MOVIMENTI TRADIZIONALISTI

I movimenti “TRADIZIONALISTI”

… costituiscono una forma ancor più sottile e sofisticata rispetto ai modernisti post-conciliabolo, di liberalismo pseudo-cattolico, eresia che Sarda y Salvany definisce PAGANESIMO con forme e linguaggio cattolico! Proponiamo la lettura del capitolo VII della sua opera “Il Liberismo è peccato” per comprendere in pieno le ragioni dell’autore, cattolico di ferro ed implacabile martello delle eresie liberal-massoniche, cancro del suo tempo, … eresie oggi al loro culmine massimo.

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CAP.7

IN COSA CONSISTE L’ESSENZA O LA RAGIONE INTRINSECA DEL CATTOLICESIMO LIBERALE

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Se si considera l’intima essenziale del liberalismo detto cattolico o, per parlare più volgarmente, del cattolicesimo liberale, si vede che con ogni probabilità essa è dovuta ad una falsa interpretazione dell’ATTO di FEDE. I cattolici liberali, se li si voglia giudicare dalle loro spiegazioni, fanno risiedere tutto il motivo della loro fede non nell’AUTORITA’ DI DIO INFINITAMENTE VERITIERO E INFALLIBILE che si è degnato di rivelarci il solo cammino che ci può condurre alla beatitudine soprannaturale, ma nel “libero apprezzamento del giudizio individuale” stimando questa credenza la migliore d’ogni altra. – Essi non vogliono riconoscere il Magistero della Chiesa come il solo che sia autorizzato da DIO a proporre ai fedeli la dottrina rivelata e a rivelarne il vero significato. Ma al contrario, facendosi giudici della dottrina, essi accettano di essa ciò che a loro pare buono, riservandosi il diritto di credere il contrario, tutte le volte che apparenti ragioni sembreranno dimostrar loro oggi come falso ciò che ieri era loro sembrato vero. –  Per rigettare questa pretesa è sufficiente conoscere la dottrina fondamentale sulla FEDE, esposta su questa materia dal santo CONCILIO VATICANO. Dopotutto i cattolici liberali si definiscono cattolici poiché essi credono fermamente che il cattolicesimo è la vera rivelazione del Figlio di DIO; ma essi si definiscono cattolici-liberali o cattolici-liberi, poiché giudicano che ciò ch’essi credono non possa essere imposto ad alcuno per nessun motivo che sia superiore a quello di una libera scelta dell’interessato. E tutto ciò in tal modo che a loro insaputa il diavolo ha malignamente sostituito in loro il principio naturalista del libero esame al principio soprannaturale della Fede; da qui risulta che immaginandosi di avere la Fede delle Verità cristiane essi non l’hanno affatto, sono solo convinti di averla il che non è esattamente la stessa cosa. – Ne consegue che, secondo loro, ritenendo la loro intelligenza libera di credere o non credere, sia la stessa cosa per le persone di tutto il mondo. Essi non vedono nell’“incredulità” un vizio, un’infermità o un accecamento volontario dell’intendimento e più ancora del cuore, ma un atto lecito, emanante dal foro interiore di ciascuno, padrone dunque, in questo caso, sia di credere che di negare. Il loro orrore di qualsiasi pressione esterna fisica o morale, che prevenga o castighi l’eresia, deriva da questa dottrina e produce in loro l’odio verso qualsiasi legislazione genuinamente cattolica. Di là anche il rispetto profondo con il quale vogliono che si trattino sempre le convinzioni altrui, anche le più nemiche della verità rivelata, poiché per essi, le più erronee sono tanto sacre quanto le più vere, poiché tutte nascono da un medesimo principio altrettanto sacro: la libertà intellettuale. E’ così che si erige a dogma ciò che si chiama tolleranza e che si emana ad uso dei polemisti cattolici un nuovo codice di leggi, che mai conobbero nei tempi passati i grandi polemisti del cattolicesimo. – Essendo la concezione della Fede essenzialmente naturalista, ne deriva che tutto il suo sviluppo successivo nell’individuo e nella società, deve esserlo allo stesso modo. Ne deriva che il giudizio principale e spesso esclusivo che i cattolici-liberali danno della CHIESA verte sui vantaggi culturali e di civilizzazione ch’essa procura ai popoli. Essi dimenticano e non citano mai, per così dire, il suo fine primario e soprannaturale che è la glorificazione di DIO e la salvezza delle anime. Molte apologie cattoliche scritte nella nostra epoca sono intrise di debolezza spirituale a causa di questa falsa concezione. Ciò a tal punto che se, per disgrazia, il Cattolicesimo fosse stato causa di qualche ritardo nel progresso materiale dei popoli, esso non sarebbe più, con buona logica agli occhi di quegli uomini, né una religione vera né una religione da lodarsi. – E notate che se si realizzasse questa ipotesi, ed essa può realizzarsi – dato che la fedeltà a questa stessa religione ha certamente causato la rovina materiale di famiglie e d’individui- la Religione non ne risulterebbe meno eccellente e divina. – Questo criterio (naturalista n. d. t.) è quello che dirige la penna della maggior parte dei giornalisti liberali; s’essi lamentano la demolizione d’una chiesa, non mettono in rilievo che la profanazione dell’arte, se si schierano in favore degli ordini religiosi, essi non fanno valere che i servizi resi dagli stessi alle Lettere; essi non esaltano una suora di carità, se non in considerazione dei servizi umanitari con i quali ella ha addolcito gli orrori della guerra; essi ammirano del culto ciò che è dal punto di vista della sua bellezza esteriore e della sua poesia; se, nella letteratura cattolica, essi rispettano le Sante Scritture è solamente a causa della loro sublime maestà. – Da questo modo di lodare le cose cattoliche solamente per la loro grandezza, la loro bellezza, la loro utilità, la loro eccellenza materiale, ne deriva logicamente che l’errore ha diritto alle stesse lodi allorquando esso ha diritto ai medesimi giudizi, come l’hanno avute in apparenza, in certi momenti diverse, le false religioni. – La stessa Pietà non è potuta sfuggire all’azione perniciosa del Principio Naturalista; esso l’ha pervertita in “pietismo” cioè in una falsificazione della vera Pietà, come vediamo in tante persone che non ricercano nelle pratiche di pietà altro che l’emozione ch’esse possono originare, e questo è un puro sensualismo e niente di più. Così oggi constatiamo che in molte anime, l’ascetismo cristiano, che è la purificazione del cuore mediante la repressione degli appetiti dei sensi, è interamente fiaccato e che il misticismo cristiano, che non è né l’emozione né la consolazione interiore, né alcun’altra di queste dolcezze umane, ma l’unione con DIO mediante l’assoggettamento alla sua santa volontà e all’amore soprannaturale, è completamente sconosciuto. – Per queste ragioni il cattolicesimo di un gran numero di persone, nella nostra epoca è un cattolicesimo liberale o più esattamente un cattolicesimo FALSO. Questo non è Cattolicesimo, ma un semplice Naturalismo, un naturalismo puro; cioè in una parola, se ci è permesso: Paganesimo con il linguaggio e le forme cattoliche.

Provocare la confusione delle idee: vecchio schema del diavolo!

“La confusione delle idee è un vecchio schema del diavolo. Non capire chiaramente e con precisione è generalmente l’origine dell’errore intellettuale. In tempo di scisma ed eresia, alterare e distorcere il senso corretto delle parole è un artificio fecondo di Satana, ed è facile porre insidie per gli orgogliosi intellettuali nei riguardi degli innocenti. Ogni eresia nella Chiesa rende testimonianza al successo di Satana che inganna l’intelletto umano con l’oscuramento e la perversione del significato delle parole. L’arianesimo fu una battaglia di parole ed il suo lungo continuo successo fu dovuto al suo cicaleggio verbale. Il Pelagianesimo ed il giansenismo hanno mostrato le stesse caratteristiche, ed oggi il liberalismo è con le sue astuzia ed oscurità, come una qualsiasi delle precedenti eresie.”

Per non appesantire oltremodo la meditazione del capitolo riportato, ma completare il discorso, aggiungiamo solo un brevissimo paragrafo illuminante dal cap. XII, che in altra sede ci ripromettiamo di pubblicare:

dal Cap. XII:

Il diavolo è un grande maestro in artifizi ed astuzie; la sua più abile manovra consiste nell’introdurre la confusione nelle idee e questo maledetto perderebbe la metà del suo potere sugli uomini, se le idee buone o malvagie ci apparissero quali sono con nettezza e franchezza. Notate, tra l’altro, che chiamare il diavolo: diavolo, non è di moda oggigiorno, senza dubbio perché il liberalismo ci ha dato l’abitudine di trattare “messer” il diavolo con un certo rispetto. Dunque la prima cosa che fa il diavolo in tempi di scisma e di eresia, è di imbrogliare e di cambiare il senso proprio delle parole: mezzo infallibile di falsare ed intorbidare efficacemente la maggior parte delle intelligenze“.

[Salvany: “Il liberalismo è un peccato”, capitolo XII]

I servi di “messer” demonio, in talare nera, rossa o bianca, usano il medesimo stratagemma del loro padrone, anche se si nascondono con un’aureola di santità o si mimetizzano balbettando versetti in latino o officiando Messe sacrileghe senza essere stati mai consacrati. [ndr.]

 

Un’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO: “MORTALIUM ANIMOS”

Proponiamo oggi la lettura e lo studio di una enciclica “chiave” nella storia della Chiesa del secolo XX, la Mortalium animos, di S. S. Pio XI. Essa fa ben comprendere ai sedicenti cattolici attuali, in realtà modernisti fin nelle midolla, come il “pan-cristianesimo” sia una eresia manifesta, anzi “una bestemmia”, come S. S. la definisce in un passaggio della lettera. Questo per chi avesse ancora dubbi sulla buona fede o sulla cattolicità di certe istituzioni, chiaramente false ed ingannatrici, sia moderniste che finte-tradizionaliste, e quindi fuori dalla Chiesa Cattolica, che non può insegnare, per dogma di fede, falsità, eresie, o avvelenare lo spirito dei fedeli. A chi inneggia ancora alle false autorità che “celebrano” [si fa per dire] in modo sacrilego riti in unione con prelati e “sacerdotesse” di chiese eretiche e scismatiche, diciamo: ragazzi, svegliatevi, non sentite puzza di inganno da miglia di lontananza, o vi si sono completamente otturate le narici? Certo quel che diciamo noi, da privati Cattolici non allineati al modernismo, non conta nulla, ma la dottrina di un “vero” Papa, Vicario di Cristo in terra e voce stessa di Cristo, non può essere infangata, profanata e calpestata senza che sorga almeno un dubbio e ci faccia riflettere, non per motivi ideologici o culturali, ma per il bene della nostra anima che rischia seriamente il fuoco eterno senza nemmeno poterci affidare alle “attenuanti generiche”, vista la chiarezza luminosa [ … o tenebrosa] della situazione attuale. Raccogliamo poi l’ultima raccomandazione del Pontefice, quella di invocare la Vergine Maria, che sola ha distrutto tutte le eresie … certo oggi esse sono infinite e gli eresiarchi sono all’interno della chiesa un tempo cattolica, ma chi, se non Lei può riuscire nell’impresa titanica?

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LETTERA ENCICLICA

MORTALIUM ANIMOS

DI SUA SANTITÀ

PIO XI

AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI, PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI CHE HANNO PACE E COMUNIONE CON LA SEDE APOSTOLICA

SULLA DIFESA DELLA VERITÀ RIVELATA DA GESÙ

 

Venerabili Fratelli, salute e Apostolica Benedizione.

Forse in passato non è mai accaduto che il cuore delle creature umane fosse preso come oggi da un così vivo desiderio di fraternità — nel nome della stessa origine e della stessa natura — al fine di rafforzare ed allargare i rapporti nell’interesse della società umana. Infatti, quantunque le nazioni non godano ancora pienamente i doni della pace, ed anzi in talune località vecchi e nuovi rancori esplodano in sedizioni e lotte civili, né d’altra parte è possibile dirimere le numerosissime controversie che riguardano la tranquillità e la prosperità dei popoli, ove non intervengano l’azione e l’opera concorde di coloro che governano gli Stati e ne reggono e promuovono gli interessi, facilmente si comprende — tanto più che convengono ormai tutti intorno all’unità del genere umano — come siano molti coloro che bramano vedere sempre più unite tra di loro le varie nazioni, a ciò portate da questa fratellanza universale. – Un obiettivo non dissimile cercano di ottenere alcuni per quanto riguarda l’ordinamento della Nuova Legge, promulgata da Cristo Signore. Persuasi che rarissimamente si trovano uomini privi di qualsiasi sentimento religioso, sembrano trarne motivo a sperare che i popoli, per quanto dissenzienti gli uni dagli altri in materia di religione, pure siano per convenire senza difficoltà nella professione di alcune dottrine, come su un comune fondamento di vita spirituale. Perciò sono soliti indire congressi, riunioni, conferenze, con largo intervento di pubblico, ai quali sono invitati promiscuamente tutti a discutere: infedeli di ogni gradazione, cristiani, e persino coloro che miseramente apostatarono da Cristo o che con ostinata pertinacia negano la divinità della sua Persona e della sua missione. Non possono certo ottenere l’approvazione dei cattolici tali tentativi fondati sulla falsa teoria che suppone buone e lodevoli tutte le religioni, in quanto tutte, sebbene in maniera diversa, manifestano e significano egualmente quel sentimento a tutti congenito per il quale ci sentiamo portati a Dio e all’ossequente riconoscimento del suo dominio. Orbene, i seguaci di siffatta teoria, non soltanto sono nell’inganno e nell’errore, ma ripudiano la vera religione depravandone il concetto e svoltano passo passo verso il naturalismo e l’ateismo; donde chiaramente consegue che quanti aderiscono ai fautori di tali teorie e tentativi si allontanano del tutto dalla religione rivelata da Dio. – Ma dove, sotto l’apparenza di bene, si cela più facilmente l’inganno, è quando si tratta di promuovere l’unità fra tutti i cristiani. Non è forse giusto — si va ripetendo — anzi non è forse conforme al dovere che quanti invocano il nome di Cristo si astengano dalle reciproche recriminazioni e si stringano una buona volta con i vincoli della vicendevole carità? E chi oserebbe dire che ama Cristo se non si adopera con tutte le forze ad eseguire il desiderio di Lui, che pregò il Padre perché i suoi discepoli « fossero una cosa sola »? [1]. E lo stesso Gesù Cristo non volle forse che i suoi discepoli si contrassegnassero e si distinguessero dagli altri per questa nota dell’amore vicendevole: « In ciò conosceranno tutti che siete miei discepoli se vi amerete l’un l’altro»? [2]. E volesse il Cielo, soggiungono, che tutti quanti i cristiani fossero « una cosa sola »; sarebbero assai più forti nell’allontanare la peste dell’empietà, la quale, serpeggiando e diffondendosi ogni giorno più, minaccia di travolgere il Vangelo. – Questi ed altri simili argomenti esaltano ed eccitano coloro che si chiamano pancristiani, i quali, anziché restringersi in piccoli e rari gruppi, sono invece cresciuti, per così dire, a schiere compatte, riunendosi in società largamente diffuse, per lo più sotto la direzione di uomini acattolici, pur fra di loro dissenzienti in materia di fede. E intanto si promuove l’impresa con tale operosità, da conciliarsi qua e là numerose adesioni e da cattivarsi perfino l’animo di molti cattolici con l’allettante speranza di riuscire ad un’unione che sembra rispondere ai desideri di Santa Madre Chiesa, alla quale certo nulla sta maggiormente a cuore che il richiamo e il ritorno dei figli erranti al suo grembo. Ma sotto queste insinuanti blandizie di parole si nasconde un errore assai grave che varrebbe a scalzare totalmente i fondamenti della fede cattolica. Pertanto, poiché la coscienza del Nostro Apostolico ufficio ci impone di non permettere che il gregge del Signore venga sedotto da dannose illusioni, richiamiamo, Venerabili Fratelli, il vostro zelo contro così grave pericolo, sicuri come siamo che per mezzo dei vostri scritti e della vostra parola giungeranno più facilmente al popolo (e dal popolo saranno meglio intesi) i princìpi e gli argomenti che siamo per esporre. Così i cattolici sapranno come giudicare e regolarsi di fronte ad iniziative intese a procurare in qualsivoglia maniera l’unione in un corpo solo di quanti si dicono cristiani. – Dio, Fattore dell’Universo, Ci creò perché Lo conoscessimo e Lo servissimo; ne segue che Egli ha pieno diritto di essere da noi servito. Egli avrebbe bensì potuto, per il governo dell’uomo, prescrivere soltanto la pura legge naturale, da Lui scolpitagli nel cuore nella stessa creazione, e con ordinaria sua provvidenza regolare i progressi di questa medesima legge. Invece preferì imporre dei precetti ai quali ubbidissimo e nel corso dei secoli, ossia dalle origini del genere umano alla venuta e alla predicazione di Gesù Cristo, Egli stesso volle insegnare all’uomo i doveri che legano gli esseri ragionevoli al loro Creatore: « Iddio, che molte volte e in diversi modi aveva parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del figlio » [3]. Dal che consegue non potersi dare vera religione fuori di quella che si fonda sulla parola rivelata da Dio, la quale rivelazione, cominciata da principio e continuata nell’Antico Testamento, fu compiuta poi nel Nuovo dallo stesso Gesù Cristo. Orbene, se Dio ha parlato, e che abbia veramente parlato è storicamente certo, tutti comprendono che è dovere dell’uomo credere assolutamente alla rivelazione di Dio e ubbidire in tutto ai suoi comandi: e appunto perché rettamente l’una cosa e l’altra noi adempissimo, per la gloria divina e la salvezza nostra, l’Unigenito Figlio di Dio fondò sulla terra la sua Chiesa. Quanti perciò si professano cristiani non possono non credere alla istituzione di una Chiesa, e di una Chiesa sola, per opera di Cristo; ma se s’indaga quale essa debba essere secondo la volontà del suo Fondatore, allora non tutti sono consenzienti. Fra essi, infatti, un buon numero nega, per esempio, che la Chiesa di Cristo debba essere visibile, almeno nel senso che debba apparire come un solo corpo di fedeli, concordi in una sola e identica dottrina, sotto un unico magistero e governo, intendendo per Chiesa visibile nient’altro che una Confederazione formata dalle varie comunità cristiane, benché aderiscano chi ad una chi ad altra dottrina, anche se dottrine fra loro opposte. Invece Cristo nostro Signore fondò la sua Chiesa come società perfetta, per sua natura esterna e sensibile, affinché proseguisse nel tempo avvenire l’opera della salvezza del genere umano, sotto la guida di un solo capo [4], con l’insegnamento a viva voce [7], con l’amministrazione dei sacramenti, fonti della grazia celeste [6]; perciò Egli la dichiarò simile ad un regno [7], a una casa [8], ad un ovile [9], ad un gregge [10]. Tale Chiesa così meravigliosamente costituita, morti il suo Fondatore e gli Apostoli, che primi la propagarono, non poteva assolutamente cessare ed estinguersi, poiché ad essa era stato affidato il compito di condurre alla salvezza eterna tutti gli uomini, senza distinzione di tempo e di luogo: « Andate adunque e insegnate a tutte le genti » [11]. Ora, nel continuo adempimento di questo ufficio, potranno forse venir meno alla Chiesa il valore e l’efficacia, se è continuamente assistita dallo stesso Cristo, secondo la solenne promessa: « Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo »? [12].- Necessariamente, quindi, non solo la Chiesa di Cristo deve sussistere oggi e in ogni tempo, ma anzi deve sussistere quale fu al tempo apostolico, se non vogliamo dire — il che è assurdo — che Cristo Signore o sia venuto meno al suo intento, o abbia errato quando affermò che le porte dell’inferno non sarebbero mai prevalse contro la Chiesa [13]. – E qui si presenta l’opportunità di chiarire e confutare una falsa opinione, da cui sembra dipenda tutta la presente questione e tragga origine la molteplice azione degli acattolici, operante, come abbiamo detto, alla riunione delle Chiese cristiane. – I fautori di questa iniziativa quasi non finiscono di citare le parole di Cristo: « Che tutti siano una cosa sola … Si farà un solo ovile e un solo pastore » [14], nel senso però che quelle parole esprimano un desiderio e una preghiera di Gesù Cristo ancora inappagati. Essi sostengono infatti che l’unità della fede e del governo — nota distintiva della vera e unica Chiesa di Cristo — non sia quasi mai esistita prima d’ora, e neppure oggi esista; essa può essere sì desiderata e forse in futuro potrebbe anche essere raggiunta mediante la buona volontà dei fedeli, ma rimarrebbe, intanto, un puro ideale. Dicono inoltre che la Chiesa, per sé o di natura sua, è divisa in parti, ossia consta di moltissime chiese o comunità particolari, le quali, separate sinora, pur avendo comuni alcuni punti di dottrina, differiscono tuttavia in altri; a ciascuna competono gli stessi diritti; la Chiesa al più fu unica ed una dall’età apostolica sino ai primi Concili Ecumenici. Quindi soggiungono che, messe totalmente da parte le controversie e le vecchie differenze di opinioni che sino ai giorni nostri tennero divisa la famiglia cristiana, con le rimanenti dottrine si dovrebbe formare e proporre una norma comune di fede, nella cui professione tutti si possano non solo riconoscere, ma sentire fratelli; e che soltanto se unite da un patto universale, le molte chiese o comunità saranno in grado di resistere validamente con frutto ai progressi dell’incredulità. – Così, Venerabili Fratelli, si va dicendo comunemente. Vi sono però taluni che affermano e ammettono che troppo sconsigliatamente il protestantesimo rigettò alcuni punti di fede e qualche rito del culto esterno, certamente accettabili ed utili, che la Chiesa Romana invece conserva. Ma tosto soggiungono che questa stessa Chiesa corruppe l’antico cristianesimo aggiungendo e proponendo a credere parecchie dottrine non solo estranee, ma contrarie al Vangelo, tra le quali annoverano, come principale, quella del Primato di giurisdizione, concesso a Pietro e ai suoi successori nella Sede Romana. Tra costoro ci sono anche alcuni, benché pochi in verità, i quali concedono al Romano Pontefice un primato di onore o una certa giurisdizione e potestà, facendola però derivare non dal diritto divino, ma in certo qual modo dal consenso dei fedeli; altri giungono perfino a volere lo stesso Pontefice a capo di quelle loro, diciamo così, variopinte riunioni. Che se è facile trovare molti acattolici che predicano con belle parole la fraterna comunione in Gesù Cristo, non se ne rinviene uno solo a cui cada in mente di sottomettersi al governo del Vicario di Gesù Cristo o di ubbidire al suo magistero. E intanto affermano di voler ben volentieri trattare con la Chiesa Romana, ma con eguaglianza di diritti, cioè da pari a pari; e certamente se potessero così trattare, lo farebbero con l’intento di giungere a una convenzione la quale permettesse loro di conservare quelle opinioni che li tengono finora vaganti ed erranti fuori dell’unico ovile di Cristo. – A tali condizioni è chiaro che la Sede Apostolica non può in nessun modo partecipare alle loro riunioni e che in nessun modo i cattolici possono aderire o prestare aiuto a siffatti tentativi; se ciò facessero, darebbero autorità ad una falsa religione cristiana, assai lontana dall’unica Chiesa di Cristo. Ma potremo Noi tollerare l’iniquissimo tentativo di vedere trascinata a patteggiamenti la verità, la verità divinamente rivelata? Ché qui appunto si tratta di difendere la verità rivelata. Gesù Cristo inviò per l’intero mondo gli Apostoli a predicare il Vangelo a tutte le nazioni; e perché in nulla avessero ad errare volle che anzitutto essi fossero ammaestrati in ogni verità, dallo Spirito Santo [15]; forse che questa dottrina degli Apostoli venne del tutto a meno o si offuscò talvolta nella Chiesa, diretta e custodita da Dio stesso? E se il nostro Redentore apertamente disse che il suo Vangelo riguardava non solo il periodo apostolico, ma anche le future età, poté forse l’oggetto della fede, col trascorrere del tempo, divenire tanto oscuro e incerto da doversi tollerare oggi opinioni fra loro contrarie? Se ciò fosse vero, si dovrebbe parimenti dire che la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e la perpetua permanenza nella Chiesa dello stesso Spirito e persino la predicazione di Gesù Cristo da molti secoli hanno perduto ogni efficacia e utilità: affermare ciò sarebbe bestemmia. Inoltre, l’Unigenito Figlio di Dio non solo comandò ai suoi inviati di ammaestrare tutti i popoli, ma anche obbligò tutti gli uomini a prestar fede alle verità che loro fossero annunziate « dai testimoni preordinati da Dio » [16], e al suo precetto aggiunse la sanzione « Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato » [17]. – Ma questo doppio comando di Cristo, da osservarsi necessariamente, d’insegnare cioè e di credere per avere l’eterna salvezza, neppure si potrebbe comprendere se la Chiesa non proponesse intera e chiara la dottrina evangelica e non fosse immune da ogni pericolo di errore nell’insegnarla. Perciò è lontano dal vero chi ammette sì l’esistenza in terra di un deposito di verità, ma pensa poi che sia da cercarsi con tanto faticoso lavoro, con tanto diuturno studio e dispute, che a mala pena possa bastare la vita di un uomo per trovarlo e goderne; quasi che il benignissimo Iddio avesse parlato per mezzo dei Profeti e del suo Unigenito perché pochi soltanto, e già molto avanzati negli anni, imparassero le verità rivelate, e non per imporre una dottrina morale che dovesse reggere l’uomo in tutto il corso della sua vita. – Potrà sembrare che questi pancristiani, tutti occupati nell’unire le chiese, tendano al fine nobilissimo di fomentare la carità fra tutti i cristiani; ma come mai potrebbe la carità riuscire in danno della fede? Nessuno certamente ignora che lo stesso apostolo della carità, San Giovanni (il quale nel suo Vangelo pare abbia svelato i segreti del Cuore sacratissimo di Gesù che sempre soleva inculcare ai discepoli il nuovo comandamento: « Amatevi l’un l’altro »), ha vietato assolutamente di avere rapporti con coloro i quali non professano intera ed incorrotta la dottrina di Cristo: « Se qualcuno viene da voi e non porta questa dottrina, non ricevetelo in casa e non salutatelo nemmeno » [18]. Quindi, appoggiandosi la carità, come su fondamento, sulla fede integra e sincera, è necessario che i discepoli di Cristo siano principalmente uniti dal vincolo dell’unità della fede. – Come dunque si potrebbe concepire una Confederazione cristiana, i cui membri, anche quando si trattasse dell’oggetto della fede, potessero mantenere ciascuno il proprio modo di pensare e giudicare, benché contrario alle opinioni degli altri? E in che modo, di grazia, uomini che seguono opinioni contrarie potrebbero far parte di una sola ed eguale Confederazione di fedeli? Come, per esempio, chi afferma che la sacra Tradizione è fonte genuina della divina Rivelazione e chi lo nega? Chi tiene per divinamente costituita la gerarchia ecclesiastica, formata di vescovi, sacerdoti e ministri, e chi asserisce che è stata a poco a poco introdotta dalla condizione dei tempi e delle cose? Chi adora Cristo realmente presente nella santissima Eucaristia per quella mirabile conversione del pane e del vino, che viene detta transustanziazione, e chi afferma che il Corpo di Cristo è ivi presente solo per la fede o per il segno e la virtù del Sacramento? Chi riconosce nella stessa Eucaristia la natura di sacrificio e di Sacramento, e chi sostiene che è soltanto una memoria o commemorazione della Cena del Signore? Chi Stima buona e utile la supplice invocazione dei Santi che regnano con Cristo, soprattutto della Vergine Madre di Dio, e la venerazione delle loro immagini, e chi pretende che tale culto sia illecito, perché contrario all’onore « dell’unico mediatore di Dio e degli uomini » [19], Gesù Cristo? Da così grande diversità d’opinioni non sappiamo come si prepari la via per formare l’unità della Chiesa, mentre questa non può sorgere che da un solo magistero, da una sola legge del credere e da una sola fede nei cristiani; sappiamo invece benissimo che da quella diversità è facile il passo alla noncuranza della religione, cioè all’indifferentismo e al cosiddetto modernismo, il quale fa ritenere, da chi ne è miseramente infetto, che la verità dogmatica non è assoluta, ma relativa, cioè proporzionata alle diverse necessità dei tempi e dei luoghi e alle varie tendenze degli spiriti, non essendo essa basata sulla rivelazione immutabile, ma sull’adattabilità della vita. Inoltre in materia di fede, non è lecito ricorrere a quella differenza che si volle introdurre tra articoli fondamentali e non fondamentali, quasi che i primi si debbano da tutti ammettere e i secondi invece siano lasciati liberi all’accettazione dei fedeli. La virtù soprannaturale della fede, avendo per causa formale l’autorità di Dio rivelante, non permette tale distinzione. Sicché tutti i cristiani prestano, per esempio, al dogma della Immacolata Concezione la stessa fede che al mistero dell’Augusta Trinità, e credono all’Incarnazione del Verbo non altrimenti che al magistero infallibile del Romano Pontefice, nel senso, naturalmente, determinato dal Concilio Ecumenico Vaticano. Né per essere state queste verità con solenne decreto della Chiesa definitivamente determinate, quali in un tempo quali in un altro, anche se a noi vicino, sono perciò meno certe e meno credibili? Non le ha tutte rivelate Iddio? Il magistero della Chiesa — che per divina Provvidenza fu stabilito nel mondo affinché le verità rivelate si conservassero sempre incolumi, e facilmente e con sicurezza giungessero a conoscenza degli uomini, — benché quotidianamente si eserciti dal Romano Pontefice e dai Vescovi in comunione con lui, ha però l’ufficio di procedere opportunamente alla definizione di qualche punto con riti e decreti solenni, se accada di doversi opporre più efficacemente agli errori e agli assalti degli eretici, oppure d’imprimere nelle menti dei fedeli punti di sacra dottrina più chiaramente e profondamente spiegati. Però con questo uso straordinario del magistero non si introducono invenzioni né si aggiunge alcunché di nuovo al complesso delle dottrine che, almeno implicitamente, sono contenute nel deposito della Rivelazione divinamente affidato alla Chiesa, ma si dichiarano i punti che a parecchi forse ancora potrebbero sembrare oscuri, o si stabiliscono come materia di fede verità che prima da taluno si reputavano controverse. – Pertanto, Venerabili Fratelli, facilmente si comprende come questa Sede Apostolica non abbia mai permesso ai suoi fedeli d’intervenire ai congressi degli acattolici; infatti non si può altrimenti favorire l’unità dei cristiani che procurando il ritorno dei dissidenti all’unica vera Chiesa di Cristo, dalla quale essi un giorno infelicemente s’allontanarono: a quella sola vera Chiesa di Cristo che a tutti certamente è manifesta e che, per volontà del suo Fondatore, deve restare sempre quale Egli stesso la istituì per la salvezza di tutti. Poiché la mistica Sposa di Cristo nel corso dei secoli non fu mai contaminata né giammai potrà contaminarsi, secondo le parole di Cipriano: «Non può adulterarsi la Sposa di Cristo: è incorrotta e pudica. Conosce una casa sola, custodisce con casto pudore la santità di un solo talamo » [20] Pertanto lo stesso santo Martire a buon diritto grandemente si meravigliava come qualcuno potesse credere « che questa unità la quale procede dalla divina stabilità ed è saldata per mezzo di sacramenti celesti, possa scindersi nella Chiesa e separarsi per dissenso di volontà discordanti » [21]. Essendo il corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa [22] uno, ben connesso [23]; e solidamente collegato, come il suo corpo fisico, sarebbe grande stoltezza dire che il corpo mistico possa essere il risultato di componenti disgiunti e separati. Chiunque perciò non è con esso unito, non è suo membro né comunica con il capo che è Cristo [24]. – Orbene, in quest’unica Chiesa di Cristo nessuno si trova, nessuno vi resta senza riconoscere e accettare, con l’ubbidienza, la suprema autorità di Pietro e dei suoi legittimi successori. E al Vescovo Romano, come a Sommo Pastore delle anime, non ubbidirono forse gli antenati di coloro che sono annebbiati dagli errori di Fozio e dei riformatori? Purtroppo i figli abbandonarono la casa paterna, ma non per questo essa andò in rovina, sostenuta come era dal continuo aiuto di Dio. Ritornino dunque al Padre comune; e questi, dimenticando le ingiurie già scagliate contro la Sede Apostolica, li riceverà con tutto l’affetto del cuore. Che se, come dicono, desiderano unirsi con Noi e con i Nostri, perché non si affrettano ad entrare nella Chiesa, «madre e maestra di tutti i seguaci di Cristo » [25]?Ascoltino le affermazioni di Lattanzio: a « Soltanto … la Chiesa cattolica conserva il culto vero. Essa è la fonte della verità; questo è il domicilio della fede, questo il tempio di Dio; se qualcuno non vi entrerà, o da esso uscirà, resterà lontano dalla speranza della vita e della salvezza. E non conviene cercare d’ingannare se stesso con dispute pertinaci. Qui si tratta della vita e della salvezza: se a ciò non si provvede con diligente cautela, esse saranno perdute e si estingueranno » [26]. Dunque alla Sede Apostolica, collocata in questa città che i Prìncipi degli Apostoli Pietro e Paolo consacrarono con il loro sangue; alla Sede « radice e matrice della Chiesa cattolica » [27], ritornino i figli dissidenti, non già con l’idea e la speranza che la « Chiesa del Dio vivo, colonna e sostegno della verità » [28] faccia getto dell’integrità della fede e tolleri i loro errori, ma per sottomettersi al magistero e al governo di lei. Volesse il cielo che toccasse a Noi quanto sinora non toccò ai nostri predecessori, di poter abbracciare con animo di padre i figli che piangiamo separati da Noi per funesta divisione; oh! se il nostro divin Salvatore « il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità » [29], ascoltando le Nostre ardenti preghiere si degnasse richiamare all’unità della Chiesa tutti gli erranti! Per tale obiettivo, senza dubbio importantissimo, disponiamo e vogliamo che si invochi l’intercessione della Beata Vergine Maria, Madre della divina grazia, debellatrice di tutte le eresie, aiuto dei Cristiani, affinché quanto prima ottenga il sorgere di quel desideratissimo giorno, quando gli uomini udiranno la voce del Suo divin Figlio « conservando l’unità dello Spirito nel vincolo della pace » [30]. Voi ben comprendete, Venerabili Fratelli, quanto desideriamo questo ritorno; e bramiamo che ciò sappiano tutti i figli Nostri, non soltanto i cattolici, ma anche i dissidenti da Noi: i quali, se imploreranno con umile preghiera i lumi celesti, senza dubbio riconosceranno la vera Chiesa di Cristo e in essa finalmente entreranno, uniti con Noi in perfetta carità. Nell’attesa di tale avvenimento, auspice dei divini favori e testimone della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, al clero e al popolo vostro impartiamo di tutto cuore l’Apostolica Benedizione.

 Dato a Roma, presso San Pietro, il 6 gennaio, festa della Epifania di N.S. Gesù Cristo, l’anno 1928, sesto del Nostro Pontificato.

PIUS PP. XI

[1] Ioann., XVII, 21.

[2] Ioann., XIII, 35.

[3] Hebr., I, 1 seq.

[4] Matth., XVI, 18 seq.: Luc., XXII, 32; Ioann., XXI, 15-17.

[5] Marc., XVI, 15.

[6] Ioann., III, 5; VI,48-59; XX, 22 seq.; cf. Matth., XVIII, 18; etc.

[7] Matth., XIII

[8] Cf. Matth., XVI, 18.

[9] Ioann., X, 16.

[10] Ioann., XXI, 15-17.

[11] Matth., XXVIII, 19.

[12] Matth., XXVIII, 20.

[13] Matth., XVI, 18.

[14] Ioann., XVII, 21; X, 16.

[15] Ioann., XVI, 13. 1

[16] Act., X, 41.

[17] Marc., XVI, 16.

[18] II Ioann., 10.

[19] Cf. I Tim., II, 5.

[20] De cath. Ecclesiae unitate, 6.

[21] Ibidem.

[22] I Cor., XII, 12.

[23] Eph., IV, 15.

[24] Cf. Eph., V, 30; I, 22.

[25] Conc. Lateran. IV, c. 5.

[26] Divin instit., IV, 30, 11-12.

[27] S. Cypr., Ep. 48 ad Cornelium, 3.

[28] I Tim., 111, 15.

[29] I Tim., II, 4.

[30] Eph., IV, 3.

Omelia della Domenica III di AVVENTO

Omelia della DOMENICA III DELL’AVVENTO

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Giovanni I, 19-28)

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Superbia.

 Avevano i Giudei concepita una sì alta opinione di Giovanni il Battista per la sua vita irreprensibile, per l’austera penitenza, per la zelante predicazione, che credettero esser egli il Messia da Dio promesso, e da gran tempo da loro aspettato. Spedirono perciò da Gerosolima Sacerdoti e Leviti ad interrogarlo chi egli fosse, e s’era il Cristo tanto desiderato dalla loro nazione. Giovanni non si dimenticò di sé stesso.. Ben lungi dall’arrogarsi un nome sì glorioso, prese anzi motivo da un’interrogazione lusinghiera di vieppiù umiliarsi; “ … ed io, rispose, e ripeté la seconda e la terza volta, io non sono Cristo. Questi vive, ed è in mezzo a voi, e voi nol conoscete; dopo di me si farà manifesto, ed è tanto nella dignità e nella grandezza a me superiore, ch’io neppur son degno di sciogliere i legacci dei suoi calzari!”. “ Chi dunque sei tu? Tornarono a chiedergli, forse Elia, o alcun dei Profeti?” Non sono Elia, rispose, non sono Profeta, ma sono una voce, che va gridando nel deserto: preparate la via del Signore, “ego vox clamantis in deserto; parate viam Domini”. – Fin qui l’odierno Vangelo. Che dite, ascoltatori, di questa umiltà del Precursore di Gesù Cristo, del maggiore fra i Santi? Gl’inviati a far tante interrogazioni erano Farisei, gente gonfia della più fina superbia, dovevan confondersi in sentire l’umile confessioni del Battista. Ma no! Di guarigione difficilissima è un tal vizio; ed oh quanto regna nel mondo, e la virtù a questo opposta oh quanto nel mondo è sconosciuta! Contro di questa superbia è diretta la presente spiegazione, e per ridurre me stesso e voi a sbandirla dal nostro cuore, io passo a dimostrarvi prima il castigo di questa passione detestabile, poscia il rimedio nella virtù della cristiana umiltà …

I. Il castigo della superbia secondo l’ordine stabilito dalla giustizia di Dio, che necessariamente odia i superbi, è comprovato dalla speranza e dalla storia di tutti i secoli, è una vergognosa caduta. Il superbo si può paragonare ad un epilettico. Porta seco quest’infelice una malattia, che o per improvviso sconcerto del Cerebro, o per istraordinaria alterazione de’ nervi, ovunque lo colga, lo getta a terra, senza che possa stendere un braccio a suo riparo, fossa pur egli sull’orlo d’un precipizio. Tal è un superbo. Con questa legge però, dice un gravissimo autore (Scupoli), che quanto egli s’innalza superbamente, tanto miseramente precipita, e l’altezza del suo esaltamento è la precisa misura della profondità della sua caduta. Infallibile è il detto evangelico: “Qui se exàltat, humiliabitur” (Luc. XIV, 11). Né ciò deve far meraviglia, entra; qui il reale Profeta, conciossiachè la superbia un mostro, che ha un sol piede, e perciò non può a lungo contenersi in dritta positura. Immaginate un uomo, che si tenga sopra un piede solo. Con qualche sforzo si terrà diritto per poco d’ora, ma non potrà a lungo durare in quella situazione violenta. Se poi a quest’uomo si accosti una mano che l’urti, un nemico che lo spinga, sarà necessariamente stramazzato a terra. – E questa appunto la più viva. immagine della superbia, onde il citato re Profeta, a Dio rivolto, Signore, diceva, “non veniat mihi pes superibiæ, et manus pcccatorìs non moveat me” (Ps. XXV). E poi soggiunge. “Ibi ceciderunt qui operantur iniquitatem .. expulsi sunt, nec potuerunt stare”. Un’esperienza funesta, prosegue lo stesso reale Salmista, mi mostrò quanto sia certa e inevitabile la caduta de’ superbi. Ben mi ricordo d’un Saul, che sebbene da Dio riprovato, pure, sulle armi fidando e sui suoi armati, fu sconfitto da’ Filistei vincitori, e per disperato rimedio a sottrarsi dai loro insulti, si lasciò cadere sulla punta della sua spada applicata al petto. “Non salvatur Rex per multam virtutem (Ps. XXII, 16). Ben mi rammento del superbissimo Filisteo gigante, dispregiatore delle falangi del popolo di Dio, che. sfidando a singolar tenzone i prodi d’Israele, fu a terra steso pel colpo di un semplice pastorello qual io già fui, “et gigas non salvabitur in multitudine virtutis suæ” (). Ben mi si sveglia l’acerba memoria del mio figlio Assalonne, che per sfrenata ambizione di regnare mi mosse guerra, e in questa abbattuto, mentre sperava salvarsi su veloce destriero, per quel mezzo stesso sospeso pei suoi capèlli ad un ramo perdé la vita, ferito da tre colpi di lancia. “Fallax equus ad salutem in abundantia virtutis suae non salvabitur”:(ib. V. 17). – Un ritratto al naturale d’un gran superbo, e del suo straordinario e obbrobrioso castigo, ci presenta il Profeta Daniele nella persona di Nabucco re di Babilonia. Stava passeggiando costui nella sua reggia tutto gonfio; tutto in compiacenza di sé stesso, “in aula Babilonis deambalabat”; (Dan., IV, 26) e inebriato dalla propria stima si fa a rispondere a chi non l’interroga, a chi neppur è presente, “responditque” (Reg. XXVII). E come avesse intorno la turba de’suoi adulatori, “ … e non è questa, dice egli, quella gran città, quella Babilonia da me edificata? “Et ait: nonne haec est Babilon magna, quam ædificavi?” (Ibid.). Falso; Babilonia fu edificata da Belo, e da lui soltanto ingrandita: bugia manifesta, vizio proprio de superbi millantatori, che alla propria gloria fanno anche servir la menzogna. Indi crescendo la sua pazza alterigia, attribuisce alla forza di sua virtù, e a lustro della sua gloria, quanto vi ha di splendido e di grandioso nella sua reggia e nel suo regno, “in domum regni, in robore fortitudinis meae, et in gloria decoris mei” (Ibid.). Nello stesso, tempo in cui parlando il borioso si pascea di vento, ecco una voce improvvisa discende dal cielo: “a te Nabucco, a te si parla, tu sarai privo di regno, cacciato dalla reggia, e dalla comunanza degli uomini e da strana mania spinto al bosco e alla foresta, abiterai colle fiere, e ti pascerai come bestia irragionevole di fieno e d’erbe selvagge”. “Regnum tuum transibit a te, et ab hominibus eiicient te, et cum bestiis et feris habitatio tua, foenum quasi bos comedes” (Idem). – Fin qui il castigo di questi superbi umiliati è piuttosto nell’ordine delle umane cose, ed è meno a temersi. Quel che deve incutere timore e tremore è lo spirituale castigo, per cui si chiude al superbo il fonte d’ogni grazia celeste. “Deus superbis resistit” (Jacob. IV, 6). Io, dice il Crisostomo, amerei meglio aver tutt’i peccati del mondo coll’umiltà del pubblicano, che le virtù di tutti i santi del cielo con la superbia del fariseo. Con la prima si dileguano tutte le colpe, come neve in faccia al sole: con la seconda si dissipano tutte le virtù, come polvere in faccia al vento. Iddio neppur un istante soffrì nel cielo empireo il superbo Lucifero: la sua superbia da angelo lo fece demonio. Le ruinose cadute degli Eresiarchi s’attribuiscono tutte da S. Girolamo alla superbia. “Haereticorum mater superbia”. Oltre la perdita inestimabile della grazia e dell’eterna salute, permise Iddio a loro perpetua confusione che cadessero nel fango della disonestà, castigo proprio de’ superbi, che avvilisce lo spirito altero fino ad abbassarlo alla condizione de’ bruti. Così l’Anticristo, che sarà il più superbo degli uomini, sarà altresì’, dice il Profeta Daniele, il più immerso nelle carnali immondezze, “erit in concupiscentiis fæminarum” (Dan XI, 37).

II. A tanto male quale rimedio? Gesù Cristo, dice il Pontefice S. Gregorio, medico celeste, ha prescritto a tutt’i vizi l’opportuno rimedio; agli avari la liberalità, ai disonesti la continenza, agl’iracondi la mansuetudine, e l’umiltà ai superbi. Quest’ultima si distingue in umiltà d’intelletto e umiltà del cuore. L’umiltà d’intelletto è una cognizione del proprio essere, secondo i lumi della ragione e della fede. Per acquistarla basta uno sguardo al passato, al presente, e al futuro. “Semper in mente habea”, avviso di S. Bernardo, “quid fuisti? quid es? quid eris?” (in for. Honest. vitae). Uno sguardo al passato. Quid fuisti? Che cosa ero io venti, trenta, cinquanta, cento anni addietro: un nulla. Senza di me esisteva questo gran mondo. Se Dio s’eccettui , io né pur era nel numero delle cose possibili. Era dunque infinitamente più di me un filo d’erba, un atomo di polvere; dappoiché dall’essere al non essere passa un’infinita distanza. Era io dunque un nulla. Così è, così di sé stesso diceva il reale Profeta, “substantia mea tamquam nihilum ante te” (Ps. XXXVIII, 6); e il nulla di che può gloriarsi, di che può insuperbire? Uno sguardo al presente. Quid es? Che cosa è l’uomo se si separi il prezioso dal vile? Cioè quel che è dell’uomo, e quel ch’è di Dio? In quanto al corpo egli è un composto di quattro tra loro contrari elementi, che per la minima alterazione cagionano in noi tante infermità, tante doglie, tanti malori. Egli è, dice S. Bernardo, un vaso pieno di putredine, “vas stercorum”, un letamaio, di cui non può trovarsi il più vile, “vilius sterquilium numquam vidisti”. La putredine, soggiunge il S. Giobbe, è come il padre che lo genera, la madre che lo nutrisce, la sorella che l’accompagna col seguito di vilissimi vermi, Putredini dixi: Pater meus es: mater mea, et soror mea, vermibus”. (Giob. XVII, 14). Gran cose! Entra qui Papa Innocenzo parlando del disprezzo del mondo, gran cosa! Gli alberi producono foglie verdeggianti, fiori odoriferi, gustosi, e l’uomo vili e molesti insetti, putridi umori, flemme stomachevoli, fecce puzzolenti. O vergognosa condizione dell’umana viltà! “O indigna vilitatis humanæ conditio!”( 8 c. 3). In quanto poi allo spirito, è vero essere egli uno spirito nobilissimo, una immagine viva del suo Creatore, ma questa eccellente prerogativa non è sua propria. Ed oh quanto fu deformata dal peccato originale immagine sì bella! Ferita l’anima nelle sue facoltà, leso restò l’intelletto e propenso all’errore, lesa la volontà ed inclinata al male. Immaginate un serraglio di fiere selvagge, che affamate digrignano, ed alzano ruggiti, e poi dite, tal’è il cuore dell’uomo prevaricato, le cui passioni ne fanno crudo governo. Sente ora le spinte dell’iracondia, ora gl’impulsi della concupiscenza, quando l’odio l’infiamma, quando l’agghiaccia l’accidia, la superbia lo gonfia, l’invidia lo strugge, l’avarizia lo dissecca. In questo ammasso di tante disordinate pendenze, di tanti brutali appetiti, di che l’uomo potrà invanire, di che gloriarsi? – Uno sguardo finalmente al futuro. “Quid eris”? Che sarà un giorno di questo grande uomo? Già si sa, la morte lo spoglierà di tutto, lo toglierà per sempre dall’umana società, lo getterà a marcire in un sepolcro, ove divorato da schifosissimi vermi diverrà un nudo scheletro, che si ridurrà poi in tanta “polvere da poter entrare nel concavo di una mano, e con un soffio di bocca disperdersi per l’aria. “Quid superbis”, si può qui giustamente insultare all’umana alterigia, “quid superbis, terra, et cinis?” (Eccles. X, 9). Ma questo non è il tutto. Verrà tempo in che non si saprà se quest’uomo sia mai stato al mondo, perirà la sua memoria, e cadrà il suo nome in dimenticanza totale e perpetua: “oblivione delebitur nomen eius(Eccli. VI,4). Queste serie riflessioni ben ponderate ci portano all’umiltà di cognizione e d’intelletto. Ma ciò non basta. Anche un Filosofo è capace di quest’umile cognizione di se stesso. All’umiltà dell’intelletto fa d’uopo accoppiare l’umiltà del cuore. Gesù Cristo, come riflette il mellifluo dottore, non ebbe né aver poteva l’umiltà di intelletto, poiché quantunque vero uomo e in sembianza di peccatore, come vero ed eterno Figliuol di Dio, conosceva la sua divina eccellenza e l’infinito suo merito; “sciebat se ipsum”. (Serm. 42 in Cant.) Non pertanto per farsi nostro esemplare si è voluto appigliare all’umiltà del cuore, e di questa s’è fatto e proposto nostro maestro, invitandoci ad imitarlo, “discite a me, quìa mitis sum, et humilis corde”. (Matth. XI, 29). In effetti, Egli volle nascere umile e povero in una capanna, visse umile ed abbietto in una bottega, morì umile ed umiliato sopra una croce; e con queste divine lezioni ed eroici esempi d’estrema umiliazione potrà fra i cristiani trovarsi un superbo? Oh Dio! Cristo umile soffre gl’insulti e i disprezzi, e il cristiano superbo disprezza i suoi simili; Cristo umile nasce, vive e muore da vero povero, il cristiano superbo, a costo dell’anima propria e della sua eterna salute, vuol vivere e morire da malvagio ricco; Cristo umile implora perdono per i suoi crocifissori, il cristiano superbo vuol vendicarsi dei suoi nemici. Che strano diabolico contrapposto è mai questo? Un seguace di Gesù Cristo che fa tutto il rovescio di quanto insegnò e praticò Gesù Cristo, come merita il nome di cristiano, come può sperare di regnare un giorno con Cristo chi col fatto è nemico di Cristo? – Non ci lusinghiamo, miei cari. Quanto è necessario il battesimo per tutti i figli d’Adamo; quanto è necessaria la penitenza per i caduti in colpa mortale, tanto è necessaria l’umiltà per entrare nel regno de’ Cieli, “nisi effìciamini sicut parvuli, non intrabitis in regnum cælorum” (Matth. XVIII, 3). Colle stesse formule sta espressa nelle divine Scritture questa triplice necessità. A finirla. Tutt’i Beati del Cielo furono tutti umili, cominciando da Gesù Cristo, e dalla sua santissima Madre: tutti gli abitatori dell’inferno tutti i superbi, cominciando da Lucifero, e da’ suoi seguaci. La superbia è quella che danna, l’umiltà è quella che salva. Vedeste il castigo, udiste il rimedio, la scelta sta in vostra mano.

 

MADONNA DI LORETO

La traslazione della Santa Casa.

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Per la Santa Casa si intende quella piccola casa di Nazaret che fu abitata dalla Beatissima Vergine, insieme al Casto suo sposo S. Giuseppe, che fa distinta dall’Annunciazione fatta a Maria dall’Arcangelo Gabriele, e ove con Maria e Giuseppe, abitò per tanti anni il divin Redentore Gesù. Fin dai primi giorni del Cristianesimo, dessa per opera degli Apostoli fu convertita in una devota cappella, erigendovi un semplice altare con una croce di legno, sopra cui venne dipinta l’immagine del Redentore, e con una statua di cedro rappresentante la Madre di Dio, lavoro dell’evangelista S. Luca. Passata poi la Palestina sotto il dominio dei Mussulmani e trovandosi la Santa Casa esposta alle profanazioni degli infedeli il 10 Maggio 1291, gli Angioli la levaron da Nazaret e la portarono in Schiavonia fra Tersatto e Fiume nell’illirico.Non essendo quivi onorata come si conveniva, gliela levarono da quel luogo, e traversando il mare, la deposero in una selva del territorio di Recanati di cui era padrona una gentildonna detta Loreta, onde prese il nome di Santa Maria di Loreto. Il concorso dei devoti alla portentosa chiesuola venne ben presto disturbato da alcuni malfattori che, nel folto della selva annidaronsi per spogliare e maltrattare i concorrenti. Ond’è che gli Angioli ne la levarono e la portarono sopra un monte dello stesso territorio posseduto da due fratelli. Venuti questi in discordia per la cupidigia di appropriarsi ciascuno di tutte le offerte dei Fedeli, nel giorno 10 dicembre 1294, gli Angioli alzarono un’altra volta la Casa, e la portarono sulla via comune vicina a quel monte ove si trova anche al presente, posata sulla superficie della terra, senza fondamenti, lasciati a Nazaret. La sua forma è quadrangolare, di palmi 40 in lunghezza, 18 in larghezza e di 25 in altezza; presenta l’antico camino o focolare ancor nero, ed ha scavato nel muro un piccolo armadio che serviva di ripostiglio alle poche suppellettili più necessarie alla Sacra Famiglia, delle quali si conserva ancora una scodella di terra, che opera spesso grandi prodigi al sol toccarla, o col solo bevere per mezzo di essa un poco d’acqua.

Un perfetto fac simile di questa santissima Casa, con tutti i relativi ornamenti, fu con grande consolazione di tutti i buoni, costruita nel 1863 in Milano presso l’Ospitale dei Fate-bene-fratelli a S. Vittore in porta Vercellina (ora Magenta). Quanti si recano a visitarla, e sono sempre moltissimi, hanno il contento di poter vagheggiare in Milano quanto dal lato materiale si trova in Loreto. Di sì bell’opera, che può dirsi una nuova gloria della Lombarda Metropoli, si devesi il primo merito ai milanesi Oblatori, che ne somministrarono i mezzi ai sempre benemeriti Religiosi di S. Giovanni di Dio che ne sollecitarono l’effettuamento, dovrà sempre ricordarsi con speciale riconoscenza il pio e dotto milanese Sac. Don Domenico Giardini, Penitenziere nella Metropolitana, il quale assunta la direzione della bella opera, non rispamiò viaggi, cure e fatiche per procurare a quella nuova Santa Casa una imitazione così perfetta d’ogni più piccola sua parte col Santuario Loretano da costituire una specie di identità che fece meravigliare anche il piissimo vescovo di Lodi Monsignor Gaetano Benaglio, che nella gravissima età d’anni 95, ne fece la prima solenne inaugurazione. Ma torniamo a Loreto dove esiste la vera Santa Casa, in cui solo può dirsi con verità: Il divin Verbo, Qui si è fatto carne. Come immenso divenne il concorso a sì insigne Santuario, e innumerabili furono i prodigi che vi si operarono, così in breve tempo vi si costruirono in vicinanza diverse case per alloggio dei pellegrini, vi si stabilirono artefici e negozianti, e abitatori d’ogni condizione e d’ogni stato fino a formare una nuova bella città, e la Santa Casa venne rinchiusa in un vasto e magnifico tempio in cui anche attualmente si celebrano fino a 120 Messe per giorno, e ove i forestieri hanno il comodo di Penitenzieri che confessano in ogni lingua e di assistenti e Canonici che quotidianamente vi praticano le più solenni funzioni. Per tutto questo bisogna dirlo a gloria del vero, i recanatesi vi spiegarono per i primi il più ammirabile zelo. Il famoso Giubileo nel 1300, che portò a Roma centinaia e centinaia di forestieri, portò pure a Loreto un tal numero di devoti, che la fama del gran Santuario eccitò in breve l’ammirazione di tutto il mondo, per cui da ogni parte gli spedirono i doni più vistosi. Martino V concesse a Loreto pubbliche fiere: Nicolò V lo fortificò contro gli assalti dei pirati che spesso tentarono di saccheggiarlo. Pio II vi mandò a voto con un prezioso calice d’oro per implorare la propria guarigione. Il vescovo di Recanati nel 1458 gli fece dono di grandi poderi, e non molto dopo, il cardinale Pietro Barbo, attaccato dalla peste in Ancona, volle esser portato al Santuario di Loreto, dove si mise in orazione, e sorpreso da un placido sonno, si svegliò affatto guarito, e coll’orecchio ancor risuonante dell’avviso avuto in visione, che egli sarebbe Papa, come lo fu infatti nel 1464, e prese il nome di Paolo II, il quale volle si desse mano a surrogare al primo tempio una più ampia e maestosa Basilica, che fu opera di Bramante terminata sotto Giulio II, e da Leone X e Clemente VII, resa più ancora distinta per nuovi ornati. Fra i doni preziosi offerti alla Santa Casa meritano menzione una veste su cui scintillavano circa 4 mila diamanti, mandatavi da una Regina di Spagna; un’Aquila do oro brillante di 150 diamanti, offerta dall’Imperatrice Anna d’Astria; un Angelo d’argento, del peso di 35 libbre, che offriva sopra un cuscino pure d’argento un Regio Bambino d’oro del peso di 24 libbre; voto offerto da Luigi XIII nell’occasione che gli nacque il real successore; che fu poi Luigi XIV. Ah, so a questo divin Santuario non mai venerato abbastanza non possiamo offrire distinti pegni del nostro affetto alla sacra Famiglia che vi abitò, né ci è dato di recarci in persona a visitarlo, non lasciamo almeno stargli la nostra pietà col dirigere a Maria ss. le seguenti orazioni affine di appropriarci quei documenti che Dio intese di dare al mondo colla traslazione della Santa Casa e così assicurarci il conseguimento di quelle grazie che sono più necessarie per arrivare con certezza alla casa eterna della sua gloria.

ALLA MADONNA DI LORETO (10 Dicembre).

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I . Per quel giudizio di severità che voi esercitaste sopra quei popoli che possedevano per i primi la vostra santissima Casa, privandoli con aperto prodigiò di così ricco tesoro, perché rinnegando la vera fede, non ne facevano quel conto che essa si merita, otteneteci, o beatissima Vergine, di viver sempre in maniera da non provocare giammai la vostra collera contro di noi, niente essendovi di più spaventoso della perdita del vostro favore, il quale è confermazione di grazia in questa, assicuramento di gloria nell’altra. Ave.

II. Per quella benignità particolare con cui, a differenza d’ogni altro popolo della terra, voleste arricchire l’Italia dell’inestimabile tesoro della vostra Santissima Casa, e per quei tanti prodigi che accompagnarono il suo trasporto eseguito dagli angioli, dalla Palestina in Dalmazia, poi dalla Dalmazia a Recanati, fissando poscia la propria dimora in quell’amenissimo colle dei recanatesi dintorni che, dal nome della sua prima proprietaria, e dall’abbondanza dei lauri onde fu sempre abbellito, denominassi Loreto, otteneteci, o beatissima Vergine, di essere sempre riconoscenti a tanta vostra predilezione col venerare profondissimamente quei grandi misteri, e col praticare costantemente quelle eminentissime virtù cui voi, in unione del vostro divin Figliuolo, rendeste così santa e così celebre la vostra Casa. Ave.

III . Per quella magnificenza affatto nuova di cui per la pietà dei fedeli, venne rivestita la vostra Casa, cui sempre concorsero ad onorare i facoltosi coi loro doni, i poveri colle loro preghiere, i sacerdoti con i loro uffici, i Pontefici coi loro privilegi, otteneteci o beatissima Vergine, che noi veneriam sempre in spirito quelle sacre mura che furono santificate dal vostro alito, e quel pavimento che fu calcato dai vostri piedi, e di offrir sempre a Voi, come vi offeriamo in questo momento, tutto il nostro cuore con quello spirito di devozione con cui tanti vostri devoti afferirono alla vostra Casa l’oro il più puro e le gemme le più preziose. E come davanti alla vostra ss. Immagini in Loreto ardono continuamente innumerevoli lumi, così arda sempre di santo amore davanti a Voi il nostro cuore, onde dopo avervi venerata nella vostra casa qui in terra, passiamo per la vostra intercessione a partecipare per tutti i secoli alla vostra gloria su in cielo. Ave, Gloria.

The vatican exposed: LA TESI SIRI confermata dai dossier della CIA

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Riportiamo un brevissimo scritto tratto dal libro “The vatican exposed” [money, murder and mafia] di Paul L. Williams giornalista e scrittore Americano, già consulente per diversi anni dell’FBI a conoscenza di varie “magagne”, ben documentate dai rapporti della Cia che, un tempo segreti, sono stati poi desegretati e quindi resi pubblicabili. Tra le vicende più apparentemente “strane” del secolo scorso, il giornalista si è occupato di avvenimenti e vicende poco chiare legate al Vaticano e ad alcuni esponenti della gerarchia ecclesiastica vaticana, il tutto lucidamente sostenuto da documenti inoppugnabili, come i “dossier” appunto del Dipartimento di Stato oggi desegretati e consultabili da chicchessia. In alcune pagine del suo libro, Williams riporta stralci di dossier, peraltro confermati pure da altri autori, dei quali riporta la bibliografia, che riguardano il Conclave del 1958, Conclave nel corso del quale si è consumata la “TRUFFA” più colossale e meglio riuscita [… almeno per il momento] della storia dell’umanità: l’elezione di Papa Gregorio XVII, Cardinal Siri, e la sua sostituzione forzata con un “burattino”, l’antipapa G. Roncalli, sedicente Giovanni XXIII, massone programmato, gestito e manipolato dai pupari del potere giudaico-massonico per la distruzione spirituale dell’umanità, tappa pressoché finale del controllo mondiale della setta al servizio di lucifero. Eccone qui il contenuto, rimandando i più interessati agli approfondimenti, all’intero volume ed ai testi ivi segnalati in bibliografia. Tanto per avvalorare la cosiddetta “Tesi Siri”, contestata nel modo più pittoresco e grottesco possibile dai falsi occupanti i sacri palazzi e dai loro fiancheggiatori, i finti tradizionalisti delle Fraternità non-sacerdotali e dei sedevacantisti di nome o di fatto, che millantano diritti ed uffici usurpati gli uni, ed inesistenti continuità apostoliche gli altri.

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Paul L. Williams.

The vatican exposed [pp. 91-92]

… Pio XII aveva nominato cardinale Giuseppe Siri come suo successore designato (1): Siri era ferocemente anti-comunista, un tradizionalista intransigente in materia di dottrina della Chiesa, ed un burocrate esperto personalmente addestrato nelle complessità delle finanze vaticane da Bernardino Nogara. Inoltre, Siri aveva l’appoggio di un gruppo di cardinali noto come “il Pentagono.” Il gruppo comprendeva i cardinali Canali, Pizzardo, Muscara, Ottaviani, Mimmi, e Spellman. A questo gruppetto si opponeva una formazione composta da un gruppo progressista o anti-Pentagono di cui facevano parte il primate di Polonia Wyszynski, il cardinale indiano Garcia, i cardinali francesi, il cardinale Lercaro, e Roncalli. I progressisti erano preoccupati per l’irrigidimento del regime di Pio XII, per l’accentramento di tutto il potere e l’autorità nella persona del Papa, la mancata volontà di avviare la riforma, e per la crociata anti-comunismo che stava creando un abisso tra l’est e l’ovest. – Nel 1958, [26 ottobre –ndr.-] quando i cardinali furono rinchiusi nella Cappella Sistina per eleggere un nuovo Papa, eventi misteriosi cominciarono a svolgersi. Al terzo scrutinio, Siri, secondo fonti dell’FBI, ottenne i voti necessari e fu eletto come Papa Gregorio XVII. (2) Dal camino della Cappella sbuffò fumo bianco per informare i fedeli che era stato scelto un nuovo Papa. La notizia venne annunciata con gioia alle 18:00 dalla Radio Vaticana. L’annunciatore diceva: “Il fumo è bianco … Non c’è assolutamente alcun dubbio … è stato eletto un Papa.” (3) Furono allertati il Palatino e le guardie svizzere. Questi furono richiamati dalle loro caserme e si ordinò loro di recarsi alla Basilica di San Pietro per l’annuncio del nome del Santo Padre. – Ma il nuovo Papa non compariva … e cominciò così a sorgere la domanda se il fumo fosse bianco o grigio. Per sedare i dubbi, monsignor Santaro, segretario del Conclave dei cardinali, comunicava alla stampa che il fumo era da giudicarsi bianco e che quindi un nuovo Papa era stato eletto. L’attesa continuava. In serata la Radio Vaticana annunciava che i risultati rimanevano … incerti. Il 27 ottobre 1958 lo Houston Post titolava: “I Cardinali non riescono ad eleggere papa al 4° Ballottaggio: “Mix-Up in Smoke Signals”. Questa si è poi dimostrata una false notizia (4). – I rapporti in realtà erano stati veritieri … al quarto scrutinio, secondo fonti dell’Fbi, Siri ancora una volta otteneva i voti necessari per essere eletto Sommo Pontefice. Ma i Cardinali francesi [capitanati dal massone 33° Tisserand –ndr.-] annullarono i risultati, sostenendo che l’elezione avrebbe causato disordini diffusi e l’assassinio di numerosi vescovi di spicco dietro la cortina di ferro. “(5). – I cardinali hanno deciso quindi di eleggere il cardinale Federico Tedischini come “Papa di transizione”, ma Tedischini era troppo malato per accettare l’incarico. Infine, al terzo giorno di ballottaggio, Roncalli ottenne il supporto necessario per diventare “papa” Giovanni XXIII. I cardinali conservatori credevano che Roncalli, all’età di settantotto anni, fosse troppo vecchio per avviare la devastazione all’interno del Vaticano e pensavano potesse servire solo come un ” Papa guardiano ” fino al conclave successivo, ma … si sbagliavano. – Il primo atto di Giovanni XXIII come “papa” fu quello di nominare l’arcivescovo Giovanni Battista Montini, il suo compagno “progressista” che era stato “esiliato” al Nord Italia, “cardinale”. Nominò ventitré altri cardinali aggiuntivi per scongiurare qualsiasi tentativo da parte degli “ultras” (come il nuovo “papa” chiamava la vecchia guardia) per riprendere il controllo del Vaticano. Molti dei nuovi cardinali erano ben noti per i loro sentimenti di sinistra; altri venivano dai paesi del Terzo Mondo. (6) Tornando negli Stati Uniti dal conclave, il cardinale Spellman lo annunciava con disprezzo dicendo del nuovo “papa”: “… egli non è un Papa … ma dovrebbe andare a vendere le banane.” (7)

(1) Cooney: American Pope. New York Times books, 1988

(2) Department of State secret dispatch, “John XXIII”. News of this bizarre event was leakid to forein journalists, including Louis Remy, who later wrote an article intled “The Pope: Could He Be Cardinal Siri?” the article appeared in Sous la banniere 6 (July/August 1986).

(3) The annoncer’s words appeared in the London Tablet, November I, 1958, p. 387.

(4) Houston Post, October 27, 1958, pp. 1 and 7.

(5) Department of State secret file, “Cardinal Siri”, issue date: April 10, 1961, declassified: February 28, 1994.

(6) Manhattan, Murder in the Vatican, p. 37, Richard P. Mc Brien, Lives of the Popes –San Francisco: Harper, 1997, pp. 371-72.

(7) Cardinal Spellman, quoted in Cooney, American Pope, p. 261, New York Times books, 1988

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Dal “papa” che doveva andare a vendere le banane, siamo così passati alla “repubblica vaticana delle banane”! Se non ci fossero risvolti e conseguenze tragiche in tutto ciò per le anime perse per sempre, ci sarebbe dallo sbellicarsi dal ridere! Che Dio ci liberi quanto prima! [-ndr.-]

26 sistine-chapel-white-smoke[Il Papa è stato eletto! … 26-X-1958]

 

Un’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA-APOSTATA DI TORNO: “INEFFABILIS DEUS”

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Ancora una volta la Santa Madre Chiesa Cattolica, Maestra dei cuori e dei popoli, ci offre la gioia di inebriarci della parola di Dio espressa dalla voce del Vicario di Cristo, Sapienza, Via di salvezza, e Verità incarnata. In questo giorno meraviglioso, nel quale commossi ed esultanti festeggiamo la nostra Mamma celeste, vogliamo solo gustare e meditare le parole di S. S. Pio IX, che tutto esprimono circa l’immensa portata salvifica della Concezione Immacolata della Vergine Maria, Madre di Dio.

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ENCICLICA

“INEFFABILIS DEUS”

DEL SOMMO PONTEFICE PIO IX

“SULL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA SANTISSIMA”

AI VENERABILI FRATELLI, PATRIARCHI,PRIMATI, ARCIVESCOVI, VESCOVI E AGLI ALTRI ORDINARI AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE, PACE E COMUNIONE

PIO PP. IX, SERVO DEI SERVI DI DIO

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VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

Dio ineffabile, le vie del quale sono la misericordia e la verità; Dio, la cui volontà è onnipotente e la cui sapienza abbraccia con forza il primo e l’ultimo confine dell’universo e regge ogni cosa con dolcezza, previde fin da tutta l’eternità la tristissima rovina dell’intero genere umano, che sarebbe derivata dal peccato di Adamo. Avendo quindi deciso, in un disegno misterioso nascosto dai secoli, di portare a compimento l’opera primitiva della sua bontà, con un mistero ancora più profondo – l’incarnazione del Verbo – affinché l’uomo (indotto al peccato dalla perfida malizia del diavolo) non andasse perduto, in contrasto con il suo proposito d’amore, e affinché venisse recuperato felicemente ciò che sarebbe caduto con il primo Adamo, fin dall’inizio e prima dei secoli scelse e dispose che al Figlio suo Unigenito fosse assicurata una Madre dalla quale Egli, fatto carne, sarebbe nato nella felice pienezza dei tempi. E tale Madre circondò di tanto amore, preferendoLa a tutte le creature, da compiacersi in Lei sola con un atto di esclusiva benevolenza. Per questo, attingendo dal tesoro della divinità, La ricolmò – assai più di tutti gli spiriti angelici e di tutti i santi – dell’abbondanza di tutti i doni celesti in modo tanto straordinario, perché Ella, sempre libera da ogni macchia di peccato, tutta bella e perfetta, mostrasse quella perfezione di innocenza e di santità da non poterne concepire una maggiore dopo Dio, e che nessuno, all’infuori di Dio, può abbracciare con la propria mente. Era certo sommamente opportuno che una Madre degna di tanto onore rilucesse perennemente adorna degli splendori della più perfetta santità e, completamente immune anche dalla stessa macchia del peccato originale, riportasse il pieno trionfo sull’antico serpente. Dio Padre dispose di dare a Lei il suo unico Figlio, generato dal suo seno uguale a Sé, e che ama come Se stesso, in modo tale che fosse, per natura, Figlio unico e comune di Dio Padre e della Vergine; lo stesso Figlio scelse di farne la sua vera Madre, e lo Spirito Santo volle e operò perché da Lei fosse concepito e generato Colui dal quale Egli stesso procede. – La Chiesa Cattolica che – da sempre ammaestrata dallo Spirito Santo – è il basilare fondamento della verità, considerando come dottrina rivelata da Dio, compresa nel deposito della celeste rivelazione, questa innocenza originale dell’augusta Vergine unitamente alla sua mirabile santità, in perfetta armonia con l’eccelsa dignità di Madre di Dio, non ha mai cessato di presentarLa, proporLa e sostenerLa con molteplici argomentazioni e con atti solenni sempre più frequenti. Proprio la Chiesa, non avendo esitato a proporre la Concezione della stessa Vergine al pubblico culto e alla venerazione dei fedeli, ha offerto un’inequivocabile conferma che questa dottrina, presente fin dai tempi più antichi, era intimamente radicata nel cuore dei fedeli e veniva mirabilmente diffusa dall’impegno e dallo zelo dei Vescovi nel mondo cattolico. Con questo atto significativo mise in evidenza che la Concezione della Vergine doveva essere venerata in modo singolare, straordinario e di gran lunga superiore a quello degli altri uomini: pienamente santo, dal momento che la Chiesa celebra solamente le feste dei Santi. Per questo essa era solita inserire negli uffici ecclesiastici e nella sacra Liturgia, riferendole anche alle origini della Vergine, le stesse identiche parole impiegate dalla Sacra Scrittura per parlare della Sapienza increata e per descriverne le origini eterne, perché entrambe erano state preordinate nell’unico e identico decreto dell’Incarnazione della Divina Sapienza. Sebbene tutte queste cose, condivise quasi ovunque dai fedeli, dimostrino con quanta cura la stessa Chiesa Romana, madre e maestra di tutte le Chiese, abbia seguito la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine, tuttavia meritano di essere elencati, uno per uno, gli atti più importanti della Chiesa in questa materia, perché assai grandi sono la sua dignità e la sua autorità, quali si addicono ad una simile Chiesa: è lei il centro della verità cattolica e dell’unità; in lei sola fu custodita fedelmente la religione; da lei tutte le altre Chiese devono attingere la tradizione della fede. Dunque, questa stessa Chiesa Romana ritenne che non potesse esserci niente di più meritevole che affermare, tutelare, propagandare e difendere, con ogni più eloquente mezzo, l’Immacolata Concezione della Vergine, il suo culto e la sua dottrina. Tutto questo è testimoniato e messo in evidenza, in modo assolutamente inequivocabile, da innumerevoli e straordinari, atti dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, ai quali, nella persona del Principe degli Apostoli, fu affidato, per volere divino, dallo stesso Cristo Signore il supremo compito e il potere di pascere gli agnelli e le pecore, di confermare nella fede i fratelli, di reggere e governare tutta la Chiesa. – I Nostri Predecessori infatti si vantarono grandemente, avvalendosi della loro autorità Apostolica, di avere istituito nella Chiesa Romana la festa della Concezione con Ufficio e Messa proprii, per mezzo dei quali veniva affermato, con la massima chiarezza, il privilegio dell’immunità dalla macchia originale; di aver rafforzato, circondato di ogni onore, promosso e accresciuto con ogni mezzo il culto già stabilito, sia con la concessione di Indulgenze, sia accordando alle città, alle province e ai regni la facoltà di scegliere come Patrona la Madre di Dio sotto il titolo dell’Immacolata Concezione, sia con l’approvazione di Confraternite, di Congregazioni e di Famiglie religiose, costituite per onorare l’Immacolata Concezione, sia con il tributare lodi alla pietà di coloro che avevano eretto monasteri, ospizi, altari e templi dedicati all’Immacolata Concezione, oppure si erano impegnati, con un solenne giuramento, a difendere strenuamente l’Immacolata Concezione della Madre di Dio. Provarono anche l’immensa gioia di decretare che la festa della Concezione dovesse essere considerata da tutta la Chiesa, con la stessa dignità e importanza della Natività; inoltre, che fosse celebrata ovunque come solennità insignita di ottava e da tutti santificata come festa di precetto, e che ogni anno si tenesse nella Nostra Patriarcale Basilica Liberiana una Cappella Papale nel giorno santo dell’Immacolata Concezione. – Spinti dal desiderio di rafforzare, ogni giorno di più, nell’animo dei fedeli questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio e di stimolare la loro pietà al culto e alla venerazione della Vergine concepita senza peccato originale, furono lietissimi di concedere la facoltà che venisse pronunciata ad alta voce la Concezione Immacolata della Vergine nelle Litanie Lauretane e nello stesso Prefazio della Messa, affinché i dettami della fede trovassero conferma nelle norme della preghiera. Noi quindi, seguendo le orme di Predecessori così illustri, non solo abbiamo approvato e accolto tutto ciò che è stato da loro deciso con tanta devozione e con tanta saggezza, ma, memori di ciò che aveva disposto Sisto IV, abbiamo confermato, con la Nostra autorità, l’Ufficio proprio dell’Immacolata Concezione e, con sensi di profonda gioia, ne abbiamo concesso l’uso a tutta la Chiesa. – Ma poiché tutto ciò che si riferisce al culto è strettamente connesso con il suo oggetto e non può rimanere stabile e duraturo se questo oggetto è incerto e non ben definito, i Romani Pontefici Nostri Predecessori, mentre impiegavano tutta la loro sollecitudine per accrescere il culto della Concezione, si preoccuparono anche di chiarirne e di inculcarne con ogni mezzo l’oggetto e la dottrina. Insegnarono infatti, in modo chiaro ed inequivocabile, che si celebrasse la festa della Concezione della Vergine e respinsero quindi, come falsa e assolutamente contraria al pensiero della Chiesa, l’opinione di coloro che ritenevano ed affermavano che da parte della Chiesa non si onorava la Concezione ma la santificazione di Maria. – Né ritennero che si potesse procedere con minore decisione contro coloro che, al fine di sminuire la dottrina sull’Immacolata Concezione della Vergine, avendo escogitato una distinzione fra il primo istante e il secondo momento della Concezione, affermavano che si celebrava sì la Concezione, ma non quella del primo iniziale momento. – Gli stessi Nostri Predecessori stimarono loro preciso dovere difendere e sostenere, con tutto l’impegno, sia la festa della Concezione della Beatissima Vergine, sia la Concezione dal suo primo istante come vero oggetto del culto. Di qui le parole assolutamente decisive, con le quali Alessandro VII, Nostro Predecessore, mise in evidenza il vero pensiero della Chiesa. Egli si espresse in questi termini: “È sicuramente di antica data la particolare devozione verso la Beatissima Madre, la Vergine Maria, da parte dei fedeli: infatti erano convinti che la sua anima – fin dal primo istante della sua creazione e della sua infusione nel corpo – fosse stata preservata immune dalla macchia del peccato originale per una speciale grazia e per un singolare privilegio di Dio, in previsione dei meriti di Gesù Cristo, Figlio suo e Redentore del genere umano. Animati da tale persuasione, circondavano di onore e celebravano la festa della Concezione con un rito solenne” [ALEXANDER VII, Const. Sollicitudo omnium Ecclesiarum, 8 decembris 1661] . – E fu proprio impegno primario dei Nostri Predecessori custodire con ogni cura, zelo e sforzo, perfettamente integra la dottrina dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio. Infatti non solo non tollerarono mai che la stessa dottrina venisse in qualche modo biasimata e travisata da chicchessia, ma, spingendosi ben oltre, asserirono, con chiare e reiterate dichiarazioni, che la dottrina, con la quale professiamo l’Immacolata Concezione della Vergine, era e doveva essere considerata a pieno titolo assolutamente conforme al culto della Chiesa; era antica e quasi universalmente riconosciuta, tale da essere fatta propria dalla Chiesa Romana, con l’intento di assecondarla e custodirla, e del tutto degna di aver parte nella stessa Sacra Liturgia e nelle preghiere più solenni. – Non contenti di ciò, affinché la dottrina dell’Immacolato Concepimento della Vergine si mantenesse integra, vietarono, con la più grande severità, che ogni opinione contraria a questa dottrina potesse essere sostenuta sia in pubblico che in privato e la vollero colpita a morte. A queste ripetute e chiarissime dichiarazioni, perché non risultassero vane, aggiunsero delle sanzioni. Tutto questo è stato riassunto dal Nostro venerato Predecessore Alessandro VII con le seguenti parole: “Considerando che la Santa Chiesa Romana celebra solennemente la festa della Concezione dell’Intemerata e sempre Vergine Maria, e che, al riguardo, ha un tempo composto un Ufficio proprio e specifico in ossequio alla pia, devota e lodevole disposizione emanata dal Nostro Predecessore Sisto IV; volendo Noi pure favorire, sull’esempio dei Romani Pontefici Nostri Predecessori, questa lodevole e pia devozione, questa festa e questo culto, prestato conformemente a quella direttiva e che dalla sua istituzione non ha subito, nella Chiesa Romana, alcun mutamento; volendo anche salvaguardare questa particolare forma di pietà e di devozione nel rendere onore e nel celebrare la Beatissima Vergine preservata dal peccato originale con un atto preventivo della grazia dello Spirito Santo; desiderando inoltre conservare nel gregge di Cristo l’unità dello spirito nel vincolo della pace, dopo aver placato i motivi di scontro e le dispute e aver rimosso gli scandali; accogliendo le istanze e le suppliche a Noi rivolte dai Vescovi sopra ricordati, unitamente ai Capitoli delle loro Chiese, dal Re Filippo e dai suoi Regni; rinnoviamo le Costituzioni e i Decreti emanati dai Romani Pontefici Nostri Predecessori, soprattutto da Sisto IV, da Paolo V e da Gregorio XV, per avvalorare l’affermazione intesa a sostenere che l’anima della Beata Vergine Maria, nella sua creazione e nell’infusione nel corpo, ebbe il dono della grazia dello Spirito Santo e fu preservata dal peccato originale; per favorire la festa e il culto della stessa Concezione della Vergine Madre di Dio, in linea con la pia proposizione suesposta, decretiamo che tali Costituzioni e Decreti siano osservati, sotto pena d’incorrere nelle censure e nelle altre sanzioni previste nelle Costituzioni stesse. “Decretiamo che quanti ardiranno interpretare le Costituzioni e i Decreti citati in modo da vanificare il favore reso, per mezzo loro, alla sunnominata affermazione, alla festa e al culto prestato nel rispetto della stessa; avranno osato mettere in discussione questa affermazione, questa festa e questo culto, o prendere posizione contro di essa in qualunque modo, direttamente o indirettamente, ricorrendo a qualsivoglia pretesto, sia pure con l’intento di esaminarne la sua definibilità e di spiegare e di interpretare, al riguardo, la Sacra Scrittura, i Santi Padri, e i Dottori; o ancora farsi forti di ogni altro possibile pretesto od occasione e poter quindi esprimere, dichiarare, trattare, disputare a voce e per iscritto, precisando, affermando e adducendo qualche argomentazione contro di essa, senza portarla a compimento; dissertare infine contro di essa in qualsiasi altro modo, addirittura fuori dell’immaginabile; [decretiamo] che siano privati anche della facoltà di predicare, di leggere, di insegnare e di dissertare in pubblico; di aver voce attiva e passiva in ogni tipo di elezioni, senza bisogno di alcuna dichiarazione. Incorreranno dunque, ipso facto, nella pena della perpetua interdizione di predicare, di leggere, di insegnare e di dissertare in pubblico.“Da queste pene essi potranno essere assolti o dispensati solamente da Noi o dai Romani Pontefici Nostri Successori. Intendiamo anche sottoporli, ed effettivamente con la presente li sottoponiamo, ad altre pene da infliggere a Nostro insindacabile giudizio e dei Romani Pontefici Nostri Successori, mentre rinnoviamo le Costituzioni e i Decreti di Paolo V e di Gregorio XV sopra ricordati. “Dichiariamo inaccettabili, e le sottoponiamo alle pene e alle censure contenute nell’Indice dei libri proibiti, le pubblicazioni nelle quali vengono messi in dubbio quella affermazione, la festa e il culto approvato; viene scritto, o vi si possa leggere, alcunché di contrario a ciò che è stato sopra riportato; trovino spazio discorsi, prediche, trattati, dissertazioni che ne avversano il contenuto. Ordiniamo e decretiamo che siffatti libri siano, ipso facto, da considerare espressamente proibiti, senza attendere una specifica dichiarazione”. D’altra parte tutti sanno con quanto zelo questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio sia stata tramandata, sostenuta e difesa dalle più illustri Famiglie religiose, dalle più celebri Accademie teologiche e dai Dottori più versati nella scienza delle cose divine. Tutti parimenti conoscono quanto siano stati solleciti i Vescovi nel sostenere in pubblico, anche nelle assemblee ecclesiastiche, che la santissima Vergine Maria, Madre di Dio, in previsione dei meriti del Redentore Gesù Cristo, non fu mai soggetta al peccato ma, del tutto preservata dalla colpa originale, fu redenta in una maniera più sublime.A tutto ciò si aggiunge il fatto, decisamente assai rilevante e del massimo peso, che lo stesso concilio di Trento, quando promulgò il decreto dogmatico sul peccato originale, nel quale, sulla scorta delle testimonianze della Sacra Scrittura, dei Santi Padri e dei più autorevoli Concili, stabilì e definì che tutti gli uomini nascono affetti dal peccato originale, dichiarò tuttavia solennemente che non era sua intenzione comprendere in quel decreto, e nell’ambito di una definizione così generale, la Beata ed Immacolata Vergine Maria Madre di Dio. Con tale dichiarazione infatti i Padri Tridentini indicarono con sufficiente chiarezza, tenendo conto della situazione del tempo, che la Beatissima Vergine fu esente dalla colpa originale. Indicarono perciò apertamente che dalle divine Scritture, dalla tradizione, dall’autorità dei Padri, niente poteva essere desunto che fosse in contrasto con questa prerogativa della Vergine.Per la verità, illustri monumenti di veneranda antichità della Chiesa orientale ed occidentale testimoniano con assoluta certezza che questa dottrina dell’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, che, giorno dopo giorno, è stata magnificamente illustrata, proclamata e confermata dall’autorevolissimo sentimento, dal magistero, dallo zelo, dalla scienza e dalla saggezza della Chiesa e si è diffusa in modo tanto prodigioso presso tutti i popoli e le nazioni del mondo cattolico, è da sempre esistita nella Chiesa stessa come ricevuta dagli antenati e contraddistinta dalle caratteristiche della dottrina rivelata. Infatti la Chiesa di Cristo, fedele custode e garante dei dogmi a lei affidati, non ha mai apportato modifiche ad essi, non vi ha tolto o aggiunto alcunché, ma trattando con ogni cura, in modo accorto e sapiente, le dottrine del passato per scoprire quelle che si sono formate nei primi tempi e che la fede dei Padri ha seminato, si preoccupa di limare e di affinare quegli antichi dogmi della Divina Rivelazione, perché ne ricevano chiarezza, evidenza e precisione, ma conservino la loro pienezza, la loro integrità e la loro specificità e si sviluppino soltanto nella loro propria natura, cioè nell’ambito del dogma, mantenendo inalterati il concetto e il significato. In verità, i Padri e gli scrittori ecclesiastici, ammaestrati dalle parole divine – nei libri elaborati con cura per spiegare la Scrittura, per difendere i dogmi e per istruire i fedeli – non trovarono niente di più meritevole di attenzione del celebrare ed esaltare, nei modi più diversi ed ammirevoli, l’eccelsa santità, la dignità e l’immunità della Vergine da ogni macchia di peccato e la sua vittoria sul terribile nemico del genere umano. Per tale motivo, mentre commentavano le parole con le quali Dio, fin dalle origini del mondo, annunciando i rimedi della sua misericordia approntati per la rigenerazione degli uomini, rintuzzò l’audacia del serpente ingannatore e rialzò mirabilmente le speranze del genere umano: “Porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua e la sua stirpe“, essi insegnarono che con questa divina profezia fu chiaramente e apertamente indicato il misericordioso Redentore del genere umano, cioè il Figliuolo Unigenito di Dio, Gesù Cristo; fu anche designata la sua beatissima Madre, la Vergine Maria, e, nello stesso tempo, fu nettamente espressa l’inimicizia dell’uno e dell’altra contro il demonio. Ne conseguì che, come Cristo, mediatore fra Dio e gli uomini, assunta la natura umana, annientò il decreto di condanna esistente contro di noi, inchiodandolo da trionfatore sulla Croce, così la santissima Vergine, unita con Lui da un legame strettissimo ed indissolubile, poté esprimere, con Lui e per mezzo di Lui, un’eterna inimicizia contro il velenoso serpente e, riportando nei suoi confronti una nettissima vittoria, gli schiacciò la testa con il suo piede immacolato. Di questo nobile e singolare trionfo della Vergine, della sua straordinaria innocenza, purezza e santità, della sua immunità da ogni macchia di peccato, della sua ineffabile abbondanza di tutte le grazie divine, di tutte le virtù e di tutti i privilegi a Lei donati, gli stessi Padri videro una figura sia nell’Arca di Noè che, voluta per ordine di Dio, scampò del tutto indenne al diluvio universale; sia in quella scala che Giacobbe vide ergersi da terra fino al cielo, e lungo la quale salivano e scendevano gli angeli di Dio e alla cui sommità stava il Signore stesso; sia in quel roveto che Mosè vide nel luogo santo avvolto completamente dalle fiamme e, pur immerso in un fuoco crepitante, non si consumava né pativa alcun danno ma continuava ad essere verde e fiorito; sia in quella torre inespugnabile, eretta di fronte al nemico, dalla quale pendono mille scudi e tutte le armature dei forti; sia in quell’orto chiuso che non può essere violato né devastato da alcun assalto insidioso; sia in quella splendente città di Dio che ha le sue fondamenta sui monti santi; sia in quell’eccelso tempio di Dio che, rifulgendo degli splendori divini, è ricolmo della gloria del Signore; sia in tutti gli altri innumerevoli segni dello stesso genere che, secondo il pensiero dei Padri, preannunciavano cose straordinarie sulla dignità della Madre di Dio, sulla sua illibata innocenza e sulla sua santità, mai soggetta ad alcuna macchia. Per descrivere debitamente quest’insieme di doni celesti e l’innocenza originale della Vergine dalla quale è nato Gesù, i Padri ricorsero alle parole dei Profeti ed esaltarono questa divina, santa Vergine, come una pura colomba, come una Santa Gerusalemme, come un eccelso trono di Dio, come un’arca della santificazione, come la casa che l’eterna Sapienza si è edificata, come quella Regina straordinaria che, ricolma di delizie e appoggiata al suo Diletto, uscì dalla bocca dell’Altissimo assolutamente perfetta e bella, carissima a Dio e mai contaminata da alcuna macchia di peccato. – Siccome poi gli stessi Padri e gli scrittori ecclesiastici erano pienamente convinti che l’Angelo Gabriele, nel dare alla beatissima Vergine l’annuncio dell’altissima dignità di Madre di Dio, l’aveva chiamata, in nome e per comando di Dio stesso, piena di grazia, insegnarono che con questo singolare e solenne saluto, mai udito prima di allora, si proclamava che la Madre di Dio era la sede di tutte le grazie divine, era ornata di tutti i carismi dello Spirito Santo, anzi era un tesoro quasi infinito e un abisso inesauribile di quegli stessi doni divini, a tal punto che, non essendo mai stata soggetta a maledizione ma partecipe, insieme con il suo Figlio, di eterna benedizione, meritò di essere chiamata da Elisabetta, mossa dallo Spirito di Dio: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno“. Da tutto ciò derivò il loro concorde e ben documentato pensiero che, in forza di tutti questi doni divini, la gloriosissima Vergine, per la quale “grandi cose ha fatto colui che è potente“, rifulse di tale pienezza di grazia e di tale innocenza da diventare l’ineffabile miracolo di Dio, anzi il culmine di tutti i miracoli e quindi degna Madre di Dio, la più vicina a Dio, nella misura in cui ciò è possibile ad una creatura, superiore a tutte le lodi angeliche ed umane. Per questo motivo, con l’intento di dimostrare l’innocenza e la giustizia originale della Madre di Dio, i Padri non solo la paragonarono spessissimo ad Eva ancora vergine, innocente, non corrotta e non ancora caduta nei lacci delle mortali insidie del serpente ingannatore, ma La anteposero a lei con una meravigliosa varietà di parole e di espressioni. Eva infatti, avendo dato ascolto disgraziatamente al serpente, decadde dall’innocenza originale e divenne sua schiava, mentre la beatissima Vergine accrebbe continuamente il primitivo dono e, senza mai ascoltare il serpente, con la forza ricevuta da Dio ne annientò la violenza e il potere. Perciò non si stancarono mai di proclamarLa giglio tra le spine; terra assolutamente inviolata, verginale, illibata, immacolata, sempre benedetta e libera da ogni contagio di peccato, dalla quale è stato formato il nuovo Adamo; giardino delle delizie piantato da Dio stesso, senza difetti, splendido, abbondantemente ornato di innocenza e di immortalità e protetto da tutte le insidie del velenoso serpente; legno immarcescibile che il tarlo del peccato mai poté intaccare; fonte sempre limpida e segnata dalla potenza dello Spirito Santo; tempio esclusivo di Dio; tesoro di immortalità; unica e sola figlia, non della morte, ma della vita; germoglio di grazia e non d’ira che, per uno speciale intervento della provvidenza divina, è spuntato, sempre verde e ammantato di fiori, da una radice corrotta e contaminata. Ma come se tutte queste espressioni non bastassero, pur essendo straordinarie, i Padri formularono specifiche e stringenti argomentazioni per affermare che, parlando del peccato, non poteva in alcun modo essere chiamata in causa la santa Vergine Maria, perché a Lei era stata elargita la grazia in misura superiore per vincere ogni specie di peccato. Asserirono quindi che la gloriosissima Vergine fu la riparatrice dei progenitori, la fonte della vita per i posteri. Scelta e preparata dall’Altissimo da tutta l’eternità e da Lui preannunciata quando disse al serpente: “Porrò inimicizia fra te e la donna“, schiacciò veramente la testa di quel velenoso serpente. Sostennero dunque che la beatissima Vergine fu, per grazia, immune da ogni macchia di peccato ed esente da qualsivoglia contaminazione del corpo, dell’anima e della mente. Unita in un intimo rapporto e congiunta da un eterno patto di alleanza con Dio, non fu mai preda delle tenebre, ma fruì di una luce perenne e risultò degnissima dimora di Cristo, non per le qualità del corpo, ma per lo stato originale di grazia. – Parlando della Concezione della Vergine, i Padri aggiunsero espressioni assai significative, con le quali attestarono che la natura cedette il passo alla grazia e si trovò incapace a svolgere il suo compito. Non poteva infatti accadere che la Vergine Madre di Dio potesse essere concepita da Anna, prima che la grazia sortisse il suo effetto. Così doveva essere concepita la primogenita, dalla quale doveva poi essere concepito il Primogenito di ogni creatura. Proclamarono che la carne della Vergine, derivata da Adamo, non ne contrasse le macchie, e che la beatissima Vergine fu quindi il tabernacolo creato da Dio stesso, formato dallo Spirito Santo, capolavoro di autentica porpora, al quale diede ornamento quel nuovo Beseleel ricamandolo variamente in oro. Fu a buon diritto esaltata come il primo vero capolavoro di Dio: sfuggita ai dardi infuocati del maligno, entrò nel mondo, bella per natura e assolutamente estranea al peccato nella sua Concezione Immacolata, come l’aurora che spande tutt’intorno la sua luce. Non era infatti conveniente che quel vaso di elezione fosse colpito dal comune disonore, perché assai diverso da tutti gli altri, di cui condivide la natura ma non la colpa. Al contrario era assolutamente conveniente che come l’Unigenito aveva in cielo un Padre, che i Cherubini esaltano tre volte santo, avesse sulla terra una Madre mai priva dello splendore della santità. Proprio questa dottrina era a tal punto radicata nella mente e nell’animo degli antenati, che divenne abituale l’uso di uno speciale e straordinario linguaggio. Lo impiegarono spessissimo per chiamare la Madre di Dio Immacolata, del tutto Immacolata; innocente, anzi innocentissima; illibata nel modo più eccelso; santa e assolutamente estranea al peccato; tutta pura, tutta intemerata, anzi l’esemplare della purezza e dell’innocenza; più bella della bellezza; più leggiadra della grazia; più santa della santità; la sola santa, purissima nell’anima e nel corpo, che si spinse oltre la purezza e la verginità; la sola che diventò, senza riserve, la dimora di tutte le grazie dello Spirito Santo, e che si innalzò al di sopra di tutti, con l’eccezione di Dio: per natura, più bella, più graziosa e più santa degli stessi Cherubini e Serafini e di tutte le schiere degli Angeli. Nessun linguaggio, né del cielo né della terra, può bastare per tesserne le lodi. Nessuno ignora che la celebrazione di Lei fu, con tutta naturalezza, introdotta nelle memorie della santa Liturgia e negli Uffici ecclesiastici. Tutti li pervade e li domina per larghi tratti. La Madre di Dio vi è invocata ed esaltata come incorrotta colomba di bellezza, rosa sempre fresca. Essendo purissima sotto ogni aspetto, eternamente immacolata e beata, viene celebrata come l’innocenza stessa, che non fu mai violata, e come la nuova Eva che ha generato l’Emmanuele. – Non vi è dunque niente di straordinario se i Pastori della Chiesa e i popoli fedeli si sono compiaciuti, ogni giorno di più, di professare con tanta pietà, con tanta devozione e con tanto amore la dottrina dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio, che, a giudizio dei Padri, è stata inserita nella Sacra Scrittura, è stata trasmessa dalle loro numerose e importantissime testimonianze, è stata manifestata e celebrata con tanti insigni monumenti del venerando tempo antico, è stata proposta e confermata dal più alto e autorevole magistero della Chiesa. Pastori e popolo niente ebbero di più dolce e di più caro che onorare, venerare, invocare ed esaltare ovunque, con tutto l’ardore del cuore, la Vergine Madre di Dio concepita senza peccato originale. Per questo già dai tempi antichi i Vescovi, gli uomini di Chiesa, gli Ordini regolari, gli stessi Imperatori e Re chiesero, con insistenza, che questa Sede Apostolica definisse l’Immacolata Concezione della Madre di Dio come dogma della fede cattolica. Queste richieste sono state nuovamente ripetute nei tempi più recenti, specialmente al Nostro Predecessore Gregorio XVI di felice memoria, e sono state rivolte anche a Noi dai Vescovi, dal Clero secolare, da Famiglie religiose, da Sovrani e da popoli fedeli. Poiché dunque, con straordinaria gioia del Nostro cuore, avevamo piena conoscenza di tutto ciò e ne comprendevamo l’importanza, non appena siamo stati innalzati, sebbene immeritevoli, per un misterioso disegno della divina Provvidenza, a questa sublime Cattedra di Pietro, ed assumemmo il governo di tutta la Chiesa, abbiamo ritenuto che non ci fosse niente di più importante, sorretti anche dalla profonda devozione, pietà e amore nutriti fin dalla fanciullezza per la santissima Vergine Maria Madre di Dio, del portare a compimento tutto ciò che poteva ancora essere nelle aspettative della Chiesa, per accrescere il tributo di onore alla beatissima Vergine e per metterne ancora più in luce le prerogative. Volendo tuttavia procedere con grande prudenza, abbiamo costituito una speciale Congregazione di Nostri Venerabili Fratelli, Cardinali di Santa Romana Chiesa, illustri per la pietà, per la competenza e per la conoscenza delle cose divine; abbiamo pure scelto uomini del Clero secolare e regolare, particolarmente versati nelle discipline teologiche, perché esaminassero con ogni cura tutto ciò che riguarda l’Immacolata Concezione della Vergine e presentassero a Noi le loro conclusioni. Quantunque già dalle istanze, da Noi ricevute per patrocinare l’eventuale definizione dell’Immacolata Concezione della Vergine, risultasse chiaro il pensiero di molti Vescovi, tuttavia abbiamo inviato ai Venerabili Fratelli Vescovi di tutto il mondo cattolico una Lettera Enciclica, scritta a Gaeta il 2 febbraio 1849, perché, dopo aver rivolto preghiere a Dio, Ci comunicassero per iscritto quali fossero la pietà e la devozione dei loro fedeli nei confronti dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio e, soprattutto, quale fosse il loro personale pensiero sulla proposta di questa definizione e quali fossero i loro auspici, al fine di poter esprimere il Nostro decisivo giudizio nel modo più autorevole possibile. Non è certo stata di poco peso la consolazione che abbiamo provato, quando Ci pervennero le risposte di quei Venerabili Fratelli. Infatti nelle loro lettere, pervase da incredibile compiacimento, gioia ed entusiasmo, Ci confermarono nuovamente, non solo la straordinaria pietà e i sentimenti che essi stessi, il loro Clero e il popolo fedele nutrivano verso l’Immacolata Concezione della Beatissima Vergine, ma Ci supplicarono anche, con voto pressoché unanime, che l’Immacolata Concezione della Vergine venisse definita con un atto decisivo del Nostro ufficio e della Nostra autorità. Nel frattempo abbiamo gustato una gioia non certo minore, quando i Nostri Venerabili Fratelli Cardinali di Santa Romana Chiesa, della speciale Congregazione sopra ricordata, e i citati teologi da Noi scelti come esperti, dopo aver proceduto con tutta l’attenzione ad un impegnativo e meticoloso esame della questione, Ci chiesero con insistenza la definizione dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio. – Dopo queste premesse, seguendo le prestigiose orme dei Nostri Predecessori, desiderando procedere nel rispetto delle norme canoniche, abbiamo tenuto un Concistoro, nel quale abbiamo parlato ai Nostri Venerabili Fratelli, Cardinali di Santa Romana Chiesa, e, con la più grande consolazione del Nostro animo, li abbiamo uditi rivolgerci l’insistente richiesta perché decidessimo di emanare la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione della Vergine Madre di Dio. Essendo quindi fermamente convinti nel Signore che fossero maturati i tempi per definire l’Immacolata Concezione della santissima Vergine Maria Madre di Dio, che la Sacra Scrittura, la veneranda Tradizione, il costante sentimento della Chiesa, il singolare consenso dei Vescovi e dei fedeli, gli atti memorabili e le Costituzioni dei Nostri Predecessori mirabilmente illustrano e spiegano; dopo aver soppesato con cura ogni cosa e aver innalzato a Dio incessanti e fervide preghiere; ritenemmo che non si potesse più in alcun modo indugiare a ratificare e a definire, con il Nostro supremo giudizio, l’Immacolata Concezione della Vergine, e così soddisfare le sacrosante richieste del mondo cattolico, appagare la Nostra devozione verso la santissima Vergine e, nello stesso tempo, glorificare sempre più in Lei il suo Figlio Unigenito, il Signore Nostro Gesù Cristo, perché ogni tributo di onore reso alla Madre ridonda sul Figlio. – Perciò, dopo aver presentato senza interruzione, nell’umiltà e nel digiuno, le Nostre personali preghiere e quelle pubbliche della Chiesa, a Dio Padre per mezzo del suo Figlio, perché si degnasse di dirigere e di confermare la Nostra mente con la virtù dello Spirito Santo; dopo aver implorato l’assistenza dell’intera Corte celeste e dopo aver invocato con gemiti lo Spirito Paraclito; per sua divina ispirazione, ad onore della santa, ed indivisibile Trinità, a decoro e ornamento della Vergine Madre di Dio, ad esaltazione della Fede cattolica e ad incremento della Religione cristiana, con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, affermiamo e definiamo rivelata da Dio la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria fu preservata, per particolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, immune da ogni macchia di peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli. Se qualcuno dunque avrà la presunzione di pensare diversamente da quanto è stato da Noi definito (Dio non voglia!), sappia con certezza di aver pronunciato la propria condanna, di aver subito il naufragio nella fede, di essersi separato dall’unità della Chiesa, e, se avrà osato rendere pubblico, a parole o per iscritto o in qualunque altro modo, ciò che pensa, sappia di essere incorso, ipso facto, nelle pene comminate dal Diritto. – La Nostra bocca è veramente piena di gioia e la Nostra lingua di esultanza. Innalziamo dunque a Gesù Cristo Signore Nostro i più umili e sentiti ringraziamenti perché, pur non avendone i meriti, Ci ha concesso, per una grazia particolare, di offrire e di decretare questo onore e questo tributo di gloria alla sua santissima Madre. Fondiamo senz’altro le nostre attese su un fatto di sicura speranza e di pieno convincimento. La stessa beatissima Vergine che, tutta bella e immacolata, schiacciò la testa velenosa del crudelissimo serpente e recò al mondo la salvezza; la Vergine, che è gloria dei Profeti e degli Apostoli, onore dei Martiri, gioia e corona di tutti i Santi, sicurissimo rifugio e fedelissimo aiuto di chiunque è in pericolo, potentissima mediatrice e avvocata di tutto il mondo presso il suo Unigenito Figlio, fulgido e straordinario ornamento della santa Chiesa, incrollabile presidio che ha sempre schiacciato le eresie, ha liberato le genti e i popoli fedeli da ogni sorta di disgrazie e ha sottratto Noi stessi ai numerosi pericoli che Ci sovrastavano, voglia, con il suo efficacissimo patrocinio, portare aiuto alla santa Madre, la Chiesa Cattolica, perché, rimosse tutte le difficoltà, sconfitti tutti gli errori, essa possa, ogni giorno di più, prosperare e fiorire presso tutti i popoli e in tutti i luoghi, “dall’uno all’altro mare, e dal fiume fino agli estremi confini della terra“, e possa godere pienamente della pace, della tranquillità e della libertà. Voglia inoltre intercedere perché i colpevoli ottengano il perdono, gli ammalati il rimedio, i pusillanimi la forza, gli afflitti la consolazione, i pericolanti l’aiuto, e tutti gli erranti, rimossa la caligine della mente, possano far ritorno alla via della verità e della giustizia, e si faccia un solo ovile e un solo pastore.Ascoltino queste Nostre parole tutti i carissimi figli della Chiesa Cattolica e, con un ancor più convinto desiderio di pietà, di devozione e di amore, continuino ad onorare, ad invocare e a supplicare la beatissima Vergine Maria, Madre di Dio, concepita senza peccato originale, e si rifugino, con piena fiducia, presso questa dolcissima Madre di misericordia e di grazia in ogni momento di pericolo, di difficoltà, di bisogno e di trepidazione. Sotto la sua guida, la sua protezione, la sua benevolenza, il suo patrocinio, non vi può essere motivo né di paura, né di disperazione, perché, nutrendo per noi un profondo sentimento materno e avendo a cuore la nostra salvezza, abbraccia con il suo amore tutto il genere umano.Essendo stata costituita dal Signore Regina del Cielo e della terra, e innalzata al di sopra di tutti i Cori degli Angeli e delle schiere dei Santi, sta alla destra del suo Figlio Unigenito, Signore Nostro Gesù Cristo e intercede con tutta l’efficacia delle sue materne preghiere: ottiene ciò che chiede e non può restare inascoltata. Da ultimo, perché questa Nostra definizione dell’Immacolata Concezione della beatissima Vergine Maria possa essere portata a conoscenza di tutta la Chiesa, decidiamo che la presente Nostra Lettera Apostolica resti a perenne ricordo, e ordiniamo che a tutte le trascrizioni, o copie, anche stampate, sottoscritte per mano di qualche pubblico notaio e munita del sigillo di persona costituita in dignità ecclesiastica, si presti la stessa fede che si presterebbe alla presente se fosse esibita o mostrata.Nessuno pertanto si permetta di violare il contenuto di questa Nostra dichiarazione, proclamazione e definizione, o abbia l’ardire temerario di avversarlo e di trasgredirlo. Se qualcuno, poi, osasse tentarlo, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo.pio-ix-tiara

Dato a Roma, presso San Pietro, nell’anno dell’Incarnazione del Signore 1854, il giorno 8 dicembre, nell’annonono del Nostro Pontificato.

PIO PP. IX

 

J.-J. GAUME: La profanazione della DOMENICA [lett. III]

J.J. Gaume

LA PROFANAZIONE DELLA DOMENICA,

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LETTERA III.

ROVINA DELLA RELIGIONE (seguito).

9 aprile,

I.

Signore e caro amico,

Voi mi perdonerete, io spero, d’avere nella precedente mia lettera lasciato scorrere un po’troppo la mia penna, del che v’arreco due scuse: d’una parte mi sembrò che le ultime considerazioni che vi sommisi, assai troppo presentemente poste in oblio, erano di natura a penetrare l’anima d’un gran rispetto pel riposo sacro del settimo giorno, d’altra parte la conversazione scritta o parlata gode, a’ miei occhi, dell’avventuroso privilegio d’essere un pochetto vaga, non ho voluto spogliarnela. Se quest’è un fallo, mi terrò in guardia e nulla tramanderò per esser breve. Io continuo:

II.

Nessun precetto più fortemente sanzionato di quello del riposo ebdomadario. L’importanza d’una legge si riconosce dalla severità delle pene e dalla grandezza delle ricompense, per le quali il legislatore ne assicura l’esecuzione. Considerata sotto questo riguardo, è incontrovertibile, che la legge del riposo ebdomadario occupa il primo luogo fra le divine leggi, anzi negli stessi codici delle nazioni cristiane. – Se questo fatto abbisogna di prove, i vostri lumi nella legislazione, signor rappresentante, vi mettono in istato di dedurle voi assai meglio, che non valga io a farlo. Perciò, a lutto altro che a voi spettano le seguenti circostanziate particolari osservazioncelle. – Il riposo sacro del settimo giorno né è un semplice consiglio, libero ad ognuno l’osservare, o no; né un comandamento senz’importanza che sia a piacimento di ciascheduno di violare per minimi pretesti; né che qualunque possa di sua propria privata autorità dispensarsene. Esso è un precetto capitale: pena di morte contra chi oserà a questo contravvenire. Israele stava accampato al mezzo del deserto. Un giorno di sabato s’imbattono certuni ne’ contorni dell’accampamento in un uomo cogliente alcune legnerella: viene costui da Mosè tradotto. Il santo legislatore, denominato dalla Scrittura fra gli uomini mitissimo, non ardisce addossarsi l’esecuzione della legge in tutta la severità d’ essa; si porta a consultare il Signore. Niuna grazia, risponda gli il Dio d’ Israele; che sia egli lapidato: e fu sepolto sotto una violenta pioggia di sassi [Num. XV, 52]. – Ad imitazione di quest’esempio venuto da sì alto, tutti i popoli davvero cristiani ebbero leggi terribili contro a1 profanatori delle domeniche. L’ammenda, la flagellazione, la degradazione, la perpetua servitù, sono le punizioni inflitte tanto dagl’imperatori romani dell’Oriente e dell’Occidente, quanto dai più grandi monarchi d’Europa [Instit. du dimanche, par M. Perennes page 84 e segg.]. Coleste sono particolari osservazioncelle.

III.

Se il crimine diventa nazionale, minacce tremende seguite da spaventose calamità ricorderanno alle società colpevoli la santità di questa legge fondamentale. « Va, o profeta, dice il Signore, a Geremia, fermati in sulla porta della città, per cui passano i figliuoli ed i re d’Israel, e loro annuncia: Eccovi quello che dice il Signore: Volete voi salvare vostri beni e vostra vita? Non portate pesi né trasportatene nel giorno di sabato; non mettete in mostra in giorno di sabato le mercanzie di vostre case, ed astenetevi d’ogni opera servile: Santificate il giorno di sabato secondo quanto prescrissi io ai vostri padri. Se voi non ubbidirete, io darò fuoco alle porte di vostra città; esso divorerà le magioni di Gerosolima, e nonostante i vostri sforzi, voi non perverrete a spegnerlo » [Jer., XVII, 19-27]. – Giuda fu sordo alla voce del profeta. Nabucodonosorre ebbe il mandato d’eseguire le minacce dell’Onnipotente, e di vendicar la legge sacra del riposo ebdomadario: si sa di qual maniera se ne sia disimpegnato. Saccheggiata, rovinata , trascinata in schiavitù, conculcata dagli infedeli per aver violato il sabato del Signore , la nazione giudaica non se ne emenda. Ritornata dalla cattività, ella ricommette la colpa che cagionò tutti i suoi disastri. « E vidi io allora, continua uno de suoi condottieri, Israeliti, che premevano col piedi torcolari in giorno di sabato; altri portavano dei fardelli, altri che trasportavano in sur de’ somari vini ed uve, fichi, e mercanzie d’ogni sorta, ed altri che le introducevano in Gerusalemme. Ed i Tiri parimente vi concorrevano, e vendevano in giorno di sabato a1 figliuoli di Giuda e di Sion oggetti di vari generi. Ne feci io i più severi rimproveri ai capi della città, e loro dissi: qual è adunque il peccato, che voi commettete? Come!, voi profanale il giorno di sabato! È forse che i padri nostri, non si resero colpevoli del medesimo misfatto? ed avete voi dimenticato purtroppo essere per questo appunto, che il nostro Dio versò sopra di noi e della città tutti i mali, i quali abbiamo sofferto? E volete voi riaccendere la collera del Signore violando il giorno sacro del riposo! » [Esdr. XII, 15-20]. – Le minacce e le punizioni non sono sufficienti al sovrano legislatore. L’osservanza del settimo giorno è infra tutti gli atti di sottomissione per parte del mortale, quello di cui egli si mostra il più geloso. Pertanto, onde rassicurare l’adempimento di siffatta legge, presentagli un novello motivo nelle magnifiche ricompense, con le quali coronerà la fedeltà di lui. « Se voi ascoltate la mia voce, replica Egli, e che non profaniate voi il giorno di sabbato né pel negozio, né pel lavoro, i principi ed i re passeranno per le porte di Gerusalemme; trarranno in essa d’ogni contrada colle mani piene di offerte, e questa prosperità sarà eterna » [Jer., XVII, 24-26]. – Alla prosperità materiale aggiunge Egli l’allegrezza, la gloria e la potenza della nazione. « Se voi v’astenete, riconferma esso, di viaggiare nel giorno di sabato, e di fare la vostra volontà nel giorno a me consacrato; se voi lo riguardate come un riposo delizioso, come il giorno santo e glorioso del Signore, nel quale voi Gli renderete l’omaggio a Lui dovuto, allora troverete voi la vostra gioia nel Signore; io vi innalzerò sovra tutto ciò che havvi di più elevato in sulla terra » [Is., LVIII, 13-14]. Nulla è più facile che il moltiplicare le scritturali testimonianze, nelle quali sono contenute sotto differenti forme le medesime promesse e le medesime minacce.

IV.

Iddio si è cangiato Egli? Per essere stato trasferito alla domenica il riposo del settimo giorno è esso meno sacro? Perchè trasricchi Egli i cristiani di benefizj più grandi di quelli dei Giudei? Il Padrone sovrano esige Egli meno di gratitudine, e la decima che si riserbò Egli sui giorni del mortale, deve essa essere a Lui pagata con inferiore fedeltà? – Il figliuolo del Calvario è Egli meno obbligato alla perfezione che lo schiavo del Sinai, e i1 riposo settenario cessò esso d’essere la condizione indispensabile della cultura dell’anima? Se non havvi che una sola maniera da risolvere queste questioni, ne conseguita che l’importanza estrema del sabato sotto la legge di Mosè , la domenica la conserva sotto il Vangelo. Ora, noi l’abbiamo veduto, siffatta importanza è tale, che punto non v’è nel codice divino precetto più antico, più universale, più sovente replicato, più fortemente sanzionato, per conseguenza fondamentale, che il precetto della santificazione del settimo giorno. Se la Religione dunque vuol dire alleanza, o società del mortale con Dio, vincolo il quale unisce l’uomo a Dio, è evidente che la profanazione francese della domenica, cioè la violazione pubblica, generale, permanente della condizione essenziale di questa alleanza, è la rovina stessa del contratto divino. Tra gli uomini, forse che una convenzione non è rotta allorquando una delle parli ne viola, anche una sola volta, le condizioni fondamentali? Che ne succederebbe poi, se, come nel caso presente, la violazione fosse abituale? Per cotesto primo titolo, la profanazione della domenica pertanto è la rovina della Religione.

V .

Questo non basta, quella gode di cotesto miserando privilegio per un secondo titolo assai più marcato. In effetti, signore e caro amico, voi non troverete in tutto il codice divino precetto, la cui violazione trascini altresì cotanto infallibilmente la rovina d’ogni altro. Sapete voi, qual fu presso ciascun popolo, per quanto alto rimontare si possa negli annali del mondo, il grido di guerra di tutti gli uomini, l’orgoglio de’quali intraprese di detronare l’Ente Supremo? L’Ateismo? No. Il Deismo? Neppure. La voluttà? Nemmeno; sebbene la distruzione del giorno della Preghiera! In su tutti i loro stendardi, rimiro io scritto ciò che David vi leggeva di già tre mila anni fa : « Scancelliamo i giorni di festa d’Iddio dai calendarj di tutta la terra) (Quiescere faciamus omnes dies festos Dei a terra. (Ps. LXXV). Qui più che altrove si verifica il detto del conte de Maistre: « il male ha un istinto infallibile: esso non percuote sempre forte, ma continuamente esso percuote giusto ». Sopprimete la domenica, o ciò che ritorna allo stesso, fate che sia questa giornalmente profanata presso d’un popolo, e prestamente voi non avrete più né conoscenza, né pratica della Religione, né frequenza de’Sacramenti, né culto esteriore. L’esperienza è stata fatta; le conseguenze ne sono evidentissime per ognuno. Se abbisognasse allegarne la ragione, io direi che nessuno può asserire sé conoscere la Religione, per aver sovra questa scienza insieme sì profonda, e varia le nozioni imperfette ricevute nella fanciullezza. Arrogerei che tali nozioni, necessariamente assai incompiute, sovente leggermente udite, più ordinariamente mal comprese, vengono tostamente obliale fra il rumore del laboraloio, fra la dissipazione del collegio, al contatto d’una società come la nostra, le cui abitudini, le preoccupazioni, le massime troppo sono adattissime ad oscurar le idee cristiane, e ad estinguere perfino i sentimenti della Fede. Se adunque, uscito d’infanzia, l’uomo, chiunque sia, non viene più ad ascoltare i documenti della Religione, smarrisce egli celermente assai più di quello non si possa pensare l’esile somella delle religiose conoscenze che aveva acquistate. – Quanto spesso non ho io sentito de’ vecchioni impacciati nel rispondere alle questioni le più elementari del catechismo, affermare pubblicamente: « una volta lo sapevo io pure; ma ora l’ho me ne sono dimenticato!» Quante altre volte non ho veduto io degli adulti e dei giovanotti da sedici a diciotto anni, o muti sulle cose che avevano imparate all’epoca della prima comunione loro, o miseri sino al ridicolo nelle loro risposte avventate? Ora, colla profanazione della domenica, niuna istruzione religiosa. I templi, i mezzi, o la volontà mancheranno; quest’è un fatto cotanto lampante, quanto il sole. – Ma supponiamo, che non si pongano in dimenticanza i ricevuti insegnamenti elementari, supponiamo altresì che questi insegnamenti siano compiuti. Nulla ostante la profanazione della domenica non diventa essa punto meno la rovina della religione, la quale non può più esercitare alcuna importante influenza. Di fatto, si converrà facilmente che non basta il conoscere speculativamente le condizioni del divino patto, bisogna meditarle, rimeditarle replicatamente, o, come dice l’istesso legislatore, legarle al suo braccio, e porle in sul suo cuore, affinché divengano esse la regola costante della condotta. – Questo difetto di meditazione delle verità della religione è la cagione di tutti i mali del mondo [“Desolatione desolata est omnis terra, quia nullus est qui recogitet corde”. (Jer., XII, 11)]. Qui ancora, colla profanazione della domenica, dassi niuna seria meditazione di queste salutari verità. Chi dunque le rnediterà fra la settimana? L’operaio, il bracciante, costretto a guadagnarsi il suo pane col sudore della sua fronte? Ma non ne ha spazio. L’uomo d’ una casta più distinta? Ma l’opportunità eziandio a lui manca; non ne viene egli distratto da suoi affari, da’ suoi piaceri, da suoi giornali? E poi, gli si doni pure il tempo, n’è egli volonteroso ? In tesi generale, mai no. Per lui, non meno che per l’uomo dello stento, la profanazione della domenica è dunque la rovina della religione. Queste considerazioni deortatorie acquistano una novella forza, se riflettasi, che l’osservanza del riposo settenario diventa più che una condizione fondamentale della società del mortale con Dio. – Essa è in qualche maniera questa società stessa. La parola formale dell’Altissimo protegge la mia asserzione: « Il sabato, dice egli, è il mio patto co’ figliuoli d’Israel, e il segno eterno di questo patto » [“Pactum est sempiternum inter me, et filios Israel signumque perpetuum” . (Esod. XXI, 16, 17, etc.)]. Ciò che era, sotto simile rapporto, il sabato nell’antica alleanza, trovasi la domenica sotto la nuova legge. Donde originò questa locuzione cotanto profondamente vera dei primi persecutori della Chiesa ai nostri padri nella fede, diretta: « lo non t’interrogo punto se tu sei cristiano, ricerco da te io, se ne hai tu osservato la domenica ». La fedeltà sopra questo precetto dispensava d’ogni altra questione. Tanto egli è vero, al giudizio stesso del semplice buon senso, che la santificazione della domenica è la base della religione, e che la profanazione della domenica diventane la rovina, cioè che la religione sussiste, o no, secondo che la domenica viene, o no santificata.

VI

Inoltriamoci. La profanazione della domenica è ancora la rovina della religione, perché, essa è una rivolta aperta contra Dio, ed una professione pubblica d’ateismo. Questo, lo confesso io, mi spaventa assai più del socialismo, da cui veniamo minacciati. Quale spettacolo, signore, e caro amico, presenta ciascuna settimana la nostra infelice patria! Ogni otto giorni la Francia si mette in pubblica insurrezione contro all’Esser supremo! Ogni otto giorni costei getta all’Onnipotente un’insolente disfida! Quando dall’alto delle nostre vetuste cattedrali le campane invitano alla preghiera, la folla rimane immobile, e il tempio deserto. I clamori della contrada, il rotamento de’ carri, 1’agitazione del commercio, il ripercotimento de’ martelli, l’esposizione delle mercanzie continua come nella vigilia. L’insulto non è ancora abbastanza oltraggioso. Nei paesi cristiani, dalla vigilia si preparano per la domenica i fedeli con disposizioni d’ordine e di proprietà nelle case e nelle contrade; e se la festa è solenne con digiuni, purificazioni o pubbliche orazioni. Nella più parte di nostre città francesi [ed in quelle italiane e dell’Europa, un tempo cristiana, oggi –ndr.-] il sacrilego fa parodia di queste cose sì sante! Il lunedì diventa la domenica dell’oscenità e dell’empietà; esso ha i suoi primi vespri, allorquando appunto l’ora solenne del gran sacrifizio è passata, e che così la profanazione della domenica è consumata, il movimento esteriore s’allenta, i magazzini a poco a poco si chiudono. Una folla gremita, lasciati i panni dimessi ed adusati ferialmente, indossa vestimenta pulite e pompose, e si riversa per tutte le vie. – Dove sen vanno questi uomini, queste donne, questi fanciulli, liberi ornai di loro occupazioni? Volgono questi, senza dubbio, i loro passi verso il tempio; quivi si portano per ristorare con un riposo doppiamente salutare le forze del loro corpo e la salute dell’anima loro. No, figliuoli prodighi non conoscono più la magione del padre loro! Dove si dirigono essi dunque? Domandatelo alle barriere, ai teatri, alle taverne, ai luoghi di prostituzione: Per essi, le tavole de’ bagordi hanno rimpiazzato la santa mensa; i canti osceni sono i loro sacri inni. Il teatro è il loro tempio; i balli e gli spettacoli tengono loro luogo d’istruzione e di preghiera. – La notte stessa non pone fine all’immenso scandalo. À quest’ora calamitosa l’innocenza incontra più sovente la seduzione; misteri d’iniquità si compiono nell’ombra. L’indomani ripigliansi i proprj lavori col corpo estenuato dalle intemperanze della veglia, collo spirito affaticato dalla dissipazione, e dagl’intrighi, col cuore corrotto, coll’anima straziata da rimorsi, e la settimana ricomincia con la maledizione dell’Ente supremo. – Così, per un disordine, il quale grida vendetta dal cielo, il santo giorno è il giorno il più profanato della settimana. – L’oltraggio può egli mai salire più alto? Sì, che lo può. Tutti i profanatori della domenica sono ben lungi dal ritornar al lavoro il lunedì. La maggior parte consacra questo giorno all’oziosaggine ed alle turpitudini: questa è la domenica della crapula, e la fanno. Ma perché cotesto giorno a preferenza d’ un altro? Come mai non vedere in simile scelta, io non so, un certo satanico istinto, che vuole per siffatto avvicinamento rendere insultante il disprezzo di Dio e della sua legge? – Io ve lo ripeto, questo disordine mi spaventa più del socialismo.

VII.

Allo spavento s’aggiugne l’onta, che mi copre di vergogna. Qual esempio noi diamo al mondo intero! Che devono pensare di noi gli stranieri che vengono in Francia, e che veggono la nostra scandalosa profanazione del giorno sacro? Io non parlo solamente de’ cattolici, de’ quali noi offendiamo profondamente il sentimento religioso, e cui noi umiliamo crudelmente pel disprezzo d’una religione che è eziandio la loro; parlo io de’ protestanti. Passate nell’eretica Inghilterra, la metropoli dell’attività e del commercio. Vi vedrete voi un solo metro di stoffa messo in vendita avanti un solo magazzino? No, neppure uno, sono almeno essi poi i magazzini aperti? No; appena quei dei commestibili, e ciò in fino a mezzo giorno soltanto; e ciò senza niuno apparato di mostra: anzi ciò è una sola semplice tolleranza. Le vetture vi circolano esse come nelle nostre città, facendo tremolare le invetriate di nostre chiese, intorbidando incessantemente la calma della preghiera, e rendendo impossibile ogni raccoglimento? No; i carri di trasporto punto non vi circolano; le sole carrozze de’particolari si mostrano, ed in picciolissimo numero, alle ore del servizio religioso. Le usine, queste immense usine, che hanno da fornire dei prodotti all’universo intiero, sono esse in azione? No. Nella Scozia stessa le strade ferrate obliano la loro divorante attività: l’interesse, il piacere, tutto s’arresta rispettosamente dinanzi la sacra legge. Le poste stesse, che trasportano dalle quattro parti del mondo, e vi devono recare lettere e così numerose, e così premurose, e così importanti sotto ogni riguardo, queste poste fanno esse il loro servizio? No. Né a Londra, né in Iscozia, neppure una lettera ne viene distribuita, ovvero ne parte alla domenica. Havvene un’unica distribuzione nelle altre ville del regno. -Ma questo tempo, ch’essa toglie al lavoro, l’Inghilterra io dona forse, come noi, ai teatri, alle biscazze? No. Giammai si trova un teatro aperto la domenica; giammai una bettola durante l’ora degli uffizj. La medesima severità vi regna negli Stati Uniti d’America. – Che ne risulta di cotesto umiliante contrasto? Questo, che la nostra scandalosa violazione della legge sacra al riposo ebdomadario, cotanto religiosamente osservata in ogni luogo illuminato dal sole, induce lutti i popoli a diffidare di noi, ed a tenerci in vilissima disistima. In Europa, cotesta spacciatamente ci condanna per decaduti dalle nazioni incivilite, ed in Àfrica ci butta al rango dei cani. Dire, che somigliante disprezzo sia l’effetto d’un pregiudizio , è difenderci con un’ingiuria. Agli occhi di tutti i popoli, la violazione pubblica, abituale, generale del sacro riposo è una periodica insurrezione contro del medesimo Dio. – Ora, l’orrore che inspira al genere umano la rivolta d’un popolo contro all’Altissimo, non fu no giammai l’effetto d’un pregiudizio. Incapaci a pretenderlo, ciò sarebbe aggiungere la scipitaggine all’ingiuria, e raccogliere per soprappiù la derisione dell’intero universo, legittimo salario della burbanza e della procacia.

VIlI.

Cotesto disprezzo è altrettanto meglio dimostrato, quanto che la nostra profanazione della domenica non è solamente un’insurrezione contra l’Onnipotente, ma una pubblica professione d’ateismo. Tale è il suo più vero e il suo più odioso carattere. La religione, voi lo sapete, è il vincolo che unisce a Dio, non soltanto l’uomo individuale, ma eziandio l’uomo collettivo, che si chiama popolo. – Questo vincolo non esiste mica per un popolo, a meno che egli non si manifesti per certi atti pubblici adempiuti in comune, per mezzo de’ quali questo popolo testimoni la sua fede, come popolo, e la sua dipendenza a riguardo della divinità; ogni nazione, la quale non esercita un pubblico culto, obbligatorio per la nazione, fa pubblica professione d’ateismo. I membri di cotesta nazione possono aver individualmente una religione; ma la nazione per se stessa non ne ha: essa è atea come nazione. Ecco quello che credettero, compresero, quello che credono, comprendono ancora tutti i popoli del globo. Cristiani, Giudei, Maomettani, Pagani, tutti, un solo eccettuato: il popolo di Francia! [Ed oggi, grazie al modernismo e al luciferino ecumenismo, la situazione descritta così lucidamente da mons. Gaume, coinvolge anche l’Italia, la Spagna, la Polonia, l’Irlanda, gli Stati Uniti, etc. etc. –ndr.-]. Ora, questi atti di pubblico culto, adempiuti in comune, ed obbligatori per la nazione, esigono, di tutto rigore, un tempo, un giorno fisso , lìbero d’ogni lavoro, onde il popolo intero possa radunarsi nei suoi templi, e dimostrare per orazioni e sacrifici solenni il sacro vincolo, il quale lo stringe a Dio. Ecco ancora ciò che comprendono tutte le nazioni della terra. Cosi non trovasene una sola, la quale non abbia il suo giorno di riposo e di culto pubblico. Pei cristiani questo è la domenica, pei giudei il sabato, pei musulmani il venerdì, pegli idolatri di Ormulz e di Goa il lunedì, pei negri della Guinea il martedì, pei mongoli il giovedì; presso certe nazioni, depositarie meno fedeli delle primitiva legge del riposo settenario, come i chinesi, i cocincinesi, i giapponesi, trovasi il principio dell’anno, parecchie novelle lune, ed anche il 15 e il 28 di ciascun mese, consacrato al culto solenne della divinità [V. Lamoire, Le Vayer, tom . XU, epit. l1, p. 32]. – Dunque qualunque popolo privo dei giorni legalmente riserbati al culto nazionale è un popolo non decorato del nome di religioso infra gli altri popoli: egli non è né cristiano, né giudeo, né maomettano, né pagano; esso è qualche cosa di mostruoso: desso è ateo.

IX.

Profanazione della domenica vuol dire rovina della religione; tale è, signore, e caro amico, la proposizione che aveva io a stabilire nelle mie prime lettere: mi sembra essermi sgravato del compito. Avanti di finire, voglio richiamare, per un istante, la vostra attenzione sopra queste due parole: rovina della religione! Considerata sotto questo primo rapporto, si comprende bene tutta la gravità della questione, la quale ci occupa, o se voi amate meglio, l’inesprimibile gravità del disordine che noi combattiamo. Alla presenza di ciò, che si passa in Europa, e più ancora nell’apprensione di quello che ci minaccia, è forse d’uopo ridire la necessità assoluta della religione, la colpevole clemenza di coloro che la distruggono? Chi dice mina della religione, dice: rottura del vincolo che unisce il mortale a Dio, negazione di Dio, negazione della Provvidenza, negazione dell’autorità, negazione della società, negazione della famiglia, negazione della prosperità, negazione della moralità degli alti umani. – Chi dice rovina della religione, dice: anarchia nelle intelligenze, anarchia nei cuori, anarchia nei fatti, dubbi, tenebre, angosce, sensualità, egoismo, orgoglio, rivolta, febbre dell’oro, febbre della voluttà, sprigionamento compiuto di tutte queste belve furiose denominate passioni, e l’immondo covile delle quali è il cuore di ciascun mortale. Chi dice rovina della religione, dice: potere senza diritto, istituzioni senza fondamento, autorità senza rispetto, società senza difesa, privazioni senza indennizzazioni, sacrifici senza ricompense, dolori senza consolazioni, demenza, disperazione, suicidio, rivoluzioni, saccheggi, dispotismo, subbisso, barbarie, caos. Chi dice rovina della religione, dice, in una parola, degradazione dell’uomo sino al livello del bruto, ed al disotto. Gradite, ecc.

Precetto dell’astinenza e del digiuno.

 Precetto dell’astinenza e del digiuno.

[Er. Ione O.F.M. Capp. – Compendio di teologia morale – Marietti ed. – p. 320-327]

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I . Giorni di astinenza e di digiuno.

I ° Giorni di sola astinenza (o di magro) sono tutti i venerdì (can. 1252, § 1).

Giorni di digiuno e di astinenza insieme sono: il mercoledì delle Ceneri, tutti i venerdì e sabati di quaresima, i giorni delle Quattro Tempora, le Vigilie di Natale, di Pentecoste, dell’Immacolata Concezione di Maria (can. 1252, § 2, AAS, XLIX , 1957 p. 638). Alla sera della vigilia di Natale, secondo una consuetudine generale, è permesso il doppio di quanto è lecito negli altri giorni di digiuno (jejunium gaudiosum). – Nel rito ambrosiano la quaresima inizia dalla prima Domenica dopo le Ceneri. Con l’abolizione della vigilia di Ognissanti è tolto pure l’obbligo dell’astinenza e del digiuno in tal giorno (Ephem. Lit. LXXI, p. 54).

Giorni di solo digiuno sono tutti i giorni di quaresima (can. 1252, § 3). Con Decreto della S. C. del Concilio del 28 gennaio 1949 (AAS, XLI, 1949, p. 32-33) venne stabilito che fino a nuova disposizione tutti i fedeli di rito latino, anche appartenenti ad Ordini e Congregazioni religiose, osservino l’astinenza in tutti i venerdì; l’astinenza e il digiuno, invece, il mercoledì delle Ceneri, il Venerdì Santo, la Vigilia dell’Assunta (successivamente trasferita alla vigilia dell’Immacolata Concezione di Maria), e la vigilia di Natale, permettendo anche l’uso delle uova e dei latticini ovunque, tanto a mezzogiorno che alla sera.

Indulti pontifici. – La Chiesa, secondo lo spirito del suo Maestro, sa e vuole adattare le sue leggi alle varie condizioni sociali e individuali di fervore, di salute, di località e di climi diversi. Attraverso i tempi la disciplina del digiuno fu molto rigida, ma fu sempre opportunamente contemperata alle varie esigenze; anche prima del Codice si aveva una disciplina piuttosto stretta. Ma per renderla osservabile, da secoli s’era andato introducendo l’uso su vasta scala di « indulti » e di « privilegi » in materia, con la proseguente dispensa almeno parziale dalla legge o la permissione di cibi che per diritto comune erano esclusi. Basta pensare alla « Bulla Crociata » e agli indulti ampi concessi per le regioni fredde (nordiche). Come vedremo subito, il Codice temperò molto la disciplina dell’astinenza e del digiuno; ciò nonostante l’uso degli indulti continua. – Ma mentre in altre regioni gli indulti sono di solito generali e magari nazionali, in ITALIA ciascun vescovo deve pensare per la propria diocesi a chiedere annualmente od ogni cinque anni l’indulto. Il tenore di questi indulti varia da diocesi a diocesi; perciò ciascuno deve stare alle consuetudini, alle prescrizioni ed alle dichiarazioni dei singoli vescovi. Dopo il Codice, in generale i vescovi in caso di salute pubblica precaria chiedono di volta in volta la dispensa dalla legge; e dove le condizioni lo consiglino, chiedono l’indulto di poter usare al mattino e alla sera, nei giorni d’astinenza, uova e latticini. – In SVIZZERA per indulto: a) sono giorni obbligatori di astinenza tutti i venerdì dell’anno; — sono giorni di astinenza e di digiuno insieme, il mercoledì delle Ceneri, tutti i venerdì di Quaresima, i venerdì delle Quattro Tempora, le vigilie di Pentecoste, dell’ Immacolata Concezione di Maria e di Natale. — Non vi sono giorni di solo digiuno.

II. Oggetto del precetto dell’astinenza e del digiuno.

I ° Il precetto del digiuno permette soltanto una refezione completa una volta al giorno; non vieta che si abbia a prendere qualche «frustulum» o piccolo spuntino la mattina e una refezioncella la sera. In materia si devono osservare circa la qualità e la quantità i 1odevoli usi locali (can. 1251, § 1). – Il digiuno importa pure l’astinenza alla colazioncina e alla refezioncella, salvi gli indulti particolari e le consuetudini locali. Pertanto nei giorni di solo digiuno al pranzo è lecito mangiare ogni qualità di cibo; ma per la colazioncina e la refezioncella le consuetudini diocesane e spesso locali fissano la qualità. In generale, sono leciti i latticini e le uova; in poche diocesi invece i latticini e le uova sono vietati o permessi solo per indulto. Alcuni vescovi anzi esigono per es. nel giorno delle Ceneri e il Venerdì Santo lo « stretto olio ». Pertanto ciascuno veda le consuetudini e prescrizioni diocesane. — Chi per qualsiasi motivo non è obbligato al digiuno, può lecitamente mangiare nei giorni di solo digiuno carne e ogni cibo tanto quanto desidera. — Non è più vietato mangiare contemporaneamente cibi di carne e di pesce nel medesimo pasto; similmente mutare la refezioncella serotina con il pranzo o pasto principale (can. 1251, § 2). Per motivo giusto è pure lecito scambiare la colazioncina del mattino con la refezioncella della sera. – È lecita una interruzione del pasto principale senza motivo quando non dura oltre mezz’ora; in caso di maggiore interruzione si commette peccato veniale; — se l’interruzione oltrepassa l’ora, anche peccato mortale. Per un motivo proporzionatamente grave (per es. il dovere di soccorrere un moribondo) è lecito interrompere il pasto principale anche più ore. — Nel determinare la quantità che uno può lecitamente prendere alla colazioncina e alla refezioncella, si deve tener conto della costituzione corporale, della qualità del lavoro, della durata del digiuno e della rigidità della regione. In generale si può dire che a ciascuno è lecito prendere quel tanto che è necessario per preservare la sua salute da notevole danno e per assolvere convenientemente il proprio dovere. Può darsi, perciò, che qualcuno si trovi in tali condizioni da essere praticamente scusato dall’osservare il digiuno. Nel tempo che intercorre fra i tre pasti citati, non è lecito prendere nessun nutrimento, bensì bevande che non nutrono (per es. acqua, vino, birra, ecc.; non brodo, cioccolata, latte, e simili). Affinché la bevanda non faccia male, è lecito mangiare insieme qualche cosetta. – Se alcuno, avvertitamente o inavvertitamente, in un giorno di digiuno prende due volte un pasto intero, gli diviene impossibile digiunare in detto giorno; quindi gli è lecito mangiare a sazietà altre volte.

Il precetto dell’astinenza vieta l’uso della carne e del brodo di carne; non delle uova, del latte e di qualsiasi condimento, anche se di grasso animale (can. 1250). – Tuttavia è proibita soltanto la carne degli animali mammiferi e dei volatili (animali di sangue caldo); come pure il loro lardo, il sangue, il midollo delle ossa, il cervello, il cuore, il fegato ecc. — È permessa, invece, la carne e derivati degli animali di sangue freddo: pesci, rane, tartarughe, lumache, conchiglie, ostriche, gamberi ecc. — Quando di alcuni animali si disputa, si può stare al giudizio corrente dei fedeli e alla consuetudine dei luoghi. – Come condimento è lecito usare i grassi animali (lardo, strutto) fusi, non solo per preparare i cibi, ma anche per spalmarne il pane. È lecito l’uso della « pancetta » come condimento, non come companatico. Sono permessi i residui di lardo o grasso fuso (ciccioli o siccioli), che rimangono nel condimento. — Leciti sono pure: il burro artificiale (margarina), il brodo « Maggi » e certi estratti di carne, che non hanno più il sapore di carne o di brodo di carne (gelatina, pepsina, peptoni). — Non sono permessi, invece, i dadi da minestra « Liebig » e simili, i quali realmente sono composti in buona parte di carne di animali proibiti. – Chi in un giorno di astinenza ha mangiato, anche inavvertitamente di grasso, è ancora obbligato a osservare il magro in detto giorno, trattandosi di obbligazione negativa.

III. Soggetti del precetto dell’astinenza e del digiuno.- I° Tutti coloro che hanno compiuto il 21° anno di età e non ancora iniziato il 60° sono obbligati a digiunare (Can.1254 § 2).

Gravità dell’obbligazione. I precetti del digiuno e dell’astinenza per sé obbligano sub gravi. Ammettono però parvità di materia, quando si trasgrediscono in quantità insignificante. Chi in giorno di digiuno fuori dei pasti mangia ancora 6o gr. di pane, non commette certamente peccato grave; con 120 gr. abbiamo materia grave, tanto se presi in una volta sola, quanto in diverse riprese. — Così non pecca mortalmente chi in giorno di astinenza mangia 20 gr. di carne; pecca mortalmente, invece, se ne mangia 60 gr.Tuttavia le piccole trasgressioni ripetute del precetto dell’astinenza non si assommano a formare materia grave, a meno che si abbia già avuta l’intenzione fin dall’inizio di prenderne una grande quantità.

Cessazione dell’obbligo. — I° Disposizione del diritto comune. Tanto il precetto dell’astinenza quanto quello del digiuno cessano nelle domeniche e nei giorni festivi di precetto. Si eccettuano i giorni festivi che cadono in quaresima (festa di S. Giuseppe, 19 marzo), nei quali rimangono in vigore i due precetti. Le vigilie non vengono anticipate (can. 1252, § 4). Secondo il decreto del 16 nov. 1955, l’astinenza e il digiuno, prescritti per il tempo di Quaresima, cessano non più al mezzogiorno, ma alla mezzanotte del Sabato Santo (AAS, XLVII, 1955, p. 841). – Perciò, fuori di quaresima, per diritto comune, i giorni di digiuno e di astinenza (per es. la vigilia di Natale), che cadono in domenica, non si anticipano. – In SVIZZERA il precetto dell’astinenza e del digiuno del venerdì cessa, sottinteso fuori di quaresima, se i n detto giorno si celebra in un luogo determinato una festa di uso locale solennizzata da tutti. — I n ITALIA non esiste tale privilegio; eventualmente può provvedere il vescovo con la dispensa.

2° Dispensa.

a) Generale.

La S. Sede può dispensare tutti i luoghi, le singole diocesi, ecc.; e realmente durante i l periodo bellico e postbellico ha concesso amplissime dispense; in casi di epidemie o di condizioni precarie di salute diffuse, ad istanza del vescovo, dispensa intere diocesi. — In merito a indulti generali e abituali cfr. supra. – Per l’ITALIA non si danno altri indulti generali. – In SVIZZERA: — è permesso l’uso della carne tutto l’anno, escluso il Venerdì Santo, « a tutti coloro i quali, trovandosi, per motivi giusti e gravi, lontani dalla propria economia domestica, prendono i pasti o in comune, o all’albergo, o in una pensione ». I n pratica sono: chi si trova in viaggio, i militari, i poveri che vivono d’elemosina, le persone di servizio, gli operai, quanti per qualche tempo vivono in casa altrui, impossibilitati a scegliere il cibo, data la condizione di ospiti; i boscaioli, i ferrovieri, ecc., che non mangiano nè prendono il vitto a casa propria, le persone che vanno sui mercati fuori di paese e che mangiano sul posto; i venditori ambulanti . — In ITALIA tali categorie possono ritenersi qualche volta scusate dall’osservanza. — Sono considerati dispensati dall’obbligo del digiuno e dell’astinenza coloro che fanno parte delle Forze Armate Italiane e le persone che convivono negli stabilimenti militari e prendono i pasti in comune. L’Ordinariato Militare, però, inculca l’osservanza dell’astinenza almeno in alcune ricorrenze più importanti, come per es. nel mercoledì delle Ceneri, nel Venerdì Santo ecc.

b) Dal precetto dell’astinenza e del digiuno, supposta la causa ragionevole, i parroci possono dispensare nei singoli casi tanto i singoli fedeli quanto le singole famiglie (ma non tutta la parrocchia cumulativamente ad modum unius). Eguale potestà hanno i superiori di un istituto religioso clericale esente riguardo ai religiosi professi, ai novizi, ai domestici, ospiti, ecc., i quali si trovano in convento giorno e notte: (can. 1245).

I Confessori per sé non hanno nessuna facoltà, fuori di quella di dichiarare la cessazione della legge. In molte diocesi, però, essi pure (sovente anche in foro extra sacramentale) godono di facoltà speciali. — I parroci e i predetti superiori possono dispensare anche se stessi (cfr. can. 201 § 3); ma ciò non può essere fatto dai confessori, quando la facoltà di dispensare solo in foro sacramentale.

3° Cause scusanti.

a) Dal digiuno per causa di impossibilità fisica o morale sono scusati:

a) Gli ammalati, i convalescenti, le persone malaticce, i sofferenti eccessivamente di nervi, quanti digiunando soffrono forti emicranie o non riescono a riposare; le donne nel tempo mestruo se dovessero soffrire; i poveri o quelli che non hanno spesso neppure quel tanto necessario per sfamarsi; quanti devono sostenere mestieri pesanti, come i contadini durante i lavori, i fabbri ferrai, i cavapietre, i fonditori, i minatori, i muratori, i facchini, ecc., supposto che lavorino di fatto la maggior parte del giorno. Costoro inoltre sono scusati anche se per un giorno o due non compiono lavori pesanti. Similmente i professori, gli insegnanti, i predicatori, i confessori, gli studenti, i giudici, i medici, gli avvocati, ecc., quando digiunando non potessero convenientemente disimpegnare i loro doveri professionali; — coloro che fanno un viaggio faticoso a piedi o in carretto per necessità. Chi viaggia in ferrovia può d’ordinario essere scusato soltanto per il motivo che non può avere cibo sufficiente nel tempo dei pasti. — Non è però lecito addossarsi lavori pesanti con la intenzione di rendersi con ciò impossibile il digiuno. – Siccome la legge del digiuno importa l’astinenza dai cibi grasso alla colazioncina e alla refezioncella, quanti si trovano nella impossibilità di osservare l’astinenza, sono scusati pure dalla legge del digiuno.

b) Dalla legge dell’astinenza sono scusati:

Gli ammalati, i convalescenti, le donne gravide, quando l’uso della carne è loro necessario. Alcuni autori permettono alle donne gravide uno o due bocconi di carne, quando ne sentono grande voglia. Anche alle donne allattanti può essere talvolta necessario l’uso della carne. Gli operai che attendono a lavori particolarmente difficili, specialmente a quelli che tolgono l’appetito, per es. i lavori ai forni o in fonderia, nelle miniere. I poteri che non possono avere altri cibi sufficienti; le spose, i figli, le persone di servizio, quando il capo di famiglia non permette nessun’altra vivanda. Però le persone di servizio in tal caso, potendo, dovrebbero cercarsi un altro padrone; salvo che non prevedano di andare incontro a pericoli morali maggiori. — Chi viene invitato a un pranzo, in cui prevede di dover mangiare di grasso, per sé non può accettare l’invito; gli può essere lecito, se con ragione può temere che non accettandolo, ne avrà danno rilevante o causerà forti attriti ed offenderà gravemente gli altri. Lo stesso deve dirsi di chi in un convito si vede inaspettatamente servire vivande vietate. — Essendo stati per errore preparati cibi di grasso in giorno di magro, non si possono mangiare se è facile apparecchiare altri cibi esuriali e conservare i cibi di grasso senza prave scapito per il giorno seguente. Se però si tratta soltanto di una piccola quantità di carne, che non è affatto proibita sub gravi, la circostanza che tali cibi sono stati preparerai inavvertitamente, scusa già per se stessa dal peccato veniale. Se il capo di famiglia o altro membro è scusato o dispensato dall’astinenza, per sé non lo sono gli altri familiari, a meno che sia moralmente impossibile preparare due pasti differenti; in tale supposizione tutta la famiglia sarà scusata dall’astinenza. —

Nota.

Per diritto di consuetudine permangono vietati i divertimenti pubblici durante l’Avvento e la Quaresima (cfr. n. 46). Nel determinare la gravità della mancanza si deve tener presente il tempo (per es. i primi giorni dell’Avvento, il giorno delle Ceneri, il Venerdì Santo), la qualità dei divertimenti, il giudizio che ne danno i fedeli di sano sentimento religioso, l’eventuale scandalo, i vari luoghi (città o paesi agricoli), le disposizioni dei vescovi.

AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA

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AL SACRO ED IMMACOLATO CUORE DI MARIA:

PER LA CONVERSIONE DEI PECCATORI.

[da il Manuale di Filotea del sac. G. Riva, XXX ediz., Milano 1888]

Questa festa fu istituita in conseguenza delle grazie d’ogni maniera, e specialmente delle tante strepitose conversioni dei peccatori più indurati, appena si fece ricorso a Maria Immacolata, o si fece devoto uso della Medaglia che la rappresenta, e che fino dal 1830, cominciò a denominarsi miracolosa. Dove esiste la relativa Confraternita, unita colla Arciconfraternita di santa Maria delle Vittorie in Parigi [attualmente riaperta da S. S. GREGORIO XVIII -ndr.-], oltre la solennissima universal festa dell’Immacolata Concezione di Maria l’otto dicembre, si celebra pure nella Domenica avanti la settuagesima, o riparazione dei tanti scandali e disordini del carnevale, una festa speciale in onore del sacro Immacolato suo Cuore, facendovi precedere una devota Novena in cui si recitano le seguenti Orazioni, che possono usarsi in ogni tempo per ottenere le conversione o dei peccatori in genere, o di qualcheduno in particolare.

I – O Cuor Immacolato di Maria, irradiato sempre dal sole di Giustizia, Gesù, vibrate un raggio di vostra luce divina nel cuore di quegli infelici che vivono immersi nelle tenebre del peccato, e scoprite loro l’enormità delle loro colpe, e la via di uscire con sicurezza e senza dilazione. Ave.

II – O Cuor Immacolato di Maria, dolce rifugio dei poveri peccatori, deh, quanti di essi per la vostra intercessione, già provano i salutevoli strazii di quei rimorsi che sono i primi frutti di quella divina grazia di cui voi siete la Madre. Ah, cara Madre, compite l’opera che avete incominciato, e riduceteli fiduciosi e dolenti al vostro Figlio Gesù. Ave.

III – O Cuore Immacolato di Maria, Cuore, ahi, trafitto in mille volte dall’acutissima spada del peccato! Deh, per pietà, ottenete a quegli sgraziati che hanno di bel nuovo crocifisso il vostro divin Figlio, un dolore profondo delle loro colpe, e la grazia di non peccare mai più. Ave.

.IV – O Cuore Immacolato di Maria, più candido della neve, più splendente del sole, deh, vi commuova lo stato lacrimevole di quegli infelici che gridano all’impotenza d’uscire da quella schiavitù in cui sono stretti stretti dalle loro basse e ree passioni. Ah, cara Madre, voi che siete la Vergine Potente per eccellenza, spezzate voi quelle catene per le quali il demonio tenta di trascinarli all’eterna rovina. Ave.

.V – O Cuore Immacolato di Maria, che per i miseri peccatori avete tanto patito con Gesù là sul Calvario, esposto agli scherni di quella plebe sfrenata, Voi che conoscete quanto timido e fiacco sia lo spirito dell’uomo, deh, ajutate gli infelici traviati a vincere gli umani rispetti, e disprezzar le beffe e le derisioni degli ostinati libertini, onde possano stringersi al vostro Cuore materno per non separarsene mai più. Ave.

VI – O Cuore Immacolato di Maria, il più tenero e compassionevole per noi, che deste a Gesù quel sangue che egli tutto versò sulla croce per lavare d’ogni colpa le anime nostre, deh, lavate anche Voi le anime di tutti i peccatori in questo bagno salutare, aiutandoli ad accostarsi al sacramento della Penitenza col cuore penetrato dal più profondo dolore delle loro colpe. Ave.

VII – O Cuore Immacolato di Maria, tempio della Divinità, tabernacolo del divin Verbo, trono luminoso di gloria, santuario di tutte le grazie, deh, fate che dalle anime di tutti i cristiani spariscano le nere macchie del peccato, e splendente rifulga d’ogni più bella luce il soave raggio della grazia, onde così sian fatti degni di ricevere il vostro figlio Gesù. Ave.

VIII – O Cuore immacolato di Maria, sorgente di ogni grazia, albergo delle più elette virtù, deh, fate che nelle anime ravvedute risplendano le cristiane virtù della Fede, della Speranza, della carità e della Religione; perché così ornate di tanta bellezza, vengano loro da Voi aperto un giorno le beate porte del Paradiso. Ave.

IX – O Cuore immacolato di Maria, speranza dei fedeli, delizia del cielo, le passate infedeltà fanno tremare quei benedetti che già risorsero alla grazia. O Regina del Cielo e della terra, o caro Rifugio dei peccatori, deh! continuate ancora il vostro ministero di misericordia e d’amore, col non lasciarli dipartire da Voi mai più. Voi siate la Madre della santa perseveranza. Deh, fate loro adunque da Madre: correggeteli, castigateli, ma teneteli sempre nel vostro cuore santissimo ed immacolato! Ave, Gloria.

Orazione

Per il sacro Cuor di Maria

Deus, qui beatæ Mariæ semper virginis Cor Sanctisissimum spiritualibus gratiæ donis cumulasti, et ad immagine divini Cordis Filii tui Jesu Christi charitate et misericordia plenum osse voluisti, concede: ut qui hujus duicissimi Cordis memoriam agimus, fideli virtutum ipsius imitatone, Christum in nobis exprimere valeamus. Qui tecum vivit etc.

Per la Conversione dei Peccatori.

Deus, misericors et clemens, exaudi preces quas pro fratribus pereuntibus, gementes in conspectu tuo, effundimus; ut converse ab errore viæ suæ, liberentur a morte, ut ubi abundavit delictum superabundet et gratia.

Altra per la Conversione dei Peccatori

Deus, cui proprium est misereri semper et parcere, suscipe deprecationem nostram; et omnes famulos tuos, quos delictorum catena constringit, miseratio tuæ pietatis clementer absolvat. Per Dominum etc.

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ORAZIONE A MARIA IMMACOLATA.

O gloriosa trionfatrice dell’infernal serpente, che con occhio di speciale predilezione riguardate tutti coloro che devotamente vi ossequiano nel più onorifico fra tutti i misteri, il vostro immacolato Concepimento, volgete i vostri occhi misericordiosi sopra di noi che Vi veneriamo colla fronte per terra per sì adorabile prerogativa, che non fu, e non sarà mai concessa ad altra creatura, voi siete propriamente quella femmina singolare in cui dalla pianta dei piedi infino al sommo de capo non si trova macchia veruna: voi quel Fonte sigillato le cui acque non furono mai intorbidate dal minimo moto men santo; voi quell’Orto sempre chiuso in cui nessun uomo nemico poté mai seminare la zizzania; voi quella mistica Porta per cui non passò mai altri che Dio, affine di rendervi sempre più grande col farvi sua Genitrice nel tempo e arbitra tra i suoi tesori nell’eternità. Deh! per quella fedeltà inalterabile con cui corrispondeste mai sempre a tutti i doni del cielo; per quella pietà veramente celeste con cui appié della croce, dopo averci col sacrificio inestimabile del vostro divino Unigenito rigenerati alla grazia, ci adottaste in vostri figliuoli per quell’illimitato notere onde vi ha rivestito nel cielo Chi volle esservi suddito sopra la terra, otteneteci, ve ne preghiamo, di non contristar mai col peccato il vostro amabilissimo cuore e quello del vostro Gesù, che furono per noi già trafitti dalla spada mistica del dolore, di corrisponder sempre fedelmente alle sue ed alle vostre misericordie, e di perseverare così bene nell’adempimento de’ vostri voleri, da assicurarci per tutti i secoli la partecipazione della vostra grazia di continuo dispensate a tutto il mondo, così ci metton in cuore la consolante speranza d’essere sempre favoriti dalla vostra speciale assistenza, mentre noi di tutto cuore protestiamo che ci faremo sempre un dovere d i amarVi qual nostra Madre, di ossequiarVi qual nostra Regina, d’invocarVi qual nostra Avvocata, e di imitarVi a tutto potere siccome nostro Esemplare. La grazia che vi domandiamo non può essere più conforme ai vostri desiderj; siateci dunque cortese del sospirato esaudimento.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: TAMETSI FUTURA

leone-xiii

S. S. LEONE XIII

Diceva qualcuno, che tutto ciò che procura piacere: o è proibito, o fa male alla salute, o è peccato. Si sbagliava di grosso … c’è un piacere che non incorre in queste censure, è lo studio del Magistero della Chiesa. Un esempio lampante ci viene offerto da questa Enciclica che oggi proponiamo all’attenzione del lettore, “Tametsi futura” di S. S. Leone XIII, un nettare di pura dottrina cattolica, così lontano dal letame modernista delle elucubrazioni demenziali edulcorate dalla demagogia populista che copre il veleno gnostico-satanico di recenti allucinati documenti spacciati spudoratamente come cattolici da false e sacrileghe pseudo-autorità. Qui, ancora una volta si ricorda opportunamente che per accedere alla vita eterna sono indispensabili due condizioni imprescindibili: la Fede in Gesù, Cristo, e l’appartenenza alla Chiesa Cattolica, quella “vera” … Una, Santa, Cattolica ed Apostolica. Eccone un passaggio chiave: “ … quindi chiunque presume di giungere alla salvezza al di fuori della Chiesa percorre una via sbagliata, e si sforza invano …”. E questo vale non solo per la salvezza dell’anima, ma pure per la sopravvivenza ed il benessere dei popoli, che dipendono ugualmente dal “vero”: “… dunque, se si cerca il vero, l’umana ragione obbedisca anzitutto a Gesù Cristo e sicura riposi nel suo Magistero poiché per bocca di Cristo è la Verità stessa che parla”. Perché un popolo possa prosperare e vivere felice serenamente e liberarsi dei vari Barabba che lo opprimono, non serve che si affidi a scarabocchi su pezzi di carta con matite cancellabili, ma le piena accettazione della Regalità di Cristo! – Un colpo duro va pure, con senso profetico illuminato, ai falsi cristiani odierni e ai falsi prelati chi li guidano [… ciechi alla guida di ciechi] poiché: “… si propongono un cristianesimo secondo i loro gusti”, e che invece di parlare solo dei “diritti dell’uomo” … “si parli loro anche dei diritti di Dio”. Ma non roviniamo il piacere della lettura e dello studio, si sappia solo che questo piacere: 1) fa bene al corpo e all’anima, 2) non è proibito, se non dai giudeo-massoni, dagli atei neo-pagani, dai modernisti, e 3) non è peccato, anzi serve a prevenirlo e a combatterlo. Ci si abbeveri allora del nettare di Dio, alla fonte della vera Sapienza e della Verità! “Tametsi futura prospicientibus, vacuo a sollecitudine animo

 

Leone XIII

Tametsi futura

“De Jesu Christo redemptore”

[Gesù Cristo Redentore]

Lettera Enciclica

1 novembre 1900

Sebbene non sia possibile guardare all’avvenire con l’animo scevro da inquietudine, e diano anzi non poco a temere le molte e inveterate cause di mali di ordine privato e pubblico, tuttavia per divino favore, questi ultimi anni secolo sembra abbiano emesso qualche raggio di speranza e di conforto, perché non si deve credere che non conferisca al bene comune la rinascente cura degli interessi dell’anima, il ravvivarsi della fede e della cristiana pietà; e che tali virtù vadano effettivamente rinverdendo e riprendendo vigore presso molti, appare da segni assai manifesti. Anche in mezzo alle lusinghe del mondo e nonostante gli ostacoli che la pietà trova intorno a sé da ogni lato, ecco che, ad un solo cenno del Papa, convengono da ogni parte a Roma, alle soglie dei santi Apostoli, folte schiere: cittadini e forestieri uniti adempiono pubblicamente le pratiche religiose, e fidenti nell’indulgenza offerta dalla Chiesa, ricercano più diligentemente i mezzi di salvezza eterna. E non è inoltre commovente questa pietà particolarmente fervida, come da tutti si può vedere, verso il Salvatore del genere umano? Senza dubbio sarà giudicato degno dei migliori tempi cristiani questo fervore, che dall’alba al tramonto infiamma migliaia di anime, in consonanza di volontà e pensiero, ad acclamare ed esaltare il Nome e le glorie di Gesù Cristo. E piaccia al cielo che queste fiamme erompenti di rinnovato fervore della Religione avita divampino in un vasto incendio, e che l’edificante esempio di molti attragga tutti gli altri. Il ritorno completo della società allo spirito cristiano e alle antiche virtù non è forse il maggior bisogno dei tempi moderni? Vi sono altri, troppi, che tengono chiuse le orecchie e non vogliono udire l’ammonimento di questo risveglio religioso, Ma, “se conoscessero il dono di Dio”, se pensassero, che non vi è disgrazia più grande che l’aver abbandonalo il Salvatore del mondo, e l’aver deviato dai costumi e dagli insegnamenti cristiani, certo si scuoterebbero anch’essi e si affretterebbero tornando sui loro passi, ad evitare una sicura rovina. – Orbene, custodire e dilatare sulla terra il regno del Figlio di Dio, e adoperarsi con tutte le forze per condurre a salvezza l’umanità mediante la partecipazione ai benefici divini, è compito della Chiesa, compito così grande e così proprio di lei, che a questo principalmente è ordinata tutta la sua autorità e il suo potere. A tale scopo Ci sembra di aver fino ad oggi indirizzate le maggiori cure possibili nell’arduo e travagliato esercizio del sommo pontificato; e quanto a voi, venerabili fratelli, è certo che Ci secondano in questo, di continuo, le sollecitudini del vostro zelo vigile e operoso. Ma dobbiamo, Noi e voi, data la condizione dei tempi, sforzarci di fare di più, e specialmente ora, che ce ne offre l’opportunità l’anno santo, diffondere più largamente la conoscenza e l’amore di Gesù Cristo, ammaestrando, persuadendo, esortando. Possa la nostra voce essere ascoltata, non tanto, diciamo, da coloro che sono soliti porgere docile orecchio agli insegnamenti cristiani, quanto da tutti gli altri, immensamente infelici, che conservano il nome di cristiani, ma conducono una vita senza fede, senza amore per Cristo. Di questi soprattutto Noi sentiamo compassione; questi singolarmente vorremmo che riflettessero a quello che fanno, e a ciò che li attende, se non si ravvedono. – Non aver mai, in alcun modo, conosciuto Gesù Cristo è somma infelicità, tuttavia non è perfidia né ingratitudine: ma ripudiarLo o dimenticarLo dopo averLo conosciuto, questo è un delitto tanto spaventoso e insano da sembrare appena credibile possa avverarsi in un uomo. Cristo infatti è il principio e l’origine di tutti i beni: e come non era possibile riscattare il genere umano senza l’opera benefica di Lui così non è possibile conservarlo nel bene senza il concorso della sua grazia: “Non c’è in nessun altro salvezza, E non c’è altro nome sotto il cielo dato agli uomini in virtù del quale possiamo salvarci” (At IV,12). – Quale sia la vita umana dove manca Gesù, “virtù di Dio e sapienza di Dio”, quali siano i costumi, a quale disperato termine si arrivi, non ce lo mostrano abbastanza col loro esempio i popoli privi della luce cristiana? Basta richiamare un poco alla mente l’Immagine, che di loro ha tratteggiata Paolo (cf. Rm I): cecità d’intelletto, peccati contro natura, mostruose forme di superstizioni e libidini, perché ognuno si senta subito ripieno di compassione e insieme di orrore. – Le cose che qui ricordiamo sono conosciute da tutti, ma non da tutti meditate e considerate. Non sarebbe altrimenti così grande il numero degli sviati dalla superbia o dei rattrappiti dall’indolenza, se più universalmente si coltivasse la memoria dei divini benefici e si meditasse più spesso da dove Cristo ha tratto l’uomo e fin dove lo ha innalzato, Diseredata ed esule già da lunghi secoli, l’umanità precipitava in perdizione ogni giorno, immersa in quei spaventosi guai e in altri mali causati dal peccato dei progenitori, e nessuna potenza umana avrebbe potuto sanarli, dopo comparve Cristo Signore, il Liberatore inviato dal cielo, Dio medesimo Lo aveva promesso fin dal principio del mondo, come Colui che avrebbe un giorno vinto e domato il “serpente”; per questo alla sua venuta erano rivolte le ansiose brame dei secoli che seguirono. I vaticini dei profeti avevano per lungo tempo e chiaramente predetto che in Lui era riposta ogni speranza; ed anzi le vane vicende di un popolo eletto, le sue imprese, le istituzioni, le leggi, le cerimonie, i sacrifici avevano con precisione e chiarezza preannunciato che in Lui il genere umano avrebbe trovato piena e intera salvezza, in Lui che era predetto sacerdote e insieme vittima espiatoria, restauratore della libertà umana, principe della pace, maestro di tutte le genti, fondatore di un regno che non avrebbe mai avuto fine. Sotto questi titoli, immagini e vaticini, vari nella forma, ma concordi nell’oggetto, era designato unicamente Colui, che, per l’eccessiva sua carità con cui ci amò, si sarebbe un giorno immolato per la nostra salvezza, Infatti, quando giunse il tempo da Dio prestabilito, l’unigenito Figlio di Dio, fatto uomo, soddisfece, per gli uomini, col proprio sangue, in maniera sovrabbondante, la maestà offesa del Padre, e fece così proprietà sua il genere umano riscattato a così alto prezzo, “Non a prezzo di cose corruttibili, oro o argento, siete stati riscattati;… ma col sangue prezioso di Cristo, come di agnello immacolato e senza difetto” (1Pt I, 18-19). E così fece nuovamente suoi, con pieno diritto, per averli veramente e propriamente redenti, tutti gli uomini che già erano soggetti alla sua potestà e al suo impero, poiché Egli è di tutti Creatore e Conservatore. “Non appartenete a voi stessi; infatti siete stati comprati a caro prezzo” (1Cor VI, 19-20). Per questo tutte le cose sono state instaurate da Dio in Cristo. “Il mistero della sua volontà, secondo il disegno che si era proposto e da eseguire nella pienezza dei tempi, di ricapitolare in Cristo tutte le cose” (Ef I, 9-10), Non appena Gesù ebbe tolto il chirografo del decreto della nostra condanna, affiggendolo alla croce, subito si placò l’ira divina; furono sciolti i vincoli dell’antica schiavitù all’umanità confusa ed errante, Dio fu riconciliato, restituita la grazia, riaperto l’adito all’eterna beatitudine, conferito il diritto e offerti i mezzi per conseguirla. Allora, come risvegliato da un lungo e mortale letargo, l’uomo scorse il lume della verità desiderata per tanti secoli e invano cercata; allora conobbe, principalmente, di essere nato per destini molto più alti e molto più degni di quanto non siano le cose sensibili, fragili e caduche, alle quali fino allora aveva indirizzato unicamente i suoi pensieri e i suoi desideri; e riconobbe che questo è il carattere costitutivo della vita umana, questa la legge suprema, e che il fine a cui tutto deve essere indirizzato è in questa direzione, perché da Dio usciti, a Dio dobbiamo un giorno ritornare. Suscitata da questo principio e fondamento, si ridestò la coscienza della dignità umana; i cuori accolsero il sentimento della fratellanza comune, e, come naturale conseguenza, doveri e diritti furono in parte perfezionati, in parte rinnovati e nello stesso tempo si ebbe un fiorire di tali virtù, quali nessuna delle antiche filosofie avrebbe potuto immaginare. Per questo presero altro indirizzo i pensieri, le azioni e i costumi; una volta diffusa l’ampia conoscenza del Redentore, una volta immessa nelle intime vene della società la virtù di lui, vincitrice dell’ignoranza e degli antichi vizi, ne seguì quel capovolgimento di cose che diede vita alla civiltà cristiana e trasformò completamente la faccia della terra. – A tali ricordi, venerabili fratelli, si sente nell’animo una immensa consolazione, e insieme un vivo senso di dover rendere grazie con tutta l’anima, per quanto ci è possibile, al divino Salvatore. Siamo lontani dalle origini e dai primordi della redenzione, ma che importa se è perenne la sua efficacia e imperituri e perpetui ne rimangono i benefici? Colui che una volta operò la salvezza dell’umana natura perduta per il peccato, è lo stesso che la salva e la salverà in eterno: “Diede se stesso in redenzione per tutti” (1Tm II, 6), “Tutti saranno vivificati in Cristo” (1Cor XV, 22), “E il suo regno non avrà mai fine” (Lc I, 33). Dunque, secondo l’eterno consiglio di Dio, in Cristo Gesù è posta la salvezza sia degli individui sia di tutta l’umanità. Quelli che Lo abbandonano corrono, per ciò stesso, alla propria rovina con cieco furore, e nello stesso tempo, per quanto sta da loro fanno sì che l’umanità, flagellata da immane tempesta, ripiombi in quell’abisso di mali e di calamità da cui il Redentore l’aveva pietosamente tolta. – Tutti quelli che si mettono fuori della diritta via vagano alla cieca e si allontanano dalla meta desiderata. Similmente se si rigetta la luce pura e sincera del vero, sottentrano perniciosi errori e inevitabilmente le tenebre oscureranno la mente e il cuore intristisce. Infatti che speranza di sanità può restare a chi abbandona il Principio e la Fonte della vita? Ora la via, la verità e la vita è soltanto Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv XI,6); così che, abbandonato Cristo, vengono a mancare quei tre principi necessari per ogni salvezza. – È forse necessario dimostrare ciò che l’esperienza continuamente prova, e che ognuno, anche quando si trova nell’abbondanza di beni terreni, sente profondamente dentro di sé, e cioè che non vi è nulla all’infuori di Dio che possa assolutamente e totalmente appagare il desiderio umano? Fine dell’uomo è Dio e tutto questo tempo che si trascorre sulla terra non è che una specie di pellegrinaggio. Ma Cristo è la nostra “via”, perché in questo viaggio mortale così difficile e pieno di pericoli, non possiamo in alcun modo giungere al sommo e ultimo bene, Dio, senza l’opera e la guida di Cristo, “Nessuno viene al Padre, se non per me” (Gv XIV, 6), Che cosa significa questo? Significa che, principalmente e prima di tutto, non si può andare al Padre se non mediante la grazia di Gesù, la quale tuttavia resterebbe nell’uomo infruttuosa, se si trascurasse l’osservanza dei precetti e delle leggi di Lui, Come era conveniente, Gesù Cristo, operata la redenzione, pose a custodia e tutela del genere umano la sua legge, perché, da essa governati, gli uomini potessero convertirsi da una vita non buona e sicuri rivolgersi verso il loro Dio. “Andate e ammaestrate tutte le genti;… insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandate…” (Mt XXVIII, 19-20). “Osservate i miei comandamenti” (Gv XIV, 5), Da ciò bisogna dedurre che, nella professione cristiana, l’atto fondamentale e necessario è sottomettersi con docilità ai precetti di Gesù Cristo, e a Lui, quale Padrone e Re supremo, assoggettare devotamente in tutto la volontà, cosa grande questa e che esige spesso sacrificio non lieve, duro sforzo e costanza. Poiché, quantunque la natura umana sia stata risanata dall’opera benefica del Redentore, rimane tuttavia in ciascuno di noi come una qualche malattia, una infermità, una tendenza al male. Cupidigie diverse trascinano 1’uomo ora in una direzione ora in un altra, e le attrattive delle cose sensibili facilmente piegano la volontà, e ci portano a fare quello che piace, non quello che Cristo comanda. Ma è indispensabile resistere e combattere con tutte le forze le passioni, “in ossequio a Cristo” (2Cor X, 5); le passioni, se non obbediscono alla ragione, prendono il sopravvento, e sviando tutto l’uomo dalla sottomissione a Cristo, lo rendono loro schiavo, “Gli uomini corrotti di mente e guasti nella fede non possono liberarsi dalla schiavitù, … sono anzi schiavi di tre passioni: la voluttà, la superbia, il mettersi in mostra“. E in questa lotta bisogna che ognuno sia disposto ad accettare volentieri sofferenze e fatiche per amore di Cristo. È difficile respingere cose tanto allettanti e attraenti; è duro e penoso disprezzare ciò che è considerato bene del corpo e ricchezza, e fare ciò per volontà e comando di Cristo Signore; ma, pazienza e fortezza sono assolutamente necessarie al cristiano che voglia vivere in conformità alla sua professione. Abbiamo forse dimenticato di quale corpo e di quale Capo siamo membra? Colui che ci comanda di rinnegare noi stessi è quello stesso che, propostosi il gaudio, sopportò la croce. E da quella disposizione d’animo, cui abbiamo accennato, dipende la dignità medesima della natura umana. Poiché comandare a se stesso, far sì che la parte inferiore di noi obbedisca alla superiore, non è viltà di un animo fiacco, ma piuttosto. come anche i saggi dell’antichità non di rado compresero, è virtù generosa, mirabilmente conforme alla ragione e in sommo grado degna dell’uomo. – Del resto sopportare e patire molto è condizione umana. L’uomo non può distruggere la volontà del suo divino Creatore, il Quale volle che restassero perpetue le conseguenze della prima colpa; similmente non può costruirsi una vita completamente scevra da ogni dolore e piena di ogni felicità, è quindi ragionevole non ripromettersi quaggiù la fine del dolore, ma piuttosto fortificare l’animo a sopportare il dolore, il quale appunto ci insegna a sperare, con certezza di avere i beni supremi. Cristo infatti non ha promesso la beatitudine eterna del cielo alle ricchezze o alla vita comoda, ne agli onori e alla potenza, bensì alla pazienza e alle lacrime, all’amore della giustizia e alla purezza del cuore. Di qui facilmente appare che cosa si debba sperare dall’orrore e dalla superbia di coloro che, disprezzata la sovranità del Redentore, pongono l’uomo al di sopra di tutte le cose, e vogliono il regno assoluto e universale della natura umana; sebbene in pratica poi non possano conseguire questo regno, anzi neppure sappiano ben definire in che cosa esso consista. Il regno di Gesù Cristo prende forma e consistenza dalla divina carità: l’amore santo e ordinato ne è fondamento e compendio. Da questo necessariamente scaturiscono i seguenti principi; bisogna fare bene il proprio dovere, non bisogna fare nessun torto al prossimo, bisogna stimare le cose terrene come inferiori a quelle celesti, bisogna amare Dio sopra tutte le cose. Ben diverso è quel dominio dell’uomo, che apertamente respinge Cristo o che trascura di conoscerLo, si fonda tutto sull’egoismo, che non conosce la carità, né lo spirito di sacrificio. Secondo l’insegnamento di Gesù è anche lecito all’uomo imperare, ma lo deve egli fare alla sola condizione possibile, ossia prima di tutto deve servire lui a Dio, e deve attingere dalla legge di Dio le norme e la guida della propria vita. – Quando diciamo legge di Cristo non intendiamo solo i precetti naturali, o solo quelli che gli antichi ricevettero da Dio, precetti che Gesù Cristo completò col dichiararli, interpretarli e sancirli, ma intendiamo anche tutto il resto della sua dottrina, e tutte espressamente le cose da Lui istituite. Di esse la principale, senza dubbio, è la Chiesa: che vi è infatti fra ciò che Cristo ha istituito, che essa non abbracci, che non contenga pienamente? Certo Egli volle che, mediante il ministero della Chiesa da Lui stesso così mirabilmente costituita, fosse perpetuata la missione affidatagli dal Padre. E avendola fatta depositarla di tutti i mezzi di salvezza per l’uomo, dispose solennemente che gli uomini a Lei prestassero obbedienza come a Lui stesso, e da Lei si lasciassero sempre condurre come da guida sicura, “Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me” (Lc X, 16), Per cui solo nella Chiesa bisogna cercare la legge di Cristo; infatti via dell’uomo è Cristo, e ugualmente lo è la Chiesa: egli per sé e per propria natura, essa per ufficio affidatole e per comunicazione di poteri. Quindi chiunque presume di giungere alla salvezza al di fuori della Chiesa percorre una via sbagliata, e si sforza invano. – Né molto dissimile dal destino degli individui è quello degli stati; anche questi corrono verso la loro perdizione se si allontanano dalla “via”, “il Figlio di Dio, Creatore e Redentore dell’umana natura, è Re, è padrone di tutta la terra ed ha suprema potestà sugli uomini, sia presi singolarmente, sia raccolti in civile società. “Diede a lui potestà, onore, e regno e tutti i popoli, tribù e lingue lo serviranno” (Dn VII,14). “Io poi sono stato da lui costituito re… Io ti darò in eredità le genti, in tuo dominio gli ultimi confini del mondo” (Sal II,6.8), Dunque anche nel convivere umano e nella civile società deve imperare la legge di Cristo, così che non solo nella vita privata, ma anche in quella pubblica essa sia guida e maestra. Or poiché questo è il decreto di Dio, e nessuno può impunemente trasgredirlo mal si provvede alla cosa pubblica se le cristiane istituzioni non si tengano nel conto dovuto. Allontanandosi da Gesù rimane abbandonata a se stessa ragione umana, privata dell’aiuto più valido e del lume più prezioso; e allora con tutta facilità si perde di vista il fine stesso stabilito da Dio nell’istituire il consorzio civile: e questo fine consiste formalmente nell’aiutare i cittadini a conseguire il benessere naturale; ma in un modo che si armonizzi del tutto col conseguimento di quel sommo, perfettissimo e sempiterno bene, che trascende tutti gli ordini della natura, Perdere di vista tali idee conduce fuori strada sia i reggitori sia i sudditi, per difetto d’indirizzo sicuro e di un sicuro punto d’appoggio. Se lacrimevole causa di sventure è il fuorviare dal retto sentiero, lo è similmente l’abbandono della verità. Ora la prima, assoluta ed essenziale verità è Cristo, poiché è Verbo di Dio, consustanziale e coeterno al Padre, una cosa stessa col Padre. “Io sono la via e, la verità”. Dunque, se si cerca il vero, l’umana ragione obbedisca anzitutto su Gesù Cristo e sicura riposi nel suo magistero poiché per bocca di Cristo è la verità stessa che parla. – Innumerevoli sono le materie in cui l’ingegno umano può liberamente spaziare investigando e contemplare come in fertilissimo campo, e campo proprio, e questo è non solo consentito, ma espressamente voluto dalla natura. E invece cosa illecita e contraria alla natura, non voler contenere la mente dentro i suoi confini, e, abbandonata la necessaria moderazione, deprezzare l’autorità di Cristo che insegna. Quella dottrina dalla quale dipende la salvezza di tutti noi, quasi tutta tratta di Dio e delle cose che specialmente riguardano la divinità: essa non è prodotto di umana sapienza, ma il Figlio di Dio l’attinse e la ricevette tutta dal suo stesso Padre; “Le parole che hai dato a me le ho date a loro” (Gv XVII, 8), E questo necessariamente comprende molte cose, che non ripugnano alla ragione, il che non può essere in alcun modo, ma delle quali non possiamo raggiungere la profondità con la nostra ragione, come non possiamo con essa comprendere la divina essenza. Ma se vi sono tante cose oscure e dalla natura stessa avvolte nell’arcano, che non possono essere spiegate dall’uomo, ma delle quali tuttavia nessuno sano di mente oserebbe dubitare, è certo uno strano abuso di libertà negare poi l’esistenza di altre cose molto superiori alla natura, solo perché non é possibile comprenderne l’intima essenza. Rifiutare i dogmi equivale a rigettare completamente tutta la religione cristiana. E’ doveroso invece piegare la mente con umiltà e senza riserva “in ossequio a Cristo”, fino al punto che essa stia sottomessa al suo divino impero; “Assoggettiamo ogni intelletto all’obbedienza di Cristo” (2Cor X, 5). Tale è l’ossequio che Cristo esige; e lo esige con pieno diritto; egli infatti è Dio e perciò ha somma potestà sulla volontà dell’uomo come sulla sua intelligenza, Ma sottomettendo la propria intelligenza a Cristo Signore l’uomo non agisce servilmente, bensì in modo convenientissimo sia alla ragione, sia alla sua originale dignità. Infatti non assoggetta la propria volontà ad un uomo qualsiasi, ma al suo Creatore, Signore di tutte le cose, Dio, cui è sottomesso per legge di natura, e non si lega alle opinioni di un maestro umano, ma all’eterna e immutabile Verità, In tal modo egli raggiunge il bene naturale dell’intelletto e consegue insieme la libertà. Infatti la verità, che procede dal magistero di Cristo, pone apertamente in luce l’essenza e il valore di ogni cosa, per cui l’uomo illuminato da questa conoscenza, se darà ascolto alla Verità conosciuta, non dovrà soggiacere alle cose, ma le cose a lui saranno soggette, né la sua ragione soggiacerà alla passione, bensì la passione sarà regolata dalla ragione, e l’uomo, liberato dalla più grande schiavitù dell’errore e del peccato, sarà confermato nella più preziosa libertà: “Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” (Gv VIII,32). – E’ chiaro quindi che coloro che ricusano l’impero di Cristo, con pervicace volontà si ribellano a Dio. Emancipatisi dalla divina potestà, non saranno per questo più indipendenti, poiché cadranno sotto qualche potestà umana, eleggendosi, come suole accadere, qualche loro simile, che ascolteranno, obbediranno e seguiranno come loro maestro. Inoltre costoro, impedendo alla loro mente di comunicare con le cose divine, restringono il campo dello scibile, e vengono a trovarsi anche meno preparati a progredire nelle scienze puramente naturali, perché vi sono nella natura molte cose, alla cui comprensione e chiarificazione giova assai la luce della dottrina rivelata. E non raramente, a castigo della loro superbia, Dio permette che costoro non discernano il vero, così che sono puniti nel campo stesso del loro peccato. Per l’uno e l’altro motivo, spesso si vedono uomini di grande ingegno e di non comune erudizione, perdersi, anche nello studio stesso della natura, in assurdità inaudite, che non hanno precedenti. – Sia dunque chiaro, che chi fa professione di vita cristiana deve sottomettere la sua intelligenza totalmente e pienamente alla divina autorità. E se in questa sottomissione della ragione all’autorità si mortifica e si reprime quell’amor proprio che è così forte in noi, proprio da ciò si deve dedurre la necessità assoluta per ogni cristiano di mortificare non solo la volontà, ma anche l’intelletto. E vorremmo che ciò ricordassero coloro che si propongono un cristianesimo secondo i loro gusti, governato, nell’ordine intellettivo e nell’ordine pratico, da leggi più miti e maggiormente indulgenti alla natura umana, così da imporle nessuna o poche mortificazioni. Essi non comprendono abbastanza l’esigenza della fede e dei precetti cristiani; non vedono come da ogni parte ci si presenti la “Croce”, esempio di vita e vessillo perpetuo di tutti coloro che vogliono essere, non soltanto di nome, ma nella realtà e con le opere, seguaci di Cristo. – Dio solo è la vita. Tutti gli altri esseri sono partecipi della vita, ma non sono la “vita”, Da tutta l’eternità, invece, e per sua propria natura, Cristo è la vita, allo stesso modo che è verità, perché è Dio da Dio. Da Lui, come da primo e augustissimo Principio, fluì nel mondo Ogni vita e fluirà perpetuamente, Tutto ciò che esiste, esiste per Lui; tutto ciò che vive, vive per Lui, perché “tutte le cose” per mezzo del Verbo “sono state fatte, e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto” (Giov. I). Questo quanto alla vita naturale. Ma abbiamo sopra accennato ad una vita assai migliore e infinitamente più preziosa, generata dall’opera benefica di Cristo stesso, ossia la “Vita della Grazia”, il cui fine beatissimo è la “Vita di gloria”, alla quale debbono essere ordinati pensieri e azioni. In ciò consiste tutta la forza della dottrina e delle leggi cristiane, che “morti al peccato, viviamo per la giustizia“, cioè per la virtù e la santità e in ciò consiste la vita morale degli uomini con la sicura speranza della beatitudine eterna. Ma la giustizia, veramente e propriamente in un modo efficace per la salute, di nient’altro si alimenta se non della fede cristiana: “Il giusto vive di fede” (Gal III,11), “Senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb XI, 6). Ecco perché Gesù Cristo Autore, Padre e sostegno della fede, è pure Colui che conserva e alimenta in noi la vita morale, e questo fa soprattutto mediante il ministero della Chiesa, Ad essa, infatti, con benigno e provvidentissimo consiglio, ha affidato l’amministrazione di quei mezzi, che generano la vita di cui noi parliamo, generata la conservano, e la rinnovano qualora si sia estinta. Perciò, se si separa la morale dalla fede divina, viene ad essere distrutta in radice la forza che genera e conserva le virtù salutari, Quelli che vogliono formare ad onestà i costumi mediante i dettami della sola ragione, spogliano l’uomo della sua massima dignità e, con sua grande perdita, dalla vita soprannaturale lo retrocedono alla vita puramente naturale, Con la retta ragione l’uomo può bensì conoscere e praticare molti precetti naturali, ma anche se li conoscesse tutti e tutti li praticasse senza alcuna imperfezione per tutta la vita – cosa del resto impossibile senza la Grazia del Redentore – invano spererebbe di salvarsi eternamente, se non ha la fede. “Chi non rimane in me sarà gettato via come tralcio e seccherà e, raccolto, sarà gettato nel fuoco a bruciare” (Gv XV,6), “Chi non avrà creduto sarà condannato” (Mc XVI, 16). E poi, quanto valga e quali frutti produca questa onestà noncurante della fede, ne abbiamo troppe prove sotto gli occhi. Come mai nonostante il tanto impegno di stabilire e accrescere la pubblica prosperità ogni giorno più soffrono gli stati in punti di capitale importanza e appaiono come infermi? Si asserisce, è vero, che la società civile basta a se stessa; che è capace di fiorire egregiamente senza il concorso delle istituzioni cristiane, e con le sole proprie forze conseguire il proprio fine. Quindi negli ordini amministrativi si vuole laicizzare tutto; nella disciplina civile e nella vita pubblica dei popoli si vede dileguare a mano a mano le vestigia della Religione dei padri. Ma non si riflette abbastanza dove conducano questi principi. Poiché, tolta di mezzo l’idea della sovranità di Dio giudice e retributore del bene e del male, è inevitabile che perdano la loro più valida autorità le leggi, e che venga meno la giustizia; eppure sono questi i due più necessari e saldi legami della società civile. Similmente, estinta la speranza e l’attesa dei beni eterni, s’accende necessariamente nei cuori la sete irrefrenabile dei beni terreni, e ciascuno cercherà, con tutte le sue forze, di accaparrarne quanto più può. Quindi gare, invidie, odii; poi biechi propositi: aspirare all’abolizione di ogni potere, minacciare ovunque folli rovine. Non tranquillità fuori, non sicurezza dentro, sconvolta da delitti la convivenza civile. – In tanto contrasto di passioni e tra sì gravi pericoli, non c’è via di mezzo: o aspettarsi le peggiori catastrofi, o cercare senza indugio un valido rimedio. Reprimere i delinquenti, ingentilire i1 costume delle plebi, e in ogni modo prevenire i mali mediante provvide leggi, è cosa buona e necessaria; ma non sta tutto qui. Più in alto bisogna cercare il risanamento dei popoli: conviene chiamare in soccorso una forza superiore a quella umana, la quale tocchi direttamente le anime e, rigenerandole alla coscienza del dovere, le renda migliori, vogliamo dire quella forza medesima che da ben più disperate condizioni trasse altra volta in salvo la famiglia umana. Fate sì che in grembo al civile consorzio rifiorisca lo spirito cristiano, dategli agio di svilupparsi libero da ostacoli, e il civile consorzio ne sarà ristorato. Taceranno le lotte di classe, e il rispetto reciproco sarà garanzia a ciascuna dei propri diritti. Se ascoltano Cristo, osserveranno pure il loro dovere sia i ricchi sia i poveri; quelli comprenderanno che debbono cercare la salute nella giustizia e nella carità, questi nella temperanza e nella moderazione. Perfetto sarà l’ordinamento della società domestica, quando sia governata dal salutare timore di Dio, suo legislatore supremo. E per lo stesso motivo parleranno forte al cuore dei popoli quei precetti morali, inculcati pur dalla natura: rispettare i poteri legittimi, obbedire alle leggi, non ordire sedizioni né partecipare a cospirazioni settarie. E così, dove regna sovrana la legge di Cristo, vige inalterato l’ordine stabilito dalla divina provvidenza donde germogliano incolumità e benessere. È questo dunque il grido della comune salvezza: ritorni la universale comunanza civile, e anche ognuno in particolare, là donde conveniva non allontanarsi mai, a Colui, cioè, che è via e verità e vita, Bisogna reintegrare nel suo dominio Cristo Signore, e far si che quella vita, di cui Egli è fonte, rifluisca ad irrigare copiosamente e rinsanguare tutte le parti dell’organismo sociale, i dettati delle leggi, le istituzioni nazionali, le università, la famiglia e il diritto matrimoniale, le corti dei grandi, 1e officine degli operai. E si ponga ben mente che da ciò sommamente dipende quella civiltà delle nazioni che con tanto ardore si cerca, poiché essa si alimenta e matura non tanto di quelle cose che s’attengono alla materia, come le comodità della vita e l’abbondanza dei beni terreni, ma piuttosto di quelle, che sono proprie dell’anima, i lodevoli costumi e il culto della virtù. – Molti sono lontani da Gesù Cristo per ignoranza, più che per cattiva volontà; molti sono infatti coloro che si dedicano a studiare l’uomo, a studiare il mondo, ma pochissimi sono coloro che cercano di conoscere il Figlio di Dio. Prima di tutto, dunque, si vinca l’ignoranza con la conoscenza, così che non si ripudi né si disprezzi Uno che non si conosce. Noi scongiuriamo tutti i cristiani, quanti e dovunque sono, di fare il possibile per conoscere il loro Redentore, quale veramente Egli è. Quando avranno fissato in Lui con sincerità e senza preconcetti lo sguardo, subito vedranno chiaro, che non può esservi nulla più salutare della sua legge, né più divino della sua dottrina. Per raggiungere questo scopo riuscirà particolarmente efficace l’autorità e l’opera vostra, venerabili fratelli, come pure lo zelo e la sollecitudine di tutto il Clero. Ritenete come parte essenziale del vostro ufficio, scolpire nelle menti dei popoli il concetto vero, la nitida immagine di Gesù Cristo, e far bene conoscere la sua carità, i suoi benefici, i suoi insegnamenti con gli scritti, con la parola, nelle scuole elementari e nelle superiori, nella predicazione, ovunque se ne presenti l’occasione. Molto si è parlato alle folle circa quelli che sono definiti “i diritti dell’uomo”; si parli loro anche dei diritti di Dio. Che questo sia il tempo propizio per fare ciò, ne è prova l’amore del bene ridestatosi in molti, come dicemmo, e, specialmente questa pietà verso il Redentore, manifestatasi in tante forme: pietà che, quale auspicio di tempi migliori, stiamo per consegnare in eredità, se piace a Dio, al secolo che sta per sorgere. Ma poiché si tratta di cosa che possiamo sperare soltanto dalla grazia divina, congiunti nello zelo comune e nella preghiera, supplichiamo Dio Onnipotente che voglia piegarsi a misericordia. Non permetta che periscano coloro, che Egli stesso ha liberato, con l’effusione del suo Sangue, Guardi propizio a questo secolo che, è vero, molto peccò, ma molto anche sofferse in espiazione dei suoi errori; e, abbracciando amorosamente gli uomini di ogni nazione e di ogni stirpe, si ricordi della sua parola: “E io, quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me” (Gv XII, 32). – Quale auspicio dei divini favori, e come espressione della Nostra paterna benevolenza, a voi, venerabili fratelli, al Clero e al popolo vostro, di tutto cuore, impartiamo nel Signore l’Apostolica Benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 1° novembre 1900, anno XXIII del Nostro pontificato.