si possa dire che questi tre punti contengono uno splendido compendio di tutta la dottrina sul matrimonio cristiano, ci viene eloquentemente dichiarato dallo stesso Santo quando dice: «Nella fede si provvede che fuor del vincolo coniugale non ci sia unione con un altro o con un’altra; nella prole che questa si accolga amorevolmente, si nutra benignamente, si educhi religiosamente; nel sacramento poi che non si sciolga il coniugio, e che il rimandato o la rimandata nemmeno per ragione di prole si congiunga con altri. Questa è come la regola delle nozze, dalla quale ed è nobilitata la fecondità della natura ed è regolata la pravità dell’incontinenza ». – Pertanto fra i beni del matrimonio occupa il primo posto la prole. E veramente lo stesso Creatore del genere umano, che nella sua bontà volle servirsi degli uomini come ministri per la propagazione della vita, questo insegnò quando nel paradiso, istituendo il matrimonio, disse ai progenitori e in essi a tutti i coniugi futuri: «Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra » . Questa stessa verità deduce elegantemente Sant’Agostino dalle parole dell’Apostolo San Paolo a Timoteo, dicendo: « Che le nozze si contraggano per ragione della prole, così ne fa fede l’Apostolo: Voglio che i giovani si sposino. E come se gli dicesse: E perché? subito soggiunge: A procreare figliuoli, ad essere madri di famiglia ». – Quanto poi questo sia un grande beneficio di Dio e un gran bene del matrimonio appare dalla dignità e dal nobilissimo fine dell’uomo. Infatti l’uomo, anche solo per l’eccellenza della natura ragionevole, sovrasta a tutte le altre creature visibili. Si aggiunga che Iddio vuole la generazione degli uomini, non solo perché esistano e riempiano la terra, ma assai più perché ci siano cultori di Dio, lo conoscano e lo amino e lo abbiano poi infine a godere perennemente nel cielo; il qual fine, per l’ammirabile elevazione, compiuta da Dio, dell’uomo all’ordine soprannaturale, supera tutto quello che « occhio vide, ed orecchio intese e poté entrare nel cuore dell’uomo » . Da ciò appare facilmente quanto gran dono della bontà divina e quanto egregio frutto del matrimonio sia la prole, germogliata per onnipotente virtù divina e con la cooperazione dei coniugi. – I genitori cristiani intendano inoltre che solo destinati non solo a propagare e conservare in terra il genere umano; anzi non solo ad educare comunque dei cultori del vero Dio, ma a procurare prole alla Chiesa di Cristo, a procreare concittadini dei Santi e familiari di Dio, perché cresca ogni giorno più il popolo dedicato al culto del nostro Dio e Salvatore. E quantunque i coniugi cristiani, per quanto siano essi santificati, non possono trasfondere nella prole la santificazione, ché anzi la naturale generazione della vita è divenuta via di morte, per la quale passa alla prole il peccato originale, tuttavia essi partecipano in qualche modo alcunché di quel primitivo coniugio del paradiso terrestre, essendo loro ufficio offrire la propria prole alla Chiesa, perché da questa fecondissima madre di figli di Dio la prole venga rigenerata per mezzo del lavacro del battesimo alla giustizia soprannaturale, e perché diventi membro vivo di Cristo, partecipe della vita immortale e infine erede della gloria eterna, alla quale tutti aneliamo dall’intimo del cuore. – Se una madre veramente cristiana a ciò riflette, comprenderà certamente che a lei, e in senso più alto e pieno di consolazione, vanno applicate quelle parole del nostro Redentore: « La donna … quando ha dato alla luce un bambino, non ricorda più le sue angustie per il gaudio che prova, perché un uomo è venuto al mondo » ; e rendendosi superiore a tutti i dolori, alle cure, ai pesi della maternità, molto più giustamente e santamente di quella matrona romana, madre dei Gracchi, si glorierà nel Signore di una floridissima corona di figli. Ambedue i coniugi, poi, riguarderanno questi figli, ricevuti con animo pronto e grato dalla mano di Dio, quale un talento loro affidato da Dio, non già per impiegarlo solamente a vantaggio proprio o della patria terrena, ma per restituirlo poi col suo frutto nel giorno del conto finale. – Il bene però della prole non si esaurisce nel beneficio della procreazione, ma occorre che se ne aggiunga un secondo, che consiste nella debita educazione di essa. Troppo scarsamente, invero, Dio sapientissimo avrebbe provveduto alla prole venuta alla luce, e quindi a tutto il genere umano, se a coloro a cui ha dato il potere e il diritto di generare, non avesse altresì dato il dovere e il diritto di educare. Nessuno infatti può ignorare che la prole non può bastare né provvedere a se stessa nemmeno in ciò che riguarda la vita naturale, e molto meno in ciò che concerne la vita soprannaturale, ma abbisogna per molti anni dell’altrui aiuto per la formazione e l’educazione. È noto poi come, per disposizione naturale e divina, questo dovere e diritto all’educazione della prole appartengono anzitutto a coloro che con la generazione iniziarono l’opera della natura, e ai quali è vietato di esporre al rischio della perdita l’opera incominciata, lasciandola imperfetta. Ora a questa tanto necessaria educazione dei figli si è provveduto nel miglior modo possibile col matrimonio, in cui, essendo i genitori stretti tra loro con vincolo indissolubile, prestano sempre ambedue l’opera loro e il loro vicendevole aiuto. – Ma avendo già trattato altra volta a lungo dell’educazione cristiana della gioventù, possiamo riassumere tutte queste cose ripetendo le parole di Sant’Agostino: «Quanto alla prole, si richiede che sia accolta con amore e religiosamente educata », il che ci viene pure espresso stringatamente nel Codice di diritto canonico: « Il fine primario del matrimonio è la procreazione e l’educazione della prole » . – Né si deve tacere che, essendo di tanta dignità e tanta importanza l’uno e l’altro compito affidato ai genitori per il bene della prole, qualsiasi onesto uso della facoltà data da Dio per la generazione di una nuova vita, secondo l’ordine del Creatore e della stessa legge di natura, è diritto e prerogativa del solo matrimonio e deve essere assolutamente contenuto dentro i limiti sacri del matrimonio.  Il secondo bene del matrimonio menzionato da Sant’Agostino, come abbiamo detto, è il bene della fede, che è la vicendevole fedeltà dei coniugi nell’adempimento del contratto matrimoniale; sicché quanto compete per questo contratto sancito secondo la legge divina al solo coniuge, né a lui sia negato, né permesso ad una terza persona; e neppure al coniuge stesso sia concesso ciò che non si può concedere in quanto contrario alle leggi divine e del tutto alieno dalla fede matrimoniale. – Questa fede pertanto richiede in primo luogo l’unità assoluta del matrimonio, che il Creatore stesso adombrò nel matrimonio dei primi genitori, volendo che esso non fosse se non fra un uomo solo e una sola donna. E sebbene poi il supremo Legislatore, Iddio, allargò alquanto questa legge primitiva per qualche tempo, non vi è tuttavia dubbio alcuno che la legge evangelica abbia ristabilito pienamente l’antica e perfetta unità, abrogando ogni dispensa, come dimostrano chiaramente le parole di Cristo e la dottrina e la prassi costante della Chiesa. A buon diritto perciò il Sacro Concilio Tridentino dichiarò solennemente: «Cristo Signore insegnò più apertamente che con questo vincolo due sole persone si vengono strettamente a congiungere, quando disse: Non sono dunque più due, ma una sola carne » . – E Nostro Signore Gesù Cristo non volle solamente proibire qualsiasi forma, sia successiva sia simultanea, come dicono, di poligamia e di poliandria o qualsiasi altra azione esterna disonesta; ma di più ancora, perché si custodisse inviolato il santuario sacro della famiglia, proibì gli stessi pensieri volontari e desideri su tali cose: «Ma io vi dico che chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso in cuor suo adulterio con lei ». Queste parole di Cristo non possono andare annullate, neppure per consenso del coniuge, giacché esse rappresentano la legge medesima di Dio e della natura, che nessuna volontà umana può distruggere o modificare.  – Anzi, perché il bene della fede splenda nella debita purezza, le stesse vicendevoli manifestazioni di familiarità tra i coniugi debbono essere caratterizzate dal pregio della castità, in modo tale che i coniugi si comportino in tutte le cose secondo la norma di Dio e delle leggi di natura, e si studino di seguire sempre, con grande riverenza verso l’opera di Dio, la volontà sapientissima e santissima del Creatore. – Questa fede della castità, come da Sant’Agostino è giustamente chiamata, risulterà più facile, anzi molto più piacevole non meno che nobile per un altro pregio importantissimo: per l’amore coniugale, cioè, che pervade i doveri tutti della vita coniugale e nel matrimonio cristiano tiene come il primato della nobiltà. « Richiede inoltre la fede del matrimonio che il marito e la moglie siano fra loro congiunti di un amore singolare, santo e puro, e non si amino fra di loro come gli adulteri ma in quel modo che Cristo amò la Chiesa; perché questa regola prescrisse l’Apostolo quando disse: Uomini amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa, e certo Egli l’amò con quella sua carità infinita, non per un vantaggio suo, ma solo proponendosi l’utilità della Sposa ». Parliamo dunque di un amore non già fondato nella inclinazione sola del senso che in breve svanisce, né solo nelle parole carezzevoli, ma nell’intimo affetto dell’anima e ancora — giacché la prova dell’amore è l’esibizione dell’opera — dimostrato con l’azione esterna Questa azione, poi, nella società domestica non comprende solo il vicendevole aiuto, ma deve estendersi altresì, anzi mirare soprattutto a questo: che i coniugi si aiutino fra di loro per una sempre migliore formazione e perfezione interiore, in modo che nella loro vicendevole unione di vita crescano sempre più nelle virtù, massimamente nella sincera carità verso Dio e verso il prossimo, da cui alfine « dipendono tutta la legge e i Profeti » . Possono insomma, e debbono tutti, di qualunque condizione siano e qualunque onesta maniera di vita abbiano eletto, imitare l’esemplare perfettissimo di ogni santità, proposta da Dio agli uomini, che è N. S. Gesù Cristo, e con l’aiuto di Dio giungere anche all’altezza somma della perfezione cristiana, come gli esempi di molti santi ci dimostrano. – Una tale vicendevole formazione interna dei coniugi, con l’assiduo impegno di perfezionarsi a vicenda, in un certo senso verissimo, come insegna il Catechismo romano, si può dire anche primaria causa e motivo del matrimonio, purché s’intenda per matrimonio, non già nel senso più stretto, l’istituzione ordinata alla retta procreazione ed educazione della prole, ma in senso più largo, la comunanza, l’uso e la società di tutta la vita. – Con questo stesso amore si debbono conciliare tanto gli altri diritti quanto gli altri doveri del matrimonio, in modo tale che non solo sia legge di giustizia ma anche norma di carità quella dell’Apostolo: « Alla moglie renda il marito quello che le deve, e parimenti la moglie al marito » . – Rassodata finalmente col vincolo di questa carità la società domestica, in essa fiorirà necessariamente quello che è chiamato da Sant’Agostino ordine dell’amore. Il quale ordine richiede da una parte la superiorità del marito sopra la moglie e i figli, e dall’altra la pronta soggezione e ubbidienza della moglie, non per forza, ma quale è raccomandata dall’Apostolo in queste parole: « Le donne siano soggette ai loro mariti, come al Signore, perché l’uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa ».

Una tale soggezione però non nega né toglie la libertà che compete di pieno diritto alla donna, sia per la nobiltà della personalità umana, sia per il compito nobilissimo di sposa, di madre e di compagna; né l’obbliga ad accondiscendere a tutti i capricci dell’uomo, se poco conformi alla ragione stessa o alla dignità della sposa; né vuole infine che la moglie sia equiparata alle persone che nel diritto si chiamano minorenni, alle quali per mancanza della maturità di giudizio o per inesperienza delle cose umane non si suole concedere il libero esercizio dei loro diritti; ma vieta quella licenza esagerata che non cura il bene della famiglia, vieta che nel corpo di questa famiglia sia separato il cuore dal capo, con danno sommo del corpo intiero e con pericolo prossimo di rovina. Se l’uomo infatti è il capo, la donna è il cuore; e come l’uno tiene il primato del governo, così l’altra può e deve attribuirsi come suo proprio il primato dell’amore. – Quanto poi al grado ed al modo di questa soggezione della moglie al marito, essa può essere diversa secondo la varietà delle persone, dei luoghi e dei tempi; anzi, se l’uomo viene meno al suo dovere, appartiene alla moglie supplirvi nella direzione della famiglia. Ma in nessun tempo e luogo è lecito sovvertire o ledere la struttura essenziale della famiglia stessa e la sua legge da Dio fermamente stabilita. – Dell’osservanza di questo ordine tra marito e moglie così parlò già con molta sapienza il predecessore Nostro Leone XIII di f. m. nell’Enciclica, che abbiamo ricordato, del matrimonio cristiano: « Il marito è il principe della famiglia e il capo della moglie la quale pertanto, perché è carne della carne di lui ed ossa delle sue ossa, non dev’essere soggetta ed obbediente al marito a guisa di ancella, bensì di compagna; cioè in tal modo che la soggezione che ella rende a lui non sia disgiunta dal decoro né dalla dignità. In lui poi che governa ed in lei che ubbidisce, rendendo entrambi l’immagine l’uno di Cristo, l’altro della Chiesa, sia la carità divina la perpetua moderatrice dei loro doveri » . – Queste sono dunque le virtù che vanno comprese nel bene della fede: unità, castità, carità, nobile e dignitosa ubbidienza; le quali riescono poi altrettanti vantaggi dei coniugi e del loro coniugio, in quanto, assicurano o promuovono la pace, la dignità e la felicità del matrimonio. Non fa quindi meraviglia che questa fede sia stata sempre annoverata tra i benefìci insigni e proprî del matrimonio. – Senonché a tutto il cumulo di benefìci così grandi, il compimento e la corona ultima vengono da quell’altro bene proprio del matrimonio cristiano, che abbiamo chiamato con la parola di Agostino Sacramento, e che designa l’indissolubilità del vincolo ed insieme la elevazione e consacrazione, fatta da Cristo, del contratto in segno efficace della grazia. – E anzitutto, quanto all’indissolubile fermezza del patto coniugale, Cristo medesimo vi insiste dicendo: «Ciò che Iddio ha congiunto, l’uomo non separi »; e: « Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, commette adulterio; e chiunque, prende quella che è stata ripudiata dal marito, commette adulterio ». – In questa indissolubilità ripone appunto Sant’Agostino il bene che egli chiama del sacramento, con queste chiare parole: «Nel sacramento, poi si esige che il matrimonio non sia disciolto e il ripudiato o la ripudiata non si unisca ad altri, neppure a causa della prole » . -Ora questa inviolabile fermezza, quantunque non competa ad ogni matrimonio con la stessa misura di perfezione, compete nondimeno a tutti i veri matrimoni; perché il detto del Signore: «Ciò che Iddio ha congiunto, l’uomo non separi » essendo stato pronunciato a proposito del matrimonio dei primi progenitori, prototipo di qualsiasi altro matrimonio futuro, deve di necessità comprendere tutti assolutamente i veri matrimoni. Che se prima di Cristo la sublimità e la severità della legge primitiva andarono tanto attenuate, che Mosè permise ai cittadini dello stesso popolo di Dio, per la durezza del loro cuore, di dare per motivi determinati la lettera del ripudio, Cristo invece, giusta il suo potere di legislatore supremo, revocò questo permesso di una maggiore libertà, e rimise pienamente in vigore la legge primitiva con quelle parole assolutamente indimenticabili: «Ciò che Dio ha congiunto, l’uomo non separi ». Molto saggiamente perciò Pio VI, Nostro predecessore di f. m., così rispondeva al Vescovo di Agra: « Per questo è evidente che il matrimonio, nel medesimo stato di natura e certo assai prima che fosse sollevato alla dignità di Sacramento propriamente detto, è stato divinamente istituito in maniera da portare seco la perpetuità e la indissolubilità del nodo, tale perciò che da nessuna legge civile possa essere disciolto. Quindi, sebbene la ragione di sacramento possa andare disgiunta dal matrimonio, come tra gli infedeli, anche in tale matrimonio tuttavia, se è vero matrimonio, deve restare e certamente resta in perpetuo quel nodo che fino dalla prima origine è così inerente al matrimonio che non va soggetto a nessun potere civile. Così qualsiasi matrimonio si dica contratto, o venga contratto in modo da essere un vero matrimonio, avrà insieme quel nodo perpetuo che per diritto divino va connesso con ogni vero matrimonio; ovvero si suppone contratto senza tale nodo perpetuo, e allora non è vero matrimonio, ma una illecita unione contraria per il suo oggetto alla legge divina, e che perciò non si può lecitamente né iniziare né mantenere ». – Se questa fermezza sembra patire qualche eccezione, sebbene rarissima, come in certi matrimoni naturali che siano contratti tra infedeli solamente o, se tra fedeli, che siano sì ratificati ma non ancora consumati, una siffatta eccezione non dipende da volontà di uomini né di qualsiasi potere meramente umano, ma dal diritto divino, di cui unica custode e interprete è la Chiesa di Cristo. Ma una tale occasione non potrà mai verificarsi per nessun motivo nel matrimonio cristiano rato e consumato. In questo infatti, come il nodo coniugale ottiene la piena perfezione, così risplendono per volontà di Dio la massima fermezza e indissolubilità, tali da non potersi rallentare per nessuna autorità umana. – Se vogliamo investigare con riverenza l’intima ragione di questa volontà divina, facilmente la troveremo, Venerabili Fratelli, in quella mistica significazione del matrimonio cristiano, che si verifica con piena perfezione nel matrimonio consumato tra fedeli. Il matrimonio dei cristiani, infatti, secondo la testimonianza dell’Apostolo nella sua lettera (in principio accennata) agli Efesini [37], rappresenta quell’unione perfettissima che corre fra Cristo e la Chiesa: «Questo Sacramento è grande, io però parlo riguardo a Cristo e alla Chiesa »: la quale unione per nessuna separazione potrà mai sciogliersi, finché vivrà Cristo, e la Chiesa per Lui. Il che pure Sant’Agostino chiaramente insegna in quelle parole: «Questo infatti viene custodito in Cristo e nella Chiesa; e per nessun divorzio sia separato il vivente col vivente in eterno. Del quale Sacramento è tanto gelosa l’osservanza nella città del Dio Nostro … cioè nella Chiesa di Cristo … che quando per avere figli o le donne prendano marito o gli uomini prendano moglie, non è lecito abbandonare la moglie sterile per prenderne un’altra feconda. Se qualcuno fa questo, è reo di adulterio, non per la legge di questo secolo (dove, intervenendo il ripudio, si concede, senza farne colpa, di contrarre matrimoni con altri; ciò che il Signore testifica avere  anche il santo Mosè permesso agli Israeliti per la durezza del loro cuore) ma per la legge del Vangelo; così pure è rea di adulterio la donna se si sposerà ad un altro ».

Quanti poi e quanto grandi vantaggi derivino dall’indissolubilità del matrimonio, lo intende senz’altro chiunque rifletta un istante sia al bene dei coniugi stessi e della prole, come alla salute di tutta l’umana società. Anzitutto i coniugi, nella fermezza assoluta del vincolo, hanno quel contrassegno certo di perennità, quale di natura sua è voluto dalla generosa donazione di tutta la persona e  dall’intima unione dei cuori, poiché la carità vera non viene meno mai. Ivi inoltre è un saldo baluardo a difesa della castità fedele, contro gl’interni ed esterni eccitamenti all’infedeltà, se mai sopravvengano; esclusa ogni ansietà o timore che o per qualche disgrazia o per la vecchiaia l’altro coniuge non si abbia ad allontanare, sottentra invece una tranquilla sicurezza. Ad assicurare similmente la dignità dei coniugi ed il vicendevole aiuto, soccorre nel modo più opportuno il pensiero del vincolo indissolubile, ricordando loro che non all’intento di caduchi interessi, né a soddisfazione di piacere, ma per cooperare insieme al conseguimento di beni più eccelsi ed eterni, essi strinsero il patto nuziale, infrangibile se non dalla morte. Egregiamente, ancora, la fermezza del matrimonio provvede alla cura e alla educazione dei figli, opera di lunghi anni, piena di gravi doveri e di fatiche, quali più agevolmente le forze unite dei genitori possono sostenere. Né minori sono i vantaggi che ne provengono a tutta la società umana. L’esperienza insegna infatti come all’onestà della vita in genere ed all’integrità dei costumi immensamente conferisce la fermezza inconcussa dei matrimoni; e come dalla severa osservanza di tale ordinamento vengano assicurate la felicità e la salvezza della cosa pubblica; infatti tale sarà lo Stato, quali sono le famiglie, quali gli uomini, di cui esso è composto, come il corpo delle membra. Ond’è che quanti difendono strenuamente l’inviolabile saldezza del matrimonio, si rendono grandemente benemeriti sia del bene privato dei coniugi e della prole, sia del bene pubblico dell’umana società. – Ma in questo beneficio del Sacramento, oltre i vantaggi della inviolabile stabilità, sono contenuti, più eccellenti ancora, altri vantaggi designati esattamente dal vocabolo stesso di Sacramento, giacché per i cristiani questo non è nome vano e vuoto di senso, sapendo essi che Cristo, « istitutore e perfezionatore di venerabili Sacramenti », con l’elevare alla dignità di vero e proprio Sacramento della Nuova Legge il matrimonio dei suoi fedeli, lo rese in effetto segno e fonte di quella speciale grazia interna, con la quale « portava l’amore naturale a maggior perfezione, ne confermava l’indissolubile unità, e i coniugi stessi santificava » [41]. E poiché Cristo stabilì che lo stesso valido consenso matrimoniale tra fedeli fosse il segno della grazia, quindi la ragione di Sacramento va col coniugio cristiano così strettamente connessa, che tra battezzati non può darsi matrimonio « che non sia con ciò stesso anche Sacramento » .

Con ciò stesso dunque i fedeli che danno con animo sincero un tale consenso, aprono a sé il tesoro della grazia sacramentale, ove attingere le forze soprannaturali occorrenti ad adempiere le proprie parti ed i propri doveri fedelmente, santamente, con perseveranza fino alla morte. – Questo Sacramento, in coloro che non vi oppongono positivo ostacolo, non solo accresce il principio di vita soprannaturale, cioè la grazia santificante, ma vi aggiunge ancora altri doni speciali, disposizioni e germi di grazia, come novello vigore e perfezione alle forze della natura, affinché i coniugi possano non solo bene intendere, ma intimamente sentire, con ferma convinzione e risoluta volontà stimare e adempiere quanto appartiene allo stato coniugale e ai suoi fini e doveri; ed a tale effetto infine conferisce il diritto all’aiuto attuale della grazia, ogniqualvolta ne abbisognino per adempire agli obblighi di questo stato. – Siccome, nondimeno, è legge di provvidenza divina nell’ordine soprannaturale che, dai Sacramenti ricevuti dopo l’uso di ragione, l’uomo non tragga tutto intero il frutto loro quando non cooperi alla grazia, così anche la grazia propria del matrimonio rimarrebbe in gran parte come talento inutile sepolto sotto terra qualora i coniugi non adoprassero le forze soprannaturali, trascurando di coltivare e far fruttificare i preziosi semi della grazia. Se all’incontro si studiano, quant’è in loro, di bene cooperare, potranno della loro condizione sopportare i pesi, adempiere i doveri, e dalla potenza di tanto Sacramento si sentiranno ravvalorati, santificati e come consacrati. Poiché, secondo quanto insegna Sant’Agostino, come per i sacramenti del Battesimo e dell’Ordine l’uomo viene rispettivamente designato ed aiutato o a condurre vita cristiana o ad esercitare l’Ufficio sacerdotale, né l’aiuto sacramentale di quelli sarà mai per mancargli, così in modo simile (ancorché senza il carattere sacramentale), i fedeli, uniti una volta col vincolo del matrimonio, non potranno esser privati mai né dell’aiuto, né del legame sacramentale. – Anzi, soggiunge il medesimo Santo Dottore, quel vincolo sacro, qualora cadessero in adulterio, se lo porterebbero seco, quantunque non più alla gloria della grazia, ma nella pena della colpa, « a quella maniera che l’anima dell’apostata, quasi separandosi dal coniugio di Cristo, anche dopo perduta la fede, non perde il Sacramento della fede, ricevuto nel lavacro della rigenerazione » .- Gli stessi coniugi poi, dall’aureo vincolo del sacramento non incatenati ma adorni, non impacciati ma rinvigoriti, si adopreranno con tutte le forze a far sì che il loro connubio, non solamente per la proprietà e il significato del sacramento, ma anche per lo spirito loro e la condotta della loro vita, sia sempre e rimanga immagine viva di quell’unione fecondissima di Cristo con la sua Chiesa, che è certamente mistero venerando di perfettissimo amore. – Se tutte queste verità, Venerabili Fratelli, si considerano con ponderatezza e fede viva, se questi preziosi beni del matrimonio, la prole, la fede e il Sacramento, sono messi nella debita luce, è impossibile non restare ammirati della sapienza, santità e bontà divina, le quali con tanta larghezza provvidero insieme a mantenere la dignità e la felicità dei coniugi, e ad ottenere la conservazione e propagazione dell’uman genere mediante la sola casta e sacra unione del vincolo nuziale.

II

Nel ponderare, Venerabili Fratelli, il pregio così grande delle caste nozze, tanto più Ci appare doloroso il vedere come questa divina istituzione, in questi nostri tempi soprattutto, sia spesso e facilmente dispregiata e vilipesa. – È un fatto, in verità, che non più di nascosto e nelle tenebre, ma apertamente, messo da parte ogni senso di pudore, così a parole come in iscritto, con rappresentazioni teatrali d’ogni specie, con romanzi, con novelle e racconti ameni, con proiezioni cinematografiche, con discorsi radiofonici, infine con tutti i trovati più recenti della scienza, è conculcata e messa in derisione la santità del matrimonio, e invece o si lodano divorzi, adultèri e i vizi più turpi, o se non altro si dipingono con tali colori che sembra si vogliano far comparire scevri d’ogni macchia ed infamia. Né mancano libri, che si decantano come scientifici, ma che, in verità, della scienza sovente altro non hanno che una certa qual tintura, con l’intento di potersi più agevolmente insinuare negli animi. E le dottrine in essi difese si spacciano quali meraviglie dell’ingegno moderno, cioè di quell’ingegno che si vanta come amante solo della verità, di essersi emancipato da tutti i vecchi pregiudizi, fra i quali annovera e bandisce anche la dottrina tradizionale cristiana del matrimonio. – Anzi, tali massime si fanno penetrare fra ogni condizione di persone, ricchi e poveri, operai e padroni, dotti e ignoranti, liberi e coniugati, credenti e nemici di Dio, adulti e giovani; a questi soprattutto, come a più facile preda, si tendono i lacci più pericolosi. – Certo, non tutti i fautori di siffatte nuove massime giungono alle ultime conseguenze della sfrenata libidine; vi sono taluni che, sforzandosi di arrestarsi come a mezzo della china, vorrebbero far qualche concessione ai tempi nostri, solamente su alcuni precetti della legge divina e naturale. Ma questi non sono altro che mandatari, consapevoli più o meno, di quell’insidiosissimo nemico che sempre si adopera a soprasseminare zizzania in mezzo al frumento. Noi pertanto, che il Padre di famiglia ha posto a custodia del proprio campo, e perciò siamo tenuti dall’obbligo sacrosanto a vigilare che il buon seme non sia soffocato dalle male erbe, stimiamo a Noi rivolte dallo Spirito Santo quelle gravissime parole, con le quali l’Apostolo Paolo esortava il suo diletto Timoteo: «Ma tu, veglia, adempi il tuo ministero … predica la parola, insisti a tempo, fuori di tempo: riprendi, supplica, esorta con ogni pazienza e dottrina » .  – E poiché, ad evitare le frodi del nemico, è anzitutto necessario scoprirle, e giova molto avvisare gl’incauti degl’inganni suoi, non possiamo del tutto tacerne, per il bene e la salute delle anime, sebbene preferiremmo nemmeno nominare simili malvagità, « come conviene ai Santi » . – E per incominciare dalle fonti stesse di tanti mali, la loro principale radice sta nel blaterare che il matrimonio non ha origine da divina istituzione, né è stato dal Signor Nostro Gesù Cristo sollevato alla dignità di Sacramento, ma è un’umana invenzione. Altri sostengono di non averne riconosciuto indizio alcuno nella stessa natura e nelle leggi da cui è retto, ma di avervi trovato soltanto la facoltà generativa, e ad essa congiunto un forte impulso ad adempierla, come che sia; vi sono, nondimeno, alcuni che riconoscono nella natura umana alcuni princìpi, come germi di un vero connubio, nel senso che se gli uomini non si congiungessero con qualche fermezza di vincolo, non si sarebbe provveduto a sufficienza alle dignità dei coniugi al fine naturale della propagazione e della educazione della prole. Nondimeno anche costoro insegnano che lo stesso matrimonio, come istituto che è al disopra di quei germi, col concorso di varie cause è stato escogitato dalla sola umana mente, ed istituito dalla sola volontà degli uomini. – Ma quanto grave sia l’errore di tutti costoro, e come essi vergognosamente deviino dalle norme dell’onestà, già si comprende da quanto, in questa Nostra lettera, abbiamo esposto intorno alla origine e alla natura del matrimonio, e dei fini e dei beni ad esso proprii. E che queste invenzioni siano dannosissime, appare anche dalle conseguenze che gli stessi loro propugnatori ne deducono: essendo le leggi, le istituzioni, le consuetudini dalle quali è regolato il matrimonio, nate solo dalla volontà degli uomini, a questa soltanto soggiacciono; quindi esse si potranno e dovranno stabilire, modificare, abrogare a piacere degli uomini e secondo le esigenze delle condizioni umane; e quanto alla virtù generativa, come quella che si fonda nella stessa natura, insegnano che è più sacra e più ampia dello stesso matrimonio: potersi quindi adoperare così dentro come fuori dei cancelli della vita matrimoniale, anche senza tener conto dei fini del matrimonio, come se il libertinaggio di una immonda meretrice godesse quasi gli stessi diritti della casta maternità della legittima consorte. – Movendo da tali princìpi, alcuni giunsero al punto di inventare altre forme di unione, adatte, come essi credono, alle presenti condizioni degli uomini e dei tempi, e propongono quasi nuove forme di matrimonio: l’uno « temporaneo », l’altro « a esperimento », un terzo che dicono « amichevole », e che si attribuisce la piena libertà e tutti i diritti del matrimonio, eccettuato il vincolo indissolubile; escludono la prole, se non nel caso in cui le parti vengano poscia a trasformare quella comunione di vita e di consuetudine in matrimonio di pieno diritto. – E ciò che è peggio, non mancano coloro i quali pretendono e si adoperano perché simili abominazioni siano coonestate dall’intervento delle leggi o, se non altro, vengano giustificate in forza delle pubbliche consuetudini di popoli e delle loro istituzioni; e sembra non sospettino nemmeno che simili cose, lungi dal potersi esaltare quali conquiste della « cultura » moderna, di cui menano sì gran vanto, sono invece aberrazioni nefande, che ridurrebbero senza dubbio anche le nazioni civili ai costumi barbarici di alcuni popoli selvaggi. – Ma per venire ormai, Venerabili Fratelli, a trattare dei singoli punti che si oppongono ai diversi beni del matrimonio, il primo riguarda la prole, che molti osano chiamare molesto peso del connubio e affermano doversi studiosamente evitare dai coniugi, non già con l’onesta continenza, permessa anche nel matrimonio, quando l’uno e l’altro coniuge vi consentano, ma viziando l’atto naturale. E questa delittuosa licenza alcuni si arrogano perché, aborrendo dalle cure della prole, bramano soltanto soddisfare le loro voglie, senza alcun onere; altri allegano a propria scusa la incapacità di osservare la continenza, e la impossibilità di ammettere la prole a cagione delle difficoltà proprie, o di quelle della madre, o di quelle economiche della famiglia. – Senonché, non vi può esser ragione alcuna, sia pur gravissima, che valga a rendere conforme a natura ed onesto ciò che è intrinsecamente contro natura. E poiché l’atto del coniugio è, di sua propria natura, diretto alla generazione della prole, coloro che nell’usarne lo rendono studiosamente incapace di questo effetto, operano contro natura, e compiono un’azione turpe e intrinsecamente disonesta. – Quindi non meraviglia se la Maestà divina, come attestano le stesse Sacre Scritture, abbia in sommo odio tale delitto nefando, e l’abbia talvolta castigato con la pena di morte, come ricorda Sant’Agostino: « Perché illecitamente e disonestamente si sta anche con la legittima sposa, quando si impedisce il frutto della prole. Così operava Onan, figlio di Giuda, e per tal motivo Dio lo tolse di vita » . – Pertanto, essendovi alcuni che, abbandonando manifestamente la cristiana dottrina, insegnata fin dalle origini, né mai modificata, hanno ai giorni nostri, in questa materia, preteso pubblicamente proclamarne un’altra, la Chiesa Cattolica, cui lo stesso Dio affidò il mandato di insegnare e difendere la purità e la onestà dei costumi, considerando l’esistenza di tanta corruttela di costumi, al fine di preservare la castità del consorzio nuziale da tanta turpitudine, proclama altamente, per mezzo della Nostra parola, in segno della sua divina missione, e nuovamente sentenzia che qualsivoglia uso del matrimonio, in cui per la umana malizia l’atto sia destituito della sua naturale virtù procreatrice, va contro la legge di Dio e della natura, e che coloro che osino commettere tali azioni, si rendono rei di colpa grave. – Perciò, come vuole la suprema autorità Nostra e la cura commessaCi della salute di tutte le anime, ammoniamo i sacerdoti che sono impegnati ad ascoltare le confessioni e gli altri tutti che hanno cura d’anime, che non lascino errare i fedeli loro affidati, in un punto tanto grave della legge di Dio, e molto più che custodiscano se stessi immuni da queste perniciose dottrine, e ad esse, in qualsiasi maniera, non si rendano conniventi. Se qualche confessore o pastore delle anime, che Dio non lo permetta, inducesse egli stesso in simili errori i fedeli a lui commessi, o, se non altro, ve li confermasse, sia con approvarli, sia colpevolmente tacendo, sappia di dovere rendere severo conto a Dio, Giudice Supremo, del tradito suo ufficio, e stimi a sé rivolte le parole di Cristo: « Sono ciechi, e guide di ciechi: e se il cieco al cieco fa da guida, l’uno e l’altro cadranno nella fossa ».  Quanto, poi, ai motivi che li inducono a difendere l’uso perverso del matrimonio, questi non di rado — per tacere di coloro che ridondano a loro vergogna — sono immaginari o esagerati. Nondimeno la Chiesa, pia Madre, intende benissimo e apprende al vivo le difficoltà che si ripetono intorno alla salute della madre e al suo pericolo per la vita stessa. E chi mai potrebbe, se non con viva commiserazione, ponderarle? Chi non sarebbe preso da ammirazione somma nel vedere una madre offrirsi, con forza eroica, a morte quasi certa, pur di risparmiare la vita alla prole già concepita? Tutto ciò che ella avrà sofferto per adempiere perfettamente l’ufficio che la natura le affidò, solo Dio ricchissimo e misericordiosissimo potrà a lei retribuirlo, e, senza dubbio, darà non solo la misura colma, ma anche sovrabbondante. E ben sa altresì la santa Chiesa che non di rado uno dei coniugi soffre piuttosto il peccato, che esserne causa, quando, per ragione veramente grave, permette la perversione dell’ordine dovuto, alla quale pure non consente, e di cui quindi non è colpevole, purché memore, anche in tal caso, delle leggi della carità, non trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato e allontanarlo da esso. Né si può dire che operino contro l’ordine di natura quei coniugi che usano del loro diritto nel modo debito e naturale, anche se per cause naturali, sia di tempo, sia di altre difettose circostanze, non ne possa nascere una nuova vita. Infatti, sia nello stesso matrimonio, sia nell’uso del diritto matrimoniale, sono contenuti anche fini secondari, come il mutuo aiuto e l’affetto vicendevole da fomentare e la quiete della concupiscenza, fini che ai coniugi non è proibito di volere, purché sia sempre rispettata la natura intrinseca dell’atto e, per conseguenza, la sua subordinazione al fine principale. – Penetrano pure nell’intimo Nostro i gemiti di quei coniugi che, oppressi duramente da mancanza di mezzi, provano difficoltà gravissima a mantenere la loro prole. – Con tutto ciò bisogna attentamente vigilare, perché le deplorevoli condizioni delle cose materiali non siano occasione a un errore ben più deplorevole. Infatti non possono mai darsi difficoltà di tanta gravità che valgano a dispensare dai comandamenti di Dio, che proibiscono ogni atto che sia cattivo di sua natura; e, in qualsivoglia condizione di cose, possano sempre i coniugi, sostenuti dalla grazia di Dio, fedelmente compiere l’ufficio loro e conservare nel matrimonio, pura da macchia tanto abominevole, la castità, perché resta inconcussa la verità della fede cristiana, proposta dal magistero del Concilio di Trento: «Nessuno ardisca pronunciare quel detto temerario, condannato dai Padri sotto la minaccia di anatema, che per l’uomo giustificato i comandamenti di Dio siano impossibili ad osservarsi. Dio non comanda cose impossibili, ma nel comandare ammonisce di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi, e aiuta perché tu possa ». E la dottrina medesima fu dalla Chiesa solennemente ripetuta e confermata nella condanna della eresia giansenistica, che aveva osato bestemmiare contro la bontà di Dio affermando che « alcuni precetti di Dio agli uomini giusti, che pur vogliono e procurano di osservarli, sono impossibili secondo le forze che hanno al presente: e loro manca la grazia, che li renda possibili ». Ma dobbiamo ricordare pure, Venerabili Fratelli, l’altro gravissimo delitto, col quale si attenta alla vita della prole, chiusa ancora nel seno materno. Per alcuni la cosa è lecita, e lasciata al beneplacito della madre e del padre; per altri è invece proibita, salvo il caso in cui esistano gravissimi motivi, che chiamano col nome di « indicazione » medica, sociale, eugenica. Costoro richiedono che, quanto alle pene, con cui le leggi dello Stato sancirono la proibizione di uccidere la prole generata, ma non venuta ancora alla luce, le pubbliche leggi riconoscano la « indicazione », secondo che ciascuno a modo suo la difende, e la dichiarino libera da qualsiasi pena. Anzi, non mancano coloro i quali domandano che le pubbliche autorità prestino il loro aiuto in simili mortifere operazioni; enormità che, purtroppo, in qualche luogo, si commette frequentissimamente, come è noto. – Per quanto riguarda la « indicazione medica e terapeutica » — per adoperare le loro stesse parole — già abbiamo detto, Venerabili Fratelli, quanta compassione Noi sentiamo per la madre, la quale, per ufficio di natura, si trova esposta a gravi pericoli, sia della salute, sia della stessa vita: ma quale ragione potrà mai aver forza da rendere scusabile, in qualsiasi modo, la diretta uccisione dell’innocente? Perché qui si tratta appunto di questa. Sia che essa si infligga alla madre, sia che si cagioni alla prole, è sempre contro il comando di Dio e la voce stessa della natura: «Non ammazzare ! » . È infatti egualmente sacra la vita dell’una e dell’altra persona, a distruggere la quale non potrà mai concedersi potere alcuno, nemmeno all’autorità pubblica. E, con somma leggerezza, questo potere si fa derivare, contro innocenti, dal diritto di spada, che vale solo contro i rei; né ha qui luogo il diritto di difesa, fino al sangue, contro l’ingiusto aggressore (chi, infatti, chiamerebbe ingiusto aggressore una innocente creaturina?); né può essere, in alcun modo, il diritto che dicono « diritto di estrema necessità », e che possa giungere fino all’uccisione diretta dell’innocente. Pertanto i medici probi e capaci si adoperano lodevolmente a difendere e conservare sia la vita della madre, sia quella della prole; per contro si farebbero conoscere indegnissimi del nobile titolo di medici coloro che, sotto il pretesto di usare l’arte medica, o per malintesa pietà, insidiassero alla vita della madre o della prole. – Tutto ciò pienamente s’accorda con le severe parole del Vescovo d’Ippona, il quale inveisce contro quei coniugi depravati che s’industriano di evitare la prole; ed ove non ottengano l’intento, non temono di ucciderla. «Talvolta — dice — questa crudeltà impura o impurità crudele giunge fino al punto di ricorrere ai veleni atti a procurare la sterilità e, se non vi riesce, a estinguere con qualche mezzo il frutto concepito e a liberarsene, bramando che la propria prole muoia prima di vivere, o se già viveva nel materno seno, sia uccisa prima di nascere. Per certo, se ambedue sono tali, non sono coniugi: e se tali furono fin da principio, non si congiunsero per connubio, ma piuttosto per turpitudine; se tali non sono tutti e due, oso dire: o che ella, in qualche modo, si prostituisce al marito, o che egli si rende adultero verso di lei ». – Quanto poi alla « indicazione » sociale ed eugenica, le cose che si propongono, con mezzi leciti e onesti, e dentro i dovuti confini possono, sì, e devono esser prese in considerazione; ma quanto al voler provvedere alla necessità, a cui si appoggiano, con la uccisione degli innocenti, ripugna alla ragione ed è contrario al precetto divino, promulgato pure dalla sentenza apostolica: «Non si deve fare del male per conseguire beni » . – A coloro, infine, che tengono il supremo governo delle nazioni, e ne sono legislatori, non è lecito dimenticare che è dovere dell’autorità pubblica di difendere con opportune leggi e con la sanzione di pene la vita degli innocenti; e ciò tanto maggiormente, quanto meno valgono a difendersi coloro la cui vita è in pericolo, e alla quale si attenta; e fra essi, certo, sono da annoverare anzitutto i bambini nascosti ancora nel seno materno. Se i pubblici governanti non solo non prendono la difesa di quelle creature, ma anzi con leggi e con pubblici decreti le lasciano, o piuttosto le mettono in mano dei medici o d’altri, perché le uccidano, si rammentino che Dio è giudice e vindice del sangue innocente, il quale dalla terra grida verso il cielo.  – Si deve infine riprovare quella prassi dannosa, che riguarda il diritto naturale dell’uomo a contrarre matrimonio, ma che appartiene pure, con qualche vera ragione, al bene della prole. Vi sono, infatti, alcuni, che dei fini eugenici troppo solleciti, non si contentano di dare alcuni consigli igienici atti a procurare più sicuramente la salute e il vigore della futura prole — il che, certo, non è contrario alla retta ragione — ma vanno così innanzi da anteporre l’« eugenico » a qualsiasi altro fine, anche di ordine più alto, e pretendono che l’autorità pubblica vieti il matrimonio a tutti coloro che, secondo i procedimenti della propria scienza e le proprie congetture, credono che, per via di trasmissione ereditaria, saranno per generare prole difettosa, anche se siano, per sé, capaci di contrarre matrimonio. Anzi, vogliono perfino che essi, per legge, anche se riluttanti, siano, con l’intervento dei medici, privati di quella naturale facoltà; né ciò come pena cruenta da infliggersi dalla pubblica autorità per delitto commesso, né a prevenire futuri delitti dei rei, ma contro il giusto e l’onesto attribuendo ai magistrati civili un potere che mai ebbero, né mai possono legittimamente avere. – Tutti coloro che operano in tal guisa, malamente dimenticano che la famiglia è più sacra dello Stato, e che gli uomini, anzitutto, sono procreati non per la terra e per il tempo, ma per il cielo e per l’eternità. E non è giusto, certamente, accusare di grave colpa uomini d’altra parte atti al matrimonio, i quali, anche adoperando ogni cura e diligenza, si prevede che avranno una prole difettosa, se contraggono nozze, sebbene da esse spesso convenga dissuaderli. – Le pubbliche autorità, poi, non hanno alcuna potestà diretta sulle membra dei sudditi; quindi, se non sia intervenuta colpa alcuna, né vi sia motivo alcuno di infliggere una pena cruenta, non possono mai, in alcun modo, ledere direttamente o toccare l’integrità del corpo, né per ragioni « eugeniche », né per qualsiasi altra ragione. Questo insegna pure San Tommaso d’Aquino quando, proponendo la questione se i giudici umani per prevenire mali futuri possano recar qualche danno al suddito, lo concede quanto a certi altri mali, ma a ragione lo nega per quanto riguarda la lesione corporale: «Mai, secondo il giudizio umano, alcuno deve essere punito, senza colpa, con pena di battiture, per essere ucciso, o per essere mutilato o flagellato ». – Del resto, la dottrina cristiana insegna, e la cosa è certissima anche al lume naturale della ragione, che gli stessi uomini privati non hanno altro dominio sulle membra del proprio corpo se non quello che spetta al loro fine naturale, e non possono distruggerle o mutilarle o per altro modo rendersi inetti alle funzioni naturali, se non nel caso in cui non si può provvedere per altra via al bene di tutto il corpo. – Ed ora, per venire all’altro capo di errori che riguardano la fede coniugale, ogni peccato che si commetta in danno della prole è di conseguenza peccato in qualche modo anche contro la fede coniugale, perché i beni del matrimonio vanno connessi l’uno con l’altro. Ma inoltre sono da annoverare partitamente altrettanti capi di errori e di corruttele contro la fede coniugale, quante sono le virtù domestiche che questa fede abbraccia: la casta fedeltà dell’uno e dell’altro coniuge; l’onesta soggezione della moglie al marito, e infine il saldo e sincero amore tra i due. – Corrompono dunque anzitutto la fedeltà coloro che stimano doversi essere indulgenti verso le idee e i costumi del nostro tempo, intorno alla falsa e dannosa amicizia con terze persone, e sostengono doversi in queste relazioni estranee consentire ai coniugi una certa maggior licenza di pensare e di operare, e ciò tanto più che (come vanno dicendo) non pochi hanno una congenita costituzione sessuale, a cui non possono soddisfare tra gli angusti confini del matrimonio monogamico. Quindi quella disposizione d’animo, per la quale gli onesti coniugi condannano e ricusano ogni affetto ed atto libidinoso con terza persona, essi la stimano un’antiquata debolezza di mente e di cuore o un’abbietta e vile gelosia; perciò dicono nulle o da annullare le leggi penali dello Stato intorno all’obbligo della fede coniugale. L’animo nobile dei casti coniugi, anche solo per lume naturale respinge e disprezza certamente simili errori, come vanità e brutture; e siffatta voce della natura è approvata e confermata dal comandamento di Dio «Non fornicare », e da quello di Cristo: « Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso in cuor suo adulterio con lei » . E nessuna consuetudine o pravo esempio e nessuna parvenza di progresso umano potranno mai indebolire la forza di questo divino precetto. Perché come è sempre il medesimo «Gesù Cristo ieri e oggi e nei secoli », così è sempre identica la dottrina di Cristo, della quale non cadrà un punto solo, sino a tanto che tutto sia adempito. I citati maestri di errori che offuscano il candore della fede e della castità coniugale, facilmente scalzano altresì la fedele ed onesta soggezione della moglie al marito. E anche più audacemente molti di essi affermano con leggerezza essere quella una indegna servitù di un coniuge all’altro; i diritti tra i coniugi devono essere tutti uguali, ed essendo essi violati con la servitù di una parte, tali maestri bandiscono superbamente come già fatta o da procurarsi una certa « emancipazione » della donna. Questa emancipazione dicono dovere essere triplice: nella direzione della società domestica, nell’amministrazione del patrimonio, nell’esclusione e soppressione della prole. La chiamano emancipazione sociale, economica, fisiologica; fisiologica in quanto vogliono che la donna, a seconda della sua libera volontà, sia o debba essere sciolta dai pesi coniugali, sia di moglie, sia di madre (e che questa, più che emancipazione, debba dirsi nefanda scelleratezza, già abbiamo sufficientemente dichiarato); emancipazione economica, in forza della quale la moglie, all’insaputa e contro il volere del marito, possa liberamente avere, trattare e amministrare affari suoi privati, trascurando figli, marito e famiglia; emancipazione sociale, in quanto si rimuovono dalla moglie le cure domestiche sia dei figli come della famiglia, perché, mettendo queste da parte, possa assecondare il proprio genio e dedicarsi agli affari e agli uffici anche pubblici. – Ma neppure questa è vera emancipazione della donna, né la ragionevole e dignitosa libertà che si deve al cristiano e nobile ufficio di donna e di moglie; ma piuttosto è corruzione dell’indole muliebre e della dignità materna, e perversione di tutta la famiglia, in quanto il marito resta privo della moglie, i figli della madre, la casa e tutta la famiglia della sempre vigile custode. Anzi, questa falsa libertà e innaturale eguaglianza con l’uomo tornano a danno della stessa donna; giacché se la donna scende dalla sede veramente regale, a cui, tra le domestiche pareti, fu dal Vangelo innalzata, presto ricadrà nella vecchia servitù (se non di apparenza, certo di fatto) e ridiventerà, come nel paganesimo, un mero strumento dell’uomo. – Quell’eguaglianza poi di diritti, che tanto si esagera e si mette innanzi, deve riconoscersi in tutto quello che è proprio della persona e della dignità umana, che consegue dal patto nuziale ed è insito nel matrimonio. In questo, certo, l’uno e l’altro coniuge godono perfettamente dello stesso diritto e sono legati da uno stesso dovere; nel resto devono esservi una certa ineguaglianza e proporzione, richieste dal bene stesso della famiglia e dalla doverosa unità e fermezza dell’ordine e della società domestica. – Tuttavia se in qualche luogo le condizioni sociali ed economiche della donna maritata debbono mutarsi alquanto per le mutate consuetudini ed i mutati usi della umana convivenza, spetta al pubblico magistrato adattare alle odierne necessità ed esigenze i diritti civili della moglie, tenuto conto di ciò che è richiesto dalla diversa indole naturale del sesso femminile, dall’onestà dei costumi e dal comune bene della famiglia, purché l’ordine essenziale della società domestica rimanga intatto, come quello che fu istituito da un’autorità e da una sapienza più alte della umana, cioè divina, e non può essere cambiata per leggi pubbliche o per gusti privati. – Ma vanno ancor più oltre i recenti sovvertitori del matrimonio, sostituendo al sincero e solido amore, che è il fondamento dell’intima dolcezza e felicità coniugale, una certa cieca convenienza di carattere e concordia di gusti, che chiamano simpatia, al cessar della quale sostengono che si rallenta e si scioglie l’unico vincolo con il quale gli animi si uniscono. Che altro mai sarà questo, se non un edificare la casa sopra l’arena? Della quale Cristo dice che appena venga assalita dai flutti dell’avversità subito vacillerà e ruinerà: « E soffiarono i venti e imperversarono contro quella casa, ed essa andò giù, e fu grande la sua ruina » [61]. Al contrario, la casa che sia stata eretta sulla pietra, cioè sul mutuo amore tra i coniugi, e rassodata da una consapevole e costante unione di animi, non sarà mai scossa né abbattuta da nessuna avversità.

Abbiamo fin qui rivendicato, Venerabili Fratelli, i due primi eccellentissimi beni del matrimonio cristiano, insidiati dai sovvertitori della società odierna. Ma siccome a questi va innanzi di gran lunga un terzo bene, quello del « sacramento », così non ci stupisce vedere che anzitutto questa bontà ed eccellenza siano da costoro molto più aspramente impugnate. Dapprima insegnano che il matrimonio è cosa affatto profana e meramente civile, e in nessun modo da affidare alla società religiosa, cioè alla Chiesa di Cristo, ma soltanto alla società civile. Soggiungono inoltre che il nodo nuziale dev’essere affrancato da ogni legame d’indissolubilità, non solo tollerando ma sancendo con la legge le separazioni ossia i divorzi dei coniugi; dal che infine nascerà che il matrimonio, spogliato di ogni santità, rimarrà nel novero delle cose profane e civili. – Come prima cosa stabiliscono che l’atto civile sia da ritenere quale vero contratto nuziale (e lo chiamano comunemente « matrimonio civile »); l’atto religioso poi sia una mera aggiunta, o al più da permettere al volgo superstizioso. Inoltre vogliono che senza rimprovero d’alcuno sia lecito il matrimonio tra cattolici ed acattolici, non avendo riguardo alla religione e senza chiedere il consenso dell’autorità religiosa. Un’altra cosa, che viene di conseguenza, consiste nello scusare i divorzi effettuati e nel lodare e propugnare quelle leggi civili, che favoriscono la dissoluzione del vincolo stesso. – Per quanto riguarda la natura religiosa di qualsivoglia matrimonio, e molto più del matrimonio cristiano che è altresì sacramento, avendo Leone XIII largamente trattato e appoggiato con gravi argomenti ciò che in questa materia è da notare, rimandiamo all’Enciclica che Noi più volte abbiamo citata e apertamente dichiarata Nostra. Qui stimiamo dover ripetere soltanto alcuni pochi punti. – Anche col solo lume della ragione, massime chi voglia investigare gli antichi monumenti della storia e interrogare la costante coscienza dei popoli e consultare le istituzioni e i costumi di tutte le genti, si può dedurre chiaramente essere inerente allo stesso matrimonio naturale qualche cosa di sacro e di religioso, « non sopravvenuto ma congenito; non ricevuto dagli uomini, ma inserito dalla natura », avendo il matrimonio « Dio per autore, ed essendo stato, fin da principio, una tal quale figura della Incarnazione del Verbo di Dio ». La ragione sacra del coniugio, che va intimamente connessa con la religione e con l’ordine delle cose sacre, risulta sia dall’origine sua divina, che abbiamo ricordato, sia dal suo fine, che è generare ed educare a Dio la prole e condurre parimenti a Dio i coniugi mediante l’amore cristiano e il vicendevole aiuto; sia infine dall’ufficio stesso naturale del matrimonio, voluto dalla provvida mente di Dio Creatore, perché sia come un tramite onde si trasmette la vita, facendo in ciò i genitori quasi da ministri dell’onnipotenza divina. A tutto questo si aggiunge la nuova ragione di dignità, derivante dal Sacramento, in grazia del quale il matrimonio cristiano è divenuto di gran lunga più nobile ed è stato elevato a tanta eccellenza, da apparire all’Apostolo « un grande mistero, in tutto onorabile » . – La natura religiosa del matrimonio e la sublime sua significazione della grazia e dell’unione fra Gesù Cristo e la Chiesa, richiedono dai futuri sposi una santa riverenza per le nozze cristiane e un santo amore e zelo perché il matrimonio, che stanno per contrarre, si avvicini il più possibile al modello di Cristo e della Chiesa.- Molto mancano su questo punto, e talora mettono in pericolo la loro salvezza eterna, coloro che, senza gravi motivi, contraggono matrimonio misto. Da siffatti matrimoni misti il provvido amore materno della Chiesa distoglie i fedeli per gravissime ragioni, come risulta da molti documenti compresi in quel canone del Codice di diritto canonico, dove si legge: « La Chiesa con ogni severità vieta dappertutto, che si contragga matrimonio tra due persone battezzate, delle quali una sia cattolica, l’altra appartenente a setta eretica o scismatica; se poi vi è pericolo di perversione del coniuge cattolico e della prole, il matrimonio è vietato dalla stessa legge divina ». Ed anche quando la Chiesa si induce, attese le circostanze dei tempi, delle cose e delle persone, a concedere la dispensa da queste severe disposizioni (salvo il diritto divino e rimosso con opportune guarentigie, quanto è possibile, il pericolo di perversione), non può non avvenire, se non difficilmente, che il coniuge cattolico abbia a risentire qualche danno da siffatto matrimonio. Da esso infatti non raramente deriva nei discendenti una luttuosa defezione dalla religione, o almeno il cadere facilmente nell’indifferenza religiosa, vicinissima alla incredulità ed alla empietà. Inoltre, in questi matrimoni misti, è resa molto più difficile quella viva unione degli animi, la quale deve imitare il mistero dianzi ricordato, cioè l’arcana unione della Chiesa con Cristo. – Verrà a mancare facilmente la stretta unione degli animi, la quale, com’è segno e nota distintiva della Chiesa di Cristo, così dev’essere distintivo, decoro ed ornamento del coniugio cristiano. Infatti suole sciogliersi o almeno rallentarsi il vincolo dei cuori, dove è diversità di pensiero e di affetto circa le cose più alte e supreme dall’uomo venerate, cioè nelle verità e nei sentimenti religiosi. Quindi viene il pericolo che languisca l’amore tra i coniugi e ne vadano in rovina la pace e la felicità della famiglia, la quale fiorisce principalmente dall’unità dei cuori. E così, già da tanti secoli, l’antico diritto romano aveva definito: « Il matrimonio è la congiunzione dell’uomo e della donna nel consorzio di tutta la vita e nella comunicazione del diritto divino ed umano » . – Ma ciò che soprattutto impedisce la restaurazione e la perfezione del matrimonio stabilito da Cristo Redentore, è, come avvertimmo, Venerabili Fratelli, la sempre crescente facilità dei divorzi. Anzi, gli odierni fautori del neopaganesimo, per nulla fatti saggi dall’esperienza, vanno sempre più acremente contestando la sacra indissolubilità del coniugio e le leggi che la sostengono, e affermano doversi dichiarare lecito il divorzio, e che una legge nuova e più umana venga a sostituire leggi antiquate e sorpassate. – Essi presentano molte e varie ragioni per il divorzio; alcune provenienti da vizio o colpa delle persone, altre inerenti alle cose stesse (le une dicono soggettive, le altre oggettive); in una parola, tutto ciò che rende più aspra ed ingrata la indivisibile convivenza. Pretendono di dimostrare siffatte ragioni per molti capi: dapprima, per il bene di ambedue i coniugi, sia dell’innocente, il quale ha perciò il diritto di separarsi dal coniuge reo, sia del colpevole di delitti, che per questo appunto deve essere separato da una unione ingrata e coatta; poi, per il bene della prole, la quale resta priva della retta educazione, essendo troppo facilmente scandalizzata e allontanata dalla via della virtù per le discordie e altre colpe dei genitori; infine, per il bene comune della società, il quale richiede che anzitutto si sciolgano quei matrimoni che non valgono più ad ottenere il fine inteso dalla natura. Inoltre si permettano dalla legge i divorzi sia per prevenire quei delitti che si possono facilmente temere dalla convivenza di tali coniugi, sia per evitare che cadano sempre più in ludibrio i tribunali e l’autorità delle leggi, quando i coniugi, per ottenere la bramata sentenza di divorzio, o commettono a bella posta quei delitti per i quali il giudice può sciogliere il vincolo a norma di legge, o sfacciatamente mentiscono e spergiurano di averli commessi, nonostante il giudice veda chiaramente lo stato delle cose. Pertanto, essi dicono, le leggi devono in ogni modo conformarsi a tutte queste necessità, alle mutate condizioni dei tempi, alle opinioni degli uomini, alle istituzioni e ai costumi delle nazioni: tali motivi per sé soli, e massimamente se tutti insieme considerati, dimostrerebbero con evidenza che per determinate cause deve assolutamente concedersi la facoltà di divorzio. – Altri, con più audacia, opinano che il matrimonio, come contratto meramente privato, deve essere lasciato al consenso e all’arbitrio privato dei due contraenti, come avviene negli altri contratti privati; e perciò sostengono che può essere sciolto per qualsiasi motivo. – Senonché, contro tutte queste demenze, sta immobile, Venerabili Fratelli, la legge di Dio, da Cristo amplissimamente confermata, e che non può venire smossa da nessun decreto degli uomini, opinione di popoli o volontà di legislatori: «Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non separi » . E se l’uomo ingiuriosamente tenta separarlo, il suo atto sarà del tutto nullo, e resta immutabile quanto Cristo apertamente affermò: « Chiunque rimanda la moglie e ne sposa un’altra, è adultero; e chi sposa la rimandata dal suo marito, è adultero ». E queste parole di Cristo riguardano qualsiasi matrimonio, anche quello soltanto naturale e legittimo, giacché ad ogni vero matrimonio spetta quella indissolubilità, per la quale esso è sottratto, quanto alla soluzione del vincolo, all’arbitrio delle parti e ad ogni potestà laicale. – E qui deve pur essere ricordato il solenne giudizio con il quale il Concilio Tridentino condannò tali insanie di anatema: « Chiunque dice che il vincolo del matrimonio può essere sciolto dal coniuge, a causa di eresia o di molesta coabitazione o di pretesa assenza, sia anatema » ; e inoltre « Chiunque dice che la Chiesa erra quando ha insegnato e insegna che, secondo la dottrina evangelica ed apostolica, non può essere disciolto il vincolo del matrimonio per l’adulterio di uno dei coniugi, e che nessuno dei due, neanche l’innocente che non diede motivo all’adulterio, può contrarre altro matrimonio, vivente l’altro coniuge, e che commette adulterio tanto colui il quale, ripudiata l’adultera, sposa un’altra, quanto colei che, abbandonato il marito, ne sposa un altro, sia anatema » . – Se la Chiesa non errò né erra in questa sua dottrina, e perciò è del tutto certo che il vincolo del matrimonio non può essere sciolto neppure per l’adulterio, ne segue con evidenza che molto minor valore hanno tutti gli altri motivi di divorzio, di molto più deboli, che sogliono o possono allegarsi, e quindi non è da farne alcun conto. – Del resto, le obiezioni che vengono mosse contro la saldezza del vincolo da quel triplice capo, sono di facile soluzione. Infatti, i danni ricordati vengono impediti e i pericoli rimossi, se in quelle estreme circostanze si permette la separazione imperfetta dei coniugi, rimanendo cioè intatto il vincolo; la quale separazione è consentita chiaramente dalla legge della Chiesa nelle chiare parole dei canoni che trattano della separazione del talamo, della mensa e dell’abitazione. Lo stabilire poi le cause di tale separazione, le condizioni, il modo e le cautele onde si provveda all’educazione dei figli e all’incolumità della famiglia, e si rimuovano quanto è possibile i danni tutti derivanti ai coniugi, alla prole e alla stessa comunità civile, spetta alle leggi sacre e, almeno in parte, anche alle leggi civili, in quanto si attiene alle cose e agli effetti civili. – Tutti gli argomenti, poi, che sogliono apportarsi e sopra abbiamo toccati, a dimostrare la indissolubilità del matrimonio, valgono chiaramente con uguale forza ad escludere non solamente la necessità ma anche ogni facoltà o concessione di divorzio. Inoltre quanti sono gli eccellenti vantaggi che militano per la indissolubilità, altrettanti all’opposto appaiono i danni del divorzio, e questi perniciosissimi sia agli individui sia a tutta l’umana convivenza. – E, per valerCi di nuovo della dottrina del Nostro predecessore, è appena necessario osservare che quanta copia di beni in sé contiene la fermezza indissolubile del matrimonio, altrettanta messe di mali portano con sé i divorzi. Da una parte, con la fermezza del vincolo, i matrimoni sono pienamente sicuri; dall’altra invece, con la possibilità e anzi probabilità del divorzio, il legame nuziale diventa mutabile o almeno soggetto ad ansietà e sospetti. Da una parte vengono mirabilmente consolidate la mutua benevolenza e comunione di beni; dall’altra deplorevolmente indebolito il legame, per l’offerta facoltà di separarsi. Da una parte validi presidii alla fedeltà dei coniugi; dall’altra perniciosi incitamenti all’infedeltà. Dall’una la procreazione, protezione ed educazione dei figli efficacemente promosse; dall’altra la prole esposta ai più gravi danni. Da una parte chiuso l’adito molteplice alle discordie tra le famiglie e i parenti; dall’altra se ne presenta più frequente l’occasione. Dall’una più facilmente sopiti i germi di dissenso; dall’altra più copiosamente e largamente diffusi. Dall’una massimamente reintegrati e felicemente restaurati la dignità e l’ufficio della donna nella famiglia e nella società; dall’altra indegnamente depressa, esposta com’è la sposa al pericolo di « venire abbandonata dopo aver servito alla passione dell’uomo » . E poiché a distruggere le famiglie — per concludere con le gravissime parole di Leone XIII — « e ad abbattere la potenza dei regni niente ha maggior forza che la corruzione dei costumi, è agevole conoscere che alla prosperità delle famiglie e delle nazioni sono funestissimi i divorzi, i quali nascono da depravate consuetudini, e come ne attesta l’esperienza, aprono l’adito ad una sempre maggiore corruttela del pubblico e privato costume. E questi mali appariranno anche più gravi se si considera che non vi sarà mai alcun freno così potente che valga a contenere entro certi e prestabiliti confini la licenza una volta concessa ai divorzi. È grande la forza degli esempi, maggiore quella delle passioni; per tali eccitamenti avverrà certo che la sfrenata voglia dei divorzi, serpeggiando ogni dì più largamente, invada l’animo di moltissimi, a guisa di morbo che si sparge per contagio, o come torrente che, rotti i ripari, trabocca » . – Perciò, come nell’Enciclica stessa si legge, « ove non si muti consiglio, le famiglie e la società umana dovranno stare in perpetuo timore di essere travolte nel rivolgimento e nello scompiglio di tutte le cose » . Orbene, la corruzione ogni giorno crescente e l’incredibile depravazione della famiglia nelle regioni pienamente dominate dal comunismo, ben dimostrano con quanta verità tutto ciò sia stato preannunciato cinquant’anni addietro.

III

Finora, Venerabili Fratelli, abbiamo con venerazione ammirato le disposizioni date dal sapientissimo Creatore e Redentore del genere umano in ordine al matrimonio, addolorati in pari tempo di vedere così spesso rese vane e conculcate tali sante intenzioni della divina Bontà dalle passioni, dagli errori e dai vizi degli uomini. È quindi naturale che Noi rivolgiamo la sollecitudine paterna dell’animo Nostro a trovare rimedi opportuni ad estirpare interamente i perniciosissimi abusi già ricordati, e a rendere dappertutto il dovuto rispetto al matrimonio. – Aiuterà a ciò principalmente il ricordare quella massima certissima, che è comunemente ammessa dalla sana filosofia e dalla sacra teologia: che per ricondurre al loro pristino stato, secondo la loro natura, le cose che hanno deviato dalla rettitudine, non vi è altra via che di riportarle a conformità della ragione divina, la quale (come insegna l’Angelico) è l’esemplare della perfetta rettitudine. Per questo il Nostro predecessore di f. m. Leone XIII, ben a ragione, incalzava i naturalisti con queste gravissime parole: « È legge divinamente sancita che le cose istituite dalla natura e da Dio, si sperimentino da noi tanto più utili e salutari, quanto più rimangono intere ed immutabili nel loro stato naturale; Iddio, creatore di tutte le cose, ben conobbe ciò che alla istituzione e al mantenimento di ciascuna sia espediente, e tutte con la volontà e mente sua le ha in guisa ordinate, che ognuna debba convenientemente raggiungere il suo fine. Ma se la temerità e malvagità degli uomini volessero mutare e sconvolgere l’ordine delle cose provvidissimamente stabilito, allora anche le cose con somma sapienza ed altrettanta utilità istituite o cominciano a nuocere, o cessano di giovare, sia perché col mutare abbiano perduto la virtù di far bene, sia perché Iddio stesso voglia piuttosto adottare siffatti castighi dell’orgoglio e dell’audacia dei mortali ». – È dunque necessario, per ricondurre il retto ordine nella materia matrimoniale, che tutti considerino il disegno divino intorno al matrimonio e cerchino di conformarsi ad esso. – E poiché tale studio è soprattutto contrastato dalla forza della concupiscenza, che è senza dubbio la cagione principale per cui si pecca contro le sante leggi coniugali, e non potendo l’uomo tenere a sé soggette le passioni se prima non sottomette sé a Dio, a ciò bisogna anzitutto rivolgere le cure secondo l’ordine divinamente stabilito. È legge inderogabile che chi vive soggetto a Dio veda con l’aiuto della divina grazia assoggettare a sé le passioni e la concupiscenza, ed al contrario, chi è ribelle a Dio esperimenti con dolore l’interna lotta delle passioni violente. Né ciò avviene senza una sapiente disposizione, come dimostra Sant’Agostino: « Infatti è giusto che l’inferiore si assoggetti al superiore; in modo che chi vuole a sé soggetto chi è sotto di sé, debba a sua volta star soggetto a chi è sopra di sé. Riconosci l’ordine, cerca la pace! Tu a Dio: e la carne a te. Che di più giusto? che di più bello? Tu al maggiore, a te il minore: servi tu a Colui che creò te, perché a te serva ciò che è stato creato per te. Bada però, l’ordine non l’intendiamo, non lo proponiamo così: A te la carne, e tu a Dio, sibbene Tu a Dio, e la carne a te! E se trascuri il Tu a Dio, non raggiungerai mai l’A te la carne. Tu che non ubbidisci al Signore, sei tormentato dal servo » . – Tale ordinamento della divina Sapienza è pure attestato, per ispirazione dello Spirito Santo, dal Santo Dottore delle Genti, dove, a proposito dei sapienti antichi i quali ricusavano di prestare culto e venerazione al Creatore dell’universo da essi ben conosciuto, si esprime così: « Per questo, Iddio li abbandonò ai desideri del loro cuore, all’immondezza, talché disonorassero in se stessi i corpi loro »; e di nuovo « Per questo, Iddio li diede in balìa di ignominiose passioni », perché « Iddio resiste ai superbi e largisce la grazia agli umili », senza la quale, come insegna lo stesso Dottore delle Genti, l’uomo non può soggiogare la ribelle concupiscenza. – Poiché dunque non è possibile frenare, come si deve, le indomite brame, senza che prima l’anima presti l’umile ossequio della pietà e della riverenza al Creatore, questo soprattutto è necessario: che coloro che stringono il sacro vincolo matrimoniale siano bene compenetrati da una profonda pietà verso Dio, la quale informi tutta la loro vita, e riempia la mente e la volontà di somma venerazione verso la suprema Maestà di Dio. – Ben dunque si comportano, conformemente al più sano e perfetto senso cristiano, quei Pastori di anime i quali, per impedire che gli sposi non abbiano nel matrimonio a deviare dalla legge di Dio, anzitutto li esortano agli esercizi di pietà e di religione, ad unirsi totalmente a Dio, ad invocarne costantemente l’aiuto, a frequentare i sacramenti, a fomentare e custodire, sempre e in tutto, sentimenti di devozione e pietà verso Dio. – Grandemente invece si ingannano coloro i quali, lasciati da parte questi mezzi che trascendono la natura, credono di potere, per mezzo dei soli ritrovati delle scienze naturali (come la biologia, lo studio delle trasmissioni ereditarie, e simili), persuadere gli uomini a frenare le concupiscenze carnali. Né con ciò intendiamo dire che non si debba tener conto anche di questi aiuti naturali quando non siano illeciti: perché è lo stesso Dio, unico autore della natura e della grazia, il quale ha disposto che i beni sì dell’uno come dell’altro ordine servano ad uso ed utilità degli uomini. I fedeli, dunque, possono e debbono giovarsi anche degli aiuti naturali. Ma sbagliano coloro che credono bastare questi a garantire la castità dell’unione matrimoniale, o che stimano trovarsi in essi una maggiore efficacia che non nell’aiuto soprannaturale della grazia. – Ma tale conformità della convivenza e dei costumi matrimoniali alle leggi di Dio, senza la quale non si potrebbe avere un’efficace restaurazione di essa, suppone che da tutti si possa conoscere facilmente, con ferma certezza e senza mescolanza di errore, quali siano queste leggi. A nessuno può sfuggire a quanti inganni si aprirebbe l’adito, quanti errori si mischierebbero alla verità, se tale indagine fosse lasciata alla ragione individuale munita del solo lume naturale, ovvero se tale investigazione fosse affidata alla privata interpretazione della verità rivelata. Il che se vale per tante altre verità di ordine morale, soprattutto si deve dire per quelle che spettano al matrimonio, dato che tanto facilmente la passione della voluttà può sopraffare la debolezza umana, ingannarla e sedurla; tanto più che l’osservanza della legge di Dio richiede talvolta dai coniugi dei sacrifici ardui e diuturni; e l’esperienza dimostra che di questi appunto si serve l’umana fragilità come di pretesti per esimersi dall’osservanza della legge divina. – Affinché pertanto la conoscenza vera e sincera della legge divina, e non una simulazione ed una corrotta immagine di essa, sia di luce e guida alle menti e alla condotta degli uomini, si richiede che alla pietà verso Dio e alla brama di ubbidire a Lui, vada unita pure una filiale ed umile ubbidienza verso la Chiesa. Infatti è stato il medesimo Cristo Signor Nostro colui che costituì la Chiesa Maestra di verità anche in queste cose spettanti alla direzione e alla regola dei costumi, quantunque tra esse molte non siano per se stesse inaccessibili all’umano intelletto. E come il Signore, quanto alle verità naturali riguardanti la fede e i costumi, volle aggiungere al semplice lume della ragione quello della rivelazione, sicché queste cose giuste e vere « anche nelle condizioni presenti dell’umana natura, da tutti possano conoscersi facilmente e con certezza assoluta e senza ombra di errore », così, per lo stesso fine, volle costituire la Chiesa custode e maestra delle verità tutte che riguardano la religione e i costumi: ad essa quindi i fedeli, se vogliono serbarsi immuni da errori di intelletto e da corruzione morale, debbono ubbidire e assoggettare la mente ed il cuore. E per non privarsi da se stessi di un aiuto apprestato con sì larga benignità dal Signore, essi debbono prestare doverosa obbedienza non solo alle definizioni più solenni della Chiesa, ma altresì, osservata la debita proporzione, alle altre Costituzioni o Decreti, coi quali certe opinioni vengono proscritte come perverse e pericolose. – I cristiani debbono quindi tenersi lontani da una smodata indipendenza di giudizio e da una falsa « autonomia » della ragione, anche rispetto a certe questioni che sul matrimonio si dibattono ai giorni nostri. – È infatti disdicevole, per un cristiano degno di tal nome, fidarsi tanto della propria intelligenza da voler prestar fede soltanto a quelle verità di cui apprende da sé l’intrinseca natura; il ritenere che la Chiesa, da Dio destinata a maestra e reggitrice dei popoli, non sia abbastanza illuminata intorno alle cose e circostanze moderne; ovvero il non prestarle assenso ed obbedienza se non in ciò che essa impone per via di definizioni più solenni, quasi che le altre sue decisioni si potessero presumere o false, o non fornite di sufficienti motivi di verità e di onestà. È proprio invece di tutti i veri seguaci di Cristo, sia dotti, sia ignoranti, lasciarsi reggere e guidare dalla santa Chiesa di Dio in tutte le cose spettanti alla fede e ai costumi, per mezzo del suo Supremo Pastore, il Pontefice Romano, il quale è retto a sua volta da Gesù Cristo Signor Nostro. – Siccome tutto si deve riportare alla legge e alle idee di Dio, perché si ottenga una generale e stabile restaurazione del matrimonio dobbiamo considerare di primaria importanza che i fedeli siano bene istruiti circa il matrimonio, a voce e in iscritto, non una volta sola e superficialmente, ma spesso e ampiamente, con argomenti chiari e solidi, in modo che queste verità s’imprimano bene nell’intelletto e penetrino fino in fondo al cuore. Sappiano e considerino assiduamente quanta sapienza, santità, bontà abbia dimostrato il Signore verso il genere umano, sia con l’istituzione del matrimonio, sia presidiandolo di sante leggi, e più ancora elevandolo alla mirabile dignità di Sacramento, per cui si apre agli sposi cristiani una sì copiosa fonte di grazie da poter corrispondere, in castità e fedeltà, agli alti fini del matrimonio, al bene e alla salute propria e dei figli, di tutta la società civile e dell’umanità intera. – E certo se i moderni distruttori del matrimonio si danno tanto da fare con discorsi, con libri ed opuscoli e con infiniti altri mezzi, a pervertire le menti, a corrompere i cuori, a mettere in derisione la castità matrimoniale, e ad esaltare i vizi più vergognosi, molto più Voi, Venerabili Fratelli, che « lo Spirito Santo ha costituiti Vescovi per reggere la Chiesa di Dio da Lui conquistata col Sangue suo », non dovrete lasciare alcun mezzo intentato, o per Voi stessi, o per mezzo dei sacerdoti a Voi soggetti, come pure mediante i laici opportunamente scelti fra gli iscritti all’« Azione Cattolica » tanto da Noi bramata e raccomandata in aiuto dell’apostolato gerarchico, in modo da contrapporre la verità all’errore, alla turpitudine del vizio lo splendore della castità, alla servitù delle passioni la libertà dei figli di Dio, alla iniqua facilità dei divorzi la perenne stabilità del vero amore coniugale e dell’inviolabilità fino alla morte del prestato giuramento di fedeltà. – In tal modo i cristiani ringrazieranno Dio, di tutto cuore, di essere vincolati dal precetto e di essere con soave violenza costretti a tenersi lontani il più possibile da ogni idolatria della carne e dall’ignobile schiavitù della libidine. E sentiranno profondo orrore, e fuggiranno con ogni diligenza quelle nefande opinioni che oggi appunto, a disonore della verace dignità umana, si vanno diffondendo a voce e in iscritto, col nome di « perfetto matrimonio » e che fanno di tal perfetto matrimonio un « matrimonio depravato », come giustamente e meritamente è stato detto. – Ma questa sana istruzione ed educazione religiosa circa il matrimonio cristiano starà ben lontana da quella esagerata educazione fisiologica, con la quale ai dì nostri certi riformatori della vita coniugale presumono di venire in aiuto agli sposi, spendendo moltissime parole su tali questioni fisiologiche, dalle quali tuttavia più che la virtù di una vita casta si apprende l’arte di peccare abilmente. – Perciò ben di cuore facciamo nostre, Venerabili Fratelli, le parole che il Nostro predecessore di f. m. Leone XIII rivolgeva ai Vescovi di tutto il mondo nell’Enciclica sul matrimonio cristiano: «Per quanto si possono estendere i vostri sforzi è l’autorità vostra, fate opera perché presso i popoli affidati alla vostra tutela si mantenga intera e incorrotta la dottrina che Cristo Signore e gli Apostoli, interpreti dei voleri del Cielo, insegnarono, e che la Chiesa cattolica conservò gelosamente e comandò che fosse dai cristiani per tutte le età custodita » . – Ma anche la migliore educazione impartita per mezzo della Chiesa, da sola non basta ad ottenere la conformità del matrimonio alla legge di Dio: all’istruzione della mente, negli sposi deve andar congiunta la ferma volontà di osservare le sante leggi di Dio e della natura intorno al matrimonio. Qualunque teoria altri voglia, o con discorsi o con scritti, affermare e diffondere, i coniugi stabiliscano e propongano con fermezza e costanza di volere, senza alcuna esitazione, attenersi ai comandamenti di Dio in tutto ciò che riguarda il matrimonio: nel prestarsi cioè mutuamente l’aiuto della carità, nel serbare la fedeltà della castità, nel non attentare mai alla stabilità del vincolo, nell’usare dei diritti matrimoniali sempre conforme alla moderazione e pietà cristiana, specialmente nel primo periodo dell’unione, in modo che se, in appresso, le circostanze imponessero la continenza, ad ambedue per l’abitudine contratta riesca più facile osservarla. – Servirà loro di grande aiuto a concepire, mantenere ed attuare una sì ferma volontà, il considerare spesso lo stato loro, e la memoria attiva del Sacramento ricevuto. Si ricordino assiduamente che sono stati santificati e fortificati nei doveri e nella dignità dello stato loro per mezzo di uno speciale Sacramento, la cui efficace virtù, sebbene non imprima carattere, è tuttavia permanente. Riflettano perciò a queste parole, veramente feconde di soda consolazione, del santo Cardinale Roberto Bellarmino, il quale, con altri autorevoli teologi, così piamente sente e scrive: « Il Sacramento del matrimonio si può riguardare in due modi; il primo mentre si celebra; il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Infatti è un sacramento simile all’Eucarestia, la quale è Sacramento non solo mentre si fa, ma anche mentre perdura: perché, fin quando vivono i coniugi, la loro unione è sempre il Sacramento di Cristo e della Chiesa » . – Ma perché la grazia di questo Sacramento eserciti tutta la sua efficacia, si richiede altresì, come abbiamo già accennato, il concorso dei coniugi: e questo consiste in ciò che con l’opera ed industria propria si sforzino seriamente di compiere per quanto dipende da loro nell’adempimento dei doveri. Come nell’ordine naturale, perché le forze date da Dio manifestino tutto il loro vigore, bisogna che siano applicate dall’opera e dall’industria umana, e ove questa si trascuri non se ne può trarre alcun profitto, così anche nell’ordine della grazia, le forze che nel ricevere il Sacramento vengono depositate nell’anima, debbono essere esercitate dagli uomini con la propria opera ed industria. Badino dunque gli sposi di non trascurare la grazia propria del Sacramento che sta in loro, ma dandosi alla diligente osservanza dei propri doveri, siano pure difficili, di giorno in giorno sperimenteranno in sé più efficace la virtù della grazia. Se talora si sentiranno alquanto più oppressi dai travagli dello stato e della vita loro, non si lascino abbattere, ma stimino come dette a sé le parole che, circa il sacramento dell’Ordine, San Paolo scriveva al suo dilettissimo discepolo Timoteo, per sollevarlo dalle fatiche e dagli strapazzi ond’era quasi oppresso: «Ti raccomando di ravvivare in te la grazia di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani, poiché Iddio non ci ha dato spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza ». – Ma quanto detto finora, Venerabili Fratelli, in gran parte dipende dall’accurata preparazione, sia remota, sia prossima, degli sposi al matrimonio. Non si può infatti negare che tanto il saldo fondamento dell’unione felice, come le rovine delle unioni disgraziate, si vanno preparando e disponendo nel cuore dei fanciulli e delle fanciulle sin dalla loro puerizia e giovinezza. È da temere che coloro che nel tempo precedente alle nozze, dappertutto non cercavano che se stessi e le proprie comodità, e solevano accondiscendere ai propri desideri, anche se turpi, giunti poi al matrimonio, siano poi tali quali erano prima, e che abbiano poi a mietere ciò che hanno seminato: vale a dire che abbiano a ritrovare tra le mura domestiche tristezza, pianto, disprezzo scambievole, litigi, avversione di animo, noia della vita coniugale, e, ciò che è peggio, abbiano a trovare se stessi con le proprie sfrenate passioni. – I futuri sposi dunque si presentino al matrimonio ben disposti e ben preparati, perché possano a vicenda porgersi il dovuto conforto nelle vicende tristi e liete della vita, e molto più nel procurarsi la salute eterna e nel formare l’uomo interiore nella misura dell’età piena di Cristo. Ciò servirà loro di aiuto a dimostrarsi veramente tali verso la loro diletta prole, quali Iddio vuole che siano i genitori verso i loro figli: cioè un padre che sia veramente padre, una madre che sia veramente madre; sicché, grazie al loro pio amore e alle loro cure assidue, la casa paterna diventi per i figli, anche nella povertà più dura, in questa valle di lacrime, quasi un’immagine di quel paradiso di letizia, dove il Creatore dell’uman genere aveva collocato i nostri progenitori. Anche per questo avverrà che dei figli sapranno fare degli uomini perfetti e dei perfetti cristiani, imbevuti dello schietto sentimento della Chiesa cattolica, e infonderanno loro quel nobile amore e sentimento di patria ch’è richiesto dalla pietà e dalla riconoscenza. – Pertanto, sia coloro che pensano di contrarre un giorno questo santo connubio, sia coloro che hanno cura dell’educazione della cristiana gioventù, facciano grandissimo conto di questo avvenire, lo preparino lieto e impediscano che sia triste, tenendo in mente gli ammonimenti da Noi dati nell’Enciclica sopra l’educazione: « Sono dunque da correggere le inclinazioni disordinate, da promuovere e ordinare le buone sin dalla più tenera infanzia, e soprattutto si deve illuminare l’intelletto e fortificare la volontà con le verità soprannaturali e i mezzi della grazia, senza i quali non si può né dominare le perverse inclinazioni né raggiungere la debita perfezione educativa della Chiesa, compiutamente dotata da Cristo della dottrina divina e dei Sacramenti, mezzi efficaci della grazia » . – Rispetto poi alla preparazione prossima di un buon matrimonio è di somma importanza la diligenza nella scelta del coniuge; da essa infatti dipende molto la felicità o l’infelicità futura del matrimonio, potendo l’un coniuge essere all’altro di grande aiuto a condurre nello stato coniugale una vita cristiana, oppure di grande pericolo ed impedimento. Affinché dunque non abbia per tutta la loro vita da scontare la pena di una scelta inconsiderata, chi desidera sposarsi sottoponga a matura deliberazione la scelta della persona con la quale dovrà poi sempre vivere; ed in siffatta decisione abbia anzitutto riguardo a Dio ed alla vera religione di Cristo, indi a se medesimo, al coniuge, alla futura prole, come pure alla umana e civile società, la quale dal matrimonio nasce come da propria fonte. Implori con fervore il divino aiuto, perché possa scegliere secondo la cristiana prudenza, e non già spinto dal cieco e indomito impeto della passione, o dal mero desiderio di lucro, o da altro men nobile impulso, bensì da vero e ordinato amore, e da sincero affetto verso il futuro coniuge, cercando nel matrimonio quei fini appunto per i quali esso fu da Dio istituito. Non tralasci infine di richiedere il prudente consiglio dei genitori sulla scelta da fare; anzi, di questo faccia gran conto, affinché mediante le loro maggiore esperienza e matura conoscenza delle cose umane, abbia ad evitare dannosi errori, e ottenga pure più copiosamente, nel contrarre il matrimonio, la divina benedizione del quarto comandamento: «Onora il padre e la madre tua (che è il primo comandamento della promessa): affinché tu sia felice e viva lungamente sopra la terra ». E poiché non di rado l’esatta osservanza della legge divina e l’onestà del matrimonio sono esposte a gravi difficoltà, quando i conıugi sono oppressi dalla scarsezza dei mezzi e dalla grande penuria di beni temporali, bisognerà certamente, nel miglior modo possibile, venire in aiuto delle loro necessità.- Ed in primo luogo dovrà con ogni sforzo procurarsi quanto fu già sapientissimamente decretato dal nostro predecessore Leone XIII, cioè che nella civile società le condizioni economiche e sociali siano così ordinate, che ogni padre di famiglia possa meritare e lucrare quanto è necessario al sostentamento proprio, della moglie e dei figli, secondo le diverse condizioni sociali e locali, « poiché è dovuta all’operaio la sua mercede », e il negarla o il non darla in equa misura è commettere una grande ingiustizia, che dalla Sacra Scrittura viene annoverata tra i massimi peccati. Così pure non è lecito pattuire salari tanto esigui, che non siano sufficienti per le condizioni dei tempi e le circostanze in cui si trova la famiglia da sostenere. – Occorrerà tuttavia provvedere che gli stessi coniugi, già molto tempo prima di contrarre matrimonio, rimuovano gli ostacoli materiali, o procurino almeno di diminuirli, lasciandosi istruire da persone esperte sul modo di riuscirvi efficacemente, nonché onestamente. Se essi da soli non bastano, si provveda con l’unione degli sforzi delle persone di simili condizioni, e mediante associazioni private e pubbliche, ai modi di soccorrere alle necessità della vita. – Allorché poi i mezzi fin qui indicati non riescano a pareggiare le spese, soprattutto se la famiglia è piuttosto numerosa o meno capace, l’amore cristiano per il prossimo richiede assolutamente che la carità cristiana supplisca a quanto manca agli indigenti, che i ricchi anzitutto assistano i più poveri, e quelli che hanno beni superflui, anziché impiegarli in vane spese o addirittura dissiparli, li impieghino per la vita e la sanità di coloro che mancano del necessario. Quelli che nei poveri daranno a Cristo delle proprie sostanze, riceveranno dal Signore abbondantissima mercede, allorché Egli verrà a giudicare il mondo; coloro invece che faranno il contrario saranno puniti. Infatti non invano avverte l’Apostolo: « Chi avrà dei beni di questo mondo, e vedrà il suo fratello in necessità, e gli chiuderà le sue viscere, come la carità di Dio dimora in lui? » . – Qualora poi i privati sussidi non bastassero, compete alla pubblica autorità supplire alle forze insufficienti dei privati, specialmente in una cosa di tanta importanza per il bene comune, quanto è la condizione delle famiglie e dei coniugi che sia degna di uomini. Se infatti alle famiglie, a quelle specialmente che hanno una numerosa figliolanza, mancano convenienti abitazioni; se l’uomo non riesce a trovare l’opportunità di procacciarsi lavoro e vitto; se le cose occorrenti agli usi quotidiani non possono comprarsi che a prezzi esagerati; se perfino le madri di famiglia, con non piccolo danno dell’economia domestica, sono gravate dalla necessità e dal peso di guadagnar denaro col proprio lavoro; se esse, negli ordinari o anche straordinari travagli della maternità, mancano del conveniente vitto, delle medicine, dell’aiuto di un medico esperto, e di altre simili cose: non è chi non vegga quanto grande pericolo ne possa nascere per la pubblica sicurezza, la salvezza e la vita stessa della società civile, se tali uomini, non avendo più nulla da temere che sia loro tolto, siano spinti a tanta disperazione, che osino ripromettersi di poter forse conseguire molto dallo sconvolgimento dello Stato e di ogni cosa. – Quanti dunque hanno cura della cosa pubblica e del bene comune, non possono trascurare queste materiali necessità dei coniugi e delle famiglie, senza arrecare grave danno alla cittadinanza ed al bene comune; ed è perciò necessario che, nel fare le leggi e nell’ordinare le pubbliche spese, tengano in massimo conto la cura di venire in aiuto alla penuria delle famiglie povere, stimando ciò tra i precipui doveri della loro carica. – Con dolore poi avvertiamo non essere oggi raro il caso in cui, contrariamente al retto ordine, molto facilmente si provvede di pronto e copioso sussidio la madre e la prole illegittima (sebbene a questa pure si debba soccorrere, anche per impedire mali maggiori), mentre alla legittima o è negato il soccorso, o concesso grettamente e quasi strappato a forza. – Sennonché, non soltanto per quello che spetta ai beni temporali, Venerabili Fratelli, importa moltissimo alla pubblica autorità che il matrimonio e la famiglia siano bene costituiti, ma anche per quanto concerne i beni propri delle anime: il sancire cioè giuste leggi, che riguardino la fedeltà della castità e il mutuo aiuto dei coniugi e cose simili, e la loro fedele osservanza, giacché, come insegna la storia, la salvezza dello Stato e la prosperità della vita temporale dei cittadini non possono restare salde e sicure, ove vacilli il fondamento su cui si appoggiano, che è il retto ordine morale, e ove per i vizi dei cittadini si costruisca la fonte donde nasce la comunità, cioè il matrimonio e la famiglia. – Ma alla tutela dell’ordine morale non bastano le forze esterne della comunità e le pene, e nemmeno il proporre agli uomini la bellezza stessa della virtù e la sua necessità; è necessario che vi si aggiunga l’autorità religiosa, che illumini la mente con la verità, diriga la volontà e valga a fortificare l’umana fragilità con gli aiuti della divina grazia. Tale autorità è soltanto la Chiesa, istituita da nostro Signore Gesù Cristo. – Pertanto, vivamente esortiamo nel Signore quanti hanno la suprema potestà civile ad entrare in concorde amicizia, e sempre più rafforzarla, con questa Chiesa di Cristo, affinché mediante la collaborazione e la solerte opera della duplice potestà si allontanino i danni enormi che, per le irruenti e procaci libertà contro il matrimonio e la famiglia, minacciano non solo la Chiesa, ma la stessa civile società. – A questo gravissimo compito della Chiesa possono infatti giovare assai le leggi civili, se nei loro ordinamenti terranno conto di ciò che prescrive la legge divina ed ecclesiastica, e stabiliranno pene contro i violatori. Non mancano infatti persone che stimano essere loro lecito, anche secondo la legge morale, quanto dalle leggi dello Stato è permesso o almeno non è punito; oppure, anche contro la voce della coscienza, compiono queste azioni poiché né temono Dio, né vedono esservi alcunché da temere dalle umane leggi; donde non di rado e a se stessi e a moltissimi altri sono causa di rovina. – Né poi è da temere alcun pericolo o menomazione dei diritti e dell’integrità della società civile da questo accordo con la Chiesa. Sono insussistenti e del tutto vani siffatti sospetti e timori, come ebbe già a mostrare eloquentemente Leone XIII: «Non v’è dubbio — egli dice — che Gesù Cristo, fondatore della Chiesa, abbia voluto la potestà sacra distinta dalla civile, e che l’una e l’altra avessero nell’ordine proprio libero e spedito l’esercizio del proprio potere, ma con questa condizione tuttavia, che torna bene all’una ed all’altra e che è di molta importanza per tutti gli uomini, che cioè fossero tra loro unione e concordia … Se l’autorità civile va in pieno accordo con la sacra potestà della Chiesa, non può non derivarne grande utilità ad entrambe. Dell’una infatti si accresce la dignità, e sotto la guida della religione il suo governo non riuscirà mai ingiusto; all’altra poi si offrono aiuti di tutela e di difesa per il comune vantaggio dei fedeli » . – E, per portare un esempio recente e illustre, così appunto è avvenuto, secondo il retto ordine e del tutto secondo la legge di Cristo, che nelle solenni convenzioni felicemente stipulate tra la Santa Sede e il Regno d’Italia, anche rispetto ai matrimoni fossero stabiliti un pacifico accordo ed una amichevole cooperazione, quali si addiceva alla gloriosa storia ed alle vetuste memorie sacre del popolo italiano. Così infatti si legge decretato nei Patti Lateranensi: « Lo Stato italiano, volendo ridonare all’istituto del matrimonio, ch’è base della famiglia, la dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al Sacramento del matrimonio, disciplinato dal diritto canonico, gli effetti civili » . A tale norma fondamentale sono aggiunte ulteriori determinazioni del mutuo accordo. – Questo può a tutti essere di esempio e di argomento, onde anche nella nostra età nella quale, purtroppo, così di frequente si va predicando una assoluta separazione dell’autorità civile dalla Chiesa, anzi da qualsiasi religione, possano le due supreme potestà, senza alcuno scambievole detrimento dei propri diritti e poteri sovrani, congiungersi ed associarsi con mutua concordia e patti amichevoli, per il bene comune dell’una e dell’altra società, e possa aversi dalle due potestà una comune cura per ciò che spetta al matrimonio, in modo che siano rimossi dalle unioni coniugali cristiane pericoli perniciosi, anzi la già imminente rovina. – Tutti questi argomenti, Venerabili Fratelli, che con Voi abbiamo attentamente ponderato, mossi dalla pastorale sollecitudine, vorremmo che fossero largamente diffusi, secondo le norme della cristiana prudenza, tra tutti i Nostri diletti figli, alle vostre cure immediatamente commessi, tra quanti sono membri della grande famiglia cristiana, affinché tutti pienamente conoscano la sana dottrina intorno al matrimonio, si guardino diligentemente dai pericoli tesi dai divulgatori di errori, e soprattutto, « rinnegata l’empietà e i desideri del secolo, vivano in questo secolo, con temperanza, con giustizia e con pietà, aspettando la beata speranza, e l’apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo ». – Ci conceda il Padre onnipotente « da cui ogni paternità in cielo e in terra prende nome », il quale corrobora i deboli e dà coraggio ai pusillanimi e ai timidi; Ci conceda Cristo Signore e Redentore, « istitutore e perfezionatore dei venerabili Sacramenti », il quale volle e fece del matrimonio una mistica immagine della sua ineffabile unione con la Chiesa; Ci conceda lo Spirito Santo, Dio Carità, lume dei cuori e vigore delle menti, che le cose da Noi esposte nella presente Nostra lettera intorno al santo sacramento del matrimonio, alla mirabile legge e volontà divina rispetto ad esso, agli errori e pericoli che sovrastano, ai rimedi con cui ad essi si può ovviare, tutti valgano a bene intenderle, ad accettarle con pronta volontà e, con l’aiuto della grazia divina, a metterle in opera; sicché rifioriscano e prosperino nei matrimoni cristiani la fecondità a Dio dedicata, la fedeltà illibata, l’inconcussa stabilità, la sublimità del sacramento e la pienezza delle grazie. – Ed affinché Iddio, che delle grazie tutte è autore e dal quale è tutto il « volere e l’eseguire », si degni di compiere e concederci tutto ciò, secondo la grandezza della sua benignità ed onnipotenza, mentre Noi con ogni umiltà alziamo fervide preghiere al Trono della sua grazia, come pegno della copiosa benedizione dello stesso Onnipotente Iddio, a voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo commesso alle vostre assidue e vigilanti cure, impartiamo con ogni affetto l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 31 dicembre 1930, nell’anno nono del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

DOMENICA IX dopo PENTECOSTE

 

Introitus
Ps LIII:6-7.
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine. [Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]
Ps LIII:3
Deus, in nómine tuo salvum me fac: et in virtúte tua libera me.
[O Dio, salvami nel tuo nome: e líberami per la tua potenza.]
Ecce, Deus adjuvat me, et Dóminus suscéptor est ánimæ meæ: avérte mala inimícis meis, et in veritáte tua dispérde illos, protéctor meus, Dómine. [Ecco, Iddio mi aiuta, e il Signore è il sostegno dell’ànima mia: ritorci il male contro i miei nemici, e disperdili nella tua verità, o Signore, mio protettore.]

Oratio
Orémus.
Páteant aures misericórdiæ tuæ, Dómine, précibus supplicántium: et, ut peténtibus desideráta concédas; fac eos quæ tibi sunt plácita, postuláre.
[Porgi pietoso orecchio, o Signore, alle preghiere di chi Ti súìupplica, e, al fine di poter concedere loro quanto desiderano, fa che Ti chiedano quanto Ti piace.]

Lectio
Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios.
1 Cor X:6-13
Fatres: Non simus concupiscéntes malórum, sicut et illi concupiérunt. Neque idolólatræ efficiámini, sicut quidam ex ipsis: quemádmodum scriptum est: Sedit pópulus manducáre et bíbere, et surrexérunt lúdere. Neque fornicémur, sicut quidam ex ipsis fornicáti sunt, et cecidérunt una die vigínti tria mília.
Neque tentémus Christum, sicut quidam eórum tentavérunt, et a serpéntibus periérunt. Neque murmuravéritis, sicut quidam eórum murmuravérunt, et periérunt ab exterminatóre. Hæc autem ómnia in figúra contingébant illis: scripta sunt autem ad correptiónem nostram, in quos fines sæculórum devenérunt. Itaque qui se exístimat stare, vídeat ne cadat. Tentátio vos non apprehéndat, nisi humána: fidélis autem Deus est, qui non patiétur vos tentári supra id, quod potéstis, sed fáciet étiam cum tentatióne provéntum, ut póssitis sustinére.

 Omelia I

[Mons. Bonomelli, Omelie, Torino, 1899]

OMELIA XIX

“Non siamo desiderosi di cose malvagie come anche quelli ne desiderarono. Non diventate idolatri, come alcuni di loro, secondoché sta scritto: Il popolo si sedette e si pose a mangiare e bere, poi si levò per danzare. Non fornichiamo, come alcuni di loro fornicarono, e in un sol giorno ne caddero ventitré mila. Non tentiamo Cristo, come alcuni di loro tentarono e furono uccisi dai serpenti. Non mormorate come alcuni di loro mormorarono e furono distrutti dallo sterminatore. Ora tutte queste cose avvenivano a quelli in figura e sono scritte ad ammonimento di noi, nei quali si sono scontrati i termini dei secoli. Il perché chi pensa di restar ritto, badi che non cada. Non vi colga tentazione se non umana; Dio è fedele, ed egli non permetterà Che siate tentati sopra le forze vostre; ma colla tentazione darà l’uscita, affinché la possiate “ sostenere „ (I. ai Corinti, X, 6-13;)

Voi stessi vi sarete accorti, che la lezione della Epistola propria della Messa è quasi sempre tolta dalle lettere di S. Paolo. E perché ciò, o dilettissimi? Se non erro, le ragioni principali di quest’uso della sacra liturgia, devono essere le seguenti: le lettere dell’Apostolo, messe insieme, formano un volume pressoché eguale a quello dei quattro Evangeli uniti e di gran lunga superiore a quello che formerebbero le sette lettere, che ci rimangono di S. Giacomo, di S. Pietro, di san Giovanni e di Giuda Taddeo. Qual meraviglia, che formando le Epistole di S. Paolo una parte
sì considerevole del nuovo Testamento, forniscano anche in proporzione assai maggiore delle altre la materia di lettura nella santa Messa? Oltreché vuoisi avvertire che nelle Epistole di S. Paolo si condensa in modo ammirabile la dottrina dogmatica e particolarmente la morale di Cristo, e perciò queste si prestano a preferenza d’altre parti scritturali alla considerazione ed edificazione dei fedeli [Nei Vangeli occupano una parte considerevole i fatti della vita di Cristo, dovechè nelle Epistole di S. Paolo di fatti non se ne fa menzione, che pochissime volte: in quella vece vi si espone la dottrina di Cristo si dogmatica come morale, onde per questa parte si può dire che nelle Epistole abbiamo una ricca miniera al pari e più degli Evangeli.] – Nei versetti precedenti S. Paolo ha detto, che gli conveniva lavorare e mortificare il suo corpo, se non voleva trovarsi tra i reprobi dopo di aver predicato agli altri. Giustifica poi questo suo timore per sè e per gli altri, di esser trovato reprobo, coll’esempio del popolo d’Israele, caduto quasi tutto miseramente nel deserto prima di entrare nella terra promessa; e qui, colto il destro, applica ai cristiani, moraleggiando, i fatti che avvennero agli Ebrei nel deserto. Vedete, dice l’Apostolo: dei seicentomila Ebrei, dai vent’anni in su, che uscirono dall’Egitto, due soli entrarono nella terra promessa: ciò potrebbe accadere anche a noi viaggianti verso la vera terra promessa, il cielo. “ Non siamo desiderosi di cose malvage, come anche quelli ne desiderarono. „ Continua il riscontro tra gli Ebrei e noi cristiani; gli Ebrei nel deserto, rammentando i cibi succulenti che si mangiavano in Egitto : Sedebamus super ollas carnium, e dimenticando l’orribile schiavitù, che vi soffrivano, si levarono a rumore contro Mosè e contro Dio, che li aveva condotti in quel luogo selvaggio, e desideravano le carni: il desiderare le carni per sè non sarebbe stato un gran delitto, ma lo era bene, e gravissimo, il lagnarsi di Dio, il ribellarsi a Mosè, il dimenticare i beneficii innumerevoli ricevuti e il rimpiangere la servitù, ond’erano stati liberati. Iddio punì quell’ingrato e maligno popolo, e gran numero di
esso rimase in quel luogo percosso di morte, tantoché gli fu dato il nome di Sepolcri della concupiscenza; Sepulchrum concupiscentiæ (Num. c. XII, 33, 34). Badiamo, grida qui l’Apostolo, di non imitare codesti Ebrei, per non incorrere il loro castigo ed essere esclusi dal cielo. Il popolo, o fratelli miei, è sempre lo stesso, simile ad un fanciullo, mobile, facile ad essere sedotto, a dimenticare i benefizi. Vedete gli Ebrei: dovevano rammentare gli orrori della schiavitù in Egitto, le fatiche intollerabili, i bambini dal barbaro tiranno fatti gettare nel Nilo, i prodigi Operati da Mosè: nulla di tutto ciò. In un momento di malcontento, di dispetto, d’ira, pensa alle cipolle ed alle carni d’Egitto: si lamenta di Dio, grida contro Mosè, si solleva contro il liberatore e lo minaccia. E non è ciò che troppo spesso facciamo noi pure? Liberati dal peccato, col pensiero torniamo agli antichi piaceri, rimpiangiamo la servitù, le catene delle passioni portate sì a lungo e ci pare troppo aspra la via della virtù, troppo dura la vita cristiana? Stolti! desideriamo di ritornare in Egitto e volgiamo le spalle alla terra promessa, la vera terra promessa, a cui Dio ci chiama. Non desideriamo cose malvage; Non simus concupiscentes malorum! Il desiderio dei Giudei si riferiva soltanto alle carni, come apparisce dal sacro testo, ed era colpevole: l’Apostolo proclama che noi cristiani dobbiamo guardarci in genere da ogni desiderio di cose malvage: Non simus concupiscentes malorum. Gli uomini non vedono che le cose esterne, e questo pure in modo assai imperfetto; ma l’occhio di Dio penetra nelle pieghe del nostro cuore, nelle fibre del nostro spirito, e tutto vede, pesa e misura senza pericolo di errore. – Carissimi! quanti desideri spuntano, si agitano, si succedono in fondo al nostro cuore! Chi potrebbe mai contarli? S’incalzano come le onde del mare, e tutti vi lasciano la traccia del loro passaggio: non importa che si manifestino negli atti e gli uomini li vedano e li contino: li vede e li conta Iddio! Ora quali sono questi desideri, figli dei nostri pensieri e dei nostri amori? Sono tutti buoni, retti, onesti, o almeno indifferenti? Ohimè! se siamo sinceri, dovremo confessare che molti di questi desideri, che erompono dal fondo dell’anima nostra, sono viziosi, colpevoli e tali, che arrossiremmo, se fossero conosciuti, non
che da altri, ma dai nostri amici! Perché aprire il cuore, vagheggiare e accarezzare questi desideri, che vorremmo nascondere agli uomini, ai nostri cari istessi e sono manifesti a Dio, e un giorno saranno manifestati all’universo intero? Vegliamo adunque su questi desideri, e quelli che sono buoni e santi coltiviamo, quelli che sono malvagi o pericolosi cacciamo prontamente perché imbrattano l’anima: “Non simus concupiscentes malorum”. S. Paolo prosegue ne’ suoi riscontri, e dice: “ Non siamo idolatri, come alcuni di loro (cioè degli Ebrei nel deserto). „ Mosè narra, che mentre egli era sul monte e riceveva la legge, il popolo si fabbricò un vitello d’oro (era un idolo degli Egiziani) e lo adorò, gli offerse sacrifici e probabilmente, secondo l’uso dei gentili, mangiò delle carni offerte all’idolo stesso e si pose a danzare. Non dimentichiamo che queste danze sacre dei gentili dinanzi ai loro idoli erano orge oscene e lascivie senza nome, e possiamo credere che tali fossero pur quelle degli Ebrei dinanzi al vitello d’oro. Ebbene, cosi ragiona S. Paolo: Stiamo in guardia noi pure cristiani, e non sia mai che per noi si cada nella idolatria alla maniera
degli Ebrei. Di quale idolatria discorre l’Apostolo? Chiaramente della idolatria nel senso rigoroso della parola, perché così vuole l’allusione alla idolatria ebraica; né deve far meraviglia, che S. Paolo creda necessario mettere in sull’avviso i fedeli contro il pericolo della idolatria. Non pochi dei fedeli, ai quali scriveva, erano stati gentili ed idolatri e la loro conversione era recente. Il pericolo di ricadere era assai grave, considerata la loro triste abitudine, e visto che l’idolatria allora regnava padrona assoluta dal trono alla capanna. La storia ci narra che non erano rari gli esempi di apostasie e di cristiani, che dopo ricevuto il battesimo, o per timore delle persecuzioni, o per interesse, o per altre cause ritornavano al culto degli idoli. L’esortazione dunque di S. Paolo non era fuor di luogo, anzi molto opportuna e necessaria. Oggidì per noi non vi è più ombra di pericolo che si cada nella idolatria antica: quel periodo del massimo degradamento morale per i nostri popoli è passato e passato per sempre. Ma se è cessato il pericolo della idolatria propriamente detta, non è cessata, anzi dura più elle mai vigorosa e generale un’altra idolatria, l’amore sfrenato dei beni della terra, ai quali si sacrifica troppo spesso l’onore, il dovere, la coscienza, Dio stesso. Che faceva l’idolatra? Pigliava un tronco di legno, un pezzo di metallo, ne foggiava una statua e cadendo ginocchioni dinanzi ad essa, l’adorava, le offriva sacrifici, ed esclamava: Tu sei il mio Dio ! — Che fa l’uomo schiavo dell’amore sfrenato dei beni di quaggiù? Accumula oro ed argento: vagheggia un posto d’onore: ficca cupido gli sguardi in volto seducente e prostrandosi vilmente dinanzi a loro, grida: Voi avete il mio cuore, tutto l’amor mio; io vivo per voi; voi siete il mio Dio; a voi tutto sacrifico. Non è questa brutta e schifosa idolatria? Una mente, un cuore, uno spirito, che adorano la materia e vituperosamente vi si tuffano? E ch’io non esageri punto, me ne assicura il grande Apostolo, il quale in altro luogo, parlando della cupidigia e della avarizia, la chiama “ servitù di idoli, cioè idolatria: „ Quod est idolorum servitus. Noi detestiamo l’idolatria, come un gran delitto e il sommo vituperio della natura umana, e lo è veramente: detestiamo pur anco ed abbominiamo quest’altra idolatria, per la quale diveniamo adoratori delle ricchezze, degli onori e dei piaceri: Neque idolatræ efficiamìni, sicut
quidam ex ipsis. In alto le menti e i cuori! appuntiamo lo spirito nostro in Dio e in lui e con lui ci eleveremo: lui solo adoriamo: i beni della terra sono appena degni di stare sotto i nostri piedi, e vi stiano sempre. – Prosegue S. Paolo il suo riscontro tra noi e i figli d’Israele nel deserto e dice: “ Né fornichiamo, come alcuni di quelli fornicarono. „ Mosè nel libro dei Numeri narra come moltissimi Ebrei si abbandonarono al turpe peccato colle figliuole dei Moabiti, e come per comando di Dio furono terribilmente puniti, rimanendone sul campo ben ventitré mila trucidati. Tanta strage ci riempie di stupore e di terrore; ma non dobbiamo mai dimenticare, che quel popolo di dura cervice e di cuore incirconciso, si facile in trascorrere ad ogni eccesso, solamente con queste tremende lezioni poteva essere contenuto, quando pur queste bastavano. Quel formidabile castigo ci mostra come sia brutta e gravissima colpa la fornicazione. Lungi dunque da noi, sembra dire l’Apostolo, questo delitto, che trasse in capo ai figli d’Israele sì aspra vendetta: Neque fornicemur, sicut quidam ex ipsis fornicati sunt. Questa sozzura è dessa rara tra i cristiani, figli della legge di grazia e d’amore? Dio immortale! essa, a vergogna del nome cristiano, è frequente e in certi luoghi, in certe città si considera come cosa da nulla e passa quasi in trionfo. Ah! cosa da nulla questo peccato, che la giustizia di Dio percosse si fieramente, e lavò col sangue di ventitré mila vittime? E bensì vero che si paurosi castighi, per bontà di Dio, ora non si rinnovellano; ma non crediate, che si detestabile peccato rimanga sempre impunito anche quaggiù sulla terra, sotto la legge evangelica. Dio dispone le cose per guisa, che soventi volte gli schiavi di questo peccato si puniscono da se stessi colle opere delle loro mani. Le discordie, gli odii, gli scialacqui, lo sperpero dei più ricchi patrimoni, la miseria, il disonore, i duelli, i delitti di sangue, le più vergognose infermità dello spirito e del corpo, l’ebetismo e la morte precoce non sono frequentemente gli amari frutti di questo peccato? Se noi potessimo conoscere le vittime che questo peccato va facendo in mezzo a noi e contarle ad una ad una, inorridiremmo, e forse dovremmo confessare che il braccio di Dio anche al presente non è meno terribile di quello che fosse coi figliuoli d’Israele. – Allora era Dio, che direttamente percuoteva il popolo fornicatore, ora sono gli stessi fornicatori che si puniscono da se stessi, e trovano qui nel loro peccato un saggio di quella pena eterna, che si tesoreggiano nella vita futura. S. Paolo continua: “ Non tentiamo Cristo, come alcuni di loro tentarono e perirono pei morsi dei serpenti. „ Il popolo ebreo (Num. c. XXI, vers: 5 seg.) nel deserto prese a lagnarsi di Dio e di Mosè, perché mancava l’acqua e si annoiava dello stesso cibo, e dovette prorompere in invettive è bestemmie: esso, dimentico dei tanti prodigi veduti e dei tanti beneficii ricevuti, metteva a dura prova la bontà e la pazienza di Dio: Tentaverunt! E Dio lo fiagellò, mandando in mezzo a quel popolo ingrato e ribelle gran moltitudine di serpenti; i loro morsi erano mortali e gran numero di Ebrei miseramente perì. Ciò che accadde a loro sia nostro ammaestramento: Non tentiamo Cristo, cioè non dubitiamo delle promesse divine, delle verità, che ci furono annunziate; non facciamo come gli Ebrei, che ad ogni istante domandavano miracoli: ci basta la parola di Gesù Cristo e sopra di essa riposiamo tranquillamente. Iddio regge le cose umane colla sua provvidenza, vale a dire con quelle leggi ordinarie, che egli ha stabilite e sulle quali poggia tutto l’ordine naturale: il miracolo è una eccezione fatta a quelle leggi, è l’intervento diretto ed immediato di Dio e questo non si deve ammettere se non quando la evidenza ci obbliga ad ammetterlo, perché le leggi naturali sono la regola, il miracolo è l’eccezione e l’eccezione si ammette solo quando è necessario ammetterla e la ragione naturale ci costringe ad ammetterla. Dio può fare la eccezione, ossia il miracolo ; ma lo deve fare quando è necessario; ma quando è necessario? Egli ed egli solo ne è il giudice assoluto e nessuno può imporglielo, perche nessuna creatura può dire al Creatore: Voi dovete far questo e questo, s’egli non ha promesso di farlo e farlo in quel modo e in quel tempo. Volere adunque che Iddio faccia un miracolo, a nostro modo, e deroghi a nostro cenno alle sue leggi, è un tentare Dio, un imporgli la legge e mostrarci diffidenti delle sue promesse e del corso ordinario della sua provvidenza. Noi possiamo e dobbiamo pregarlo in ogni nostro bisogno con piena confidenza ed umiltà, rimettendoci con figliale abbandono alla sua paterna bontà quanto al modo, al tempo ed alla misura, con cui vorrà esaudirci. “ Nè mormoriate, prosegue S. Paolo, come alcuni di loro mormorarono e furono annientati dallo sterminatore; „ è questo l’ultimo dei riscontri, che ci lasciò l’Apostolo fra la storia del popolo ebreo e ciò che può accadere al popolo cristiano. Molte volte Israele mormorò nel deserto contro Dio e Mosè, che a nome di Dio lo guidava: a quale di queste mormorazioni del popolo qui si alluda non è chiaro: certo è che tutte le volte fu più o meno punito, ondechè non irragionevolmente possiamo dire che qui il sacro testo tutte le comprenda. Le mormorazioni del popolo contro Mosè e perciò contro Dio, che mandava Mosè, per vero dire, sono piuttosto sommosse e ribellioni, e Dio ne fece aspra giustizia. L’autorità ha sempre la sua fonte in Dio, da cui solo deriva, sia nell’ordine naturale, sia nell’ordine sovrannaturale: gli uomini, che ne sono investiti, non sono che i mandati e i rappresentanti di Dio, e perciò il mormorare contro di essi, e più assai il ribellarsi, è un offendere Dio stesso ed uno sconvolgere l’ordine per lui stabilito. Può bene accadere, che quelli, i quali sono investiti dell’autorità, volete civile, volete paterna, volete anche ecclesiastica, nelle varie sue gradazioni,, falliscano al loro dovere ed anche ne abusino malamente; noi possiamo richiamarcene alla autorità superiore, mostrare il torto che riceviamo e chiedere giustizia nei modi onesti e stabiliti, ma rivoltarci contro di loro non mai; l’interesse pubblico e l’ordine posto da Dio non lo consente. I ribelli a Mosè là nel deserto furono percossi da Dio; se al presente Dio non punisce i riottosi quaggiù in modo visibile, senza fallo non sfuggiranno alla sua giustizia nella vita futura. Rispettiamo dunque, o cari, Ogni autorità, quale ch’essa sia, e quelli che ne sono investiti, e rispettiamoli in ragione della grandezza ed eccellenza dell’autorità stessa, perché questo è il volere di Dio e chi vien meno non sfuggirà al castigo di Colui che disse: Chi sprezza voi sprezza me. Seguitiamo il testo dell’Apostolo: “ Ora tutte queste cose avvenivano a quelli, vale a dire agli Ebrei, in figura e sono scritte ad ammonimento di noi, nei quali i termini dei secoli si sono riscontrati, „ ossia di noi, che veniamo ultimi, nell’ultimo periodo dei secoli. Siamo dunque accertati per questa sentenza dell’Apostolo, che tutti i fatti accaduti agli Ebrei e qui commemorati, erano e sono una figura di ciò che accade nella Chiesa, e devono essere un ammaestramento per noi. Ve lo dissi altra volta, i fatti dell’antico Testamento sono anch’essi come altrettante parole, che ci
ammaestrano intorno ai nostri doveri, a ciò che dobbiamo credere, fare od evitare, ed è questo quel senso delle Scritture, che dicesi mistico, o recondito. – Forseché tutti e ciascuno dei fatti registrati nell’antico Patto sono figure di dottrine e di fatti del nuovo Testamento? Ciò sarebbe eccessivo, e S. Paolo non disse semplicemente “ tutte le cose, „ ma si tutte queste cose, che vi ho accennato, erano figura di quello che sarebbe avvenuto nel nuovo patto. – L’Apostolo, dopo aver toccati questi quattro fatti dell’antico Patto e cavatane la pratica morale pei fedeli di Corinto, ai quali scrive, passa ad una osservazione od esortazione generale, scrivendo; “Chi crede di stare ritto in piedi, veda di non cadere. „ Avete visto, o cari, così egli, come i figli d’Israele, messi alla prova caddero; vedete ancor voi, che vi riputate saldi, di non cadere come quelli. La nostra volontà è debole, si muta ad ogni istante, e benché siamo certi che l’aiuto della grazia divina a chi lo vuole non fa mai difetto, non siamo mai certi di corrispondere alla stessa, e perciò la nostra perseveranza nel bene a Dio solo è nota. Diffidiamo dunque di noi stessi, temiamo della nostra debolezza, umiliamoci dinanzi a Dio, preghiamolo con gran fede: sono questi i mezzi per star fermi nella grazia ricevuta. Viviamo sulla terra, vero campo di incessanti battaglie: affrancarci da ogni tentazione, interna od esterna, non è possibile. Che fare? “ Nessuna tentazione vi colga, scrive S. Paolo, se non umana: „ Tentatio vos non apprehendat, nisi humana. Che cosa è dessa questa tentazione umana? Penso che mente dell’Apostolo sia di esortare i fedeli a fuggire tutte le tentazioni che si possono fuggire, rassegnandosi a quelle, che sono inevitabili e a queste virilmente resistendo. Vi sono tentazioni, che è in poter nostro prevenire e schivare, e queste, secondo le circostanze, con ogni cura preveniamo e schiviamo: vi sono altre tentazioni, che nostro malgrado ci si affacciano, ci stringono, ci travagliano in mille modi, e vengono dalla carne, dal mondo, dal demonio: queste si dicono umane da S. Paolo, cioè inerenti alla nostra condizione presente, che avvengono secondo l’andamento ordinario delle cose umane. Queste Iddio le permette per i suoi fini altissimi e per il nostro bene. E allorché queste tentazioni umane sopraggiungono e vi molestano, quale deve essere la vostra regola e la vostra condotta? Anzi tutto ricordatevi, che “ Dio è fedele: „ Fidelis Deus est: ciò che promette, fedelmente mantiene: ha promesso di aiutarvi; non ne dubitate, vi aiuterà secondo il bisogno. Non basta: imporreste voi al vostro servo, ai vostri figliuoli un peso troppo grave, sotto del quale rimarrebbero oppressi? No, di certo; se lo faceste, sareste ingiusti e crudeli: ora voi siete servi di Dio, anzi suoi figli bene amati : : sarebbe bestemmia pure il pensare che Iddio, padrone giustissimo, anzi padre amorosissimo, vi sottometta ad una prova o tentazione superiore alle vostre forze; statene sicuri: “ Dio non lascerà che siate tentati sopra ciò che potete. „ E verità insegnata in termini da S. Paolo, e quando pure non la trovassimo nei libri santi, la dovremmo tenere per la sola ragione, tanto essa è manifesta. Nessuno adunque dica giammai: “La tentazione era troppo forte; io era impotente a resistere. E una menzogna, un’ingiuria atroce a Dio, è un far ricadere sopra di lui la causa del nostro peccato. Dio non comanda mai cose impossibili, o se le comanda, dà la forza perché siano possibili. E verità questa consolante per noi tutti, che ogni giorno ci troviamo alle prese col nemico e che ci toglie ogni scusa se soccombiamo. – Va innanzi S. Paolo ed alle due verità si belle e si consolanti espresse nelle due sentenze brevissime: “ Dio è fedele, e non permettérà, che siate tentati sopra le vostre forze, „ ne fa seguire una terza, dicendo: Ma colla tentazione darà l’uscita a poterla sostenere: „ Sed faciet cum tentatione proventum, ut possìtis sustinere. Permettendo che la tentazione v’ incolga, Dio vi darà la grazia di uscirne vittoriosi, e lungi dal riportarne danno alcuno, ne avrete vantaggi non lievi. Quali? Quelli che riporta il soldato valoroso, che torna vincitore dalle battaglie. Questo nelle battaglie si addestra sempre meglio a combattere il nemico ed a vincerlo, onde tr i’ soldati novelli il veterano a ragione si reputa più valente. Come gli atti ripetuti in un’arte qualunque ci danno l’abito della stessa e ce ne rendono più facile e più perfetto l’esercizio, cosi le tentazioni sviluppano meglio le forze spirituali, ci fanno più forti e più generosi, ci fanno correre più speditamente la via della virtù e della perfezione e per conseguenza ci rendono più agevole la resistenza alle tentazioni future: Ut possitis sustinere. Finalmente le tentazioni ci porgono occasione di procacciarci maggiori meriti pel cielo, giacché ogni tentazione superata è una vittoria riportata sul nemico, ed ogni vittoria ci dà il diritto ad una nuova corona, secondochè sta scritto : “ Colui che avrà debitamente combattuto riceverà la corona. „

Graduale  Ps VIII:2
Dómine, Dóminus noster, quam admirábile est nomen tuum in universa terra!
Signore, Signore nostro, quanto ammirabile è il tuo nome su tutta la terra!
V. Quóniam eleváta est magnificéntia tua super cœlos. Allelúja, allelúja [Poiché la tua magnificenza sorpassa i cieli. Allelúia, allelúia]

Alleluja Ps LVIII:2
Alleluja, Alleluja

Eripe me de inimícis meis, Deus meus: et ab insurgéntibus in me líbera me. Allelúja.  [Allontànami dai miei nemici, o mio Dio: e líberami da coloro che insorgono contro di me. Allelúia.]

Evangelium
Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc XIX:41-47
“In illo témpore: Cum appropinquáret Jesus Jerúsalem, videns civitátem, flevit super illam, dicens: Quia si cognovísses et tu, et quidem in hac die tua, quæ ad pacem tibi, nunc autem abscóndita sunt ab óculis tuis. Quia vénient dies in te: et circúmdabunt te inimíci tui vallo, et circúmdabunt te: et coangustábunt te úndique: et ad terram prostérnent te, et fílios tuos, qui in te sunt, et non relínquent in te lápidem super lápidem: eo quod non cognóveris tempus visitatiónis tuæ. Et ingréssus in templum, coepit ejícere vendéntes in illo et eméntes, dicens illis: Scriptum est: Quia domus mea domus oratiónis est. Vos autem fecístis illam speluncam latrónum.
Et erat docens cotídie in templo”. [In quel tempo: Essendo Gesú giunto vicino a Gerusalemme, scorgendo la città, pianse su di essa, dicendo: Oh! se in questo giorno avessi conosciuto anche tu quello che occorreva per la tua pace! Ma tutto ciò è ormai nascosto ai tuoi occhi. Perciò per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno con trincee, ti assedieranno e ti angustieranno da ogni parte; e getteranno a terra te e i tuoi figli che abitano in te, e non lasceranno in te pietra su pietra, poiché non hai conosciuto il tempo in cui sei stata visitata. Entrato poi nel tempio, cominciò a cacciare quanti lí dentro vendevano e compravano, dicendo loro: Sta scritto: La mia casa è casa di preghiera. Voi invece ne avete fatta una spelonca di ladri. E ogni giorno insegnava nel tempio.]

Omelia II

Omelia della Domenica IX dopo Pentecoste

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. II -1851-]

[Vangelo sec. S. Luca XIX, 41-47]

-Anima in peccato-

“Infelice Gerusalemme (cosi lagrimando dicea Gesù-Cristo in vista di quella sciagurata città, come ci narra l’odierna evangelica storia) Gerusalemme infelice! Buon per te, se conoscessi in questo tuo giorno l’amorevole visita, che ti fa Colui che è mandato per la tua salvezza; ma tu hai sugli occhi e sul cuore un velame di cecità e di perfidia, che non ti lascia vedere il presente tuo stato, né lo stato peggiore, a cui fra non molto sarai ridotta, quando i nemici tuoi si stringeranno intorno con assedio sì fiero, che ti ridurranno all’ultimo sterminio, fino a non lasciare di te pietra sopra pietra”. – Queste divine minacce ben si possono rivolgere ad un’altra e mistica Gerusalemme, cioè all’anima di coloro che trovansi in istato di colpa mortale. Essi per lo più non conoscono né il misero loro stato presente, né il pericolo di un peggiore stato avvenire. Sono essi da un denso velo avvolti nella mente e nel cuore, onde non vedono né il loro male presente, né il rischio di un estremo male futuro. A rimuovere questo velo fatale io dico che un’anima rea di grave peccato ella è in istato di spiritual morte ciò che vedremo da prima, ella è in pericolo di eterna morte, ciò che vedremo dapprima se mi favorite di attenzione cortese.

I. Anima in grave peccato, anima morta. Adamo, vedi tu quest’albero? In segno di mio dominio e di tua ubbidienza non ne gusterai. Che se avrai l’ardimento di rompere quest’unico mio precetto, in quel giorno stesso sarai colto da certa morte: “In quocumque die comederis ex eo, morte morieris(Gen. II, 17). Così al nostro primo padre Iddio Creatore. Mangia Adamo il vietato pomo e non muore: come si avvera la divina minaccia? Si avvera, risponde S. Agostino, in doppio modo (2Tract. 47 in Joan.). Adamo prima immortale, resta in quell’istante di sua trasgressione soggetto alla morte, e ciò riguardo al corpo. Muore al tempo stesso di più funesta morte, e ciò riguardo all’anima. Che cosa è morte? prosegue il santo Dottore: è la separazione dell’anima dal proprio corpo (De Civ. Dei lib. 13, c. 2). Ora siccome la vita del corpo è l’anima che l’informa; così la vita dell’anima è Dio che la vivifica. Divisa l’anima dal corpo, ecco la natural morte. Diviso per lo peccato Iddio dall’anima, ecco la morte spirituale. – A questa spiritual morte volle alludere il Signore, allorché dopo la caduta di Adamo discese nel terrestre paradiso, si fece così a chiamarlo, ed a compiangerlo, “Adam … ubi es(Gen. III, 9)? E dir volle, secondo il prelodato S. Agostino, “o Adamo, a quale stato deplorabile ti sei ridotto? Tu, creato nell’originale giustizia, tu dotato della santificante grazia, tu ricco per tanti doni, ora pel tuo delitto di lutto spogliato, morto alla mia grazia, sei divenuto agli occhi miei oggetto di abominazione più che un verminoso cadavere”. – Tal è lo stato luttuoso, a cui il peccator si riduce talvolta per un vile interesse, per un immondo piacere, per uno sfogo di brutale passione. Una goccia di mele, può dir di sé stesso, mi è costata la vita; “gustans gustavi… paululum mellis, et ecce morior(1 Reg. XIV, 43). Oh Dio! A quanti dirsi potrebbe ciò che nel divino Apocalisse fu detto a quel vescovo, “nomen habes quod vivas et mortuus es(III, 1). Voi siete vivo, vegeto, sano, robusto, “nomen habes quod vivas”, ma portate in seno un’anima morta, “sed mortuus es”. – Ma questo non è il tutto. Muore pel grave peccato insieme coll’anima ogni opera buona, ogni merito acquistato. A ciò comprendere più chiaramente rammentate quel che dell’anime prevaricatrici scrive l’apostolo S. Taddeo nella sua epistola Cattolica. Chiama egli quell’anime: alberi autunnali due volte morti, “arbores autumnales, eradicatæ , bis mortuæ(V, 12). Avrete forse veduto sul cominciar dell’autunno un albero carico di frutti non ancor giunti a maturità; quando un turbine procelloso gli si aggira d’intorno, lo stravolge, lo schianta fin dall’ime radici, e lo distende sul campo. Quest’albero è due volte morto; morto perché dalla radice non può più trar lumor vitale, morto perché non può più maturare i suoi pomi, i quali per mancanza di alimento cadono disseccati sul terreno. Tanto avviene ad un’anima colpita da grave peccato; perde colla vita di grazia il frutto di tutte le precedenti sue opere buone. Avesse acquistati tutt’i meriti de confessori, delle vergini, de’ martiri, degli Apostoli, di tutti i beati del cielo, resta di tutti onninamente spogliata. “Omnes iustitiæ eius, quas fecerat, non recordabitur” (Ezech. XIII, 24). – Alla vista di tanta perdita, alla considerazione di questa doppia morte chi vi è che si risenta, che si commuova? “Io mi aggiro talvolta (diceva S. Giovanni Crisostomo al popolo Antiocheno) talvolta mi aggiro per le vostre contrade, e mi accade sentire da qualche casa uscir un mischio di pianti, di sospiri, di gemiti e di clamori, volgo il piede verso la casa rimbombante di tanti lamenti, ascendo le scale, ed ecco m’incontro in un cadavere, intorno a cui piangono inconsolabili i congiunti, i familiari, gli amici: chi singhiozza, chi urla, chi si dibatte, chi si strappa i capelli. Ah, miei figliuoli, esclamo allora, piangete pure la perdita, piangete la morte di un vostro caro, ben ne avete ragione. Si concede in questi casi funesti un moderato sfogo alla natura e al vostro dolore, ma di grazia per il ben che vi voglio, per l’amor che vi porto, permettetemi che io vi mostri un oggetto assai più meritevole del vostro pianto. Se voi per lo peccato siete in disgrazia di Dio, l’anima vostra è morta a Dio, alla sua grazia, alla sua amicizia: è questa la morte che più di ogni altra merita le vostre lacrime. Ma ohimè! che al sentir questa morte, morte degna di eterno pianto, io vi vedo stupidi, insensibili, indifferenti. O miei figli, o santa fede! Possibile, che per un defunto, che pur una volta doveva cessar di vivere, siete inconsolabili, e per la morte della vostr’anima immortale ed eterna non versiate una lacrima, non alziate un sospiro! Tanta commozione ed ambascia per un corpo fatto cadavere, e tanta indolenza e freddezza per un’anima resa per il mortale peccato a condizione più luttuosa di mille fetenti cadaveri, o miei figliuoli, o santa fede ! che cecità ella è mai questa?

I. Ma tutto qui finisce. Un’anima rea di grave delitto non solo è in istato di spiritual morte, ma essa è in pericolo di eterna morte. Ritorniamo a quella casa di lutto, ove ci ha condotti il Crisostomo. Io veggio uscir dalle sue porte collocato in un feretro il compianto defunto. Figli, così dunque lasciate portar via l’amato genitore? Egli è morto, voi mi rispondete. Consorte, come soffrite che vi sia tolto dagli occhi il fido vostro compagno? Egli è morto. E voi congiunti, domestici, amici. .. Egli è morto. E che volete voi dirmi con questo tanto ripetere: “egli è morto” ? Vogliam dire che un cadavere chiama il sepolcro, che chi più non vive sopra la terra, deve andare sotterra; Ho inteso: per chi è morto “solum superest sepulchrum (Giob. XVII). Così è, non deve funestare i vivi chi è nel numero de’ morti. Il suo luogo è la tomba: è questa la pratica di tutti i secoli. Ditemi ora, fratelli carissimi, se l’anima vostra, che Dio non voglia, fosse morta per grave peccato, a qual luogo sarebbe essa destinata? Non rispondete? Morta che ella è, anch’essa chiama il suo sepolcro. E qual è il sepolcro di un’anima rea, di un’anima morta? Egli è l’inferno. Così affermò Gesù Cristo quando parlò dell’Epulone, “mortuus est… dives, et sepultus est in inferno( Luc. XVIII, 22). Trapassato che fu quel ricco malvagio sarà stato per avventura il suo corpo collocato da suo pari in qualche superbo mausoleo; ma 1’anima sua fu sepolta nell’abisso infernale, “sepultus est in inferno”. Ecco la tomba che sta aspettando ogni anima peccatrice. – S’è così, e perché, voi ripigliate, un’anima morta non vien tosto colà giù seppellita? E perché, vi rispondo, un corpo morto nol mandate subito dal letto al sepolcro? Perché dopo un giusto contristamento degli addolorati congiunti convien comporlo in casa, esporlo poscia in Chiesa, e dar tempo che si compiano intorno ad esso le sacre ecclesiastiche cerimonie. E costume di tutte le nazioni incivilite di lasciar sopra terra i defunti per uno o più giorni secondo gli usi, le circostanze, o le qualità del soggetto. Dite altrettanto riguardo ad un’anima nel suo stato di morte. Chiama ella il suo sepolcro, cioè l’inferno; ma Iddio pietoso mosso dalle preghiere della Chiesa, dall’intercessione dei Santi, e dalle viscere della sua misericordia, più che al castigo propende al perdono, differisce il suo destino, accorda tempo, aspetta che si ravveda, che apra gli occhi sul suo pericolo, che si adopri, che chieda aiuto per tornare in vita; e a questo fine, con una pazienza tutta propria, dice S. Agostino, di un Dio Onnipotente, con un amore tutto diretto a salvarla, indugia, ritarda per mesi, per anni a seppellirla nell’abisso. Guai però per chi non si profitta di quest’indugio, guai per chi si abusa del tempo concesso pel suo ravvedimento! – Potrà dire di sè quest’infelice: “Si sustinuero, infernus domus mea est. (Giob. XVII). Se io continuo in questo stato di morte, se non tronco quell’amicizia, se non abbandono quella pratica, se non dismetto quel giuoco, se non restituisco 1’altrui roba, se non riparo l’altrui fama, in una parola, se non lascio il peccato, “si sustinuero”, la mia tomba, la mia abitazione perpetua sarà l’inferno; “si sustinuero infernus domus mea est”. – Che facciam dunque, peccatori miei cari? Vogliamo persistere in questo luttuosissimo stato di morte con evidente pericolo di morte sempiterna? Ah! no, diamo ascolto alla voce di Dio, ai richiami della nostra coscienza, agli amorevoli inviti dell’apostolo Paolo, che a me peccatore e a ciascuno di voi così va dicendo: “O cristiano fratello, tu sei sepolto in un sonno letargico, tu sei morto a Dio e alla sua grazia; via su, svegliati in questo istante, apri gli occhi alla luce, sorgi da morte, che Gesù Cristo ti stende la mano, e di figlio che sei delle tenebre, ti cangerà in figlio di luce: “Surge qui dormis, et exurge a mortuis, et illuminabit te Christus(Ephes. V, 14). Lo so, per la nostra spirituale risurrezione, ci vuole un miracolo della divina onnipotente destra, maggior di quel che si richiede a risuscitare un morto; miracolo ch’è pronto a farlo Iddio pietoso. Passa però questa differenza tra la vivificazione di un corpo, e la vivificazione di un’anima: che il corpo nulla può contribuire al proprio risorgimento; l’anima però, tuttoché morta, è sempre fornita del libero arbitrio, non è in essa estinto il lume della fede, non è insensibile ai pungoli della sinderesi, non è priva di qualche naturale virtù; onde assistita dalla grazia, che sempre è pronta a porgerle aiuto, può e deve concorrere al suo risorgimento. – Mezzo efficacissimo a questo risorgimento, è l’umile e fervorosa preghiera; e perciò a voi rivolto, mio pietoso Signore, vi prego più col cuore che con le labbra, a dar la vita a chi n’è privo. Forse io son quello; ma deh! Voi fatemi penetrare alla mente un raggio di viva luce, acciò non mi addormenti in un sonno mortifero, per cui il mio nemico, il demonio si vanti di avermi vinto e perduto. “Illumina oculos meos ne unquam obdormiam in morte, ne quando dicat inimicus meus: preavalui adversus eum(Ps, XII,4) .

Credo

Offertorium
Orémus
Ps XVIII:9;10;11;12
Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulcióra super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea.
[La legge del Signore è retta e rallegra i cuori, i suoi giudizii sono piú dolci del miele e del favo: e il servo li custodisce.]

Secreta
Concéde nobis, quǽsumus, Dómine, hæc digne frequentáre mystéria: quia, quóties hujus hóstiæ commemorátio celebrátur, opus nostræ redemptiónis exercétur. [Concedici, o Signore, Te ne preghiamo, di frequentare degnamente questi misteri, perché quante volte si celebra la commemorazione di questo sacrificio, altrettante si compie l’opera della nostra redenzione.]

Communio Joann VI:57
Qui mandúcat meam carnem et bibit meum sánguinem, in me manet et ego in eo, dicit Dóminus.
[Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me, ed io in lui, dice il Signore.]

Postcommunio
Orémus.
Tui nobis, quǽsumus, Dómine, commúnio sacraménti, et purificatiónem cónferat, et tríbuat unitátem.
[O Signore, Te ne preghiamo, la partecipazione del tuo sacramento serva a purificarci e a creare in noi un’unione perfetta.]

« O Dio, che nella gloriosa Trasigurazione del tuo Unigenito confermasti con la testimonianza dei patriarchi i misteri della fede, e con la voce uscita dalla nube luminosa proclamasti mirabilmente la perfetta adozione dei figli, concedici, nella tua bontà, di divenire coeredi della gloria e partecipi della medesima » (Colletta del giorno). Nobile formula, che riassume la preghiera della Chiesa e ci presenta il suo pensiero in questa festa di testimonianza e di speranza.

Ma è bene osservare subito che la memoria della gloriosa Trasigurazione è già stata fatta due volte nel Calendario liturgico: la seconda Domenica di Quaresima e il Sabato precedente. Che cosa significa ciò, se non che la solennità odierna ha come oggetto, più che il fatto storico già noto, il mistero permanente che vi si ricollega, e più che il favore personale che onorò Simon Pietro e i igli di Zebedeo, il compimento dell’augusto messaggio di cui essi furono allora incaricati per la Chiesa? Non parlate ad alcuno di questa visione, fino a quando il Figlio dell’uomo non sia risuscitato dai morti (Mt. XVII, 9). La Chiesa, nata dal costato squarciato dell’Uomo-Dio sulla croce,non doveva incontrarsi con lui faccia a faccia quaggiù; e quando, risuscitato dai morti, avrebbe sigillato la sua alleanza con lei nello Spirito Santo,solo della fede doveva alimentarsi il suo amore. Ma, per la testimonianza che supplisce la visione, nulla doveva mancare alle sue legittime aspirazioni di conoscere.

La scena evangelica.

A motivo di ciò, appunto per lei, in un giorno della sua vita mortale, ponendo tregua alla comune legge di sofferenza e di oscurità che si era imposta per salvare il mondo, egli lasciò risplendere la gloria che colmava la sua anima beata. Il Re dei Giudei e dei Gentili (Inno dei Vespri) si rivelava sul monte dove il suo pacifico splendore eclissava per sempre i bagliori del Sinai; il Testamento dell’eterna alleanza si manifestava, non più con la promulgazione d’una legge di servitù incisa sulla pietra, ma con la manifestazione del Legislatore stesso, che veniva sotto le sembianze dello Sposo a regnare con la grazia e lo splendore sui cuori (Sa. XLIV, 5). La profezia e la legge, che prepararono le sue vie nei secoli dell’attesa, Elia e Mosè, partiti da punti diversi, si incontravano accanto a lui come fedeli corrieri al punto di arrivo; facendo omaggio della loro missione al comune Signore, scomparivano dinanzi a lui alla voce del Padre che diceva: Questi è il mio Figlio diletto. I Tre testimoni, autorizzati più di tutti gli altri, assistevano a quella scena solenne: il discepolo della fede, quello dell’amore, e l’altro figlio di Zebedeo che doveva per primo sigillare con il sangue la fede e l’amore apostolico. Conforme all’ordine dato e alla convenienza, essi custodirono gelosamente il segreto, fino al giorno in cui colei che ne era interessata potesse per prima riceverne comunicazione dalle loro bocche predestinate.

Data della festa.

Fu proprio quel giorno eternamente prezioso per la Chiesa? Parecchi lo affermano. Certo, era giusto che il suo ricordo fosse celebrato di preferenza nel mese dell’eterna Sapienza: Splendore della luce increata, specchio immacolato dell’infinita bontà (Verso alleluiatico; cfr. Sap. VII, 26). Oggi, i sette mesi trascorsi dall’Epifania manifestano pienamente il mistero il cui primo annuncio illuminò di così dolci raggi il Ciclo ai suoi inizi; per la virtù del settenario qui nuovamente rivelata, gli inizi della beata speranza sono cresciuti al pari dell’Uomo-Dio e della Chiesa; e quest’ultima, stabilita nella pace del pieno sviluppo che l’offre allo Sposo (Cant. VIII, 10), chiama tutti i suoi figli a crescere come lei mediante la contemplazione del Figlio di Dio fino alla misura dell’età perfetta di Cristo (Ef. IV, 13). Comprendiamo dunque perché vengano riprese in questo giorno, nella sacra Liturgia, formule e cantici della gloriosa Teofania. Sorgi, o Gerusalemme; sii illuminata; poiché è venuta la tua luce, e la gloria del Signore s’è levata su di te (I Responsorio di Mattutino; cfr. Is. LX, 1). Sul monte, infatti, insieme con il Signore viene glorificata la sua Sposa, che risplende anch’essa della luce di Dio (Capitolo di nona; cfr. Apoc. XXI, 11).

Le vesti di Gesù.

Mentre infatti « il suo volto risplendeva come il sole – dice di Gesù il Vangelo – le sue vesti divennero bianche come la neve » (Mt. XVII, 2). Ora quelle vesti, d’un tale splendore di neve – osserva san Marco – che nessun tintore potrebbe farne di così bianche sulla terra (Mc. 9, 2), che altro sono se non i giusti, inseparabili dall’Uomo-Dio e suo regale ornamento, se non la tunica inconsutile, che è la Chiesa, e che Maria continua a tessere al suo Figliuolo con la più pura lana e con il più prezioso lino? Sicché, per quanto il Signore, attraversato il torrente della sofferenza, sia personalmente già entrato nella sua gloria, il mistero della Trasfigurazione non sarà completo se non allorché l’ultimo degli eletti, passato anch’egli attraverso la laboriosa preparazione della prova e gustata morte avrà raggiunto il capo nella sua resurrezione. O volto del Salvatore, estasi dei cieli, allora risplenderanno in te tutta la gloria, tutta la bellezza e tutto l’amore. Manifestando Dio nella diretta rassomiglianza del suo Figliuolo per natura, tu estenderai le compiacenze del Padre al riflesso del suo Verbo che costituisce i figli di adozione, e che vagheggia nello Spirito Santo fino alle estremità del manto che riempie il tempio (Is. VI, 1).

Il mistero dell’adozione divina.

Secondo la dottrina di san Tommaso, infatti (III, qu. 45, art. 4), l’adozione dei figli di Dio, che consiste in una conformità di immagine con il Figlio di Dio per natura (Rom. VIII, 29-30), si opera in duplice modo: innanzitutto per la grazia di questa vita, ed è la conformità imperfetta; quindi per la gloria della patria, ed è la conformità perfetta, secondo le parole di san Giovanni: « Ora noi siamo figli di Dio; ma non si è manifestato ancora quel che saremo. Sappiamo che quando si manifesterà saremo simili a lui, perchè lo vedremo quale egli è » (I Gv. III, 2).

Le parole eterne: Tu sei il mio Figliuolo, oggi io ti ho generato (Sal. II, 7) hanno due echi nel tempo, nel Giordano e sul Tabor; e Dio, che non si ripete mai (Giobbe XXXIII, 14) non ha in ciò fatto eccezione alla regola di dire una sola volta quello che dice. Poiché, per quanto i termini usati nelle due circostanze siano identici, non tendono però allo stesso fine – dice sempre san Tommaso – ma a mostrare quel modo diverso in cui l’uomo partecipa alla rassomiglianza con la filiazione eterna. Nel battesimo del Signore, in cui fu dichiarato il mistero della prima rigenerazione,come nella sua Trasfigurazione che ci manifesta la seconda, apparve tutta la Trinità: il Padre nella voce intesa, il Figlio nella sua umanità, lo Spirito Santo prima sotto forma di colomba e quindi nella nube risplendente; poiché se, nel battesimo, Egli conferisce l’innocenza indicata dalla semplicità della colomba, nella resurrezione concederà agli eletti lo splendore della gloria e il ristoro di ogni male, che sono significati dalla nube luminosa (III, qu. 45, ad 1 et 2).

Insegnamento dei padri.

« Saliamo il monte – esclama sant’Ambrogio; – supplichiamo il Verbo di Dio di mostrarsi a noi nel suo splendore e nella sua magnificenza; che fortifichi se stesso e progredisca felicemente, e regni nelle anime nostre (Sal. XLIV). Alla tua stregua infatti, o mistero profondo, il Verbo diminuisce o cresce in te. Se tu non raggiungi quella vetta più elevata dell’umano pensiero, non ti appare la Sapienza; il Verbo si mostra a te come in un corpo senza splendore e senza gloria » (Comm. su san Luca, 1. VII, 12). Se la vocazione che si rivela per te in questo giorno é così santa e sublime (VII Responsorio di Mattutino; cfr. Tim. 1, 9-10), «adora la chiamata di Dio -riprende a sua volta Andrea da Creta (Discorso sulla Trasfigurazione): – non ignorare te stesso, non disdegnare un dono così sublime, non ti mostrare indegno della grazia, non essere tanto pusillanime nella tua vita da perdere questo celeste tesoro. Lascia la terra alla terra, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti (Mt. VIII, 22); disprezzando tutto ciò che passa, tutto ciò che muore con il secolo e con la carne, segui fino al cielo senza mai separartene Cristo che per te compie il suo cammino in questo mondo. Aiutati con il timore e con il desiderio, per sfuggire alla caduta e conservare l’amore. Donati interamente; sii docile al Verbo nello Spirito Santo, per raggiungere quel fine beato e puro che é la tua deificazione, con il gaudio di indescrivibili beni. Con lo zelo delle virtù, con la contemplazione della verità, con la sapienza, arriva alla Sapienza principio di tutto e in cui sussistono tutte le cose» (Col. 1, 16-17).

Storia della festa.

Gli Orientali celebrano questa festa da lunghi secoli. La vediamo fin dagli inizi del secolo IV in Armenia, sotto il nome di « splendore della rosa », rosæ coruscatio, sostituire una festa floreale in onore di Diana, e figura tra le cinque feste principali della Chiesa armena. I Greci la celebrano nella settima Domenica dopo Pentecoste, benché il loro Martirologio ne faccia menzione il 6 di agosto. – In Occidente, viene celebrata soprattutto dal 1457, data in cui il Papa Callisto III promulgò un nuovo Ufficio e la rese obbligatoria in ringraziamento della vittoria riportata l’anno precedente dai cristiani sui Turchi, sotto le mura di Belgrado. Ma questa festa era già celebrata in parecchie chiese particolari. – Pietro il Venerabile, abate di Cluny, ne aveva prescritto la celebrazione in tutte le chiese del suo Ordine quando Cluny ebbe preso possesso, nel secolo XII, del monte Thabor.

La benedizione delle uve.

Vige l’usanza, presso i Greci come presso i Latini, di benedire in questo giorno le uve nuove. Questa benedizione si compie durante il santo Sacrifìcio della Messa, al termine del « Nobis quoque peccatoribus ». I Liturgisti, insieme con Sicardo di Cremona, ci hanno spiegato la ragione di tale benedizione in un simile giorno: « Siccome la Trasfigurazione si riferisce allo stato che dev’essere quello dei fedeli dopo la resurrezione, si consacra il sangue del Signore con vino nuovo, se è possibile averne, onde significare quanto è detto nel Vangelo: Non berrò più di questo frutto della vite, fino a quando non ne beva del nuovo insieme con voi nel regno del Padre mio » (Mt. XXVI, 29).

Terminiamo con la recita dell’Inno di Prudenzio, che la Chiesa canta nei Vespri ed al Mattutino di questo giorno:

INNO

O tu che cerchi Cristo,

leva gli occhi in alto; ivi scorgerai il segno della

sua eterna gloria.

La luce che risplende manifesta Colui che non conosce termine,

il Dio sublime, immenso, senza limiti,

la cui durata precede quella del cielo e del caos.

Egli è il Re delle genti, il Re del popolo giudaico,

e fu promesso al patriarca Abramo e alla sua stirpe per tutti i secoli.

I Profeti sono i suoi testimoni, e sotto la loro garanzia,

testimone egli stesso,

il Padre ci ordina di ascoltarlo e di credere in lui.

Gesù, sia gloria a te che ti riveli agli umili,

a te insieme con il Padre e

lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

IL PAPA DELL’ASSUNZIONE DI FATIMA (2)

[Card. F. Tedeschini, da: Attualità di Fatima, Città della pieve, 1954 –impr.-] 

IL PAPA DEL SANTO ROSARIO

Nell’illustrare le mirabili e, a prima vista, non immaginabili, incredibili coincidenze tra il Papa e Fatima, longa adhuc restat via; e quando uno creda di averla percorsa, sempre longa adhuc restat via; onde correre è d’uopo, e contentarsi di prelibare, e di scegliere fior da fiore. Coincidenza sesta. Quale è la sesta? Dicemmo, raccolta dalle labbra Mariane, la necessità d ella preghiera; l’urgenza della penitenza; l’invito ai peccatori: convertitevi! e quello che or ora abbiamo visto come contenuto dell’Anno Ma due cose altresì, vogliamo raccogliere  dagli accenti Mariani: le più belle e le più salutari. L’una, conosciuta da sette secoli e rimasta nella pia costumanza cristiana alla guisa di un  sacramentale; l’altra, non nuova essa pure, ma di tarda cognizione; e per i1 costante ed universale ed imperdonabile oblìo in cui era caduta, quasi sconosciuta, e certamente negletta!

Il Rosario, la prima cosa; il Cuore Immacolato di Maria, la seconda. Con l’una un ricordo volle ridestarci Maria, quasi ad immemori e non adeguati estimatori. Il Rosario è qua e là praticato, ma non sempre come preghiera familiare; e meno ancora quotidiana, essendo questa una caratteristica di ben poche, e sempre più poche famiglie. – Col ricordo, uno sprone; e con lo sprone, un velato, tenero, materno rimprovero. Con l’altra, Maria ci dà un annunzio: ci porta, da parte del Figlio, un messaggio, e sempre da parte del Figlio, ci svela, sì, un segreto, e  ci trasmette un desiderio. Desiderio di un Dio, manifestatoci dalla sua Madre; qual comando maggiore?

Il Rosario? Indicibile mezzo di salute! Insuperabile arma! Infallibile istanza! – Il mondo lo sapeva; fin dal secolo XIII dalla ispirata predicazione del Santo spagnolo che, con San Francesco e con S. Bernardo, più incantò il divino Poeta. – Lo sapeva, ma lo negligeva. Sapeva quanto grato fosse a Maria; quanto potente per l’aiuto dei cristiani; quanto efficace per la confusione delle eresie; e quanto beneficio per la cristiana integrità e perfezione delle famiglie, e per le grazie che il focolare domestico ne trae. – Sì, il Rosario era divenuto preghiera di pochi; anzi di eletti. E se necessità vi è di preghiera, e di tal preghiera, provvido stimolo  è stata in Fatima la dolce voce di Maria, e non di essa sola, ma anche del Figlio, perché questa torni ad essere la preghiera non solo comune, ma  universale; non solo d egli eletti, ma di tutti! non solo dei timorati di Dio e dei devoti di Maria, ma anche dei peccatori, degli ingrati, dei ribelli. E tanto è a cuore alla Madre di Dio il commendarlo che, Maria, più che in nome suo, ne fa in nome di Dio ed in vista delle anime, l’intento massimo e l’argomento principe ed in ognuno dei sei giorni incultato, delle sue memorabili apparizioni. Dicemmo dianzi che cominciano i misteri! E nelle raccomandazioni del Rosario, e nelle insistenze di Maria SS.ma, come non vedere un altro mistero? – Alla santificazione del mondo, con la conversione dei peccatori e con l’infervoramento dei giusti, non si perviene con istrumento più facile, più idoneo, e più confacente agli individui e dalle famiglie, del santo Rosario. – Le cose più semplici il mondo non le intende. L’occhio del mondo si ostina a non voler essere né semplice né lucido. E allora, dopo sette secoli, Maria si fa, al mondo, amorosa predicatrice e premurosa taumaturga. – E io domando al mio spirito: perché dal secolo scorso Maria ama mostrarsi sempre col Rosario, e il Rosario non intrecciato e quasi occulto fra le auguste mani, ma pendente da quel braccio, che è il più assomigliabile al braccio dell’Onnipotente? Vivente Maria, nessuno la salutò col Rosario. Ma bene l’aveva salutata con le più preziose parole del Rosario il grande Arcangelo dei grandissimi messaggi: Gabriele. Come nel Rosario dalle nostre labbra, cosi erano allora uscite dalle labbra dell’Arcangelo le parole che iniziarono la redenzione: Ave Maria, gratia piena, Dominus tecum! Ed uscite da labbra, ispirate dallo Spirito Santo, di cui Elisabetta era ripiena, erano già le altre paradisiache parole, con cui la nostra Ave Maria ed il nostro Rosario continuano il messaggio dell’Arcangelo: Benedicta tu in mulieribus et Benedictus fructus ventris tui! Ma ora Maria ci visita, per tornare a parlarci le parole che fece risonare nel cuore di S. Domenico. – Tempi tristissimi, anche quelli e non i nostri soltanto: e tempi di urgentissimo soccorso. Pregate e non discutete, ispirò Maria a San Domenico. E per pregare, ripetete le parole dell’Arcangelo e di S. Elisabetta. Parole dell’Arcangelo e di Santa Elisabetta, che non vedranno tramonto, per l’ineffabile evocazione del Verbo incarnato, e per il ricordo di quel saluto, che è il saluto, al cielo e alla terra il più caro possibile, dacché contiene la prima proclamazione della maternità divina, e la beatitudine di chi crede. Mater Domini mei! Beata quæ credidisti! – Ma a chi, più che ad altri, piacciano queste parole? Piacciono, occorre dirlo subito, a Maria innanzitutto. Non lo vediamo noi, che amiamo il Rosario, con l’esperienza quotidiana? E piacciono a Lei, perché non può non esserle gratissimo, il ricordare l’infinito privilegio: essere piena di grazia! E ricordare il privilegio infinitissimo: essere la madre di Dio, e la benedetta fra quante donne possano esistere! E piacciono al Figlio; e infinitamente più che alla Madre. Un Figlio è sempre l’innamorato della madre! Lo sono io; lo siete voi! E se al figlio, umano figlio, piace sentire l’elogio, e il ripetuto elogio, della propria madre mortale, chi comprenderà quanto più piaccia all’Unigenito dell’Eterno Padre, sentire dalle labbra coscienti e riconoscenti dei suoi redenti, e sentire per 150 volte in ogni Rosario perfetto, le lodi della Madre che Egli si elesse, che Egli si fabbricò, che Egli si eccettuò dalla comune infezione, e quanto non debba una sì indovinata preghiera muovere Madre e Figlio ad esaudire gli invocanti, a bandire i mali, a rendere sane famiglie e Nazioni? Solo sei Pontefici poterono ascoltare reiterato e celestialmente proclamato il mariano e divino desiderio. Da Lourdes in poi; e furono Pio IX, Leone XIII, Pio X, Benedetto XV, Pio XI, Pio XII; e tutti si affrettarono a farsi banditori della necessità del Rosario, ed il Rosario propagarono e fomentarono in individui, in famiglie, in popoli interi. Chi non ricorda, per attenerci ad uno solo, le splendide Encicliche di Leone XIII e la consacrazione del mese di ottobre che Egli volle offrire a Maria? – Tutti i Papi, a dunque, estasiati dall’apparizione di Lourdes, portarono sul loro braccio, come Maria, la corona del Rosario, e con facile gesto, esso indicarono come sicura salvezza. – Ma il Papa che udì il ricordo ed il comando di Maria e del Divino Figlio, non pure da Lourdes, ma anche da Fatima, e ribadito in sei continue apparizioni, come strumento di grazie, e lo udì fin dalle ore stesse in cui Egli ricevette la pienezza del sacerdozio, è solo il nostro dilettissimo Papa, Pio XII. – E perciò Egli si è fatto, non pure autorevolissimo commendante, come i precedenti Pontefici, ma anche peculiarissimo delegato ed invitante, con quell’invito che non solo vale e muove, ma rapisce e trascina: l’esempio. Ed eccolo, memore ed ossequiente, recitare Rosario col popolo cristiano: nella sua augusta Cappella, sulle onde della Radio, nella Basilica di S. Pietro, con i bambini, coi poveri, col suo popolo, col mondo. – Contatto, questo, il più tenero, familiare, personale, filiale del nostro eccelso Papa, con la Madonna di Fatima. Lo stesso contatto, vorrei dire che, per lo storico miracolo, operato da Maria! quella che fu per i cristiani, ben più che per Napoleone le Piramidi, la più grande occasione dei pericoli, nelle acque di Lepanto, sperimentò prodigiosamente il Santo Papa Pio V, allorché, ora tutto il mondo cattolico per la difesa, l’incolumità e la salvazione della cristianità, si vide visitato in estatica visione dalla Madonna nostra. E come non ci piacerebbe il pensare che anche a Lui Vergine dei Rosarianti apparisse con questa arma onnipotente: il Rosario sul braccio, affine questo passasse ad essere non pure il Rosario sul braccio, ma anche il Rosario su ogni labbro? E non fu questa, mi vien fatto d i pensare, la più bella televisione della storia?

IL PAPA DEL CUORE IMMACOLATO

Questo, il Rosario; ma il segreto di Maria che io dissi in Fatima svelato, quale fu? E quale fu l’ordine divino che, collegato alla rivelazione di Fatima, la Madre di Dio si compiacque comunicare?

Il Cuore Immacolato! La devozione al Cuore suo Immacolato! La necessità della consacrazione, del mondo e di quanti, famiglie o individui, il mondo compongono, al benedetto Cuore suo Immacolato! – Coll’insistenza che usò per il Rosario, e con non minore chiarezza e con non meno appassionato animo, inculcò allora Maria, premurosa dell’onore del Figlio, e della salute del mondo, la consacrazione al suo Cuore Immacolato, e la inculcò, non come volere suo, ma come volere del Figlio, e come rifugio supremo alle ormai sventuratissime genti e come certissimo mezzo per ovviare agli accresciuti mali della terra, e segnatamente allo ormai sempre minaccioso, sempre universale e sempre incombente flagello: la guerra! Il segreto, il segreto di Dio, era in realtà cosa conosciuta, ma anche essa sventuratamente obliata, o, come dicemmo, negletta. Appena cenni nella Liturgia. Appena il nome in qualche Istituto Religioso, dei più amanti di scrutarne gli inesplorati abissi delle bellezze del brillante infinito di Maria. Appena il passo, il più deciso, del Santo Antonio Claret, e di qualche altro conservo di Dio, nello scrivere sul glorioso Istituto: « Figli del Cuore Immacolato di Maria ». Per chiamare attenzione ed amore, tali, quali la Madre di Dio meritavasi, sul centro sensibile della sua Immacolatezza, fu d’uopo che il Figlio disponesse l’apparizione più bella, più ingenua, più familiare, più apertamente premurosa della sua Grande Madre, e che suscitasse ed anzi comandasse, e di Persona, la venerazione, la devozione, l’affetto a quel Suo e nostro Tesoro, che, sebbene ignorato prima o non curato, fu sempre alla nostra mano e sempre al tempo stesso, nel cielo; tesoro per il cui oggetto, la conquista dei cuori, tanto il mondo si affanna e sospira; tesoro che, più che l’oro e le pietre preziose, avvince e colma il nostro cuore, come affetto di madre. Si svegli pertanto il mondo a riconoscere, a bramare, a guadagnarlo tutto, il tesoro svelato, e sappia il mondo che, più prezioso del Cuore di Maria, non ci ha dato Iddio tesoro nessuno; e sembrò anzi non volere offuscarlo con troppa luce, giacché se al genere umano largì pubblicamente Maria e la sua Immacolata Concezione, la bellezza invece e il pregio della Immacolatezza li nascose tutti nel Cuore, in quel Cuore che nel purissimo Corpo, dopo l’anima, è la sede ed è la luce, ed è l’incanto della candidezza onnimoda della Madre di Dio. Sì; « Il Figlio vuole la devozione e vuole la consacrazione al mio Cuore Immacolato » disse Maria. – Il Figlio lo vuole; e la Madre lo annunzia. Non era della Madre il volerlo: era del Figlio! Era invece della Madre il commendarlo, perché ama il Figlio e perché ama i figli, ai quali vuole schiudere la nuova inesauribile fonte. Mediatore è del Padre il Figlio. Ma mediatrice e del Padre e del Mediatore Figlio, è la Madre. Così in Cana, principio dei miracoli della vita Pubblica; e così in Fatima, inizio dei più grandi miracoli dell’era Mariana, che ha per fonte un cuore: il Cuore Immacolato! Grazie, o inclita  Deipara, grazie dal fondo dei nostri poveri, miseri, macchiati cuori: grazie. Noi, si, diciamo grazie, perché mercé vostra, noi torniamo alla conoscenza ed al pregio di quel Cuore, nel quale conservate tutte le gesta della Redenzione, alla guisa di ogni madre terrena, che, nel cuore suo, custodisce ogni opera, ogni affetto, ogni anelito del figlio. Ma dal vostro cuore sono passati alle mani, alla voce, alla sollecitudine del Vicario di Cristo, il gradimento, il desiderio, il comando, svelatici  da Voi, o celeste Ambasciatrice; ed ecco perché il Papa, fin dal 1942, nel messaggio del 31 ottobre, tutto il mondo, Egli Capo e rappresentante del mondo, consacrò al Cuore di Maria Immacolato. – Era il secondo anno della più crudele delle guerre. Era il 25° del suo Augusto pieno Sacerdozio. Era il momento in cui più viva veniva dilatandosi l’eco delle esortazioni Mariane di Fatima; era, infine, il momento in cui universalmente era sospirato un celeste rimedio ai crescenti strazi della umanità. Quale migliore consiglio, quale più dolce balsamo, che consacrare il mondo a quel Cuore? Ed ecco perché il Pontefice, non pago di averlo fatto in uno storico messaggio, non tardò, come non si tarda negli affari che più stanno a cuore, a ripetere, e non col solo scritto o con la sola diffusione della Radio, ma in persona, con la sua presenza e con la sua Augusta voce, la consacrazione del genere umano, e, più da vicino, della sua diocesi Romana, datagli da Dio, e del Romano popolo, in mezzo al quale era nato, al Cuore Immacolato di Maria. Io ero presente l’8 dicembre del 1942. Era il giorno dell’Immacolata; e giorno dell’Immacolata vuol dire giorno, più che di altro, del Cuore Immacolato di Maria. Quale tenerezza nel Papa, in atto così paterno e commovente! Quale attenzione e quale unione nel popolo di Roma! Quali propositi in ogni cuore della capitale del mondo cattolico, che, con la preghiera pronunziata dal Papa e con l’offerta dei cuori dal Papa presentata, si sentiva legato, cuore a cuore, con la Madre celeste, e ne riceveva garanzia, pegno e gioia per sentirsi sicuro! Grazie; ancora una volta, grazie, o Maria, di averci svelato, e non solo, svelato, ma comandato, l’inestimabile segreto! E grazie per averlo voluto non solo pronunziare colle Vostre celesti labbra, ma metterlo nella parola, nell’opera nelle disposizioni del Vicario di Gesù! Grazie! voi ci avete confidata, permettetemi di così dire, la vostra debolezza per noi e quella del Figlio vostro per conseguire il nostro amore. Presa da questo lato, la fortezza si espugna.

FATIMA E IL DOGMA DELL’ASSUNZIONE

Se questo fu un ulteriore legame, e siamo già al settimo, tra il Papa Pio XII e la Madonna di Fatima, un altro ancora, il più divino e possente, Fatima ne fornì al suo gran Papa: l’Assunta. L’Assunta legata con Fatima? Il Papa operò dunque in relazione con Fatima definendo l’Assunta? Certamente, e nella guisa più intima. – L’Assunta, il domma dell’Assunta, la gloria di Maria come Assunta, la gioia nostra per l’Assunta, trovansi equidistanti tra il domma dell’Immacolata Concezione e l’Apparizione di Fatima. Equidistante, in ordine alla Concezione Immacolata, poiché se Maria fu Assunta in cielo, in anima e in corpo, tanto miracolo segue necessariamente all’essere Essa la Immacolata Madre di Dio! Onde questa unica fortuna, era voluta, o, come oggi suol dirsi, reclamata, dall’essere, Maria, Immacolata. – Equidistante da Fatima, perché dall’averci Essa svelato essere desiderio, del Divin Figlio che si instauri tra i fedeli la devozione al Cuore Immacolato di Maria, e che al medesimo si consacrino la Chiesa, il fede1e le Nazioni, non dovremo noi dedurre che questo concetto e questo invito hanno richiamato potentemente il pensiero della Chiesa e del Papa alla ininterrotta credenza dell’Assunzione di Maria in cielo anche col Cuore, ed alla opportunità e convenienza di corrispondere alla degnazione ed alla indicazione di Nostro Signore Gesù Cristo e di Maria, col proporre, il Papa, a Sé stesso come Vicario di Cristo, di contraccambiare la degnazione  con l’omaggio, e col cogliere il gran momento del terminare dell’Anno Santo, quale anno di penitenza inculcata da Fatima, per portare a definizione il domma già in ogni dove dalla Chiesa professato, e per utilizzare per la prima volta, dopo il Concilio Vaticano, ed onore di M a ria, privilegio Pontificio della definita infallibilità nella fede e nei costumi? – Piace dunque pensare piamente che alla superiore mente del Sommo Pontefice, mentre fu grato l’invito partito da Fatima, di onorare il Cuore Immacolato, sia anche da Fatima sorta la riflessione: lasceremo dunque, oltre questa propizia circostanza e dopo questa celeste e miracolosa esaltazione e segnalazione, che di quel Cuore, che si propone a culto, a devozione, a consacrazione, possa ormai alcuno opinare, senza mancare alla integrità della fede, essere esso soggiaciuto alla corruzione, e non debba piuttosto fermamente credere che trovasi assunto, Cuore di Madre con Cuore di Figlio, là dove il Figlio trovasi asceso? Questo, ben a ragione, dice Fatima: e con questo, Fatima apre il cammino al primo novembre del 1950. – Dall’anima al Corpo, ambedue senza macchia di origine, è breve il passo. Dall’invito di Cristo e di Maria, alla deliberazione del Pontefice, è ancora più breve. Aperta dunque e spontanea appare la via che da Fatima fino al Papa conduce, a dare forma dommatica alla conseguenza teologica del Cuore Immacolato, infondere la divina e ben pensabile ispirazione di dichiarare come esplicita e di fede, sulla fronte di Maria, quella corona che il popolo, nella infallibile tradizione della Santa Chiesa piamente sempre le attribuì, e della quale Fatima indicò la radice ed il merito primo, il Cuore Immacolato! Siamo dunque a quell’immortale, incomparabile, insuperabile primo di Novembre: festa di tutti i Santi; festa della più bella grazia dell’Anno Santo; festa della Regina del Cielo, dei Santi, dell’Anno Santo! E si apprende, con congrua anteriorità, che il Papa si è proposta una cosa grave ed insolita: il primo uso ufficiale e solenne del privilegio della Infallibilità. Infallibilità come concessione e come privilegio di Cristo, alla persona del suo Vicario; ed Infallibilità, come definita per il solo Vicario di Cristo, dal Concilio Vaticano. Imperocché, a chi spetta, secondo la dottrina cattolica, l’infallibilità promessa da Cristo alla Chiesa ed al suo Vicario? Alla Chiesa, sì, ma col suo Vicario; già lo dicemmo. Al Concilio, sì, con chi lo autorizza, con chi lo presiede, con chi lo approva: il Vicario di Cristo. Ma anche e specialmente e personalmente al Vicario medesimo, non dipendente, non condizionata, non ratificata dal Concilio o dalla Chiesa. Per lo contrario; ad esso solo: Tibi dabo! Rogavi prò Te! Non deficiet fides Tua! Pertanto non solo il Papa vagheggia la grande Idea: ma si decide. Prima, per altro, usa ogni presidio che la prudenza, divina ed umana, e le responsabilità dinanzi a Dio e dinanzi ai fedeli richiedono. Ricerche, studi, meditazioni consultazioni, preghiere. Preghiere soprattutto. E giunge, giunge davvero, e pare un sogno, e giunge con tutto l’Episcopato, con innumeri fedeli, con pellegrini che si accalcano come incessanti onde di mare; giunge bramato come il Natale, come la Pasqua; giunge come quel giorno  dell’8 Dicembre del 1854 auspicato fin dal concepimento immacolato della Figlia di Anna e Gioacchino; giunge il giorno della definizione dell’Assunta; della glorificazione, celeste e massima, sulla terra, della Madre di Dio; del nuovo riflesso sul mondo, di quella festa in descrivibile, quale fu nel cielo l’Assunzione vera. Noi la acclamiamo; il Cielo la feci e lo a testinone della universale esultanza di quel dì, ed anche ad artefice delle divine bellezze di quel dì! Divine bellezze; perché, chi potrà mai dare, a chi non fu presente, a chi tra i posteri leggerà, una pallida idea di quella giornata celeste! Primo Novembre! ma che cosa vide mai il Novembre di più bello? E che cosa videro mai di più mirabile i trecento sessantaquattro rimanenti giorni dell’anno? – Oh, sole! Oh, so1e di Dio! Oh, sole di Maria! Oh, sole di cui, in verità, si vide essere vestita Maria! Oh, sole, somigliando al quale, avanzò Maria ed avanzò su di noi Maria: processit sicut sui; essa che, unica, può procedere, incedere, stupire con tanto splendore, da apparire solo con ciò Madre di Dio; Incessa pulii il Dea! Ella che tanto è bella quanto non può mai esserlo neppure il Re degli astri, anche quando questo bellissimo Re vuole inchinarsi alla Regina del Cielo e della terra e sua per farle omaggio di bellezza! Cielo e terra quando mai foste così d’accordo? Orazio, dalle sublimi Odi romane, avrei io voluto vederlo, assistere a quel divinissimo istante! Allora, non avrebbe cantato: oh, sole! che tu non possa mai vedere cosa più grande di Roma! Voto, augurio e sogno solo dell’affetto! Ma avrebbe cantato: Oh, sole! ed, oh, Roma: voi non vedrete mai cosa più grande di Roma, in quel giorno, né giorno più grande di quel giorno! cosa non di sogno, né di effetto, ma di realtà, l’unica più splendida realtà del così bel sole di Roma! E la parola del Papa! E la comunicazione, che tutti, non solo intendevamo, ma scorgevamo, tra il Papa che definiva e Dio che lo assisteva! E la figura di Maria, che non cessò di essere fissa e dipinta in ogni occhio, come la Regina Assunta, incoronata, proclamata inscindibilmente dispensatrice, in cielo ed in terra, delle grazie ai mortali! E il plauso della sterminata moltitudine! E il pianto della commozione più cocente! E i canti; ed anzi il canto, unico canto di infinite, non voci, ma anime, del risonante per tutta la immensa Piazza Te Deum Laudamus.

IL MIRACOLO DEL SOLE

Ma passiamo alla nona nota: la nona relazione di Fatima col Papa! Quante note, quanti rapporti, quanti legami! E più sarebbero di quanti noi ne accenniamo! E tutti, i più veri! – Ma uno mi sta più che mai a cuore rilevare qui; come, d’altronde, lo rilevai, e dinanzi a moltitudine estatica nel gran giorno della chiusura ufficiale dell’Anno Santo in Fatima, ed alla guisa stessa, con cui, presso il Trono del Cuore Immacolato di Maria di Fatima, io stimai di poterlo rilevare e rivelare: a titolo, cioè, esclusivamente mio, ed assumendo io stesso, io solo, e nella maniera più ampia, ogni possibile non pure responsabilità, ma apprezzamento e commento; il miracolo, voglio dire, del sole di Fatima, nel giorno ultimo delle celesti apparizioni, 13 ottobre 1917; miracolo ripetuto, rinnovato, e, sono per dire, accresciuto, e vedrete il perché, in Roma agli occhi del Papa, nella sua Sede Vaticana! A chi sfuggirà mai, l’immenso, superiore significato di tanto prodigio? In quei giorni? Nelle circostanze della definita Assunzione non solo dell’anima, ma altresì del corpo e del Cuore Immacolato di Maria Santissima, al Cielo: quando Maria, insieme al prodigio, di null’altro parlò con più calore come del Cuore Suo, Cuore Immacolato e Cuore vero nel Cielo? – Era nel giorni della definizione; ed in uno essi, in un incontro, per adunanze ufficiali, con Sua Santità, la Santità Sua, visibilmente commossa, si degnò confidarmi: « Ieri ho visto un portento, che mi ha profondamente impressionate » – E mi raccontò come avesse visto il sole, in quella forma, con quei prodigi, in quella apocalittica convulsione, con cui noi sappiamo che si esibì a trentamila persone in Fatima! – Il sole, chi potrebbe descrivere quale fosse! solo ripetere le auguste parole? – Io rimasi attonito, muto, trasumanato! Era la prima volta che io sentiva e quasi vedeva parlare un redivivo: l’ispirato di Palmas Evangelista! E il Pontefice, tanto commosso e tanto colpito, come non lo vidi mai. – Scorsero i giorni; ed io passai ad altri pensieri; ma non dimenticando; ruminando al sempre il celeste, e giammai né visto, né cantato né immaginato segno. – Volgeva intanto al termine il secondo Anno Santo; quello universale; e si approssimava la solennità della chiusura, insieme a questo quesito: dove sarà chiuso? Ma non, per la verità, insieme all’altro: Chi sarà delegato a chiuderlo? E allora si degnò il Papa inviarmi un alto Prelato della sua Segreteria di Stato, per dirmi che Sua Santità mi affidava, se così fosse di mio piacimento, l’Augusta Missione di presiedere, quale Suo Legato a Latere, la solenne chiusura, e questa, nel Santuario di Fatima. Per la Madonna, per il Papa, per Fatima, per il Portogallo, accettai, e con riconoscenza. Sennonché, meditando io sui prodigiosi avvenimenti del 1917 in Fatima, e studiando il fenomeno e miracolo, nuovo nella storia del mondo e della Chiesa, del sole, col quale piacque a Maria Santissima dare la promessa conferma delle sue celesti rivelazioni ai tre bambini ed a tutta la moltitudine per tanto annunzio adunatasi in Fatima, io mi sovvenni della Augusta conversazione, che Sua Santità si era degnata tenermi; e subito pensai che il complemento, ed anzi l’ampliamento di quel miracolo, ripetuto agli occhi del Vicario stesso di Cristo, e rinnovato nelle circostanze rilevantissime a me confidate, non fosse da tenere occulto; occorresse, invece, darne la notizia ai fedeli, ai devoti, ai figli tutti di Maria, a conforto e d’incoraggiamento, di loro e del mondo, ed anche in ottemperanza alle parole del Vangelo; “Videant, et glorificent Deum”! – Via, non potendo e non volendo osare tanto per solo mio avviso, io mi permisi, in un giorno di sovrana udienza, la filiale domanda: Perdoni, Santo Padre; in che giorno accadde quel prodigio di cui Vostra Santità si degnò parlarmi? « No, no, non dire nulla », mi rispose il Papa. Sì; ripresi io; non dire nulla per sola vanità. Ma, se per la gloria di Dio? E, se per la gloria di Maria? E se per il bene delle anime? Tacere, allora, un prodigio, che Iddio ha operato per la sua gloria? Sua Santità rimase pensoso. Evidentemente assai le costava, specie per la sua fin troppo nota, abituale, delicatissima modestia ed umiltà, di autorizzare, sia pure condiscendendo, la manifestazione di un segreto, che, se di vera gloria a Dio ed a Maria, toccava non di meno così da vicino la sua Augusta Persona. – Ma, alla fine, cessò di opporsi. E tacque; e col tacere, lasciò che io agissi, secondo la possibile prudenza inseparabile della mia missione. Ed io lo ringraziai, assicurando che sarei stato fedele a Dio, alla Vergine ed a Lui, e che non avrei ecceduto i limiti di una mia, più che privata, apertura. Questa apertura io voglio oggi, a distanza di due anni e poiché mi consta essere stata quella mia rivelazione la fonte di un immenso bene e di consolantissima soddisfazione per le anime (e me ne dava anche recente conferma un Ambasciatore presso la Santa Sede, che nella sua lontanissima Nazione ne aveva raccolto le prove), questa io voglio consegnare in questo scritto, che, al solo scopo di apportare qualche bene alle anime, da anime rette e pie mi è stato richiesto; ed umilmente prego il Cuore Immacolato, perché si degni indirizzarlo, tutto, quanto è, a gloria Sua e dell’amato Pontefice. In qual giorno dunque ed in qual forma si produsse agli occhi del Papa questo portentosissimo fenomeno? Era il 30 ottobre 1950 — Egli mi narrò — antivigilia del giorno, da tutto il mondo cattolico atteso con tanta ansia, della solenne definizione dell’Assunzione in cielo di Maria Santissima. Verso le ore 4 pom., facevo la consueta passeggiata nei giardini Vaticani, leggendo e studiando come di solito, varie carte di ufficio. Salivo dal piazzale della Madonna di Lourdes verso la sommità della collina, nel viale di destra che costeggia il muraglione di cinta. A un certo momento, avendo sollevato gli occhi dai fogli che avevo in mano, fui colpito da un fenomeno, mai fino allora da me veduto. Il sole, che era ancora abbastanza alto, appariva come un globo opaco giallognolo, circondato tutto intorno da un cerchio luminoso, che però non impediva in alcun modo di fissare attentamente il sole, senza riceverne la minima molestia. Una leggerissima nuvoletta si trovava davanti. Il globo opaco si muoveva all’esterno leggermente, sia girando, sia spostandosi da sinistra a destra e viceversa. Ma nell’interno del globo si vedevano con tutta chiarezza e senza interruzione fortissimi movimenti. Lo stesso fenomeno si ripeté il giorno seguente, 31 ottobre, e il 1° novembre, giorno della definizione; poi l’8 novembre, ottava della stessa solennità. Quindi non più. Varie volte cercai negli altri giorni, alla stessa ora, e in condizioni atmosferiche eguali o assai simili, di guardare il sole per vedere se appariva il medesimo fenomeno, ma invano; non potei fissare il sole nemmeno un istante, rimanendo subito la vista abbagliata. Questa è, in brevi e semplici termini, la pura verità. – Quattro volte pertanto; e sempre e tutto nel periodo della definizione del Domma dell’Assunzione di Maria; ed una di quelle volte, il giorno stesso, quasi a solennizzarla; l’altra e la terza nell’antivigilia e nella vigilia, quasi a prepararla; la quarta, nell’ottava, come a suggellare e la festa e l’evento e la sua prolungazione nel futuro. Chi potrebbe ora non vedere il più stretto, celeste, e presso che inimmaginabile fra i legami intercedenti tra la Vergine di Fatima ed il Papa? Tra la Vergine Assunta in Cielo, e il Papa che tale la definiva? Fra l’Anno Santo di Roma e del mondo, e la gioia del Cielo, sia per l’omaggio fatto a Maria, sia per la pietà dimostrata ed i frutti nell’Anno Santo raccolti? Oh, santa e cara Madre di Dio, grazie! Ed oh, carissimo Padre nostro, il Papa! Grazie; grazie per me; grazie per il mondo; grazie per la Chiesa! Ma grazie, soprattutto, per Maria! Ed a voi, o Padre Santo, oltre che grazie, perdono io dico, e perdono io chiedo per quanta violenza ebbe a costarvi la vostra degnazione verso di me. Voi, che delle approvazioni del Cielo, vi compiaceste solo per la Chiesa, mentre per Voi riservaste pene ed amarezze, insieme alle fatiche, alle lotte, alle sollecitudini omnium ecclesiarum. Voi che accedeste solo per affetto alla Chiesa, solo per amore a Maria! Grazie! E la Madonna di Fatima benedica e consoli Voi; e se le mie parole non sanno dir tutto, parlate Voi, o Maria, il linguaggio che arriva ad ogni cuore e vi arriva con infinita più precisione e finezza che, in materia così divina, non sappia penna umana raggiungere o pensare, e meno ancora la mia, se non col desiderio, con l’intenzione, con la grazia.

 FATIMA, ANNO SANTO PERENNE

Amo chiudere questo mio umile scritto, con accennare ad un’altra relazione del Vicario di Cristo con la Santissima Madre nostra di Fatima: il decimo dei tanti vincoli, che ad un osservatore, amante di Maria e del Papa, sarebbe dato di descrivere. Ed il vincolo decimo è, mi si perdoni il ravvisarlo deliberatamente così, un altro miracolo! Un altro miracolo, fatto da Maria di Fatima, e fatto in Portogallo, e fatto per amore alle anime di una così nobile e cattolica Nazione, per ossequio e difesa della Chiesa, per affetto al Romano Pontificato, per tutela della cristiana civiltà. – Chi non ricorda l’infausto periodo, che il piccolo e grande Portogallo, grande nella storia, nel Cattolicesimo, nelle opere, nelle scoperte, nelle missioni, nella propagazione della Fede, ed infine nel suo glorioso Impero, attraversò dopo la prima decade del presente secolo? Per mio conto, io accennerò solo, e di sfuggita, alla solenne Cappella Papale per la celebrazione di una Messa di Requie, nell’Aula delle Beatificazioni al Vaticano, alla presenza dell’allora Beato Pio X, nel 1911, in suffragio della Famiglia Reale del Portogallo, caduta per regicidio. Io vi assisteva; e ricordo l’atmosfera di mestizia che dominava nella maestosa Cappella. Quel luttuoso episodio fu il segnale e l’insegna massima dell’anticristiano sconvolgimento, che travolse il Portogallo in quei tristissimi anni e che tanto cordoglio gettò nel cuore del Santo Pontefice e in quello dell’amata Chiesa e Nazione Portoghese. – Come l’esperienza sempre dettò, la Santa Chiesa in una sola maniera resiste alle persecuzioni e le vince: soffrendo! Alla Chiesa che ha quattro note: una, santa, Cattolica e Apostolica, una quinta si addice, che tutte le riassume: Perseguitata Soffrendo, adunque: soffrendo e confidando nell’aiuto immancabile, del Fondatore ed in quella sua infallibile parola: “confidite! Ego vici mundum!” – Chi non sa d’altronde che Iddio, se fece le anime convertibili, fece le Nazioni sanabili? Sanabili; ma in quanto tempo? Imperoché la vita delle Nazioni non è breve e fugace come la umana. – Per il Portogallo invece Iddio volle, non pure operare un inconsueto prodigio, ma il più significante dei prodigi, nel voler sana la Nazione con prestezza anche più mirabile che non fosse quella usata al suo popolo eletto. Parve come se dolesse al Cuore di Dio, che la Chiesa ed il mondo cristiano restassero a lungo privi dell’esempio, della luce e della sacra libertà della benemerita Nazione. – Trascorrono pochi anni, non più di sette, e, senza nessuno degli accorgimenti politici, per non dire delle insidie, pubbliche o recondite, che dall’esterno e dall’interno avevano preparato, condotto ed imposto il trionfo sovvertitore, ed anche senza nessuna delle riscosse che sogliono maturare negli oppressi, e senza neppure le abilità e le industrie che la diplomazia ed i cuori vogliono usare, il Portogallo, come il forte inebriato che si desta e rinviene, ricupera di repente il proprio controllo, e la antica coscienza, e spogliate le estranee vestiture nemiche, torna, con nobile e forte gesto, alla derelitta Casa del Padre. – Quando accadde la splendida e finora non mai superata conversione? Nel 1918! Io ricordo, quasi come di ieri, perché partecipe anch’io, la visita che, con l’abituale sua peculiarissima bontà, il Cardinale Gasparri, allora Segretario di Stato dell’indimenticabile Pontefice di quei terribili anni bellici, Benedetto XV, si compiacque fare, confidenzialmente, e sopra ogni uso protocollare, al nuovo Ministro Plenipotenziario che la Nazione Portoghese era tornata ad accreditare presso il Vicario di Cristo. E non meno ricordo come, nel luglio di quell’anno anche la Santa Sede si affrettò a dare pubblica prova di immutata benevolenza, nominando presso il Portogallo un suo Incaricato d’Affari nella persona dell’ora  Cardinale Aloisi-Masella. – Ed altresì ricordo le filiali premure, di cui, l’immediato successore del primo inviato, fece non solo dimostrazione, ma anche ambizione, verso ogni cosa che fosse relativa alla Santa Sede, fino a volere che io, allora Sostituto alla Segreteria di Stato, accettassi, autorizzato dal Pontefice, di essere Padrino di Cresima di uno dei suoi figli! Il torrente, straripato in quella magnifica Nazione, era tornato al suo alveo; aveva ripreso il suo vetusto secolare corso; si era rimesso nel maestoso suo andare. Dove cercheremo noi la intima ragione di così immediata, profonda, spontanea, onnimoda trasformazione? – Il pubblico, e la storia delle relazioni tra lo Stato Portoghese e la Santa Apostolica Sede, lo ignorano. Ma a me, che Iddio in tanta parte ha strettamente collegato agli avvenimenti e alle sorti di quella bene amata Nazione, è di luce meridiana. L’anno 1917, l’apparizione in Fatima e la materna e carezzevole visita della Madonna di Fatima al privilegiato Portogallo. L’anno 1918, il rinnovamento! il nesso è stretto ed istantaneo il prodigio, il rarissimo prodigio, è aperto, chiaro, indubitabile. – Ma le prove della presenza di una mano materna e di un Cuore materno ed immacolato sul Portogallo, continuarono; e se queste si moltiplicarono nel segreto delle anime e nell’irresistibile influsso spirituale sui governanti e sui governanti in ricambio, le corrispondenze del Paese alle ispirazioni della Madre furono, come devono essere in Stati Cattolici, manifeste, pubbliche e solenni; ed anzi, di tanto maggiore rilievo e pregio, quanto più ostentoso ed irriverente era stato il distacco, e quanto più, per quel lasso di tempo, era ancora ignoto, alla pietà ed alla ammirazione dell’universo, il mirabile poema delle apparizioni di Fatima. – Tardarono infatti le gesta di Fatima a percorrere il mondo, quanto più tardò, avvedutamente l’Autorità ecclesiastica a corroborare la credenza, col suo elevato giudizio. Ma, pur ignorata e nel silenzio, la protezione di Maria progrediva perché presente, e muoveva i cuori Lusitani a porgere al Pontificato Romano ossequi tanto maggiori e tanto stimabili, quanto più aspro era stato il dissidio e più vivente il ricordo. – Quello che fu massima prova, e la più ricercata, e la più intensa, non debbo e non voglio io passarla sotto silenzio, sebbene essa mi induca a far menzione della mia umile persona, la quale se a ciò si persuade, non è per l’io, ma per Chiesa e per Iddio, e perché ancor più visibile ne risaltino l’opera di Fatima, e la rispondenza filiale dei reggitori e del popolo. E Dio sa quanto più volentieri io accennerei all’argoménto, se si fosse svolto, non attorno a me, ma attorno ad altri. Si celebrava nel 1925 il quarto centenario del grande navigatore e scopritore Portoghese Vasco De Gama: e la Nazione volle celebrarlo con le solenni onoranze ed anzitutto con inviti ufficiali a Rappresentanze straniere. Straniera, certo, non era la Santa Sede; ma perché intima al popolo portoghese e perché dal popolo e dall’Autorità più studiosamente venerata, volle il Governo che alle celebrazioni la Santa Sede partecipasse per prima, e lo facesse con accreditare presso la giovane Repubblica un suo speciale Rappresentante. – La Santa Sede, sempre benevola e premurosa, offrì di destinare all’uopo, con nuove credenziali, il suo stesso Nunzio Apostolico, S. E. Mgr. Nicotra, che in quell’anno presiedeva alle relazioni diplomatiche col Paese. Ma non questo gradivano i Governanti; chiesero invece che un Inviato speciale venisse dal di fuori. Ed allora, di nuovo condiscendente, l’Augusto Pontefice Pio XI, di venerata memoria, ordinò al Nunzio di Spagna, che era lo scrivente, di recarsi per speciale mandato a partecipare ai festeggiamenti col nome e grado di Ambasciatore straordinario del Papa. Io pertanto a Lisbona mi recai il 23 Gennaio del detto anno 1925; e colà dimorai, così disponendo la Santa Sede, e così desiderando il Presidente ed il Governo, per ben otto giorni, tra le accoglienze, le attenzioni e le onoranze, che più potessero dar prova dell’apprezzamento dell’atto, e della riconoscenza, veramente nazionale e ufficiale, al Romano Pontefice. Io lo vidi, e tutti lo sanno; si delineava già, anche alla vista della storia, la salvezza operata da Maria. Maria aveva repentinamente, progressivamente, visibilmente, salvato quella che era da antico la terra di Maria; salvata la fede, salvata l’Autorità, salvati i cittadini, salvata l’economia, salvato l’Impero. Del Portogallo aveva Maria fatto la sua Reggia; il Trono delle sue grazie; la santa invidia dei popoli: e questo, dove? a Fatima! E questo, perché? per Fatima! – E non dimeno, allora di Fatima non ancora si parlava. Solo qua e là, qualche sobrio accenno, mantenuto in limiti di prudenza dagli ordini e dalle religiose investigazioni dell’Autorità della Chiesa. – Ma chi non saprebbe, mirando agli effetti, risalire alla causa? A Fatima; a Maria; all’amore della Madre; alla promessa, insita nella Augusta Mariana visita, dì protezione particolarissima al Portogallo, per primo, al mondo, di poi? Così si vide allora. Così si è continuato a vedere dal 1925 ad oggi; così sarà finché a Fatima duri l’eco della Celeste Visita, delle parole, della promessa, del patrocinio singolarissimo della Vergine, e di quello che fu il nuovo ed indubitato suo pegno: il Cuore Immacolato! Quale miracolo più stupendo e più insolito, e quale salvezza più piena? E’ la salvezza che può dare un Cuore, che ama, ma non misura: un cuore che non richiesto, né pensato, è venuto ad offrirsi; un Cuore che, non pago di essere amato nel Cielo, è studiatamente disceso a ridestare ed a riassumere il privilegiato amore di quella sua terra e del mondo. O amato Portogallo! Giacché la Madonna tua e nostra di Fatima, con così stretti vincoli mi hanno avviato al tuo benedetto suolo, io non cesserò di darne grazia alla Madre. Ma dopo la Madre, io al Pontefice, di cui ho avuto l’onore e l’intimo filiale gaudio di evocare i particolarissimi vincoli Suoi e del Pontificato, con Fatima, elevo ora la mia indicibile gratitudine per avermi eletto a rappresentare, nella chiusura dell’Anno Santo, il Papa che a Maria ispirante obbedì; a restituire, in nome del Pontefice di Fatima, la visita a Maria nel suo stesso Santuario, consacrato dai piedi, oh! quam speciosi, Evangelizantis Pacem; a far presente l’amatissimo Papa, al Santuario, alla Nazione, al mondo universo colà accorso con una fede ed un amore, di cui ho sempre negli occhi la meraviglia, e nel cuore la commozione. Chiuso, io proclamai, tra le benedizioni del Papa alla Nazione ed all’universo, e tra le incessanti acclamazioni dei popoli alla Vergine ed al Papa, l’Anno Santo; ma non per te, o Portogallo. Hæc lex — dice la Chiesa all’Immacolata — non est prò te, sed prò omnibus! – Per te l’Anno Santo rimane aperto nella inesauribile effusione di quella Madre, che amò farsi e chiamarsi Portoghese, che parlò in Portoghese al suo popolo e all’universo, e che rimane la tua massima gloria e la fonte perenne della tua celeste protezione e della ardente fedeltà con cui tu sai a Lei corrispondere! Ma più aperto, quale Anno Santo imperituro, rimane il Cuore Immacolato, che nella visione e nella rivelazione Portoghese fece immortale il Pontefice dell’Assunta e di Fatima, e che, svelatoci per amore, con amore guiderà l’umanità sotto la stella di Fatima.

Federico Card. Tedeschini